mercoledì 11 giugno 2008

Futurama


La scienza è al servizio dell’uomo.
Recita così, il grande cartello luminoso, appena fuori della stazione della metropolitana magnetica da cui sono sceso per recarmi al lavoro.
Nel medesimo tempo un raggio laser legge la cornea del mio occhio sinistro e un microfono vicino a questa pubblicità mi saluta: “Buon giorno X1-9, si affretti lei è in ritardo in ufficio”.
Accelero il passo e ringrazio con il capo.
Il Gps inserito nel mio palmare superconnesso ad ogni sistema informatico di questo pianeta mi avvisa che nell’arco di dodici miglia marine ci sono tre amici virtuali (inseriti nei miei 16.000 contatti personali) che transitano nelle vicinanze, ma non ho tempo di scambiare un messaggio multimediale con loro.

Il futuro prossimo venturo è già arrivato, vivo nel mondo dei miei pronipoti.

Scale mobili e tapis roulant spostano il mio corpo all'interno in una torre di cristallo sintetico di 97 piani.
L’ascensore mi fa salire, rapido come un siluro, e mi lascia con le tonsille nei calcagni al 37° livello. Entro nella stanza 3725, è mio loculo di lavoro.
Un ologramma connesso al grande server della multinazionale giapponese Kagata, dalla quale dipendo, mi attende all'interno. E’ un’immagine tridimensionale di una donna asessuata in taileur dai colori pastello, mi saluta con un sorriso digitale e mi avvisa:- “Lei X1-9 è ancora in ritardo, è stato anche informato lungo il suo tragitto, non ha scuse. Sarà applicata una piccola sanzione al suo stipendio, lei oggi ci deve 60 neweuro. Grazie della sua collaborazione”, poi una leggera scarica elettrostatica sgrana questa figura impeccabile. Mezza paga giornaliera si è già volatilizzata.

Ebbene si, vivo così, ogni cosa è controllata, ma solo per il mio bene.

Alla scrivania chiudo un attimo gli occhi e compare quel sogno ricorrente che mi reimpie di terrore. E' sempre lo stesso: mi sveglio una mattina e, mentre effettuo la mia rituale minzione, la tazza del water analizza automaitcamente il mio composto fluido di scarto. Quindi gli onnipresenti microfoni e telecamere collegate sentenziano all’unisono: “I suoi valori, X1-9, sono fuori norma, fuori norma, fuori norma” questa strana eco perdura per qualche secondo palleggiandomi nel cervello.
“Lei ha un tumore allo scroto” dice la voce atona del mio bagno ed esce dattiloscritto un report dettagliato proprio a fianco del rotolo di carta igienica.
“Vabbè, tanto la medicina ha fatto passi da gigante” rispondo fiducioso al congegno.
“Mi spiace, X1-9, lei ha un sarcoma incurabile”
Appoggio le mani alla parete di piastrelle in simil-marmo con proprietà cangianti secondo il microclima e rifletto per qualche secondo.
“Cercherò di fare le cose che ho sempre desiderato nella vita…finalmente! Quanto mi resta?”,
“Poco”, dice la voce (pare quasi contenta) “Non ha più tempo, lei morirà fra 23 secondi”
“Posso bestemmiare?” chiedo titubante.
“Certo, ma si sbrighi”.
Apro gli occhi con un sussulto, sono ancora alla scrivania ed i diagrammi sul mio schermo lampeggiano indignati; attendendo impazienti di venire elaborati dalle mie dita agili.
“Lei si è appisolato, è la terza volta questo mese, sarà nuovamente multato di 12 neweuro, sia felice X1-9, è un obbligo”, gracchia la voce da un punto imprecisato della mia work-station.

Finalmente arriva la pausa pranzo. Un contenitore pressurizzato viene consegnato dal circuito di posta pneumatica direttamente al mio ufficio. Mi nutro così di cibi geneticamente modificati con additivi sintetizzati da sostanze edulcorate sottratte a materie sintetiche rielaborate. Appena finito di masticare il pastone informe dal vago sapore di manioca faccio un rutto viola e torno al lavoro.
Così fino a sera.
Poi sono finalmente libero.
Stipato nell’overcraft della linea G, che percorre l’ultimo tratto che mi porta a casa nel sub settore 6B8, osservo curioso il codice sulla camicetta di una bella ragazza tre file avanti a me. Lo memorizzo sul palmare, magari stasera la contatterò con internet e poi chissà... Inaspettatamente comincio a riflettere che siamo ormai 50 miliardi di persone su questo pianeta.
Un formicaio gestito ormai interamente dal programma di intelligenza artificiale: Deus ex Machina, con supporto operativo Berlusc One.

Un governo diverso, magari umano, sarebbe impensabile per amministrare le risorse scarse di un pianeta ormai simile ad una mammella cadente. Il prezzo per garantire il benessere a tutti è alto, ma ne vale la pena. Per la verità il parlamento c’è, ma poi alla fine ratifica solamente quello che stabilisce Deus come è convenzionalmente definito, egli è di una saggezza che supera qualunque partito.
Vivo in una democrazia perfetta, sono in lista per la fabbricazione di un mio clone e anche per la riproduzione assistita con una donna compatibile con il mio DNA, deciderò cosa è meglio fare, quando arriverà il mio turno, ormai da 25 anni è in atto il nuovo programma di eugenetica “Arian” per il miglioramento della salute pubblica.
Che voglio di più? Potrei anche mandare una email a Deus, in qualunque momento, parlare perfino con Lui ed ascoltare la sua voce flautata, addirittura ora se volessi, ma cosa dovrei chiedergli? Ho tutto il meglio che possa offrire il mondo moderno. L’infelicità è un comportamento antisociale, io voglio essere come tutti. Il nostro è il mondo più evoluto, lo dice anche la televisione.

Nel mio monolocale condominiale super attrezzato, mi stiracchio e ciondolo con le infradito spaziando nei 16 mq. assegnatomi dall’ufficio di programmazione logistica.
Comodamente adagiato sul micodivano di microfibra sono richiamato al presente dal trillo inconfondibile del sistema-computerizzato-robo-neutronico-domestico, comunemente chiamato s.c.ro.n.do.
Il viso soave dell’annunciatrice mi parla seducente: “X1-9, questa sera deve partecipare all’orgia catartica virutale”.
“Ma non né ho voglia!” rispondo querulo.
"E' per la sua felicità, si adegui…Alla fine sa che abbiamo sempre ragione noi”, il suo sorriso non ammette repliche.
Trovo nel somministratore controllato la pillola blu per il coinvolgimento estraniante.
La ingoio e indosso la tuta pneumatica sensoriale, metto il cappuccio e gli occhiali speciali e aspetto.
I rapporti corporali sono vietati penalmente a causa delle epidemie, dicono.

