mercoledì 14 aprile 2010

Se cerchi l'alba...

I pinguini, mi ricordano gli uomini migliori.
Vivono eretti ed è probabilmente l'unica specie che ha scelto come noi una stazione così scomoda, ma che permette di scorgere un'orizzonte più ampio.
.Sono uccelli prestati al mare che sfidano il gelo vestendo in smoking.
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Affrontano ogni anno una lunga marcia fra i ghiacci dopo la schiusa delle uova.
Una lunghissima avanzata, stretti l'uno all'altro per vincere il freddo polare attraverso l'interminabile notte antartica.
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Così simili a noi che avanziamo nella notte incerta dell'Esistenza, persi se mai soli, vinti se mai senza una speranza di una nuova estate di sole.
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In questo mondo di ladri


Vita che si nutre di vita.
Ogni cosa è presa a qualche altro, alla Natura, al Mondo.
Egli, il grande Artista, il Proprietario di tutto, lascia fare ma tiene il conto.
Sarebbe utile riflettere prima di arraffare a piene mani che prima di uscire da questo negozio arriverà il momento di saldare.
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martedì 6 aprile 2010

Non seguitemi, mi sono perso


Spigolando nelle selva dei pensieri ogni tanto colgo una traccia che mi piace seguire.
Come si fa? Mi Domando.
Non lo so. Forse non ha senso trovare regole, ricette, medicamenti per questi eventi di vita vissuta che ci governano, nutrono, feriscono.
Ogni momento richiede nuove soluzioni.
Le certezze allora? No, grazie abbiamo già dato.
Non si dice così quando si vuole evitare un questuante?
Eppure, eppure, eppure, solo noi possiamo trovare la strada che ci riporta a casa.

Mi soffermo a volte a riflettere sulle apparenze che assumo un valore tanto importante. Tanto rilevante da abdicare il senso critico per un preconcetto, il quale non è che pigrizia di spirito.
La memoria poi…Un impostore così opinabile.
Fatta di ricordi, disegni indelebili nel nostro cervello, colorati però dalle emozioni che segnano il dipinto a tinte forti. Colori, tanto vivaci che rendono difficile riconoscere il disegno che c'è sotto.
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E’ stato detto che se l'uomo, d'improvviso, cogliesse la realtà per quella che è, morirebbe o impazzirebbe.
Non saprei come esprimermi a proposito, penso che è un tema caro alla fantascienza, degno di un romanzo di Philip H. Dick., ma che si avvicina spesso al nostro presente.
E' un universo distopico che si presenta a questi occhi, forse, finalmente aperti. Un orrido che dà le vertigini se ne vogliamo scorgere l'abisso.

Tornando sulla Terra, dove abitiamo, non resta poi molto per tracciare una traiettoria sicura.
Perse le mappe, forse rubate da un mago, non possiamo contare completamente sulla nostra visione limitata.
Come si fa?
Rimbalza di nuovo questa domanda nel cortile angusto della mia mente.
Resta solo il cuore, un muscolo concesso alle emozioni ed ai sentimenti.
Uno strumento negletto, fortemente inaffidabile, come dicono i cinici.
L'unica bussola, per me, che indica senza accompagnare ma che non sbaglia mai la rotta.

lunedì 15 marzo 2010

Sulla senescenza


Dipingere un quadro realistico del divenire non aiuta spesso il buon umore.
Ricordarsi poi che: "Invecchiare è l'unico modo per non morire", non giova a sopportare gli anni che passano e lasciano in noi molte cicatrici dolenti che fanno male anche quando non cambia il tempo.

La Vita ci insegna con severità a fare a meno del superfluo, ma spesso si indugia nel voler ripetere la lezione credendo così di godere ancora per un po' i privilegi di quando si era giovani alunni.
Si sfiora invece il ridicolo se solo ci si confronta con i compagni di classe. Si rimane a scuola come eterni studenti, quando si dovrebbe essere, a momenti, già pronti per la pensione.
Uomini e donne troppo grandi per quei banchi fatti per bambini.

