venerdì 5 agosto 2011

Stupore

La notizia che rimbalza sui mezzi di comunicazione è il vile attentato che ha colpito la Danimarca e sconvolto il resto del mondo per opera di uno squilibrato.
Al di là del pensiero comune mi viene da ragionare con un diverso sistema di valutazione dei fatti. Un semplice strumento per vedere da un'altra angolazione le cose, nulla di più.

Un piccolo doveroso preambolo. Alcune specie animali quando raggiungono la sovrappopolazione cominciano ad uccidersi; A volte prima sopprimono la prole.
I Capibara (una sorta di topone che vive in sud America) sono capaci, quando il loro numero diventa eccessivo, di suicidarsi in massa. Prendono una rincorsa pazzesca e si sfondano la testa contro un masso.
Sti cazzi! Direbbe un mio amico maestro di Bon Ton.

La Natura non è certo una ragazza timida e gentile, penso che ce ne siamo accorti un po’ tutti.

Curiosamente noi esseri umani ci crediamo migliori, unici, diversi e irripetibili. Ci sentiamo avulsi da quei meccanismi che funzionano da sempre e sono sotto i nostri occhi, ahimè! Quasi sempre chiusi.

L'Uomo non vuole o non può constatare che se il mondo che ci circonda ha dei meccanismi spietati, perché mai Egli (regaliamogli la maiuscola) dovremmo essere diverso? Considerando poi che siamo in questo mondo e siamo fatti di questo mondo.

E' noto che il processo di decomposizione è la base della vita. Siamo dunque organismi che lentamente si disintegrano su un pianeta di letame in disgregazione anch'esso.
Non è romantico ricordarlo a cena alla ragazza che magari si cerca di portare a letto, ma è comunque così.
"Siamo la merda danzante e canticchiante di questo pianeta in decomposizione", mi ricorda , ancora il mio simpaticissimo amico.


In merito invece a questo disatro raccontato con dovizia di particolari dalla cronaca nera, devo dire che umanamente mi dispiace molto per le entità biologiche della mia specie che sono state svincolate dall'universo fenomenico che conosciamo e che percepiamo. Non sembra un grande epitaffio letto così ma lo è. La loro coscienza, secondo me, limitata e chiusa in un corpo è ora libera di muoversi in una dimensione nuova; Essa attua finalmente la realtà ultima dell'indiffernziato da cui proveniamo e al quale ritorniamo, cioè lo stato di non-separazione dall'Energia primigenia. La fine esaustiva della vita di contribuenti sempre in coda per pagare qualche cosa. Tutti così, prima o poi, vivremo nella luce senza, però bollette e mora da saldare all'Enel.
Questo evento violento che ha tolto la vita a questo gruppo di disgraziati è stato determinato dal gesto folle di una persona che non aveva un odio particolare per loro, ma provava "semplicemente" odio per un gruppo che rappresentava delle idee diverse dalle sue. Infatti ha ucciso degli sconosciuti, mentre ha lasciato in vita tanti altri che magari sono dei rompicazzo galattici. Ha usato il sistema del "chi tocca-tocca" come da bambini quando si faceva la conta per la penitenza.


Ecco che una differenza impercettibile ad occhio nudo, come quella di un pensiero, un piccolo leggerissimo pensiero diverso che si è insinuato nella mente di una persona ha determinato un cambiamento radicale in così tante esistenze a lui prima estanee.

Se ci si fa caso, però è la storia dell'Umanità. Dove milioni di esseri umani hanno quasi sempre trovano una morte prematura, una sofferenza che non gli toccava e un sacrificio insopportabile aderendo ad un pensiero...Un pensiero di qualche altro, però. Morire per un'entità astratta come un pensiero fa già girare pesantemente le palle, ma morire per quello di un altro pare proprio una beffa. Questo mi ricorda una frase di Napoleone che si vantava di poter mandare a morire un uomo in battaglia per un nastrino sul petto.
L'idealismo come si vede porta sempre a gesti estremi. Valutati poi, secondo le opportunità, come positivi o negativi.

Non dovrebbe essere una grande sorpresa per l'uomo se si ferma a riflettere che è sempre e solo -l'idea- che genera la realtà oggettiva, determinandola, e quella soggettiva influenzando le risposte personali alle percezioni. Ciò che viene realizzato e valutato dall'uomo in seguito allo stimolo delle sensazioni dunque è sempre prima pensato per diveniere sensibile alla coscienza. In effetti tra gli organi di senso in Oriente è considerato anche la mente.

E' scritto anche nella Genesi, dove il Grande Architetto crea il Tutto grazie al verbo. Cosa è in definitiva "il verbo" se non un contenitore dell'Idea. Se il processo creativo ha funzionato per Dio che ha fatto questo meravigloso Cosmo, allora come mai non funziona per me quando cerco un parcheggio all'automobile?


In fondo sono fatto a sua immagine e somiglianza.


