giovedì 5 febbraio 2009

Il Prigioniero - VII Ultima Parte-


All’interno dello spazioso studio gli parve di sentire l’odore di chi lo aveva preceduto. Un sentore di erba appena tagliata con un sottofondo di pane sfornato.
L’arredamento del locale era ricco ma sobrio e dava immediatamente una sensazione di protezione, raccoglimento e distacco dalle umane e spesso meschine cose del mondo.

Ampie scaffalature alle pareti piene di libri di pregio rilegati facevano argine all’ignoranza. Scorse con i polpastrelli il dorso di questi volumi gironzolando per il locale. I suoi passi non risuonavano sul parquet perché coperto da spessi tappeti antichi del Caucaso. Un divano di pelle nera posto vicino al grande camino acceso pareva invitarlo al riposo, ma non era il momento di fermarsi.
Accese un’altra luce per contrastare il buio incombente della sera e lesse alcuni titoli della biblioteca privata.
“Lettere a Lucilio” di Lucio Anneo Seneca, poi più in là “I Fratelli Karamàzov” di Dostoevskij, “Il Mahabaratta”, il grande poema epico Indiano e subito dopo “l’Odissea” di Omero.
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Entrava man mano nella vita del vecchio Numero 1, ma in punta di piedi.
Si sedette sulla poltrona imbottita di fronte all’ampia scrivania di legno.
Alle sue spalle una vetrata intarsiata di vetri colorati separava le tre grandi arcate delimitate da colonne di granito che permetteva di affacciarsi sul parco secolare.
Spesse tende di velluto blu facevano da cornice a questo quadro bellissimo.
Visionò con cura gli oggetti che una volta erano appartenuti all’uomo che aveva cambiato in maniera così radicale la sua vita. C’erano ricordi da tutto il mondo, disposti però con gusto e moderazione; li accomunava la bellezza e la cura con cui erano stati scelti.
Pensò a quanto lavoro e tempo vi era dietro alla costruzione di ogni oggetto e come una volta erano appartenuti e voluti proprio lì da un uomo che ora non c’era più.
Non poté fare a meno di indugiare nel sentimentalismo.
Fu una breve vacanza, di qualche minuto, da cui si riprese cercando ciò che doveva essere trovato.
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La documentazione era ordinatamente impilata alla destra della scrivania, di fronte il grande monitor del computer che lo avrebbe aiutato nella lettura.
“Numero 2”, lesse nel fascicolo ed estrasse il Dvd.
Scorse la notevole mole di dati, moltissimi documenti, relazioni e filmati.
Era uno degli uomini che lo avevano preceduto in questo esperimento, in questa scommessa con il fato e contro ogni logica apparentemente razionale.
Le relazioni psicologiche dettagliate stagliavano il profilo psichico di questo suo “fratello”, poi i cambiamenti sopravvenuti durante la clausura decennale.
Il numero 2 aveva superato i dieci anni, ma non aveva continuato.
Dopo circa due ore di lettura e di filmati e dichiarazioni una breve nota a pie di pagina ne dava il destino che era seguito alla sua vincita: suicidio sei anni dopo.
Più fortunato era stato il numero 3, aveva vinto, ma era anche riuscito a sopravvivere alla vittoria.
Viveva ora in Scozia, sposato con tre figli.
Il Numero 4 e 5, pur avendo ottime “chance” (almeno così erano stati indicati dai test), avevano abbandonato.
Il primo era quasi morto attraversando su una zattera rudimentale lo stretto che dall’isola portava alla terra ferma in una fuga disperata quanto scomposta.
Era stato salvato in extremis e poi “graziato” dal vecchio Numero 1, di lui in seguito si erano perse le tracce.
L’ultimo era semplicemente impazzito a causa delle amputazioni subite ed era diventato un erotomane senza freno, un maniaco compulsivo.
Ora era rinchiuso in un manicomio di lusso, pagato sempre dal vecchio.
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Arrivò, ed era già notte fonda, al proprio fascicolo digitale.
Apprese che fra i candidati selezionati nella sua “leva”, era il meno favorito, ma il Numero 1 lo aveva preferito ugualmente, forse mosso più dall’istinto che da considerazioni oggettive.
Rileggere e rivivere quei diciotto anni fu un’immersione totale nel suo passato, nel suo cambiamento. Era come assistere alla genesi di un uomo nuovo.
Questa regressione evidenziò ciò che già sapeva e cioè come apparentemente mosso dall’avidità aveva scelto di accettare la sfida per poi rilanciare, ma per rancore.
Allora non poteva sapere né immaginare che a spingerlo era in realtà la ricerca di se stesso, il desiderio inconscio di dare un senso alla propria esistenza.
Un senso perverso certo, ma sempre un senso.
Aveva dovuto curarsi con il veleno che, per un uomo come lui intossicato dall’apatia e dalla abiezione per se stesso, era stata l’unica medicina.
Un fiore sorto dal fango, avrebbe detto se avesse voluto dirla in poesia.
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L’alba lo sorprese con gli occhi arrossati ancora nella lettura di questa vicenda.
Grande fu la sorpresa nel leggere, stavolta su diari e su documenti cartacei, la storia del vecchio Numero 1.
Molto simile alla sua, forse anche troppo, e questa identificazione gli graffiò l’anima e dovette ricordarsi le ultime parole del suo mentore per non cadere nella tristezza più nera.
