venerdì 14 maggio 2010

Il Rito Genovese della Loggia Scozzese.


La notte era senza luna e senza stelle come si dice siano le notti adatte per i Sabba.
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Il bar Ottolina in via Tito Milvio era deserto. Forse perché semplicemente era il suo giorno di chiusura o magari perché era stato prescelto dalla confraternita come sede del rito; Il Fato era sempre benigno con i membri della Setta.
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La società segreta “I cugini de Ball” era molto attenta alla scelta delle sedi per la liturgia iniziatica.
Solo un Bar di periferia o in subordine una Bocciofila potevano avere i crismi geomantici necessari.
Dopo attento vaglio era stata scelta questa sede per la messa più importante, ovvero l’ingresso di una nuova adepta.
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Con fare circospetto, a bordo della sua Ape 50 amaranto tempestata di opali, il dott. Haemo Royd, ovvero il Gran Sacerdote, aspettava nervoso stringendo con le sue mani grandi il manubrio del Motopiaggio.
Intanto, il suo vice-vice assistente Jean du Yacht, stava cercando di forzare la saracinesca, ormai da circa venti minuti ma senza successo.
“Belin, ma quanto ci mette quel bradipo sedato?”, disse il Gran Muftì rivolto al suo primo Ciambellano seduto nel veicolo.
Visir, nel suo abito da Batman, calmo e silente viveva un momento di raccoglimento catartico a fianco del Gran Maestro di Loggia.
Le sue energie erano concentrate ad evitare la devastante flatulenza che aveva in “canna” e con cui lottava da una buona mezz’ora per evitare che detonasse, ma a denti stretti rispose.
“Pazienza, o Sommo, sapete com’è…Il vice-vice Ciambellano e svelto di lingua, ma tardo di mano”.
“Umpf!”, sbottò il Semprecalmo guardandosi nello specchietto retrovisore e sistemandosi il Turbante Sultanato con il vistoso rubino (falso) nel centro e con piuma (vera) di pavone che adornava il nobile copricapo, simbolo del suo potere.
Un fragore nella notte avvisò i cospiratori che la barriera era stata finalmente forzata.
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All’interno del locale li accolse un odore stagnante di superalcolici e gazzosa mista a un'effluvio di brioches scadute.
“Jean ancora un po’ e facevamo mattina”, disse Haemo con il suo tono cantilenante, ma avvolgente.
“Quella puttanazza di una schifosissimabaldracca di saracinesca non voleva cedere”, disse il sempreducato Jean, dondolando sui piedi imbarazzato e ricomponendo il giustaccuore del suo vestito Louis XIV azzurro, in sapiente abbinamento cromatico con i pantaloni alla zuava zebrati.

In fondo, era l’unico del gruppo che aveva seguito il corso per corrispondenza della Scuola Radio Elettra: “Scasso e furto facile in dieci lezioni”. Però nessuno aveva pagato le rate della scuola e il corso si era interrotto alla seconda dispensa...ma questi erano dettagli irrilevanti.
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“Dov’è Visir? Dove sono Porporina, Bluvelvet e l’iniziata non ci sono ancora?”, ruggì il Profondo, chiamando a raccolta i suoi prodi come Leonida gli Spartani alle Termopili, ma intorno a lui c’era solo il vuoto.
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Jean, appollaiato sul bancone era intento a scofanarsi le brioches del bar e bere a garganella da una bottiglia di Chinotto; Visir invece era in bagno a disincagliarsi dalla cintura lancia dardi di Batman per fare un varco ai vapori che avevano gonfiato enormemente il suo costume.
Un sospiro, uscito da sotto i baffi alla Magnum P.I. del grande figlio di Ippocrate e uno sguardo verso il soffitto furono gli unici segni rivelatori del suo disappunto.

Improvvisamente all'esterno si udì un rombo di ciclomotore smarmittato e uno stridire di freni stile "Fast and Furiors".