Invece questo potere mi è precluso forse perchè non ho l'ambizione né il coraggio di assumermi completamente la responsabilità della mia vita, ovvero l'onere di determinare il mio destino senza scuse nè ripensamenti. Magari è solo perchè il mio corpo-mente non è in grado ancora di gestire una sufficiente quantità di Energia per la creazione di tre metri quadri di spazio senza divieto di sosta, oppure c'è veramente troppo traffico in città.
Pervengo anche alla conclusione che una persona con un "sano egoismo" cioè che si sforza di pensare con la propria testa, parlare secondo i propri pensieri autodeterminati e che agisce in conformità ad essi, assumendosene in pieno la responsabilità, non sarà mai un vero problema per gli altri.


Magari apparirà un tizio un po' strano e con un pessimo carattere, ma solo perchè esprime una sanità mentale in questa società dove, mi pare banale scriverlo, regna e prospera la follia.

Questa "verità" risulta ancora più evidente da un'analisi oggettiva degli eventi quotidiani e storici. Se proviamo a paragonare questo essere "normale" appena descritto e la leggerezza con cui vive con i presunti Benefattori dell'umanità quali: Messia, Papi, Indovini, Guru, Profeti, Statisti e Riformatori sociali; Cioè quella pletora di personaggi affascinanti ed affabulatori che segnano solchi profondi nel mondo e promettono sempre un domani migliore per tutti e si riservano invece (per loro e solo per loro) un presente di privilegio, ecco che il confronto palesa come questi -grandi uomini- hanno fatto in definitiva solo disatri. Casini immani che perdurano, purtroppo, anche dopo la loro scomparsa lasciandoci in eredità guerre sante in nome di questa o quella religione, odi razziali per torti subiti, disparità economiche determinate dalla cupidigia e dall'avidità e ogni sorta di problema ecologico, manco avessimo un altro pianeta da cambiare quando questo si guasterà.

Tornando però alla vicenda pare che questo criminale sia, libero da ogni tipo di vincolo morale, ma non dall'idealismo anche se porta avanti un ideale difficilmente condivisibile.

Questo bombarolo sembra svincolato da quella moralità che accomuna la maggioranza delle cosiddette brave persone.

In un certo senso è un uomo affrancato dai limiti. Sollevato dai fardelli del pentimento, del peccato, dei sensi di colpa e nell'investimento che facciamo tutti nelle relazioni interpersonali e nei comportamenti, nella convinzione -dura a morire- che la Vita abbia delle regole morali. Ci si aspetta sempre una retribuzione alle nostre azioni, lamentandoci se l'Esistenza se ne sbatte altamente delle nostre aspettative.

C'è purtroppo da rilevare parlando sempre di questo assassino che questa sua presunta libertà è priva completamente del senso di umanità, ed ha generato quel mostro che è sotto gli occhi di tutti, ma come si fa a conoscere cosa accade nella testa di un essere umano quando crollano le sovrastrutture della cosiddetta "normalità"? Certo è che in confronto ai massacri fatti dai -grandi uomini- celebrati della Storia egli appare un vero dilettante.

Tuttavia bisogna obiettivamente rilevare che il più delle volte i limiti imposti dalla società e dall'educazione, cui aderiamo quasi tutti in maniera acritica, sono gli stessi che ci rendono incapaci di realizzare una libertà di scelta totale che dovrebbe essere espressione di una mente incondizionata.


In senso più generale (non riferito certo a questa tragedia) mi domando senza rispondermi: "Uno schiavo può mai comprendere il gesto e il pensiero di un uomo libero?".
Mi pare evidente che una libertà senza un'etica sia pericolosissima per la società, ma se c'è bisogno di un'etica per contenere e regolare la libertà allora che razza di libertà è? Si potrebbe discutere che l'uomo può realizzare nel caso migliore una libertà condizionata, come quella che elargiscono talvolta ai carcerati, tanto per fare un esempio calzante con il quotidiano, ma si aprirebbe un discorso troppo ampio.
Se voglio invece continuare a discutere del fatto posso aggiungere che le vittime di questo attentato sono "solamente" ritornate agli elementi compostivi primari; I quali saranno comunque aggregati nuovamente dalla Natura per qualche altro scopo. Eh gia! Non si butta via nulla in questo Universo. E' come con il maiale.
Computando invece le perdite con l'ausilio dell'arida statistica sorge naturale la valutazione che il numero delle vittime non eguaglia nemmeno i decessi sulle autostrade nazionali per incidenti stradali durante un week end di esodo vacanziero. Queste vittime, però non riscuotono quasi nessuna solidarietà da parte dei mezzi di informazione. Schiattano e basta.

Nella mia personale ottica, forse un po' bislacca, le vittime dell'attentato hanno anticipato di qualche attimo (in proporzione al tempo dell’Universo) la fine certa cui erano, e siamo, destinati. Non certo per loro volontà è accaduto tutto ciò, ma chi mai è padrone della propria fine? Forse solo i Capibara.

