mercoledì 25 marzo 2026

Il passo della Passera



Questo è il passo della Passera.

La Passera quando passa va presa o non ripasserà. 

Non lo dico io, l'ha detto un vecchio che passava mentre recitava il passo della Passera che quando passa va presa o non ripasserà.

Le donne non lo dicono, i giovani non lo sanno, tutti un giorno lo sapranno. 

E' il passo della Passera che quando passa va presa o non ripasserà.

Non è un esame che lo passa chi ripassa, non è verità.

Non lo dico io, l'ha detto un vecchio che passava, mentre recitava il passo della Passera che quando passa va presa o non ripasserà.

Questo è il passo della Passera. 

Un'unica perla fiammeggiante


Fare finta che la disgrazia non ci abbia colpito non è possibile.

Non la rende digeribile.
Invece far si che questo evento magari infausto porti con se delle novità è in definitiva una trasformazione che ci renderà diversi, forse migliori, è un atteggiamento corretto per vivere la realtà con una nuova prospettiva più ampia.
Questo è il modo di seguire il corso delle cose.
Non opporsi a nulla permettendo che i fatti ci cambino.
Tutto è in trasformazione, perché secondo me non esiste propriamente il Tempo, esiste solo il cambiamento.
Il dolore e la sofferenza provengono da questa opposizione al cambiamento, dal non aderire ad esso qualunque cosa porti con se; Mettendo uno status quo confortevole come valore auspicabile e positivo, mentre il disagio che è invece adattamento al nuovo come negativo.
Non è facile vivere il cambiamento come la vera realtà dell'esistenza, forse l'unica realtà, perché l'essere umano è a proprio agio nella certezza.
Ma la certezza non esiste.
E' un'illusione calmierante, sedativa quasi lisergica. 
La certezza è per sua natura statica, immobile, immodificabile dunque morta. 
La Vita è invece nel moto, nell'armonia di elementi opposti che coesistono e primeggiano momentaneamente alternandosi in questa espressione visibile di un costante movimento.
Vivere dunque la trasformazione propria della vita è seguire il corso naturale delle cose, è la spontanea adesione al divenire.
Nell'induismo esistono tre forze universali, la cosiddetta Trimurti. 
La prima forza è creativa rappresentata dal Dio Brama, la seconda è conservativa cioè operata dalla Divinità Visnù, e infine quella distruttiva: affare del Dio Shiva. 
La distruzione che generalmente è vista in maniera negativa, invece permette il rinnovamento: essere altro. 
Nel Buddismo queste tre forze sono definite come il "Triplice Gioiello" cioè il Buddha, il Sangha e il Dharma. 
Tre forze nel senso di tre moti che permettono di percorrere la Via.
Una Via che i saggi ci dicono non sia una retta ma un cerchio, perché è un'apparente percorrenza che torna all'origine.  
"Ogni cosa è già illuminata" questo per chiarirlo con le parole del Buddha stesso.
Il significato del Triplice Gioiello è molto profondo e non è certo comprensibile con una semplice spiegazione intellettuale, è certamente diverso rispetto ai concetti del induismo pur profondissimi anch'essi, ma in ogni caso l'accento del mio scrivere si pone sulla triplicità di forze che convivono insieme e ricorrono in molte fedi.
E' presente anche nel Cristianesimo con la Trinità.
Nell'Islam con Allah, Maometto e il Corano i tre pilastri della fede mussulmana.

Due parole ancora che pronuncio dichiarando la mia ignoranza nella realizzazione del Triplice Gioiello che avviene e questo lo dicono i testi buddisti, tramite L'ottuplice sentiero, esso richiama (almeno nel numero) alle otto forze di espansione e circolazione dell'Energia nel Qi Gong, le cosiddette otto perle, che si trovano in quella pratica di salute cinese come porte alla circolazione dell'Energia.
Sono otto i trigrammi del I Ching (Il Libro dei Mutamenti) taoista e fanno riferimento ancora a questo particolare numero.

Nel pensiero degli antichi possiamo trovare spunti di saggezza molto interessanti. 
Questo per significare che esistono delle corrispondenze di numeri e principi che si riscontrano in filosofie, religioni e sistemi tra loro diversi.
Gli antichi filosofi greci per esempio, avevano più o meno la stessa visione delle tre forze induiste, la creazione e la distruzione erano opera delle divinità, mentre la conservazione era una necessità umana che grazie alla razionalità e al ragionamento saggio realizzava la conservazione. In buona sostanza i greci antichi dicevano: "Oggi metto da parte ciò che mangerò domani e questo mi permetterà, agli Dei piacendo, di vivere un giorno in più senza patire la fame". Fatto salvo che la morte è certa per tutti ed essa pone il limite ad ogni questione e soprattutto a ogni umana presunzione.
Questo è banalizzando sino all'esasperazione il pensiero greco in sostanza.
Nell'antica Grecia inoltre si pregavano gli Dei non tanto per esaudire i desideri delle persone, perché la realizzazione di quei desideri erano affare dell'uomo, ma per tenere lontano gli Dei dal Mondo materiale. Infatti quando le Divinità scendevano dal Monte Olimpo sulla Terra era il caos, nel senso che gli Dei erano liberi da qualunque vincolo e Legge e così portavano scompiglio nell'ordine cui l'essere umano faceva riferimento per vivere.

