giovedì 10 aprile 2008

Se vuoi parlare d'amore...taci.


Nasciamo dal sesso, se non esistesse il sesso io ora non scriverei, ma ancora meglio non esisterei.
Il sesso permea come forza primaria tutta la vita e come potrebbe essere diversamente?
È nostro Padre è la nostra Madre.

Millenni di condizionamento religioso hanno indelebilmente scritto nel nostro cuore che il sesso è una cosa sporca, materiale, animalesca; in confronto all’eterea bellezza dell’amore (inventato ad hoc), al sublime distacco dall’egoismo e che solo questo nobile sentimento ci dona, ci emancipa, dalla Natura e ci rende simili a Dio (che è notoriamente senza sesso, ma solo “Amore”).

Ecco che la frattura nell’uomo è compiuta. In questo spazio sotteso fra opposti si intravede l’abisso dell’inferno.

Poesie meravigliose, sospiri e sguardi rapiti verso il cielo fanno da ottundimento alla naturale realtà che ci spinge una volta generati a vivere, nutrendoci di altra vita, per dare vita ancora e ancora, sino alla consumazione dei secoli.

Solo nella copula disperata l’uomo scongiura la condanna a conoscere, unico nel suo genere, la certezza della fine. Se non può aderire a questo imperativo, la sua pulsione si indirizza ad un altro modo di espressione, ma la radice è la stessa, esorcizzare la fine . Eros e Thanatos è l’indissolubile abbraccio raccontato degli antichi. Vi siete mai chiesti il perché di questa “stana coppia”?.

Noi abbiamo perso la nostra innocenza non a causa del sesso, come sostengono molte religioni, ma a causa della consapevolezza della nostra morte che ci attende alla fine di questo corridoio, a ridosso di questo pugno di anni maledetti.
L’alito della fine ci ricorda sempre l’impermanenza della nostra forma materiale, ci sottolinea la vanità di ogni azione, di noi poveri diavoli.
Sesso è l’amor materno, sesso è l’amicizia, sesso è l’amore, ma se non vogliamo sostenere Freud e un concetto desueto, allora ampliamolo con una visione dove tutto è solo pulsione a vivere e nulla c’è oltre quest’urlo che nell’orgasmo ci fa perdere noi stessi in un irresistibile desiderio a dare nuova vita.

E ce la possiamo raccontare finche ci pare, ma se un uomo guarda dentro la propria anima (o qualunque cosa possa definirsi questo senso di essere) sentirà chiaro l’unica parola che riecheggia nel proprio corpo: Vivi!

Vivi non solo in te stesso, ma negli amici, nelle persone del mercato, nei figli, nelle amanti, nel cibo, nella terra che pesti sotto i piedi e nell’aria che entra come vento nei polmoni.
Nella vita troviamo ogni risposta, anzi meglio, cessano le domande.
Questo non vuol dire stordirsi, anzi! E’ essere desti finalmente, poiché il tempo corre e non dobbiamo pensare che se ne vada, ma che arrivi.

L’anima non conosce la vecchiaia…non dimentichiamolo mai.
Abbiamo bisogno vergognosamente di nobilitare i nostri impulsi, di razionalizzare i nostri istinti che sono semplici, sono buoni, sono facili.
Pervertiti dalle parole e dai falsi concetti creati ad arte per dominarci, abbiamo definitivamente rinunciato alla primogenitura di essere Uomini per un piatto di lenticchie, un auto di serie e un abbonamento alla televisione satellitare.

Conquistare all'ora il cuore dell'altro può apparire uno scopo nobile, e certamente lo sarebbe se non avessimo già un cuore in noi stessi.

Quanto poco sappiamo … e penso che c’è veramente poco da sapere, ma ci sarebbe molto…molto da vivere.

Misere ricchezze e sfavillanti povertà.


Curiosamente la nostra vita non è mai come appare.
Non facciamo fatica ad arrivare ad un altro giorno, ma non è mai un giorno veramente nuovo.
Persi nelle nostre ambizioni, nelle nostre abitudini, pascoliamo nell’attesa della chiamata al mattatoio senza mai veramente domandarci cosa sia importante, cosa sia vera ricchezza.

Evito con un plastico salto i discorsi buonisti, triti e ritriti, dalla favola del “buon selvaggio” a “si stava meglio, quando si stava peggio”, parole che lasciano il tempo che trovano e non mettono in discussione il nostro odierno, l’oggi, l’adesso, che è l’unico tempo reale nel quale possiamo fare affidamento per una comprensione e poi successivamente un piano di attuazione per tracciare una nuova rotta di vita.
Nuova perché? E soprattutto per dove?