Una nota nel diario scritta nell’ultima pagina dallo stesso Richards, lo colpì.
“Il serpente è costretto a cambiare pelle per crescere. Io non mi sono rassegnato ad una condizione di schiavitù e ho stappato da me tutto quello che non mi consentiva di realizzare la mia libertà.
Forse anche il serpente patisce in questa trasformazione quello che io ho dovuto soffrire, anche se sono certo solo di me stesso”.
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“Non c’era altro da aggiungere”, pensò chiudendo il diario.
Sentì in quel momento un leggero bussare alla porta, era la signorina Tippy.
Entrò con un vassoio con la colazione e questo gli fece notare che era già mattina.
“Lo sapevo che non avrebbe dormito, però almeno mangi qualche cosa!”, Pareva una simpatica zia di mezz’età in quel frangente e gli strappò un sorriso bonario.
“Quanto ha ragione! Signorina”, disse e poi aggiunse,
“Nulla è più interessante di se stessi per se stessi”.
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La signorina appoggiò il vassoio su un lato della scrivania e scosse la testa dicendo,
“Mi sembra di sentire il vecchio Numero 1. Si ricordi che fra poche ore arriverà il notaio per il testamento, prima, però deve firmare le pratiche di adozione, il signor Richards ha fatto in questo modo, così tutto passerà a lei senza grossi incomodi”, attese qualche secondo e continuò.
“Dopo che avrà firmato potrò chiamarla Signor Richards in pubblico e Numero 1 in privato come ho sempre fatto. Le va bene?”
“Per me va bene ma ho una domanda. Chi visionava le mie –performance- per tenerne il conto?” chiese Peter.
“Io naturalmente”, disse miss Tippy strizzandogli l’occhio e uscendo dallo studio con passo leggero.
“Simpatica”, pensò fra se.
Poi mangiò, e dopo aver firmato le carte per l'adozione si dedicò a cose più serie.
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“Cosa fare?”, Ragionò in se stesso.
“Un uomo, ha il diritto di cambiare il destino di un altro uomo?
A che titolo posso proporre una scelta così grande ad un'altra persona , con le conseguenze e i rischi che ho visto?
Chi sono io per dire ad un altro essere umano che la sua vita è buttata via, dargli in cambio come alternativa la mia stessa esperienza di vita?”
Passarono momenti molto difficili nella coscienza di Peter su quello che avrebbe dovuto, potuto, voluto fare.
Poi con naturalezza dipanò questo gomitolo di incertezze.
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“Le cose buone sono patrimonio di tutti, se quello che è accaduto è stato un vero bene per me lo sarà anche per un altro nella mia situazione. Non vi è certezza a questo mondo se non nella propria anima. Farò quello che voglio fare, ma non per un mio interesse, in questo modo la mia intenzione sarà pura, libera, non in senso morale, ma libera dal pensiero del profitto”.
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Alzò la cornetta e compose il numero personale, trovato nell'agenda sulla scrivania, dell’avvocato Michael Leonardi.
“Avvocato sono io”, disse Peter.
“Il Numer…” e subito si corresse,
“Il Signor Richards mi aveva informato di questa possibilità, cioè di una sua chiamata”
“Dia inizio alla ricerca” confermò Peter
“Ho capito” rispose l’avvocato.
“No Leonardi, lei sa, ma non ha capito”, lo corresse Peter con tono fermo, ma gentile.
“Certo, certo…Contatteremo la sua segretaria appena avremo i candidati dalla società di ricerca. Buongiorno Numero 1”
“Buona giornata anche a lei”, concluse Peter riagganciando il telefono.
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Il suo sguardo si posò in angolo della stanza. L'aveva quasi dimenticato.
Riposava in quel posto il suo “regalo”, una scatola voluminosa.
L’apri e trovò una cella criogenia portatile, collegata ad un alimentatore elettrico.
All’interno vi erano tutte le sue parti amputate.
Lo stupore lo fece rimanere a bocca aperta, ma fu nulla in confronto alle poche righe che lesse nella lettera che trovò.
Era del vecchio.
.“Troverai in questo contenitore quanto ti è stato tolto, è stato conservato accuratamente e la mia, ora tua segreteria ti indicherà un esperto di microchirurgia che dovrebbe realizzare i trapianti con successo.
Tu sei più fortunato di me, te l’ho già probabilmente detto.
Ai miei tempi questa tecnologia non era disponibile, ma sai che il progresso sempre tardi arriva! Sono certo che potresti vivere sereno anche senza, ma perché dire di no ad una condizione migliore?
Sans rancune.”
.Piegò il foglio e lo mise nella tasca della giacca vicino al cuore.
“Certo adesso aveva tutto, ma semplicemente perché poteva rinunciare a tutto”, pensò e con la mente andò a quel uomo che non conosceva ma che stava già cercando: il numero 7.
E proprio pensando a quel uomo che sgorgò spontaneamente la frase del vecchio e ne comprese a fondo il senso: “Sans Rancune”, senza rancore, numero 7", disse a bassa voce.
In quel momento una falce di sole disegnò sui vetri della stanza una sorta di sorriso e gli sembrò quasi una conferma che stava facendo la cosa giusta.
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Fine