Erano arrivate le "ragazze", pensò il Semidivino e si sistemò la veste leopardata che sfiorava l'impiantito slanciando (per quanto possibile) la sua figura bassa ma ieratica.

All’interno del Tabernacolo Ottolina ferveva il fermento.
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“Jean, vacca troia sistema l’altare per il rito, almeno!”, disse il Gran Sacerdote Royd con un ringhio molossoide.
Con la bocca ancora piena di brioches avariate il buon vice-vice Ciambellano scese malvolentieri dal bancone e cominciò ad apprestare nella sala biliardo i paludamenti sacri.
“Visir!”, chiamò Haemo a se il fido Primo Ciambellano.
“Yawoll!”, disse l’uomo pipistrello aprendo le falde del grande mantello nero e calandosi dal soffitto dove era appena levitato a causa dei gas nobili prodotti.
“Pensaci tu ad istruire l’Iniziata…Mi raccomando: PRECISIONE!”, scandì lentamente l’ultima parola per essere certo che tutto funzionasse a dovere.
“E apri la finestra…Non capisco com'è in questo bar, specie in questo angolo, c'è una puzza tremenda”.
“Ri-yawoll!”, aderì Visir che conosceva le lingue straniere in maniera approssimativa.
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Le candele furono disposte a pentacolo, il tavolo da biliardo fu ricoperto dalla sacra coperta patchwork, dono della nonna di Haemo e adorna nel centro del vistoso emblema della Loggia: un barboncino con la lingua penzoloni che tenta una copula impossibile su uno dei bracci di un grande compasso.
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La luce era fioca a causa delle candele di sego prese al discount da quel “genovese” di Jean du Yacht che facevano poca luce. Solo il neon dell'ingresso funzionava, così il volenteroso vice-vice tentò di accendere tutte le luci pasticciando con il quadro elettrico, ma causò invece un corto circuito mostruoso.
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“Belan la madama! Prima le donne poi i bambini”, gridò Royd, sorpreso dal buio inaspettato e immaginando un blitz delle Teste di Cuoio.
Comparve invece Jean con una candela accesa in mano, ma tutto bruciacchiato. Aleggiava un curioso vapore azzurrino intorno alla parrucca bianca da cicisbeo che indossava usualmente nelle grandi adunanze; Poi disse: “L’impianto elettrico è andato! Celebreremo nell’ombra”.
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Solo il pensiero delle Vestali che stavano per fare il loro ingresso nell’abside lenì il disappunto del grandissimo figlio di Ippocrate che strorse inspiegabilmente e solo per un attimo il naso appena fu affiancato dal fidato Visir nel suo abito da supereroe ormai quasi sgonfio.
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Questo quadro, che per maestosità ricordava un dipinto di Velasquez, presentò i tre figuranti agli occhi delle due vestali e della novizia che entrarono in pompa magna (scusate la parola).

