mercoledì 28 maggio 2008

Ladro d'autore


Come l’occhio senza palpebra di un rettile osservo, nessuna ombra di pentimento, di giudizio e discernimento.


Famelico addento la vita e le parole di altri, ma la fame non si quieta mai, come un predatore in cima alla catena alimentare scevro dal peso di qualsiasi morale.
Fotogrammi senza didascalia di vita vissuta, intuita, colta per sbaglio o per riempire il tempo che passa.
Guardo ogni cosa, ogni particolare, ogni momento colorato da voci, emozioni, imbarazzi.
Leggo e aspiro come un’idrovora avida ogni passo, pensiero, modo, che pare essere nutrimento degno di essere metabolizzato.


In questo humus primordiale fermentano le sensazioni, coniugandosi alle immagini, echi di parole punteggiano questo caleidoscopio nelle mani di un bimbo. Si perdono i confini fra ciò che è e ciò che è solo ricordo o interpretazione.


Erutta la mente senza preavviso di sventura una lava incandescente, grezza.
Lapilli di intuizione tracciano come proiettili la lavagna del mio cervello, cadono a terra e subito scompaiono.
Lesto salto fra i massi delle mie certezze per sopravvivere a questo fiume di magma.
L’aria è satura di umori ed emozioni forti che stordiscono come un distillato alcolico.
Pare di vedere, fra il crepitare dei rami rinsecchiti e il cielo plumbeo, un disegno.
Strofino gli occhi ingombri di lacrime per poter scorgere e definire.
La voce deve essere liberata prima da una tosse che soffoca.
La parola è muta, solo il gesto può soccorrerla.
Poi d’incanto tutto si ferma, la pagina è scritta e il silenzio può tornare nell’anima…Per poco.

Tributo a E.D.


Apparirebbe certo possibile sopportare di vivere al buio se non si fosse visto il sole, anche una sola volta.

Vantaggioso, forse sarebbe, patire la tristezza potendo dimenticare i momenti felici.
Seducenti si presenterebbero i sogni, facendoci sentire ricchi per qualche attimo se poi l'indigenza non soffocasse con maggiore vigore.

Educherebbe davvero, il vivere raffinato, senza dover perdere la semplicità.
Caracollando con passo malfermo lungo la vita, al modo che molti chiamano: Esperienza.
§
§
§
It would appear certainly possible to live in the dark, if you had never seen the sun, not even once.
Perhaps favorable, it would be, to suffer sadness being able to forget the happy memories.
Seducing would dreams appear, making us feel rich for a few moments, if then indigence wouldn't suffocate with greater vigor.
Living refined would truly educate, only without losing simplicity.Wandering with a unsteady step along life, to the way that many call: Experience.

lunedì 12 maggio 2008

La Finanziaria

Era un giorno come tutti gli altri. Era venerdì 17, questo lo dico solo per quelli che non sono superstiziosi.

Avevo la mattina libera dagli impegni di lavoro e così decisi di spendere un po’ di tempo al bar vicino a casa.
Era una bella mattina, insolitamente calda e mi sedetti con il mio caffè fumante ad un tavolino all'aperto, ma al riparo del traffico e dalla solita folla di questa città che cominciavo ad odiare.

Leggevo il mio giornale, gustando dentro di me il lusso di perdere tempo, quando udii una presenza alle mie spalle e contemporaneamente una voce: "Mi scusi, sa che ore sono?" mi chiese con voce chioccia l'omino con i baffi. Inforcava sul naso quegli occhialini tondi che gli davano un poco l'aria da topo.




“Sono le 9 e 11” dissi consultando il display del cellulare sul tavolino e tastandomi la tasca dove riponevo il portafoglio, tanto per sicurezza.
"Grazie" disse l'ometto "Permette che mi accomodi?"
"Umpf" dissi lievemente infastidito, ma ormai rassegnato alla compagnia non voluta.

Passò meno di un minuto, e di nuovo disse
"Mi permette una domanda?" e subito continuò
"Non le pare strano?"
"Che cosa?" dissi piegando un angolo del giornale e squadrandolo con il mio miglior sguardo severo.
"La vita, che altro!" disse con un sorriso furbetto sotto i baffi, e poi
"La vita di tutti questi passanti ".

"In che senso, strana?".
Non volevo certo alimentare una conversazione filosofica il venerdì mattina, ma non mi andava di lasciarlo continuare a braccio.

"Vede, li osservi. Tutti che corrono per non arrivare da nessuna parte. Con le loro esistenze conchiuse nella routine. Solo alcuni, pochissimi, hanno una vita da film, ricca di emozioni di incontri di slanci, la maggioranza..."
E così si interruppe brevemente ed indicò un gruppetto di giapponesi che inseguivano compunti una cartina stradale
"…Per la maggioranza il pentagramma della propria vita è composto di quelle tre, quattro note. Ogni tanto, magari, una dissonanza, un sovracuto, ma poi ecco la solita musica atona".

Guardai in maniera diversa il mio vicino che nel frattempo sorseggiava anche lui un caffè, il discorso non era privo di un certo lirismo, pensai.

Ratto e senza una parola questo buffo personaggio mi diede il suo biglietto da visita.

Guardai incuriosito questo biglietto, tutto rosso, dove campeggiava la scritta:
"La Finanziaria Di S" e appena sotto, un po’ più in piccolo
"brocker di 3° livello: Pfthor El Tatac Hallacopulaz".

"Perbacco che nome impegnativo signor El Tatac Hallacopulaz" dissi compartecipato.
"No, no! Lasci perdere i francesismi, mi chiami solo Pfthor"
"Bene Signor Pfthor, dunque lei è un broker, ma cosa vende?"

"La nostra finanziaria vende sogni" continuò radioso

"Noi offriamo ai nostri clienti selezionati la realizzazione certa di un desiderio" quindi attese il mio commento.

"Ah! Ecco il motivo della S nel nome della vostra finanziaria" apprezzai perspicace.
"No! La devo correggere, S è l'iniziale del nostro amministratore delegato, ma non mette mai il suo nome completo per problemi di par condicio con la nostra concorrente" mi spiegò con fare pacato.
"Vede la nostra concorrente, dei cialtroni detto inter nos, vendono promesse si figuri. Arraffano l'oggi, ma promettono il domani con l'illusione di un prodotto duraturo, eterno per così dire. Le pare possibile? Eterno, si immagini"
Ridemmo insieme della cosa, ma a dir la verità non avevo capito la battuta.

"Bellissimo prodotto, ma in cambio cosa volete, denaro? Se così fosse casca veramente male con me, signor Pfthor" sorrisi sornione.

"Denaro? Non scherziamo caro signore, il denaro è sopravalutato, a noi interessano dei beni meno soggetti a fluttuazione" confutò con sicurezza.

"A noi interessa la sua anima, signor Visir"

Rimasi stupefatto, ma cercai di non mostrare questo segno rivelatore.
"Come conosce il mio nome?" domandai sospettoso.

"Vede, il nostro amministratore, il signor S, legge il suo Blog"
"Davvero?" dissi con una nota di inquietudine.
"Gli piace molto come lei scrive, ma per la verità dice che il suo modo è un po’ naif, non è privo di un certo stile certamente anche se si vede ad occhio che abbisogna di un aiuto, di una spinta per essere veramente grande".
"Grazie, lo prendo comunque come un complimento" replicai modesto.