Il tempo concesso non dovrebbe essere un bene da sprecare, ma una riserva da centellinare.
Non potendo aggiungerne sarebbe saggio non buttarlo via. In particolare non ripetendo gli stessi errori.
Il cambio di prospettive che l’Esistenza ci chiama ad osservare nello svolgersi della vita ci costringe a modificare i nostri orizzonti.
A volte restringendoli ma allungandoli in profondità.

Si dice che nell’antichità (chissà se poi era così) la vecchiaia era esaltata, ora mi pare sia invece negletta.
Costantemente i messaggi subliminali dell’informazione ci vogliono e ci spronano a riamanere eternamente giovani.
In pubblicità ci presentano vecchietti che fanno snowbord e copulano come quindicenni infoiati, grazie a questo o quel prodotto.
Siamo forse condannati a sembrare o peggio essere sempre dei teenagers?

Mi domando quale maturità si acquisisca nel trastullarsi sempre nei soliti giochi.
Sarà questa la ricetta della felicità? Vivere come a vent'anni avendone il triplo?
Mi viene da dubitarne.
Se non altro in ossequio alla Natura che, molto più saggia di noi, ci insegna obbligandoci a restituire ciò che ci è stato prestato; Essa ci aiuta così a comprendere il reale valore di ciò che è nostro, delle poche cose realmente importanti. Rilevanti proprio perché conquistate sull'unica terra cui valga la pena di dare battaglia: cioè dentro di noi.
Un luogo dove niente e nessuno può togliere ciò che è stato messo, diminuire e corrompere ciò che è stato edificato.

Parole come Amore, Amicizia, Onore, Dignità, Saggezza, Valore, additano qualità nobili, ma che fanno sorridere invece i nostri contemporanei che giustificano così con lo scherno le loro mancanze.
Queste persone apprentemente "soddisfattissime" disprezzano come sentimenti anacronistici ciò che sanno, in cuor loro , di non meritare.

Viviamo in momenti di esaltazione del mito, che mai come in questi tempi trova seguaci.
L'eroe (sempre giovane, bello e maledetto) deve morire nel momento di massima grandezza perchè il suo ricordo duri per sempre.
Egli baratta la sua giovane vita per non conosere il decadimento della Natura e l'oblio del tempo che passa.
E' dunque la celebrazione, nell'immaginario collettivo, dell'immortalità.
E' l'identificazione dei molti con una vita apparentemente straordinaria, ma breve; Per giustificare la propria, insignificante e quindi in ogni caso inutilmente lunga.

Questo excursus verso la senescenza mi ricorda Omero che sintetizza molto bene l’assurdità del senso che diamo talvolta al nostro vivere.
Scriveva così il grande narratore delle gesta degli eroi, e se lo dice lui contemporaneo di uomini come Ulisse, Achille, Ettore e donne come Elena o Clitennestra possiamo credergli:
"Non è del forte la guerra né dell'agile la corsa, perchè il Fato e il Tempo raggiungono ogni uomo".
Il Fato e il Tempo ci raggiungeranno certamente, ma solo se noi non gli andiamo incontro...magari con coraggio e con la serenità di un sorriso di chi ha finalmente compreso che quando non desideri nulla...hai già tutto.

martedì 9 marzo 2010

Fughe immobili


La vita sembra correre, ma noi spesso non ci muoviamo di un passo.
Confusi da paesaggi diversi, distratti da volti che si sovrappongono tra loro come maschere Kabuki durante lo spettacolo, siamo straniti da questo moto apparente dell’Esistenza.
Come treni attigui in una stazione, chi parte e chi resta? Non si è mai sicuri della risposta.

Poi, capita che le circostanze ci sorprendano; Ci giriamo un attimo indietro ed è passata, a volte, una vita intera.
Come è stata spesa? Una domanda tanto imbarazzante cui evitiamo sovente di rispondere con sincerità.