Un piccolo doveroso preambolo.
A me sembra, guardandomi in giro, che la nostra esistenza sia un po’ strana.
La nostra società, pretenziosamente additata come moderna, civile, progredita, mi sembra grandemente sopravvalutata.

La solitudine, almeno per chi vive in città, è veramente desolante.
Al di fuori della cerchia ristretta (quando va bene) delle amicizie e dei conoscenti, dei colleghi di lavoro, le possibilità di un incontro significativo, di uno scambio intelligente di esperienze ed opinioni “fuori dal coro” appaiono precluse.
Manca un centro al nostro mondo, un’agorà, una piazza, una panchina almeno.
Abbiamo venduto la nostra umanità, intesa come la capacita vibrante di vivere con i nostri simili e con la natura, per un televisore da 42 pollici. Splendido contenitore tecnologico per programmi privi di sostanza.
Abbiamo messo all’incanto il nostro senso di collaborazione, per vivere in condomini disumani, ove il vicino di casa appare più lontano della terra degli unicorni.
La nostra dignità barattata per la ricerca di un parcheggio per l’automobile.
Che affarone! Direbbe il mio commercialista.

L’uomo primitivo impegnava due ore della sua giornata per il proprio sostentamento, oggi se va bene non meno di 8 per il lavoro, ma a questo dobbiamo aggiungerci i trasferimenti (2 ore), la spesa (30 minuti), le faccende di casa (1 ora) il pranzo e la cena (2 ore), gli impegni burocratici (30 minuti), il sonno (7 ore) restano se va bene 3 ore, che generalmente investiamo in palestra, amici, televisione, lettura di libri.
Se va bene 3 ore di cosiddetto tempo libero, ma libero veramente? Mica tanto, perché è imperativo divertirsi, e anche quello è un bel daffare, mica si può star seduti a guardare il cielo (che non c’è più è coperto dallo smog!).
Nei fine settimana non va meglio e lo sappiamo tutti, alè in colonna per il mare e la montagna.

Ecco che fagocitati da continue seduzioni pubblicitarie viviamo nell’attesa di 20 giorni di ferie per andare tutti a divertirci alla stessa maniera. E’ imperativo apparire felici, pensare positivo, perché?
Perché mai dovrei pensare positivo? Cosa c’è di positivo in tutto questo?
La promessa della nostra società è questa: integrati, lavora come uno schiavo, paga ogni cosa più del suo valore intrinseco, corri sempre per arrivare in nessuno posto e così facendo “sarai felice”.
Ma voi ci credete? Ci riuscite?
Ma poi è veramente quello che voglio?
A me sembra che ci hanno, tutti, rimbambiti così tanto che se non abbiamo un vestito alla moda, la casa, la macchina, gli amici di circostanza, la moglie/marito e l’amante (ogni tanto per trasgredire) e non si va in ferie in una località esotica ci si deve sentire dei disadattati.
Quelli che per nascita o per rapace capacità sono ricchi non stanno meglio degli altri, alla fine nei loro super attici, per far vedere che sono contenti, “arrivati”, vanno avanti a Xanax, Prozac e qualche striscia di Cocaina, atterriti dal mettere alla prova le persone che gli stanno vicino per conoscere se veramente gli vogliono bene o magari vogliono bene solo al loro super attico e striscioline varie.
Che condanna, pure la loro, questa domanda li tormenta più di un motivo di successo dell’estate: “Ma se non avessi quello che ho, questo persona starebbe ancora con me?’”

In sostanza è proprio vero che questo modello di esistenza è ok?
Nessuno criticamente si mette in discussione e sempre colpa di qualche altro.

La soluzione che viene data dalla nostra società è: continuare a correre.
Chi si ferma è perduto. Eh certo! Se ti fermi tutto lo zaino che ti porti sulle spalle ti arriva addosso, ti schiaccia, ti stritola.
I media dicono che l’Europa non fa figli, per fortuna dico io., Non viene da pensare che forse ci si sente nella pelle che non c’è futuro per un mondo così?
Giusto gli arabi, gli africani, gli asiatici si riproducono come conigli. Non hanno manco le mutande e via a mettere al mondo altri come loro, preparano l’esercito per dar l’assalto alla zuccheriera, vogliono il nostro inferno, perché la televisione gli ha garantito che è bello.