"Cosa mi direbbe signor Visir se le dicessi che oggi, ma solo oggi, la nostra ditta le offre un prodotto in promozione, un'offerta irripetibile?"

"Faccia la sua proposta e poi le risponderò. Fino ad ora non ero neanche convinto di avere un'anima".
Mentre dicevo queste parole osservai con maggiore attenzione questo strano interlocutore, vestito in modo convenzionale con un completo di puro poliestere e due occhi insolitamente vivaci, quasi di brace, che prima non avevo notato.

"L’ha, l’ha eccome l'anima!" ribadì convinto.
"Le offriamo di diventare uno scrittore di fama internazionale, con non meno di venti libri pubblicati e di successo che entreranno nel panorama della letteratura mondiale a pieno titolo" aggiunse felice come un bambino.

"Voglio anche il Nobel, il Nobel per la letteratura" proruppi avido.

Pfthor dondolò il busto a destra e sinistra con le labbra corrucciate, poi parlò:
"Il Nobel non lo possiamo garantire. Diciamo che è nella rosa delle possibilità, ma non possiamo metterci la mano sul fuoco"

"Mi spiace signor Pfthor, questa è una condizione non trattabile" affermai.

Di colpo si udì un coro di voci bianche, accompagnato da arpe e flauti che si effuse intorno a noi.
"Scusi" disse "E' la suoneria del mio cellulare, mi consenta..."
Portò l'apparecchio all'orecchio e rispose mellifluo:
"Sua Entità Malefica, mi dica...certo ci sto parlando ora, bene, molto bene, ma vuole il Nobel… Per la letteratura naturalmente, veramente pensavo di...Ah ok, obbedisco, Pape satan aleppe anche a Lei Immarcescibile Principe".

Poi, chiusa la comunicazione telefonica, si rivolse a me aprendo le braccia.

"Oggi è il suo giorno signor Visir! Indovini chi era al telefono?"
"Il signor S", dissi deduttivo.
"Proprio lui, ho il placet del grande capo, avrà anche il Nobel per la letteratura, tanto non interessa più quasi a nessuno!", ridacchio asfittico.

Lo guardai dritto negli occhi.
"Un domanda, carissimo, che fine farà la mia anima?"

"La stoccheremo in un container insieme con le altre ci serve per i trattati" rispose come se fosse la cosa più naturale di questo mondo.
"I trattati? Quali trattati?"
"Quelli che regolano questo mondo e gli altri" spiegò paziente il venditore.
"Vede, i capi delle grandi Finanziarie si riuniscono spesso e stabiliscono le regole del gioco, più anime possiedono più peso hanno le rispettive ragioni, è solo una guerra di numeri ma che va avanti da secoli. Noi siamo leader in questo momento e per il futuro contiamo di avere la leadership completa"

"Avete molti clienti?" curiosai.
"Moltissimi, e anche molto famosi, per esempio nel panorama politico italiano ne possediamo molti".
“Beh! Da come vanno le cose non mi stupisco affatto” polemizzai, poi mi battei le mani sulle cosce e dissi: "Ok, allora affare fatto". Gongolavo.

"Prima una firmetta sul contrattino, giusto un proforma", disse Pftor e così dicendo estrasse una pergamena scritta in caratteri Vivaldi con capoversi in grassetto.
"Ummm; Mi sembra ben fatto", constatai dopo un attenta lettura, "Nessuna postilla in piccolo", e conclusi compiaciuto.

"Eh si! Noi siamo seri mica come l'altra parrocchia, noi mettiamo tutto nero su bianco, mentre loro, i nostri concorrenti, quelli sono veramente dei venditori di fumo, solo chiacchiere"

Ero al settimo cielo (si fa per dire) e mi rivolsi ormai completamente rasserenato a questo piazzista spirituale.

"Firmo, con il sangue?", domandai.
"Scherza? Quella è la vecchia procedura, ora basta la firma in esteso e il codice fiscale".
"Ottimo" così firmai lesto con la Mont Blanc bordeaux che mi prestò il buon Pfthor, il quale subito dopo aggiunse:
“Ora devo scappare, ho una fretta del diavolo, devo andare da un altro cliente alla Bovisa e con questo traffico ci vorrà un’eternità”
“Cosa vuole questo cliente?”, domandai distrattamente.
“Vuole fare il porno attore ma di fama mondiale”, disse a voce bassa guardandosi intorno con fare circospetto.
“Non male…Non ci avevo pensato, posso cambiare sogno?”, domandai ancora con un sorriso.
“Eh no! Quello che è scritto è scritto”, rispose accigliato Pfthor.
Alzai le mani in segno di resa: “Scherzavo, naturalmente!”
Ridemmo assieme puntandoci contro l’uno verso l’altro l’indice.
“Bene ora devo proprio andare” e subito mi allungò la mano che risultò essere fredda come una lapide.
“Pfthor, mi scusi, ma io mi sento sempre uguale” lo trattenei per il braccio.
“Si fidi, noi manteniamo le promesse…abbia Fede!”

“Pfthor, che fa, usa gli slogan della concorrenza?”, articolai serio.
Ridemmo ancora di gusto e lo vidi subito dopo sparire camminando di fretta tra la folla .

“Che tipo!”, pensai fra me e me.
“Che matti ci sono in giro. Anche io, però che birba a prendere in giro un malato di mente”, sorridevo del mio cinismo.
Notai distrattamente che l’odore di zolfo che fino ad ora mi aveva infastidito si era disperso.
“Smog di merda”, dissi a me stesso.
Poi mi incamminai verso casa, avevo ancora un poco di tempo.

Continua…





Parte seconda
Nel mio appartamento provai subito un irrefrenabile desiderio di accendere il computer.
Aprii un file word e accadde.
Improvvisamente le dita velocissime cominciarono a battere i tasti.
Le lettere si combinavano magicamente in parole, le parole in frasi, le frasi in periodi i periodi in una storia.
Una storia bellissima, originale, avvincente e meravigliosa.
Leggevo quello che scrivevo come se una voce invisibile mi suggerisse, stupefatto e avvinto per primo alla storia che nasceva.
Ridevo, piangevo mi emozionavo alla mia stessa scrittura, non riuscivo a staccarmi da quel romanzo che andava con rapidità a compiersi sotto i miei occhi increduli.

Tre giorni rimasi bloccato alla tastiera. Tolti pochi momenti rubati al cibo ed al sonno il mio tempo fu solo per l’opera sublime che andava venendo al mondo.

Stralunato, vidi la mattina di lunedì, e scrissi la parola fine a questa narrazione.
Solo allora mi risvegliai da questo incantesimo.
I capitoli, perfettamente ordinati per struttura, personaggi e sceneggiatura, senza neanche un errore ortografico, mi osservavano compiaciuti come un bimbo guarda la mamma dopo la poppata.

Salvai tutto su hard disk e stampai.

Poi, con una sicurezza inaudita imbustai tutto e scrissi l’indirizzo della Mondadori.

Scesi perfettamente rilassato verso il vicino ufficio postale, insolitamente sgombro, spedii e non ci pensai più.
Bevvi il primo caffè dopo tre giorni di lavoro e mi colse la stanchezza.
Avrei preso un giorno di riposo, il vantaggio di essere un libero professionista.
A cosa servono i privilegi se non si può abusarne ogni tanto?
Così mi diressi di nuovo a casa pregustando il caldo tepore del mio letto.