Un giorno stavo andando in aeroporto in taxi e incontrai un mio amico che non vedevo da anni, proprio in un altro taxi che procedeva a passo d'uomo come il mio nel traffico.
Vivevamo nella stessa città ma eravamo stati, sino a quel momento, ugualmente lontani come la terra degli unicorni.
Lui andava all’aeroporto di Orio al Serio, io a Malpensa, pronti a salpare ognuno per la sua meta.
Cammini diversi che avevano deciso di arrestarsi per qualche attimo nella stessa strada su sensi di marcia inversi.
Un saluto, una stretta di mano fugace tra i finestrini abbassati e via...

E' forse malinconico pensare che in fondo la vita è la stessa cosa.
Chiusi nel taxi del nostro corpo, sfioriamo gli altri senza mai toccarli veramente. Ci saziamo con la curiosità che non diventa mai però adulta, attraverso una reale conoscenza.
Cerchiamo di dissetarci e beviamo acqua salata.
Manca il tempo, si dice come giustificazione, ma mentiamo a noi stessi.

Come diceva l'anziano monsieur Ibrahim al giovane Momo, nel libro -I fiori del Corano-: "La felicità é nella lentezza".
Allo stesso modo direi della vita, delle persone, dei momenti, colti dalla nostra anima finalmente attenta grazie a questa "lentezza".
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Colti come fiori ma senza reciderne il gambo.
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martedì 23 febbraio 2010

Giustizia sommaria


E' curioso come in questo mondo annoiato si cerca sempre l'estrosità per sollecitare una coscienza, un sapore ormai sopito.
Spesso con ricette di cattivo gusto.

In una trasmissione televisiva di cucina si è presentato il modo per cuocere un gatto.
Un gatto come pietanza! Il cuoco dichiarava candidamente che è stata una pratica comune in tempi di carestia, anche se ormai lontani dal nostro ricordo.
La preparazione del piatto in questione non era altro che un racconto sulle modalità di esecuzione. In casseruola per fortuna non c’era il povero micio.
Ne è seguita una bufera di polemiche, sollevata da animalisti e non, che ha portato al licenziamento dell’incauto gastronomo, un tipo anzianotto cui i capelli bianchi, evidentemente, non hanno regalato la saggezza.

A me pare però, ancora più strano che questo chef abbia avuto il placet della produzione, del regista, della commissione esaminatrice che approva il palinsesto della puntata.
Non è tanto grave che un vecchietto rincoglionito faccia una cazzata, ma è certo indicativo di un’ottusità diffusa che un sacco di gente ci va poi dietro.
Che paghi solamente il povero sclerotico mi sembra riduttivo rispetto alla catena delle responsabilità.

Questo fatto banale e inelegante mi ha fatto riflettere sul senso di equità e sui valori cui ad essa diamo.

Il concetto di Giustizia della maggioranza delle persone è per me un mistero.
Spesso il giudizio è un’incognita che si abbatte sul soggetto più evidente senza mai voler andare oltre la superficie.
Si condanna l'esecutore, quando va bene, quasi mai il mandante e ancora meno i fiancheggiatori. Questi ultimi correi con il loro silenzio che apre la strada, altrimenti impossibile da percorrere, per l'autore dell'azione riprovevole.

Si tace dunque sui molti che tacciono.

In questo modo ci si chiama fuori dal senso di responsabilità personale che dovrebbe in realtà vederci tutti sempre, in diversa misura, concausa di ciò che accade.
La vita non ammette ignoranza, mi verrebbe da parafrasare il noto detto leguleio, ma non vorrei essere troppo manicheo.
Ecco perchè non credo che una persona in cuor suo possa giudicare un altro, ma mi rendo conto anche che questa società abbisogna di regole, di limiti e di perimetri per trovare soluzioni.

Ignorando o volendo ignorare che ogni soluzione è sempre una trappola.