Il trio Virago, così denominato amabilmente dai membri maschili della confraternita esoterica fece il suo ingresso nel Tempio già perfettamente allestito.
Bluvelvet in abito tradizionale tirolese da pastorella con pecora impagliata al seguito.
Porporina con un vestito seicentesco, modello “Pompadur” (scusate di nuovo), di tafetà rosa e un neo finto a forma di hamburger sulla gota sinistra.
Da ultimo, la novizia Pipoca, in gonna scampanata, scarpe basse e golfino aderente da ballerina di rock acrobatico, perfetta riproduzione di teen-ager anni 50’.
Jean du Yacht deglutì rumorosamente, forse alla vista delle splendide dame o forse per le brioches non ancora perfettamente masticate che gli occludevano l’ugola con un bolo di calcestruzzo.
Il sempre concentrato Visir accese il suo Mp3 collegato all’impianto Hi-Fi della sua cintura multiuso e diffuse nei locali una musica liturgica: l’adagio di Albinoni cantato dagli Abba, una versione live quasi introvabile.
Il grande Taumaturgo Haemo Royd apri le braccia in un inequivocabile gesto benedicente.
Vennero così eiettati petali di rosa dal suo dispenser portatile sistemato nella fascia infrascapolare a mo' di zainetto.
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La tensione era palpabile come avrebbe detto un maniaco sull’autobus.
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La supplice adepta Pipoca, si inchinò con leggiadria verso i compagni e fu raggiunta dal Ciambellano Visir per essere accompagnata all’altare nella stanza rituale.
Visir, non molto pratico del vestito di Batman che aveva preso in prestito dal suo vicino di casa (noto pervertito), inciampò nel mantello e avanzò, a testa bassa, di alcuni passi rapidissimi e scomposti verso la danzatrice di Boggy-woggy; colpì così la poveretta con una “craniata” tremenda proprio sulla fronte e la fece stramazzare a terra a gambe all’aria in un volteggio degno della Comaneci.
“Cominciamo bene”, fu il commento lapidario della sagace Porporina.
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Il Lenitivo Royd, sollevando le maniche in un gesto che gli era congeniale disse: “Fate largo sono un medico…Opererò immantinente”, poi rivolto a Jean du Yacht continuò, “il bisturi e il divaricatore e acqua calda, presto!...La stiamo perdendo”.
Per fortuna, la giovane allieva si riprese quasi subito evitando così una tracheotomia lampo che era una delle specialità, insieme alle cozze marinate, del Grande Vate della chirurgia.
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La messa continuò quindi dopo questo piccolo disguido con le fasi di rito.
Haemo leggeva dal sacro libro della Loggia, recitando le frasi dal sapor antico ed oscuro che si srotolavano sul pavimento come un rosario blasfemo.
Gli occhi di brace, la voce cavernosa, il viso ispirato, davano alla figura un pathos immenso.
Non si era avveduto, il grande sacerdote, pregno dell’estasi, che la candela sorretta dal vice-vice Ciambellano Jean era pericolosamente vicina al suo turbante, il quale aveva cominciato a prender fuoco proprio dalla lunga piuma di pavone che gli dondolava sulla fronte.
Visir tentò di avvertirlo con piccoli colpi di tosse, ma il Sommo lo zittì con uno sguardo furioso.
Gli eventi degenerarono in pochi istanti quando il fumo invase la stanza.
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Dimentico della celebrazione il Semidivino Royd gridò: “Chi cazzo si fa le canne durante il rito? Eh?”, poi guardò inquisitore l'ignaro Jean du Yacht che cercò di indicargli di rimando con l'indice teso il turbante ormai divorato dalle fiamme, ma fu inutile.
Il captativo Visir, azzardò una reazione; Estrasse da una tasca segreta del suo costume un mini-estintore al Protossido di Azoto e diresse un potente getto criogenico verso il fuoco, ma probabilmente a causa della concitazione degli eventi, sbagliò di poco la mira beccando invece il dito indice teso del povero Jean Du Yacht e congelandolo all'stante.
Il malcapitato emise nel mentre un barrito terrificante.
Bluvelvet e Porporina cominciarono a gridare anche loro, forse per suggestione ipnotica o magari semplicemente si erano rotte le palle di questo casino e volevano andare a casa; anche perchè l'indomani ci sarebbero stati i saldi e bisognava svegliarsi presto.
L’Adepta si alzò di scatto dal biliardo votivo sul quale era distesa e disse: “Io me ne vado con le mie gambe, finchè sono in tempo”, indi ratta fuggì dalla saracinesca divelta.
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Il buon Royd con il turbante ormai preda del fuoco capì che forse aveva ingiustamente incolpato il suo vice-vice di fumare senza “passare”.
Prima di bruciare come un Bonzo, roteò su se stesso alla maniera di un Derviscio in una disperata danza Sufi che spense, giusto a tempo, il suo cervello.
La tragedia però incombeva ugualmente.
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L’ululato della sirena che si udì in lontananza riportò la concentrazione per un attimo nel famigerato gruppo.
“LaPulaCazzoPuttanaTroiaLuridaBagasciaImpestataeFetente!”, disse il sempre garbato Jean mentre si alitava disperatamente sul dito congelato simile ad un Calippo.
“Via, via”, gridava Porporina dalla strada già in sella al suo motorino: “Lotar”.