Noi ci sentiamo talmente sfigati che non vogliamo lasciare in eredità a degli innocenti il nostro piccolo penitenziario a misura disumana. Abbiamo toccato il benessere e ci siamo accorti che puzza, almeno quello che ci è stato presentato sino ad ora.

I “convinti”, poi, cioè quelli che per loro va tutto bene, mi fanno ancora più pena.
Il condizionamento per loro ha raggiunto il parossismo, sono talmente anestetizzati che non sentono neanche più male, sono così ciechi che per loro splende sempre il sole, guardateli negli occhi questi prototipi umani, guardateli camminare, ma veramente.
Zombettini, conchiusi nel loro tran-tran.
Potenzialmente degli angeli vivono come, come…non mi viene manco la parola.
Certo che Dio con noi ha fatto proprio un bel lavoretto!
Quando mi chiede un consiglio, Lui, io gli dico: “Manda giù i quattro cavalieri dell’impresa di pulizie e chiudiamo sta sconcezza”. Lui ride e mi dice: Ma dai! Aspetta, che fretta c’è? Faranno tutto da soli.
Che adorabile figlio di p… Lui ha l’eternità, ma io no, porca zozza, io ho la clessidra che scorre inesorabile. Fa sempre così, mi chiede, e poi decide come gli pare, d'altronde ha un superego così ingombrante, mica è perfetto (lasciatemelo dire che lo conosco molto bene).

Se si pensa ad una nuova rotta, come tratteggiavo all’inizio ora ve lo devo confessare: non c’è.
Almeno non c’è per tutti, cioè c’è per me, anche per te, ma per te non può essere la stessa, poiché ogni uomo desidera cose diverse, ma se anche desiderassimo le stesse cose le dovremmo comunque raggiungere in modo diverso.
C’è però un dato comune, un indizio che ci accomuna tutti, quello che definirei un “principio guida” (parolone): “Desidera ciò che vuoi ma ciò che desideri deve sempre essere vero, reale, tuo”. Provate e vedrete che non è mica facile realizzare le tre condizioni.

Dove andare dunque?
In nuova Guinea? In Papuasia? In Patagonia? Al Giambellino? Mah!
Non dove ma come, con che spirito, questa potrebbe essere la chiave.
Che ognuno cerchi la sua ricetta per il suo piatto preferito, ma per amore di quanto è sacro non andate più al ristorante, non fidatevi degli chef.
Nutriamoci di ciò che veramente ci sazia.

Il resto sono solo sogni e poi, immancabilmente, incubi.

La felicità è una bufala


Ogni felicità porta insieme la sofferenza. Sono amici che camminano sempre assieme.

Io sono un tipo strano.

Quando sono a cena con una bella dama, penso già alla sofferenza che proverò quando ci diremo addio.

Quando incontro un amico già penso alla noia che mi spazientirà prima di salutarlo.

Quando mangio un buon piatto, penso alla sigaretta che dovrò fumarmi sul balcone.

Compro una cosa e già vedo, in prospettiva, le preoccupazioni che avrò per averne cura.

Non sono mai contento, per fortuna dico io.
Ma sono forse diverso da voi?

Amici cari, come diceva Muzio Scevola: “Io la mano sul fuoco non la metto più per nessuno”.

L'inganno della nostra vita inconsapevole non ci fa scorgere che ogni cosa a questo mondo è sostenuta dal suo opposto.

“E' natura”, diceva il mio amico mollandone una.
Lui sta bene (il mio amico) gli altri si devono turare il naso (gli asfissiati astanti).
Funziona sempre così.
Solo che facciamo fatica a vederlo, siamo miopi anche se inforchiamo gli occhiali di mister Magoo.

Pochi di noi si soffermano sulla constatazione che la felicità ordinaria non si crea, ma si sottrae sempre a qualche d'uno.
Tu ti fai una bella ragazza? E magari il suo ex soffre come un cane.
Tu mangi? e qualche altro magari patisce la fame coltivando la terra.
Tu vai in giro in un bel macchinone, e un povero cristo vive la sua esistenza d'inferno su una piattaforma petrolifera al largo dell'oceano per darti la benzina.
Non vogliamo vedere l'altra faccia della medaglia, il lato oscuro della luna, il retro del foglio per leggere cosa vi è scritto.

Pensiamo solo a noi, noi e poi ancora a noi e così facendo ci danniamo in un continuo sali-e-scendi di soddisfazione-frustrazione, fino a quando tireremo la “gambetta”. Bella roba!
No, amici a me non mi cucca più questo stato di cose.