sabato 10 gennaio 2009

Lo Zenit e il Nadir.


Lo Zenit (noto al mondo come il Pizzarro) e il Nadir (Nazir) sono le due antitesi occulte che sostengono una tesi fra le più fondamentali.
Quale?
Naturalmente la legge alchemica del "Menga" che nella tradizione Sufi dei Dervisci corrisponde alla danza rotatoria che porta alla catarsi.
Nei due omologhi viventi invece (Il Pizzarro e il Nazir) si manifesta con una notevole rotazione delle parti basse del corpo, quindi potremmo definirla una sorta di danza scrotale, interiore, nascosta e certamente esoterica.

Il Pizzarro (a volte tradotto come Bizzarro) è l'archetipo dell’ego, ma non un ego normale, bensì un ego superdotato ed erroneamente definito: "Cazzone".
Esso è nell'immaginario comune: "il Palese", "il Manifesto" e a volte anche "La Gazzetta dello Sport".

Di converso il Nazir appare invece, nell'universo fenomenico, schivo, malleabile e rappresenta invece il nascosto, l'inverno Belga, l'acqua fredda delle Fiandre.
Egli è dunque l'inconscio; Ed anch'esso erroneamente viene definito come incosciente, sacrestano, bilingue, falsone.
Nello sciamanesimo Andino viene chiamato: "El Pajero".
Tutte queste sono però interpretazioni semplicistiche di questi due Psicopompi e gli aggettivi detrattivi sono palesemente forvianti, ma esatti.
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Nei millenni queste anime raminghe vagano a ramengo.
Una (Il Pizzarrone) sorvola le terre emerse in costanti pellegrinaggi (la Francia ultimamente con le sue cattedrali pare essergli congeniale).
A volte vive in piccole isole ospite di lussuose residenze messe a disposizione da i suoi occasionali consanguinei, affini oppure semplici conoscenti.
Come un Cuculo, il Pizzarro, depone le sue due uova nel nido ospite e, una volta giunte a maturazione, vola via.
Qualcuno potrebbe definirlo un Maestro del trascen-dente, di cui conosce ogni otturazione.
Egli dispensa con generosità le sua saggezza stomatologica ammaestrando le genti alitanti ed esultanti.
Però la sua anima inquieta sente sempre il bisogno di partire (senza assicurazione alcuna) per non essere confinata mai in un rapporto, in una soluzione che vivrebbe come una trappola.
E' il mutamento personificato e stropicciato.
Solo in questo continuo cambiamento egli trova la certezza, appoggiandosi talvolta al bastone che la Natura gli ha offerto per riprendere fiato e ricominciare un nuovo pellegrinaggio.
Saltuariamente torna alla avita magione pascendosi nelle immense stanze del giusto riposo.
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L'altra, il Nazir (Nasune nella traslitterazione italiana) invece non si sposta mai.
Apparentemente immutabile, il suo corpo pare non essere scalfito dal tempo (ingordo e corruttore) se non per delle curiose capigliature sempre più rarefatte con cui si adorna (per altro con scarsi ed incerti successi estetici).
Vive in un piccola stanza, una sorta di antro, di foggia mediorientale molto tranquillo.
Nei pressi di questo luogo sacro di elaborazione interiore e meditazione trovasi un animale Totemico: il Ciro, guardiano dalla forma gnomica e dalla voce di Putto che ne protegge il riposo e funge da sentinella impavida a questo Tabernacolo.
Sorvolando sugli aspetti esteriori il Nazir è come detto il naturale contrappunto al Pizzarro, in una simbiosi osmotica di non facile definizione.
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Questi due "elementi" sono come Yin e Yang i due famosi scoiattoli giapponesi. Essi però non vivono insieme e non litigano per le noci, ma alla fine è uguale.
Nella loro, a volte, polverosa esistenza, indulgono nel gioco degli scacchi che li accomuna nelle notti di plenilunio in un curioso rituale che li avvince in una sfida mortale.
I due contendenti, contrapponendosi con astuzia levantina e barando, a volte spudoratamente nel gioco (in ispecie il Nazir), dipanano, discorrendone le problematiche relative alla vita, alla morte e soprattutto alle difficoltà di parcheggio dell'automobile.
Nascono così discussioni filosofiche di alta caratura, ma di nessuna utilità pratica.
Essi in questo modo esplicitano e significano una saggezza molto Zen, ovvero: agire oltre lo scopo.
Per loro non è importante vincere, ma umiliarsi vicendevolmente con una denigrazione che nel Pizzarro è palese, mentre nel Nazir sorniona ed epistolare.
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Questo apparente conflitto è epifania di una eterna riconciliazione.
E’ un costante moto di "Vaffanculo-Ti voglio bene" di Tankrediana memoria (solo più vero e raffinato).
Alla fine questa dicotomia trova pace con il loro più sagace commento, un "mantra" antico rivelatogli dal Marchese Alberto degli Ulivi , un Rosacrociano di grande saggezza creatore del Rito Massone Antico e Accettato dei Piedi Dolenti.
Il motto magico viene proferito di solito alla fine dei loro convivi, alle prime luci dell’alba come una celebrazione .
Come il nembo di Giove Pluvio addita il cielo scagliandosi sulla terra, il primo di loro a cui viene in mente lo recita: "E' tutto un magna-magna".
Proferita questa sentenza di solito su entrambi cala un silenzio raccolto; poi si salutano con solo un cenno e tornano alle proprie vite come se non esistesse un domani.

venerdì 5 dicembre 2008

Delirix


L’autobus non arrivava. Pareva una giornata in cui il mondo aveva deciso che gli autobus non erano stati ancora inventati.
Faceva anche freddo. Un freddo umido e pungente nello stesso tempo, quello che entra nelle ossa e poi non se va più.
Scende fino al cuore, fino alle palle e te le stringe forte, senza amore.
Ero solo. Forse perché era ancora mattina presto, forse perché gli altri semplicemente stavano in casa oppure si erano tutti messi d’accordo di farmi uno scherzo.
Insomma, ero lì.
Improvvisamente mi giro e lo vedo.
Un coniglio.