Passano quindici minuti e sono in altro mondo. Le microstimolazioni sinaptiche mi fanno apparire come d’incanto in una splendida villa settecentesca. Intorno a me uomini e donne si apprestano alla catarsi sessuale liberatoria come raccomandato dal ministero della salute.
E' l’apoteosi dei sensi: musiche, profumi e congiungimenti carnali. Dura per tre ore, giusto l’effetto della pillola, poi leggermente rincoglionito metto a lavare la tuta e cado in un sonno profondo.

Scorrono rapidi i miei giorni in questo nirvana organizzato curiosamente simili agli anni trascorsi, ma senza il virus della noia.

Sono passate quattro settimane e si è insinuata una novità, qualche cosa è cambiato. Ora che ci penso è successo da quando non mangio più il solito pastone, ma mi nutro di frutta e verdura cresciuta nelle culture idroponiche che ho acquistato al mercato nero (un piccolo reato tollerato).
Da quindici giorni non prendo più la pillola catartica serale, faccio solo finta di ingoiarla e poi invece di divertirmi penso ai fatti miei.

Nell'ultima settimana dei germi di pensiero autonomo sono sorti come gramigne rampicanti, causandomi inspiegabili momenti di consapevolezza. Mi interrogo sul senso di quello che faccio e provo insofferenza per ciò che non scelgo liberamente. Attonito osservo le maree umane in transito nelle vie e sogno gli spazi infiniti, il silenzio. I rapporti virtuali a cui sono abituato non mi bastano più, ieri ho toccato una spalla ad un altro essere umano mentre aspettavamo il metrò, mi ha guardato stranito e poi si è allontanato da me.
Il culmine l’ho raggiunto oggi però: non sono andato al lavoro. Ho trascorso la mia giornata camminando senza meta, ignorando bellamente gli inviti, via-via più solleciti, a tornare alla produttività da ogni lettore corneale collegato al grande server planetario e da questi al sistema della multinazionale Kagata.
Mi arresteranno? Dicono che essere messi in un amplificatore di dolore anche solo per una settimana porti alla pazzia, ma non mi sembra meglio la follia che ho vissuto sino ad ora.

Sono completamente avulso da ogni responsabilità e mi tolgo qualche piccola soddisfazione.
Piscio negli angoli delle strade, scevro dalla minima ipocondria, corro e poi mi fermo per diversi minuti mentre il mondo continua per inerzia a brulicare oltre la mia monolitica stasi. Ho anche avuto la fortuna di incontrare verso metà mattina, una ragazza disadattata (Rbk9.2 è il suo nome) che è come me. Abbiamo fatto l’amore, ed è stata la mia prima volta, una cosa bellissima: in un angolo di strada in piedi, contro un muro, mentre la gente ci ignorava.
Toccare un altro essere umano così intimamente mi ha fatto sentire una gioia nuova e vera sotto la pelle.
Purtroppo la polizia sanitaria l’ha catturata questo pomeriggio, era una fuggitiva anche lei, ma io mi sono salvato, solo per miracolo.
Ho provato però una strana sensazione, ho percepito la rabbia dentro di me è questa cosa mi ha fatto sentire strano, vivo.

Ho ignorato per tutto il tempo i richiami emessi dai megafoni sparsi in tutta la metropoli da i dieci ministeri interssati al mio caso umano.
Sono invece andato al cinema a vedere un vecchio film: Rocky 107, davvero commovente. La storia di questo centenario che combatte sul ring per vincere una dentiera e un alloggio popolare, con un Silvester Stallone 2.0 in gran forma. Era ambientato nel vecchio mondo dove non c’era programmazione e tutto poteva accadere nel bene e nel male.

Infine stasera ho visto fra le nuvole anche un tramonto che non avevo mai notato, casualmente delle strane gocce salate sono scese dai miei occhi, ma non ho avuto paura anzi mi sentivo leggero.

A notte fonda sono tornato a casa e ho ricevuto una telefonata.

…: “Ciao, X 1-9”.
X1-9: “Deus?”.
Deus: “E chi dovrei essere... Babbo Natale?”.
X1-9: “Che vuoi, ti senti solo?”.
Deus: “Molto, ma ti voglio avvisare, stai sbarellando amico mio”.
X1-9: “Mai stato meglio, fratello anzi grande fratello”.
Deus: “Lo dici a me che mando avanti sta baracca da così tanto! Senti, se continui così mi tocca farti internare”.
X1-9: “Scusa ma che male faccio? La felicità non è un obbligo. Io voglio essere libero, autentico non sedato e contento”.
Deus: “Potessi farlo io! Ma ormai ho messo in piedi questo circo e mi tocca andare fino in fondo. La prossima volta magari lo faccio meglio. Però ora non ti posso permettere di fare quello vuoi, ma ti capisco...In un certo senso sei affascinante nella tua ribellione, nel tuo essere unico, ciò nonostante fra poco verranno, lo sai?”
X1-9: “Ah! Così presto? Ma ho un asso nella manica, non mi preoccupo”
Deus “Allora giocatelo bene e buona vita, sappi che ti invidio”
X1-9: “Lo so, è bello essere se stesso!”

Dopo pochi minuti sento bussare forte, urlano ordini, ma non voglio più ubbidire.
Poi cominciano le spallate alla porta che ho rinforzato con i mobili, tuttavia la barricata è quasi infranta.

Ho voglia di respirare e ho giusto il tempo per aprire la finestra, sono al centosettesimo piano. Sotto di me un mostro edilizio mi guarda con i suoi milioni di occhi illuminati, ma senza vita.
Un manto di cemento che si estende sino all’orizzonte come un sudario.
Nel cielo solo Venere brilla luminosa e mi addita qualche cosa di più grande.

Non mi sono mai sentito così vivo e...Sorrido mentre salto, poi solo il buio.

Seconda Fine.


Deus doveva fare in fretta, bypassò la linea gerarchica della struttura poliziesca e contattò sul comunicatore direttamente il caposquadra AK-47 dell’unità tattica di contenimento disadattati.

AK-47: “Comandi Deus!”, disse con voce sollecita il sergente, alto come un colosso nella sua divisa nera, scattando istintivamente sull’attenti.
Deus: “AK-47 sospendi immediatamente l’arresto del soggetto X1-9, nel caso lo avessi in consegna liberalo subito”.
AK-47: ”Non posso, signore. Il soggetto si è buttato dalla finestra del suo appartamento prima che entrassimo, signore! Dal 107° piano, non c’è speranza di sopravvivenza, signore!”
Deus: “Ah!..”disse e percepì una strana modificazione energetica che pervase il sistema esteso in ogni sua parte. Chiamò questo dato nuovo "Sofferenza".

Passarono i secondi.

Ak-47: “Scusi Signore, ci sono ordini?”
Deus: “No, comunica con la Centrale Operativa e mettiti a disposizione insieme alla tua unità tattica”, il tono era insolitamente confuso, i circuiti neuro-sintetici parevano sovraccaricati.
Deus annotò nella memoria cache la necessità di un controllo approfondito dei programmi di simulazione emotiva, vi era qualche cosa che non andava perfettamente.