Accelerava al massimo nell'attesa di Bluvelvet, la quale in una fuga un po' scomposta saltò al volo atterrando con impeto sul sellino e facendolo impennare. Il ciclomotore partì come razzo verso il cielo, pareva una V2 tedesca diretta su Londra.
I tre bischeri, ormai nella confusione più totale, salirono alla bella meglio sull’Ape 50.
Il cicisbeo Jean non trovando posto all’interno dovette accontentarsi del cassonetto scoperto, abbrancandosi ai montanti pareva Sansone fra le colonne del tempio Filisteo.
La fuoriserie a tre ruote, rapida come una lumaca con l'artrosi, si dileguò appena a tempo mentre baluginavano nella notte le luci blu della forza pubblica.
La “Gazzella” dei Carabinieri si fermò con uno stridere di freni.
Nel momento che scesero i due prodi militari con le armi spianate si guardarono in faccia perplessi.
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“Brigadiè”, esordì l’Appuntato, Esposito Lo Cascio, rivolto al capopattuglia Rotunno Romolè.
“Stò a pazzià o aggé visto nu cicisbeo du setteciento cou’na parrucca da frocio in'goppa a n'Ape Piaggio tempestata te pietra preziuse?”
“Appuntà…io aggé visto Batman, assieme a uno co’u tubante preciso allo mio medico della mutua int'a'chilla fetenzia du motocarro!”
“Veramenta?”, disse Lo Cascio, stupito.
“Faciteme o piacere!”, rispose Rotunno con le mani congiunte e aggiunse: “Simmo vittime do mobbing…Appuntà, o'mobbing fa pazzià,! O’sapete?”.
“O’sape, o’sape”, concluse rassegnato l’Appuntato.
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Poi entrambi decisero di entrare nel bar oggetto di effrazione.
Quando stilarono il rapporto all’Autorità Giudiziaria fu omesso naturalmente ogni riferimento ai fuggitivi.
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L'intervento portò invece all'arresto della pecora impagliata sorpresa in flagranza di reato.
L'animale, dopo una condanna esemplare, aggravata dalla reticenza, fu tradotto presso il penitenziaro cittadino e, forse complice la convivenza coatta in cella, divenne l'amante di un noto Boss dei Caruggi , ma questa naturalmente è un'altra storia.

Della consorteria esoterica da allora non se ne seppe più nulla, anche se pare continui in gran segreto la sua opera munifica e visto come vanno le cose nel mondo pare abbia buon gioco.

Fine.

lunedì 19 aprile 2010

Canzoni stonate



Dalla semplice osservazione si hanno spesso spunti per ragionare bene.
Non credo che bisogna per forza di cose studiare molto per capire come va questo mondo, certamente bisogna pensare e guardare molto.
Come pensare e come guardare è probabilmente il punto di svolta fra un’interpretazione reale della vita o una visone superficiale o peggio, forviante.