Io non voglio essere felice, semmai mi interessa essere autentico.
O almeno non aspiro a quel tipo di felicità, voglio una luce senza ombra.
Solo luce.
Si può fare? E soprattutto: come fare?
E lo volete sapere da me?
Penso però che prima si smette di cercare prima si trova.

Ci si vede sulla spiaggia di Formentera...tra le onde, forse, della nostra vita disperata.

Innocenti evasioni



L'uomo possiede due grandi qualità, poter vivere la miseria della propria condizione, ed avere (in seme) la possibilità di emanciparsene (pagandone il prezzo, naturalmente).

Parlo di questo.

Di ciò che siamo e di ciò che potremmo essere.

Non bisogna mai confondere le due cose, però.

Perchè non ci fermiamo a come siamo? semplicemente perchè immaginando un mondo più ampio il mondo diventa più ampio.
Ovvero vi è un'intima e misteriosa correlazione fra noi e i nostri sogni.
Grazie ad essi (i sogni) possiamo conoscere la realtà.
Appare un paradosso, ma è solo un problema di prospettive.

Che l'uomo sia una bestia (perchè tiene il bisogno), come diceva Marenco, è un dato di fatto, che possa emanciparsi da questa condizione canina è una sfida.

Io, siccome non ho niente di meglio da fare, ci provo.

Dei soldi e della gnocca mi cala poco (pur avendone q.b.), di me stesso invece mi cala assai, sono un egoista al cubo anzi alla quarta (dimensione).

Siccome so di essere un prigioniero, cerco di evadere, ma da solo è un casino.
Cerco quindi ergastolani come me, pronti a scavare un tunnel oltre le mura.
Li cerco ovunque, anche quando faccio la fila all'esselunga.

Da molti imparo e a qualche d'uno insegno, costantemente cerco di avere occhi e orecchie aperte e culo stretto.
Non è un bel vivere mi si dirà...bello il vostro rispondo incazzoso.

E poi, tutto questo che c'azzecca direbbe Tonino ergastolino? Tanto.

Noi abbiamo bisogno di un sogno. Prendiamo per esempio l'amore, non tanto perchè lo possiamo vivere oggi, domani tra cent'anni, ma perchè sotto questa luce scorgiamo le ombre del nostro ego deforme, un Quasimodo senza speranza di Esmeralda.
Questo faro ci addita la rotta fra le nebbie delle nostre paturnie.
Il nostro ego deforme non può amare, perchè non vede le sue storture, ma può odiare e lo fa parlando di un amore disperato, un amore che rinnega a priori a se stesso.

E allora BISOGNA surfare fra queste due onde che si infrangono e si dividono (come siamo- come potremmo essere) costantemente e in quello spazio troviamo un modo diverso di essere , di vedere, di vivere.

Forse è l'unico modo per evitare ciò da cui ci metteva in guardia Borat nel suo omonimo film: “Molti uomo per inseguire sogno di plastica non vede bellezza che è davanti hai suoi occhi” (parla così, non è studiato).

Il muro è alto, le sbarre pesanti, scaviamo amici...scaviamo!





Il trauma di vivere


Di solito scrivo schiettamente, senza tanti preamboli, quasi in maniera brutale.
Non mi piace infiorettare la mia realtà, perchè penso che le cose vere stiano in poco posto.

Non ho dunque un carattere facile, almeno così dicono i pochi amici che sono riusciti a sopportarmi sino a questo momento, le donne poi…Dopo un primo momento di “fascinazione” non mi sopportano più, sono indigeribile.
Appaio una persona scomoda, difficilmente gestibile, un “rompicazzo” per usare un’espressione poetica.
Naturalmente la natura mi ha dato anche delle doti, altrimenti sarei veramente più reietto di quello che sono.

Questo esordio è per spiegare da dove parte la mia comunicazione e non certo per presentare me stesso (che non ha bisogno di presentazione) perchè non ho necessità di vendere un bel niente, che questo sia ben chiaro nelle vostre testoline.
Desidero spiegare cosa accade dentro di me, quando sento il racconto di una vita di qualche amico in difficoltà di qualche essere umano che si lamenta di una sofferenza.
Mi interessa condividere con lui ed anche con voi questa cosa, ho i miei scopi per darmi tanto daffare, ma a voi per il momento non devono interessare.

Devo anche fare un doveroso preambolo, ma ne vale la pena da parte vostra esercitare un po’ di pazienza nella lettura.