Non credo quindi nella legge, nell’ordinamento, nelle regole “tout court”, se non vissute attraverso la propria esperienza e condivise dal proprio sentire; Certamente non rispettate in ossequio ad un principio astratto o ad un imperativo morale al quale fare riferimento, sempre e comunque.
In definitiva è più onesto e vero aderire a regole fatte proprie perché metabolizzate e sperimentate, come già detto, nel proprio vissuto.
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Una volta stavo contraddicendo un mio amico su una questione che lo riguardava e che non mi trovava d'accordo, tutto questo di fronte ad altri e lui mi disse: "Tu mi devi sostenere soprattutto quando ho torto! Se avessi ragione non mi servirebbe un amico!".
Fa sorridere questa frase ma a me ha fatto molto pensare.
Siamo sempre chiamati a scegliere fra cuore e mente, fra regole codificate e attualità e non è mai facile.
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Penso che sia nelle nostre possibilità reagire, difenderci e magari punire qualche d’uno per un torto (presunto o reale che sia) subito.
Giudicare no, poiché il giudizio è sempre una spada a doppio taglio, mentre fende l'oggetto del nostro giudicare taglia anche noi.

Se si ha modo di osservarsi, quando sorge dentro di noi il giudizio non si può che convenire con questa constatazione.
Giudicare crea sempre una frattura, in primis in noi stessi.
Non mi interessa convincere nessuno, ma a me sembra un dato di fatto, come la gravità, la notte dopo il giorno, la pioggia che segue il sereno.

Siamo comunque chiamati dall'Esistenza a schierarci, a prendere posizione, a dire qualche cosa.
E' un paradosso che va riconciliato con una saggezza che non è facile realizzare, lo riconosco, ma non c'è altro da fare.
Non credo che abbia senso fare altro nella vita se non questo.

Penso anche che noi non possiamo giudicare perchè non possiamo conoscere se non in forma parziale, soggettiva, spesso non libera dai pregiudizi.
Così come non possiamo "fare" veramente per lo stesso motivo; Non siamo liberi di esercitare una volontà scevra da noi stessi cioè dai condizionamenti cui diamo l'aspetto di quel simulacro egoico che in maniera ridondante chiamiamo: personalità.

Un aneddoto.

Un giorno un mio amico parlava a proposito delle sue “creazioni” artistiche con un mio conoscente di Istambul e questi ci disse: “Sapete perchè è vietato nell'Islam rappresentare le immagini degli esseri viventi? Perché nel Giorno (del Giudizio), vi sarà richiesto di dare un'anima alle vostre immagini.
E voi non potrete farlo. Soltanto Dio ha il potere di creare”.

Solo Lui (o qualunque nome o pensiero si dia alla Vita) può creare, giudicare e conoscere il fine di ogni cosa. Ma questa è, naturalmente, un'altra storia...

Giusto per amore di chiacchiera aggiungo che l'Inferno dell'uomo è solo dentro di lui, in particolare, quando, con arroganza, si appropria di un diritto (il giudizio) che non merita.
Sono solo mie personali opinioni, ma penso altresì che non siamo noi i padroni di questo mondo.
Siamo ospiti ed è buona educazione comportarci come tali.
Il corpo tornerà alla terra, l'anima (se esiste) dovrà essere prima conquistata per essere reclamata come nostra davanti ai nostri antenati.
Loro ci attendono sulla soglia dell'Indifferenziato, ma dobbiamo meritarci il diritto di oltrepassare questo limite con Onore.
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Parole che appaiono anacronistiche in questo presente e che pronuncio sottovoce.
Nel cosiddetto uomo primitivo questa separazione tra Ego e Vita era meno evidente. Le culture animiste, nella loro apparente semplicità, proponevano un essere umano in una condizione paritaria rispetto alle piante, agli animali, al Tutto.
Questi uomini vivevano (ed uso il passato perché ormai non credo che ne esistano quasi più) in un rapporto simbiotico con la Natura.
Fluivano nel grande "Manà", "cantavano" la realtà che si creava, grazie a questo, innanzi a loro.
Essi, non vivevano così l'angoscia della separazione dal mondo che invece ci porta per mano a fare tante stupidate.
Per quanti soldi, sesso, beni uno può credere di possedere non potrà riempire il Vuoto sotteso in questa cesura.
Almeno io la vedo così.
Magari sono parole deliranti, ma forse, solamente perchè abbiamo smarrito la ragione.
Mi rendo conto che si è persa la capacità di percepire realtà più ampie, di rapportarci con dimensioni diverse che coesistono nel nostro attuale.
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L'eco però di questo canto antichissimo che ci indica una vita diversa risuona ancora un poco dentro di noi, sommerso solamente dalla cacofonia di domande senza senso.
Non è sufficiente però coglierne il significato all'ultimo momento.
Tutti di fronte al baratro cambiano, ma potrebbe non bastare il tempo.
Personalmente cerco di affrettarmi ma lentamente.

