venerdì 5 dicembre 2008

Delirix


L’autobus non arrivava. Pareva una giornata in cui il mondo aveva deciso che gli autobus non erano stati ancora inventati.
Faceva anche freddo. Un freddo umido e pungente nello stesso tempo, quello che entra nelle ossa e poi non se va più.
Scende fino al cuore, fino alle palle e te le stringe forte, senza amore.
Ero solo. Forse perché era ancora mattina presto, forse perché gli altri semplicemente stavano in casa oppure si erano tutti messi d’accordo di farmi uno scherzo.
Insomma, ero lì.
Improvvisamente mi giro e lo vedo.
Un coniglio.

C’era un coniglio vicino a me, ma mica un coniglio normale, un coniglio alto quasi due metri, ritto sulle gambe posteriori e dritto come un corazziere.
Il pelo poi: viola flou.
"Strano", penso, "Chissà cosa vuole? ".
Poi il coniglio mi guarda, fa un cenno con la testa e mi saluta.
Alzo il mento e ricambio il saluto, sono uno educato...Io.
“Andrà tutto bene”, mi dice con una bella voce allegra.
“Scusa?”, domando.
“Andrà tutto bene, basta che smetti di fumare e andrà tutto bene”, ripete il grosso animale flou.
“Ma io non fumo”, rispondo.
“Appunto”, mi dice convinto.
“Ah! Ecco”, concludo guardando la strada deserta.
Due minuti passano silenziosi, ma l’autobus naturalmente non arriva. Non si vede neanche in fondo alla via, figuriamoci se arriva.
Decido di far conversazione, così, per ingannare il tempo.
"Ingannare il tempo", ma se è lui che inganna noi continuamente.
Ok, ok, fa troppo freddo per una riflessione filosofica, meglio fare due chiacchiere.
Io-"Chi sei?"
…-“Sono un animale totemico, un Puka”
Io-“Ah! Io invece lavoro alle Poste”
Puka-“Lo so”
Io-“Davvero?”
Puka-“Certo, ci lavoro anche io”
Io-“Non ti ho mai visto”
Puka-“Perché sono dentro di te, ecco perché”
Io-“Ah! Ecco”.
Trascorrono altri due minuti, dove ogni tanto batto i piedi a terra per scaldarmi e soffio una nuvola di alito sulle mani ghiacciate.
Decido: riprendo la conversazione, tanto dell’autobus neanche l’ombra.
Io-“In che senso dentro di me?”
Puka- “Sono uno dei tuoi sensi di colpa”
Io- “Non capisco?”
Puka- “Neanche io, ecco perché sono uscito a incontrarti”
Io- “Ah! Ecco”.
Comincia a piovere, una pioggia fine, fine, quasi nebulizzata. Ci spostiamo entrambi sotto il balcone vicino alla fermata per ripararci.
Il coniglio si accende una sigaretta, poi sbuffa una nuvoletta azzurra che colora questo paesaggio atono.
Puka- “Ne vuoi una?”
Io- “Ma si... Dai”
Puka- “Ti piacciono le Marlboro?”
Io- “Buone”.

Mi accende la "bionda" che aspiro voluttuosamente.

Puka- “Vabbè si è fatta una certa ora, mi sa che vado”
Io- “Ciao”
Puka- “Ci si vede”
Io- “Alla prossima, sai dove trovarmi”.
Intanto che fumo lo vedo allontanarsi con quella sua andatura strana, con il codino viola che dondola come un pendolo.
Noto con stupore che ha già smesso di piovere.
Fianalmente, in fondo alla strada arranca l’autobus verso di me.
“Cazzo! Smetto di fumare un altro giorno”, dico a me stesso, mentre salgo e con nostalgia lancio il mozzicone lontano.

giovedì 20 novembre 2008

Innocenti Delitti -parte I-


Lo seguiva ormai da giorni. Aveva preso un po’ di ferie per potersi dedicare completamente alla realizzazione del suo "progetto".
La cosa era nata lentamente nella sua mente, un piano che via, via si definiva nei dettagli e gli era parsa l’unica soluzione.
Pioveva anche quella sera.
Aveva atteso il momento giusto ed ora sembrava che questa fosse la notte adatta, per fare ciò che andava fatto.
Poche ore, forse minuti e con un po’ di fortuna sarebbe diventato un assassino.

Pensò a lei per un attimo, poi osservò i tergicristalli dell’auto che graffiavano il vetro imperlato dalle gocce. L’automobile era vecchia, ma ancora efficiente. Un’auto facile da rubare, l’aveva selezionata con cura, come tutto quello che faceva nella vita.
Era l’automobile del suo vicino di casa, in viaggio per qualche settimana all’estero, nessuno ne avrebbe denunciato il furto ancora per qualche giorno, ma a lui bastava molto meno.
Non era stato facile all’inizio. Aveva dovuto pagare un suo conoscente, un meccanico, per insegnargli come fare ed aveva appreso in fretta il metodo.“Rubare è più semplice che riparare”, gli aveva detto il suo insegnante. E così era stato.
Gli era costato molto di più risparmiarsi le domande del suo istruttore che pagare le sue lezioni, ma non erano un problema i soldi per lui.
Attendeva che l’uomo scendesse dalla propria autovettura per entrare nel negozio di videonoleggio.
“Ma quanto ci mette!”, pensò stizzito. "Calma, calma", un respiro profondo e tornò padrone di se stesso.
Dopo tanto tempo che seguiva i suoi movimenti era finalmente uscito di casa da solo, la sera.
Di solito facevano tutto assieme: lui e lei. In due settimane di appostamenti ora conosceva ogni loro abitudine.

Aveva ancora un po’ di tempo prima dell’azione, pensò e con una stretta allo stomaco ritornò al pensiero di lei, la sua amante.
Anzi la sua ex-amante, definì con precisione nel suo soliloquio, mentre una smorfia si disegnò sul suo volto cercando di assomigliare ad un sorriso.
“Che donna!”, disse fra se. Aveva goduto attimi meravigliosi con lei, mai provati prima nella sua vita. I loro momenti rubati avevano un'intensità indescrivibile.
A letto lo faceva impazzire, con la sua bocca, la sua lingua instancabile, il suo corpo avido di sesso.

Di lei non ne aveva mai troppo. Addirittura succedeva che, mentre la penetrava gli pareva di vedere la faccia del marito (che conosceva superficialmente), e questo invece che infastidirlo gli dava ancora più libidine. Pareva impossibile che un'uomo mediocre anche se di bell'aspetto avesse avuto la fortuna di sposare questa dea del sesso e ne fosse quasi completamente disinteressato.
Lei non era bellissima, ma era certamente la più sensuale del mondo, almeno per lui. Con quelle forme ben disegnate, i seni floridi e i folti capelli biondi, lo aveva ammaliato senza scampo.
L'odore di quella femmina e il suo profumo soprattutto lo precipitavano ogni volta in un abisso di vertigine, se avesse potuto scegliere il suo ultimo respiro, lo avrebbe voluto di quella fragranza.

Poi, un brutto giorno lei lo aveva lasciato; Aveva detto che non reggeva più questa relazione clandestina, che voleva ricominciare a provare ad amare di nuovo suo marito (quel cornuto che la scopava si e no una volta al mese).
Così da allora, lei aveva rifiutato qualsiasi occasione per rivederlo.

Solo dopo una settimana di questa tortura che lo separava dal suo amore era nata nel suo cervello, come uno scherzo, l’idea: -Se "quello" fosse morto?-Certamente lei sarebbe ritornata con lui.
Lui l’avrebbe riavuta e anche sposata, finalmente sarebbe stata sua, completamente.
Ci sarebbe stato prima il funerale, il lutto, dove avrebbe dovuto consolarla, ma poi…L'immagine di lei vestita in nero, da vedova, mentre lui la montava gli procurò un’erezione marmorea.
Sapeva che era nel giusto.

Il piano era semplice. Come si conviene ai crimini impuniti.
Lo ripassò come si ripeté una lezione studiata alla perfezione.
Avrebbe per prima cosa bucato il pneumatico posteriore, quello più vicino alla strada.
Una strada senza marciapiede come quella dove ora si trovavano.
Poi mentre lui, “il bastardo”, armeggiava per sostituirlo lo avrebbe schiacciato con l’auto rubata piombandogli addosso a tutta velocità. Aveva con se un passamontagna nero che in questa notte scura lo avrebbe reso quasi invisibile agli occhi indiscreti.

Avrebbe infine abbandonato l’auto qualche chilometro più avanti e sarebbe tornato a casa a piedi, senza fretta.
Certo non avrebbe preso un taxi o un autobus, testimoni e curiosi era l’ultima cosa che gli serviva in questo momento.
Non avrebbe lasciato tracce sull’auto: la piccola tanica di benzina era pronta. Sarebbe bastato una sigaretta buttata distrattamente dal finestrino e piano, piano le fiamme avrebbero cancellato ogni sua eventuale traccia o oggetto.