Secondo me il senso di umanità delle persone è spesso frainteso con il sentimentalismo e sono poi tutti questi “ismi” che ci forviano da una conoscenza viscerale dell’altro e delle cose.

Spesso sono a contatto con la sofferenza.
Essa, per necessità o per virtù, è diventata una mia amica.
“Se non puoi sconfiggere il tuo avversario alleati con lui” scriveva Sun Tzu nell’arte della guerra.
Detto, fatto.
Parlando con lei (in senso lato, non sono ancora arrivato a quel punto di follia) mi ha spiegato, lamentandosene, di quanto è grandemente sottovalutata in confronto a sua sorella: “la gnocca”,come la chiama Lei, e cioè la Felicità.
Mi ha raccontato che spesso il suo lavoro è frainteso e snaturato del suo reale valore.
Essa opera per il vero bene dell’Uomo, ma da questi non è degnata del minimo sguardo di apprezzamento a differenza della sua germana che (un po’ zoccola) è corteggiata da tutti ma non si concede mai a nessuno, se non per dei rari momenti assai fuggevoli.

Il dato a cui sono giunto, grazie alla frequentazione assidua con la Sofferenza e le lunghe chiacchierate fatte con lei la sera, magari con un bicchierino di quello buono in mano, è che Lei unisce veramente gli uomini molto più della felicità, appare un paradosso, ma vale la pena di rifletterci.

In fondo in fondo essere felici, innamorati, contenti, soddisfatti ci rende un po’ egocentrici, egoisti, fateci caso e anche un pochino stronzetti (se proprio volessimo sottilizzare) con una leggera “nuance” di rincoglionimento.
Quanti amici appena trovano la fidanzata si defilano e si squagliano come un gelato sotto il sole d’agosto, molti stimatissimi rapporti lavorativi sono amputati da un’inaspettata promozione che non costringe più all’amicizia…analizzate, cercate nella vostra esperienza, fate questo piccolo sforzo di memoria…Sarete ampiamente ripagati alla fine di questo scritto, altro che gli interessi del Conto Arancio!

Sostengo che nel godere il nostro piacevole senso interiore di felicità, la nostra attenzione è fortemente chiamata altrove.
A prima vista, esteriormente, siamo aperti, ma dentro cosa succede? Veramente, cosa accade?

Gli opposti si devono sostenere, questa è una legge di vita.
Se esteriormente sono raggiante domandatevi: “Ma l’ombra dove è andata a finire?”.

Dentro, miei amatissimi naufraghi.
Dentro siamo chiusi nel nostro piacere, come a contenere questo sentimento dolcissimo, che però si ha sempre paura che fugga ed infatti così avviene.

No, mi si dirà: “La felicità è condivisione!” E’ principalmente uno slogan, rispondo secco, e così solo in misura minore, ve lo dico io, è solo apparenza.
Osservate cosa succede dentro, quando siete felici e poi mi direte, ma vi avviso che non è facile. Poiché i momenti di consapevolezza non si accostano volentieri ai momenti di felicità.
Provate per esempio a essere consapevoli nell’orgasmo, de-identificatevi quando “vi dice bene”, mica è facile.

Invece osservate con quanta facilità la sofferenza rivolge la luce dentro di noi, di come apra le porte del senso di umanità, della comprensione che ci avvicina alla compassione.
E’ un’occasione, certamente, tutta da realizzare, va bene; non è mica automatica come una Beretta Parabellum.
Va un po’ fatta fermentare, senza fretta, poi gustata come un liquore antico, un tonico amaro che però guarisce.
In fondo ci è compagna sin dall’inizio del mondo.

Apparentemente sembriamo chiusi, musoni, bui ma guardate come si diventa attenti…dentro si ha un’esplosione verso l’interno e poi verso l’esterno.
Notate come ogni cosa ci tocchi come un chiodo su un nervo scoperto, come il sale su una ferita.
Vedete dunque come ci si drizzano le orecchie, quando uno parla, quanto ci coinvolga il vivere interiore del nostro prossimo, quanto ci commuova una musica, un profumo, un’opera d’arte.

Quanto comprendiamo, finalmente, cosa realmente conti nella nostra porca vita.

L’apparenza al mondo è di chiusura, ma in definitiva si diventa un enorme orecchio, molto più grande di quello del dottor Spock.
Un occhio più indagatore di quello del Grande Fratello (di Orwell naturalmente, non quello della Ventura).
I nostri sensi divengono “allertati” come la Protezione Civile, quando piove in Calabria.