C’era un coniglio vicino a me, ma mica un coniglio normale, un coniglio alto quasi due metri, ritto sulle gambe posteriori e dritto come un corazziere.
Il pelo poi: viola flou.
"Strano", penso, "Chissà cosa vuole? ".
Poi il coniglio mi guarda, fa un cenno con la testa e mi saluta.
Alzo il mento e ricambio il saluto, sono uno educato...Io.
“Andrà tutto bene”, mi dice con una bella voce allegra.
“Scusa?”, domando.
“Andrà tutto bene, basta che smetti di fumare e andrà tutto bene”, ripete il grosso animale flou.
“Ma io non fumo”, rispondo.
“Appunto”, mi dice convinto.
“Ah! Ecco”, concludo guardando la strada deserta.
Due minuti passano silenziosi, ma l’autobus naturalmente non arriva. Non si vede neanche in fondo alla via, figuriamoci se arriva.
Decido di far conversazione, così, per ingannare il tempo.
"Ingannare il tempo", ma se è lui che inganna noi continuamente.
Ok, ok, fa troppo freddo per una riflessione filosofica, meglio fare due chiacchiere.
Io-"Chi sei?"
…-“Sono un animale totemico, un Puka”
Io-“Ah! Io invece lavoro alle Poste”
Puka-“Lo so”
Io-“Davvero?”
Puka-“Certo, ci lavoro anche io”
Io-“Non ti ho mai visto”
Puka-“Perché sono dentro di te, ecco perché”
Io-“Ah! Ecco”.
Trascorrono altri due minuti, dove ogni tanto batto i piedi a terra per scaldarmi e soffio una nuvola di alito sulle mani ghiacciate.
Decido: riprendo la conversazione, tanto dell’autobus neanche l’ombra.
Io-“In che senso dentro di me?”
Puka- “Sono uno dei tuoi sensi di colpa”
Io- “Non capisco?”
Puka- “Neanche io, ecco perché sono uscito a incontrarti”
Io- “Ah! Ecco”.
Comincia a piovere, una pioggia fine, fine, quasi nebulizzata. Ci spostiamo entrambi sotto il balcone vicino alla fermata per ripararci.
Il coniglio si accende una sigaretta, poi sbuffa una nuvoletta azzurra che colora questo paesaggio atono.
Puka- “Ne vuoi una?”
Io- “Ma si... Dai”
Puka- “Ti piacciono le Marlboro?”
Io- “Buone”.

Mi accende la "bionda" che aspiro voluttuosamente.

Puka- “Vabbè si è fatta una certa ora, mi sa che vado”
Io- “Ciao”
Puka- “Ci si vede”
Io- “Alla prossima, sai dove trovarmi”.
Intanto che fumo lo vedo allontanarsi con quella sua andatura strana, con il codino viola che dondola come un pendolo.
Noto con stupore che ha già smesso di piovere.
Fianalmente, in fondo alla strada arranca l’autobus verso di me.
“Cazzo! Smetto di fumare un altro giorno”, dico a me stesso, mentre salgo e con nostalgia lancio il mozzicone lontano.

giovedì 20 novembre 2008

Innocenti Delitti -parte I-


Lo seguiva ormai da giorni. Aveva preso un po’ di ferie per potersi dedicare completamente alla realizzazione del suo "progetto".
La cosa era nata lentamente nella sua mente, un piano che via, via si definiva nei dettagli e gli era parsa l’unica soluzione.
Pioveva anche quella sera.
Aveva atteso il momento giusto ed ora sembrava che questa fosse la notte adatta, per fare ciò che andava fatto.
Poche ore, forse minuti e con un po’ di fortuna sarebbe diventato un assassino.

Pensò a lei per un attimo, poi osservò i tergicristalli dell’auto che graffiavano il vetro imperlato dalle gocce. L’automobile era vecchia, ma ancora efficiente. Un’auto facile da rubare, l’aveva selezionata con cura, come tutto quello che faceva nella vita.
Era l’automobile del suo vicino di casa, in viaggio per qualche settimana all’estero, nessuno ne avrebbe denunciato il furto ancora per qualche giorno, ma a lui bastava molto meno.
Non era stato facile all’inizio. Aveva dovuto pagare un suo conoscente, un meccanico, per insegnargli come fare ed aveva appreso in fretta il metodo.“Rubare è più semplice che riparare”, gli aveva detto il suo insegnante. E così era stato.
Gli era costato molto di più risparmiarsi le domande del suo istruttore che pagare le sue lezioni, ma non erano un problema i soldi per lui.
Attendeva che l’uomo scendesse dalla propria autovettura per entrare nel negozio di videonoleggio.
“Ma quanto ci mette!”, pensò stizzito. "Calma, calma", un respiro profondo e tornò padrone di se stesso.
Dopo tanto tempo che seguiva i suoi movimenti era finalmente uscito di casa da solo, la sera.
Di solito facevano tutto assieme: lui e lei. In due settimane di appostamenti ora conosceva ogni loro abitudine.

Aveva ancora un po’ di tempo prima dell’azione, pensò e con una stretta allo stomaco ritornò al pensiero di lei, la sua amante.
Anzi la sua ex-amante, definì con precisione nel suo soliloquio, mentre una smorfia si disegnò sul suo volto cercando di assomigliare ad un sorriso.
“Che donna!”, disse fra se. Aveva goduto attimi meravigliosi con lei, mai provati prima nella sua vita. I loro momenti rubati avevano un'intensità indescrivibile.
A letto lo faceva impazzire, con la sua bocca, la sua lingua instancabile, il suo corpo avido di sesso.

Di lei non ne aveva mai troppo. Addirittura succedeva che, mentre la penetrava gli pareva di vedere la faccia del marito (che conosceva superficialmente), e questo invece che infastidirlo gli dava ancora più libidine. Pareva impossibile che un'uomo mediocre anche se di bell'aspetto avesse avuto la fortuna di sposare questa dea del sesso e ne fosse quasi completamente disinteressato.
Lei non era bellissima, ma era certamente la più sensuale del mondo, almeno per lui. Con quelle forme ben disegnate, i seni floridi e i folti capelli biondi, lo aveva ammaliato senza scampo.
L'odore di quella femmina e il suo profumo soprattutto lo precipitavano ogni volta in un abisso di vertigine, se avesse potuto scegliere il suo ultimo respiro, lo avrebbe voluto di quella fragranza.

Poi, un brutto giorno lei lo aveva lasciato; Aveva detto che non reggeva più questa relazione clandestina, che voleva ricominciare a provare ad amare di nuovo suo marito (quel cornuto che la scopava si e no una volta al mese).
Così da allora, lei aveva rifiutato qualsiasi occasione per rivederlo.