Niente lo collegava a lei. Erano stati molto prudenti durante la loro relazione, niente messaggi o telefonate dal cellulare, niente mail, nulla di nulla. Il loro primo incontro era stato casuale in palestra e poi tutti gli altri invece voluti, ma le cui tracce non potevano essere rilevate da un'indagine anche attenta. Ma chi si sarebbe dato la pena di farla? Un incidente stradale, un pirata della strada si sarebbe detto. Un drogato, probabilmente, su un'auto rubata poi fuggito chissà dove. Una fatalità, ecco cosa avrebbero pensato tutti. Tutti tranne lui.

Doveva badare solo a non danneggiare troppo l’automobile nell’urto, ecco perché l’aveva scelta così robusta, con i parafanghi rinforzati in modo che potesse condurlo un poco lontano dalla scena del delitto. Bastavano solo pochi isolati.
"Un delitto", ripetè, e si stupii dell'eco greve di questa parola nelle sue orecchie.
"Cosa sarà mai?", si giustificò, migliaia di persone inutili muoiono ogni giorno, ma l’unico che lui odiava, che si frapponeva al suo amore e alla sua felicità, invece stava bene.
Questa assurdità sarebbe stata appianata entro poco.

Uscì, senza spegnere il motore, dalla sua autovettura e si avvicinò, percorrendo la ventina di metri che lo separavano a quella del suo nemico ormai vuota.
Si piegò lievemente, come per raccogliere qualche cosa a terra, e inserì una vite autofilettante nel pneumatico che cominciò a sgonfiarsi lentamente.
Naturalmente indossava dei guanti di pelle.

Era nervoso, maledizione la ruota si sgonfiava troppo lentamente.
Se fosse arrivato ora? Se non si fosse accorto di nulla e fosse tornato a casa? Sudava nonostante il freddo.
Vide attraverso la vetrina che la fila di persone alla cassa del negozio era lunga: "Bene", pensò sollevato.
Tornato in macchina aprì un poco il finestrino e attese come un felino nella Savana…

Continua...

Innocenti Delitti -parte II-


Si radeva guardandosi distrattamente nello specchio del bagno. I vapori dell’acqua calda avevano coperto lievemente lo specchio e rimandavano la sua immagine come in una foto di altri tempi.
Era mattina presto e faceva freddo in casa.
In casa faceva sempre freddo. Il riscaldamento era sempre al risparmio in quella villetta plurifamiliare dove vivevano ormai da dieci anni.
Dieci anni pensò e si osservò con maggiore cura. Vide le piccole rughe ai lati degli occhi, i capelli scomposti e con alcune piccole striature bianche, quasi impercettibili ancora.
Era anche ora un bel uomo pensò soddisfatto.
Poi lo attraversò fugace un pensiero: sua moglie dormiva ancora nel letto. Un senso di noia lo riempì e non ci poté fare nulla.

La sua vita era noiosa, tranne per una cosa.
Il nodo allo stomaco gli fece male, ma lo fece sentire vivo pensando all’altra, alla sorella di sua moglie ed ebbe un’erezione al solo evocare la sua immagine.
Chi l’avrebbe mai detto? Dopo tanti anni di vita insieme di routine, di viaggi, di lavoro non ne poteva più del suo solito tran, tran.
Sarebbe morto di monotonia se non fosse accaduto l’inaspettato nella sua vita e se, le circostanze, non avessero concorso a prendergli la mano e farlo decidere.
Una decisione drastica, terribile, di quelle da cui non si torna indietro.

Ormai non la sopportava più. Ci andava ancora abbastanza d’accordo, sì certo le solite discussioni, ma quello che lo tormentava, il tarlo che non gli dava tregua era la ripetizione di quello che aveva già vissuto.
Nella ditta che gestivano insieme il lavoro era ormai sempre quello, sempre i soliti problemi, i soldi, i clienti con le loro chiacchiere inutili e dopo la sera a casa il copione veniva riproposto fedele come un vecchio cane.
Quando ritornavano nel loro appartamento (sempre assieme) era come trasferirsi da uno sbadiglio ad un altro.
Gli stessi discorsi, le stesse espressioni, gli stessi rari pompini, poi la scopata mensile stereotipata, una fatica…Anche quella.
Ecco, tutto in lui era fatica, senza slancio, ma le cose sarebbero cambiate, eccome.

Non ci aveva mai pensato alla cognata, almeno prima. Era anche un po’ bruttina, ma aveva un non so ché, che lo aveva stregato lentamente.
Non che la consorte fosse un “figa stratosferica”, ma messa giù bene si faceva ancora guardare.
A letto poi gli si concedeva senza negargli nulla, ma a lui non interessava più. Per noia ripeté a se stesso. Tutto era successo per noia e mentre finiva di radersi come un ragazzino disegnò un cuore sui vapori dello specchio.

Tre mesi erano passati dal loro primo bacio e la loro relazione continuava ancora.
Era successo una sera che la moglie non c’era, era in palestra come al solito.
Era salita a trovarlo, come ogni tanto faceva. Abitavano infatti tutti nella stessa grande villa, con i suoceri, in una sorta di condominio familiare che a lui pareva Alcatraz.
Avevano parlato come non avevano mai parlato prima. Confidandosi entrambi delle difficoltà con i rispettivi patner. "Almeno lei era solo fidanzata", aveva pensato mentre l'ascoltava.

Certo, pareva strano confidarsi così alla sorella della propria moglie, ma quella sera era stata speciale, tutto pareva possibile, anche parlare disinvoltamente, proprio lui che usualmente era di poche parole.
La singolarità di quel che avvenne dopo mise il seme dello stupore nella sua vita, una vita fin troppo prevedibile.

Per errore, mentre discorrevano, aveva appoggiato una mano su quella di lei e lo sguardo che ne aveva ricevuto di rimando era stato inequivocabile.
Si era ritrovato con le sua lingua nella bocca di lei quasi senza accorgersene e
si era eccitato subito tantissimo, ricordò, come non gli accadeva da anni.
Poi, senza più ritegno, avevano scopato senza pietà, senza rimorso, senza freno.
Lei aveva goduto, tremando sotto le sue spinte e quasi gridando di piacere nel momento dell’orgasmo e in quel momento lui l’aveva inondata con un’eiaculazione che gli parve senza fine.
Il gusto del proibito aveva risvegliato l’uomo che dormiva in lui, un letargo che durava quasi da sempre.
Ecco! Pensò, il primo passo verso l’inferno era stato fatto, ora lui era in caduta libera.

Ultimamente, rifletté ancora, sua moglie era più presente nella sua vita, più gentile, più moglie si sarebbe potuto dire. Non andava neanche più in palestra la sera.
Questo cambiamento lo aveva spaventato all’inizio, aveva pensato che lei avesse capito o almeno intuito, ma non era così. Poi, si era reso conto che era semplicemente il suo modo, puerile, di riconquistarlo.
Lui però era già di un’altra, di un'altra molto vicino a loro, aggiunse cinico nel suo ragionare.
Le attenzioni della moglie, invece di inorgoglirlo, lo soffocavano ancora di più e lo avevano aiutato nella sua decisione.
Una decisione drastica ma meravigliosa nel suo candore spietato: l’avrebbe uccisa. L’avrebbe uccisa oggi.

Non sarebbe stato difficile, anche se i sospetti sarebbero caduti eventualmente su di lui come è naturale in questi casi.
Il suo piano era inattaccabile a qualunque investigatore.
Lei era allergica, una forma particolarmente grave di favismo. Un’allergia fortissima che si era sviluppata in maniera conclamata solo negli ultimi sei mesi e che aveva drasticamente cambiato la loro dieta.
Dopo l’ultima intossicazione, che l’aveva portata al pronto soccorso, il medico era stato chiaro: “Un altro attacco di questi e non ha scampo”.

La frase gi era ritornata in mente, quando la cognata aveva dichiarato il suo amore per lui. Un amore disperato, a termine purtroppo, per via della situazione impossibile da sostenere a lungo. Impossibile, a patto che lui non fosse divenuto vedovo, aveva pensato.
Quello era l’unico modo per averla senza che la gente e la famiglia di lei sollevasse problemi insuperabili.
Neanche "il suo amore" avrebbe saputo. Un segreto per rimanere tale deve appartenere ad una persona soltanto, solo lui avrebbe pagato il prezzo della loro felicità.

"Sono cose che capitano dopo un lutto" risuonò questa frase nella sua mente, in fondo che male ci sarebbe stato se la sorella avesse preso il posto di sua moglie e colmato il vuoto “inconsolabile” di questo povero vedovo?
Qualche anno e tutto sarebbe apparso plausibile. Intanto la loro relazione con le dovute prudenze sarebbe continuata. Almeno dopo la fine dell'idagine.