Non me ne accorsi, lo giuro su cosa ho di più caro, non me ne accorsi.

Il furgone DHL viaggiava veloce, l’autista, un peruviano, la cui ragazza la sera prima lo aveva lasciato per il suo migliore amico, sfogava tutta la sua rabbia sull’acceleratore. Non mi vide che all’ultimo.

SBAMMM!

Come di una porta metallica che si chiude, come di lamiere che si contorcono contro l’ostacolo.
Levitai, per quasi otto metri (così fu scritto nel rapporto della Polstrada), ma non feci fatica, atterrai con il mio collo sullo spigolo del marciapiede opposto.
Crack! Ma non sentii dolore e il mondo improvvisamente si spense.

Trascorse molto tempo, ma a me parve solo un attimo.


Poi, vidi la luce.


Pensai subito “Sono in paradiso, sono tornato a Visiria”. Sbattei le palpebre e vidi il neon sul soffitto, senti nel naso l’odore del disinfettante, udii un rumore, sempre uguale, ciuf-ciaff…ssccc, ciuf-ciaff…ssccc.
Ero in un polmone di acciaio.
Se avessi ancora avuto il controllo del mio sfintere mi sarei cagato addosso.

Una voce femminile da dietro disse: “Venga professore, si è svegliato”.

Passarono diversi minuti: ciuf-ciaff…ssccc, mi abituai alla ninna nanna pneumatica che mi permetteva di vivere.

Apparvero come dal nulla, camici bianchi e visi sorridenti, poi quello più anziano con la faccia da primario parlò: “Caro giovanotto è stato proprio fortunato!”.






Risposi, sorpreso di poter almeno parlare: “Si figuri se mi andava di sfiga, caro professore”.

“Bravo, così si fa, l’umorismo allunga la vita. Lei ha subito molte operazioni, potrà parlare e girare gli occhi ma niente di più, lei è stato molto fortunato, lo ribadisco”.

“Mi scuserà professore se non salto dalla gioia, ma ho una momentanea paralisi permanente” mi giustificai mordendomi il labbro per non piangere.

“Dorma, si riposi, passerò a visitarla domani, stia bene!”.

“Le auguro altrettanto…” dissi con candore e svenni.





Continua...







Parte terza











Erano trascorsi pochi giorni e mi ero perfettamente ambientato.

Giocavo spesso a scacchi con il lobotomizzato della stanza 15, curiosamente vincevo di frequente.
Poi il pomeriggio facevo le gare di sputi con il tetraplegico del letto accanto, vincevo anche con lui.
Tre volte a settimana praticavo sport: fisioterapia intensiva. Ero il migliore anche in quello.
Se avevo bisogno di soldi chiedovo un prestito alla vecchietta con l'Altzheimer, prima delle 11 di mattina però, dopo prendeva la pillola per la memoria.
La sera invece stavo tranquillo a guardare la tv o più esattamente il mio monitor, meravigliosi programmi sinusoidali che mi ricordavano tanto le curve femminee.

Insomma vivevo come un pascià sedato.

Una bella sera (sic!) stavo godendo. Immaginandomi un accoppiamento multiplo con dodici playmates (da gennaio a dicembre dell’anno 1992), ma non ero ancora arrivato alla posizione 36 del kamasutra con miss luglio che i miei pensieri furono bruscamente interrotti.
Con voce garrula la caposala mi si avvicinò tutta raggiante e disse: “Come va Iron Man?”
“Alla grande! Bella, vorresti fare sesso con me, sono tutto d'acciaio?”
“Scherza sempre lei…c’è una visita, faccio passare?”
“Veramente sono molto occupato a contare le zanzare sul soffitto, ma per oggi faccio uno strappo al dovere e mi regalo una pausa”
Si allontanò canticchiando un motivetto del ventennio.

Passarono i minuti, ciuf-ciaff…ssccc

Sbucò da dietro il mio involucro di ghisa grigia la faccina furba di Pfthor.

“Allora Visir, come butta?” disse giulivo.
“Una meraviglia, non si vede?” risposi giulivo a mia volta.
“Le ho portato ottime notizie” disse il diavoletto.
“Cos’è le hanno diagnosticato un sarcoma fulminante signor Pfthor?” dissi interessato.
“Ma no, ma no! Noi diavoli di terzo livello non possiamo ammalarci, ferirci si, ma alle malattie siamo immuni”
Curioso, pensai.
“Sono passato da casa sua e ho incontrato sua madre, mi ha dato questa busta per lei, mi ha detto che non può ancora venire a trovarla, non reggerebbe al dolore e poi ci sono le ultime puntate di “Sentieri” in televisione e non può perderle”.

“Capisco” dissi comprensivo.
“E’ un successo” continuò felice
“La Mondadori le ha scritto, il mese prossimo pubblicano il suo libro, dicono sia meraviglioso”.
“Peccato non possa andare in redazione a firmare le copie” dissi piccato.
"Uè! Visir non è che ce l'ha su con me?" domandò preoccupato.
"Ma che scherza? Phthor tra uomini di mondo queste cose non sono neanche da pensare"
“Ah ecco! Mi raccomando non sia negativo, la sua nuova condizione le da molto tempo per scrivere e se non ha più l'uso delle braccia può sempre dettare, che è anche meno faticoso. Poi pensi al risparmio, niente vestiti, niente scarpe, niente vacanze”

“Non avevo considerato quanto sia stato favorito dalle circostanze, lei mi apre nuovi orizzonti” finsi un entusiasmo che non avrei mai più avuto.
"Niente donne" aggiunse entusiastico "Che per qualche effimero piacere regalano sicure preoccupazioni e delusioni, pensi che bello!"
"Decisamente mi sento un privilegiato" mentii senza ritegno.
“Come Terzo livello posso dirle con assoluta certezza la data della sua dipartita, lei caro Visir, ha ancora 23 anni di vita e successi incontrastati”
“Come 23 anni? Esattamente quanto? Sia preciso”
“8.401 giorni da oggi” sentenziò sicuro.

Dopo qualche momento di imbarazzato silenzio (ciuf-ciaff…sccc) mi rivolsi al piccolo uomo con la faccia da topo con il mio migliore sorriso.
“Senta Pfthor, da quando sono paralizzato ho problemi saltuari di udito e di voce, può avvicinarsi quando le parlo?”
“Certo” aderì solerte.
“Le devo dire una cosa importantissima” dissi a bassa voce.
“Cosa?” e avvicinò un po’ il suo volto, delle zaffate sulfuree mi urticarono le nari.
Poi sussurrai con un filo di voce: ” Come se fosse quasi-quasi, scarpaallacia, allacciascarpa, vuoi la salsiccia? Chiaro no!?”
“Eh?” sbottò il satanello e fece l’errore di accostare l’orecchio.
Serrai le mandibole con furia leonina, ma purtroppo riuscii solamente a troncargli di netto il lobo dell’orecchio.

Come gridava! Come saltava! Tamponando con un fazzoletto la ferita sanguinante.
“Lei è pazzo Visir! E questo il modo di ringraziarmi?” diceva il tapino.
Gli sputai addosso il moncherino e con compassata signorilità aggiunsi:
“Porti il lobo e la sua persona al secondo piano, troverà il reparto di chirurgia, se riesce se lo faccia riattaccare”

Uscì bestemmiando come un camionista siberiano.