Solo dopo una settimana di questa tortura che lo separava dal suo amore era nata nel suo cervello, come uno scherzo, l’idea: -Se "quello" fosse morto?-Certamente lei sarebbe ritornata con lui.
Lui l’avrebbe riavuta e anche sposata, finalmente sarebbe stata sua, completamente.
Ci sarebbe stato prima il funerale, il lutto, dove avrebbe dovuto consolarla, ma poi…L'immagine di lei vestita in nero, da vedova, mentre lui la montava gli procurò un’erezione marmorea.
Sapeva che era nel giusto.

Il piano era semplice. Come si conviene ai crimini impuniti.
Lo ripassò come si ripeté una lezione studiata alla perfezione.
Avrebbe per prima cosa bucato il pneumatico posteriore, quello più vicino alla strada.
Una strada senza marciapiede come quella dove ora si trovavano.
Poi mentre lui, “il bastardo”, armeggiava per sostituirlo lo avrebbe schiacciato con l’auto rubata piombandogli addosso a tutta velocità. Aveva con se un passamontagna nero che in questa notte scura lo avrebbe reso quasi invisibile agli occhi indiscreti.

Avrebbe infine abbandonato l’auto qualche chilometro più avanti e sarebbe tornato a casa a piedi, senza fretta.
Certo non avrebbe preso un taxi o un autobus, testimoni e curiosi era l’ultima cosa che gli serviva in questo momento.
Non avrebbe lasciato tracce sull’auto: la piccola tanica di benzina era pronta. Sarebbe bastato una sigaretta buttata distrattamente dal finestrino e piano, piano le fiamme avrebbero cancellato ogni sua eventuale traccia o oggetto.

Niente lo collegava a lei. Erano stati molto prudenti durante la loro relazione, niente messaggi o telefonate dal cellulare, niente mail, nulla di nulla. Il loro primo incontro era stato casuale in palestra e poi tutti gli altri invece voluti, ma le cui tracce non potevano essere rilevate da un'indagine anche attenta. Ma chi si sarebbe dato la pena di farla? Un incidente stradale, un pirata della strada si sarebbe detto. Un drogato, probabilmente, su un'auto rubata poi fuggito chissà dove. Una fatalità, ecco cosa avrebbero pensato tutti. Tutti tranne lui.

Doveva badare solo a non danneggiare troppo l’automobile nell’urto, ecco perché l’aveva scelta così robusta, con i parafanghi rinforzati in modo che potesse condurlo un poco lontano dalla scena del delitto. Bastavano solo pochi isolati.
"Un delitto", ripetè, e si stupii dell'eco greve di questa parola nelle sue orecchie.
"Cosa sarà mai?", si giustificò, migliaia di persone inutili muoiono ogni giorno, ma l’unico che lui odiava, che si frapponeva al suo amore e alla sua felicità, invece stava bene.
Questa assurdità sarebbe stata appianata entro poco.

Uscì, senza spegnere il motore, dalla sua autovettura e si avvicinò, percorrendo la ventina di metri che lo separavano a quella del suo nemico ormai vuota.
Si piegò lievemente, come per raccogliere qualche cosa a terra, e inserì una vite autofilettante nel pneumatico che cominciò a sgonfiarsi lentamente.
Naturalmente indossava dei guanti di pelle.

Era nervoso, maledizione la ruota si sgonfiava troppo lentamente.
Se fosse arrivato ora? Se non si fosse accorto di nulla e fosse tornato a casa? Sudava nonostante il freddo.
Vide attraverso la vetrina che la fila di persone alla cassa del negozio era lunga: "Bene", pensò sollevato.
Tornato in macchina aprì un poco il finestrino e attese come un felino nella Savana…

Continua...

Innocenti Delitti -parte II-


Si radeva guardandosi distrattamente nello specchio del bagno. I vapori dell’acqua calda avevano coperto lievemente lo specchio e rimandavano la sua immagine come in una foto di altri tempi.
Era mattina presto e faceva freddo in casa.
In casa faceva sempre freddo. Il riscaldamento era sempre al risparmio in quella villetta plurifamiliare dove vivevano ormai da dieci anni.
Dieci anni pensò e si osservò con maggiore cura. Vide le piccole rughe ai lati degli occhi, i capelli scomposti e con alcune piccole striature bianche, quasi impercettibili ancora.
Era anche ora un bel uomo pensò soddisfatto.
Poi lo attraversò fugace un pensiero: sua moglie dormiva ancora nel letto. Un senso di noia lo riempì e non ci poté fare nulla.

La sua vita era noiosa, tranne per una cosa.
Il nodo allo stomaco gli fece male, ma lo fece sentire vivo pensando all’altra, alla sorella di sua moglie ed ebbe un’erezione al solo evocare la sua immagine.
Chi l’avrebbe mai detto? Dopo tanti anni di vita insieme di routine, di viaggi, di lavoro non ne poteva più del suo solito tran, tran.
Sarebbe morto di monotonia se non fosse accaduto l’inaspettato nella sua vita e se, le circostanze, non avessero concorso a prendergli la mano e farlo decidere.
Una decisione drastica, terribile, di quelle da cui non si torna indietro.

Ormai non la sopportava più. Ci andava ancora abbastanza d’accordo, sì certo le solite discussioni, ma quello che lo tormentava, il tarlo che non gli dava tregua era la ripetizione di quello che aveva già vissuto.
Nella ditta che gestivano insieme il lavoro era ormai sempre quello, sempre i soliti problemi, i soldi, i clienti con le loro chiacchiere inutili e dopo la sera a casa il copione veniva riproposto fedele come un vecchio cane.
Quando ritornavano nel loro appartamento (sempre assieme) era come trasferirsi da uno sbadiglio ad un altro.
Gli stessi discorsi, le stesse espressioni, gli stessi rari pompini, poi la scopata mensile stereotipata, una fatica…Anche quella.
Ecco, tutto in lui era fatica, senza slancio, ma le cose sarebbero cambiate, eccome.

