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mercoledì 26 novembre 2025

Verso Sud



A Maggio nuova missione.

Partirò per il Perù e a seguire Bolivia e Cile.

Mi inoltrerò lungo la Cordigliera dove riposano le vestigia Inca. Volerò sopra i glifi misteriosi di Natzca per poi navigare nell'immenso lago Titicaca.

Attraverserò la Bolivia sino al Deserto di Atacama in Cile. 

Da ultimo l'isola di Rapa-Nui in mezzo al Pacifico per giungere così all'ombelico del Mondo. Ritorno da Santiago del Cile in Italia con scalo a Londra.

Resterò in viaggio oltre un mese. 

Dollari, zaino e tempo libero sono già pronti, la salute c'è...al Cielo piacendo. Il resto è come sempre nelle mani del Destino che governa ogni cosa.

Il mio Spirito danza, la voglia di orizzonti nuovi brucia le mie paure. Sento l'inquietudine e lo stupore accompagnarmi come sempre nei miei viaggi.

Voglio arrivare e così trovare ciò che per me è stato preparato.

Qualunque cosa sia. 

Yappa!

 

giovedì 6 aprile 2023

Lungo el Sentero

 Appena tornato e già una nuova missione.

Torno in Colombia a luglio, poi a Manaus sulle sponde del Rio Negro in Brasile e ancora lungo il Rio delle Amazzoni. 

L'ultima foresta dell'umanità mi attende. 

Si dice sia pericoloso, ma se andrà tutto bene lo smentirò.

Manca solo di partire. 

Come al solito la mia anima mi precede, poi il mio corpo la seguirà. 

Arriba! Y andale Caballero 


lunedì 6 febbraio 2023

Avventuriero?

Pochi giorni alla partenza per il Sud America.

Sogno moltissimo.

Spesso faccio visita nei miei viaggi onirici al regno dell'oltretomba, dove incontro chi ho conosciuto in vita ed è andato avanti prima di me.

E' un presagio?

Non lo so e non mi interessa.

Per scaramanzia lo scrivo per dimenticarlo.

Saluto come al solito con un addio. 

Ogni giorno è sempre il primo e l'ultimo insieme. 

Sono sereno. In poesia direi così:

"Yo también puedo dejar mañana da este mundo, porque entendí que nací el día que lo descubrí".

Non conosco la paura di partire, qualunque sia la destinazione, perché il mio spirito è riconoscente, ma ancora di più il mio cuore è gonfio d'avventura. 


lunedì 12 dicembre 2022

Colombiana

Arrivata conferma del biglietto.

Nuova missione esplorativa.

Due mesi alla partenza.
Prima tappa: Messico. Tacos e piramidi Maya, vi divorerò entrambi.
Poi destinazione Colombia, arrivo a Bogotà, e via attraversata la Cordillera Oriental lungo la giungla e il Rio delle Amazzoni sino all'oceano.
Autobus, barche, aerei a elica, anche sui muli salirei pur di arrivare.
Non mi ferma nessuno finché la fortuna è amica mia.
Altrimenti fancul...
Come al solito prima di partire saluterò con un addio che non si sa mai.
Esplodo di felicità.
Me da la gana.
Yappa!

mercoledì 29 giugno 2022

Ari Yappa

 

Partirò a breve per Trinidad e Tobago le isole al largo del Venezuela di fronte al delta dell'Orinoco, il grande fiume Amazzonico.

Dopo gironzolerò per il mar delle Antille e i Caraibi visitando Cuba che è vicina e mi regalerò così una vacanza.

Sono dunque di nuovo in missione esplorativa. 

Finalmente, non ne potevo più.

Come al solito saluto con un addio che non si sa mai. 



venerdì 11 settembre 2020

E' scritto nella pioggia

Un paio d'anni fa mi trovavo a Langkawi in Malesia. Come al solito gironzolavo in scooter. Mi faceva compagnia una ragazza coreana che avevo conosciuto durante il viaggio. 

Così, prendendo strade a caso e attraversando piccole città e villaggi ci trovammo di fronte a un tempio buddhista: il tempio della Fortuna (Lucky Temple). 

Ci entrai da solo, e attraversatolo giunsi in un ampio giardino. Vi erano diverse statue del Buddha, ma con sorpresa mi accorsi che la più grande era ricavata nella montagna incombente proprio sul limitare di quel giardino. 

Una figura che troneggiava lungo una parete verticale che mi guardava con quel sorriso serafico che contraddistingue sempre la rappresentazione dell'Illuminato, ma di proporzioni gigantesche. 

Sarà stata alta trenta metri, scolpita direttamente nella parete nera a precipizio. Non oso pensare come avessero fatto a realizzarla.

Provavo una strana sensazione, ero calmo e stranito nel medesimo tempo. 

Pensai: "Magari è per via del caldo?" Così trovai un posto tranquillo e ombreggiato per sedermi. 

Proprio vicino a dove mi ero seduto c'erano due persone che armeggiavano vicino a un'autovettura, una station wagon, uno solo di loro era un monaco. Le osservavo e intanto mi fumavo una sigaretta. Era strano, perché dal grande bagagliaio estraevano delle gabbiette per uccelli che contenevano appunto dei piccoli volatili. 

Li avevano curati? Comprati al mercato? Non si capiva. 

Dopo un po' che parlottavano tra loro, il monaco cominciò a prendere con le mani molto delicatamente questi uccelli e poi liberarli, lanciandoli in aria. 

Mi ricordo che uno di questi uccellini addirittura tornò indietro e si infilò di nuovo nella gabbia così il monaco dovette ripetere la sua opera di favoreggiamento in evasione ornitologica. 

Alla fine le gabbie furono vuote e i due uomini se ne andarono. 

Ripresi a camminare e incontrai due monaci intenti al lavoro; Lavavano delle ciotole vicino a una fontana di pietra. 

Per l'esattezza uno di questi le svuotava, l'altro invece le lavava,  poi le mettevano capovolte ad asciugare su una lunga mensola di legno. 

A me piace osservare queste scene ordinarie, ma generalmente mi faccio i fatti miei, l'Oriente mi mette sempre un certo silenzio addosso, a differenza della mia vita di tutti i giorni dove mi capita purtroppo di parlare anche un po' troppo. 

A un certo punto, uno di questi due monaci addetti alle lavastoviglie si girò verso di me e mi indicò di proseguire verso un padiglione distante una cinquantina di metri, si fece intendere con un leggero sorriso e un cenno;  Mi fece quel caratteristico segno come quando si indica ai bambini di andare in qualche posto, un gesto della mano che sembra un'amichevole sculacciata. 

Seguendo quell'indicazione mi trovai in una sala di preghiera, tolsi le infradito prima di entrarvi e scavalcai il piccolo rialzo che si trova sempre in questi templi quando si entra in una stanza. 

Il locale era ampio e arieggiato, il pavimento fatto con lunghi listoni di legno scuro lucidi che quasi riflettevano la luce e le figure. 

A lato del centro, leggermente spostato alla mia destra, c'era un quadrato rialzato, e sopra "appollaiato" a gambe incrociate un vecchio monaco con la caratteristica veste arancione.

Feci un piccolo inchino appena varcato l'ingresso e mi diressi direttamente alla statua del Buddha che si trovava invece alla mia sinistra. 

In un luogo di preghiera non si passa dal centro, almeno se non si sta celebrando una funzione, perché di fronte allo spirito che lì è venerato nessun ospite è così importante, si percorre invece il perimetro. Non si saluta nessuno in particolare entrando, si fa un cenno educato con la testa se ci sono altri, ma prima si prega e dopo vengono le persone. Lo spirito è come la luce, non si vede ma fa vedere dunque è per questo motivo che bisogna rispettare questa priorità. 

E' una questione di umiltà e sensibilità. Lo scrivo solo a titolo informativo. In ogni caso io così feci. 

Non sono buddista, sebbene trovo interessante la filosofia di quella che erroneamente è considerata una religione, però un mio amico lo è, e doveva subire un'operazione al cuore in Italia. Ero preoccupato per la sua salute.

Pregai il Buddha per lui. 

Conosco il modo di inchinarmi e battere le mani, insomma come si fa, praticai in quel modo non per piaggeria, ma per rispetto degli usi e costumi di dove mi trovavo. Mi informo sempre per cercare di evitare brutte figure e nel caso non ho informazioni guardo gli altri come fanno.

Invece di andarmene dopo la preghiera, però mi sedetti su uno sgabello, vicino a quel vecchio monaco che registrava un discorso al cellulare, un modello di telefono vecchio quasi come lui. Incideva una sorta di sermone in quella lingua incomprensibile qual'è per me il malese. 

Registrava brevi frasi, poi taceva, poi ancora registrava. 

Stavo seduto, paziente, non lo guardavo, perché non volevo scocciarlo con la mia presenza, diciamo che mantenevo una distanza che ritenevo opportuna. 

Mi sentivo bene in quel posto, molto a mio agio e così avevo colto l'occasione per fare una piccola pausa dal mondo. Della ragazza che mi aspettava fuori me ne ero completamente dimenticato.

Dopo una buona mezz'ora (dovevo essere proprio in pace quel giorno) mi alzai per andarmene, ma il monaco mi fece cenno di avvicinarmi. 

Mi sedetti sui talloni come si usa e dopo una breve intonazione mi segnò la fronte con un impasto rossiccio e mi mise al polso sinistro un braccialetto rosso anch'esso ma con  cinque palline bianche. 

Lo ringraziai con un un sentito inchino e me ne andai. 

Pensai: Che bello! Che fortuna questo tempio della Fortuna.

Appena uscito mi si ruppe l'infradito. 

Lungo la strada per tornare in città, insieme alla mia amica incappammo in un temporale equatoriale che pareva rivaleggiare con il Diluvio universale. 