Compresi in quel momento cosa spinse Tyson a mordere Holyfield, ed ebbe tutta la mia solidarietà.

Chiusi un attimo gli occhi…8.401 pensai, 8.401.

Poi li riaprii e li volsi verso l'orologio sulla parete e vidi che la mezzanotte era passata da qualche secondo.
“Meno uno”
Dissi, e due calde lacrime scivolarono ai lati del mio viso disperato.


Continua….


Parte quarta




Urlai, con il furore di chi non aveva nulla da perdere.
La maglietta era fradicia di sudore ghiacciato.
Aprii gli occhi, ma non sapevo dove fossi almeno sino a che, dopo qualche momento di disorientamento cognitivo, vidi.
Ero nella mia camera da letto.
Mi toccai le braccia, poi le gambe, rizzandomi sul materasso, era bello avere ancora un corpo.
Misi i piedi a terra e dissi: “Cazzo che incubo! Cazzo che incubo!” (due volte).
Guardai l’orologio e mancavano pochi minuti alla sveglia, tanto valeva alzarsi, in quel momento ero convinto che non avrei più dormito in tutta la vita.

Pensai, mentre ancora il cuore batteva all’impazzata: tutta colpa della cena di ieri sera.
Non sarei mai dovuto andare con il mio amico alla trattoria “I due boscimani”. Accidenti a lui (il mio amico) e la sua mania della cucina etnica.
Forse era stata la costata di Zebù con lo strutto di Iguana? A me pareva così buona.
Magari era stato il latte di capra merinos fermentato che avevamo bevuto per tutto il pasto?
Eppure era andato giù come un rosolio.
Anche il dolce mi era piaciuto, la torta di manioca con scaglie di tapioca.
Ecco! Forse il digestivo. La grappa di peyote, me ne ero scofanato mezza bottiglia, forse quello…Mah!

Con la plastica agilità di un’orsa gravida mi buttai sotto la doccia.
Sotto il getto caldo cominciai a ritornare in me stesso, lavai accuratamente tutto il mio corpo da ogni impurità e già che c'ero lavai anche la mia anima da ogni peccato.
Tuttavia è solo davanti allo specchio che presi una decisione.
Proprio mentre mi facevo la barba promisi a me stesso che non avrei più scritto un solo rigo.
Questo pensiero mi mise subito più tranquillo, come se già questo impegno con il mondo mi mettesse al riparo da ogni iattura.

Mi vestii e ancora sottosopra uscii da casa.
Avevo bisogno di esorcizzare questa notte diabolica.
Mi diressi quindi verso il solito bar.
Udivo il rumore del traffico, i passanti che chiacchieravano, osservai i ragazzini che andavano a scuola con le cartelle sghembe sulle spalle come tanti piccoli sherpa, mi pareva tutto magnifico.
Il solo ricordo di quel rumore ciuf-ciaff…sccc, mi metteva i brividi.
Guardai il cielo e dissi: “Grazie”.

Decisi pavido che il mio solito caffè lo avrei bevuto al banco, oggi niente tavolino.
Lo sorseggiai lentamente, come facevo di solito.
Respirai profondamente e fui perfettamente calmo.
Poi successe.
Sentii alle mie spalle una presenza e mi girai. Lo vidi.
Era un omino basso con i baffi e gli occhiali tondi che lo facevano sembrare un topo.
Mi disse con voce chioccia: “Mi scusi, mi sa dire che ore s...?”
Non terminò neanche la frase. Il mio migliore destro, spietato e rapido come una coltellata, si schiantò contro la radice del suo setto nasale.
Sentii vagamente sotto le nocche la sua cartilagine che si rompeva.
Cadde all’indietro, roteando gli occhi al cielo e sgonfiandosi come un pallone bucato.
Distrattamente notai un garofano di sangue che si disegnava sulla sua faccia da ratto, poi non lo degnai più di attenzione.
Pochi passi rapidi ed ero fuori, cominciai a correre sempre più veloce, attraversando la strada e facendo lo slalom fra i veicoli che procedevano lenti. Udii in lontananza dei clacson e qualche “vaffanculo”, ma ero più veloce di qualunque parola.
Corsi, corsi oltre il mio quartiere. Corsi sempre più veloce, oltre la periferia, oltre le strade e le case che probabilmente non avevo mai visto.
Corsi finché ebbi fiato, ancora e ancora sino all'ultima stilla di energia.
Corsi come se mi stessi giocando l'anima.


lunedì 14 aprile 2008

Conversazione con Antony Sopriano

Seduzioni o maledizioni?

Breve antefatto.

Durante la mia gioventù trascorsi un breve periodo negli “States” a New York.
Lavoravo per mantenermi a Staten Island come operaio al porto. Nei miei momenti liberi facevo visita a mio zio “Pussy” Bonpensiero che abitava nel New Jersey. In una di quelle occasioni mi venne presentato Antony Sopriano, il “Boss”.
Lo incontrai in seguito un pò di volte al “Badabim”, un locale equivoco dove lui e mio zio avevano il loro ufficio e curavano gli “affari di famiglia".
A volte, per sdebitarmi della loro ospitalità fornivo informazioni utili sui container nel magazzino del porto, i quali venivano poi “trovati” dagli amici del mio caro zio, prima che si perdessero.
Grazie a queste mie premurose segnalazioni si creò una familiarità con Antony che altrimenti non avrebbe avuto modo di esistere.
Passati gli anni, ricevetti una sua telefonata che mi informava che era Milano per affari. Ho avuto così occasione di rivederlo per un breve periodo e chiacchierare con lui di varie amenità . Alcuni dei nostri incontri, avvenuti sempre di notte, sono stati molto interessanti.
Ecco la cronaca di una serata di quelle...


La scena.
Casa di Tony, in una località, non meglio precisata del nord di Milano, notte fonda.
L’appartamento è ampio, ridondante con note kicth che punteggiano gli angoli di casa.

Giganteggia sulla parete uno schermo da 50 pollici Samsung (caduto dal camion come ama dire), sul tavolo basso diverse bottiglie di birra e una solitaria di chinotto S. Pellegrino.
Tony è in canottiera, la camicia è appesa all’ingresso sul portaombrelli.
Noto che la canottiera è a costine molto fini, quasi aderente alla figura grossa e in soprappeso, indossa pantaloni grigi di Coneliani stazzonati, è sdraiato sul divano con in mano il suo palmare intento a consultare le puntate sulle corse dei cani.
Pare una mina sul punto di esplodere (spesso gli capita).
Le scarpe sono Church stringate, marroni, di ottima fattura.

Come pensavo, improvvisamente, come un rutto, commenta: “In un noto film, visto molti anni fa, mi colpì in modo indelebile la frase pronunciata da una donna matura, quasi anziana, ad una giovane donna.
Questa frase nella sua profonda saggezza e giustezza, conserva una penetrante malinconia”.

Tony si sporge verso di me e con le dita chiuse a sostegno del nulla, muove la mano avanti e in dietro in un gesto inequivocabile che spesso gli è familiare, mentre così facendo accompagna le sue parole: “La donna dice alla ragazza: -Cara, due cose al mondo non hanno limiti, il potere della seduzione e i modi per abusarne-”.

Visir, vestito come suo solito in jeans scoloriti e maglione blu (inappuntabile nonostante l’ora tarda e il tasso alcolico decisamente fuori norma), :”In effetti, la seduzione è un potere che sembra assoluto. Comincia ad essere esercitato, magari inconsapevolmente, tra i banchi della scuola elementare. E gioca sempre un ruolo determinante nelle relazione umane, non necessariamente equilibrato o democratico”.