Avrebbe cucinato lui quella sera, perchè quella era la sera che aveva deciso di farlo. Servendole il suo piatto preferito: Olive Ascolane.
Le olive acquistate erano in barattolo, conservate con farina di semi di Guarr che contine lo stesso principio attivo delle fave. Aveva dovuto fare una approfondita ricerca per scoprirlo ma il suo tempo era stato ben ricompensato.
Fortunatamente per lui non era indicato nella lista di alimenti vietati stilata dall’ospedale.
La reazione allergica sarebbe stata immediata: sonnolenza, shock anafilattico, poi occlusione delle vie respiratorie ed infine la morte.

Lui non ci sarebbe stato per poterla aiutare, avrebbe dichiarato se interrogato, era uscito a prendere un film a noleggio e una volta tornato a casa l’aveva trovata addormentata.
Avevano preso dei sonniferi quella sera, avrebbe aggiunto, entrambi ne facevano uso saltuariamente e il mattino tutto sarebbe stato già compiuto.
Nessuno avrebbe potuto fargli un'iniezione di cortisone o di antistaminico per salvarla.
Una tragica fatalità sarebbe stato il solo epitaffio alla sua morte.
Il sonnifero lo avrebbe disciolto di nascosto nel bicchiere di lei, lui lo avrebbe preso solo dopo tornato a casa dalla videoteca.

"Perfetto", pensò fra se ed uscì dal bagno con un magnifico sorriso che stupì la sua "dolce metà" appena alzata e ancora assonnata.

Continua…

Innocenti Delitti -ultima parte-


L’acqua bolliva nella pentola per la pasta. Era indaffarata nei preparativi per la cena e guardò l’orologio, mancavano poche decine di minuti, doveva affettarsi un poco.
“Come cambia la vita”, pensò riflettendo su questi ultimi cinque mesi della sua esistenza.
Cinque mesi di cambiamenti inaspettati: terribili e bellissimi nello stesso tempo.

La mente riandò mesta a quel giorno di pioggia. Al giorno del funerale, anzi dei funerali. In una notte lei aveva perso sua sorella e il suo amante.
Non il suo fidanzato, quello lo aveva lasciato ormai da tempo, appena prima della tragedia. Il suo amante era il cognato, il marito di sua sorella.
Ora entrambi giacevano sotto due metri di terra umida.
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Ricordava ancora con struggimento, la notizia sconvolgente che le aveva dato sua madre con le lacrime agli occhi e un viso che sembrava uscito dall’oltretomba. Era corsa da lei, la mattina presto, svegliandola con la più terribile delle notizie.
Aveva sentito le gambe cedergli man mano che veniva a conoscenza dei fatti e poi aveva vomitato, mentre in lontananza udiva il suono della sirena dell’ambulanza che arrivava.
Quella mattina era stata la più brutta della sua vita. Sua madre aveva trovato sua sorella bocconi nel letto, morta e con la faccia gonfia come un pallone.
Era salita da sua sorella per avvisarla di una notizia terribile.
Doveva infatti dirgli che il marito era stato investito ed era all’ospedale, la polizia aveva chiamato a casa dei genitori dopo una ricerca che aveva occupato la notte perchè "il telefono di casa della vittima" non rispondeva.
Aveva usato, povera mamma, la una copia di chiavi per entrare, ma se avesse immaginato cosa l'aspettava non avrebbe fatto neanche un gradino.
Era toccato purtroppo a quella donna anziana portare il peso di una simile notizia e scoprire così, inaspettatamente, il cadavere della figlia. Da allora non era più la stessa, pareva ormai spenta di ogni entusiasmo.
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Ricordò come vivessero allora tutti assieme, come una piccola tribù, nella grande villa.
Un appartamento era dei genitori, uno era il suo, il più grande invece della sorella e del marito.
Gli faceva un certo effetto dire a se stessa questo.
Per lei non era solo suo cognato, ma il suo amore, un amore segreto.
Una passione vissuta per tre mesi nella clandestinità, nel tormento e nel rimorso del peccato; eppure, ricordava adesso, gli sembrava allora la vetta dell’abisso.
Allora…Ma quanto era cambiata invece oggi.
Gettò il sale nella pentola che si disciolse con turbinii bianchi come neve spinta dal vento, girò con il cucchiaio di legno l’acqua e così gli parve che la chiarezza ritornasse non solo nel recipiente ma anche in se stessa.
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Due eventi diversi avevano unito sua sorella e il marito in una morte assurda. Avevano condiviso il passaggio all’aldilà quasi insieme, "curioso", ragionò fra se.
A poche ore di distanza, un destino crudele, li aveva accomunati nella morte, strappandoli per sempre dalla vita e dall’amore dei propri cari, dal suo amore.
Quanto aveva pianto al funerale con quella selva di ombrelli neri sotto una pioggia leggera e fredda che non dava tregua da diversi giorni; pareva una foresta in lutto.
Prima delle lacrime però c'era stato il tempo dell'incrdulità.
Lo stupore per una fine così assurda capitata a due persone a lei così vicine, anzi le più vicine.
Lui, il marito della sorella, che lei a quel tempo amava con tutto il suo cuore, ucciso da un pirata della strada a bordo di un’automobile rubata.
Il colpevole fuggito poi chissà dove e ancora impunito.
La sua bella sorellina invece strappata al mondo dalla malattia, un’allergia virulenta che l’aveva colpita nel sonno come un sicario vigliacco dopo un pranzo avvelenato, avvelenato solo da questa patologia subdola e bizzarra.
Il cibo, innocuo per chiunque, aveva fatto lo "sporco lavoro" a danno del suo sistema immunitario, scatenando una reazione terribile che l’aveva soffocata come Otello con Desdemona innocente.
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Se non avesse preso il sonnifero forse si sarebbe salvata, avrebbe potuto chiere aiuto, ma invece Morfeo, era stato il complice malvagio che non aveva dato scampo.
Nessuno aveva potuto aiutarla, neanche il marito, come avrebbe potuto? Non era mai tornato da quel negozio di videonoleggio, era già morto schiacciato dalle lamiere dell’automobile condotta da quel delinquente assassino senza volto né nome.
Che crudele è la vita, a volte però, paradossalmente, anche magnanima.
Come era accaduto alla sua.
Aveva toccato il fondo ed ora era tra le nuvole del Paradiso.
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Vivevano insieme da poche settimane e le pareva che fosse stato sempre così.
Lo aveva incontrato al funerale della sorella, si era presentato come un vecchio amico venuto a conoscenza della tragedia da un trafiletto sul giornale.
Lei, in quel momento era sconvolta e non vedeva praticamente nessuno, ma lui si era fatto comunque notare.
Era stato l’unico, a parte sua madre e suo padre, che soffriva come lei.
Lo aveva percepito. Sono cose che non si spiegano: si sentono e basta.
Quella comunanza di dolore le aveva fatto breccia nel cuore di pietra che aveva eretto per difendersi dalla sofferenza spaventosa e dal rimorso.
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Poi lo aveva incontrato un giorno sulla tomba della sorella, cui aveva portato i fiori e avevano scambiato un po’ di parole che, con la familiarità, era divenuta una conversazione.
Aveva accettato, dopo qualche mese di frequentazione, il suo invito a cena.
Un fatto insignificante che con un altro uomo non avrebbe dato seguito a nulla, ma con lui era stato diverso e, con il senno di poi, fu una vera benedizione.
Parlarono per ore quella sera, di molti argomenti e della defunta, lui chiese, interessandosi molto, notizie delle indagini per l’omicidio. Non vi erano elementi nuovi, anzi non vi erano elementi, dovette ammettere lei con rabbia.
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“Come sembrava conoscerla bene”, ricordò di aver pensato allora, ma d’altronde era un uomo di grande sensibilità e perspicacia.
Per mesi si erano visti prima di quella cena, così: solo per parlare.
Lui le diceva che esprimendosi con lei era come comunicare un poco con la povera trapassata.
"In effetti, fisicamente ci somigliavamo un pochino", aveva concordato.
Lui però aveva addirittura aggiunto che avevano lo stesso odore, lo stesso profumo.
Questo complimento, e si ricordò ancora il posto esatto dove fu pronunciato (in quel caffè in centro), la turbò.
La frase aveva infatti una nota di desiderio che lei si accorse di condividere con quest’uomo: giunto nella sua vita a così breve distanza dalla scomparsa dell’altro.
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Il bacio che li sorprese entrambi in quella bella serata fu dirompente.
Nulla però, in confronto con la notte di passione che li vide toccare entrambi le cime dell’estasi.
Aveva già dimenticato l’altro? Aveva sotterrato il ricordo di lui con la cassa che lo conteneva?
Se l'era domandato fino a farsi male alle tempie ed ora finalmente aveva la risposta: la vita non può fermarsi.
La sua esistenza, finalmente, con quest’uomo era felice adesso.
Scevra dal rimorso, senza la turpitudine del tradimento, di una bellezza che tutti potevano vedere, magari invidiare, ma non criticare.
Erano decisi a sposarsi. I genitori di lei erano stati entusiasti da subito del loro progetto, così già convivevano.
Il matrimonio era fissato per settembre, dopo l’estate.
Pochi mesi ancora, ma loro non avevano saputo aspettare volevano vivere insieme. Troppo forte era la loro passione.
Si erano trasferiti nell'appartamento grande che era ormai disabitato.
Avevano cambiato un poco l’arredamento e rinnovato la pittura nelle stanze, ma conservato le foto dei due mancati.
Queste foto ricordo le avevano posate sulla ampia testata del loro letto, come memoria, forse un po’ macabra, ma a loro piaceva così.
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Era un tacito ringraziamento per quel bel appartamento che avevano avuto gratuitamente, ma era anche come se volessero condividere con quei sfortunati trapassati la loro gioia.
Inutile formalizzarsi, una casa più grande era una gran bella comodità, anche i suoi genitori erano stati d’accordo alla fine.
Ci sarebbe stato forse un nipotino per lenire il dolore che ancora velava i loro occhi stanchi e anziani, sarebbe stato il trionfo della vita sulla morte.
Sentì la chiave che girava nella porta. Ecco, per fantasticare sul passato aveva dimenticato di mettere la pasta nell’acqua bollente, ma rimediò immediatamente.
Lui entrò in casa, aveva la faccia stanca dalla lunga giornata di lavoro, ma gli occhi gli sorridevano, anzi brillavano.
Lei gli corse incontro e si abbracciarono. Lui la sollevò e fecero un giro di valzer avvinghiati.
Mentre lo baciava sentì contro la sua coscia che lui era eccitato.
Lei rise come una bimba contenta. Poi entrambi goderono della bella cenetta e del seguito.
La notte fu meravigliosa.
.
Lui la possedette con vigore, lei provò un piacere come non aveva mai goduto in vita sua.
Alla fine, esausti ma paghi, si girarono entrambi con singolare sincronicità per guardare le foto dei loro benefattori listate a lutto.
Lei guardò la foto del cognato, lui invece la foto della sorella.
Entrambi pensarono: “Scusa”, e vissero poi felici e contenti.
.
Fine.