Parcheggiai il motorino a lato della carreggiata e trovammo riparo sotto una tettoia, ma ormai eravamo entrambi fradici. C'erano diversi malesi, sorpresi anche loro dall'acquazzone e per quasi due ore aspettammo tutti insieme, vicini come in un ascensore che spiovesse. Grandi gocce di pioggia filtravano dal tetto di quella pensilina sgangherata e l'acqua a terra scorreva come un fiume del colore del Thé al latte arrivando oltre le caviglie. Di colpo il caldo opprimente si era trasformato in un freddo cane. 

Ovviamente il concetto buddista di fortuna è un po' diverso da quello occidentale. 

Mi giunse in quel frangente una piccola ispirazione e scrissi una poesia nella pioggia. Oggi che splende il sole l'ho ricordata.

"L'Inferno dei desideri è il medesimo del Paradiso dei non-desideri. 

Giunto alla fine della volizione dell'ego, solo la compassione illumina di vita. 

E' la carezza, all'anziana stanca, seduta a lato della strada nascosta che scalda il cuore del Bodhisattva"

Non c'è altro.  

mercoledì 15 gennaio 2020

The Wild

Trovare la bellezza in ogni momento e dovunque è il segreto di una vita felice.
Quando si è bambini questa capacità è naturale, ogni cosa è tinta di stupore e meraviglia, questo suscita felicità. Quando siamo bambini anche il pupazzo di neve è un uomo vero. Questa percezione si dimentica.
La socializzazione odierna cioè i doveri e le leggi della nostra struttura sociale ci tolgono questa capacità percettiva per sostenere i ritmi della produzione industriale e il consumismo che ne determina la necessità. Ci trasformeremo man mano da osservatori incantati di questo mondo in duri investitori che non fanno mai nulla senza avere qualcosa in cambio. La gratuità sparirà dalla nostra vita per adeguarsi all'imperativo esasperato del guadagno fondato inevitabilmente sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.
Come potremmo mai vivere felici in un tale contesto?
Infatti, se guardo a un modello diverso di vita per esempio ad alcune tribù primitive che in alcune occasioni ho potuto incontrare in qualche viaggio esotico tale constatazione mi è risultata evidente.
Sebbene non sia un antropologo mi è capitato più di una volta di entrare in contatto con queste realtà primitive sempre in maniera apparentemente fortuita, in Congo, Filippine, lungo il confine Cambogiano e in Birmania.
Proprio in Birmania ci sono piccole enclave primitive dove vivono degli indigeni che addirittura praticano il cannibalismo rituale, ebbene quando fui a contatto con loro, trovai che non erano affatto violenti, ma vivevano in simbiosi con la Natura e in una armonia collettiva incredibile, nonostante secondo i nostri canoni alcuni aspetti della loro vita avrebbero potuto essere giudicati abietti; La bellezza di cui parlavo in loro sembrava sorgere spontaneamente, riuscendo a condividerla perfino con me, tanto era forte il contesto vissuto, tanto era percepibile la libertà che emanavano, una libertà principalmente dall'idea di progresso, almeno quello comunemente inteso.
Questa positività la vissi congiuntamente con la caustica sofferenza determinata dall'assoluta mancanza di comodità.
Forse sarebbe utile comprendere che il mondo moderno è determinato principalmente da regole arbitrarie che generalmente sono percepite come naturali, ma in realtà sono funzionali agli interessi economici, poiché l'economia è la base del nostro sistema e non sono propriamente indirizzate alle esigenze intime di reale benessere delle persone.
Purtroppo queste regole non possono darci altro che oggetti, perché la loro funzione è principalmente indirizzata a una vita comoda, pagata però da grandi rinunce a livello umano.
Andrebbe forse cambiato il nostro mondo, ma all'interno di un sistema aggregativo non è possibile una trasformazione così radicale.
Ogni struttura sociale è auto-conservativa.
Dunque noi restiamo noi e i primitivi restano primitivi.
La scelta di come voler essere pare non contemplata nella nostra esistenza, perché ogni persona non sceglie dove nascere, e necessariamente, secondo il luogo di nascita, dovrà adattarsi alle sue regole che lo influenzeranno profondamente.
Così come ad esempio un aborigeno Ifugao che vive nei villaggi nascosti del nord, sulle montagne dell'Isola di Luzon delle Filippine, non ha scelto di nascere in quel contesto, la sua felicità nell'essere in armonia con la Natura e con un ridotto sfruttamento fra simili è inconsapevole; Ugualmente lo è per la maggioranza delle persone civilizzate la consapevolezza della propria infelicità.
Non mi è possibile vivere stabilmente in un contesto così fortemente naturale, così come per un indigeno sarebbe impossibile vivere nel mio sviluppato tecnologicamente.
E' questione di com'è formata la struttura della coscienza umana, ovvero il particolare psichismo della nostra specie che una volta creatasi completamente tale impalcatura, non è trasformabile se non in pochi aspetti marginali, ma non è rigenerabile completamente, perché legata alla memoria e all'idea di Tempo.
Esemplificando quest'analisi comparativa un po' naif, mi rammento che proprio in Birmania entrai casualmente in contatto con una guida locale che in barba ai divieti e corrompendo i militari, mi accompagnò in quelle aree interdette al turismo riuscendo a mettermi in contatto con quei nativi.
Ricordo che ansimando nella giungla, madido di sudore, procedevo con esasperante lentezza, aprendomi la strada con il mio inseparabile Kukri nepalese (ahimè indebitamente poi sequestrato alla dogana italiana) e maledicendo ogni singolo passo che facevo.
Mi davo del folle ad ogni metro percorso e misuravo il mio sentire tra la fatica e la fottuta paura di sentirmi completamente solo a contatto con una Natura ostile; Spesso sprofondavo nel fango con gli scarponi lungo stretti sentieri scivolosi, erano linee appena accennate nella foresta, al cui lato si aprivano orridi senza fondo.
Ero robusto, almeno in confronto alla mia guida che invece trotterellava senza apparente sforzo davanti a me, procurandomi invidia e frustrazione; Con sconcertante semplicità mi avvisò che se fossi scivolato dal sentiero sopraelevato che stavamo percorrendo non ci sarebbe stato nulla da fare per me. Nessuno mi avrebbe salvato, l'unica cosa che mi augurava nel caso fossi caduto era di morire immediatamente.
Sebbene fossi in forma fisicamente portavo nello zaino una scorta di razioni pari a 4.000 calorie giornaliere per far fronte a quelle condizioni climatiche e 4 litri d'acqua potabile per ogni giorno di viaggio preventivato che doveva essere di circa dieci/dodici giorni complessivamente, comprensivo di andata, soggiorno e ritorno. Forse da casa a chi legge sembra poco, ma non è così; Dunque il carico trasportato complessivo dell'attrezzatura, repellente, zanzariera e strumenti per orientarsi nel caso fossi rimasto solo, era veramente pesante.
Il problema del peso dell'acqua lo risolsi parzialmente con le pastiglie disinfettatati e utilizzandole per alcune fonti che la guida conosceva lungo il percorso, ma vi era un grande rischio, perché le scimmie defecavano dall'alto e inquinavano l'acqua e perfino quella piovana non era sicura, perché scorrendo sulle foglie degli alberi poteva contenere dei patogeni di malattie che è meglio non saperne neanche il nome.
Il fuoco non era sempre possibile averlo a causa della cappa di umidità e dei rovesci brevi, ma insistenti che rendevano tutto, tutto, tutto bagnato fradicio.
Avevo escoriazioni ovunque che mi tenevano compagnia e la schiena mi doleva come fossi stato Atlante nel sostenere il peso del Mondo.
In poche parole in tre giorni ero già ridotto una merda.
Non credo di aver mai fatto tanto fatica in vita mia.
Infatti lo sforzo nel portare lo zaino non era distribuito uniformemente come nel normale trekking, ma era un continuo cambio di posizione e a volte procedevo perfino a quattro zampe.

Insomma fu un supplizio.
La mia dose di Inferno in Terra l'ho avuta ampiamente, ma durante le pause me l'andavo perfino a cercare.
Se questa non è proprio follia...Poco ci manca.
Inoltre, la vera difficoltà oltre allo sforzo fisico era mantenere una mente concentrata e determinata, perché il cielo è raramente visibile all'interno di una giungla e crea un senso claustrofobico disorientante che generalmente una persona non si aspetterebbe di trovare e può fare brutti scherzi al sistema nervoso.
Il poco sonno fu sempre inquieto.
I rumori notturni talvolta assordanti nel silenzio intermittente facevano da colonna sonora a notti senza Luna né Stelle.
Nonostante avessi un certo addestramento militare non ero certamente un Merrill's Marauder e dovetti compensare questa carenza con un impegno totale: volevo vivere.
Per circa 8/9 ore di marcia giornaliera non potevo permettermi di farmi attraversare la testa che da un solo pensiero: resta qui, adesso!.
"Passo, ok, nuovo passo ok, attenzione si scivola ok, dov'è la guida? Avanti, ah! ok trovata, tieniti alla radice ok, guarda serpente ok, se ne è andato ok, altro passo ok, togli il ragno dal collo ok Ahia!, un altro passo ok".
Così via, tutto il santo giorno.
Nonostante la concentrazione (estenuante) mi sentivo ugualmente come un bambino perso nel Tunnel dell'orrore di un Luna Park. Inorridivo al pensiero di slogarmi una caviglia e rimanere lì per quel poco "sempre" che mi avrebbe atteso in quel caso.
Non credo di essere un fifone, ma determinate esperienze ridimensionano la misura del proprio coraggio.
Almeno a me successe così.
Avevo avuto già altre esperienze estreme, nel Golfo Persico, in Oriente e in Africa, ma molti anni prima e non erano comparabili con quella che vissi in quei momenti. E' stata la mia ultima grande avventura.
Quando si è giovani le cose sono più sfumate.
L'incoscienza della gioventù probabilmente non mi poteva più proteggere nella maturità.
Non ero certamente forte come credevo, ma lo diventai (almeno in quei momenti) perché non ci fu altro modo per uscirne vivo.
La Natura ha una forza immensa, è anche bellissima, ma ti mette una fortissima soggezione per non dire che ti fa paura.
Lei ti ricorda chi comanda in questo mondo.
Bellezza, libertà e terrore camminavano insieme in quei luoghi.
E' un terrore diverso rispetto alla paura della morte che ti coglie improvvisa nei momenti di pericolo, è qualcosa di soverchiante e asfissiante che può farti impazzire. Non ti abbandona mai.
L'unico modo che trovai per superare quel disagio che mi stava facendo perdere il senno fu di abbandonarmi. Arrendermi al selvaggio e piano, piano mi quietai.
Mi parve a un certo punto che le piante e il terreno mi parlassero, ma la mia parte razionale faticò moltissimo a considerarlo come un fatto naturale.
Il condizionamento della mia vita di uomo civile era molto restio ad accettare questo nuovo modo di essere.
Abbandonarmi al selvaggio fu come stapparmi la pelle di dosso un pezzo alla volta.
Non credo di esserci riuscito completamente, forse un po'.
Generalmente nelle città non lo percepiamo questo richiamo.
Siamo presuntuosi, ci sentiamo al sicuro e sfruttiamo questo mondo come fosse nostro, ma appena al di fuori dall'area di comfort artificiale, l'essere umano prende necessariamente di nuovo contatto con la sua insignificante piccolezza e con tutta la sua fragilità.