Tony, osservando con una smorfia una macchia di sugo all’altezza del petto sulla bianchissima canotta:
“Secondo me è la base di tutto. E’ un potere che sottilmente si insinua nelle pieghe del cuore e della mente e spezza anche le persone più granitiche, come la goccia costante sulla roccia.
A che serve ad un uomo, mi domando, costruire un corpo forte come quello dì un leone, quando basta un piccolo sorriso per fargli cedere il passo ad una bella ragazza. Certo, noi la confondiamo con la gentilezza, ma cosa ci stia dietro, giù, giù nel fondo dell’anima lo puoi vedere anche tu.
Cosa serve, mi domando ancora, ad una donna vivere mille vite di studio e forgiare una mente brillante e tagliente come un serramanico, quando di fronte ad un uomo che suscita in lei certe emozioni resta con l’esperienza e l’ingenuità di una bambina ritardata.”

Visir: “In effetti l‘esercizio della seduzione, che nei rapporti sentimentali sembra essere una prerogativa più femminile, nei rapporti umani prescinde dai generi, dal sesso”.

Tony, con gli occhi arrossati, come da una notte insonne: “Apparentemente uomini forti e donne solide come montagne. Basta trovare in loro un punto d’appoggio e con la leva della seduzione ecco sollevarli come piume insieme al mondo intero con tutti dentro.
La seduzione è un volto con molte maschere, non dimenticarlo mai. Non è da intendersi solo come seduzione sessuale, come tu dici, quest’ultima davvero è la più facile, banale oserei dire.
C’è la seduzione che procura un’ideale, largamente usata in politica.
C’è la seduzione del guadagno, sfruttata dal mondo del lavoro, dall’economia di mercato.
C’è la seduzione di essere nel giusto, abusata dalle chiese, dalle religioni, da tutti i predicatori ispirati, nelle guerre per mandare gli uomini al massacro.
C’è quella della felicità, “la mutanda per tutti i culi” come diceva mio padre Antony senior.
C’è la seduzione più subdola e cioè quella di farci credere di essere una persona speciale.
A nessuno piace essere ordinario, l’hai mai notato? Abbiamo bisogno di sentirci unici, diversi, migliori dell’altro”.

Visir: “Un gioco politico, se lo vedi secondo una prospettiva più generale…”

Tony, con un’espressione indecifrabile, forse di commiserazione: “Molte sono le vesti con cui si presenta questo ospite non invitato ma tutti, e ribadisco tutti, questi giochi di specchi fanno capo ad un bisogno unico, primario.
Questo bisogno è il bisogno di completezza.
L’uomo si sente incompleto, semplicemente perché non si conosce o più semplicemente ancora non sa come costruire per se ciò che gli serve.
L’uomo non conosce se stesso, e in questa ignoranza profonda, atavica, germoglia l’insicurezza.
Ecco che l’uomo per sapere chi sia ha bisogno di conferme, di domandare, di chiedere come un mendicante.
Sente il vuoto in se e chiede ad un altro di riempirlo.
Pare strano che non si veda tutti, come in realtà ognuno giri ramingo per questo porco mondo con la mano tesa, ed i più ricchi sono proprio i più poveri, facci caso.
Vedrai quante manine hanno, altro che dea kali!”

A questo punto si accende una sigaretta, sbuffa un paio di nuvolette azzurre e continua:
“Dammi considerazione! Dammi amore! Dammi sicurezza! Dammi serenità…dammi, dammi, dammi, sembra mia suocera quando apre bocca!
Queste pretese querule ci assordano, ma abbiamo bisogno di giustificare la cacofonia delle nostre e delle altrui richieste con nomi altisonanti, altrimenti sarebbe troppo squallido.
Ecco allora le parole…eh si le parole, gli araldi della seduzione.
Parole come: Amore (tossisce), Amicizia (fa un gesto vago con la mano), Progresso (mulinella il braccio come un vigile), Dio (indica una macchia di umidità sul soffitto), e tutta la sequela di luoghi comuni che, vigliacco se uno si prende la briga di verificare se siano veri, e dove e a cosa si aggrappino queste gramigne rampicanti”

Passano diversi secondi di silenzio. In televisione scorre l’ultima pubbilicità del deodorante Axe, un uomo sulla spiaggia e preso d’assalto da due schieramenti di donne bellissime che provengono dal mare e dai monti, la sincronicità della cosa mi inquieta.

Visir: “Tante volte mi pare di essere un nano tra nani, tanta è la necessità di tirare a campare, riempire il frigorifero letteralmente e spiritualmente”.

Tony (ridendo): “Visto quanto sei basso mi sembra naturale che ti senti un nano! Seriamente, se vuoi la realtà, è che siamo tutti in fila come alla mensa dei poveri per il proprio piatto di minestra sciapa, ma la fame non passa mai”.

La sigaretta di Tony pende dalle sue labbra, è consumata per metà, ma la cenere non accenna a cadere, sembra incollata al filtro, a volte intorno a lui accadono fatti inspiegabili.

Poi riprende: “Come mai? Forse che nello stomaco teniamo un buchino? Magari non abbiamo uno stomaco, mi viene da pensarlo.
Guarda per esempio gli uomini politici, sono o non sono degli accattoni? Non hanno idee, solo sondaggi, delle banderuole, disperatamente attaccati alla sedia come naufraghi, ma si fanno chiamare nientemeno che “onorevoli”.
Però noi tutti non siamo messi meglio, altroché, se proprio ci fa male guardare la nostra vita osserviamo bene quella del nostro vicino e ce ne accorgeremo”.

Visir: vita da nani?

Tony (sembra non aver sentito): “Quale dignità c’è in un vivere così?
Nessuna. Semplicemente.
L’autosufficienza è libertà, cantava Mina nella canzone Il signor Robinson, e continuava, mezza palma vale due città. Illuminante”.

Una sirena ulula veloce sette piani sotto di noi, Tony si ferma come un lemure di sale, poi il suono si allontana, e ricomincia.

“Ora vorrei, solo per sulfureo divertimento, provare con te a immaginare di essere privo di bisogni, autarchico.
Di un’autarchia perfetta, meravigliosa, conchiusa nel perimetro della nostra pelle.
Come sarebbe la nostra vita? Le nostre (parolone) relazioni? Ancora tutto in piedi?
Oh! Mi pare di capire che diverrebbe molto diversa la storia da quella di ora”.

La voce gli si fa chioccia e si dondola con i palmi aperti vicino alla faccia gonfia, le dita brulicano come zampette:
“Manine, manine quante manine tese”.

Poi con nota greve ed ispirata:
“Poveri noi, che ci danniamo senza sapere che nulla si può aggiungere né si può togliere.
Fatemi ridere, stavolta” (ma invece resta serio, la faccia è una maschera Kabuki)
Scandisce le parole come in un soliloquio: “L’altro e il mondo è solo un’occasione.
E’ bello scoprire che quello che cercavamo era semplicemente riposto in luogo che avevamo scordato, dentro di noi magari, ma per edificare questa unità bisogna avere le mani libere, e allora? Basta non tenderle, non chiediamo più l’elemosina, ma usiamo le nostre mani per fare”.