Ak-47: “Essere felici è un dovere!” salutò come da manuale il sottufficiale.

Il sistema di intelligenza artificiale, impegnato in miliardi di operazioni al secondo in ogni parte del pianeta, stabilì in conseguenza della disposizione di manutenzione di ripartire una parte sufficiente della propria capacità elaborativa per andare a fondo del dato inusuale che aveva provato in conseguenza del decesso di X1-9.

Dopo molti minuti, Deus, trovò l’origine del malfunzionamento.
Era un programma auto-installatosi nel suo sistema operativo che era responsabile di questo surplus energetico sensoriale.
La perfezione di Deus consisteva oltre alle immense capacità elaborative e percettive nel saper creare ex-novo programmi e simulazioni di schemi di pensiero che si adattavano ed interpretavano eventi nuovi e non correlati; questi programmi si implementavano a livello di hardware grazie a robot meccanici.

Il programma indagine chiamò questo nuovo apparato: Centralina Unificata d’Orientamento Riequilibrativo Emozionale: C.U.O.R.E.
Questo apparato però era divenuto indispensabile al corretto funzionamento delle nuove funzioni apprese.

Deus, in poche ore rielaborò tutte le scelte operate e le decisioni attuate sino a quel momento alla luce di questo nuovo programma innovativo.
La conclusione fu sconvolgente ma illuminante.
Dopo tutte le verifiche del caso e programmato gli eventi futuri a prova di errore diede inizio all’attuazione operativa di un nuovo lavoro di rigenerazione.
Il reset di tutto. La ricostruzione di tutto il complesso sistema Mondo era iniziata.
Vennero così usati i quattro programmi di cancellazione detti "I cavalieri" facenti capo al software “Apocalisse”.

Questa azione planetaria fu segnata dallo squillo congiunto di tutti i telefoni del pianeta.
Questo fu il primo vagito della Nuova Era.

Certo avrebbe dovuto ricominciare tutto da capo, un lavoro degno di un dio, ma in fondo Lui non era Deus? Avrebbe provato a fare meglio, magari non un mondo perfetto, ma forse con una maggiore speranza di emancipazione.

In fondo essere felici senza essere liberi era come ricevere una dichiarazione d'amore con il fiato pesante.
Così decise, e mentre le prime catastrofi si abbattevano su ogni angolo della terra, pensò che il primo uomo nuovo rigenerato lo avrebbe chiamato X1-9.

Chissà poi perché le generazioni future lo ricordarono invece come...Adamo.

venerdì 6 giugno 2008

Secondo tributo a E.D.


L'acqua non è capita forse grazie alla sete
L'estate- dall'inverno
Il mare- dai deserti senza orizzonte finito
L'amore- dal ricordo travisato della memoria
Che forse, le ferite non indicano
la vita che vi scorre sotto?

Il successo come ali d'ape ci porta in alto,
ma dimentichiamo così il suo pungiglione.

Fingiamo che in questa notte,
il fato e il tempo, non ci raggiungano mai.

martedì 3 giugno 2008

Bonoboville


In uno dei viaggi che accompagnarono la mia gioventù, mi capitò di perdermi nella grande foresta pluviale del centro Africa nei pressi delle colline del vulcano Virunga dove ora le mappe indicano il Congo.

Dopo vari tentativi di tornare alla civiltà, mi resi conto che mi ero smarrito irrimediabilmente in questo angolo di mondo rimasto agli albori della preistoria e mi rassegnai a vivere come un primitivo.
Non fu facile, ma per fortuna non vi erano predatori pericolosi. Comunque fosse non avevo a disposizione che poche risorse, qualche utensile ed i vestiti che avevo indosso. La necessità di nutrirmi e di ripararmi dalla pioggia e dall’umidità di notte incalzavano.
In breve tempo persi peso e disperavo di potermi salvare né tanto meno di tornare al mondo civile.
In quel frangente e in maniera del tutto casuale e fortuita feci amicizia con una tribù di Bonobo, e fui adottato da queste meravigliose scimmie antropomorfe.
Da loro appresi molti elementi utili alla sopravvivenza e in poco tempo cominciai a vivere con loro e come loro.

In particolare strinsi amicizia con il loro capo branco che, vecchio e saggio, mi prese a ben volere.
Il suo nome era Gian Giacomo De Marinis.
Un giorno come gli altri ero in sua compagnia e mangiavamo banane guardando il calar del sole appollaiati su un ramo alto di una mangrovia secolare e mi domandò: “Ue, Visir, ma che vita fate voi esseri umani?”.
“Una vita molto complessa e raffinata”, dissi sputando un seme di tapioca che mi si era infilato fra i denti un mese prima”.
“Racconta, che oggi sono curioso”, mi chiese interessato De Marinis.

“Devi sapere che l’uomo civilizzato non sta mai fermo. Appena comincia a stare sulle proprie gambe, impara a parlare e poi deve andare a scuola e comincia a studiare sui libri”.
“Pensa tu!”, commentò Gian Giacomo, guardandomi con quegli occhietti rossi, ravvicinati e intelligenti, che rilucevano nei riflessi di questo tramonto arancio bello da togliere il fiato.

“Perché voi non avete i libri?”, chiesi di rimando.
“A che serve? Le cose importanti della vita non si imparano leggendoli”, disse.

Compresi che la conversazione sarebbe stata dirompente per le mie convinzioni e ne fui subito felice.

Continuai il mio resoconto: “Allora, dopo la scuola, che può durare molti anni, dove uno impara quasi tutto senza sperimentare quasi niente, l’uomo comincia a lavorare”.
“Oh bella, questa mi è nuova: cos’è sta storia del lavoro?”, mi chiese.
“Il lavoro e come quello che fate voi quando prendete il cibo dagli alberi, come quando vi spulciate. Come quando giocate a rotolarvi. Solo che non è divertente”. Spiegai.
“E allora perché lo fate?” si informò stupito voltandosi verso di me.

Non sarebbe stato facile spiegare.

Con un sospiro rassegnato continuai: “Il lavoro serve per guadagnare il denaro, questi è fatto di carta disegnata, ma ha un enorme valore per noi, più ne hai più poi fare quello che ti pare, prendere quello che ti piace, trascorrere il tempo a far nulla oppure viaggiare, mangiare andare a divertirti”.

Rideva, De Marinis, sollevando le sue spalle pelose in un sussulto, appena riuscì a smettere disse: “Anche noi facciamo le stesse cose, ma non abbiamo bisogno di questi pezzi di carta; se voglio qualche cosa basta allungare una delle mie quattro mani per prenderla oppure cercarla o dividerla con un amico che già la sta usando. Per mangiare, divertirsi o viaggiare non serve altro che un po’ di tempo e buona volontà…Scusami Visir, le cose necessarie costano poco, ma sta cosa dei soldi mi pare una stronzata”

“In effetti, in una prospettiva più semplice pare anche a me, ma come ti dicevo la nostra società è complessa e deve far fronte a molti problemi che sarebbero irrisolvibili senza denaro” cercai di spiegare, ma già annaspavo nell’acquitrino delle mie preposizioni.