Un bagno di umiltà che non rinfresca ma brucia.
Mi ritrovai così a dover piegare la testa di fronte a tanta maestosità e potenza e conobbi il mio posto nel mondo: un posto assai piccolo.
Poi, finalmente dopo giorni che mi parvero eterni, accadde...
Ebbi un'esplosione inaspettata dentro al cuore alla vista di un uomo simile a quello che viveva sulla Terra quarantamila anni fa, l'indescrivibile percezione del suo silenzio interiore.
Fu come uscire dalla macchina del tempo in un passato remoto.
Lo stupore non solo di trovare qualcosa di strano, fuori da ogni categoria sperimentata, ma nella paradossale condizione di ritrovare qualcosa che avevo dimenticato dentro di me, senza sapere di averlo mai posseduto.
Una sorta di primitività sepolta nelle parte più profonda dello spirito. Mi sentivo solo nella Natura dove esistevo, qualunque cosa fossi, senza fronzoli, senza carta di credito, senza false sicurezze.
Io e il Mondo indifferente, eppure tanto vicino al cuore del creato che mi pareva di sentirne il battito, ero all'unisono con il respiro della Vita che mi circondava, anzi mi sovrastava.
Fu sconvolgente.
Non è possibile esprimere il dirompente effetto e insieme l'acuto dolore nella costatazione che il modo di vivere che avevo condotto sino a quel momento mi aveva derubato dell'autenticità e con essa della mia reale umanità.
Un'umanità non certamente fatta di quei falsi atteggiamenti perbenisti che si mostrano agli altri per sembrare buoni, ma qualcosa di viscerale e perfino spietato, così com'è la Natura nella sua abbacinante bellezza e spaventevole purezza.
Emozioni sicuramente contraddittorie, ma fortissime che mi dilaniavano ricongiungendomi a volte per pochi istanti a una condizione ancestrale dimenticata.

Come detto avevo già avuto esperienza del "selvaggio" in qualche occasione e ogni volta avevo promesso a me stesso che non ci sarei più ricascato. Troppo pericoloso, non volevo sfidare impunemente la Sorte.
E invece ogni volta che capitava un'occasione non riuscivo a dire di no.
Il richiamo dell'avventura era ed è per me irresistibile.
Oggi le gambe non sono più quelle di una volta e sono loro che pongono il limite al mio spirito. Le gambe sono un contachilometri ci dicono quanta strada abbiamo fatto e quanta (poca) ci resta da fare.
In alcune notti sogno di essere ancora lì e tra sollievo e inquietudine questo sogno mi sveglia.
A volte mi pare strano trovarmi nel mio letto, ci metto un po' a capire che non sono ancora nella giungla con loro. Forse la mia anima ha nostalgia di loro e va a trovarli.
Credo che la differenza con quei primitivi sia essenzialmente nel bagaglio culturale vissuto, in questo caso particolare nella scoperta di un Mondo diverso, diverso soprattutto da quello che immaginavo. Nella mia soggettiva capacità di comprensione, sicuramente parziale, c'è ed esiste questo dato sconosciuto e alieno che gironzola in me e qualche volta non mi da pace.
Infatti ho riscontrato che nell'immersione in questo Mondo diverso si è ampliato il mio, ma nello stesso tempo lo ha reso più angusto e soffocante proprio dall'inevitabile comparazione.
Le contraddizioni stridenti vissute sempre di più al mio ritorno nel sistema "civilizzato" mi procurano ancora dolore. Non solo ho dovuto per forza di cose adattarmi a quel posto selvaggio, ma ho dovuto anche riadattarmi alla società civile dove sono nato e vivo.
E' forse il prezzo della conoscenza; Un'acuita sensibilità dona inevitabilmente una sofferenza più intensa, nulla di più.
Sarà per questo che da allora faccio un po' fatica a farmi capire?
Forse, sperimentando una diversa comunicazione con quei primitivi, si è determinato in me un cambiamento radicale, infatti non riesco quasi più a parlare senza dire qualcosa che sento vero, ugualmente provo un disgusto profondo per quest'ipocrisia inconsapevole con cui ci rapportiamo gli uni agli altri nella società ordinaria, e questo disagio non mi abbandona quasi mai.
E' incredibile riconoscere quanto un essere umano autentico riesca a esprimere con uno sguardo o con un semplice grugnito, una comunicazione che è oltre la parola; E' quasi telepatica, dovuta più che altro a "sentire l'altro" piuttosto che intenderlo, grazie al linguaggio.
Noto così che in questo mondo tecnologico dove le informazioni sono rapidissime e spesso ridondanti, tutti parlano molto senza dire nulla.

Tra i molti fatti strani che mi sono accaduti in quel luogo perso nel nulla, mi capitò che piacevo a una ragazza del posto; Fu qualcosa di unico il modo con cui lei si avvicinò a me.
Lo racconto con un certo pudore e non sono sicuro che sia da descrivere, ma lo voglio comunque ricordare a me stesso.
Ero appena arrivato in quel villaggio ed ero talmente stanco e stralunato che non avrei visto un serpente nemmeno se lo avessi avuto sul braccio, neanche se mi avesse morso.
Invece lei la notai subito.
Era molto giovane, di una bellezza semplice e primitiva; mi guardava con un'intensità curiosa e percepivo il suo desiderio fortissimo, ma stranamente non mi creava imbarazzo.
Generalmente una pulsione carnale assomiglia a una forte onda, bella, ma ha sempre un leggero strascico malizioso. Ci si sente un pochino usati quando si è oggetto di tale desiderio.
Lei invece era perfetta, emanava un'emozione senza sbavature, stranamente notai che non c'era confine tra il suo corpo e la giungla alle sue spalle; il suo limite si confondeva veramente in un tutt'uno con ciò che la circondava.
Ricordo che mi strofinai gli occhi pensando di vederci male.
Così semplicemente si avvicinò, visto che ci guardavamo da un po' ma non mi decidevo, mi fece un sorriso radioso, mi prese la mano e mi portò con se.
Un gesto dolce e sicuro, fatto con un candore e un'intensità scioccanti.
Ero come ammaliato da quell'evento inaspettato.
Non so descrivere il rapporto tra un uomo e una donna libero dalle sovrastrutture e dalle storture delle convenzioni. Libero perfino dal sopravvalutato linguaggio, perché parlava un dialetto incomprensibile. Invece, mi pareva di comunicare con lei continuamente, ridevamo perfino, grazie a un muto umorismo che ci faceva intendere molto bene.
Erano tutti momenti di intensità inconcepibile, non sempre meravigliosi sia chiaro, certamente non facili, spesso il suo comportamento era enigmatico, ma quei momenti avevano quello strano sapore agro-dolce delle cose vere.
Azzarderei che avevano quasi il gusto dolce-amaro della verità.
Non necessariamente amore romantico, certamente non solo sesso, ma qualcosa di diverso, unico appunto, indefinibile, almeno con le parole con cui generalmente mi esprimo dicendo però in questo caso, poco.
Intenso, libero e selvaggio questi gli aggettivi che lo hanno caratterizzato, ma non rendono l'idea.
Come era possibile che una essere umano potesse esprimere tanto senza dire nulla?
Lei emanava un sentimento di un calore potente talmente eloquente che di rimando le mie emozioni sembravano un balbettio. Ero sbiadito al suo confronto.
Come faceva a essere così vera e inconsapevole nel medesimo tempo?
Gli insegnai qualche parola così che potessimo intenderci, mentre lei mi insegnò il silenzio.
Ricordo che mi metteva il palmo della sua mano aperta sulla punta del naso e lo muoveva in tondo delicatamente come quando si fa rotolare un uovo sodo per frazionarne il guscio, poi mi guardava dritto negli occhi e sollevando un poco il mento, diceva:" Tu bello".
Con l'aiuto della guida che parlava un poco la loro lingua gli feci qualche domanda diretta, sebbene era stupita che mi interessassi a lei.
Mi disse perplessa: "Perché chiedi? Non senti?"
Quando gli domandai se era felice, lei rispose: "Sempre" e allora gli chiesi ancora: Perché sei felice?
Lei aggiunse solamente un: "Non lo so" senza spiegazioni.
Mi commuovo a ripensarci, era quasi infantile nella sua ingenuità, ma anche incredibilmente seria e matura in certi momenti.
E' indelebile nella mia memoria come un tatuaggio nel cervello l'immagine della piccola Miou-Mu, vestita con un indecifrabile sorriso, ritta con fierezza, i piedi minuti e scalzi appoggiati sopra una pietra che la facevano sembrare solo un po' meno piccola.
Quando me ne andai, i suoi occhi parevano trattenermi dolcemente, esprimendo un miscuglio di accettazione fatalista per l'addio e la dignità conscia di appartenere ad un altro luogo, forse addirittura ad un altro mondo.
Certamente più saggia di me era consapevole che ogni cosa nasce, cresce e muore.
Una legge universale che ignoriamo, ma in quei luoghi è scritta dappertutto.
Sentii che mi guardava dentro sino nell'anima, ma senza giudicarmi.
In tutta la mia vita non mi sono mai sentito capito come da quella ragazza, mi leggeva dentro senza alcuna valutazione, di fronte a lei il mio spirito era nudo senza imbarazzo.
Come era possibile che una persona così giovane avesse una tale profondità?
In quel mondo le mie risposte non avevano senso, figurarsi le domande!
Per me fu e rimane una sfinge asiatica, ma di irresistibile fascino.
Quel posto, Miou-Mu e gli altri nativi del villaggio che conobbi mi sono inevitabilmente entrati dentro, sotto la pelle, una sorta d'amore verde che allora mi torceva lo stomaco come una malattia, ma che invece mi stava guarendo dalla mia disumanità; Insomma così fu, ma purtroppo non potevo restare per molte e ragionevoli ragioni che qualche volta ripensandoci mi appaiono tutte ugualmente sbagliate.
Certo, probabilmente sarei morto dopo qualche anno di quella vita durissima, ma non fu il solo motivo che mi spinse ad andare via.
Sentivo di non appartenere completamente a quel luogo, ma ugualmente non appartengo nemmeno a dove ora vivo.
La grande metropoli con i suoi grattacieli alti come alberi centenari, la giungla d'asfalto nel suo monocromatico fulgore, gli animali pericolosi che ci vivono che si chiamano tra loro: uomini.
E' un parallelismo che non regge al mio sentire interiore.