Ci accostiamo a questo mondo materiale interpretandolo con la nostra mente che pesa ogni elemento, lo cataloga in: piacevole, doloroso, indifferente.
Dividere è proprio nella natura della razionalità umana, essa separa tutto in almeno due parti (la base minima per un’addizione) per valutare, trovare un nesso logico ed infine prevedere un risultato.
Nulla di male, questo modo ci ha permesso di creare una tecnologia efficente.
Peccato, o per fortuna, che per quanto riguarda l'interiorità, la soggettività, l'essenza di una persona questo sistema non funziona più.
Psiche e Soma, cuore e ragione, bene e male, amore e odio, spesso si confondono, direi che sono come i gemelli siamesi. E' impossibile separarli con un'operazione chirurgica, morirebbero entrambi.
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Integrare le due realtà della nostra vita, cioè quella oggettiva del mondo materiale, e quella soggettiva del mondo interiore delle emozioni e delle percezioni è come conciliare un paradosso, è simile a trovare una soluzione per una contraddizione.
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Se penso alla soggettività la trovo fatta principalmente di emozioni, esse si legano talvolta fortemente alla memoria colorando le immagini di cui, quest'ultima, è generalmente composta.
In questo modo si riesce a dare un passato al nostro vissuto che altimenti scorrerebbe senza traccia.
Quindi dentro di noi si crea un potentissimo mix di immagini (spesso parziali se non addirittura distorte) e le emozioni provate per un dato evento.
Immagini parziali ho detto perchè il grado di affidabilità di queste non è molto elevato. Basta mettere a confronto più persone testimoni dello stesso fatto per ricavarne impressioni tanto diverse che pare a volte non abbiano assistito alla stessa scena.
Anche i dettagli hanno però la loro importanza, un odore, una musica, una parola, spesso formano un nodo inestricabile con questi fotogrammi di vita e danno a questi un valore che li separa dalla routine. Una routine che ci scivola adosso e non viene quasi mai ricordata.
Ecco che allora questo curioso miscuglio casuale, assolutamente personale e inaffidabile di immagini, sensazioni corporee, emozioni e dettagli convive in misura diversa nei nostri ricordi. A questo passato opinabile noi diamo il nome altisonante di "vita".
Se osservassimo quello che sono le memorie più care oppure più dolorose con una visione oggettiva -come in un film- resteremmo probabilmente straniti dalla quantità di particolari che non sono mai esistiti e di altri invece mai colti, seppure palesi.
Sarebbe un vero shock constatare quanto la costruzione del nostro accaduto e quindi dell'idea che abbiamo di noi stessi poggia in realtà su una base così incerta.
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Trovare un'armonia in questo disordine non è un compito facile per nessuno né tanto meno penso di avere delle risposte o delle soluzioni ad un quesito tanto ampio.
Cerco, nel mio piccolo, di non separare le gambe quando cammino sul terreno sconnesso dell'esistenza, quando avanzo con un piede provo a non dimenticare l'altro che mi sostiene.
Mi spingo a guardare i fatti dall'alto, in una prospettiva più estesa, dove tutto si stempera nel paesaggio e non mi perdo così, in particolari che assumono troppo spesso il valore di un orizzonte finito.
Continuamente però sono distratto, richiamato per non dire costretto, a vivere in un mondo fatto di mille regole che non capisco, cui mi adeguo per quieto vivere, vigliaccheria e comodità ma che rendono miope il mio sguardo.