Anche nella pratica delle Arti Marziali questa triplicità di forze consente di accedere al Potere cioè alla forza detta: Qi. 
L'espansione e la concentrazione interna favoriscono e attuano l'applicazione, grazie a tre linee di forza con direttrici opposte eppure che si esprimono nel movimento efficace. 
Questo si vede nel Kung Fu migliore, il cui significato tradotto vuole dire: cosa fatta bene. 

Sono moltissimi gli spunti di riflessione che ci mostrano come la percezione umana allargata sia iconoclasta rispetto alle concezioni comuni che distinguono e separano la realtà secondo l'utilità; Ma la Natura è più grande e più saggia dell'Uomo, poiché anche l'essere umano sebbene non lo ritenga, è strumento della Natura.
La Natura è non solo maestra di Vita, ma Vita stessa. 
Noi come specie non solo siamo parte di essa, ma servi di essa, anche se ci riteniamo padroni e questo lo crediamo grazie alla presunzione che acceca l'uomo rendendolo un idiota. 
Vivere il cambiamento anche se è difficile è aprire la porta alla trasformazione che sarà comunque buona e giusta, perché appartiene a forze che ci superano e ispirate da una saggezza superiore (la Natura) che mantiene vivo il nostro pianeta da milioni di anni. 
Alcuni definiscono questa saggezza e questa potenza: Dio; Altri la diversificano in molteplici Divinità, altri ancora la unificano nel cosiddetto Tao, oppure la colgono tramiti gli Spiriti e attraverso forze primordiali e ancestrali.
 
Anche nella scienza Fisica si riscontra che sono tre le forze che generano il moto circolare.
Il tre è un numero che chi ha una propensione per la magia definirebbe magico appunto.
Come il sette. Mentre l'otto esprime espansione e grandezza.
Il Dieci talvolta è considerato il numero di Dio e si evince come forma di perfezione nella piramide pitagorica composta da dieci punti. Sebbene l'idea di perfezione è solo umana è comunque intimamente legata alla Divinità.
Trovo interessante notare che il cerchio è sin dai primordi dell'umanità rappresentativo di un principio universale come di fatto lo è la spirale reperibile nei più antichi glifi rupestri. 
Il Mistero parla con numeri e geometrie.
Sin dai primi giorni dell'umanità vi è stata un'attrazione quasi ossessiva dell'essere umano verso il cerchio, la spirale e la sfera. Sono forme che ispirano la ciclicità e paiono indicare una sorta di moto perpetuo.
Nel cerchio i punti lungo la sua circonferenza sono equidistanti dal centro e come tutti sappiamo il rapporto tra la circonferenza e il raggio determina un numero particolarissimo: il Pi Greco.
Si trova negli antichi racconti che la Tavola Rotonda tanto per fare un altro esempio, dove sedevano i Cavalieri, cioè uomini pari tra loro, aveva e rappresentava questo significato di eguaglianza.
Nel cerchio sembra esistere una sorta di moto armonico conchiuso in sé che basta a sé stesso. Ha una completezza unica.
In alcune culture la forma dell'anima è quella di un uovo, quasi una sfera cioè un cerchio in tre dimensioni, ed è la forma più vicina all'ossessione umana della perfezione (semmai esiste) una cosa che trovo divertentissima, perché l'essere umano parla sempre di perfezione nonostante sia pieno di difetti cui dovrebbe dedicare il suo tempo a correggere, senza immischiarsi mani e piedi in questioni "Divine".
I concetti di cui ho scritto sono molto simili tra loro, i nomi cambiano, ma non la sostanza delle cose. 

C'è un detto in Oriente: "Il Mondo non è altro che un'unica perla fiammeggiante" e questa perla è tenuta nel palmo di un Drago che la contempla e la protegge con saggezza e forza insieme.
Il Drago simboleggia la potenza suprema al di là del Tempo ed è custode della trasformazione che invece avviene nel Tempo ed è essa stessa Tempo.
Come detto Tempo e Cambiamento sono sinonimi sebbene personalmente preferisco definirlo solamente cambiamento, perché la mia realtà è nelle percezioni. Cerco di evitare il più possibile enti astratti.
Il fuoco che arde tale perla rappresenta la distruzione creativa, un ossimoro che definisce però la rigenerazione, grazie al cambiamento a volte drammatico che accompagna il nuovo, mentre il Drago ne permette e ne custodisce la continuità nel divenire.
La Natura ultima e autentica nelle cose è quello che definisco la realtà.
E la realtà vince sempre.

giovedì 19 febbraio 2026

Come finalmente smettere di migliorarsi



Il cervello è un calcolatore.