Visir: Che hai detto?!? “ma usciamo i nostri nani per mare”?!? che vuol dire?!

Tony: ma sei sordo?

Visir: no, è che in piscina mi è entrata dell’acqua nelle orecchie.

Tony: “Ma che te lo dico a fare? Con te finisce sempre così…fammi chiamare quelle due mie amiche slave che almeno ci divertiamo un po’, stasera mi sembri una fetenzia”.

Si “attacca” al cellulare ed esce sul terrazzo, la sigaretta è nel posacenere, esala le ultime nuvole di tabacco bruciato è certo presagio di ciò che è stato e certamente sarà…per tutti.

Il brutto, il buono e il cattivo.



Il concetto di cattiveria come quello di bontà, di bellezza ecc. ecc. appartengono alla morale.
La morale non è un dato oggettivo, ma soggettivo.
Per un talebano e un sefardita non vi potrà mai essere un incontro su questo piano.
Il punto di unione tra gli uomini deve essere oltre questo confine, che è di fatto una prigione.
La morale ha sempre diviso.
Il punto di unione quindi può avvenire solo su dati oggettivi, e di dati oggettivi bisogna parlare, se in qualche modo vogliamo capire la natura di cui siamo fatti.
Non dobbiamo fare mai confusione fra ciò che è soggettivo e temporaneo e ciò che è oggettivo ed eterno.

Sulla natura dell'uomo possiamo dire tutto e il contrario di tutto finché restiamo su un piano concettuale, diversamente se andiamo a vederne gli elementi costitutivi dell'uomo siamo tutti d'accordo, ma soprattutto vi è un incontro e una trasformazione.

Per esercitare un diritto (fossanche fare il bene) bisogna essere liberi, lo ribadisco per i più distratti.
Senza questa condizione non vi è vero bene, ne vero male, ma solo fatti che visti da prospettive diverse possono essere giudicate in maniera diversa.

Le cosiddette persone ordinarie o civili, non si conoscono.
Per conoscersi sono necessarie alcune condizioni che a ben vedere nessuno, o quasi, auspica per se stesso.

La condizione principe è la difficoltà.
La seconda condizione è la solitudine.
La terza è la capacità di pensare correttamente.

La difficoltà non deve essere subita, tipo una disgrazia, (ti investe un camion e resti in ospedale per tre mesi, oppure perdo tutto il mio denaro e devo ricominciare da zero).
La difficoltà deve essere scelta liberamente.
Oggettivamente, ad un esame esteriore non cambia nulla, ma interiormente la differenza è grandissima.
Il dolore di una colica e quello del parto sono molto simili, ma lo spirito con cui si affrontano questi due momenti sono molto diversi, e la trasformazione che opera in noi una libera sofferenza va di pari passo con la nostra profondità (qualsiasi madre che ha fatto esperienza di questo mi capirà).

La seconda condizione, come dicevo è la solitudine.
Fa ancora più paura e la si rifugge peggio della scabbia.
Vi sono solo tre modi per essere soli realmente a questo mondo.
Sul campo di battaglia, oppure quando la propria vita è realmente in pericolo.
In prigione.
In meditazione.
Altri modi non c'è ne.

La terza condizione, cioè il pensare correttamente, è ancora più rara e ardua.
Tutti pensano di saper pensare in maniera logica e giusta, ma in realtà non è così.
Per saper pensare correttamente la mente DEVE estirpare da se stessa come un cancro maligno tutti quei processi inutili che non corrispondono a dati reali e soprattutto attuali.
Quindi la capacità di distinguere ciò che è da ciò che appare ma anche da cosa è solo immaginato e ciò che è realmente vissuto. Aprire gli occhi al reale non è mai facile.
Un buon dato di realtà e un ottimo punto di partenza è il tempo presente, se una cosa è accaduta non esiste, se forse accadrà, non esiste lo stesso.
Per realizzare un corretto pensare si utilizzano delle tecniche di respirazione speciali, in quanto mente e pensiero e respiro sono intimamente legati.

Realizzati questi presupposti e grazie a molti sforzi e sofferenze volontarie è possibile cominciare a conoscersi e auto-determinarsi, tutto il resto sono chiacchiere per far prendere aria i denti.


Chi non ha vissuto queste esperienze con totale coinvolgimento non può dire di conoscersi, se non parzialmente, quindi non può dire nulla a proposito del bene o del male.

Fine della storia.

domenica 13 aprile 2008

Le vicende di Zerbinetor (ovvero racconto parziale della vita del bipede palmario su questo pianeta)

Perdita di I-Denti-tà

Parte I - I sogni sono presagi-

Zerbinetor, il solo evocare questo nome gli avrebbe provocato un brivido, se solo fosse stato sveglio, ma ora era al riparo da qualunque rimorso.

La testa appoggiata soavemente sul cuscino candido come neve di febbraio, era in perfetto abbinamento cromatico con il grigio topo dei suoi capelli, irsuti e scarmigliati,

Un leggiadro sorriso accompagnava il respiro rumoroso e baritonale che ricordava un mantice di una fucina medievale.
La stanza era avvolta dal silenzio, un silenzio quasi liquido.
Non solo riposava con una leggera stalattite di saliva all’angolo della bocca, irta di denti numerati, ma sognava.
Fatto inconsueto per lui, o meglio lui sognava sempre, ma mai quando dormiva.

Sognava di lei, l’ineffabile dea malese, che tanto piacere gli regalava nei rari momenti di quiete e ancor più sapeva dispensargli sofferenza negli abituali momenti di furia, per altro ampiamente giustificata ( a detta di lei).
Lui sapeva nel profondo del suo animo che ella aveva su di lui un ascendente ed un potere irresistibile e inconfessabile, tanto da avergli fatto impersonare quel simulacro di uomo che non nominava mai a se stesso: Zerbinetor appunto.

Tali pensieri indistinti non offuscavano affatto la dolcezza del suo sonno che come una lontana bruma mattutina accompagnava il suo sogno e in maniera discreta faceva da contorno al suo viaggio come una musica strana accompagna un film surreale.

Eccolo, nel suo spettacolo onirico, che passeggia seminudo in un campo di grano, un pareo gli cinge i fianchi ancora snelli come un “ciripà” sovradimensionato.
“Sono un Gandhi, un Gandhi alla moda” commenta tra se nel sogno e sottolinea la sua soddisfazione nella realtà con un peto sibilante sotto il piumino caldo ed ora, ancora più caldo.

All’orizzonte, di questo paesaggio morfetico, ma non troppo lontano da lui, appare la sua divinità femminile in tutta la sua orientale bellezza.
Indossa un vestito di foggia cinese in seta marrone “testa di moro” con delicati ricami d’oro che le disegna ancor meglio il profilo aggraziato. I piedi minuti calzano delle babbucce di raso nero con un impercettibile tacco che slancia questa venere bonsai.
Il viso di lei è in ombra, mentre il sole, forte del mezzodì, le fa corona sui capelli corvini che accennano dei riflessi blu cobalto.
Il nostro eroe in un moto subitaneo avverte un sussulto erettile che lo fa scattare come un crotalo alla vista di un topo(a), e gli ricorda che di fronte a tanta bellezza, egli non è che uno schiavo.

Lui, in questo frangente sfiora con la mano le spighe di grano, novello Russel Crowe in Gladiatore, e finalmente la raggiunge.