La libertà appartiene agli animali selvatici e forse agli uomini ancora primitivi. L'essere umano civilizzato è troppo meschino e non la merita. Questa è la mia sincera e amara constatazione.

A volte percepisco che sebbene ami questa Terra così diversa secondo i luoghi, molti bellissimi e con aree ancora quasi incontaminate e lussureggianti, in definitiva non vi appartengo.
Non sono di lì, non sono di qui, nemmeno di là....non sono e basta.
Altre volte invece mi sfiora un altro pensiero cioè che sono morto allora, andandomene.
Onestamente non ho risposte.
Certamente il prezzo che ho pagato è stato alto, e non parlo dei rischi, degli sforzi, dei disagi, ma della sofferenza di tornare ad un mondo che ora non posso più percepire come reale.
E' un costo salato che pago ogni giorno, non sempre volentieri.
In termini generali penso che questo sia il motivo per cui le persone non osano mai mettere veramente in discussione le proprie certezze, non sfidano il proprio se stesso, rinunciando anche per poco a tutto ciò che le conforta e le sostiene; In quanto tale revisione, comunque drastica, credo sarebbe annichilente per molti di loro.
Difatti a volte sento di essere come morto, certamente sono vivo, ma provo distacco dalle cose e mi preoccupo poco di me stesso.
Guardo ogni cosa con disincanto, particolarmente me stesso, non identificandomi più nel mio carattere né nella memoria.
Sono e non sono, non saprei spiegarlo meglio.
In ogni modo lasciai alla tribù tutta la mia scorta di antibiotici (molti) e li pregai di prenderli per una settimana, in particolare in caso di febbre. Avevo il terrore di contagiarli con qualche virus. In questo modo scongiurai tale pericolo.
Certamente fu un'esperienza estrema e molto pericolosa.
Bisogna forse essere un po' particolari per fare questo salto nel buio (o nella luce), e questa capacità secondo me si sviluppa attraverso un particolare vissuto destrutturante.
La vita stessa mi ha condotto a superare i miei limiti non tanto il mio carattere che non ha nulla di speciale.
Oppure bisogna essere profondamente masochisti per aprire gli occhi su ciò che non si potrà mai raggiungere.
Se dovessi descrivermi direi però che nonostante molti difetti, quando inciampo nel mio Destino, allora gli vado incontro, qualunque esso sia.
La routine di un lavoro ordinario o gli imprevisti di un viaggio straordinario per me hanno lo stesso merito. Azioni incredibili e piccole meschinità le giudico identiche, non hanno peso nel misurarmi.
La frustrazione è spesso stata la mia più cara compagnia e certamente una severa maestra, ammorbidendo un poco un ego bellicoso e presuntuoso, quasi irriducibile. Sembrano qualità ma non lo sono così tanto. Questo però è un'altro discorso.
Non assegno allora un giudizio di valore a queste diverse condizioni di vita e non cado certamente nella menzogna del "buon selvaggio" ma bisogna comprendere che ogni tipo di società fornisce vantaggi e svantaggi.
Proprio per questo non esiste un perfetto Eldorado su questo pianeta.
E' necessario inoltre comprendere un punto nodale.
Il personale inferno è determinato dai propri desideri, qualunque essi siano, a prescindere da dove si vive. Ovviamente in una società che si fonda sul desiderio, sul consumo conseguente a tale desiderio e sulla volizione come lo è la società attuale e nei suoi sotto-modelli, la distanza da uno spontaneo benessere interiore è siderale e ahimè presumo incolmabile.
Lo sviluppo tecnologico ha sacrificato a una condizione naturale oggettivamente difficile, una comoda , ma disumana.
Si è scelto di vivere forse più a lungo, piuttosto di vivere con maggiore intensità.
L'innocenza propria di una vita semplice però una volta persa non è possibile averla indietro e anche su questa constatazione bisogna essere realisti.
Sono convinto che siamo quasi arrivati al limitare estremo del nostro modo di vivere, fondato sulle macchine e sui tempi di produzione delle macchine, e la distruzione di una vita incontaminata lontano da questa produttività esasperata è parimenti inevitabile.
Sono le condizioni di un sistema, e la logica del sistema stesso che determina il risultato conseguente; mai come ora il numero degli esseri umani è stato così grande, mai come adesso si è viaggiato e consumato così in abbondanza, questo avrà un costo che dovrà essere spesato in un modo o nell'altro.
Questo rischioso punto di passaggio non è una vera sfortuna dal mio modesto punto di vista, ma la necessaria opportunità di un reale cambiamento.
Ovviamente parlare di questi argomenti incerti svilisce il valore di questo discorso, perché lo rende opinabile e non desidero procedere in tal senso.
Diciamo allora che è il mio modo di fare humour.

Per concludere, e lo dico solo a titolo personale, non sono molto ottimista in termini di sopravvivenza umana, almeno com'è inteso oggigiorno l'essere umano.
Il mio scrivere ha per tale motivo questo sentore di malinconia, una sorta di vago rimpianto per l'uomo che ho conosciuto, ma non per quello che verrà, che mi auguro sarà migliore.

Questa indistinta tristezza direi amara mi perviene talvolta dalla constatazione che se mai l'osservazione della mia vita mi ha insegnato qualcosa è che abbia, a causa dell'avidità e della paura, fatto di ogni opportunità di una vita migliore, un'occasione persa.
Non bisognerebbe farlo. Ma questa saggezza arriva postuma per quanto mi riguarda.
Guardo alle sofferenze terribili che ho patito, a volte intollerabili, quasi disumane; Mi nasce per loro uno sguardo benevolo, perché queste esperienze non le considero mie nemiche. Osservo con distacco come le ho attraversate e rivolgo a me stesso un "Bravo" sincero, senza pudore né presunzione.
Certamente so che sono stato molto aiutato, perché come essere umano non possiedo una tale forza.
Mi accadono a volte attimi di riflessione profonda ed è come se la Luna si componesse nell'acqua trattenuta nelle mani a coppa. E poi apertele non più acqua e non più Luna.
Momenti dove ho chiaro che non so con certezza se la Vita sia oppure non sia.

mercoledì 27 marzo 2019

YAPPAS

Parto per il Costa Rica e dopo una breve sosta verso il Guatemala e navigando lungo il Rio Dulce giungerò in Belize.
Circa un mese, zaino in spalla, senza un più preciso itinerario a parte l'ignoto.  
Visiterò una piccola porzione dello Yucatan, parola intesa dai Conquistadores interrogando i nativi a proposito del nome di quell'immensa area geografica; Essi risposero: "Ci-u- than cioè -Non capisco-". 
Lambirò il "non capisco" e incontrerò quello che resta dei Maya, inerpicandomi sulle piramidi di Yaxha mentre a Tikal non è più possibile salirvi, onde connettermi con l'energia primigenia. 
Ci si vede nella Selva del Centro America o nelle oscure notti dell'anima, oppure mai più. 

Adios.

venerdì 2 novembre 2018

Riflessioni di una piccola barca.



Vivi come sei, è l'unico modo di vivere veramente. 
Se fossimo tutti realmente egoisti il mondo sarebbe un piccolo paradiso. 
Spesso facciamo cose per gli altri, non per noi stessi, ci laviamo, salutiamo, diciamo "si" quando vorremmo dire "no".

La nostra vita si uniforma a quello che gli altri si aspettano da noi, a volte a quello che pretendono. 
Altrettanto spesso così facendo, neghiamo noi stessi: la nostra sincerità. 
Tradiamo i nostri più profondi sentimenti, i nostri sogni, la nostra dignità di essere autentici e dunque diversi. 
Se fossimo realmente egoisti non accadrebbe. 

E' un discorso sottile, forse non è facile esprimerlo, nemmeno capirlo sino in fondo. 
E' l'ipocrisia che rende questo mondo brutto, ma la maggioranza chiede sincerità, ma non è pronta ad accoglierla. 
Allora, tutto si sostiene su labili fraintendimenti, si travisa con maschere il nostro volto e non si mostra mai chi siamo né gli altri lo fanno con noi; Non si è mai completamente nudi, e alla fine perpetrando questo atteggiamento, nemmeno più riusciremo ad essere nudi davanti a noi stessi. 