Un tesoriere che amministra il nostro corpo secondo tre direttive principali: efficienza, risparmio e comfort.
Generalmente le persone considerano la funzione del cervello quale pensare.
E' un errore.
Il cervello fa, non pensa. Esegue operazioni: controlla il battito del cuore, la peristalsi, il sistema endocrino. Il cosiddetto pensiero è una qualità della mente che utilizza le informazioni allocate nell'encefalo in particolare nella memoria.
Cosa sia esattamente la "Mente" non lo si sa, dipende dalla scienza che la indaga, dipende dal punto di vista che si adotta.
Non è un elemento fisiologico, ma esperienziale.
Gli scienziati la considerano però seriamente e dunque non è un dato che appartiene alla pseudoscienza.
Solamente è molto difficile definirla in maniera esaustiva. Certamente abbiamo alcuni dati su cui riflettere.
Più informazioni ha una persona a disposizione più la mente potrà accedervi, sebbene non sia garanzia di un pensiero più profondo e saggio.
I dati per essere utilizzati correttamente devono essere proporzionati all'essere cioè alla nostra esperienza.
Chi pensa più di quello che è entra in una area senza controllo, dove l'errore non è solo probabile, ma quasi inevitabile.
Ecco che nel nostro tempo dove c'è una ridondanza di informazioni e dove la tecnologia è spesso utilizzata senza conoscerne la natura, tutto questo diviene un male per l'essere umano.
La gente cammina e guarda solo il cellulare, parla e non ascolta, vede e non osserva né quasi mai contempla. Cammina spingendo un passeggino e ti passa sul piede e manco se ne accorge, oppure fa finta di non accorgersene.
Io cammino e guardo ciò che mi sta attorno, sento i miei piedi, se sono fermo non dondolo, cado semplicemtne in me stesso come sabbia che tracima.
Respiro e non penso a nulla. Percepisco ciò che è attorno a me e spengo il continuo soliloquio che proietta sullo schermo della mente sempre nuovi desideri, paure, ansie.
Parlo e mi dimentico ciò che ho detto.
Quando guardo gli altri mi viene da sorridere, quando veramente voglio ridere però guardo solo me stesso.
Sono sicuramente matto, in un mondo di persone così ragionevoli.
La maggioranza forse si considera sapiente, perché sa usare il computer oppure altri strumenti, ma in realtà non lo è.
Utilizzare con abilità le cose non significa conoscere in profondità i fatti.
Si constata così che molte persone parlano diffusamente e con competenza di cose che non conoscono minimamente.
L'area sottesa tra ciò che conosciamo e ciò che crediamo di conoscere porta l'Uomo all'arroganza propria del errore.
Dunque è bene essere informati, ma tutto questo è necessario indagarlo con l'esperienza, altrimenti si mettono le Tigri in Africa come fece Salgari che non aveva mai viaggiato in vita sua.
Si dice in Oriente: "L'erudizione senza saggezza è un carico di libri messo sulla groppa di un asino".
La domanda da porsi è: cos'è la saggezza?
E' esperienza (certamente), ma anche comprendere che la vita è breve e il tempo che passa non può ripetersi, questo comporta la necessità di essere realisti.
Le informazioni devono essere verificate.
Causa ed effetto sono da considerare obiettivamente.
Le parole rispetto ai fatti spesso sono una mistificazione.
Bisogna realizzare che l'esistenza è dolore; Questa constatazione amara, ma vera per viverla con saggezza, richiede sensibilità ed empatia.
Qualità dell'intelligenza emotiva.
Senza di essa, senza empatia, la vita si stinge, perché sono i sentimenti più che le emozioni che danno un senso al nostro vivere. Senza sentimenti la vita è come un orologio senza orologiaio.
E' solo un meccanismo, un tic-tac senza alcun appuntamento cui essere puntuali.
Personalmente credo che la vita senza poesia sia una vita sprecata.
Senza umiltà, dove spesso si è troppo affezionati alle nostre qualità, la vita diventa un bilancio sterile di un ragioniere senz'anima.
L'amore, cioè il sentimento più grande e totalizzante che un individuo può sperimentare nell'esistere, non è generalmente quello che si crede che sia,
Non è passione, non è desiderio, non è necessità psicologica, non è un rimedio alla solitudine; Questo per dire che quando si considera la nostra vita emotiva non si è molto obiettivi.
Si crede di averla questa sensibilità, ma spesso è solo egoismo ben camuffato.
E' necessario essere spietato con se stesso e non sottrarsi a un'analisi de-identificata per vedersi per quello che si è; Per cosa si è.
Questo significa imparare da se stesso. Senza riferimenti è facile perdersi, dunque bisogna conoscere bene cosa siamo, senza questo punto fermo costantemente rinnovato non si va da nessuna parte.
Aiuta la sincerità con se stesso che ritengo fondamentale e utile anche con gli altri, sebbene sia poco apprezzata; Questo perché quando i nostri segreti saranno condivisi e non saranno più nostri, perderanno la presa che hanno su di noi.