martedì 28 ottobre 2008

L'imbrunire della Festa


La sera inaspettata sopraggiunge alle spalle,
sussurra all'orecchio parole seducenti che appartengono al divenire.
Promesse destinate a terminare con lo scorrere del tempo.
Tutto appare così, come visione nella bruma.

Invevitabilmente il sole disperderà la nebbia

che avvolge le risa e l'oblio che ci libera da noi stessi,
ma il ricordo certo non ci lascerà,
seguendoci, discreto e silente, al modo di un ombra nata dalla luce.

Ogni volta che lo vorremo rivivere basterà girarsi solo un poco indietro.
Chi può dire se così facendo non si scorga un orizzonte più ampio?

sabato 20 settembre 2008

l'incenso e la spada


Il Maestro Pin-Nao era assorto nel “wu-wei”: l'agire senza azione.
In altre parole non stava facendo un cazzo come suo solito.

Proprio sul più bello, mentre stava entrando nello stato di coscienza del Ming (o del Menga), irruppe nella stanza il suo allievo prediletto, il nipote Pi-Nin.
Trafelato il giovane disse: “Divino, è giunto qui, proprio ora, lo spietato Governatore Ko-Hur-Nut con il suo seguito, è di passaggio nella nostra provincia e vuole vedervi”.
“Calma il tuo spirito Pi-Nin! Non sai forse che le preoccupazioni non fermano la mano del destino?”, ammaestrò il Grande Taoista.

“Si dice che egli primeggi nell’arte marziale e sia un combattente terribile”, aggiunse Pi-Nin, visibilmente preoccupato per l’incolumità del maestro che era anche la sua unica fonte di sostentamento.
“Solo gli sciocchi si nutrono con le orecchie”, l'apostrofò Pin-Nao.
Poi imperscrutabile aggiunse: “Fallo passare e servimi il pasto…E’ mezzodì ed ho un certo languorino”.

Nella sala ampia ma sobria entrò con arroganza il Governatore dello stato di Chou. Lo seguivano il Capitano delle guardie e, tre passi indietro, la giovane moglie di adamantina bellezza.

Lo sguardo del Maestro si posò su ognuno e poi continuò a mangiare dalla sua ciotola senza una parola.

Visibilmente imbarazzato per l’accoglienza così poco formale, il Governatore parlò titubante: “Venerabile Maestro, si dice che oltre che saggio voi siate insuperato nell’arte del combattimento. Insegnatemi i vostri segreti”.

Il Sommo continuò il suo pranzo in silenzio.

Improvvisamente una mosca roteò veloce intorno alla sua scodella fumante. Rapido come minzione di Tigre, Pin-Nao l’afferrò con le bacchette. Poi la guardò con semplicità e...La lasciò andare, riprendendo quindi il pasto masticando rumorosamente.

I minuti passarono.

Improvvisamente con un profondo inchino il Capitano delle guardie spazientito sbottò: “Maestro! Sua Eccellenza il Governatore vi ha fatto una domanda…Che dite dunque!”.

Pin-Nao sollevò lo sguardo dalla sua ciotola e parlò: “Ho risposto! Solo che voi udite solo le parole”.
Con un sospiro il Governatore riformulò la sua richiesta: “Perdonate il mio Capitano, ma per cortesia rispondete”. Continuò poi, abbassando il capo: ”Ho tre quesiti. Come posso non essere mai sconfitto, cosa devo fare per vincere e in ultimo come devo comportarmi con il mio nemico. Parlate ve ne prego”.

Pin-Nao con voce profonda e ispirata disse: “Chi non contende non può essere sconfitto”, e aggiunse, “Evitare è meglio che combattere, bloccare è meglio che colpire, colpire e meglio che storpiare, storpiare è meglio che uccidere.
Solo alla morte non è possibile porre rimedio.
Ricorda…Sopra ogni cosa è vincere senza lottare, così si compie la Via.”.

Dopo una pausa, il Supremo, riprese: “ Prima di tutto avvolgi il tuo avversario con il tuo spirito, egli attaccherà, quando tu lo vorrai. Sarai padrone del suo vuoto e del suo pieno, il combattimento inizia molto prima di incrociare le armi”.

Il grande Maestro, ingoiò un boccone e parlò ancora a bocca piena: “La tigre nascosta nell’erba alta triplica la sua forza. Nulla deve rivelare il tuo attacco, nascondi i tuoi intenti anche a te stesso, agisci come se tutto fosse già stato fatto. La mente comanda sul corpo, ma il respiro comanda sulla mente...Quindi realizza. Da ultimo con il nemico sii risoluto, ma non essere crudele".

Sulla compagine cadde un silenzio pesante.

Pi-Nin si mordeva nervosamente la manica della veste, presagendo la fine, ma così non fu.

Il Governatore si alzò e disse compiaciuto: “Grande Pin-Nao io vi ringrazio dei preziosi segreti ai quali mi avete addotto”.
Il Maestro con un sorriso sornione lo interruppe: “Prima però Governatore metteteli in pratica un poco, magari con il vostro seguito di soldati, nella vicina foresta dell’Eterno Sudore. Poi tornate da me e vi darò il mio parere”.
Congedò così i suoi ospiti Pin-Nao, facendo seguire il suo commiato con un rutto maestoso (probabilmente dovuto al gran numero di ravioli al vapore che aveva mangiato) che scarmigliò un poco l’acconciatura dell'alto dignitario.
Gli ospiti erano ormai sulla soglia quando la voce tonante del grande taumaturgo li raggiunse: “Vostra moglie lasciatela qui. Ho colto uno scompenso in un suo meridiano che devo guarire”.
Il governatore si inchinò riconoscente e si allontanò nella foresta dell’Eterno Sudore per l'allenamento.

Pin-Nao posò il suo sguardo profondo ed ammaliatore negli occhi della giovane nobildonna e con voce dolce e musicale, come melodia d'arpa Birmana nella notte, disse: “Vieni piccola, ti mostrerò la mia collezione di incensi profumati”.
La donna semplicemente sorrise e squittì: “Volentieri, Glande Maestro”.
Si appartarono insieme per alcune ore.

Quando ritornò il Governatore con le sue guardie si esibì in una dimostrazione che il Maestro, magnanimo, giudicò pregevole.
La carovana riprese infine il suo viaggio diretto alla città di Chou sede del governo imperiale.

“Che simpatico vecchietto, proprio un grande saggio”, pensò il Governatore dondolando nella portantina. Il suo sguardo si posò distrattamente sulla sua bella consorte che guardava lontano con uno strano sorriso estatico che non ricordava di aver mai veduto.
Scrollò le spalle Ko-Hur-Nut, pensando fra se e se: “Le donne! Non capiranno mai un cazzo di Yin e neanche di Yang”, poi non ci fece più caso.

venerdì 19 settembre 2008

Censire il vuoto


Nel quarto secolo avanti Cristo, nell’anno del Bufalo, durante il regno della dinastia Chou, fu fatto il censimento dei sudditi del Celeste Impero.
Pin-Nao, e il fedele allievo Pi-Nin si recarono quindi all’ufficio del funzionario dell’Imperatore per la registrazione.