Non ci aveva mai pensato alla cognata, almeno prima. Era anche un po’ bruttina, ma aveva un non so ché, che lo aveva stregato lentamente.
Non che la consorte fosse un “figa stratosferica”, ma messa giù bene si faceva ancora guardare.
A letto poi gli si concedeva senza negargli nulla, ma a lui non interessava più. Per noia ripeté a se stesso. Tutto era successo per noia e mentre finiva di radersi come un ragazzino disegnò un cuore sui vapori dello specchio.

Tre mesi erano passati dal loro primo bacio e la loro relazione continuava ancora.
Era successo una sera che la moglie non c’era, era in palestra come al solito.
Era salita a trovarlo, come ogni tanto faceva. Abitavano infatti tutti nella stessa grande villa, con i suoceri, in una sorta di condominio familiare che a lui pareva Alcatraz.
Avevano parlato come non avevano mai parlato prima. Confidandosi entrambi delle difficoltà con i rispettivi patner. "Almeno lei era solo fidanzata", aveva pensato mentre l'ascoltava.

Certo, pareva strano confidarsi così alla sorella della propria moglie, ma quella sera era stata speciale, tutto pareva possibile, anche parlare disinvoltamente, proprio lui che usualmente era di poche parole.
La singolarità di quel che avvenne dopo mise il seme dello stupore nella sua vita, una vita fin troppo prevedibile.

Per errore, mentre discorrevano, aveva appoggiato una mano su quella di lei e lo sguardo che ne aveva ricevuto di rimando era stato inequivocabile.
Si era ritrovato con le sua lingua nella bocca di lei quasi senza accorgersene e
si era eccitato subito tantissimo, ricordò, come non gli accadeva da anni.
Poi, senza più ritegno, avevano scopato senza pietà, senza rimorso, senza freno.
Lei aveva goduto, tremando sotto le sue spinte e quasi gridando di piacere nel momento dell’orgasmo e in quel momento lui l’aveva inondata con un’eiaculazione che gli parve senza fine.
Il gusto del proibito aveva risvegliato l’uomo che dormiva in lui, un letargo che durava quasi da sempre.
Ecco! Pensò, il primo passo verso l’inferno era stato fatto, ora lui era in caduta libera.

Ultimamente, rifletté ancora, sua moglie era più presente nella sua vita, più gentile, più moglie si sarebbe potuto dire. Non andava neanche più in palestra la sera.
Questo cambiamento lo aveva spaventato all’inizio, aveva pensato che lei avesse capito o almeno intuito, ma non era così. Poi, si era reso conto che era semplicemente il suo modo, puerile, di riconquistarlo.
Lui però era già di un’altra, di un'altra molto vicino a loro, aggiunse cinico nel suo ragionare.
Le attenzioni della moglie, invece di inorgoglirlo, lo soffocavano ancora di più e lo avevano aiutato nella sua decisione.
Una decisione drastica ma meravigliosa nel suo candore spietato: l’avrebbe uccisa. L’avrebbe uccisa oggi.

Non sarebbe stato difficile, anche se i sospetti sarebbero caduti eventualmente su di lui come è naturale in questi casi.
Il suo piano era inattaccabile a qualunque investigatore.
Lei era allergica, una forma particolarmente grave di favismo. Un’allergia fortissima che si era sviluppata in maniera conclamata solo negli ultimi sei mesi e che aveva drasticamente cambiato la loro dieta.
Dopo l’ultima intossicazione, che l’aveva portata al pronto soccorso, il medico era stato chiaro: “Un altro attacco di questi e non ha scampo”.

La frase gli era ritornata in mente, quando la cognata aveva dichiarato il suo amore per lui. Un amore disperato, a termine purtroppo, per via della situazione impossibile da sostenere a lungo. Impossibile, a patto che lui non fosse divenuto vedovo, aveva pensato.
Quello era l’unico modo per averla senza che la gente e la famiglia di lei sollevasse problemi insuperabili.
Neanche "il suo amore" avrebbe saputo. Un segreto per rimanere tale deve appartenere ad una persona soltanto, solo lui avrebbe pagato il prezzo della loro felicità.

"Sono cose che capitano dopo un lutto" risuonò questa frase nella sua mente, in fondo che male ci sarebbe stato se la sorella avesse preso il posto di sua moglie e colmato il vuoto “inconsolabile” di questo povero vedovo?
Qualche anno e tutto sarebbe apparso plausibile. Intanto la loro relazione con le dovute prudenze sarebbe continuata. Almeno dopo la fine dell'indagine.

Avrebbe cucinato lui quella sera, perché quella era la sera che aveva deciso di farlo. Servendole il suo piatto preferito: Olive Ascolane.
Le olive acquistate erano in barattolo, conservate con farina di semi di Guarr che contiene lo stesso principio attivo delle fave. Aveva dovuto fare una approfondita ricerca per scoprirlo ma il suo tempo era stato ben ricompensato.
Fortunatamente per lui non era indicato nella lista di alimenti vietati stilata dall’ospedale.
La reazione allergica sarebbe stata immediata: sonnolenza, shock anafilattico, poi occlusione delle vie respiratorie ed infine la morte.