Se vuoi essere libero, prima devi essere sincero, spietatamente sincero direi, ma preparati ad essere solo.

martedì 9 ottobre 2018

Yappa




Parto per la Malesia. 
Giungerò a Kuala Lampur, dopo una sosta in Oman nella penisola arabica. 
Poi, Sarawak e infine la giungla del Borneo.

Come al solito saluto con un addio che non si sa mai.

martedì 16 maggio 2017

Oriente e dintorni


I rapporti sociali nel Sud Est Asiatico sono un po' diversi da quelli occidentali ed europei. 
Almeno, se posso azzardare un'analisi personale sulla base della mia esperienza in molti viaggi in tutta l'Asia, e da un numero imprecisato di incontri con il gentil sesso e con uomini conosciuti grazie a rapporti di amicizia.

Apparentemente le relazioni sembrano più facili, ma non è così per gli incontri significativi. 

Cominciando a parlare per cavalleria delle donne con gli occhi a mandorla, ho notato che in generale le ragazze asiatiche non sopportano i consigli, neppure i suggerimenti e meno che meno i rimproveri (specialmente se fatti a ragione) perché esiste una forte identificazione nella loro cultura tra sbaglio e valore della persona in sé; Questo si può dire anche per il nostro contesto sociale, ma in oriente questa identificazione è molto più forte.  
In ciò si spiega un modo di fare diverso che noi occidentali spesso fraintendiamo. 
A volte scambiamo la gentilezza, l'arrendevolezza e la loro comprensiva pazienza per disponibilità, quando non è proprio così. 
Per gli occidentali è un po' meno offensivo il senso che danno alle critiche che comunque infastidiscono come i consigli non richiesti, ma se si trascura questa diversità, essa può dar vita a ogni genere di malinteso.
L'insofferenza alle critiche non vale solo per le donne, ovviamente ma anche per gli uomini orientali, però con questi ho avuto delle frequentazioni meno confidenziali.

Un altro elemento da tenere presente è che la società asiatica è molto più classista della nostra. 
Le differenze economiche sono considerate un vero muro invalicabile, separando le classi sociali in maniera a noi sconosciuta e incomprensibile; Non certo perché noi siamo più buoni, più evoluti e democratici come ci raccontiamo da noi stessi, ma solamente perché le gabbie che ci separano nel nostro quotidiano sono solo più trasparenti.  
Questa diversità di classe in oriente si esprime nel comportamento adottato da chi ha una posizione di privilegio, in un modo che secondo i nostri canoni, potremmo definire come sgarbato. 
Farsi vedere dagli altri trattare male un povero o un inferiore è considerato moralmente sbagliato nella nostra società, forse per la dottrina religiosa, e dunque lo si fa in maniera meno evidente, più subdola, oppure con altri metodi meno plateali, mentre per gli orientali è quasi normale manifestarlo.

L'apparente dolcezza delle persone asiatiche si evidenzia principalmente con gli occidentali, perché chi ha una frequentazione con gli stranieri è in generale in una posizione subordinata. 
La loro remissività e il modo educato di relazionarsi, forse un po' affettato, non ha lo stesso valore che gli diamo noi europei. 
Le classi agiate generalmente non si mischiano con i bianchi, e non si comportano assolutamente come le persone comuni che si possono incontrare in una vacanza esotica.
Per non parlare della spiritualità, e della religione che non sono affatto come si vede nei film. 
Certamente si trovano persone sagge e aperte anche in oriente, ma la caratteristica che ci accomuna è che questa profondità è rarissima in entrambi gli emisferi. 
Quello che intendo è che l'educazione in oriente, è innanzitutto un modo per tenersi alla larga dai guai ed evitare di far incazzare il prossimo, mettendo il naso nella sua vita, perché lo ribadisco, per loro questa particolare privacy ha un valore molto forte equiparandola alla stima di se. E' dunque necessario evitare spesso di indicare a un'altra persona un errore o peggio coglierlo sul fatto, in generale è utile a volte far finta di niente e riservarsi il biasimo con altri sistemi. 
La disapprovazione infatti, tra loro si esprime in maniera diversa, più fisica, ma non alzando quasi mai la voce come un capoufficio, che è considerato un comportamento molto aggressivo, quasi come mettere le mani addosso a un’altra persona. 
Quindi, queste simpatiche anime semplici sono simili a noi, ma urlano e si incazzano solo in casi estremi. Non è che sono più buoni, affatto, perché fanno cattiverie inaudite, ma solo con meno rumore.

L'educazione e i rapporti formali sono principalmente un modo di stabilire una gerarchia tra di loro, una gerarchia che ha un grande importanza, perché altrimenti vanno in panico non sapendo più come comportarsi; Perché come detto la classe sociale una volta identificata, implica una serie di comportamenti codificati e accettati. E' un sistema più semplice che sembra solo più complicato.  
Naturalmente ci sono diverse e variegate sfumature a secondo del paese asiatico.

All'interno della famiglia vige la medesima regola e non bisogna credere troppo allo stereotipo delle donne asiatiche succubi dell'uomo, non è proprio sempre esatto, perché invece in molti paesi la società è addirittura matriarcale ed è più una pubblicità ingannevole verso gli altri questo modo di apparire, più che una realtà.
Non è facile spiegarlo, ma dipende in generale da chi porta i soldi a casa, permettersi di trattare male il compagno di vita o i parenti subordinati. 
Dunque può capitare all'uomo, oppure alla donna, dipende un po' da chi ha questa esigenza di sentirsi un po' superiore che comporta comunque anche delle responsabilità, conterà il lavoro che si svolge, ma soprattutto contano i soldi che si guadagnano e che si metteranno poi a disposizione della famiglia.

Se uno dei due, in una coppia, non fa un cazzo e vuole farsi mantenere, dovrà abbozzare sui maltrattamenti che gli arriveranno, sicuri come le tasse, dal partner che sgobba invece tutto il santo giorno. Il quale, lo potrà maltrattare ma non criticare. 
E' da ridere, perché noi principalmente ci comportiamo all'opposto.

Di fatto, la maggior parte degli stranieri atteggiandosi come finti "amiconi" con i locali, crea dei fraintendimenti e non chiarisce bene la gerarchia. Gli lascia un po' intendere che siamo loro pari o addirittura che loro sono superiori, il che li autorizzerà a rifilare qualche fregatura al malcapitato turista che si stupirà che il suo atteggiamento così democratico sia stato poi sfruttato oltre che non essere apprezzato, perché il comportamento nella società asiatica è in rapporto alla gerarchia oltre che alla morale, cioè non è propriamente e solamente in relazione ai precetti. 
Le regole di onestà sono simili, ma la loro applicazione è anche subordinata al rapporto gerarchico creatosi, questo è sicuramente vero nei rapporti occasionali, mentre in quelli più profondi questi modi saranno più sfumati e in ogni caso un rapporto di amicizia per la sua maturazione, richiederà una componente che è difficile reperire durante una vacanza di un paio di settimane cioè come nella nostra società sarà necessario il tempo perché si  sviluppi.
Quindi, è eticamente corretto per molti asiatici comportarsi "bene" con il superiore, e "male" con l'inferiore. 

Eviteranno tutti però il più possibile le critiche che come detto si esprimeranno in maniera non verbale, ovvero saranno implicite nel comportamento, e nell'atteggiamento corporeo che diverrà man mano più sprezzante maggiormente vi è la necessità di correggere.
Così è possibile assistere a curiose espressioni tra di loro che rasentano le comiche ai nostri occhi, e non comprendiamo le smorfie che ci sembrano ridicole, magari fatte a bocca storta o dondolando il capo, esse invece hanno un preciso messaggio.
Le discussioni tra di loro avvengo generalmente senza alzare troppo la voce e senza guardare troppo negli occhi l'interlocutore, che in generale è un modo non gradito in oriente; Un po' come con i cani se mi è permesso il paragone etologico. 
Di fatto loro guardano, e anche molto, ma di sguincio, di lato mentre a noi sembra invece che non guardano,  o che guardano per terra, ma solo perché hanno gli occhi con un taglio stretto e non lo notiamo facilmente. 
Sono pochi gli occidentali che se ne accorgono, ma fanno così.
E' il loro codice con cui comunicano e si intendono benissimo, questo è fondamentale comprenderlo.
Non è necessario andare in Asia per vederlo, basterà  entrare in un bar o in un ristorante cinese e identificare il "capo" che è sempre alla cassa o comunque dove arrivano i soldi, e osservare come con il viso serio e il modo di muoversi altero, terrà sotto tiro i subalterni che gli girano intorno, e lo guardano di sottecchi per adeguarsi ai suoi ordini. 

E' curioso, tanto per raccontare, che in Vietnam si rimproveri bonariamente i familiari, più giovani o inferiori nell'organigramma familiare, durante la festa di capodanno che è detto "Tet" e si svolge in febbraio per una decina di giorni. 
Avviene in famiglia una sorta di piccolo rito, davanti a tutti, dove il rimproverante sorridendo (ma non troppo) appoggia una mano sulla spalla del rimproverato che resta a testa bassa e annuisce con piccoli inchini. Alla fine del rimbrotto gli sono consegnati dei soldi in una particolare busta. 
Talvolta, in questa sorta di "cerimonia del "consiglio/rimprovero" l'officiante di turno per così dire, mette addirittura una mano sulla testa che in Vietnam si può fare (è da evitare invece in Thailandia dove è assolutamente scortese toccare il capo delle persone e dei bambini). 
I vietnamiti che sono generalmente delle brave persone, ma un po' dei "grezzoni" hanno poi una sorta di lotteria familiare sempre a capodanno che avviene con l'estrazione delle medesime buste portafortuna, in tal caso la busta ha un valore simbolico diverso ed è aperta davanti ai familiari. I soldi "vinti" posso essere di importi sensibilmente diversi, e sono esibiti ai parenti più sfortunati senza il minimo pudore, anzi con una notevole presa per il culo.  