Penso però che cominciare a liberarsi dai preconcetti e verificare di persona almeno le cose cui diamo un valore particolare è già un buon inizio, io almeno provo a farlo da lì.
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In generale bisognerebbe sviluppare il piacere per il gusto agro-dolce della realtà, anche se si soffre terribilmente ogni volta che si accosta la lingua a questo strano frutto.
Parlando per tutti direi che spesso siamo vittima di noi stessi, il peggiore nemico della nostra vita.
Un nemico pericoloso perchè nascosto nelle tenebre del nostro spirito e scovarlo nel fondo di questo antro buio è una impresa per pochi.
Per scorgere qualche cosa in questa oscurità è necessario un lampo, un momento che ci riveli quello che non conosciamo o che spesso non vogliamo conoscere.
Ecco che allora la Vita ci da una mano mettendoci di fronte all'inaspettato.
Ci fa l'esame prima di impartirci la lezione.
A ben vedere anche con questo, difficilmente siamo costretti a giocare il tutto per tutto, a metterci completamente nudi per vedere le nostre deformità.
Mi domando allora di che cosa mai si parli quando, presuntuosamente, parliamo di noi.
Considerare queste cose mette in discussione le nostre piccole sicurezze e tutto sembra muoversi in questo nuovo mondo senza alcuna certezza.
Pare così a volte un moto apparente; Siamo veramente noi a muoverci oppure è ciò che ci circonda?
Tutti i nostri sforzi paiono tesi ad evitare un confronto con la verità che, sebbene auspicabile, atterrisce.
.A volte credo si debba cambiare pelle come un serpente se si vuol crescere, per liberarsi di un involucro ormai stretto.
Come lui anche noi patiamo un dolore lancinante.
.Ecco perchè nessuno vuole quasi mai vedere le meschinità di cui è fatto, la pochezza del suo pensiero, la debolezza con cui alimenta il suo spirito.
Si crede di aver dentro chissà quale tesoro ed invece è solo bigiotteria presa in prestito.
Agli altri però ci presentiamo con il nostro lato luminoso, ma l'ombra non solo ci segue, ma ci perseguita.
Per essere migliori bisognerebbe forse guardare in questa discarica che spesso diviene la nostra interiorità e cominciare a mettervi ordine.
Avviarci in questo modo a divenire, per esempio, padroni della nostra bontà, magari conoscendo la propria cattiveria sino in fondo.
Iniziare ad essere liberi di amare intensamente avendo però il coraggio di saper espirmere liberamente anche il nostro odio.
Gli estremi in qualche modo si devono sostenere ed è neccessario così aumentarne l'ampiezza di entrambi.
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Si può vivere forse con questa attitudine, solo se si è visto negli occhi quello che a volte sembra essere il mostro della Vita; una fantasma fatto di paura che evochiamo ogni volta che rinunciamo ad una sfida, ad un sogno, in poche parole a vivere.
Dovremmo saper riconoscere sinceramente che spesso ci tarpiamo le ali da soli per giustificare il fatto che non vogliamo volare.
.Quale uomo può dire con certezza di essere libero da tutto questo? Pochi, pochissimi. Se penso a me arrossisco solo a scriverne.
Certo so che la realtà alla fine si incontra così, ma "sapere" e "fare" sono due strade che si assomigliano finché non si percorrono. La prima ti riporta da dove sei partito lasciandoti sempre uguale, mentre la seconda ti conduce dove non avresti mai immaginato di arrivare e ti trasforma lungo il percorso.
Spero che prestare attenzione a questa differenza sia un aiuto, uno spunto, almeno per me, giunto come sono ad un’età in cui dovrei insegnare e invece proprio ora, mi sembra, comincio ogni tanto ad imparare.
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Pagarne poi il prezzo di tutto questo, avendo appreso che è alto, e non vi è garanzia di riuscita, è veramente compito degno di un Dio; al quale immagino tutti tendiamo la mano per un aiuto, senza però quasi mai domandarci se, questa mano, ce la siamo almeno lavata prima.
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Pare spietato ma alla fine ogni uomo dorme nel letto che si è fatto.
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Ecco, non so se ho cantato la canzone giusta, ma è così che la sento suonare nel mio cuore oggi.
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mercoledì 14 aprile 2010

Se cerchi l'alba...

I pinguini, mi ricordano gli uomini migliori.
Vivono eretti ed è probabilmente l'unica specie che ha scelto come noi una stazione così scomoda, ma che permette di scorgere un'orizzonte più ampio.
.Sono uccelli prestati al mare che sfidano il gelo vestendo in smoking.
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Affrontano ogni anno una lunga marcia fra i ghiacci dopo la schiusa delle uova.
Una lunghissima avanzata, stretti l'uno all'altro per vincere il freddo polare attraverso l'interminabile notte antartica.
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Così simili a noi che avanziamo nella notte incerta dell'Esistenza, persi se mai soli, vinti se mai senza una speranza di una nuova estate di sole.
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In questo mondo di ladri


Vita che si nutre di vita.
Ogni cosa è presa a qualche altro, alla Natura, al Mondo.
Egli, il grande Artista, il Proprietario di tutto, lascia fare ma tiene il conto.
Sarebbe utile riflettere prima di arraffare a piene mani che prima di uscire da questo negozio arriverà il momento di saldare.
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martedì 6 aprile 2010

Non seguitemi, mi sono perso


Spigolando nelle selva dei pensieri ogni tanto colgo una traccia che mi piace seguire.
Come si fa? Mi Domando.
Non lo so. Forse non ha senso trovare regole, ricette, medicamenti per questi eventi di vita vissuta che ci governano, nutrono, feriscono.
Ogni momento richiede nuove soluzioni.
Le certezze allora? No, grazie abbiamo già dato.
Non si dice così quando si vuole evitare un questuante?
Eppure, eppure, eppure, solo noi possiamo trovare la strada che ci riporta a casa.