Quando la neve si scioglie ci si accorge che non ha odore.

Spesso fa male questa autenticità, ma solo così è possibile essere e fare, perché fare senza essere non è fattibile in termini di realtà.
L'illusione è ovunque e lo rimarrà nell'individuo sinché la realtà non sarà scelta e voluta non perché più conveniente, ma perché vera.
Illusione e realtà coesistono nello stesso tempo, ma non sono la stessa cosa.
L'illusione è generalmente piacevole, seduttiva e confortante, La realtà è sempre cruda, diretta, direi lampante.
Meglio ancora sarebbe considerare questi opposti come una cosa sola, un'unità inscindibile che compone l'esistenza.
Qualunque cosa possa essere.
Questo sciocco parla del vivere, ma sa che non è possibile sapere veramente se la vita sia oppure non sia. Abbiate pazienza.
Questa obiettività di cui parlo richiede coraggio, una qualità che ai giorni nostri si vede poco. Meglio ancora è vivere la non-paura. Uno stato di quiete che accade quando non ci si oppone più a quello che viene.
Dunque leggere e studiare non è certo un male, ma senza quello che ho descritto come necessario, non serve a nulla.
L'uomo ordinario è come una prugna che maledice l'uomo affamato che la coglie e non il contadino che ha piantato il seme e l'albero che l'ha fatta crescere per essere mangiata.
A ben vedere se un bambino avesse la possibilità di sviluppare una mente sana, un ragionamento obiettivo e una visione lucida dell'esistenza, a dieci anni saprebbe già tutto quello che gli serve del mondo.
Nasciamo perfetti, ma mancanti solo di qualche informazione utile alla sopravvivenza, ma se vogliamo veramente crescere dobbiamo rimanere come se non fossimo mai cresciuti.
Io lo chiamo -essere baby-.
I bambini sono maestri, gli adulti invece pretendono di insegnagli, ma cosa gli insegnano?
La loro ipocrisia, le loro ansie, i desideri, l'inestinguibile brama che governa il mondo.
Infatti un bimbo da poco nato non giudica, pensa senza conoscere il linguaggio, ragione velocemente perché non vive il tempo, per lui tutto è un eterno presente. E' curioso, ma non saccente. Contende con un altro bambino un giocattolo totalmente, quasi ferocemente e un momento dopo lo lascia per correre dietro a una farfalla ridendo.
E' forte nonostante sia piccolo. La sua energia si muove libera in lui. E' totale. Parla al mondo, agli alberi, al vento, agli animali e loro lo capiscono e gli rispondono.
Non chiede a un altro bambino il nome, la professione o altro che: Giochiamo assieme?
Cos'è il gioco se non azione senza scopo?
Fare senza fare.
I saggi Taoisti cinesi lo chiamavano Wu-wei e ci dicono che questo è il punto.
Nel Buddismo è: "La dottrina del Vuoto" la suprema saggezza nella perfetta ignoranza recitata nel meraviglioso Sutra del Cuore.
Nel Cristianesimo è: "Fare Verità" evidenziata nelle parabole di Gesù.
Nell'Islam si trova nel Corano nella Sura della montagna: "Insciallah".
Ha molti nomi questa semplicità, questo abbandono.
Ha tanti riflessi questo diamante, ma questa conoscenza è sempre con noi.
La abbiamo già, ce ne siamo solo dimenticati.
Smettere di migliorarsi significa trovare ciò che siamo.
Non dobbiamo cioè imparare altro che a non perdere le qualità che abbiamo già alla nascita.
Passiamo invece la vita ad accumulare e a sovrapporre a quel diamante che siamo, strati e strati di cose.
Per far brillare questa pietra preziosa bisogna o bisognerebbe togliere e non aggiungere.
Questo i libri non lo possono insegnare, perché ce lo insegna la Vita.

giovedì 12 febbraio 2026

Frammenti di vita




La cruda verità dell'essere o del sembrare di essere.

Del vivere o del semplice esistere.
Del vero o del falso.
Dell'autenticità pagata a caro prezzo o dalla remunerativa menzogna così ben accetta dagli altri e dal Mondo; Un Mondo che diventa man mano una scenografia che abbellisce una recita che non diverte, mentre tutto intorno è Teatro cui molti danno nome: Realtà.
La nostra vita, fatta di altri, dei loro giudizi, della loro approvazione o del loro biasimo segna e scandisce i passi con cui ci inoltriamo nel divenire.
Gli altri, gli inconsapevoli altri, ci mettono addosso etichette mentre impersoniamo personaggi.
Uscire dal personaggio è pericoloso come disattendere le etichette che sono in definitiva pretese, aspettative, doveri.
Una prigione fatta di silenzi e di parole, di sguardi ora severi, ora compiaciuti.
Questa adesione al personaggio non solo ci definisce, ma ci imprigiona. E' un confortevole supplizio.
Uscire da tale confine è dolore e sofferenza, perché nel personaggio, buono o cattivo che sia, il Mondo ci riconosce, trova senso alle aspettative, ci addita grazie a definizioni calzanti.
Il vero se stesso, la natura autentica del nostro essere così non è voluta da nessuno e forse, per molti forse moltissimi, nemmeno da se stessi.
Agli altri non interessa se le tue reazioni sono vere oppure false, basta siano credibili.
E' un calvario quello che porta all'autenticità, un'autenticità che non è mai raggiunta, semmai rinnovata.
Momento dopo momento.
La pena comminata dal Mondo per una tale arrogante libertà?
La solita, credo.
La solitudine.