“Anche le persone che soffrono sono terribilmente egoiste” mi dice quel signore in fondo alla fila con la mano alzata.
Sai che notizia! Dire che uno è egoista è come dire che il naso è in mezzo al viso, un’ovvietà.
Trovatemi uno non egoista e io vi regalo la mia collezione di Satanik del 71’…parola.

Chi soffre arriva con i propri guai, i dolori, malattie e vuole solo liberarsene, per tornare di corsa a fare shopping.
Verissimo! Comportamento che più egoista di così non si vede su questo pianeta fregatura.
Non comprendono, però, quasi tutti, che non vi è guarigione senza cambiamento, poiché è la nostra vita il nostro modo di essere che ci fa ammalare.

“Io sto benissimo” dice subito la signora in prima fila con quel buffo cappellino in testa.
Davvero? E non siamo forse tutti sempre ammalati?
In questo momento mentre state leggendo credete forse che i vostri anticorpi striano lì a grattarsi gli zebedei come un doganiere Uzbeko al confine con il Kazakistan? A parte la signora col cappellino tutti gli altri sono veramente convinti di essere sani?
E la vostra anima è esente da malattie?

A molti interessa essere curati, ma non vogliono guarire, vogliono essere sempre loro stessi. ovvero i peggiori nemici della propria Salute, anche quella mentale e spirituale.

Non è un problema di egoismo o altruismo, mie giovani lemuri, ma di cosa è funzionale alla nostra comprensione, espansione e raffinazione, lo dice sempre il mio benzinaio: “È un problema di raffinazione” e poi mi fa il pieno così “sgommo” felice..
Fatevi condurre per mano, con puericultrice gentilezza, in questo altro mondo, il mio mondo, venite…venite con me a vedere.
Permettetemi, come novello Virgilio, di accompagnarvi anche nel vostro personale Inferno, venite, venite, come diceva il mio amico che lavorava all’ingresso del circo: “Venghino signori, più gente entra, più animali si vedono!”.
Pure tu che fai finta di essere capitato qui per caso e stai leggendo distrattamente questa pagina, dammi la manina e se vuoi venire… Vedrai.
Sempre che tu abbia le palle per tenere gli occhi aperti.
Le hai?
Bene, se lo dici tu.

Ora che abbiamo deciso di andare in gita assieme si parte.
Dove andiamo? Chiede il nostro amico (quello della mano alzata di prima).
Calma, ora vi dico, sono anche guida alpina del CAI.

Si va, amici sventurati, a trovare la mia amica. Se volete sarà anche la vostra amica.

Lei è una grandissima persona, ci abbraccia tutti e mentre noi disperati malediciamo i nostri giorni infausti, Lei è lì che piange con noi, ma non per gli stessi motivi.

Poveri mendicanti che siamo, ci dona la più grande ricchezza del mondo e noi ci sentiamo ugualmente poveri, ecco il dono: il vero amore, di amare la vita, tutta però, e grazie al Suo tocco di farci stringere vicino uno all’altro come i pinguini in marcia verso il sole nella buia notte polare.
Ognuno deve camminare per se stesso e tutto si paga, ma quanto è bello sentire il calore di chi magari per un pezzo di strada ci sta accanto, ma possiamo sentirlo?
Possiamo sentire quanto freddo patisce? Quanta fatica a volte faccia per un altro passo?
Perché l’altro siamo noi, semplicemente. E’ solo una questione di sensibilità forgiata dalla sofferenza e solo questione di “pancia e cuore”.

Vi avevo promesso una piccola verità, breve...non indolore.

Figli di due padri


 
Siamo tutti figli di due padri. La verità e la realtà.
La nostra intima verità soggettiva e la realtà oggettiva della società, della natura, del mondo dunque.
Ogni uomo è chiamato dalla Vita ad armonizzare in se queste due contraddizioni, pena la sofferenza, l’ostracismo forse la follia.
.
Ricominciare da se stessi è la partenza alla quale siamo continuamente chiamati ad iniziare come in un gioco dell’oca spietato.
La carta “torna al via” esce costantemente, ma spesso non ubbidiamo a questo invito.
Ci illudiamo che la strada fatta ci avvicini ad una méta senza comprendere che spesso ce ne allontana, a volte è il nostro stesso slancio per raggiungerla che la lancia alle spalle.
Ecco che l’uomo si domanda a proposito di una società iniqua, di un mondo di relazioni fatte di apparenza, dell’incertezza del futuro. Una domanda che spesso è sinonimo e sintomo di debolezza.
Debolezza di se stessi naturalmente, di punti fermi in un universo in costante divenire.
Attonito l’uomo si interroga sotto un manto di stelle che rispondono mute alle sue paure, mentre la notte è premonizione di fine certa.