Mi soffermo a volte a riflettere sulle apparenze che assumo un valore tanto importante. Tanto rilevante da abdicare il senso critico per un preconcetto, il quale non è che pigrizia di spirito.
La memoria poi…Un impostore così opinabile.
Fatta di ricordi, disegni indelebili nel nostro cervello, colorati però dalle emozioni che segnano il dipinto a tinte forti. Colori, tanto vivaci che rendono difficile riconoscere il disegno che c'è sotto.
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E’ stato detto che se l'uomo, d'improvviso, cogliesse la realtà per quella che è, morirebbe o impazzirebbe.
Non saprei come esprimermi a proposito, penso che è un tema caro alla fantascienza, degno di un romanzo di Philip H. Dick., ma che si avvicina spesso al nostro presente.
E' un universo distopico che si presenta a questi occhi, forse, finalmente aperti. Un orrido che dà le vertigini se ne vogliamo scorgere l'abisso.

Tornando sulla Terra, dove abitiamo, non resta poi molto per tracciare una traiettoria sicura.
Perse le mappe, forse rubate da un mago, non possiamo contare completamente sulla nostra visione limitata.
Come si fa?
Rimbalza di nuovo questa domanda nel cortile angusto della mia mente.
Resta solo il cuore, un muscolo concesso alle emozioni ed ai sentimenti.
Uno strumento negletto, fortemente inaffidabile, come dicono i cinici.
L'unica bussola, per me, che indica senza accompagnare ma che non sbaglia mai la rotta.

lunedì 15 marzo 2010

Sulla senescenza


Dipingere un quadro realistico del divenire non aiuta spesso il buon umore.
Ricordarsi poi che: "Invecchiare è l'unico modo per non morire", non giova a sopportare gli anni che passano e lasciano in noi molte cicatrici dolenti che fanno male anche quando non cambia il tempo.

La Vita ci insegna con severità a fare a meno del superfluo, ma spesso si indugia nel voler ripetere la lezione credendo così di godere ancora per un po' i privilegi di quando si era giovani alunni.
Si sfiora invece il ridicolo se solo ci si confronta con i compagni di classe. Si rimane a scuola come eterni studenti, quando si dovrebbe essere, a momenti, già pronti per la pensione.
Uomini e donne troppo grandi per quei banchi fatti per bambini.

Il tempo concesso non dovrebbe essere un bene da sprecare, ma una riserva da centellinare.
Non potendo aggiungerne sarebbe saggio non buttarlo via. In particolare non ripetendo gli stessi errori.
Il cambio di prospettive che l’Esistenza ci chiama ad osservare nello svolgersi della vita ci costringe a modificare i nostri orizzonti.
A volte restringendoli ma allungandoli in profondità.

Si dice che nell’antichità (chissà se poi era così) la vecchiaia era esaltata, ora mi pare sia invece negletta.
Costantemente i messaggi subliminali dell’informazione ci vogliono e ci spronano a riamanere eternamente giovani.
In pubblicità ci presentano vecchietti che fanno snowbord e copulano come quindicenni infoiati, grazie a questo o quel prodotto.
Siamo forse condannati a sembrare o peggio essere sempre dei teenagers?

Mi domando quale maturità si acquisisca nel trastullarsi sempre nei soliti giochi.
Sarà questa la ricetta della felicità? Vivere come a vent'anni avendone il triplo?
Mi viene da dubitarne.
Se non altro in ossequio alla Natura che, molto più saggia di noi, ci insegna obbligandoci a restituire ciò che ci è stato prestato; Essa ci aiuta così a comprendere il reale valore di ciò che è nostro, delle poche cose realmente importanti. Rilevanti proprio perché conquistate sull'unica terra cui valga la pena di dare battaglia: cioè dentro di noi.
Un luogo dove niente e nessuno può togliere ciò che è stato messo, diminuire e corrompere ciò che è stato edificato.