Ci sono così tanti e diversi modi per rimarcare la gerarchia all'interno della famiglia che in Vietnam è allargata a un'infinità di parenti che vivono tutti vicini, manco fossero in un campo Rom. 
Se mai potesse raggiungerli la minaccia di certi delinquenti albanesi "spacco bottiglia, ti ammazzo famiglia" con loro non avrebbe possibilità di compiersi, perché sono decisamente in troppi.

A parte il mio gusto per l'assurdo, ci sono alcuni comportamenti per noi stranissimi. 
Una volta mi capitò gironzolando in scooter tra le risaie cambogiane, un po' da temerario, visto i bufali liberi e i serpenti velenosi, per non parlare delle mine antiuomo inesplose e purtroppo ancora funzionanti, lanciate dagli aerei U.S.A. del "buon" Nixon, durante il conflitto vietnamita e "regalate" a Laos e Cambogia, solo perché confinanti e mai più sminate da questi opinabili difensori della libertà a stelle e strisce, di finire per caso in un paesino dove c'era una bella festa. 
Chiesi a una ragazza che cantava contenta con gli amici il motivo di tanta gioia e mi confessò candidamente che si celebrava il funerale del suo amato padre. 
Non avevo notato il ritratto del defunto su una specie di altare ricoperto dai fiori bianchi, il bianco infatti è  il colore del lutto in tutto l'oriente. 

Parlando invece della sicurezza sociale del Sud Est Asiatico è da tenere presente che i cosiddetti "diritti umani" in molti di questi paesi non esistono, tranne in quelli più ricchi, e anche in quelli, sono un po' discutibili per  i nostri standard occidentali. 
Ribadendo la constatazione universale che Rolex e vicoli bui non sono mai andati d'accordo, bisogna sapersi muovere nel modo giusto per fare un viaggio in relativa sicurezza. 
Evitare di comprare o usare droghe,  rispettare le leggi del paese, non sono solamente comportamenti moralmente e legalmente corretti, ma anche necessari ai fini della propria incolumità. 

La maggioranza di questi paesi hanno regimi polizieschi violenti, e talvolta ci sono dittature militari, quindi non bisogna mettersi mai in situazioni dove questi poteri forti possono veramente fare di uno straniero quello che vogliono. 
Non esiste proprio l'Ambasciata Italiana da chiamare in soccorso come fosse la mamma, perché semplicemente la Polizia ti fa sparire e basta. 
Se fai qualche cazzata grossa ti portano nella Giungla e cosa succede dopo lo si può solo immaginare, perché non è mai tornato nessuno a raccontarlo.

Onestamente, però bisogna dire che se uno straniero si comporta correttamente, saluta con cortesia, ma senza troppi salamelecchi, ubbidisce agli ordini durante un eventuale controllo di polizia, senza mostrare nessuna sfumatura di arroganza o insofferenza, e con paziente dignità manifesta comprensione per il loro incarico, le forze dell'ordine e perfino i militari, non danno alcun fastidio, e tollerano la presenza dello straniero con  malcelata sufficienza, ma permettendogli di continuare il viaggio senza disagi. 
Suggerisco di evitare i comportamenti polemici che si hanno generalmente con gli agenti in divisa in Italia, perché se va bene (ma bene veramente) se si litiga con la polizia in quei luoghi ti gonfiano di manganellate che non ti alzi prima di una settimana dal letto. 
Posso affermarlo perché l'ho visto, ma per equità devo dire che a quello cui è successo se l'era cercata. 

Certi quartieri malfamati, anche in città internazionali, come ad esempio Bangkok, Hanoi, Phnom Penh, perfino Hong Kong e Singapore è meglio evitarli se non si è accompagnati da una persona del luogo di cui si è sicuri della sua amicizia e magari gode di una certa familiarità con il sottobosco urbano. Se proprio si finisce in qualche situazione pericolosa e capitasse come è capitato a me di trovarsi in situazioni a "rischio" è meglio palesare una certa sicurezza e un comportamento risoluto che i benpensanti aborrirebbero, giudicandolo da -bianco bastardo razzista- ma invece farà la differenza fra tornare a casa o non tornare, finire a pezzi oppure rimanere intero. 
Nel caso applicare ma con attento discernimento, la regola aurea "Chi picchia per primo, picchia due volte" che è una risorsa che vale più di tante chiacchiere.
E' sempre meglio però avere un piano B, da attuare in caso di emergenza, una sorta di "escape road". 
Questo forse può sembrare eccessivo, ma sarà di grande importanza se ci si avventura fuori dai soliti recinti per turisti.
Quindi suggerisco un comportamento rispettoso, asciutto, deciso, meglio se un po' scostante, ma comunque pronto anche alla simpatia. 
Questo eviterà una marea di problemi, rendendoci poco appetibili alle aggressioni, ma anche educati e ben accetti ai loro occhi, perché è ragionevole piuttosto che rimanere se stessi in un contesto completamente diverso, adottare delle strategie funzionali in rapporto a dove ci si trova e così evitare di passare grossi guai.

Per un uomo è più semplice viaggiare, meglio ancora se quest'uomo è alto, robusto e con l'occhio sveglio. 
Ho visto però anche coppie di ragazze con gli zaini in spalla girare da sole in lungo e in largo per l'oriente, ma non ho idea se in me sia sorto maggiormente, ammirazione per il loro coraggio o perplessità per la loro incoscienza. 
  
In generale, secondo la mia opinione bisogna essere versatili e adottare il più possibile gli usi e costumi del posto.
Mi fa sorridere un ricordo sicuramente banale ma che non posso dimenticare proprio per questo, di un mio caro amico italiano che voleva un piatto di spaghetti all'arrabbiata in un ristorante in Birmania in  un posto selvaggio nel Golfo del Bengala.
La sua delusione nel mangiare qualcosa che non era affatto quello che si aspettava, era per me il naturale risultato di volere una cosa che non apparteneva a quel posto. 

Semmai avessi bisogno di chiarire a me stesso, quanto sono un po' diverso dal comune "turista" dovrei descrivere la mia faccia di commiserazione al suo tentativo di spiegarsi per avere quella pietanza e che ovviamente non riuscì a mangiare nemmeno due forchettate di quel piatto, mentre io mangiai benissimo i loro piatti squisiti. 
Il suo comportamento secondo me fu fuori luogo.

Dunque, bisogna prendere quello che hanno, che è molto, e lasciare le abitudini di casa, a casa appunto. 
Giusto per far capire racconto alcuni aneddoti dei paesi che ho visitato e qualche istantanea di vita vissuta.

In Giappone che fra i paesi asiatici è il più ricco e più strutturato, vi sono alcune regole assolutamente arbitrarie come ad esempio il divieto sociale di soffiarsi il naso davanti ad altri, se lo si fa poi a tavola si è quasi sicuri di continuare il resto del pranzo da soli, e si riceverà comunque una brutta reazione; Ci sono altri usi invece che secondo la mia opinione, possono avere un senso come la busta con i soldi che si usa in molte occasioni, ma diverse dal Vietnam, anche con gli amici ma non quelli troppo stretti. 

Quando ad esempio si riceve ospitalità e la classe sociale e la disponibilità economica di chi ospita è inferiore a quella dell’ospitato, si usa consegnare del denaro (rigorosamente pulito e stirato) in una bella busta. 
La persona che la riceverà è esentato dal ringraziare o farà solo un piccolissimo inchino, naturalmente senza guardarci dentro, dovrà mettere questa busta in bella mostra da qualche parte, magari sul comodino però come se nulla fosse. 
Tutti in quella casa vedranno che il gesto sociale è compiuto, ma senza enfatizzarlo. 
Sempre nella società giapponese c'è un rapporto molto più stretto che negli altri paesi orientali con il “debito” che noi definiremmo "favore" che comunque è un cardine molto importante della loro società ed è importantissimo per loro.
Nel paese del Sol Levante questo concetto di "debito" rasenta l'ossessione. 
Si contrae un debito per un nonnulla, anche per piccole cose che per noi sono scontate come per esempio solo chiedere un’informazione stradale, perché "obbliga" il malcapitato a rispondere e dare l'informazione e assicurarsi che l'interlocutore sia soddisfatto della risposta ricevuta,  questo porterà via del tempo e magari quel poveretto perderà il treno o arriverà tardi al lavoro. 
Noi occidentali non capiamo l'imbarazzo che spesso creiamo con alcuni comportamenti da faciloni. 
Infatti, se si fa caso ai piccoli gruppi di giapponesi che visitano il nostro paese li si vedrà sempre con una cartina in mano e cercheranno, nel limite del possibile, di arrangiarsi per trovare le vie, i monumenti e i ristoranti in maniera autonoma, senza rompere "i cosiddetti" al prossimo.

Si costruisce, nei rapporti nipponici, man mano una contabilità di favori e debiti molto elaborata che per noi sarebbe difficile mantenere aggiornata. 
Figuriamoci in questa ottica debitoria confrontare il nostro modo di rapportarci in famiglia con il loro. Ad esempio come si comportano certi figli nelle nostre famiglie, a volte un po' arroganti e irriconoscenti che vedo rivolgersi ai genitori con sufficienza. Un tale comportamento sarebbe inconcepibile nel rapporto familiare orientale. 
I figli asiatici, magari hanno un senso un po' forzato di riconoscenza, ma comunque sincero e fortissimo per la vita ricevuta dai genitori. 
Essi, considerano il mantenimento finanziario, la protezione sino all'età adulta e gli strumenti donati per il loro futuro come un dono sacro.
Per i figli europei queste sono solamente attenzioni dovute, mentre per i figli orientali sono un prestito da restituire. 

Su questo atteggiamento di umiltà e rispetto familiare, ma anche di riconoscenza nel comprendere la connessione profonda tra la nostra felicità e il sacrificio di altri, metto un'accento particolare; Perché è importantissimo per lo sviluppo di una persona di valore.

Come può nascere la saggezza in un essere umano senza la riconoscenza? 
Come si può essere felici e realmente umili senza un cuore grato? 