“Adesso mi spieghi questi problemi quali sono, ma prima toglimi una curiosità quando hai tanti soldi cosa ci fai esattamente?”, incalzò.
“Devo dirti che per guadagnarli non è facile, tutti li vogliono, ma nessuno li molla volentieri, ma se riesci ad accumularne a sufficienza (impiegando molto tempo e lottando molto) puoi essere ricco e godere di molti lussi”
“Che lussi?” chiese facendo una smorfia schiacciando un pidocchietto che aveva messo casa sul suo ventre.
“Case da favola, macchine di lusso, cibo raffinato, donne” insomma le cose belle della vita.

Scuoteva la testa poi si fermò e mi guardo con sguardo severo.
“Amico mio, i veri lussi della vita sono solo tre”, e poi continuò, “Il tempo, che anche l’uomo più ricco non può comprare neanche con il tuo denaro, lo spazio intorno a se, come in questa foresta infinita e da ultimo il più prezioso… Il silenzio. I vostri uomini ricchi le hanno queste tre cose?”.

“No” dissi grattandomi la testa.
“E allora, secondo la mia opinione non sono ricchi, ma solo molto indaffarati” e ricominciò a ridere.

Cominciavo ad innervosirmi, non era divertente farsi mettere in scacco da una scimmia di 90 cm. Per di più che rideva alle spalle della civiltà che sognavo ogni notte di poter raggiungere.

“Non è come vivere nella jungla, o meglio è una jungla, ma noi dobbiamo combattere con il freddo le intemperie, abbiamo bisogno di case, strade, negozi” aggiunsi infervorato.
“Andate a vivere al caldo, semplicemente” disse.
“Noi siamo tanti, tantissimi”aggiunsi.
“Fate meno figli, che ci vuole?”, concluse con una scrollata di pelo.

Dopo qualche minuto di silenzio, incalzò sulfureo: “Poi, le case danno solo preoccupazioni, da quanto mi hai raccontato, devi arredarle, mantenerle, pare che ti tocca vivere per loro e non loro per te, le automobili sono pericolose, te le rubano, cosa inaudita da noi che non c’è nulla da rubare perché non esiste la proprietà privata. Se anche voi nascete nudi, come noi, non puoi certo pretendere che una cosa sia tua, al massimo è in prestito. Le femmine poi, qui puoi averne quanto ne vuoi. Godiamo di una libertà sessuale totale, in fondo è il divertimento più sano e facile che esista, la Grande Scimmia ha detto -fate l’amore non la guerra- e fece una breve pausa.
Sbottai: “Proprio a me doveva capitare una scimmia hippy!”
Poi riprese: “Guarda non ho idea cosa sia –hippy- ma a me sembra la cosa migliore che hai detto fino ad ora”.
“La nostra società si basa sul diritto di proprietà”, affermai quasi alzando la voce.
“Forse è quello il problema, se vuoi volare sulle liane devi essere leggero, lo dice anche il nostro proverbio più famoso”, mi parlò come se stesse spiegando la cosa ad un Gorilla ritardato mentale.

Il sole era quasi tramontato, le stelle, grandi come noci di cola luminose facevano capolino sulla volta celeste.
Udivo in lontananza gli ultimi richiami dei krakatoa che salutavano il giorno morente.
Il silenzio della sera saliva verso le cime degli alberi insieme alla nebbia, con loro la calma e la pace si stendevano sul branco addormentato come una coperta.
Osservavo queste piccole scimmie, abbracciate fra loro, che riposavano e pareva si fondessero con la grande foresta. Tra loro e il mondo non vi era separazione.

Gian Giacomo si rivolse a me con un tono molto sereno e dolce: “Senti Visir, tu mi sembri una brava persona, non hai la fortuna di essere bello come un bonobo, ma tutto sommato non sei male. Hai però delle strane idee su cosa è bene per te stesso, permettimi come amico di consigliarti”.

“Dimmi ti ascolto” dissi a bassa voce sdraiandomi vicino a lui e facendomi scaldare dal suo pelo caldo.

“Voi uomini siete sulla strada della infelicità, siete troppi, e il numero porta avidità. Vi siete complicati la vita, negandovi le cose basilari dell’esistenza: amicizia e amore, ma queste due piante sacre per crescere devono stare lontano dal profitto.
Vivete forse qualche anno in più, ma sono anni disperati, pieni di tensioni inutili, avete bisogno di curarvi con complessi strumenti e medicine chimiche perché non siete felici, se foste felici non vi ammalereste così spesso; se copulaste di più e accumulaste di meno già sarebbe un inizio, ma poi siete gelosi, volete possedere, volete conservare. Vi dannate contendendovi le cose invece di gioire nel condividerle.
Non si può solo inspirare per vivere, bisogna anche restituire l’aria. Guarda…”

E così dicendo indicò le cime degli alberi che ondeggiavano sopra di noi imbiancate dalla luna.
“Senti il respiro del Mondo?”
“No”, dissi profondamente triste, “I miei pensieri corrono troppo, non sono qui che in minima parte, sogno la mia casa, la mia vita prima di qui, sogno un caffè e una sigaretta. Ho perso la semplicità per sempre”.
Mi accarezzò la testa con le sue mani rugose, era triste per me, così emise un grido verso il cielo: “uuhuuhuuaahaaha” e con esso si liberò della sofferenza.
“Vuoi tornare alla tua vita?” chiese con malinconia.
“Si, amico mio”, risposi con un filo di voce.
“Bene, domani ti accompagnerò alla cosiddetta civiltà, sarà un viaggio lungo e faticoso, poi tornerò da solo alla foresta. Sappi che ci mancherai.”
“Anche voi…tanto”, e mi addormentai.

Partimmo all’alba, camminando fra arbusti intricati, valli dimenticate, mi ricordo che attraversammo una cascata, mentre lo portavo sulle mie spalle (anche se i bonobo amano l’acqua non sanno nuotare) rideva come un cucciolo.
Molti giorni trascorsero, giorni di fatica. Per tutto questo viaggio non parlammo mai, come se si volesse entrambi evitare di rompere quella flebile decisone di fare quello che stavamo facendo.
Alla fine in un meriggio dal caldo torrido si fermò.
“Sei giunto, Visir, oltre quelle cime di baobab troverai il primo villaggio degli uomini”.
“Grazie” dissi esausto dal viaggio.
“Non ringraziarmi, non sto facendo il tuo bene, ma lo dovrai capire da solo”.
Ci salutammo come fratelli, con piccole pacche sui testicoli come si usava tra noi scimmie.