Come avviene spesso nei sogni, inaspettatamente la situazione cambia, il viso di lei si incupisce e la frase che il nostro amico ode è piena di rimprovero, stridente rispetto al bucolico panorama: “Domani è il mio compleanno” dice lei “e tu dove sarai?”.
Il nostro Gandhi-Prada trasalisce sgomento nella constatazione, ahimè, che la situazione gli è sfuggita di mano ed ancor più è sfuggita alla sua memoria che fa acqua peggio di una sentina di una nave in procinto di affondare.

Vorrebbe giustificarsi, ma non fa a tempo, un frastuono pauroso lo sveglia di sobbalzo e gli fa morire in bocca le poche frasi che ora va a balbettare nel suo traumatico risveglio: Amore…mah, mah, ora arrivo, carta di credito e cialis (parole apparentemente senza senso).
Il boato non è opera di un seguace di Al Qaeda immolatosi con il suo carico di bombe, ma è iniziativa del suo “triolesco” cugino, è un’eruzione di musica “trance”.
Ormai da quando abitano nella stessa casa loro sono sempre più gemelli separati alla nascita. Tendono ad assomigliarsi nella forma, ma la distanza dei cuori appare siderale, non è così per i timpani del nostro conte di Massa, sommerso dalla cacofonia assordante.
I due abitualmente si sfidano come un Giano bifronte che voglia mordere il volto che gli si cela alle spalle, ma naturalmente è impossibile.
Il cugino colpisce alla distanza come un cecchino bolscevico nella battaglia di Stalingrado, con attacchi sonori subitanei ed inaspettati anche nel cuore della notte, il nostro beniamino risponde con compassata signorilità mangiando di nascosto le merendine preferite dell’antagonista pensando così di essere pari.
Ai turbinii della jacuzzi del cugino risponde con lo spazzolino da denti sui suoi nuovi incisivi, una lotta impari che però affronta con stoica determinazione come Leonida alle Termopili.

La curiosa abitudine del consanguineo di stordire i vicini (il più prossimo è a 4 km) e soprattutto lui, con onde sonore partorite dal suo stereo a tutto volume, in verità più simile ad uno “shock device” Klingon che ad un vero e proprio riproduttore musicale, ha accelerato l’inevitabile cesura che porterà questi gemelli siamesi presto ad una dolorosa operazione di separazione.
Questa è la sentenza che appare evidente anche ai frequentatori più distratti della loro villa Balearia.

Tornato in sé, realizza con la velocità di un bradipo sedato che deve partire.
Il suo volo da Ibiza è per Milano e poi per Parigi (residenza della Perla di Labuan).
Scorre mentalmente la sua agenda (inesistente) che scandisce come il ruolino di servizio di un corpo di guardia gli impegni incalzanti.

Denti e pelo, pelo e denti, pensa tra sé, chi ha il pane non ha i denti, chi ha il pelo non ha la voglia, ma chi ha voglia non ha il pelo, alla fine tutto si realizza nel trascendere questa dicotomia odonto-ginecologica della vita, chiosa così parlando a se stesso con questo profondo pensiero filosofico.
“Avrò entrambi” urla dalla sua stanzetta e il cugino dalla “suite” accanto risponde fraintendendo (è quasi sordo): “No, le tue ultime mutande pulite le ho prese io ieri sera, sai avevo un puntello…capirai è stata una nottata!”.
Il nostro eroe sospira come un fachiro trafitto da un letto di chiodi e sentenzia: “Partirò senza”.

La tappa lombarda si rende necessaria per l’ampliamento della sua capacità dentaria che presto raggiungerà la quota di 57 denti installati e perfettamente funzionanti.
Sostenuti dalle famose viti numerate al titanio molibdeno che fanno vanto nelle sue discussioni più appassionate, egli le mostra, sempre più spesso, agli ospiti e agli occasionali interlocutori con orgoglio quasi paterno.
Questa pervicace abitudine non lascia gli astanti mai indifferenti.
“Potrò masticare ogni cosa, anche il mio fegato se lo vorrò”, intona un eco nella sua mente.

Il suo piano prevede l’arrivo ad Orly in calcolato ritardo per la festa della leggiadra pulzella, alzando così il desiderio di Lei, pensa compiaciuto, mentre si osserva allo specchio, ma la sua immagine stranamente non risponde al suo sorriso amichevole.

Gli dei mi amano ancora?
Erompe questa domanda nel suo cervello, ma non ode che uno scroscio di sciacquone dal gabinetto del malefico cugino come risposta, mah!






Continua...

sabato 12 aprile 2008

Parte II Partire è un pò soffrire




Come un vento freddo e inaspettato è foriero dell’inverno, così il nostro uomo scese dal taxi ancora in corsa di fronte all’ingresso delle partenze internazionali dell’aeroporto di Ibiza.

La velocità con cui abbandonava il veicolo pubblico era direttamente proporzionale al suo ritardo, praticamente un lampo nella notte.
Con consumata agilità che faceva intuire un passato recente di stunt-man in qualche film Western riuscì a guadagnare quasi quattro secondi su un normale corpo che si muove alla massima velocità consentita dalle articolazioni, praticamente un miracolo della bio-meccanica
Portava seco il suo immancabile notebook, in sostanza il suo talismano da cui non si separava mai, pena l’angoscia, ed una valigia semiaperta con alcuni effetti personali ed i suoi vestiti (tutti griffati) che parevano chiedere a gran voce solo una stiratura per essere perfetti. Alcune gocce di pioggia punteggiavano le spalle del suo inappuntabile cappotto blu di cachemire con un solo vistoso rammendo sulla tasca destra.
In poche parole rappresentava un’icona.

Il taxista notò che una scarpa sinistra era rimasta sul sedile posteriore dell’auto, certamente fuoriuscita dalla borsa del nostro beniamino, che seminava come Pollicino i suoi effetti personali ad una distanza variabile fra i sette e gli undici metri, entrambi numeri primi, ma notò altresì che non vi era più nessuno cui restituirla.
Il suo passeggero agile come un acrobata bulgaro era già sparito fra la folla frettolosa.
Il traffico caotico dietro l’autista sollecitava con i clacson di lasciar perdere, e così fece.

Dopo le operazioni di rito che precedono la partenza di un volo, restava sempre poco o niente da fare.

Così lui decise, con pigrizia felina, di utilizzare la connessione gratuita dell’aeroporto per farsi i fatti suoi. Nulla al mondo gli dava un brivido di piacere come connettersi ad internet gratis. Mollemente adagiato su un divanetto rosso, con il suo cappotto abbandonato vicino sulla spalliera del sedile accanto, sprofondò come in un limbo nel suo mondo digitale gratuito, cullato soavemente dal ronzio del computer e percependo il caldo tepore dei circuiti elettronici sulle sue cosce slanciate.

Dopo un tempo che parve breve solo a lui il suo occhio rapace colse l’orario che scandiva la sua partenza.
Similmente ad un maratoneta che si slancia oltre il via dopo il colpo di pistola, guadagnò l’ingresso al “check in” superando quasi tutti e si inabissò nel cuore stesso dello spazioporto.

Si sentiva stranamente leggero, scevro da quegli orpelli che di solito fanno da contorno alla vita, un inspiegabile senso di libertà lo sfiorò come un bacio per abbandonarlo, però quasi subito, non si accorse ebbro di questa fugace sensazione che l’alimentatore del suo notebook aveva deciso di staccarsi dal suo computer e riposare per sempre sul pavimento.