A proposito ancora di Giustizia ero bambino, quando assistevo in televisione all’inaugurazione dell’anno giudiziario, con quella parata di toghe ed ermellini e ascoltavo il discorso di apertura che enunciava gli stessi problemi che ho sentito l’anno scorso, alla medesima annuale celebrazione.
Sono però passati solamente quaranta anni.
Mi sono domandato spesso come mai i cosiddetti problemi sociali non trovano mai soluzione, forse perché semplicemente i problemi di molti non divengono i problemi di tutti.

E’ oltremodo bizzarro che la scuola, e tutti i sistemi di formazione tendano a fornire metodi e nozioni per “fare” e mai sistemi per “essere”.
Si studia dunque per saper lavorare e non per saper vivere.
Nessuno, a parte alcune scuole antiche esoteriche penso ormai estinte, desidera insegnare a pensare, sviluppando ed indirizzando nel modo “migliore” la logica del pensiero.
“Migliore” non in senso morale, ma semplicemente perché più ampio e nello stesso tempo più profondo, libero da quegli inutili orpelli di un ragionamento forviante.
Il potere della visione reale o almeno realistica delle cose non è sviluppato, come sarebbe logico, partendo dalla semplice azione di eliminare dal nostro cervello quei “pensieri parassiti” che distorcono la nostra visione appunto, che in definitiva non ci permettono di essere ciò che facciamo.

Questo è probabilmente determinato dall’errata concezione, sempre a mio modesto parere, che pensiamo già di saper pensare.
Esiste quindi, su questa base, quasi sempre una separazione fra ciò che facciamo e ciò che siamo, e in questoa linea di confine sottilissima ed invisibile si erge un muro invalicabile fra noi e la realtà.

Mi ricordo un paio di storie esemplificative che spiegano meglio quello che penso.
Sono due esperimenti psicologici.
Il primo esperimento è stato condotto più di venti anni or sono.
Ad un gruppo di persone è raccontata una storia e chiesto alla fine di esprimere la propria opinione. La storia è semplice.

Una donna, sposata ha un amante che vive in un altro quartiere della città. Questo quartiere è separato dal resto della città e situato su una piccola penisola circondata dal mare; ogni comunicazione con la terraferma deve transitare attraverso una sola strada che collega queste due parti. Diciamo che è un’isola collegata al resto della metropoli.

Come d’abitudine ogni settimana questa donna si reca dal suo amante e trascorre qualche ora piacevole nel appartamento dell’uomo.
Un giorno però, al momento di ritornare a casa, l’amante con una scusa puerile si rifiuta di accompagnarla.
Forse non l’ama più? Forse si è stancato di questa relazione adulterina? Ha un’altra donna? Questi pensieri tormentano la donna, ma nonostante questo decide di non approfondire la cosa e di tornare a casa da sola.
Prima però, alla radio, è diffusa una notizia.
Un pericoloso assassino si aggira nella città. L’annunciatore, consiglia cautela sino al momento che la polizia (già sulle tracce del delinquente) non lo arresti.

Nonostante queste brutte notizie, l’amante lascia che la donna torni a casa da sola. In fondo la casa di lei non è poi così lontana e manca veramente poco alla cattura del pericoloso criminale.

Durante il suo rientro solitario la donna si accorge però di essere seguita, preoccupata chiede aiuto ad un taxista per transitare in sicurezza l’unica strada principale che porta a casa sua, ma questi rifiuta.
Il turno del taxi è finito e il conducente vuole tornare dalla sua famiglia per cena e non sente ragioni.
La donna, scoraggiata, continua a piedi l’attraversata, ma sfortunatamente incontra l’assassino che si rivela essere proprio quel uomo misterioso che la seguiva e inevitabilmente la uccide.