“Chi sei”, chiese il governativo rivolto al grande Maestro Taoista.

“Non lo so”, rispose il Sommo.

“Come!? Ma non ti conosci?”, inquisì spazientito l’impiegato.

“Appunto perché mi conosco molto...Posso dire che non so chi sono”, disse pacato il Monaco.

“Insomma chi sono che viene così?”, gridò l’uomo da dietro la scrivania, posando lo sguardo ora sul Divino, ora sull'allievo.

“Io non posso saperlo, ma il bue e il tasso certo lo sanno”, rispose Pin-Nao con un ruggito.

Solo l’intervento pacificatore di Pi-Nin scongiurò un massacro con le guardie accorse in soccorso del funzionario.

giovedì 18 settembre 2008

Premessa

Durante la mia adolescenza seguii la mia famiglia emigrata per un certo periodo in Cina.
Le malelingue dicono che il motivo è da ricercarsi nel fatto che il mio onorevole padre avesse dei malintesi con il fisco italiano, ma io non vi ho mai creduto.
Mi ritrovai così catapultato in un mondo orientale sconosciuto, ma ricco di saggezza e meraviglie.

Vivevamo in un remoto villaggio del nord dove i miei genitori avevano aperto un ristorante cinese...A mio padre piacevano le sfide.
Io invece ero libero dagli impegni scolastici. Così gironzolando per le campagne feci amicizia casualmente con un monaco taoista, il suo nome era: Pai-Mei.

Questo ieratico personaggio di età indefinita era il depositario di una sapienza antica. Egli mi prese a ben volere e mi istruì ai segreti della temibile setta del Loto Bianco alla quale apparteneva.
Mi addestrò con severità inflessibile alle arti mortali del combattimento e sopra ogni cosa alla conoscenza della mente e del respiro.
Ahimè! Con scarsi risultati a causa della mia indolenza, ma questa è un'altra storia.

Una volta gli chiesi il senso della pratica marziale ed egli mi disse: "Essere più tranquilli per saper morire".
Questa frase mi piacque molto. E' da allora che non ho mai trascurato la disciplina del corpo e della mente, lottando con i miei demoni ed a volte riuscendo a diventarne amico.

Il mio Maestro spesso mi parlava di una figura mitica: il maestro Pin-Nao.
Questo sublime cultore della Via era vissuto in tempo molto remoto conducendo una vita straordinaria come monaco errante ed aveva lasciato una preziosa eredità: un libro segreto.
Quando tornai in Europa, dopo molti anni, Pai-Mei, con grande generosità me ne fece dono, ora lo conservo come una reliquia vicino al videoregistratore in sala.

Il libro è solo parzialmente leggibile, scritto su carta di riso.

E' naturalmente una copia di una copia, di una copia, ma la linea di trasmissione è rimasta pura, almeno così mi disse Pai-Mei.
In questa raccolta di aforismi e di avventure del grande saggio e del suo allievo/nipote Pi-Nin, vi è una saggezza che va colta oltre le situazioni e le parole.
Immeritatamente mi appresto a tradurlo dal Manciù arcaico in italiano e pubblicarlo da principiante quale sono.

Per il lettore ho un'inidicazione: la presentazione delle storie in più capitoli vanno lette come una pergamena dall'alto verso il basso, mentre le traduzioni successive come normali post che sono usualmente pubblicati in ordine temporale.

Mi scuso anticipatamente per gli errori di traslitterazione.

mercoledì 17 settembre 2008

Pin-Nao alla corte del Sultano -Parte I-


Il Maestro Pin-Nao un giorno venne invitato dal Visir del Sultano Onan alla corte Ottomana.
Dopo un lungo viaggio a dorso di cammello oltre il deserto del Gobi sino alle estreme propaggini del medioriente giunse, insieme al fedele Pi-Nin, al palazzo delle Mille e Una Notte.
 
La reggia, di inusitata bellezza, si stagliava sul rosso delle sabbie infuocate con le sue guglie e le mura bianche come neve, togliendo il fiato anche al viaggiatore più disincantato.
Quivi, il Grande Maestro e il servile nipote, avutone accesso, fra gli arazzi ed i tappeti del palazzo, furono addotti con tutti gli onori al grande harem e conobbero così le favorite del Sultano.

Fra tutte le bellissime spiccava in fascino e femminilità la grande danzatrice dei sette veli: la meravigliosa Oladà-o-lisca, Sherazade.
Detta anche colei che erige i minareti al solo passaggio.
 
Inutile dire che Pi-Nin non toglieva mai le mani dalle tasche in questa apoteosi di estrogena compagnia.
Forse in ossequio al Sultano Onan o forse solamente perchè era lento di cervello, ma svelto di mano.

Pin-Nao invece, con il drago marmorizzato viveva il presente in perfetta armonia col suo grande Tao, conscio altresì delle orribili torture alle quali sarebbe incorso, se mai avesse violato, anche una soltanto delle meravigliose femmine del Sultano.
 
Le notti arabe trascorsero, calde e serene, sotto un manto di stelle mai vedute prima.
Poi in una di queste occorse l'inaspettato.

Continua...

Pin-Nao alla corte del Sultano -Parte II-


Pin-Nao era intento al riposo tantrico.
Nulla era rivelatrice di tale pratica interiore, tranne una vistosa protuberanza pubalgica che si stagliava oltre il profilo delle lenzuola e dei broccati finissimi che lo avvolgevano.
Il suo "Chi" guerriero però lo avvisò di una presenza destandolo in un nanosecondo.
Lenta e sinuosa una dama dell'harem stava scivolando vicino al suo letto.

Ratto il maestro l'afferrò per la collottola e l'apostrofò soave con la sua voce flautata: "Che cazzo vuoi?"
La giovine, sapientemente discinta si gettò carponi e squittì: "La Signoria Vostra è invitata nell'harem. Stanotte la prediletta del Sultano non riesce a dormire e si dice che ella conosca modi piacevoli per far passare le lunghe notti insonni".
Dicendo ciò l'ancella guardò virginalmete a terra, ma lasciò scorrere verso il basso la spallina che sosteneva il corpetto. Scoprendo così di poco, ma oltre la decenza, la piega fra i seni grandi e perfetti.Pin- Nao grugnì.
Segno inecquivocabole di accondiscendenza.

"Ho bisogno però del mio fido nipote Pi-Nin come collaboratore", disse rivolto alla pulzella, la quale risollevato lo sguardo, non staccava gli occhi dal Drago Pulsante del risvegliato.
Egli indossava solo un paio di pantaloni di seta bianca, ora accorciatisi notevolmente.
"Ogni suo desiderio verrà esudito, Glande Maestro", disse la lasciva con un guizzar di lingua fra i denti bianchi come perle Akoya giapponesi.
Lui non rispose se non con un sospiro baritonale, ma una goccia di sudore scivolò lungo la sua fronte, raccontando di quanto sforzo gli richiedesse non cedere al proibito.

I lunghi e lignei corridoi della reggia fecero eco ai passi felpati dei tre figuranti, diretti alle porte dell'harem.
"Dove andiamo maestro?", chiese Pi-Nin che come suo solito non capiva una cippa di minchia.
"Taci e cammina, questa notte è foriera di novità", eruppe scostante Pin-Nao.
"Ma io dormivo, o saggio, sognavo Poun-Pin", protestò quella anima bonsai di Pi-Nin.
Pin-Nao, rapido come minzione di tigre, affibbiò all'allievo un tremendo scappellotto, facendolo ribaltare su se stesso di 360° in un prefetto "turnè".

Poi finalmente giunti, le porte del paradiso si aprirono ai loro occhi attoniti.

Continua...

Pin-Nao alla corte del Sultano -Parte III-


La sala era ampia, avvolta nella penombra della notte araba.
Dalle grandi arcate filtrava insieme alla luce delle stelle una leggera brezza che scostava pigramente le tende di organza multicolore e che donavano intimità al vasto salone.
Mobili di squisita fattura, arazzi e tappeti antichi di lana e seta, impreziosivano l'ambiente.
Punteggiavano poi gli angoli e i divani, come fiori primaverili, cuscini colorati e ricamati al modo orientale.
Disposti sui tavoli bassi di legno finemente intarsiato , piatti di frutta esotica e bottiglie di cristallo veneziano che contenevano ogni genere di bevanda, dalla menta aromatica delle Indie al latte di mandorle Siciliane, dal succo del cedro ialino sino anche alla liquirizia di Damasco.

Il cibo e le bevande parevano essere li ad aspettare di soddisfare ogni desiderio del palato.

Permeava ovunque una lontana melodia che profumava l’aria.
Pin-Nao, nonostante fosse uomo non estraneo al lusso ed alla raffinatezza, trasalì per un attimo a tale vista, come di sogno incantato.
Pi-Nin invece non staccava gli occhi dai glutei formosi e perfetti della loro accompagnatrice, umettandosi in maniera oscena e compulsiva il labbro sinistro.
Il maestro gli rivolse uno sguardo di commiserazione e il proto-umano né provò giusta vergogna.