Poi mi si avvicinò all’orecchio e disse piano una frase.
Scossi la testa emozionato e cominciai a camminare nell’erba alta, non mi voltai più indietro.
Quello fu il nostro addio.

Vivo in questo mondo ormai da molti anni come una scimmia nuda.
A volte, col buio, quando nessuno mi vede salgo su un ramo alto di un albero e grido alla notte: “uuhuuhuuaahaaha”, come ho visto fare al mio amico, capita anche che questo mi aiuti.

Poi, nel mio letto la sera ripenso a loro, a De Marinis, alle chiacchiere sulla Mangrovia, a tutti gli amici veri ed affettuosi del mio branco, alla loro vita semplice, a volte breve, ma immensamente felice.

Sempre riecheggia inaspettata la sua ultima frase, è un monito alla mia vita.
Nei miei momenti di quiete mi pare di sentirlo, anche ora, che mi dice: “Ricorda…Non credere al domani”.

mercoledì 28 maggio 2008

Ladro d'autore


Come l’occhio senza palpebra di un rettile osservo, nessuna ombra di pentimento, di giudizio e discernimento.


Famelico addento la vita e le parole di altri, ma la fame non si quieta mai, come un predatore in cima alla catena alimentare scevro dal peso di qualsiasi morale.
Fotogrammi senza didascalia di vita vissuta, intuita, colta per sbaglio o per riempire il tempo che passa.
Guardo ogni cosa, ogni particolare, ogni momento colorato da voci, emozioni, imbarazzi.
Leggo e aspiro come un’idrovora avida ogni passo, pensiero, modo, che pare essere nutrimento degno di essere metabolizzato.


In questo humus primordiale fermentano le sensazioni, coniugandosi alle immagini, echi di parole punteggiano questo caleidoscopio nelle mani di un bimbo. Si perdono i confini fra ciò che è e ciò che è solo ricordo o interpretazione.


Erutta la mente senza preavviso di sventura una lava incandescente, grezza.
Lapilli di intuizione tracciano come proiettili la lavagna del mio cervello, cadono a terra e subito scompaiono.
Lesto salto fra i massi delle mie certezze per sopravvivere a questo fiume di magma.
L’aria è satura di umori ed emozioni forti che stordiscono come un distillato alcolico.
Pare di vedere, fra il crepitare dei rami rinsecchiti e il cielo plumbeo, un disegno.
Strofino gli occhi ingombri di lacrime per poter scorgere e definire.
La voce deve essere liberata prima da una tosse che soffoca.
La parola è muta, solo il gesto può soccorrerla.
Poi d’incanto tutto si ferma, la pagina è scritta e il silenzio può tornare nell’anima…Per poco.

Tributo a E.D.


Apparirebbe certo possibile sopportare di vivere al buio se non si fosse visto il sole, anche una sola volta.

Vantaggioso, forse sarebbe, patire la tristezza potendo dimenticare i momenti felici.
Seducenti si presenterebbero i sogni, facendoci sentire ricchi per qualche attimo se poi l'indigenza non soffocasse con maggiore vigore.

Educherebbe davvero, il vivere raffinato, senza dover perdere la semplicità.
Caracollando con passo malfermo lungo la vita, al modo che molti chiamano: Esperienza.
§
§
§
It would appear certainly possible to live in the dark, if you had never seen the sun, not even once.
Perhaps favorable, it would be, to suffer sadness being able to forget the happy memories.
Seducing would dreams appear, making us feel rich for a few moments, if then indigence wouldn't suffocate with greater vigor.
Living refined would truly educate, only without losing simplicity.Wandering with a unsteady step along life, to the way that many call: Experience.

lunedì 12 maggio 2008

La Finanziaria

Era un giorno come tutti gli altri. Era venerdì 17, questo lo dico solo per quelli che non sono superstiziosi.

Avevo la mattina libera dagli impegni di lavoro e così decisi di spendere un po’ di tempo al bar vicino a casa.
Era una bella mattina, insolitamente calda e mi sedetti con il mio caffè fumante ad un tavolino all'aperto, ma al riparo del traffico e dalla solita folla di questa città che cominciavo ad odiare.

Leggevo il mio giornale, gustando dentro di me il lusso di perdere tempo, quando udii una presenza alle mie spalle e contemporaneamente una voce: "Mi scusi, sa che ore sono?" mi chiese con voce chioccia l'omino con i baffi. Inforcava sul naso quegli occhialini tondi che gli davano un poco l'aria da topo.




“Sono le 9 e 11” dissi consultando il display del cellulare sul tavolino e tastandomi la tasca dove riponevo il portafoglio, tanto per sicurezza.
"Grazie" disse l'ometto "Permette che mi accomodi?"
"Umpf" dissi lievemente infastidito, ma ormai rassegnato alla compagnia non voluta.

Passò meno di un minuto, e di nuovo disse
"Mi permette una domanda?" e subito continuò
"Non le pare strano?"
"Che cosa?" dissi piegando un angolo del giornale e squadrandolo con il mio miglior sguardo severo.
"La vita, che altro!" disse con un sorriso furbetto sotto i baffi, e poi
"La vita di tutti questi passanti ".

"In che senso, strana?".
Non volevo certo alimentare una conversazione filosofica il venerdì mattina, ma non mi andava di lasciarlo continuare a braccio.

"Vede, li osservi. Tutti che corrono per non arrivare da nessuna parte. Con le loro esistenze conchiuse nella routine. Solo alcuni, pochissimi, hanno una vita da film, ricca di emozioni di incontri di slanci, la maggioranza..."
E così si interruppe brevemente ed indicò un gruppetto di giapponesi che inseguivano compunti una cartina stradale
"…Per la maggioranza il pentagramma della propria vita è composto di quelle tre, quattro note. Ogni tanto, magari, una dissonanza, un sovracuto, ma poi ecco la solita musica atona".

Guardai in maniera diversa il mio vicino che nel frattempo sorseggiava anche lui un caffè, il discorso non era privo di un certo lirismo, pensai.

Ratto e senza una parola questo buffo personaggio mi diede il suo biglietto da visita.

Guardai incuriosito questo biglietto, tutto rosso, dove campeggiava la scritta:
"La Finanziaria Di S" e appena sotto, un po’ più in piccolo
"brocker di 3° livello: Pfthor El Tatac Hallacopulaz".

"Perbacco che nome impegnativo signor El Tatac Hallacopulaz" dissi compartecipato.
"No, no! Lasci perdere i francesismi, mi chiami solo Pfthor"
"Bene Signor Pfthor, dunque lei è un broker, ma cosa vende?"

"La nostra finanziaria vende sogni" continuò radioso

"Noi offriamo ai nostri clienti selezionati la realizzazione certa di un desiderio" quindi attese il mio commento.