Lui non ci sarebbe stato per poterla aiutare, avrebbe dichiarato se interrogato, era uscito a prendere un film a noleggio e una volta tornato a casa l’aveva trovata addormentata.
Avevano preso dei sonniferi quella sera, avrebbe aggiunto, entrambi ne facevano uso saltuariamente e il mattino tutto sarebbe stato già compiuto.
Nessuno avrebbe potuto fargli un'iniezione di cortisone o di antistaminico per salvarla.
Una tragica fatalità sarebbe stato il solo epitaffio alla sua morte.
Il sonnifero lo avrebbe disciolto di nascosto nel bicchiere di lei, lui lo avrebbe preso solo dopo tornato a casa dalla videoteca.

"Perfetto", pensò fra se ed uscì dal bagno con un magnifico sorriso che stupì la sua "dolce metà" appena alzata e ancora assonnata.

Continua…

Innocenti Delitti -ultima parte-


L’acqua bolliva nella pentola per la pasta. Era indaffarata nei preparativi per la cena e guardò l’orologio, mancavano poche decine di minuti, doveva affettarsi un poco.
“Come cambia la vita”, pensò riflettendo su questi ultimi cinque mesi della sua esistenza.
Cinque mesi di cambiamenti inaspettati: terribili e bellissimi nello stesso tempo.

La mente riandò mesta a quel giorno di pioggia. Al giorno del funerale, anzi dei funerali. In una notte lei aveva perso sua sorella e il suo amante.
Non il suo fidanzato, quello lo aveva lasciato ormai da tempo, appena prima della tragedia. Il suo amante era il cognato, il marito di sua sorella.
Ora entrambi giacevano sotto due metri di terra umida.
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Ricordava ancora con struggimento, la notizia sconvolgente che le aveva dato sua madre con le lacrime agli occhi e un viso che sembrava uscito dall’oltretomba. Era corsa da lei, la mattina presto, svegliandola con la più terribile delle notizie.
Aveva sentito le gambe cedergli man mano che veniva a conoscenza dei fatti e poi aveva vomitato, mentre in lontananza udiva il suono della sirena dell’ambulanza che arrivava. Tutto si era compiuto di notte, ma del giorno appartenevano le conseguenze, le notizie, la tragica realtà era arrivata differita. 
Quella mattina fu la più brutta della sua vita. Sua madre aveva trovato sua sorella bocconi nel letto, morta e con la faccia gonfia come un pallone.
La mamma era salita da sua sorella per avvisarla di una notizia terribile, ma sua sorella non avrebbe sofferto di questo. Era già morta anche lei.
Doveva infatti dirgli che il marito era stato investito ed era all’ospedale, gli organi di polizia non davano notizie di decesso al telefono, preferivano convocare i parenti direttamente all'ospedale, quando accadevano fatti del genere. La stazione dei Carabinieri aveva chiamato al numero dei genitori dopo una ricerca che aveva occupato tutta la notte perché "Al telefono della casa della vittima" non rispondeva nessuno.
Aveva usato, povera madre, la sua copia di chiavi per entrare, ma se avesse immaginato cosa l'aspettava non avrebbe fatto neanche un gradino.
Era toccato purtroppo a quella donna anziana portare il peso di una simile notizia e scoprire così, inaspettatamente, il cadavere della figlia. Da allora non era più la stessa, pareva ormai spenta di ogni entusiasmo.
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Ricordò come vivessero allora tutti assieme, come una piccola tribù, nella grande villa.
Un appartamento ospitava i genitori, uno era invece il suo, mentre il più grande della sorella e del marito di lei.
Gli faceva un certo effetto dire a se stessa tutto questo.
Per lei non era solo suo cognato, ma il suo amore, un amore segreto.
Una passione vissuta per tre mesi nella clandestinità, nel tormento e nel rimorso del peccato; eppure, ricordava adesso, gli sembrava allora la vetta dell’abisso.
Allora…Ma quanto era cambiata invece oggi.

Gettò il sale nella pentola che si disciolse con turbinii bianchi come neve spinta dal vento, girò con il cucchiaio di legno l’acqua e così gli parve che la chiarezza ritornasse non solo nell'acqua, ma anche in se stessa.