Il gruppo campione si espirme in diverse percentuali in merito alla responsabilità di questo evento narrato.
Una parte incolpa la donna, fedifraga ed imprudente, altri invece incolpano l’amante che non ha saputo proteggere la ragazza; Altri addirittura il taxista o la polizia che non ha fatto abbastanza.
Solo un piccolo numero da la risposta più logica e semplice: la colpa è dell’assassino.

Il secondo esperimento verte ugualmente sul senso di consapevolezza e sul senso di giustizia.
E’ uno studio apparentemente diverso che porta in luce il modo di ragionare che adottiamo spesso in maniera automatica determinando così situazioni paradossali.

Un gruppo di volontari è diviso in due sottogruppi, una parte divengono i “prigionieri” e l’altro le“guardie”.
I prigionieri hanno una serie di regole abbastanza ferree da rispettare, mentre le guardie devono assicurarsi che queste leggi siano rispettate.
Sono regole a volte irrazionali cioè a prescindere da una qualsiasi logica.
Per esempio il gruppo di prigionieri un certo giorno devono fare certe cose e non altre. Oppure vestirsi in un certo modo, magari camminare partendo sempre con il piede sinistro ecc. ecc.
Evidentemente ogni tanto è rivelata qualche infrazione.
Alle guardie è così spiegato che siccome alcuni prigionieri non si sono attenuti alle regole e necessario in qualche modo adottare delle sanzioni, queste punizioni sono solamente un deterrente per l’ordine approvato e sono necessarie per la buona riuscita dell’esperimento.

Si presentata così la necessità di punire ed è instaurata una sorta di piccola tortura, alla quale tramite un congegno e non visti dal prigioniero, reo di una violazione, si somministra una piccola scarica elettrica al malcapitato. Solo un piccolo fastidio gli si dice.

Ebbene, la maggior parte del gruppo di “guardie”, somministra senza troppi problemi le punizioni, anche se il soggetto della tortura grida e si lamenta contraddicendo gli organizzatori che avevano assicurato che il congegno era quasi innocuo.
In una minoranza di secondini addirittura si assiste al nascere di un certo sadismo, giustificato magari dalle violazioni ripetute di un particolare prigioniero in una “excaletion” vessatoria senza rimorsi.

Il senso di responsabilità è quasi completamente sopito con la scusa di” aver eseguito gli ordini”, oppure che le urla sentite “parevano finte”, e via di seguito, adottando ogni sorta di giustificazione.

Solo un ristrettissimo numero esprime un rifiuto a questo comportamento disumano.
C’è da rimanere attoniti se non "scossi" a nostra volta.

Come è possibile vaccinarsi contro questa forma ipnotica di adattamento? Come è possibile mantenere desto il nostro senso critico e ancora di più la nostra umanità?
Forse a soluzioni precotte per questi comportamenti è preferibile far appello ad un esempio, ad una storia, che indica una stada di buon senso, lasciandoci però liberi di costruirla da noi stessi. E' una storia che ho letto e che trovo bellissima.

C'era una volta un vecchio monaco giapponese che viveva in solitudine in un remoto villaggio di montagna. Era molto amato dalla gente per la sua saggezza e per la sollecitudine con cui cercava di aiutare tutti.

Un giorno una ragazza nubile del villaggio rimase incinta e non volendo rivelare ai suoi genitori il nome del padre, tenne il segreto sino alla nascita del bimbo. Dopo però, esasperata dai continui interogatori dei familiari e volendo proteggere il vero padre di suo figlio, incolpò del fatto il povero monaco.
Fu subito uno scandalo.
I parenti della ragazza, furenti portarono il pargoletto al santo uomo che ascoltò con pazienza le rimostranze e poi gli insulti del gruppetto.
L'unico commentato del vecchio saggio fu un semplice: "Ah si?".
I genitori inferociti ancora di più lasciarono al monaco il nascituro perchè se ne occupasse e se ne andarono.
Trascorso un anno in cui il vecchio allevava amorevolmente il bimbo, subendo però, l'ostracismo di tutta la comunità, la verità venne fuori.
Il vero padre confessò il misfatto e decise di sposare la ragazza.
Tutta la famiglia allora per risolvere l'imbarazzo della situazione si recò nuovamente dal monaco.
Inutile dire che la questione era seguita da un grande interesse dalla gente curiosa del villaggio.
Giunti da lui si scusarono dell’accaduto alla belle e meglio e si ripresero quindi il bimbo.
L’unico commento del vecchio fu ancora un semplice: "Ah, si?".