"Ah! Ecco il motivo della S nel nome della vostra finanziaria" apprezzai perspicace.
"No! La devo correggere, S è l'iniziale del nostro amministratore delegato, ma non mette mai il suo nome completo per problemi di par condicio con la nostra concorrente" mi spiegò con fare pacato.
"Vede la nostra concorrente, dei cialtroni detto inter nos, vendono promesse si figuri. Arraffano l'oggi, ma promettono il domani con l'illusione di un prodotto duraturo, eterno per così dire. Le pare possibile? Eterno, si immagini"
Ridemmo insieme della cosa, ma a dir la verità non avevo capito la battuta.

"Bellissimo prodotto, ma in cambio cosa volete, denaro? Se così fosse casca veramente male con me, signor Pfthor" sorrisi sornione.

"Denaro? Non scherziamo caro signore, il denaro è sopravalutato, a noi interessano dei beni meno soggetti a fluttuazione" confutò con sicurezza.

"A noi interessa la sua anima, signor Visir"

Rimasi stupefatto, ma cercai di non mostrare questo segno rivelatore.
"Come conosce il mio nome?" domandai sospettoso.

"Vede, il nostro amministratore, il signor S, legge il suo Blog"
"Davvero?" dissi con una nota di inquietudine.
"Gli piace molto come lei scrive, ma per la verità dice che il suo modo è un po’ naif, non è privo di un certo stile certamente anche se si vede ad occhio che abbisogna di un aiuto, di una spinta per essere veramente grande".
"Grazie, lo prendo comunque come un complimento" replicai modesto.

"Cosa mi direbbe signor Visir se le dicessi che oggi, ma solo oggi, la nostra ditta le offre un prodotto in promozione, un'offerta irripetibile?"

"Faccia la sua proposta e poi le risponderò. Fino ad ora non ero neanche convinto di avere un'anima".
Mentre dicevo queste parole osservai con maggiore attenzione questo strano interlocutore, vestito in modo convenzionale con un completo di puro poliestere e due occhi insolitamente vivaci, quasi di brace, che prima non avevo notato.

"L’ha, l’ha eccome l'anima!" ribadì convinto.
"Le offriamo di diventare uno scrittore di fama internazionale, con non meno di venti libri pubblicati e di successo che entreranno nel panorama della letteratura mondiale a pieno titolo" aggiunse felice come un bambino.

"Voglio anche il Nobel, il Nobel per la letteratura" proruppi avido.

Pfthor dondolò il busto a destra e sinistra con le labbra corrucciate, poi parlò:
"Il Nobel non lo possiamo garantire. Diciamo che è nella rosa delle possibilità, ma non possiamo metterci la mano sul fuoco"

"Mi spiace signor Pfthor, questa è una condizione non trattabile" affermai.

Di colpo si udì un coro di voci bianche, accompagnato da arpe e flauti che si effuse intorno a noi.
"Scusi" disse "E' la suoneria del mio cellulare, mi consenta..."
Portò l'apparecchio all'orecchio e rispose mellifluo:
"Sua Entità Malefica, mi dica...certo ci sto parlando ora, bene, molto bene, ma vuole il Nobel… Per la letteratura naturalmente, veramente pensavo di...Ah ok, obbedisco, Pape satan aleppe anche a Lei Immarcescibile Principe".

Poi, chiusa la comunicazione telefonica, si rivolse a me aprendo le braccia.

"Oggi è il suo giorno signor Visir! Indovini chi era al telefono?"
"Il signor S", dissi deduttivo.
"Proprio lui, ho il placet del grande capo, avrà anche il Nobel per la letteratura, tanto non interessa più quasi a nessuno!", ridacchio asfittico.

Lo guardai dritto negli occhi.
"Un domanda, carissimo, che fine farà la mia anima?"

"La stoccheremo in un container insieme con le altre ci serve per i trattati" rispose come se fosse la cosa più naturale di questo mondo.
"I trattati? Quali trattati?"
"Quelli che regolano questo mondo e gli altri" spiegò paziente il venditore.
"Vede, i capi delle grandi Finanziarie si riuniscono spesso e stabiliscono le regole del gioco, più anime possiedono più peso hanno le rispettive ragioni, è solo una guerra di numeri ma che va avanti da secoli. Noi siamo leader in questo momento e per il futuro contiamo di avere la leadership completa"

"Avete molti clienti?" curiosai.
"Moltissimi, e anche molto famosi, per esempio nel panorama politico italiano ne possediamo molti".
“Beh! Da come vanno le cose non mi stupisco affatto” polemizzai, poi mi battei le mani sulle cosce e dissi: "Ok, allora affare fatto". Gongolavo.

"Prima una firmetta sul contrattino, giusto un proforma", disse Pftor e così dicendo estrasse una pergamena scritta in caratteri Vivaldi con capoversi in grassetto.
"Ummm; Mi sembra ben fatto", constatai dopo un attenta lettura, "Nessuna postilla in piccolo", e conclusi compiaciuto.

"Eh si! Noi siamo seri mica come l'altra parrocchia, noi mettiamo tutto nero su bianco, mentre loro, i nostri concorrenti, quelli sono veramente dei venditori di fumo, solo chiacchiere"

Ero al settimo cielo (si fa per dire) e mi rivolsi ormai completamente rasserenato a questo piazzista spirituale.

"Firmo, con il sangue?", domandai.
"Scherza? Quella è la vecchia procedura, ora basta la firma in esteso e il codice fiscale".
"Ottimo" così firmai lesto con la Mont Blanc bordeaux che mi prestò il buon Pfthor, il quale subito dopo aggiunse:
“Ora devo scappare, ho una fretta del diavolo, devo andare da un altro cliente alla Bovisa e con questo traffico ci vorrà un’eternità”
“Cosa vuole questo cliente?”, domandai distrattamente.
“Vuole fare il porno attore ma di fama mondiale”, disse a voce bassa guardandosi intorno con fare circospetto.
“Non male…Non ci avevo pensato, posso cambiare sogno?”, domandai ancora con un sorriso.
“Eh no! Quello che è scritto è scritto”, rispose accigliato Pfthor.
Alzai le mani in segno di resa: “Scherzavo, naturalmente!”
Ridemmo assieme puntandoci contro l’uno verso l’altro l’indice.
“Bene ora devo proprio andare” e subito mi allungò la mano che risultò essere fredda come una lapide.
“Pfthor, mi scusi, ma io mi sento sempre uguale” lo trattenei per il braccio.
“Si fidi, noi manteniamo le promesse…abbia Fede!”

“Pfthor, che fa, usa gli slogan della concorrenza?”, articolai serio.
Ridemmo ancora di gusto e lo vidi subito dopo sparire camminando di fretta tra la folla .

“Che tipo!”, pensai fra me e me.
“Che matti ci sono in giro. Anche io, però che birba a prendere in giro un malato di mente”, sorridevo del mio cinismo.
Notai distrattamente che l’odore di zolfo che fino ad ora mi aveva infastidito si era disperso.
“Smog di merda”, dissi a me stesso.
Poi mi incamminai verso casa, avevo ancora un poco di tempo.