martedì 9 dicembre 2025

Benvenuto Risveglio



Cos'è e dov'è il Paradiso semmai esiste?

Dante lo fa dire bene nella Commedia.
Credo quando visita il terzo Cielo, ma non mi ricordo con precisione in quale Canto del Paradiso.
Ebbene il Poeta chiede a un'anima santa se si sente in qualche modo mancante di qualcosa abitando un Cielo, cioè un luogo, un po' più distante da Dio, rispetto ad altre anime più vicine a Lui.
La risposta è sorprendentemente profonda e spiega mirabilmente cosa sia "essere in Paradiso".
Quest'anima eletta infatti dice: "Non è importante per me essere lontana o vicina a Dio. Ma essere dove Lui vuole che io sia".
Il Paradiso secondo me è questo.
Nell'accettare il nostro posto e sentire che siamo, in questo modo, parte del Suo disegno e della Sua realizzazione.
Chi cerca la lode non ama Dio.
Chi mette il riconoscimento di valore, la propria posizione e la propria felicità davanti alla Sua non è e non sarà in Paradiso, anche se ha pochi peccati.
Il Paradiso non è in un altro luogo o in un'altra vita, ma in questa vita ed esattamente dove si è e questo lo si vive nel momento in cui la nostra volontà si spegne e si armonizza e si adagia in quella volontà più alta e grande che appartiene al Creatore di tutto e ogni cosa.
E' nell'essere ciò che Lui vuole che sia e dove Lui vuole pormi che si realizza il Paradiso per me. Ovunque e in qualunque modo. In definitiva è amare il proprio Destino cioè espresso in parole prosaiche ciò che è la Sua volontà.
Non c'è retribuzione o commercio con Dio.
E' puerile anche solo pensarlo. Non esiste in alcun modo: "do ut des" con la Divinità.
Perché non possiamo dare nulla a Dio che non sia già Suo.
E' solo la visione soggettiva umana assai limitata che ci fa considerare le cose come fossero una sorta d'espressione di una volontà personale.
L'Uomo è nulla, esiste solo Dio.
Tutto è Dio, è anche la tastiera con cui sto scrivendo queste parole.
Dunque, quando un essere umano smette di pretendere di commerciare con Dio e abbandona l'idea che Dio sia cosa lui pensa possa essere che si aprono le porte del Paradiso.
Viceversa, quando un individuo mette se stesso prima, prima della cosa che è cioè si oppone al divenire e all'essere parte di ciò che deve essere, in quel preciso momento questa persona precipita in un Inferno.
Inferno e Paradiso coesistono nello stesso luogo e nello stesso essere umano, ma non sono determinate dalle sue azioni, come erroneamente e presuntuosamente egli crede, ma nell'idea errata che la sua volontà sia importante e venga prima di quello che deve essere e ciò è espresso nel suo fare con uno scopo, nelle aspettative e distinzioni che pone fra se e la realtà ovvero nell'attuazione di qualunque volere "egoico". Di converso, nell'aderire completamente a un'altra forza più grande oltre se stesso cioè: "Nel fare Verità".
Nel primo modo si vivrà come ho già scritto, in un Inferno, mentre nell'altro in un Paradiso e questo avviene a prescindere dal conto in Banca o dalla posizione sociale oppure dalla salute.
Questi beni auspicati sono ininfluenti rispetto alla nostra adesione a Dio che deve avvenire in maniera incondizionata e senza aspettarsi lodi o retribuzioni.
È importante capire due cose: cosa è il peccato e cos'è il pentimento.
Cosa significa peccato?
Dal greco antico è spiegato bene: mancare il segno.
Così come è spiegato dall'etimologia della sua parola, il pentimento è : "Cambiare la propria mente (Metanoia)".