Questi poveri cristi assasinati dunque non hanno potuto vivere a lungo, si dirà, ma avrebbero potuto comunque vivere come volevano (?), si potrebbe anche rispondere. Dovrebbe far riflettere che se non abbiamo il minimo potere sulla durata dell'esistenza ne abbiamo invece molto sulla sua qualità. Stranamente tutti si affannano nel tentativo di allungare la vita senza riuscirvi neanche di un secondo e pochi, pochissimi cercano di renderla seriamente migliore.

Mi consolo pensando che alle giovani vittime di questa furia omicida strappate prematuramente alla Vita almeno non è stato dato il tempo di conoscerne la futilità, ma forse questo ragionamento è troppo cinico anche per me.
In ogni caso "mi fa strano" trovare differenze sensibili tra morire in un incidente stradale magari domani, ammazzato in un vicolo -nel fiore degli anni- forse fra qualche mese o schiattare dolorante in una casa di riposo, tra qualche migliaio di giorni o poco più, con una miriade di cateteri conficcati nelle braccia e in altre parti del corpo (che non nomino per educazione) che mi faranno sembrare un bambolotto voodoo lamentoso.

Cosa cambia in definitiva per me? Poco o nulla; Probabilmente cambierà per quelli cui devo qualche cosa. Si sa che il modo di rimanere nella mente delle persone avide è avere con loro dei debiti, reali o presunti che siano. I vincoli d'amore e di amicizia, allora? Bah! Per il momento rispondo come un mio amico cieco: "vedremo".

E' davvero un mondo strano: Intere generazioni hanno svolto lavori che detestavano solo per comperare cose di cui non avevano veramente bisogno e tutto questo spreco di tempo in atti superlui la maggioranza lo chiama: "vivere". E' normale? E' da esseri intelligenti? Mi viene da dubitarlo.

Non si considera mai che se il “figliol prodigo” non fosse mai tornato a casa il vitello grasso sarebbe ancora vivo.

Naturalmente, buone vacanze a tutti.

venerdì 29 aprile 2011

Il partito del Menga



Se la televisione è lo specchio della società mi viene da chiedermi: come mai non la si mette in bagno?

Abbondano nell’odierno palinsesto sociale e televisivo dei "personaggi" che a mio modesto parere sono solo “l'esoscheletro del nulla” e ben rappresentano l'umanità nel suo attuale.
Paiono egoisti, stupidi, avidi, sessualmente capricciosi. Sembrano diversi da noi e dalle persone di tutti i giorni ma solo perché, è ancora la mia opinione, sono sotto i riflettori.

Se volessimo essere accondiscendenti dovremmo ammettere che anche noi “in nuce” abbiamo tutte le loro debolezze e meschinità.
Se volessimo, però, essere veramente onesti dovremmo ammettere che invece non siamo immuni da questi virus della mente, del carattere e dello spirito ma anzi ne siamo contaminati.
Se siamo dunque contagiati come possiamo definirci sani solo perché la malattia non è conclamata o presentiamo sintomi minori?

L'ho sempre sostenuto e con il conforto di prove inoppugnabili (mi si perdoni l’enfasi oratoria): l'uomo è un impasto di briciole tenute insieme dall'orgoglio. Nulla di più.

Decine di migliaia di anni di cosiddetta evoluzione non ci hanno cambiato per nulla nella sostanza, questa è almeno la mia idea.
Apparentemente addomesticati siamo potenziali animali predatori nell’attesa di una buona occasione.
La morale? L'etica? La religione? I diritti umani? I regolamenti di condominio?
Sedativi sociali inoculati come sonniferi per tenere tranquilla la moltitudine.
La struttura portante della psicologia sociale è solo un vestito da cambiare alla bisogna con le stagioni e la moda.
Questa veste non è la nostra pelle.
Pochi uomini hanno toccato la propria epidermide, vi è riuscito o almeno ci ha provato solo chi prima di tutto ha saputo denudarsi, rischiando ben più di un semplice raffredore.

L'uomo scevro dal condizionamento è un bandito per sua natura intrinseca (Ohibò, che notizia! Ma toglietevi le mani dal portafoglio).
Anche se, una volta libero dalla morale (ammesso che sia umanamente possibile) non ha senso parlare di criminalità, casomai di opportunità di certi comportamenti.
Manifestare o no questo predatore è solo una questione di circostanze e di fatti accidentali.
Basta osservare i propri vicini e i conoscenti quando ricevono qualche fortuna per accorgersi di essere divenuti per loro improvvisamente trasparenti. Sono cambiati! Si dirà. No, hanno solo gettato una maschera.
Se proprio volete fare una prova dite in giro che avete bisogno di denaro e di colpo, come per magia, godrete di una perfetta pace e solitudine.
Siete oggetto di scherno? Vi invidiano?
Raccontate ai vostri nemici che avete un tumore, che vostra moglie è una ninfomane fedifraga, che avete le emorroidi a grappolo grosse come fichi fioroni e allora…Troverete negli occhi dei vostri interlocutori finalmente comprensione magari un lieve sorriso e una pacca sulla spalla, ma non vi confondete non è compassione è solo gioia. Riusciamo tutti così bene ad intenerirci per chi sta peggio mentre è così difficile rallegrarsi per chi sta meglio di noi. Non è strano che si crede facilmente ad una calunnia e ci si insospettisce di fronte ad un apprezzamento?