Si sfiorano qui temi che andrebbero toccati probabilmente in una discussione più ampia, magari davanti ad una bottiglia di buon rosso.
Avendo anche a disposizione il tempo non solo per parlare ma soprattutto per ascoltare le parole ed i silenzi.
Non è forse la sede giusta e non è certo una questione di torto o ragione.
Non volendo lasciare dietro di me fraintendimenti, dico solo che sono due cose ben diverse "giudicare" e "prendere posizione".
Come già scritto, siamo necessariamente chiamati dall'Esistenza a dire qualche cosa e ad agire, altrimenti sarebbe come non vivere.
Quello di cui io parlo non è però una posizione "orientalista" né "buonista", della serie: "Nessuno mi può giudicar...", come cantava Caterina Caselli; o "Lascia che sia", tanto per continuare con le canzoni.
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Se per esempio abbiamo voglia di comprendere e di rispondere ad un discorso fatto da una persona, bisogna fare per forza un piccolo salto nell'altro, altrimenti facciamo solo prendere aria ai denti, non c'è una reale comunicazione.
Voglio cioè dire che alla stessa maniera è l'assolutismo delle idee e delle prospettive personali che trovo un impedimento nell'avvicinarsi al reale.
Non deve essere necessariamente un conformarsi ad un atteggiamento rinunciatario nei confronti del mondo, anzi...
E' una sfida, la sfida di conciliare un paradosso.
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Per esempio nella lotta, nel confronto forse anche nel conflitto l'essere umano è solo alla fine che comprende l'insensatezza di questo comportamento.
Attraverso la frustrazione di un'azione che si rivela senza senso l'uomo può capire che proiettia sempre e comunque il suo disagio sull'altro.
Se odiamo, odiamo alla fine solo noi stessi.
Cioè siamo così stupidi che impariamo solo con gli errori.
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Il giudizio su se stessi poi che ricorre tanto facilmente in noi è forse necessario, ma parimenti inutile e senza senso.
Non parlo di "osservazione di se", ma di "giudizio di se", e come prima sono cose molto diverse.
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Oggi le circostanze ti hanno sorriso e ti senti un grande uomo, domani il mondo è contro di te e ti senti un fallito.
Quale genere di Uomo può chiamarsi a giudice della sua vita se vive in balia delle conferme?
Quale forza, quale dignità, quali punti fermi ha raggiunto una persona così?
E non assomigliamo forse molto a questo piccolo uomo?
Tutti, tanto fragili di fronte alla vita.
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Cosa vogliamo mai giudicare se basta che non troviamo parcheggio per l'automobile per perdere il buon umore?
Vediamo dunque come intorno a noi, tutti, si va in giro con la mano tesa in cerca di amore e dell'applauso che ci fa sentire importanti.
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Quale Dio può ascoltare una preghiera di un essere tanto insicuro e nonostante questo così arrogante da giudicare il suo simile e il mondo?
Quanto è importante allora avvicinarci a quel semplice: "Ah si?".

giovedì 21 gennaio 2010

Eco di sentieri silenziosi.


Camminiamo tutti nella neve ed è inevitabile lasciare orme dietro di noi, orme che dureranno solo fino alla prossima nevicata.

In questo paesaggio imbiancato e silente non ho idea quale sia il vero valore di ciò che accade, forse non ha senso trovare un senso dove non c'è.

Posso solo vedere il ghiaccio mentre gioca con il sole e si stringe ai rami come amanti abbracciati in una stazione prima dell'ultimo bacio.
Sento gli alberi stormire, pare che dicano: arrivederci.