Queste sono le linee guida dei Vangeli e dell'insegnamento di Gesù.
Il quale non parla di Paradiso, semmai di Regno e quel Regno non è in un altro luogo o in un altro tempo.
Il Regno è nel "fare Verità" cioè "Vita" che è la parola erroneamente tradotta con "Spirito" oppure a volte con "Anima" dall'aramaico con cui furono scritti i Vangeli e poi tradotti in greco antico con diversi errori.
L'Anima infatti è un concetto Platonico non cristiano. I primi Cristiani per trecento anni non sapevano cosa fosse.
L'anima nasce con Agostino fatto poi Santo.
È un errore di traduzione dal greco che ora è stato chiarito dalla traduzione più esatta dall'aramaico.
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Lo Spirito o l'Anima, tradotti erroneamente dal greco infatti non appartengono all'insegnamento Cristico, ma alla Teologia Cristiana che è un'altra cosa.
E' la Vita che interessa a Gesù e appunto "nel fare Verità" che si attua il Suo insegnamento e questo significa "fare Vita".
Tutto ciò che è contro la Vita è Male.
Bisogna considerare una frase del Salvatore su cui ho riflettuto molto: "Chi ha pochi peccati, ama poco".
Così ha detto Gesù.
Questo evidenzia un errore molto comune che ci fa considerare preminenti le azioni piuttosto che gli intenti. I risultati rispetto al cuore che li hanno ispirati. La paura di sbagliare rispetto alla nostra azione.
L'essere umano è chiamato dalla Vita a fare, ad agire, ma la sua azione deve essere ispirata da un "intento" oltre se stesso.
Togli "Io" dal tuo occhio e vedrai la Verità.
L'insegnamento di Gesù è semplice e diretto.
Non spiga, mostra. Non dice, racconta. Non ha precetti, ma parabole.
È pragmatico non dottrinale o moralistico.
Fai e saprai. Vieni e Vedrai. Chi ha orecchie per intendere, intenda.
Lampante e schietto, e in questo si trova la strada per il Paradiso. Una strada che è già qui, non è da percorrere, ma da vivere ora e adesso.
Dio non procrastina, perché è oltre il Tempo (considerato riduttivamente invece come eterno).
Dio è oltre il Tempo e oltre ogni definizione, perfino quelle che ho dato, ma ho volutamente errato solo per farmi capire.
Tra esseri umani per intenderci usiamo il linguaggio fatto da parole e categorie, logica e grammatica.
La parola per sua natura distingue, divide questo da quello. È inadatta a esprime il Tutto che invece concilia gli opposti che la ragione per intendere separa.
Non amo parlare di Dio, perché non lo posso comprendere e la mia percezione cioè il mio "sentire" è estremamente parziale. Dunque ne parlo malvolentieri. Inoltre non lo considero come un ente o un qualcosa diverso da me stesso e dalla realtà che grazie ai fallaci sensi colgo.
Quindi non lo considero nel mio vivere sebbene a volte, e lo ammetto candidamente, nei miei impicci e nelle difficoltà rivolgo a Lui il mio pensiero. Lo faccio semplicemente perché sono un modesto essere umano. Ho le mie paure, le mie ansie, i miei desideri, assai piccoli e meschini, ma comunque ci sono e bisogna essere onesti, almeno con se stesso.
In ogni caso se esiste Dio e Verità è ora, ed è sempre davanti ai nostri occhi, in noi e attorno a noi, altrimenti non potrebbe esistere Dio e Verità e neppure Paradiso in un altro tempo se non nel Presente.
L'unico tempo in cui viviamo cioè siamo realmente.
Se esiste il Paradiso è qui e ora, lo ribadisco, sta a noi viverlo o rifiutarlo.
Sta a noi cercarlo sebbene sia già qui.
Sta a noi trovarlo sebbene già lo abbiamo.