Devo dire che l'occidente avrebbe solo da imparare a testa bassa da questo insegnamento orientale.
E' un debito inestinguibile quello con la famiglia in particolare per un giapponese che talvolta giustifica perfino il suicidio. Nel loro paese non è disapprovato, anzi è quasi una forma di altruismo, è perfino pagato dalla polizza assicurativa sulla vita, ed è un caso unico in tutto il mondo.
In generale credo che queste prospettive non  le potremmo mai capire completamente,  nemmeno vivessimo mille anni. 
Forse le potremmo intuire o per meglio dire solo intravvedere.

Perché fanno così? Perché così funziona tra di loro. 
Non c'è una buona risposta, sono strategie sociali createsi e consolidatesi nel tempo. 
Si devono però vedere come semplici fatti senza giudicare con la nostra mentalità, altrimenti sarà difficile comprenderli.

Tornando invece alle donne, direi che questi problemi non affiorano quasi mai nei cosiddetti “summer love” o “fast love” come dir si voglia, dove la ragazza asiatica, incontrata in un bar o per strada che accetterà la compagnia di un corteggiatore straniero, penserà solo a far felice il maschio che le paga da bere, le offre la cena, le da un regalo o addirittura che gli allunga dei soldi, senza che essa possa considerarsi propriamente una prostituta. 
Nella mente femminile orientale è naturale ricevere i soldi di un uomo, perché fa parte del loro sillogismo per cui: I soldi sono la cosa più importante per un uomo, dunque se li regala a una donna, significa  che tiene a lei. 
I problemi salteranno fuori se si ha una relazione seria e continuativa, e se persisterà questo atteggiamento che è inconciliabile nel dare un valore profondo, libero e vero allo stare insieme, perché i soldi sostituiscono i sentimenti, e dunque si usano solo se si preferisce avere una relazione commerciale invece di una sentimentale che secondo me è molto più bella e gratificante. 
Il denaro è comunque uno strumento che va capito e sapere come funziona. 
Non è proprio sbagliato in se come sistema di scambio; Inoltre se se non esistessero i soldi come una barriera tra noi e gli altri ci scanneremmo per una bistecca. Ha dunque una certa valenza e utilità. 
Il denaro è una sorta di muro che protegge, ma anche imprigiona. Questo è bene considerarlo sempre.
Con i mattoni di questo muro, penso che sia possibile costruire anche un acquedotto, una strada, qualsiasi cosa possa essere utile a tutti e a cuscino, perché no?  
Comunque, queste sono le mie utopie personali, non molto condivise dalla maggioranza.

Invece, tornando a questo particolare ragionamento delle donne asiatiche, direi che è un po' opinabile ed è, in maniera più sfumata, presente un pochino anche in alcune donne con la pelle bianca che però lo mascherano pretendendo i cosiddetti "regali & attenzioni". 
Non saranno proprio come banconote, però sono comunque una specie di "love tax" di cui si fanno esattrici, e i cui proventi vanno sempre verso la direzione di chi apre le gambe come fosse uno sportello di un registratore di cassa; Mancherebbe solo il "din-din" del campanellino ad ogni spinta pelvica del maschio e questa situazione "un po' così" farebbe anche ridere. 
Aspirerei a una reale parità sessuale, ma è un po' romantico credere che possa realizzarsi finché le differenze economiche e sociali saranno così forti tra i maschi e "l'altra metà del cielo" come si usa dire con una bella espressione, da quelle parti, riferendosi alle donne.
Le femmine secondo la mia opinione non sono né più deboli né più forti dei maschi (chi sono io per dire chi è forte o non lo è?) Certamente, però hanno più strumenti a disposizione, anche se non sono spesso sfruttati.

Il "paradiso rosa" tra i fiori di loto così durerà con una ragazza asiatica che non abbia intenzione di sposarsi con il suo corteggiatore, giusto il tempo che vorrà lei, in base al suo guadagno e al suo divertimento. 

Questo lo si potrebbe dire per ogni donna su questo pianeta?  
Una risposta onesta, raramente è una risposta che piace. 
Diciamo che ogni uomo guarda, ci ragiona sopra, e tiene il commento per se...Al modo orientale.

In un involontario rigurgito misogino che di solito non mi appartiene, mi ricordo il detto cinese che recita: "Se sentite di un uomo che è innamorato di una bella ragazza e la sposa, sicuramente quest'uomo sarà molto giovane, e non immagina che la ragazza, parlerà sempre a sproposito tutti i giorni della sua vita, sino a che a novantanni finirà in una fossa".

C'è anche da aggiungere che nei rapporti sentimentali e matrimoniali, questo mercanteggio è meno evidente, ma il concetto di mantenimento/amore in Asia è molto forte per via delle difficoltà in cui molti vivono e che richiede un atteggiamento più concreto.

Diciamo che hanno meno il lusso dei sentimenti.

E’ anche importante capire che “No” per loro è in generale fonte di imbarazzo, allora piuttosto diranno "Si".  
Ovviamente poi, faranno come gli pare, perché mentire in questi casi per loro è quasi normale. 
E' necessario rimarcare a volte mote volte, l'importanza di quello che si chiede, ripetere la richiesta tre/quattro volte sarà una necessità per essere più sicuri che l’interlocutore comprenda che è importante e dovrà essere fatto e non sarà consentito dire accomodanti bugie.

Sembrerà a noi di parlare con un deficiente essere costretti a ripetersi, oppure che ci parlano come fossimo dei cretini,  invece è il modo che hanno per chiarire la differenza fra ciò che è importante, e quello su cui si può sorvolare senza problemi.

In merito a una certa "disponibilità" delle bellissime donne asiatiche non bisogna certo illudersi che se una ragazza sembra "affascinata" dal bianco turista di turno, è in realtà principalmente interessata al suo portafoglio. 
Lo trovo perfettamente normale, visto che ci sono grossi problemi di povertà e il turista, dopo qualche ora, giorno o settimana al massimo se ne tornerà a casa sua, mentre la ragazza dovrà vivere cercando di combattere questa povertà endemica e comunque vivendo in una società dove è molto più difficile cambiare status.

Su ciò un maschietto occidentale deve essere realista, anche se è una considerazione che riduce l'autostima, e oscura il fascino dell'oriente esotico, foriero di piaceri nascosti e inconfessabili, nonché opportunità come una sorta di  "Eldorado" per gli affari e per il cuore,  dove queste opportunità in realtà non esistono se non nella testa  bacata di tanti bianchi che fanno la pipì in piedi.

Perché, diciamolo con cruda onestà, non è che una persona cambiando emisfero, si trasforma come per magia in un "sex simbol" quando fino al giorno prima in patria era come un vetro per l'altro sesso...cioè trasparente. 
Questo gioco seduttivo adottato dalle femmine, non è moralmente sbagliato secondo loro, perché dividono in maniera drastica (o realistica) gli affari dai sentimenti e il sesso dalle relazioni amorose e matrimoniali. 
In quanto il sesso è visto più come un’esigenza naturale e personale che un fatto sentimentale legato all'amore e alla società; non dico che non esistono il sentimento e la passione, ma sovente sono un po' trascurati.

E' giusto approfittare di un'offerta del genere? 
Esagerando con il pragmatismo, direi che se si comprende che secondo questo costume -fare l'amore è un po' come mangiare- allora quando un uomo andrà in un "ristorante" perché ha fame dovrà sapere che sta comprando qualcosa, e non dovrà per qualche strano senso di colpa, sentirsi obbligato ad andare in cucina e riempire lo Chef di bacini sulla fronte per tutta la vita per dimostrargli la sua riconoscenza per il fatto che si è trovato bene e ha speso poco. 
Insomma, non so se mi sono spiegato, certe cose sono da guardare con disincanto e senza moralismi inutili.
Sotto un certo punto di vista sono un po' meno ipocriti di noi, ma questo è un mio giudizio personale.

E' anche difficile parlare in generale dell'Asia e della loro "cultura" perché ogni paese ha le sue caratteristiche particolari e vi sono delle enclave tradizionaliste dove c'è un moralismo esasperato. A volte sempre nello stesso villaggio si troveranno ragazze serissime e altre che sono dei "zoccoloni imperiali" e che nonostante abbiano un marito o un fidanzato si prostituiscono, magari ogni tanto oppure sempre; Addirittura certe poverette mantengono, e senza recriminare troppo, il compagno che passa le sue giornate al bar, se non è vero amore quello! 
Tutto è così molto mischiato nel paese delle Pagode, molto contraddittorio, e molto colorato direi, come i loro palazzi e le loro strade.

Un'altra cosa da capire bene è che per un orientale la comprensione del linguaggio è letterale.
Quindi, non intendono il nostro umorismo, le allegorie, le allusioni e men che meno le sfumature della comunicazione cui noi diamo invece molta importanza. 
Parlare in maniera lapidaria e inequivocabile all'interlocutore asiatico è utile, evitando i voli pindarici e le ardite metafore è preferibile secondo me, ma soprattutto non fa perdere tempo in frustranti incomprensioni. 

Il turismo e i viaggi per i nostri beniamini dalla pelle gialla sono una cosa rara, tranne che per i giapponesi e ora anche i cinesi, e forse un po' le ultime generazioni degli altri paesi, ma in generale per tutti loro non ha molto senso andare a visitare altri luoghi.
L'interesse per l'arte, i templi e i musei è riservata a pochi, amano più semplicemente la Natura. 
La conoscenza e la cultura è funzionale al lavoro, dunque al guadagno per poi provvedere alla famiglia. 
E' tutto molto semplice: la scala di valori coincide con le priorità. Punto.

Mi ricordo la faccia meravigliata di un tizio alto un metro e un barattolo che in Laos mi chiese perché attraversavo tra i pericoli il suo paese in motocicletta se non avevo affari da svolgere in altre città o parenti da andare a trovare. 
Naturalmente, lo spirito di un viaggiatore e la sua curiosità sono qualcosa di astratto per molti asiatici, in particolare per quelli che vivono nelle zone rurali che è un po' come spiegare a un cieco il senso della luce in un quadro di Caravaggio.