Sedute o sdraiate nei modi più diversi, vestite solo di poche e preziose stoffe, si trovavano un pò ovunque le dame dell’harem.
Bellissime tutte, e tutte differenti per: razza, colore e forma. Vi erano alcune more dalla pelle di luna, altre biondissime origilnarie degli Urali, perfino donne dell'Africa con la pelle d’ebano che parevano scolpite, tanto era la perfezione del loro corpo.
Non mancavano le orientali e mai Pin-Nao nella sua vita ne aveva vedute di così belle, anche nella natia Cina.
Tutte però, erano accomunate dal fascino e dallo splendore che solo la Natura può donare e la gioventù esaltare.
Erano circa una cinquantina di donne che osservavano, silenti e sorridenti, il Saggio e il suo allievo.
L’atmosfera era satura di femminilità e lussuria inespressa.

Pareva di muoversi in un lago caldo posto al centro del ventre della madre terra.
Pin-Nao si inchinò alla foggia mediorientale salutandole, ma le parole che stavano facendo seguito al gesto gli morirono in bocca alla vista di Lei.

Sherazade, la grande O-la-dà-o-lisca procedeva seminuda fra due ali di compagne che si scostavano al suo passaggio e parevano sparire al suo procedere come l’ombra si ritrae di fronte al sole.
Scalza, camminava lentamente con quei piedi perfetti, le gambe dritte e tornite, i fianchi sinuosi che parevano disegnati per l’amore, il ventre piatto e il seno florido. Il corpo di lei emanava un’energia felina, ma era nulla paragonato al viso, che pareva un sortilegio fatto per ogni uomo che avesse solo posato lo sguardo su tanta femminilità.

Occhi blu da gatta, misteriosi e indagatori, si stagliavano su un viso perfetto contornato da una cascata di capelli neri con riflessi color cobalto.
Ella posò il suo sguardo profondo prima sul Maestro e poi, accompagnandolo con un lieve sorriso benevolo, sul giovane Pi-Nin.
Anche la musica tacque in quel momento di studio e seduzione silente.
Occhi negli occhi, Pin-Nao e Sherazade si fronteggiavano come due guerrieri rispettosi della forza dell’altro, forza della Natura certamente e del mistero che rende unici un uomo e una donna intessendoli di magia.

Lei gli porse la mano bianca e curata.
Pin-Nao la baciò sfiorandone appena il dorso morbido come pesca noce, un leggero effluvio di mirra inebriò il Sommo che fu attraversato da un brivido lungo la schiena di magnitudo sette di intensità.
Il quadro idilliaco però venne inaspettatamente sciupato dalla comparsa di un omone grasso e sudato.
Nulla infatti poteva accadere nell'harem senza che il perfido eunuco De Pretis non ne venisse a conoscenza.
Egli era l'occhio e l'orecchio del Sultano Onan (non potendo essere altro per ovvie ragioni).

Pi-Nin non visto strabuzzò gli occhi e si tocco i gioielli come segno scaramantico.

Continua…

Pin-Nao alla corte del Sultano -Parte IV-


Sotto l’occhio indagatore dell’eunuco De Pretis si tesse l’ordito di questa notte che segnò in maniera indelebile la memoria del Maestro Pin-Nao e del suo allievo Pi-Nin.

In cerca di un poco di intimità Sherazade li accompagnò entrambi dietro un piccolo paravento e con voce carezzevole e dolcissima, disse: “Glande Maestro, le vostre doti sono giunte fino a questo Harem inviolabile nel palazzo delle Mille e una Notte. In questa tarda serata io e le mie compagne non riusciamo a dormire, intratteneteci ve ne prego con un gioco”.

Pin-Nao la guardò negli occhi e per un attimo si perse nel loro blu profondo come il mar della Cina prima della tempesta. Poi parlò come suo costume risoluto: “Mi è impossibile esprimermi liberamente con il perfido eunuco che ci sorveglia, o diletta principessa”.
Dopo una pausa sapiente continuò: “Se volete posso eliminare l’incomodo e dar vita al giuoco, aspetto un vostro cenno, mia Dea fatata”.
Sherazade batte le mani per la gioia: "Volesse il destino che fossimo tutte liberate per una notte dal sordido eunuco. Egli ci scruta anche nell’intimità dei bagni, pensate o saggio, quando siamo tutte nude…Avete il mio permesso, bel cavaliere dagli occhi a mandorla”

Ratto Pin-Nao si voltò verso il nipote e parlò: “Pi-Nin, hai con te le freccette e la "Fukumibari", la cerbottana ninja che ti diedi prima di partire?”
“Certo Maestro”, disse Pi-Nin esibendosi in un salto mortale assolutamente inutile, ma di grande pregnanza scenica.
“Le porto meco sempre, anche durante l’evacuazione quotidiana mio signore. La canna mi sostiene e le freccette avvelenate mi fanno la giusta paura che favorisce la mia regolarità”, concluse Pi-Nin inchinandosi.
“Umpf!”, Brontolò il sommo, “Colpisci l’eunuco con un dardo, mentre lo distraggo. Mi raccomando! Faccio affidamento sulla tua mira impareggiabile”.
“Yawoll!” disse Pi-Nin che masticava un poco di tedesco.

Appostatosi a distanza di 20 passi, lo scimmiesco allievo si inerpicò su una colonna lignea fin quasi al soffitto, e da quella posizione attese il cenno convenuto per scagliare il proietto soporifero, imbevuto di curaro cinese misto alla polvere del temibile fungo Fugurai che obnubilava la memoria.
Con la sua abituale calma Pin-Nao si avvicinò al grasso eunuco e lo distrasse con un'ardita conversazione ricca di aneddoti relativa alla migrazione delle cavallette.
Nel contempo, non visto, si accarezzò la folta chioma come segnale per Pi-Nin, ma quel anima bonsai come suo solito era distratto. Dalla sua posizione sopraelevata scrutava i “decolté” delle procaci donzelle dell’harem invece di tener d’occhio Pin-Nao che dovette ripetere molte volte il gesto, suscitando il sospetto nel guardiano che l’apostrofò malevolo: “Oh grullo! O’che tu c’hai li pitocchi?”.

Proprio in quel momento Pi-Nin soffio nella cerbottana e scagliò rapido come un rutto di Drago il proietto avvelenato. Forse a causa dell’erezione che lo distanziava ritmicamente dalla colonna il tapino sbagliò bersaglio.
La freccia si conficcò nella fronte del Maestro che, solitamente imperturbabile, si abbandonò in quel frangente ad ogni genere di maledizione in tutte le lingue parlate e in quelle morte all'indirizzo del ritardato allievo.

Poi cominciò a sbadigliare.
Il Sommo aveva solo pochi secondi per bere l’antidoto, constante in una miscela segreta di salsa di soya, ginseng e campari soda.
Lo tracannò lesto dalla fiaschetta che portava in tasca e si riprese dal mancamento dopo qualche attimo.
Al secondo tentativo Pi-Nin colpì invece un’odalisca che passava vicino ai due conversatori con un vassoio di frutta secca, la quale stramazzo a terra come un leopardo narcolessico.
De Pretis insospettendosi sempre di più cominciava a dar segni di nervosismo. Avrebbe chiamato certamente le guardie se al terzo tentativo la freccia di Pi-Nin non fosse giunta finalmente a segno.
E così fu. L’eunuco, dopo pochi istanti, cadde a terra emanando una flatulenza da ippopotamo che modificò il microclima circostante per circa otto minuti.

Sceso dalla colonna con un salto Pi-Nin si gettò a terra ai piedi del suo ieratico Maestro.
“Chiedo scusa, divino, ma la natura mi ha impedito di giunger subito a segno”.
“Non preoccuparti, figliolo” proferì benevolo il Saggio con voce rassicurante e lo aiutò a rialzarsi.
“Grazie!” disse l’allievo incredulo e così facendo abbassò la guardia.
Si avvide troppo tardi della terribile botta elargita dal grande Monaco.
Il colpo, detto “il pugno tonante della scrofa grufolante”, lo raggiunse al petto rompendogli almeno tre chackra.
Rianimatosi dopo una secchiata di acqua gelida il nipote poté comunque partecipare al gioco con i rimanenti chackra ancora funzionanti, specie i due più importanti detti “I kiwi del paradiso”.

“Il più è fatto ora comincia il divertimento”, affermò sfregandosi le mani Pin-Nao e con continuità spiegò le regole del gioco.
“Questo gioco cinese si chiama: il salto della quaglia. Le ragazze si spoglino e si mettano carponi, io e Pi-Nin vi salteremo sopra, se si sbaglia il salto infilzando la compagna di gioco si paga pegno”, così dicendo Pin-Nao si liberò in un attimo dei vestiti lasciando gli astanti stupificati alla vista del drago dall’occhio solo già perfettamente totemizzato.
“Evviva” dissero in coro le giovani liberandosi a loro volta dei veli e ponendosi nella posizione prescritta, detta anche: "alla traditora".