Continua…





Parte seconda
Nel mio appartamento provai subito un irrefrenabile desiderio di accendere il computer.
Aprii un file word e accadde.
Improvvisamente le dita velocissime cominciarono a battere i tasti.
Le lettere si combinavano magicamente in parole, le parole in frasi, le frasi in periodi i periodi in una storia.
Una storia bellissima, originale, avvincente e meravigliosa.
Leggevo quello che scrivevo come se una voce invisibile mi suggerisse, stupefatto e avvinto per primo alla storia che nasceva.
Ridevo, piangevo mi emozionavo alla mia stessa scrittura, non riuscivo a staccarmi da quel romanzo che andava con rapidità a compiersi sotto i miei occhi increduli.

Tre giorni rimasi bloccato alla tastiera. Tolti pochi momenti rubati al cibo ed al sonno il mio tempo fu solo per l’opera sublime che andava venendo al mondo.

Stralunato, vidi la mattina di lunedì, e scrissi la parola fine a questa narrazione.
Solo allora mi risvegliai da questo incantesimo.
I capitoli, perfettamente ordinati per struttura, personaggi e sceneggiatura, senza neanche un errore ortografico, mi osservavano compiaciuti come un bimbo guarda la mamma dopo la poppata.

Salvai tutto su hard disk e stampai.

Poi, con una sicurezza inaudita imbustai tutto e scrissi l’indirizzo della Mondadori.

Scesi perfettamente rilassato verso il vicino ufficio postale, insolitamente sgombro, spedii e non ci pensai più.
Bevvi il primo caffè dopo tre giorni di lavoro e mi colse la stanchezza.
Avrei preso un giorno di riposo, il vantaggio di essere un libero professionista.
A cosa servono i privilegi se non si può abusarne ogni tanto?
Così mi diressi di nuovo a casa pregustando il caldo tepore del mio letto.

Non me ne accorsi, lo giuro su cosa ho di più caro, non me ne accorsi.

Il furgone DHL viaggiava veloce, l’autista, un peruviano, la cui ragazza la sera prima lo aveva lasciato per il suo migliore amico, sfogava tutta la sua rabbia sull’acceleratore. Non mi vide che all’ultimo.

SBAMMM!

Come di una porta metallica che si chiude, come di lamiere che si contorcono contro l’ostacolo.
Levitai, per quasi otto metri (così fu scritto nel rapporto della Polstrada), ma non feci fatica, atterrai con il mio collo sullo spigolo del marciapiede opposto.
Crack! Ma non sentii dolore e il mondo improvvisamente si spense.

Trascorse molto tempo, ma a me parve solo un attimo.


Poi, vidi la luce.


Pensai subito “Sono in paradiso, sono tornato a Visiria”. Sbattei le palpebre e vidi il neon sul soffitto, senti nel naso l’odore del disinfettante, udii un rumore, sempre uguale, ciuf-ciaff…ssccc, ciuf-ciaff…ssccc.
Ero in un polmone di acciaio.
Se avessi ancora avuto il controllo del mio sfintere mi sarei cagato addosso.

Una voce femminile da dietro disse: “Venga professore, si è svegliato”.

Passarono diversi minuti: ciuf-ciaff…ssccc, mi abituai alla ninna nanna pneumatica che mi permetteva di vivere.

Apparvero come dal nulla, camici bianchi e visi sorridenti, poi quello più anziano con la faccia da primario parlò: “Caro giovanotto è stato proprio fortunato!”.






Risposi, sorpreso di poter almeno parlare: “Si figuri se mi andava di sfiga, caro professore”.

“Bravo, così si fa, l’umorismo allunga la vita. Lei ha subito molte operazioni, potrà parlare e girare gli occhi ma niente di più, lei è stato molto fortunato, lo ribadisco”.

“Mi scuserà professore se non salto dalla gioia, ma ho una momentanea paralisi permanente” mi giustificai mordendomi il labbro per non piangere.

“Dorma, si riposi, passerò a visitarla domani, stia bene!”.

“Le auguro altrettanto…” dissi con candore e svenni.





Continua...







Parte terza











Erano trascorsi pochi giorni e mi ero perfettamente ambientato.

Giocavo spesso a scacchi con il lobotomizzato della stanza 15, curiosamente vincevo di frequente.
Poi il pomeriggio facevo le gare di sputi con il tetraplegico del letto accanto, vincevo anche con lui.
Tre volte a settimana praticavo sport: fisioterapia intensiva. Ero il migliore anche in quello.
Se avevo bisogno di soldi chiedovo un prestito alla vecchietta con l'Altzheimer, prima delle 11 di mattina però, dopo prendeva la pillola per la memoria.
La sera invece stavo tranquillo a guardare la tv o più esattamente il mio monitor, meravigliosi programmi sinusoidali che mi ricordavano tanto le curve femminee.

Insomma vivevo come un pascià sedato.

Una bella sera (sic!) stavo godendo. Immaginandomi un accoppiamento multiplo con dodici playmates (da gennaio a dicembre dell’anno 1992), ma non ero ancora arrivato alla posizione 36 del kamasutra con miss luglio che i miei pensieri furono bruscamente interrotti.
Con voce garrula la caposala mi si avvicinò tutta raggiante e disse: “Come va Iron Man?”
“Alla grande! Bella, vorresti fare sesso con me, sono tutto d'acciaio?”
“Scherza sempre lei…c’è una visita, faccio passare?”
“Veramente sono molto occupato a contare le zanzare sul soffitto, ma per oggi faccio uno strappo al dovere e mi regalo una pausa”
Si allontanò canticchiando un motivetto del ventennio.

Passarono i minuti, ciuf-ciaff…ssccc

Sbucò da dietro il mio involucro di ghisa grigia la faccina furba di Pfthor.

“Allora Visir, come butta?” disse giulivo.
“Una meraviglia, non si vede?” risposi giulivo a mia volta.
“Le ho portato ottime notizie” disse il diavoletto.
“Cos’è le hanno diagnosticato un sarcoma fulminante signor Pfthor?” dissi interessato.
“Ma no, ma no! Noi diavoli di terzo livello non possiamo ammalarci, ferirci si, ma alle malattie siamo immuni”
Curioso, pensai.
“Sono passato da casa sua e ho incontrato sua madre, mi ha dato questa busta per lei, mi ha detto che non può ancora venire a trovarla, non reggerebbe al dolore e poi ci sono le ultime puntate di “Sentieri” in televisione e non può perderle”.