Ecco che egli guarda prima verso di se e poi verso il suo simile e spesso la separazione appare netta come il taglio di una spada affilata.
Chi può confortarti? Chi può rassicurarti?
Alla fine ognuno ha solo se stesso.
Nondimeno tutti siamo chiamati a vivere e confrontarci con il nostro specchio rappresentato dal mondo dell’altro.
E’ veramente un compito degno di un dio.

La società in cui viviamo è, di fatto, non solo diversa da altre su questo pianeta, ma anche diversa per ognuno di noi. Così come non esistono due uomini che camminano nello stesso modo così non esistono due modi di vivere lo stesso sistema sociale: la mia vita non è quella di un altro, questo è solo un’ovvietà che, però va tenuta costantemente presente.
Come si possa creare un sistema di valori comuni che garantisce a tutti una base minima di qualità di vita appare un problema le cui variabili corrispondono al numero di abitanti di questo mondo.

Non ho soluzioni, poiché sono intimamente convinto che ogni soluzione sia una trappola.

In realtà penso che i problemi semplicemente possano non abitare più con noi, questo è il mio punto di partenza.
Cosa vuole un uomo? Varrebbe la pena domandarselo seriamente.
Cibo, casa, lavoro, un compagno? Due compagni? Un cocktail la sera? Basta? Qual'è la dimensione del sufficiente?

Ci sono persone a cui basta un monolocale, altre non si accontentano di meno che di una villa patrizia con parco secolare annesso, quale è la misura?
La felicita? E’ questa la misura? Ma se niente al mondo è opinabile come la felicità!

Allora diciamo che si dovrebbe dare il kit di montaggio della Vita e poi lasciar fare ad ognuno vedendo cosa combina.
Chi c’è l’ha questo kit? Il governo? La Chiesa? Io? Tu?
Certo, se fossimo tutti uguali andremmo d’accordo come un alveare di api, loro (le api) non hanno poi grossi problemi, se nasci operaia lavori, se nasci fuco fecondi, se nasci regina fai le larve.
Un prato fiorito è quello che serve e poco altro.

Per noi non sarà mai così.

L’uomo è l’unico animale che ha coscienza della propria morte certa, della propria individualità separata dal mondo, di un ego (fittizio o reale che sia) che ha bisogno di affermare se stesso per vivere.
Questa differenza non si cancella con “un buon tenore di vita” e buone leggi. Questa inquietudine non si anestetizza con "Il progresso".
Il marchio indelebile che ci ha posto l’esistenza ci chiama ad un lavoro immenso, dare un senso, un peso, un valore ad un'esistenza in poco più di un pugno di anni disperati che bastano a malapena per capire che non abbiamo capito.

Occuparsi del mondo può apparire allora uno scopo nobile, una soluzione, secondo me è un modo di darsi importanza.
Meglio sarebbe occuparsi della nostra vita e di chi ci è prossimo (in senso di vicino) con attenzione però, comprendendo sin nelle ossa cosa è veramente importante e cosa invece è transitorio, fugace, privo di vero nutrimento.
Senza la scoperta di ciò che è veramente importante, lo ribadisco, ogni scelta appare alla mercé del caso, delle tisane fresche per curare un malato terminale.

Comprendere inoltre, con umiltà che siamo solo una piccola parte, un mini progetto individuale, un esperimento di Dio, un tentativo della Natura o magari siamo solo criminali condannati senza appello su questo pianeta prigione ed allora tanto vale fare del nostro meglio, ma sul serio.
Cominciando a scorgere tutto del nostro cuore anche la tenebra.
Se la storia del mondo potesse essere rappresentata come un grattacielo di 100 piani noi come umanità occuperemmo lo spazio di un francobollo sul tetto.
A parte massacrarsi e instillare l’uno nell'altro la sofferenza e la rivalsa, pare che l’uomo non abbia altre qualità peculiari; E allora?
Siamo dei contenitori, più siamo vuoti più possiamo ospitare dentro di noi.
Cosa ospitare è questione di fato e di sensibilità.
Non dimenticando mai che in questo “eterno via” il mistero ci soverchia, ma anche ci accoglie come un mare calmo.