Però in alcuni momenti invidio la loro semplicità e concretezza, penso che magari sono più saggi di me, e sicuramente vivono più tranquilli e comodi, perché alla fine: in un paese fa caldo, in un'altro fa freddo, a volte un paese è umido, un'altro è molto esteso, in certi ci sono le piramidi a gradoni, invece in un altro le piramidi sono geometriche, ma ragazzi belli, il Mondo anche se continua a ruotare non si sposta poi di molto. 
Cambiano gli attori, la scenografia, i costumi, ma il copione della commedia è su per giù sempre lo stesso.

Sebbene mi piaccia andare in giro per il mondo non è che mi dimentico che questo pianeta non è che una lacrima salata nel grande universo, anche se, anche se...Qualche volta, potrei dire che il sorriso di "Ciò che non ha nome" arriva a me, e anche a questi bipedi contraddittori chiamati uomini.

Finché però non saranno disponibili i voli "low cost" intergalattici mi accontenterò di girare intorno a questo pianeta. 

Giusto per continuare a saltare da palla in frasca, e dare con qualche pennellata sparsa un senso a questo quadro, è molto strano per loro ringraziare un cameriere che ti serve il pranzo o anche un solo caffè, cioè si è esentati dal saluto perché si paga un servizio, e non è molto sbagliato ma per noi è scortese.
Dunque  il rapporto con le regole sociali di educazione sono diverse e sono da intendersi in funzione di questa logica. 
Se per caso guidando la macchina in Cina (Dio ce né scampi e liberi) diamo la precedenza a un pedone cinese, questi non ci ringrazierà per la cortesia, perché nel momento che rinunciamo al nostro diritto di superiorità (l’autovettura è più grossa e fa più male se ti arriva addosso di un pedone) sarà normale per lui acquisire questo diritto senza l’obbligo di ringraziare che è in generale riservato a un vero favore.

Niente avrà senso ai nostri occhi occidentali.
Inoltre, quello che  scrivo non vuole spiegare la società asiatica, è solo un personale ragionamento messo nero su bianco. 
Un racconto della mia bizzarra esperienza in questa forma biologica a contatto con questi stravaganti miei simili tanto diversi; Non è certo un trattato di sociologia che già quello che ho scritto  fa venire "du palle".

Per alzare l'interesse, accennerò un po' al sesso, ma senza foto e filmati che non è fine, e poi sono un ragazzo timido, dunque non voglio vantarmi...
  
E' da considerare che in generale in Oriente il rapporto con qualunque scelta sessuale è visto con maggiore tolleranza e sempre nell'ottica di farsi i fatti propri cioè come un fatto personale e non sociale.
Ecco che non è inusuale trovare un travestito (Ladyboy) lavorare in un negozio, in un bar oppure in banca, certamente vestito da donna e naturalmente con il vocione. 
Anche l'omosessualità (molto diffusa) non è guardata con molto pregiudizio o nemmeno con discriminazione come succede ancora da noi.
In generale le ragazze hanno un ottimo rapporto con il proprio corpo, non hanno molte inibizioni nell'intimità, godono di una agilità articolare notevole e sono pulite. 
Al ristorante non mangiano molto bene, ma in tutto l'oriente il "bon ton" a tavola non è ancora arrivato e probabilmente si è perso per strada e non arriverà mai. 
Molti occidentali criticano questa promiscuità, ma per me la loro è solo invidia. 
Alcune donne poi sono estremamente critiche sul dongiovannesco atteggiamento di molti stranieri in alcuni paesi del sud est Asiatico. Personalmente lo guardo con un bonario distacco, perché prima di parlare e giudicare, dovrebbero provare a vivere un po' con un paio di palle che producono costantemente testosterone e  poi forse capirebbero certi comportamenti.

Secondo me il divertimento è sempre giusto, però nel rispetto della dignità umana, su questo sono severissimo, per primo con me stesso, perché è un valore inviolabile.

Alle femmine benpensanti che hanno una vita asciutta come la loro patata non rispondo, perché sono come quel sazio per cui la fame non esiste.

In Oriente, il rapporto con il sesso è vissuto in maniera diversa bisogna comprenderlo con un po' di apertura mentale ed è così anche per la fedeltà sessuale, forse per via delle religioni diverse, non saprei che dire, oppure semplicemente, perché così è più semplice vivere ed è anche più divertente. 

Tornando al mio piccolo documentario scritto, aggiungo che la cosa importante per gli asiatici è principalmente salvare le apparenze, portare a casa la pagnotta e poi fare quello che gli piace, che tanto tutti fanno finta di non sapere, senza chiedere troppo, un po’ come succede nel nostro meridione: tutti sanno, ma nessuno parla, almeno apertamente. 
Diversamente in quei luoghi esotici non è scortese informarsi sul patrimonio altrui che invece è necessario a loro per stabilire la gerarchia.

Detto ciò bisogna considerare che le persone di quei paesi non sono molto istruite, e neppure troppo intelligenti, forse è questo il motivo del loro spiccato conformismo.
La crescita ridotta dell’intelligenza è dovuto probabilmente al fatto che  il loro cervello è sottoposto a meno stimoli informativi durante lo sviluppo, o per meglio dire sviluppano un' intelligenza diversa da quella che noi occidentali valutiamo tale.
Hanno altre qualità che compensano questa carenza di pensiero astratto e sono: una spiccata furbizia, un pragmatismo notevole, una destrezza manuale acrobatica, una grande resistenza fisica e un buon rapporto con il corpo.
E' molto interessante invece un particolare approccio alla comprensione della realtà che ho trovato nei soggetti asiatici più evoluti e che si realizza nel costruire una logica basata più sulle similitudini, piuttosto di quella occidentale che è incentrata sulle eguaglianze come nella logica aristotelica.
E' un peculiare modo di ragionare che porta spesso a notevoli intuizioni e una semplificazione, che potrei definire, una sintesi intuitiva efficace; Essa ha sviluppato tra l'altro la Medicina Cinese con la sua particolare correlazione fra macrocosmo (mondo, stagioni, elementi) e microcosmo (uomo inteso come collegamento tra cielo e terra) in un rapporto simbiotico, sinergico e dialettico nel divenire che connette il Tutto con il singolo.
Per quanto riguarda le carenze cognitive nella maggioranza delle persone che è una vera pandemia che coinvolge ogni paese e la mancanza di alcuni tipi di ragionamento più raffinato non è colpa soltanto della persona in sé, ma anche della società e del sistema scolastico, però è bene saperlo che non ci sono, tranne qualche eccezione, in giro troppe "cime".
Non è certo una critica, ma solo un'analisi che cerca con un po' di presunzione, l'obiettività.

Esemplificando nel concreto il mio comportamento pragmatico quando viaggio, adotto la seguente regola commerciale, in tutti i paesi tranne in Giappone, sui prezzi e sui servizi  che devono essere sempre contrattati. 
Se il venditore o l’erogatore di qualche servizio, mostra contentezza, ahia!  E' certo che sto per essere fregato sul prezzo. 
Se invece è serio, significa che ho pagato un prezzo più alto del dovuto, ma ragionevole per il solo fatto che sono un occidentale ricco (che è sempre la condizione di "default" di un bianco ai loro occhi). 
Se invece il venditore mostra tristezza, afflizione e contrarietà, allora ho pagato come uno di loro. 
In generale vige la regola della "faccia leggermente incazzata" quando si deve contrattare su qualcosa che aiuta a ridurre i costi di almeno un 50% perché ho notato li mette in "sbattimento" e se hanno paura si comportano bene (ovviamente nel mio personalissimo modo di vedere il bene cioè principalmente il mio, e poi casomai allargato a chi mi sta intorno).
Non posso dimenticare la faccia basita dei miei occasionali compagni di viaggio italiani che non capiscono, il motivo di combattere come una tigre inferocita, il prezzo di oggetti anche inutili, trattando sino allo sfinimento anche per un dollaro o due. 
Ovviamente dei soldi non me ne frega molto, ma è una questione di valore e della mia dignità che voglio suscitare, perché gli orientali danno un gran peso al carattere e alla furbizia che si esprime anche nell'acquisto vantaggioso di qualcosa. 
Se si vuole costruire un simpatico rapporto di amicizia con loro per prima cosa non si dovrà fare al figura del "babbione". 
Questo ha una sua logica che rispetto, infatti chi mai vorrebbe avere un amico stupido?

Se per qualche oscuro motivo dell'anima una persona si sente in colpa con gli altri, deve farsi perdonare il fatto che non  guadagna onestamente il proprio denaro, potrà sorridere durante la trattazione, fare il gentile o addirittura il "buono" e il prezzo risultante arriverà almeno al doppio del suo valore -sicuro come la morte della felicità sessuale dopo il matrimonio- 

E' interessante per dare l'ultima esemplificazione, la teoria delle ragazze Thailandesi che può far capire quanto siamo diversi.

Essa si basa sul "SII HONG HUA JAI" che tradotto significa le “quattro stanze dei miei cuore”.

Nella prima stanza le ragazze mettono la loro famiglia d’appartenenza.
Nella seconda mettono i loro fratelli e sorelle.
Nella terza mettono loro stesse.
Nell'ultima c'è il fidanzato/marito/amante.

Confondere un rapporto personale con la priorità asiatica dei rapporti familiari prevalenti su ogni altro tipo di relazione, gli affari con il sesso, e quest'ultimo con l'amore, porterà a disastri per qualsiasi persona e in qualsiasi paese d'oriente; A maggior ragione per il malcapitato turista straniero che in generale non dovrebbe mai dimenticare: dov'è, con chi è, e il vero perché della situazione che sta vivendo.

Questo lo dico solo a monito. 
Poi, si sa che siamo tutti molto bravi a sbagliare anche da soli, senza bisogno dell'esperienza e dei consigli altrui. 
Figuriamoci dei miei, che sono appena trenta secoli che vivo su questo pianeta e ancora non ci capisco una mazza.