"Domani è un altro giorno" si dice spesso con un sospirone.
Il domani però non arriverà mai, perché quando accade si chiamerà oggi.
In ogni caso è una frase suggestiva quella che diciamo spesso e resa famosa da un film di Hollywood, perché richiama alla speranza.
Si crede al Futuro e con una certa ragionevolezza si pianifica quello che verrà, ma obiettivamente non succede così come si crede.
Anche quando le cose vanno nel verso che vogliamo accadono sempre in maniera diversa.
La speranza è propria del nostro modo di pensare.
Il Futuro sarà sempre meglio di oggi.
Nel Futuro ci sarà redenzione secondo la Religione, avverrà la guarigione secondo la Medicina, si avrà il superamento dei conflitti sociali ci assicura la Politica.
Il meglio verrà sempre dopo, questo è lo slogan dei tempi moderni.
Sebbene queste promesse siano disattese dai fatti sotto gli occhi di tutti, non cambiano la nostra prospettiva protesa all'orizzonte che posticipata in un altro tempo al di là da venire gli ambiti traguardi.
Si corre senza preoccuparsi di conoscere la strada.
Pare un peccato veniale questo ottimismo, ma è una costante solo per una cultura come la nostra.
Ci sono popolazioni primitive per cui il futuro non esiste; è un quasi presente il Domani e questi uomini faticano a concepirlo.
Alcuni Missionari in Brasile, venuti a contatto con gli indios che morivano di febbre per un raffreddore, una malattia cui il loro sistema immunitario non era attrezzato a contrastare e portato dai bianchi, fornirono delle coperte a questi primitivi.
Infatti di notte fa molto freddo nella selva amazzonica.
Gli indios usavano la coperta per scaldarsi, ma poi la dimenticavano chissà dove al mattino, perché nella loro idea una notte non sarebbe seguita ad un altra. Era semplicemente finita.
Sarebbe tornata?
Non era nelle loro preoccupazioni.
Questa previsione che per noi è automatica per loro è inconcepibile.
Non è però un errore della loro mente o una mancanza di un processo cognitivo raffinato: semplicemente hanno un modello culturale diverso.
La mente umana si forma e si plasma dal condizionamento familiare e sociale già appena nati e non solo aderendo a norme e codici sociali condivisi, ma perfino nel modo di costruire il pensiero.
Altrimenti non ci intenderemmo.
Popoli diversi non parlano solamente lingue diverse, ma pensano in modi diversi. E' questo retaggio che chiamiamo "culturale" quello che plasma religioni e filosofie diversissime e che permette ad alcune etnie di primeggiare in campi diversi.
La vita degli Indios è più semplicemente aderente al presente in maniera fortissima; Sono incredibilmente concentrati e percettivi, perché non si occupano di quello che verrà, ma piuttosto di quello che accade.
Questo gli permette di affinare capacità utili alla sopravvivenza nel loro ambiente fortemente ostile.
Nella Natura selvaggia il "qui e ora" è un elemento fondamentale alla sopravvivenza; Noi civilizzati invece ci perderemmo e moriremmo in pochi giorni nella loro foresta.
Non solamente, perché abbiamo conoscenze diverse che in quel contesto non sono utili, ma perfino apprendendole non potremmo utilizzarle con la medesima efficienza.
Se sai che il giaguaro ti può sbranare non è detto che lo riesci a vedere nel fitto della giungla.
Conoscere le tracce di una preda non è riconoscerle nel terreno né ti permette di seguirle lungo un percorso che ai nostri occhi apparirebbe indistinto.
La loro adesione a ciò che li circonda è totale.
Si confondono con le foglie e gli alberi quasi fossero un tutt'uno e questo lo posso affermare, perché l'ho visto.
Quando questi nativi vengono in contatto con la Civiltà sono disorientati come bambini, e noi ugualmente lo siamo nel loro mondo.
Bisogna comprendere che la previsione e la preparazione al dopo è un fattore culturale, principalmente utile alla Tecnica.
Noi uomini civilizzati consideriamo il Progresso in termini di Tecnica e la Tecnica è quasi sempre sinonimo di comodità, produttività (consumo) ed efficienza industriale.
L'uomo moderno è calato nel "tempo macchina" della produzione, quando non è in un altro tempo e in un altro luogo nell'ideazione del Futuro e poco, anzi pochissimo nel presente.
Lo si vede in metropolitana dove la maggioranza è persa nella contemplazione di uno smart phone e non si accorgono nemmeno di pestare i piedi al vicino.
Questa "distorsione" chiamata Domani ha generato la tecnologia, ma ha portato l'essere umano a conoscere l'ansia e la nevrosi che è una malattia propria del mondo moderno.
Le tribù primitive non l'hanno.
Soffrono la fame, ma non la psicosi.
Non si può dare un valore positivo o negativo rispetto a queste differenze, perché sono maturate in contesti diversi e hanno funzionalità diverse.
Dunque il Futuro per noi è quasi più importante del oggi, sebbene l'unico momento in cui possiamo vivere sia l'adesso.
La Medicina si incarica di dirci che viviamo più anni, ma viviamo meno intensamente.
Non soffriamo il freddo, ma soffriamo la nevrosi di una vita frenetica, soverchiata di impegni burocratici, divieti, regole, leggi e tesa verso un status che a ben vedere è esagerato rispetto alle reali esigenze umane.
Siamo sudditi del Troppo che esige un tributo costoso in termini di sofferenza psichica eufemisticamente definito: stress.
Da molti questo cafarnao è confuso semplicemente con il benessere solamente perché si dispongono di molte cose.
Pare così che: «Quando l'uomo non ha più freddo, fame e paura, è scontento».
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