Due eventi diversi avevano unito sua sorella e il marito in una morte assurda. Avevano condiviso il passaggio all’aldilà quasi insieme, "curioso" ragionò fra se.
A poche ore di distanza, un destino crudele, li aveva accomunati nella morte, strappandoli per sempre alla vita e all’amore dei propri cari, soprattutto al suo amore.
Quanto aveva pianto al funerale con dietro quella selva di ombrelli neri sotto una pioggia leggera e fredda che non dava tregua da diversi giorni; pareva una foresta in lutto.
Si domandò: "Chissà cosa pensava Dio quando aveva fatto un giorno così triste". Ricordò che a queste parole interiori le lacrime scesero più copiose e salate.
Prima delle lacrime però c'era stato il momento dell'incredulità.
Lo stupore per una fine così assurda capitata a due persone a lei così vicine, anzi le più vicine.
Lui, il marito della sorella, che lei a quel tempo amava con tutto il suo cuore, ucciso da un pirata della strada a bordo di un’automobile rubata.
Il colpevole fuggito poi chissà dove e ancora impunito.
La sua bella sorellina invece strappata al mondo dalla malattia, un’allergia che l’aveva colpita nel sonno come un sicario vigliacco dopo un pranzo avvelenato, avvelenato solo dall'ignoranza dei nemici alleati di questa patologia subdola e bizzarra.
Il cibo, innocuo per chiunque, aveva fatto lo "sporco lavoro" a danno del suo sistema immunitario, scatenando una reazione terribile che l’aveva soffocata come Otello con Desdemona innocente.
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Se non avesse preso il sonnifero forse si sarebbe salvata, avrebbe potuto chiedere aiuto, ma invece Morfeo, era stato il complice malvagio che non aveva dato scampo.
Nessuno aveva potuto aiutarla, neanche il marito, come avrebbe potuto? Non era mai tornato da quel negozio di videonoleggio, era già morto schiacciato dalle lamiere dell’automobile condotta da quel delinquente assassino senza volto né nome.
Che crudele è la vita, a volte però, paradossalmente, anche magnanima.
Come era accaduto alla sua.
Aveva toccato il fondo ed ora era tra le nuvole del Paradiso.
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Vivevano insieme da poche settimane e le pareva che fosse stato sempre così.
Lo aveva incontrato al funerale della sorella, si era presentato come un vecchio amico venuto a conoscenza della tragedia da un trafiletto sul giornale.
Lei, in quel momento era sconvolta e non vedeva praticamente nessuno, ma lui si era fatto comunque notare.
Era stato l’unico, a parte sua madre e suo padre, che soffriva come lei.
Lo aveva percepito. Sono cose che non si spiegano: si sentono e basta.
Quella comunanza di dolore le aveva fatto breccia nel cuore di pietra che aveva eretto per difendersi dalla sofferenza spaventosa e dal rimorso.
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Poi lo aveva incontrato un giorno sulla tomba della sorella, cui aveva portato i fiori e avevano scambiato un po’ di parole che, con la familiarità, era divenuta una conversazione.
Aveva accettato, dopo qualche mese di frequentazione, il suo invito a cena.
Un fatto insignificante che con un altro uomo non avrebbe dato seguito a nulla, ma con lui era stato diverso e, con il senno di poi, fu una vera benedizione.
Parlarono per ore quella sera, di molti argomenti e della defunta, lui chiese, interessandosi molto, notizie delle indagini per l’omicidio. Non vi erano elementi nuovi, anzi non vi erano elementi, dovette ammettere lei con rabbia.
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“Come sembrava conoscerla bene”, ricordò di aver pensato allora, ma d’altronde era un uomo di grande sensibilità e perspicacia.
Per mesi si erano visti prima di quella cena, così: solo per parlare.
Lui le diceva che esprimendosi con lei era come comunicare un poco con la povera trapassata.
"In effetti, fisicamente ci somigliavamo un pochino", aveva concordato.
Lui però aveva addirittura aggiunto che avevano lo stesso odore, lo stesso profumo.
Questo complimento, e si ricordò ancora il posto esatto dove fu pronunciato (in quel caffè in centro), la turbò.
La frase aveva infatti una nota di desiderio che lei si accorse di condividere con quest’uomo: giunto nella sua vita a così breve distanza dalla scomparsa dell’altro.
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Il bacio che li sorprese entrambi in quella bella serata fu dirompente.
Nulla però, in confronto con la notte di passione che li vide toccare entrambi l’estasi.
Aveva già dimenticato l’altro? Aveva sotterrato il ricordo di lui con la cassa che ora lo conteneva?
Lei se l'era domandato fino a farsi male alle tempie ed ora finalmente aveva la risposta: la vita non può fermarsi.
La sua esistenza, finalmente, con quest’uomo era felice adesso.
Scevra dal rimorso, senza la turpitudine del tradimento, di una bellezza che tutti potevano vedere, magari invidiare, ma non criticare.
Erano decisi a sposarsi. I genitori di lei erano stati entusiasti da subito del loro progetto, così già convivevano.
Il matrimonio era fissato per settembre, dopo l’estate.
Pochi mesi ancora, ma loro non avevano saputo aspettare volevano vivere insieme. Troppo forte era la loro passione.
Si erano trasferiti nell'appartamento grande che era ormai disabitato.
Avevano cambiato un poco l’arredamento e rinnovato la pittura nelle stanze, ma conservato le foto dei due mancati.
Queste foto ricordo le avevano posate sulla ampia testata del loro letto, come memoria, forse un po’ macabra, ma a loro piaceva così.
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Era un tacito ringraziamento per quel bel appartamento che avevano avuto gratuitamente, ma era anche come se volessero condividere con quei sfortunati trapassati la loro gioia.
Inutile formalizzarsi, una casa più grande era una gran bella comodità, anche i suoi genitori erano stati d’accordo alla fine.
Ci sarebbe stato forse un nipotino per lenire il dolore che ancora velava i loro occhi stanchi e anziani, sarebbe stato il trionfo della vita sulla morte.
Sentì la chiave che girava nella porta. Ecco, per fantasticare sul passato aveva dimenticato di mettere la pasta nell’acqua bollente, ma rimediò immediatamente.
Lui entrò in casa, aveva la faccia stanca dalla lunga giornata di lavoro, ma gli occhi gli sorridevano, anzi brillavano.
Lei gli corse incontro e si abbracciarono. Lui la sollevò e fecero un giro di valzer avvinghiati.
Mentre lo baciava sentì contro la sua coscia che lui era eccitato.
Lei rise come una bimba contenta. Poi entrambi goderono della bella cenetta e del seguito.
La notte fu meravigliosa.
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Lui la possedette con vigore, lei provò un piacere fortissimo; Che toro! Pensò con un sorrisetto malizioso.
Alla fine, esausti ma paghi, si girarono entrambi con singolare sincronicità per guardare le foto dei loro benefattori listate a lutto.
Lei guardò la foto del cognato, lui invece la foto della sorella di lei.
Entrambi pensarono: “Scusa” e vissero, poi felici e contenti.
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Fine.

martedì 28 ottobre 2008

L'imbrunire della Festa


La sera inaspettata sopraggiunge alle spalle,
sussurra all'orecchio parole seducenti che appartengono al divenire.
Promesse destinate a terminare con lo scorrere del tempo.
Tutto appare così, come visione nella bruma.

Invevitabilmente il sole disperderà la nebbia

che avvolge le risa e l'oblio che ci libera da noi stessi,
ma il ricordo certo non ci lascerà,
seguendoci, discreto e silente, al modo di un ombra nata dalla luce.

Ogni volta che lo vorremo rivivere basterà girarsi solo un poco indietro.
Chi può dire se così facendo non si scorga un orizzonte più ampio?