Certo su tutto alla fine calerà il silenzio, ma siamo comunque chiamati dalla Vita a fare, ad agire con tutto noi stessi.
A volte un solo attimo vero può  valere un'esistenza intera.


Fatti e Opinioni


Ovvero: come smettere di migliorarsi

Riflettevo sotto un albero dopo aver trovato miracolosamente posteggio per l’automobile nel centro città, sul un film di guerra visto ieri sera: Full metal jaket.

Curiosamente oggi mi domandavo come, ciò che generalmente viene considerato abbietto in tempo di pace (?) trova il suo apprezzamento in tempo di guerra.
Persone uguali (nei propri sogni, speranze, paure, illusioni) sono vestite di uniformi diverse e così si massacrano senza quartiere e con reciproco impegno e dedizione.
Parallelamente consideravo le diverse ideologie, religioni, gli usi ed i costumi appunto diversi in ogni angolo del mondo e che scatenano ogni sorta di conflitto.
Milioni di morti in nome della religione, inaudite sofferenze per spostare un confine di pochi chilometri, qui si parla “Cin”, la invece si parla “Bong” e giù botte: Fantastico!

Quello vede la Madonna, quell'altro digiuna per il debito del terzo mondo, un altro corre dietro alle veline: Spettacolo!

Non che, in linea di principio mi stupisca più di tanto che l’uomo, nella sua follia, faccia di tutto per complicarsi la vita salvo poi lamentarsi.
Come premessa non ha nulla di nuovo, ma ho rinunciato già da tempo alla vanità di dire qualche cosa di originale.
Sono ultimamente un convinto fautore della mediocrità.

Le parole e le teorie, specie quelle nuove, sono esche per pesci annoiati più che affamati.
Non ho bisogno di cose nuove, ma di un nuovo modo (più ampio) di vedere, anzi non ho bisogno neanche di quello, ma godo nel guardare principalmente me stesso e poi i miei simili.
Ecco allora che mi trovo a sostenere che alla fine l’unico fondamento su cui possiamo appoggiare le nostre gambe sono i fatti, ma quali fatti?
Certamente fatti reali confortati da dei dati altrettanto reali che: sperimentati e vissuti in prima persona, possa dichiarare di essere veramente miei, ma allora tutto è possibile.
Per il santo è reale vedere Dio, per il libertino vedere il sesso, anche nel medesimo evento.
Cosa ci dice che quello che sto percependo è vero?
L’unico dato di realtà su cui fare affidamento è il corpo.
A patto che il corpo sia libero dalla mente o meglio dai condizionamenti della mente, altrimenti si torna a bomba.
Il resto, tutto il resto, sono opinioni che, come diceva Clint Estwood: “Sono come i testicoli, ognuno ha i suoi”.
Con buona pace per le donne che dovranno sostituire la frase con le corrispondenti parti anatomiche di cui sono dotate.

Ecco allora che posso orgogliosamente dire che conosco ben poco, sono certo di esistere ma il resto…boh?
Fatta questa semplice premessa (banale) ecco che tutto il castello delle idee crolla.
Crolla la religione, crollano le ideologie, crollano le certezze su cui facciamo affidamento: posizione sociale, proprietà e anche amori e relazioni interpersonali ecc. ecc.
L’altro è, e resterà sempre un’incognita. Il mondo un enigma. La vita un mistero. Il futuro un'incertezza per non parlare dell'aldilà.
Cosa resta?
Poco, per non dire nulla.
Stranamente questa constatazione, invece di lasciarmi nello scoramento di un nuovo nichilismo, mi fa sentire leggero, respiro…Ah! Che bello.
Allora guardo i passanti imbronciati e frettolosi, con rinnovato stupore, il cielo mi sembra più azzurro, l’aria più fresca, il mio essere si compatta.
Ascolto i miei piedi che poggiano sull’asfalto e sento il peso del mio corpo che quasi affonda.
Meraviglia!
Non so nulla, non devo dimostrare nulla, non mi serve niente; Ho così tempo per guardarmi intorno e anche la malinconia che mi accompagna ogni tanto mi lascia stare.
E dove si attaccherebbe mai?
Mi sembra la scena finale di Odissea 2001 quando vengono tolti i banchi di memoria al super computer Hall 9000, e man mano dimentica ogni cosa.
Il male è nella mente?
La perfetta saggezza è dunque una perfetta ignoranza?

Non so perché ho iniziato a scrivere, non so cosa volevo dire, non so quasi più... Rimane solo un sorriso (ebete?).