Fu un’apoteosi.
Pin-Nao salmodiava un mantra segreto: “Son di Salò sul più bello me ne vò”, così recitando saltava e montava come un bufalo cafro infoiato.
Pi-Nin dal canto suo, dopo un po’, ebbe i primi segni di cedimento e riuscì a fare quello che poteva per star dietro al maestro con i suoi due chakra ormai sgonfi.
Anche Sherazade partecipò giuliva approfittando contemporaneamente del vigoroso Monaco e del molliccio assistente, quest'ultimo canticchiava nel mentre: “Con la lingua e con il dito, non son ancor finito”.

Giunta l’alba i due si ritirarono in buon ordine nella loro stanza.
De Pretis invece si svegliò con un tremendo mal di testa, dimentico dell’accaduto, ma con un fastidioso bruciore alle terga.

Prima di addormentarsi Pin-Nao si rivolse al nipote: “Pi-Nin, l’eunuco potevi evitarlo”.
“Scusi maestro”, disse il protoumano, “Nella foga del gioco ho fatto pagar pegno anche al guardiano…”
Il buffetto lezioso di Pin-Nao mise fine al rimbrotto: “Ora dormi, ominide, e non peccare più. Domani si torna a casa, appresta i bagagli di buona ora e svegliami alla mezza”.
“Oui, Maitré!”, disse Pi-Nin che masticava anche un po’ di francese.

Nella stanza calò il sipario pesante di un sonno soddisfatto.

Il destino aveva seguito il suo svolgersi così come è scritto nel Tao Te King: “Compiuto il compito ritirarsi, questa è la Via del Cielo”.

Tratto da: I viaggi di Pin-Nao con suo nipote (IV sec. A.C.)

Afrorismi



Quando il Drago dall'occhio solo trova l'ingresso alla Porta di Giada,
allora Cielo e Terra di incontrano...Porca puttana!

Pin-Nao monaco Taoista, IV sec. A.C.

martedì 16 settembre 2008

Afrorismi II


"Maestro, com'è la Donna?"Chiese contrito Pi-Nin.

"Non badare alla sua parola!", disse Pin-Nao risoluto, scrutando il cielo sempiterno.

"Ed allora?", di rimando chiese ancora Pi-Nin.

"Oscultane il petto parlando al suo cuore e assaporane la rugiada dal cancello dei sette piaceri cogliendone i segreti del corpo.

In ultimo questa è la Via...Vacca troia ti devo dire sempre tutto!"


Tratto da: I dialoghi di Pin-Nao con suo nipote, IV sec. A.C.

Afrorismi III


Pi-Nin supplice chiese consiglio.

"Maestro una dama della casa di piacere
"Le Paga-gode" vuole 1.000 pezzi d'argento per dischiudere il suo giardino di Cinabro, che faccio?"

Pin-Nao ristette pensoso accarezzando la sua lunga barba bianca, poi sentenziò: "Il prezzo è l'incontro fra domanda ed offerta".

Pi-Nin, come suo solito non capendo un cazzo, chiese ancora spiegazioni guardandosi imbarazzato i piedi: "Allora, o sommo, son pochi o son tanti?"

Pin-Nao lo guardò con occhi di brace e sibilò:
"Non è importante la risposta ma la domanda!"
e Pi-Nin: "Non capisco Maestro!"

Quindi il Maestro si esibì in un calcio volante carpiato e sparì svolazzando fra i rami alti degli alberi.
"Maestro! Maestro!! ", gridava querulo l'allievo.

Allora Pin-Nao mentre si allontanava chiosò con voce tonante: "Ma vaffanculo Pi-Nin!".
Ed intorno nella foresta si fece quiete per molto tempo.

Tratto da: I Dialoghi di Pin-Nao con suo nipote (IV sec. A.C.).

mercoledì 10 settembre 2008

Afrorismi IV


Un giorno il Maestro Pin-Nao della setta del Loto Bianco (che più bianco non si può) camminava sul sentiero delle foglie cadute, pensando ai massimi sistemi.

Sull'altro versante vide arrivare il sommo sacerdote De Pretis della temibile setta del Finocchietto Selvatico.
Il sacerdote era accompagnato dalla giovane figliola, bellissima e di squisita modestia, la verginale Poun-Pin.

Dopo un breve inchino Pin-Nao raccontò al De Pretis la seguente leggenda: "Ove cade l'arcobaleno ivi si trova una pentola piena di pezzi d'oro".
Il gran sacerdote, disse: "Or ora vidi un arcobaleno nel cielo punteggiato dalle nuvole, mi assento per un poco onde verificar la veridicità della leggenda.
La prego nobile Maestro di far da scorta alla mia illibata figliola".

Pin-Nao acconsentì con un profondo e rispettoso inchino.

Mentre si allontanava dal sentiero delle foglie cadute, De Pretis udì strani e acuti mugolii provenire da tergo alternati a grugniti baritonali, ma non ci fece caso...Aveva un tesoro da cercare.

Tratto da: Vita di Pin-Nao (IV sec. A.C.)

venerdì 29 agosto 2008

Welcome to Mars part I


Se mai un giorno un uomo potrà incontrare una razza aliena tecnologicamente sviluppata, ma con usi e costumi diversissimi dai propri, molto probabilmente proverà le stesse sensazioni che al viaggiatore attento possono accadere visitando il paese del Sol Levante.
Non è solo dall’altra parte del mondo, non è solo perché vivono a testa in giù come si pensava anticamente, ma semplicemente perché il Giappone è un meraviglioso mondo alla rovescia.

Dodici ore di aereo, 10.000 km, sette ore di fuso orario di differenza ed eccomi all’aeroporto Narita di Tokyo.

Un tubo collegato direttamente alla carlinga del 747 mi immette nello spazio porto, segue con continuità una sensazione di disorientamento, dall’atmosfera pressurizzata dell’aereo alle luci eternamente accese degli ampi corridoi che portano all’uscita. Distese di moquette grigio a perdita d’occhio fanno da contorno a tapis roulant in movimento. Stranisco, mentre annunci in lingua sconosciuta fanno eco nelle mie orecchie.

Sono in un perfetto mondo di plastica.


“Welcome to Japan”, recita gentile attendendomi all’uscita degli arrivi internazionali il mio anfitrione: Kitaro. D'ora in avanti semplicemente K, come suo costume gentile, molto gentile, tremendamente gentile. Qui è tutto gentile, molto gentile, tremendamente gentile.

L’aeroporto è a due ore di treno (Japan Rail Line) dalla città, ma non è la nostra prima destinazione.
K, ha pensato bene di portarmi a Hakone, località termale a "solo" 350 km dalla grande metropoli, ma ancora due ore di treno e un’ora di autobus non mi aiutano a riprendermi dal viaggio e dal jet lag che mi torturerà per tutta la mia permanenza, solo che io ancora non lo so.
Non chiedetemi cosa ho fatto durante questo primo viaggio, mentre prendo il famoso treno proiettile "Shinkansen" che corre a 250 km orari. Sono così sotto sopra che non mi rendo quasi conto di arrivare alla fermata d’autobus necessario all'ultima tratta di questa giornata che sembra non finire mai. Salgo e mi accomodo su questi sedili a misura di nano, poi finalmente si parte, inerpicandoci sulla montagna tra le curve bagnate di pioggia.
Il Palace Hotel di Hakone mi appare come una terra promessa.

E’ nel “sento”, il bagno termale dell’albergo, che comincio a riprendere vita come una pianta di basilico dopo una copiosa innaffiata.
Nella vasca caldissima si entra già puliti e lavati, quindi lascio la vestaglia tradizionale cortesemente fornita dell’albergo ed ecco che mi ritrovo tutto nudo in mezzo a un gruppetto di giapponesi piccoli rispetto alla mia altezza e mi faccio la doccia seduto su un microscopico sgabello. Appollaiato mi lavo con un microasciugamano in posizione “rannicchiata” fino a che sono mondato da ogni traccia del viaggio e posso gustare le vasche di acqua calda.
Una grande al coperto e una sotto una pagoda di legno all’aperto fra il gorgoglio delle cascatelle tra i sassi e il verde della vegetazione che fa da paravento a questo momento di autentico relax.
Il silenzio è totale.
Nel “sento” non si parla, e cosa mai potrei dire? Conosco solo poche parole di questa lingua strana che ha cinque alfabeti diversi per dire la stessa cosa.

Trascorro una notte ed un giorno a Hakone nella attesa di poter vedere il monte Fuji che invece si nasconde timido dietro una coltre di nuvole. La temperatura fuori dell’albergo è intorno ai 28°, ma l’umidità supera il 90% scoraggiando qualsiasi velleità podistica. In compenso all’interno l’aria condizionata mantiene una temperatura polare di 18°, cosa normale in Giappone, notoriamente abitata da persone immuni alla polmonite.
Il Fuji-Hama non si concede facilmente, come tutto in questo paese.