Volete invece toccare con mano la generosità umana forgiata dall’amore? Fatevi un giro nei corridoi di un Palazzo di Giustizia e precisamente dove si dibattono le separazioni e i divorzi. Quei mariti e quelle mogli erano gli stessi che, qualche anno prima, si giuravano a vicenda eterno amore ed ora invece si scannano anche per un televisore e un forno a microonde (regalo di Mammà).
Restano salvi ormai solo i vincoli di sangue…almeno finché non c’è un’eredità da spartire.

Chi non comprende almeno questa onesta visione degli altri e di se stesso è ormai inguaribilmente accecato dall’illusione, ma poco male godrà almeno l'ottima compagnia di quanti brancolano nel buio dell'incoscienza .
Tuttavia va tenuto presente che ci si può liberare da qualsiasi cosa nel momento in cui la si possiede, se viceversa non si è capaci di svincolarsi vuol dire semplicemnte che è quella cosa che possiede noi.
Ecco perché vi è in questa constatazione sincera della nostra natura grezza, almeno in linea di principio, una via percorribile di libertà. Una possibilità per quanto remota di sgravarsi da questo giogo, affrancarsi dal patto leonino con la società ed estirpare ogni regola ipocrita che ha messo radici nel nostro essere.

Personalmente sostengo che l'errore di tutti i sistemi politici e religiosi è nel fondarsi su un presupposto errato e cioè che l'uomo è per suo natura buono ed intelligente.
Difatti il fallimento di queste teorie nella pratica è palese seppure esse siano perfette ed encomiabili negli intendimenti. Volete un altro riscontro? E' quasi banale: basta leggere un libro di storia o il giornale del mattino.

A me pare che la bontà non è mai un punto di partenza ma un punto di arrivo per l'essere umano. L'intelligenza se non diviene saggezza porta inevitabilmente alla sofferenza.
Il percorso educativo -dal latino “educere” cioè tirare fuori- dovrebbe e il condizionale è d'obbligo, essere intrapreso da ogni persona come una ricerca personale di sperimentazione basandosi sui dati oggettivi acquisiti relativi alla propria natura.
Dovremmo quindi, far uscire ciò che c’è in noi per poi, eventualmente, discernere cosa farci entrare.
Invece si fa proprio il contrario, cercando di infilare dentro la zucca un sacco di assurdità alla rinfusa con quei risultati che risplendono sotto i nostri occhi meravigliati in particolare nei momenti che decidiamo di aprirli.
Sarebbe come installare un programma qualsiasi in un computer senza conoscerne il sistema operativo, come schiacciare a caso i pulsanti di una centrale nucleare sperando che funzioni, come cercare di far ragionare una suocera.

Parlando un po' più seriamente invece devo dire che la vera educazione di se stessi è una strada dove è molto facile perdersi perchè non esistono mappe né sentieri.

Per saper dove andare bisogna prima di tutto sapere con certezza dove ci si trova. Lo insegnano anche ai corsi di trekking.
Bisogna considerare inoltre che ogni essere umano è un progetto unico e non ci sono percorsi di gruppo verso la realtà.

Anche se è indispensabile il confronto e il riscontro con gli altri in ogni momento per valutare correttamente e sarebbe utile ascoltare tutti, ma decidere autonomamente.

Mi sembra questo un ottimo sistema per scegliere, tanto sappiamo sbagliare benissimo anche da soli.
E' certo un paradosso questa vita, ma che a molti sfugge, mi pare.

Ecco che mi sento pronto per dar fiato al seguente appello al popolo e chi vuole può anche prendere nota.
Forse possiamo conquistare la nostra unicità solo grazie alla conoscenza della nostra diversità.
Possiamo evadere verso gli altri solo partendo dalla esplorazione della nostra prigione di solitudine (fisica, emotiva e mentale).
Possiamo camminare verso la luce solo abbracciando la tenebra (in senso di apertura all’ignoto).

Per l'uomo l’approccio alla conoscenza è sempre indiretto, per sottrazione, di "sponda" direbbe un mio amico che ama il biliardo.
Non è possibile guardare direttamente il sole della realtà ne saremmo accecati.
Sulla scorta di questa intuizione dovremmo procedere nella vita come in una camera oscura quando si sviluppa un negativo fotografico. Creare di noi stessi un’istantanea, unica ed irripetibile possibilmente artistica, ma dello stesso ologramma cosmico: la Vita.
E’ così che avviene in questa dimensione: la mancanza genera la sostanza.
Si spiega in questa ottica la ragione e la necessità della sofferenza patita da tutti in questo zozzo mondo che è invece in realtà in perfetta armonia, esclusa forse la presenza molesta degli ausiliari della sosta che sono probabilmente un errore del Padreterno.