“Capisco” dissi comprensivo.
“E’ un successo” continuò felice
“La Mondadori le ha scritto, il mese prossimo pubblicano il suo libro, dicono sia meraviglioso”.
“Peccato non possa andare in redazione a firmare le copie” dissi piccato.
"Uè! Visir non è che ce l'ha su con me?" domandò preoccupato.
"Ma che scherza? Phthor tra uomini di mondo queste cose non sono neanche da pensare"
“Ah ecco! Mi raccomando non sia negativo, la sua nuova condizione le da molto tempo per scrivere e se non ha più l'uso delle braccia può sempre dettare, che è anche meno faticoso. Poi pensi al risparmio, niente vestiti, niente scarpe, niente vacanze”

“Non avevo considerato quanto sia stato favorito dalle circostanze, lei mi apre nuovi orizzonti” finsi un entusiasmo che non avrei mai più avuto.
"Niente donne" aggiunse entusiastico "Che per qualche effimero piacere regalano sicure preoccupazioni e delusioni, pensi che bello!"
"Decisamente mi sento un privilegiato" mentii senza ritegno.
“Come Terzo livello posso dirle con assoluta certezza la data della sua dipartita, lei caro Visir, ha ancora 23 anni di vita e successi incontrastati”
“Come 23 anni? Esattamente quanto? Sia preciso”
“8.401 giorni da oggi” sentenziò sicuro.

Dopo qualche momento di imbarazzato silenzio (ciuf-ciaff…sccc) mi rivolsi al piccolo uomo con la faccia da topo con il mio migliore sorriso.
“Senta Pfthor, da quando sono paralizzato ho problemi saltuari di udito e di voce, può avvicinarsi quando le parlo?”
“Certo” aderì solerte.
“Le devo dire una cosa importantissima” dissi a bassa voce.
“Cosa?” e avvicinò un po’ il suo volto, delle zaffate sulfuree mi urticarono le nari.
Poi sussurrai con un filo di voce: ” Come se fosse quasi-quasi, scarpaallacia, allacciascarpa, vuoi la salsiccia? Chiaro no!?”
“Eh?” sbottò il satanello e fece l’errore di accostare l’orecchio.
Serrai le mandibole con furia leonina, ma purtroppo riuscii solamente a troncargli di netto il lobo dell’orecchio.

Come gridava! Come saltava! Tamponando con un fazzoletto la ferita sanguinante.
“Lei è pazzo Visir! E questo il modo di ringraziarmi?” diceva il tapino.
Gli sputai addosso il moncherino e con compassata signorilità aggiunsi:
“Porti il lobo e la sua persona al secondo piano, troverà il reparto di chirurgia, se riesce se lo faccia riattaccare”

Uscì bestemmiando come un camionista siberiano.

Compresi in quel momento cosa spinse Tyson a mordere Holyfield, ed ebbe tutta la mia solidarietà.

Chiusi un attimo gli occhi…8.401 pensai, 8.401.

Poi li riaprii e li volsi verso l'orologio sulla parete e vidi che la mezzanotte era passata da qualche secondo.
“Meno uno”
Dissi, e due calde lacrime scivolarono ai lati del mio viso disperato.


Continua….


Parte quarta




Urlai, con il furore di chi non aveva nulla da perdere.
La maglietta era fradicia di sudore ghiacciato.
Aprii gli occhi, ma non sapevo dove fossi almeno sino a che, dopo qualche momento di disorientamento cognitivo, vidi.
Ero nella mia camera da letto.
Mi toccai le braccia, poi le gambe, rizzandomi sul materasso, era bello avere ancora un corpo.
Misi i piedi a terra e dissi: “Cazzo che incubo! Cazzo che incubo!” (due volte).
Guardai l’orologio e mancavano pochi minuti alla sveglia, tanto valeva alzarsi, in quel momento ero convinto che non avrei più dormito in tutta la vita.

Pensai, mentre ancora il cuore batteva all’impazzata: tutta colpa della cena di ieri sera.
Non sarei mai dovuto andare con il mio amico alla trattoria “I due boscimani”. Accidenti a lui (il mio amico) e la sua mania della cucina etnica.
Forse era stata la costata di Zebù con lo strutto di Iguana? A me pareva così buona.
Magari era stato il latte di capra merinos fermentato che avevamo bevuto per tutto il pasto?
Eppure era andato giù come un rosolio.
Anche il dolce mi era piaciuto, la torta di manioca con scaglie di tapioca.
Ecco! Forse il digestivo. La grappa di peyote, me ne ero scofanato mezza bottiglia, forse quello…Mah!

Con la plastica agilità di un’orsa gravida mi buttai sotto la doccia.
Sotto il getto caldo cominciai a ritornare in me stesso, lavai accuratamente tutto il mio corpo da ogni impurità e già che c'ero lavai anche la mia anima da ogni peccato.
Tuttavia è solo davanti allo specchio che presi una decisione.
Proprio mentre mi facevo la barba promisi a me stesso che non avrei più scritto un solo rigo.
Questo pensiero mi mise subito più tranquillo, come se già questo impegno con il mondo mi mettesse al riparo da ogni iattura.

Mi vestii e ancora sottosopra uscii da casa.
Avevo bisogno di esorcizzare questa notte diabolica.
Mi diressi quindi verso il solito bar.
Udivo il rumore del traffico, i passanti che chiacchieravano, osservai i ragazzini che andavano a scuola con le cartelle sghembe sulle spalle come tanti piccoli sherpa, mi pareva tutto magnifico.
Il solo ricordo di quel rumore ciuf-ciaff…sccc, mi metteva i brividi.
Guardai il cielo e dissi: “Grazie”.

Decisi pavido che il mio solito caffè lo avrei bevuto al banco, oggi niente tavolino.
Lo sorseggiai lentamente, come facevo di solito.
Respirai profondamente e fui perfettamente calmo.
Poi successe.
Sentii alle mie spalle una presenza e mi girai. Lo vidi.
Era un omino basso con i baffi e gli occhiali tondi che lo facevano sembrare un topo.
Mi disse con voce chioccia: “Mi scusi, mi sa dire che ore s...?”
Non terminò neanche la frase. Il mio migliore destro, spietato e rapido come una coltellata, si schiantò contro la radice del suo setto nasale.
Sentii vagamente sotto le nocche la sua cartilagine che si rompeva.
Cadde all’indietro, roteando gli occhi al cielo e sgonfiandosi come un pallone bucato.
Distrattamente notai un garofano di sangue che si disegnava sulla sua faccia da ratto, poi non lo degnai più di attenzione.
Pochi passi rapidi ed ero fuori, cominciai a correre sempre più veloce, attraversando la strada e facendo lo slalom fra i veicoli che procedevano lenti. Udii in lontananza dei clacson e qualche “vaffanculo”, ma ero più veloce di qualunque parola.
Corsi, corsi oltre il mio quartiere. Corsi sempre più veloce, oltre la periferia, oltre le strade e le case che probabilmente non avevo mai visto.
Corsi finché ebbi fiato, ancora e ancora sino all'ultima stilla di energia.
Corsi come se mi stessi giocando l'anima.