mercoledì 26 novembre 2025

Verso Sud



A Maggio nuova missione.

Partirò per il Perù e a seguire Bolivia e Cile.

Mi inoltrerò lungo la Cordigliera dove riposano le vestigia Azteche. Volerò sopra i glifi misteriosi di Natzca per poi navigare nell'immenso lago Titicaca.

Attraverserò la Bolivia sino al Deserto di Atacama in Cile. 

Da ultimo l'isola di Rapa-Nui in mezzo al Pacifico per giungere così all'ombelico del Mondo. Ritorno da Santiago del Cile in Italia con scalo nella Penisola Arabica.

Resterò in viaggio oltre un mese. 

Dollari, zaino e tempo libero sono già pronti, la salute c'è...al Cielo piacendo. Il resto è come sempre nelle mani del Destino che governa ogni cosa.

Il mio Spirito danza, la voglia di orizzonti nuovi brucia le mie paure. Sento l'inquietudine e lo stupore accompagnarmi come sempre nei miei viaggi.

Voglio arrivare e così trovare ciò che per me è stato preparato.

Qualunque cosa sia. 

Yappa!

 

mercoledì 24 settembre 2025

Essere Baby 2

 


Quando si è bambini la felicità è un regalo.

Se c'è qualche lacrima ci penserà Papà oppure Mamma.
Essere grandi invece cioè essere adulti significa non avere più questo regalo, ma la felicità o la tristezza dipendono da te divenuto adulto, da come vedi il mondo, da come ti comporti, da chi frequenti e da quanto impegno metti nella tua vita, non solo per viverla bene, ma capirla meglio che puoi.
Per questo i genitori possono lenire le lacrime dei figli. Una volta cresciuti ci dobbiamo pensare da soli.
Mentre quando i bambini sono felici, cioè quasi sempre, non c'è bisogno dell'aiuto di nessuno.
Parlo dei bambini normali non quelli che ha tre anni hanno le stesse nevrosi di loro genitori e a dieci sono continuamente davanti allo smart phone.
Considero un vero "regalo" questa felicità goduta nella sana fanciullezza, perché quello che fa star bene e che è ricevuto senza fare niente è secondo me un regalo.
Da adulti questo non accade.
Gli adulti sono veramente adulti solo quando pagano ciò che hanno e dormono nel letto che si sono fatti.
Mi domando chi fa questo regalo ai bambini?
Chi li protegge dal male di vivere che tocca perfino i loro genitori?
Da cosa perviene questa benedizione tutti lo possiamo immaginare, credere o sperare, ma con certezza nessuno lo sa.
Dunque non ne parlo come se lo sapessi.
Di certo è qualcosa di grande. Perché un sentimento come la felicità non è solo un'emozione. Inolte nei bimbi c'è quasi sempre.
Almeno se hanno da mangiare, non patiscono il freddo, hanno i genitori che li amano e hanno degli amici con cui giocare.
Una volta in Cambogia finii in un villaggio poverissimo sulle rive del fiume Mekong. Un luogo sperduto, senza luce elettrica, senza acqua corrente. Le strade erano sterrate, perché non c'erano automobili, motocicli e neanche le biciclette.
C'era solo un negozio che era una capanna con niente dentro.
Non c'era nulla da vendere, perché era finito tutto. Una donna stava sui gradini di questa capanna tra gli scafali vuoti come se lavorasse comunque.
C'erano delle ceste che ogni tanto sistemava in una sorta di riflesso Pavloviano. Un'abitudine a mettere in ordine cose che non c'erano più.
Le chiesi dell'acqua e mi indicò il fiume.
Gli unici felici erano i bambini.
Gli altri erano così poveri che avevano finito anche le lacrime e seppi che non mangiavano da una settimana per poter dare almeno un po' di riso ai loro figli.
Gli occhi della miseria non si dimenticano.
Graffiano l'anima. Hanno un colore unico.
Il capo villaggio mi disse in un inglese improvvisato che il trasporto sul fiume era interrotto.
Se non fosse arrivato il riso entro una settimana sarebbero cominciati a morire i bambini piccoli e poi i giovani e dopo sarebbero morti tutti in un mese.
Non c'erano più vecchi in quel villaggio.
Gli anziani erano già andati, erano in viaggio su una barca diretti all'oltretomba. I loro corpi erano stati bruciati su delle pire in legno come si usa in quel posto.
Un corpo umano può ardere anche per un giorno intero prima di diventare cenere. Questo lo so perché lì l'ho visto.
Intanto che parlavamo, ogni tanto scrutava il fiume che indifferente scorreva, ma non portava altro che tronchi, foglie, liane e qualche zattera d'erba.
Non era nemmeno triste, non era più nemmeno disperato.
La vera povertà asciuga anche le speranze.
Avrei potuto dargli un po' di soldi, ma quelli non si mangiano. Nella nostra società non l'hanno ancora capito.
Trovai il giorno dopo un passaggio di fortuna su una piccola barca in transito: un Sampam. Ero stravolto da quella esperienza.
Non posso dimenticare non solo quella povertà, ma il silenzio.
Quando l'indigenza tocca il suo estremo emette un particolare silenzio. E' denso, ti avvolge, ha come un peso.
Provai una forte emozione come uno stato d'impotenza che mi faceva guardare avanti lontano per non vedere quello che avevo invece davanti agli occhi.
Non sono un uomo impressionabile, ma ciò che avevo visto non riuscivo a sostenerlo.
Annaspavo, mi mancava l'aria e non per il caldo equatoriale.
Mi era entrato dentro qualcosa che aleggiava, un che di indistinto che mi attanagliava le viscere come prese in una morsa.
Morte e miseria fanno questo effetto. Non ci si fa mai l'abitudine.
Mi ricordo che piansi come un vecchio senza riuscire a fermarmi mentre mi allontanavo da quel Inferno verde e lussureggiante.
Io almeno potevo andarmene, loro no.
Vivevano come mille anni fa.
Senza scuola, senza farmacia, senza e basta.
I bambini sulla sponda intanto giocavano con delle ciabatte rotte spingendole con un bastone come fossero barche e facevano a gara tra loro, spensierati.
Mi salutarono dalla riva, avrei voluto essere cieco per non vederli.
Chiesi a Dio: qual è il senso di tutto questo?
Mi rispose come al solito con il Suo eloquente silenzio.
Ancora silenzio che si aggiungeva al silenzio. C'era da diventarne sordi.
Avevo dentro un furore inutile. Non potevo fare nulla se non condividere un poco la loro sofferenza oltre ogni umana sopportazione.
Se allora non è un regalo di qualcosa di grande questa spensieratezza dei bambini anche nel peggio oltre la desolazione, allora è un miracolo.
Ho visto tanto del Mondo.
Ho visto spesso gli ultimi della Terra sparsi un po' ovunque.