Realizzò solo, quando ormai era il suo turno di esibire il biglietto convalidato che non aveva più il cappotto e con esso anche il suo contenuto, ovvero: tutti i suoi documenti, i soldi, le carte di credito, molti dei suoi cellulari e una confezione di “verrucid” scaduta di validità cui teneva moltissimo.
Un’espressione quasi di Califano stupore si dipinse sul suo volto ormai solcato dalle rughe dell’inquietudine.
“Cazzo mi hanno fregato il cappotto” fu il suo laconico commento ad un evento che avrebbe gettato chiunque nello scoramento più totale, ma a lui parve solo un piccolo fastidio.

Inutili furono i suoi sorrisi (con quella apoteosi di denti), le minacce, le adulazioni.
Il personale del aeroporto era irremovibile: non poteva partire.
Come Ulisse prigioniero della maga Circe, l’isola lo reclamava ed ancor peggio esigeva un riscatto che era già stato pagato, anzi era già stato vilmente sottratto.

In un nanosecondo escogitò un piano alternativo. “Userò la burocrazia contro se stessa” proferì con voce chioccia, “Semplicemente geniale” fu il suo modesto apprezzamento a se stesso.
Sun- Tzu che scrisse. “L’arte della Guerra” (insuperato manuale di strategia) avrebbe applaudito ad un simile allievo.

Con le sue falcate lunghe come quelle di un gigante raggiunse il posto di Polizia e li tesse il primo filo della sua diabolica ragnatela, ma stranamente una sua scarpa, già da molto tempo slacciata, decise di allontanarsi dal suo piede e di stabilirsi in via definitiva in un angolo della sala fumatori. Forse per far compagnia all’alimentatore del suo “tamagochi” di silicio? Nemmeno la Sibilla Cumana avrebbe potuto rispondere ad una simile domanda.
Semplicemente accadde.

La sua usuale plastica deambulazione assunse così una curiosa andatura sinusoidale. Probabilmente causata dal dislivello venutosi a creare, ma egli parve non accorgesene. Anzi gli donava, questo suo incedere lievemente claudicante, un certo non so ché di molto sexy, un po’ alla John Wayne in Sfida all’Ok Corall, se si sorvola forse sul calzino liso sul calcagno che lasciava intravedere la pelle rosea che sfavillava come un opale fra le rocce.

Dopo un’attesa lunga come la colonna dei soldati italiani di ritorno dalla campagna di Russia, fu ricevuto da un sottufficiale della “Guardia Civil” che assomigliava in maniera impressionante al sergente Garcia della celebre serie Tv Zorro (quella degli anni 70’ per intenderci).

Grasso e sudato, dall’incipiente calvizie guardava con sospetto questo curioso passeggero che, in uno spagnolo quasi perfetto, enumerava le circostanze sfortunate che lo vedevano incapace di partire verso la patria natia.
Il poliziotto, annoiato dalla routine delle sue giornate sempre uguali, premette con il suo dito grasso il tasto “enter” del suo terminale per identificare questo curioso individuo e verificare il suo racconto sospetto, ma che aveva il profumo della leggenda.

Grande fu la sua sorpresa per gli eventi inaspettati che seguirono.
Una lista di centododici fogli dattiloscritti e fitti come un alveare enumerarono, in un tempo che parve infinito, tutte le cose perse nella vita del nostro eroe.
La prima risultava essere una tessera della Prefettura intestata alla sua persona già all’età di tre anni, questo dato fece un’ottima impressione sul funzionario.
La stampa fu interrotta due volte per la mancanza di carta e si racconta che la stessa stampante continuò a trascrivere anche nei giorni seguenti i documenti smarriti negli anni di beata gioventù del nostro anfitrione, essi erano continuamente aggiornati dal database della centrale.

Una breve digressione su un fatto curioso che occorse a questa stampante, come raccontato in un trafiletto di terza pagina nel giornale locale spagnolo “La Blatta”.
Il congegno, come sì sul dire, continuò a scrivere “a singhiozzo”in una sorta di rigurgito informatico inspiegabile, proseguendo a stampare l’elenco apparentemente infinito dei documenti smarriti dal nostro viaggiatore.
Inutile fu togliere la spina di alimentazione, la stampa continuava anche di notte.

Alla fine dopo otto giorni di agonia solo i cinque colpi di revolver esplosi dal caporale Rejes misero fine alla sua onorata carriera di stampante al servizio del governo spagnolo.


Tralasciando le notizie di cronaca e tornando al presente, Il “sergente Garcia” restò semplicemente a bocca aperta, mai nei molti anni del suo servizio aveva immaginato che un cittadino potesse perdere così tanti documenti.
Il nostro beniamino approfittò immediatamente della bocca spalancata del malcapitato agente di polizia per una veloce visita odontoiatrica e già che c’era, una breve lezione di stomatologia forense con sottotitoli in inglese.
Tenne la conferenza davanti ad un piccolo auditorio di guardie giunte a curiosare per il rumore incredibile della stampante rigurgitante di fogli le quali rimasero veramente entusiaste dell’ammaestramento improvvisato esso, a detta di molti, fu: “Semplicemente perfetto”.

L’apoteosi fu raggiunta nell’esposizione dei molari e premolari del nostro amico precisamente impiantati e numerati, uno show equestre che, senza tema di smentita, poteva essere definito il suo cavallo di battaglia.
L’ovazione dei poliziotti fu unanime e il premio di tanta capacità oratoria fu una carta provvisoria di imbarco.

Mancava meno di una manciata di minuti alla partenza dell’aeromobile.

Strappata letteralmente di mano al graduato la carta per la libertà, raggiunse come un naufrago stremato l’imbarco, curiosamente nel tragitto venero eiettate dal legittimo proprietario (se medesimo) come moduli esauriti di uno Shuttle, nell’ordine: una camicia di popeline nell’ufficio di polizia, una cintura Fendi su una telecamera di controllo, un maglione in cachemire impigliatosi in una pianta ornamentale (forse un potus) vicino al bar.

Giunto finalmente all’imbarco indossava solo un paio di jeans una scarpa, due calze (di cui una ricorderete lisa sul calcagno), una maglietta bianca a maniche lunghe, ma ghermiva come un mediano di mischia degli All Black nella finale di rugby il suo pc portatile (ormai quasi scarico) e un curioso sacchetto arancio gonfiabile (ma bucato).contenente l’ultimo telefono cellulare superstite.
“Tutto sommato non va affatto male” disse una volta a bordo e sedutosi nel posto numero 15 vicino al finestrino, mentre un’indaffarata hostess si domandava chi potesse aver perso una calza consunta nel corridoio dell’aereo.
Nello stesso istante pochi metri sotto una valigia semiaperta cadeva dall’elevatore di carico, rinunciando così per sempre a visitare la stiva dell’aereo.
Giunta al suolo sparse le sue spore griffate lungo tutta la pista oscurata dalle prime ombre della sera e lucida di pioggia leggera.

Il rombo della partenza si confuse con una sua elefantiaca flatulenza liberatoria (ma poco odorosa) che precedette di poco appena il suo sonno. Era completamente esausto. Tutto avvenne sotto gli occhi allibiti del suo vicino, un anziano viaggiatore Azbeko che mai in vita sua aveva udito una tale assonanza sincretica fra un motore a reazione e uno sfintere umano.

Continua….