Questa pena è semplicemente il necessario attrito fra la costruzione interiore soggettiva ed una realtà esteriore oggettiva. Questo contrasto sussiste almeno fino al superamento di questa dualità, cioè sino alla limatura delle asperità che impediscono il perfetto inserimento di questi due ingranaggi, facendo funzionare così senza intoppi il meccanismo dell’esistenza.
Questo è quello che è definito da alcuni religiosi: essere lo strumento perfetto di Dio. Oppure in altre tradizioni: vivere in armonia con il Tao.
Le definizioni possono essere molteplici secondo le culture differenti, ma l'esperienza è la stessa.
Naturalmente quando parlo di sofferenza non intendo i dolori del corpo e i disagi che comporta la vita come ad esempio: le malattie, la vecchiaia, la morte e i Testimoni di Geova alla porta.

In sintesi: solo quando l’umanità realizzerà su scala planetaria questi presupposti potrà avere una speranza di emancipazione globale. Viceversa avremo come è accaduto da sempre, solo sporadiche fioriture personali, peraltro rarissime e il più delle volte fraintese e arse in piazza con qualche simpatico rogo.

Queste mie semplici considerazioni personali sono assolutamente inutili, ne sono ben conscio, perché l’esperienza è intrasmissibile; Invece gli idioti su questo mondo sono moltissimi e tra loro si capiscono benissimo fraintendendosi continuamente, ma proprio per questo bisogna parlarne.
Non voglio proprio convincere nessuno visto che come tutti su questo pianeta ci sono arrivato per sbaglio e me ne andrò inaspettatamente per coincidenze inevitabili. Non senza aver fatto prima scorta di una buona dose di calci nel deretano.
Nondimeno, una cosa la voglio ribadire, magari con uno slogan (siamo in campagna elettorale): Potremo essere tutti uguali...solo, quando saremo tutti, veramente, diversi.

Saluti, applausi, qualche fischio e naturalmente…Sipario.

venerdì 18 marzo 2011

Vitae et mortis

-Parte prima- I giorni nell'Ade-


Il rumore della folla era un muggito indistinto che arrivava ad ondate ritmate infrangendosi sin nei sotterranei.

Il caldo opprimente mischiato all'odore del sangue e degli escrementi pareva sorgere dalle fogne stesse dell'Inferno. Un'esalazione che conosceva bene e gli bruciava le narici e la gola impedendogli quasi di respirare.
Era  arrivato il suo momento.

Improvvisamente lo sorprese un brivido, era la morte che si abbrancava alle sue gambe, un abbraccio freddo e malevolo che lo trascinava in una voragine di paura; Lo scacciò con rabbia, ma una stretta allo stomaco gli serrò le viscere rubandogli per un attimo ogni forza in corpo.

Si accorse che stava insinuandosi nella sua mente il terrore, il dubbio e l'incertezza. "No, no!", urlò a se stesso. Non doveva farsi sopraffare dalla paura, non ora. Per gli Dei, non ora! "Sono il più forte, sono il più svelto", disse quasi sottovoce percuotendosi diverse volte il torace con il piatto del gladio.

Il dolore di quei colpi si allargò come una ragnatela di fuoco sul suo petto segnato dalle ciccatrici e rinnovò in lui quella rabbia e quel livore fermentato in un'esistenza senza libertà. Solo lacrime, violenza e terrore gli erano rimasti come amici in questa vita, se ancora si poteva chiamare così questa sadica rappresentazione.

Quanto lontani gli parvero i giorni vissuti da persona libera. Giorni punteggiati d'amore e di serenità, ma che erano stati sepolti da secoli. Ricordi che ormai appartenevano ad altro uomo. Uomo? Poteva ancora chiamarsi così un essere cui avevano rubato l'umanità? Questa domanda però, non ebbe vita che per un attimo in lui perchè questo genere di pensieri non avevano più spazio per crescere nel suo cervello.

Il portone si spalancò all'improvviso accompagnato dal rumore dei cardini arrugginiti che sferzavano sul legno. Fu investito dalla luce intensa del sole. L'aria pareva densa, riempita delle grida della folla impazzita per lo spettacolo osceno. Respirò a bocca aperta cercando di estrarre da ogni alito la forza che gli serviva per arrivare sino alla fine. Corse rapido i metri in salita del corridoio sino all'arena.

Il suo vagito in quel mondo ostile fu un urlo animalesco, gutturale e profondo rivolto non tanto al suo oppositore, ma al suo destino. Gli occhi trasfigurati dalla rabbia non videro gli spettatori assiepati sugli spalti che parevano una massa indistinta di colori accesi, ma solo chi gli stava davanti. Il lottatore era al centro di questa sorta di teatro e lo aspettava dondolando con noncuranza la spada lungo il fianco. Non gli parve un uomo, ma solo un ostacolo, una barricata eretta contro un atro giorno di vita.