Parole come Amore, Amicizia, Onore, Dignità, Saggezza, Valore, additano qualità nobili, ma che fanno sorridere invece i nostri contemporanei che giustificano così con lo scherno le loro mancanze.
Queste persone apprentemente "soddisfattissime" disprezzano come sentimenti anacronistici ciò che sanno, in cuor loro , di non meritare.

Viviamo in momenti di esaltazione del mito, che mai come in questi tempi trova seguaci.
L'eroe (sempre giovane, bello e maledetto) deve morire nel momento di massima grandezza perchè il suo ricordo duri per sempre.
Egli baratta la sua giovane vita per non conosere il decadimento della Natura e l'oblio del tempo che passa.
E' dunque la celebrazione, nell'immaginario collettivo, dell'immortalità.
E' l'identificazione dei molti con una vita apparentemente straordinaria, ma breve; Per giustificare la propria, insignificante e quindi in ogni caso inutilmente lunga.

Questo excursus verso la senescenza mi ricorda Omero che sintetizza molto bene l’assurdità del senso che diamo talvolta al nostro vivere.
Scriveva così il grande narratore delle gesta degli eroi, e se lo dice lui contemporaneo di uomini come Ulisse, Achille, Ettore e donne come Elena o Clitennestra possiamo credergli:
"Non è del forte la guerra né dell'agile la corsa, perchè il Fato e il Tempo raggiungono ogni uomo".
Il Fato e il Tempo ci raggiungeranno certamente, ma solo se noi non gli andiamo incontro...magari con coraggio e con la serenità di un sorriso di chi ha finalmente compreso che quando non desideri nulla...hai già tutto.

martedì 9 marzo 2010

Fughe immobili


La vita sembra correre, ma noi spesso non ci muoviamo di un passo.
Confusi da paesaggi diversi, distratti da volti che si sovrappongono tra loro come maschere Kabuki durante lo spettacolo, siamo straniti da questo moto apparente dell’Esistenza.
Come treni attigui in una stazione, chi parte e chi resta? Non si è mai sicuri della risposta.

Poi, capita che le circostanze ci sorprendano; Ci giriamo un attimo indietro ed è passata, a volte, una vita intera.
Come è stata spesa? Una domanda tanto imbarazzante cui evitiamo sovente di rispondere con sincerità.

Un giorno stavo andando in aeroporto in taxi e incontrai un mio amico che non vedevo da anni, proprio in un altro taxi che procedeva a passo d'uomo come il mio nel traffico.
Vivevamo nella stessa città ma eravamo stati, sino a quel momento, ugualmente lontani come la terra degli unicorni.
Lui andava all’aeroporto di Orio al Serio, io a Malpensa, pronti a salpare ognuno per la sua meta.
Cammini diversi che avevano deciso di arrestarsi per qualche attimo nella stessa strada su sensi di marcia inversi.
Un saluto, una stretta di mano fugace tra i finestrini abbassati e via...

E' forse malinconico pensare che in fondo la vita è la stessa cosa.
Chiusi nel taxi del nostro corpo, sfioriamo gli altri senza mai toccarli veramente. Ci saziamo con la curiosità che non diventa mai però adulta, attraverso una reale conoscenza.
Cerchiamo di dissetarci e beviamo acqua salata.
Manca il tempo, si dice come giustificazione, ma mentiamo a noi stessi.

Come diceva l'anziano monsieur Ibrahim al giovane Momo, nel libro -I fiori del Corano-: "La felicità é nella lentezza".
Allo stesso modo direi della vita, delle persone, dei momenti, colti dalla nostra anima finalmente attenta grazie a questa "lentezza".
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Colti come fiori ma senza reciderne il gambo.
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