Anche l'estrema povertà che strappa quasi la dignità umana.
In Bielorussa ho ricordo delle anziane che vendevano dei mazzetti di fiori fuori dalla metropolitana di Minsk, senza domandare, senza parlare, senza guardare, perfino senza guanti. Sferzate da un gelo che da noi non sappiamo esistere.
Gli ubriachi con la disperazione in bottiglia appoggiati ai muri della periferia di Mosca.
Una donna anziana in Vietnam mi trafisse, perché non aveva più nulla, non aveva più famiglia né casa.
Aveva solo un mango. Glielo comprai e lo mangiai guardandola, era felice. Rideva nonostante non avesse quasi più denti. Quel giorno anche lei avrebbe mangiato.
Aveva le mani piene di rughe, le notai e mi domandai: Quanto devono aver lavorato queste mani per non avere niente?
Tutto si perde in un'estinguibile vuoto. Questa è la vita umana.
Ricordo dei ragazzi seminudi in Laos al limitare della giungla, un gruppetto che parlava un dialetto incomprensibile e parevano dei pigmei ambrati con lo sguardo acquoso di chi non conosce nulla.
Inutile dire che tutti loro e i molti altri che mi hanno colpito li ho dentro di me.
Ho il dono della memoria, ma a volte mi pare una maledizione.
Queste esperienze non solo ridimensionano i tuoi problemi, ma la tua Vita.
Ogni volta che ho esperienze così profonde e torno a casa dovrei cambiare il Passaporto, perché non sono più lo stesso uomo di quando sono partito.
Ho dentro una contradditoria attrazione per le cose autentiche, vere, crude. Mi feriscono eppure le desidero.
I mostri dell'esistenza li voglio guardare negli occhi.
Le paure per superarle devo prima misurarle.
Non so perché sfido me stesso, ma questa strada mi chiama e a volte mi dilania.
Guardo le foto degli amici al mare e penso che non sono come me.
Non che sbagliano, ma andare in spiaggia, stare sotto l'ombrellone e fare il bagno dopo due ore che si è mangiato il bombolone alla crema per me non è vacanza è una specie di condanna.
Ho nuotato con gli squali balena e nel plancton fosforescente, ho fatto la doccia vicino a cascate alte centinaia di metri, mi sono inoltrato nella selva Amazzonica e nelle giungle del sud est asiatico. Sono salito sulle piramidi Maya tra gli strepiti delle scimmie urlatrici. Parlato con uomini saggi, Santi e delinquenti di ogni risma, da tutti ho appreso. Ho fatto un sacco di cose, visto tanti posti e questo mi ha regalato emozioni, incontri, conoscenza. Cercando la Verità ho incontrato la Vita e l'umanità che le vive entrambe a volte inconsapevolmente.
Un giorno senza apprendere per me è un giorno sprecato.
Non è stato facile. Ma la Libertà senza la paura dell'ignoto non può esistere.
A volte sono solo in questo piacere e in questo dolore, ma non è passione per la sofferenza. E' solo un disagevole gusto per l'avventura.
Non credo sia masochismo; Sebbene ho perso il conto delle volte che ho rischiato la pelle amo la Vita, purtroppo ogni volta ci ricasco nell'attrazione irresistibile per l'ignoto.
Il mio desiderio di Verità non conosce fine né riposo.
Sono così. Me ne faccio una ragione.
Un'acuita sensibilità porta inevitabilmente un maggior dolore.
Tutto si paga.
Non sono più un bambino.
La mia spensieratezza non è durata molto.
Per me è stato presto tardi.
Mio padre mi ha lasciato che ero ancora ragazzo.
Ho dovuto diventare uomo in fretta.
La felicità dei bambini è stata breve per me, perché richiede poche cose che costano poco e comunque pagano i genitori.
Questo sentimento inoltre non lo possiamo propriamente creare né quando si è bambini né da adulti, ci viene da dentro (si dice così) ma secondo me ci viene dall'Alto : dall'Oltre.
Se fosse realmente in noi sarebbe nostro e potremmo provarlo a comando.
Da adulti arriva comunque, ma bisogna pagarlo con un certo impegno.

Il segreto della felicità è essere amico di ciò che ti è attorno.

Non è più gratis la felicità, la serenità, la gioia spontanea; La noia felice che avevamo da piccoli non ci accompagna a letto, quando ci si addormentava contenti.
Insomma, quando il pupazzo di neve era un uomo vero; Ora non è più così.
Quello che so è che essere adulto significa vivere ed essere ciò che faccio.
Pare poco?
Forse.
Credo che non sappiamo quasi niente dell'esistenza sebbene la viviamo, perché nessuno sa fino in fondo se la vita sia oppure non sia.