Il suo avversario era sporco ed armato come lui di una spada corta e di uno scudo rotondo, aveva l'elmo aperto sul davanti, quel poco da permettergli di scorgerne gli occhi vitrei. Aveva uno sguardo perso, da folle o semplicemente indifferente perfino al proprio fato; Avvolta ai fianchi aveva una benda rosso fuoco. Allora lui comprese la ragione per cui i soldati di guardia gli avevano fatto annodare come una cintura quel pezzo di stoffa blu, rendendo i duellanti riconoscibili agli scommettitori.

L'altro appariva robusto, con gambe possenti. Calzava delle protezioni di spesso cuoio sulle tibie ed indossava una corazza leggera simile alla sua che copriva le spalle e parte del petto, ma che lasciava libero il ventre e una porzione dei fianchi. Questo permetteva quel particolare tipo di ferita che prolungava il tempo dello spettacolo dilatando l'agonia dei gladiatori. La folla, resa ebbra dal sangue, poteva così godere per più tempo della battaglia.

Questi pensieri corsero rapidissimi nel suo cervello, lampi che schiarivano la situazione e lo aiutavano a prendere la migliore decisione per vincere. Generalmente si opponevano uomini con armi diverse, ma in questo caso il sorteggio aveva deciso in questo modo. Curiosamente, mentre valutava il suo avversario, gli parve di scorgere nell'altro come il riflesso di se stesso. Per un attimo si vide allo specchio. Fu solo un'impressione nella sua mente, fugace e terribile, che passò velocissima lasciandosi dietro solo una nota di stupore, una sorta di estraniazione delirante da quella cruda realtà. Adesso, però non c'era più tempo per i pensieri...Era il momento di combattere, anzi di uccidere.

Ora doveva esistere solo il presente.

Un colpo, poi un altro, rapidi e precisi si susseguono gli attacchi mentre il clangore delle lame rimbalza come un eco tra le staccionate alte dell'anfiteatro. L'apparente indolenza del suo avversario è completamente svanita. Combatte con una ferocia e una forza notevole. I colpi di entrambi sono accompagnati dai grugniti e dagli espiri pesanti che aiutano nella fatica. A parte questo solfeggio macabro il silenzio è totale. La folla, generalmente rumorosa è rapita per qualche momento dall'energia di questo duetto.

La sua intuizione precede di poco il fendente dell'avversario; E' un colpo forte e sordo che si abbatte dall'alto verso il basso direttamente sul suo scudo e regala un dolore acuto al braccio sinistro, mentre il metallo trasmette la vibrazione dell'urto che penetra sin nelle ossa. La sua mano è però temprata dall'allenamento e nonostante il colpo sia potente non molla la presa.

La lotta per la vita di solito dura poche manciate di secondi. Raramente si arriva oltre qualche minuto, ma per chi combatte paiono istanti infiniti colmi di tensione.

Così, dopo i primi assalti, il fiato si fa già corto.

Lui inspira profondamente e appena riprese le forze si lancia in una finta. Prima a destra e poi, rapido con un salto a sinistra. Una mossa che ha ripetuto tante volte durante l'allenamento e che sorprende il nemico. Gli dona uno spiraglio fra la corazza corta perchè l'altro ha fatto l'errore di indugiare più del dovuto con lo scudo alzato.

Quasi non c'è tempo di riflettere, la lama guizza come un serpente con un fendente montante e stretto che tocca. Penetra per pochi centimetri nel costato, aprendo un taglio che pare un sorriso. Non affonda oltre però, o potrebbe rimanere bloccata fra le coste.

"Bastano quattro dita, che il taglio raggiunga gli organi interni" Così gli avevano insegnato.

Ritrae rapido il corpo e la lama, mentre il fiotto di sangue disegna un'onda rossa sulla sabbia e gli lambisce il piede sinistro con grosse gocce calde. Il pubblico finalmente sbotta in un coro di meraviglia.

Quel passo indietro gli evita l'affondo del nemico che lo manca di poco. Poi, la sorpresa per il taglio non dà il coraggio necessario al suo antagonista per incalzarlo.

Di nuovo si ricompongono entrambi in guardia. L'esperienza insegna che un colpo come questo non può bastare. La lacerazione è probabilmente grave, ma lascia ancora troppa vita. In un luogo dove si decide tutto in un grumo di secondi, i minuti valgono come decenni e in così tanto tempo le sorti possono cambiare drasticamente.

"E' più utile stancarlo e mantenere la distanza", pensa muovendosi lungo una circonferenza ideale disegnata attorno al guerriero colpito, come un felino nell'attesa del momento giusto.

La gente sugli spalti urla che vuole vedere combattere. Non c'è spazio su questo palcoscenico di sabbia per la pietà.

L'altro caracolla qualche passo indietro, butta lo scudo a terra e la mano che prima lo reggeva ora preme forte contro lo squarcio per rallentare il dissanguamento che altrimenti gli farebbe perdere i sensi in poco tempo. Una decisione che lo priva di una protezione importante ma cui deve rinunciare per necessità. La mano avversaria si colora sempre di più di carminio come se gli stesse nascendo dal fianco un grosso garofano scarlatto.

Ogni azione pare rallentata, sono eterni i secondi prima di un nuovo contatto e anche la mente diventa muta.