Il massimo dell’arte giapponese si realizza nel far apparire naturale una cosa creata con infinita cura e lavoro, questa già la dice lunga sulla mente di questo paese.
Niente è mai semplice, diretto, palese, ogni cosa va cercata, capita, conquistata forse sofferta.
Il profumo della sofferenza: intesa come dedizione, dono, forse esercizio di virtù non mi abbandoneranno per tutto il mio viaggio, ma come ho detto prima, questo ancora non posso saperlo mentre mi gusto la mia prima sublime e luculliana cena.

La prima di molti e diversissimi pranzi che mi faranno ampliare notevolmente le idee sulla cucina giapponese, gereralmente nel nostro paese non molto varia.
La mia abilità con gli hashi (le bacchette) riscuote molto successo da parte di K che non conosceva il mio lungo e costosissimo training presso i ristoranti jap di Milano.
Domani partiremo per Tokyo, dove mi aspetta un nuovo mondo come in un gioco continuo di scatole cinesi, quando credi di aver capito...Capisci che non hai capito.
Prima però mi attende una traversata fluviale sul lago Ashi o come dicono i giapponesi: Ashi-no-ko.
Per giungere al lago bisogna attraversare un parco molto bello, ma tremendamente umido che illuminato da un inaspettato sole riesce a far evaporare le mie energie con incredibile rapidità.


Arrivo stremato all’imbarco e mentre attendo il mio turno mi addormento per qualche attimo su una panchina sotto i rami di questi alberi così diversi da quelli a cui sono abituato.
Ora ci si imbarca su queste navi per turisti decisamente Kitsch, fedeli repliche di galeoni spagnoli oppure di battelli americani a ruota in un trionfo di plastica che non contamina però la bellezza del paesaggio.



Concludiamo la visita raggiungendo un santuario Shinto nascosto nella montagna vicino all'ultimo molo della parte opposta del grande lago. E' decisamente bello, dove trovo un "dojo" dove si pratica la millenaria arte del tiro con l'arco (Kyu-Do).
Pare per un attimo di tornare ai tempi del giappone feudale.

E' un regalo che sorprende proprio come una carezza dopo una discussione estenuante.


Continua...

giovedì 28 agosto 2008

Welcome to Mars part II


Immaginate di poter diventare un ape e volare all’interno di un alveare sconosciuto.
Fra le migliaia di api come voi, si aprono alla vostra vista, spazi infiniti e costruzioni di inaudita complessità.

Ecco che Tokyo nelle prime ombre della sera si presenta in abito lungo, fra le luci multicolore e i grattaceli di sessanta piani che mi guardano curiosi dalle finestre illuminate.
Il buio arriva inaspettato e rapido in questo angolo del Pacifico. Alle sette di sera in meno di dieci minuti si passa dal tramonto alla notte più nera.
Sono ancora rincoglionito dal jet lag, che fedele come un cane molesto mi perseguita ed appena mi fermo si erotizza sul mio ginocchio nonostante i miei insulti. Procedo comunque insieme a K uscendo dalla metropolitana di "Ginza Station", per una passeggiata nel quartiere della moda e dei locali fashion: Ginza, appunto.
Il cambio di fuso orario mi regala un sonno insopportabile mentre intorno a me tutto si muove.
Condannato a pinneggiare instancabilmente come uno squalo, altrimenti muoio di sonno nel più grande agglomerato urbano del mondo.
La città invece non dorme mai, molti negozi sono sempre aperti, si può cenare in un ristorante alle cinque del mattino oppure tagliarsi i capelli da un coiffeur trandy, a volte le due cose le si possono fare nello stesso palazzo. Infatti non esiste piano regolatore e può capitare che un uscita della metropolitana porti direttamente in negozio o che saliti al primo piano di un palazzo residenziale ci sia un laboratorio di artigianato tradizionale accanto ad un dentista e poco più avanti un piano bar. E’ imperativo leggere le scritte (in ideogrammi) per trovare ciò che si cerca all’interno di un condominio.
Giusto per complicare le cose le vie non hanno nome (tranne le grosse arterie denominate Dori) e non esiste la numerazione per gli stabili civici. Ogni quartiere ha una numerazione concentrica e crescente per dividere i blocchi abitativi e lavorativi, ma può capitare che un indirizzo sia semplicemente indicato su una lettera come: "12-11-7, Al terzo piano della casa rossa vicino al dentista affianco all'edicola". Pare impossibile ma tutto funziona ugualmente. Spesso si gira con cartine fatte a mano che si possono consultare e confrontare vicendevolmente con gli occasionali dispersi al modo di naufraghi educati.


Ovunque si può trovare una sala di “pacinko”, il gioco d’azzardo nazionale, ufficialmente vietato, ma che quasi tutti praticano. Non chiedete comunque a nessun giapponese se ci gioca... Non lo ammetterebbe mai.
Il “pacinko” è misto fra un flipper verticale e una slot machine. Entro per curiosità in uno di questi santuari del divertimento, a volte disposti su piani diversi ed è un delirio di rumori assordanti, in confronto la strada a sei corsie di Ginza-Dori pare un monastero benedettino.

Immersi in un fumo di sigaretta stagnante decine di giocatori introducono biglie d’acciaio colorate e scelgono combinazioni complicate come un papiro egizio nella speranza di un guadagno facile. Spesso si perde ed a volte si vince, ma non pensate che la cosa sia semplice: si vincono altre palline che arrivano consegnate da solerti impiegati in grosse scatole colorate. A volte impilate una sull’altra per le vincite più fortunate. Alla cassa non vengono dati soldi, ma si vincono piccoli pupazzetti che poi, una volta usciti dalla sala vengono scambiati in un locale piccolo e anonimo, spesso nelle vicinanze a qualche decina di metri di distanza, per yen sonanti.

L’apparenza è salva, come vuole la regola della casa nipponica.
La vita a Tokyo viaggia su due binari paralleli che non si incontrano mai.
Un binario è la vita sociale, l’altro è quella privata: questi due fratelli non si parlano, ma nemmeno si somigliano.

In tutta la città è vietato fumare quasi ovunque, anche in strada. Su tredici milioni di residenti ci sono almeno cinque milioni di fumatori a Tokyo che sembrano non esistano. Fatto salvo ritrovarli a piccoli gruppi in un angolo nascosto dedicato a loro con i posacenere disposti attorno a questa area del vizio come piccoli altari votivi.
L’alternativa è andare al ristornate o in un bar dove è invece permesso intossicare il proprio vicino.

A proposito di bar, credo di aver trovato il bar più piccolo del mondo, solo venti centimetri separano il bancone dalla porta di ingresso. Gli avventori intrepidi possono bere, ma non alzare il gomito per ovvie ragioni di spazio. E' un nulla in confronto al brivido di sfidare impunemente qulunque regolamento sanitario ed edilizio.



Nella città non ci sono cestini, ma le strade sono comunque pulite. Se amate le contraddizioni il Giappone è fatto per voi.
Fissare una bella ragazza è considerato sconveniente, ma può accadere di vedere un buon padre di famiglia leggere un “manga” nella metropolitana dove scene di sesso esplicito vengono disegnate magari in ambientazioni sado-maso, senza che la cosa desti nessun tipo di problema.

Trovate ogni cento metri un distributore di bevande, ma se decidete di allontarvi da i bidoni di raccolta differenziata spesso dovrete portarvi la bottiglia di plastica sino a casa.
Questi distributori sono incredibili, credo che esistano non meno di quaranta tipi diversi di bevande analcoliche dispensate da questi congegni. La mia preferita è il latte di soia alla menta con soda Calpis, ma non domandatemi perché. In condizioni normali non la berrei neanche sotto minaccia armata, qui invece complice il clima la trovo gargantuesca.

Il caldo è opprimente, ma è nulla in confronto all’umidità. Per mia fortuna sono talmente preso dalla vista di questa fantasmagoria di palazzi e luci che mi dimentico di sudare.




Procedo con il mio amico fino Mejiro Station dove passerò qualche giorno a casa sua, una villetta insolitamente ampia per gli standard della città. K, mi saluta all’una del mattino: deve andare a lavorare. Comprenderò presto che gli orari lavorativi in Giappone sono più elastici di un paio di mutande rotte. Tutti lavorano a tutte le ore. Comunque per me è arrivato finalmente il momento di dormire.
Peccato che tre ore dopo sia perfettamente sveglio e con una fame atavica che mi attorciglia le viscere. Decido di passeggere per il corridoio e penso con nostalgia alle dormite nelle notti fresche della Versiglia, ma poi mi mi insulto da solo: “Sei il solito provinciale". In un rigurgito di maschio orgoglio grido: "Banzai!" e riprendo indomito a visitare le assi del parquet nel corridoio.

Aspetto paziente che il "cane jet lag" mi addenti, magari un polpaccio, così da tornare in sincronia con il resto del mondo o meglio con questa parte di mondo.

Per ora mi sento come un calzino spaiato mentre vedo l'alba di un nuovo giorno.


Continua...