Il pubblico urla esasperato dall'attesa, ma lui non sente quasi nulla, i sensi attenti, la vista sempre più acuta e i colori degli oggetti brillano sotto la luce, una luce luminosissima. Gocce di sudore scorrono da sotto l'elmo che pesa come un macigno. Gira di scatto la testa per liberarsene. Una goccia salata negli occhi lo renderebbe cieco per qualche attimo e invece gli occhi devono restare fissi in quelli dell'avversario.

Sente la paura dell'altro che lo raggiunge come un'onda contagiandolo. "Concentrati", sprona se stesso. "Non sprecare l'occasione, oggi forse gli Dei ti sorridono".

Ecco, il respiro è tornato normale, sente di nuovo la forza nelle braccia e nelle gambe, è il momento. Sferra due colpi rapidi, ma l'altro li para bene, anche se la debolezza si percepisce attraverso la lama nemica sorretta con minor vigore.

Poi, ancora attimi lunghi come una vita e riprende la lotta , i duellanti ora vicinissimi, le spade intrecciate, i muscoli che spingono, i glutei contratti in uno spasmo, nessuno dei due riesce ad avanzare sull'altro.

"E' ancora forte", pensa ma ha una buona occasione in serbo e non la lascia scappare. Si rillassa assorbendo l'impeto dell'altro, trasferendo il peso nei talloni e come una molla restituisce la spinta al modo di un ramo piegato e poi improvvisamente lasciato libero.

E' una spinta che fa con lo scudo, inaspettata ed elastica. Il nemico ferito vacilla, inciampa, appoggia un ginocchio a terra. Tenta una reazione scomposta per scongiurare la fine che sente prossima. Allunga così la sua spada per difendere la posizione esposta, sventola il gladio a destra e sinistra come una ramazza che voglia tenere lontana la polvere, ma è lento. Il gesto è troppo debole e non ha il tempo di rialzarsi da quella posizione in ginocchio perchè lui gli è quasi sopra.

La spada dell'altro arriva fiacca sul suo scudo, mentre lui fa passare sopra di esso la sua lama. Radente il bordo, sorgendo inaspettata e stavolta è dentro completamente la difesa avversaria. Entra così di netto con la punta nel collo, appena sotto l'orecchio dove non c'è protezione dell'elmo, e affonda la lama come nel burro fuoriuscendo dall'altro lato.

Uno spostamento laterale da continuità all'attacco e apre maggiormente la ferita mentre sfila il ferro e si tira fuori della portata di un contrattacco imprevisto. Una precauzione che risulta per sua fortuna inutile. L'altro lascia la spada e si porta entrambe le mani al collo. Mentre lapilli di sangue escono dalla ferita mortale al ritmo sistolico del cuore. Piscia vita direttamente sulla sabbia e da quel buco si ode un sibilo strano.

"E' forse l'urlo silenzioso della morte?", si domanda in un attimo di chiarezza il superstite.

Il nemico cade faccia avanti, mentre le natiche e le gambe hanno per qualche momento delle convulsioni. Ballano l'ultima tragica danza.

"Vivo, sono ancora vivo", pensa mentre una boccata d'aria gonfia il torace come un mantice. E' madido di sudore. La tensione però, non lo abbandona e la pelle punge come colpita da migliaia di spilli invisibili. Lentamente gli torna l'udito e con esso la musica folle di questo mondo. Sente le risa sguaiate della gente e man mano distingue il suo nome: "Por-zius! Por-zius!". E' il nome che i Romani gli hanno dato e che è scandito dal pubblico nello stadio.

E' davvero un magro guadagno questa notorietà, rispetto al costo per continuare la perpetuazione, ma questo è il suo prezzo, almeno per ora. Rende un ultimo sguardo al corpo esanime che pare un fantoccio pallido e lacero. "Ormai sei finalmente libero", pensa con mestizia. "Forse sarebbe stato meglio se...No, meglio non pensarci", scaccia dalla sua testa questa osservazione che potrebbe affievolire la sua voglia di vita.

"Questo era l'ultimo. Oggi è finita", ragiona infine togliendo l'elmo e si dirige verso i sotterranei. Il buio delle segrete lo attende per inghiottirlo, ma anche per accoglierlo.

Si passa le mani stanche tra i capelli bagnati, mentre saluta il sole che lascia alle spalle con un lungo sospiro da condannato.

Novel in Progress...

mercoledì 2 marzo 2011

Tanto va la gatta al lardo...



Come già commentato in un’altra sede, allungo il brodo delle mie preposizioni con una chiacchierata di più ampio respiro.

Nelle sale è arrivato “127”, la storia vera di un escursionista solitario che incappa in una frana, rimane prigioniero e si libera da una situazione apparentemente senza via di uscita con un’amputazione. Il titolo rimanda alle ore di calvario di questo povero cristo.

Conoscevo già la notizia dalla cronaca, la vicenda è stata veramente drammatica; Visto che nella realtà il poveretto si è dovuto tagliare il braccio con un coltellino e poi ha camminato sotto il sole per quaranta chilometri, tutto questo dopo aver trascorso giorni di immobilità sotto un masso che gli era rotolato addosso e gli imprigionava l’arto.

Questo sventurato sostiene che questa esperienza gli ha cambiato la vita (come dargli torto) ed ora per lui nulla è impossibile, almeno così afferma.
Conduce con successo dei seminari di motivazione (molto in voga in U.S.A.) dove insegna il suo “segreto” per riuscire nella vita.
Alla fine, puntuale come una cambiale, di questa storia hanno realizzato il film.

E’ veramente un “happy end”, in linea con l’opinione (molto americana) che ognuno è padrone del proprio destino, ignorando però che niente diverte il Fato come questa affermazione.
Mi pare ovvio che l'appuntamento è solo rimandato, il nostro beniamino non ha certo vinto la morte, ha avuto solo una proroga di qualche decina di migliaia di giorni, almeno mi auguro per lui.

Se volessi puntualizzare a proposito di questa intensa avventura, ci sono per lo meno molte circostanze che sarebbero potute andare storte, nonostante l’impegno dimostrato dal protagonista, ma dire semplicemente “non era il suo momento” non è bello come rappresentare una storia di trionfo sulla Grande Falciatrice.

Curiosamente osservo che nella società moderna (?) l’accento è posto molto spesso sulle possibilità quasi infinite dell’uomo, sulle sue capacità di dominare la Natura, gli animali, la Vita grazie alle prodigiose scoperte delle scienze. Queste meraviglie liberano man mano l'essere umano dal giogo degli eventi casuali, dalla povertà e delle malattie.

Viviamo inoltre in una società democratica, i diritti umani sono rispettati e tutelati da un apparato che sulla carta è efficente e giusto.

Peccato che non si vive sulla carta.

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Guardandomi attorno infatti, non vedo tutta questa indipendenza, questo pionierismo positivista, questa originale singolarità di ogni esistenza portata finalmente a fioritura.
Vedo solo molta gente triste, conformista e omologata che non ha neanche lontanamente quelle qualità che invece, per qualche ragione sconosciuta, si attribuisce su modello dei cosiddetti "esempi noti" cui, secondo l’interesse personale, si ispira.

Il concetto di progresso, ora largamente condiviso, è legato all’idea di nuovo. Inevitabilmente viene sostituita la tradizione con l’avanguardia.

Il rischio non calcolato è che con l’acqua sporca si butti via anche il bimbo, cioè rinunciando a priori a ciò che esisteva per cambiarlo con qualche cosa di nuovo, quindi migliore, si rinunci di fatto a dei sistemi che in realtà funzionavano meglio.


Sorvolando con magnanimità sulle mode e su gli atteggiamenti esteriori che contagiano ormai tutti, non resta che constatare la povertà assoluta di idee originali.
Il massimo della dialettica poi, oggigiorno è in un’affermazione (banale) e nella sua negazione.

L’analisi termina prima ancora di iniziare riamanendo confinata in una discussione da "Bar Sport", senza altro sostegno ai propri principi che le considerazioni fideiste ad uno schieramento o ad uno schema preconcetto.

Il modello imperante rimanda alla discussione calcistica, manichea e senza costrutto. L’analisi oggettiva è una terra straniera, non si ragiona con il cervello proprio, neanche per errore.

Apprendo con stupore osservando oltre le apparenze che, per qualche ancora più oscura ragione, la maggior parte di noi si attribuisce una parte di quelle doti che incarnano l’Uomo con la “U” maiuscola, magari non proprio come “l’Uomo di Successo” proposto dalla società, ma abbastanza.
Questo meccanismo di identificazione largamente diffuso mi lascia sempre con un gran sorriso.

Ma chi è questo “Uomo di Successo”?

Solitamente è rappresentato (venduto?) come, uno strano animale composto di parti diverse assemblate. Un pezzo di “Marlboro Man”, un altro di Padre Pio, ma con la scaltrezza di un manager rampante. Ha il volto d’attore, il corpo d’atleta, lo spirito di un poeta, il cuore di un torero e, alla bisogna, il pisello di Rocco Siffredi.

Lo stesso avviene, ma con opportune modifiche degli optionals, per la cosiddetta “Donna di successo”.
Questo animale fantastico, questa Chimera, è evidente che non esiste né mai potrà esistere.
Dove mai si è visto un essere con una commistione di elementi così diversi e totalmente positivi? Giusto al cinema e nei fumetti.

Ecco che allora il "popolino" indulge, diciamo così, nell’attribuirsi una sorta di “potenzialità virtuose”.

Magari non ha il coraggio di ammantarsi di queste qualità pubblicamente, ma interiormente pensa di possederle; Qualità però che non esprime in nessuna causa ma solamente perchè, si giustifica, ha avuto di meglio da fare o è stato solo sfortunato nella vita.
Ma se una cosa non si manifesta in nessuna occasione non è forse ragionevole pensare che non esista?
Questa semplice considerazione non intacca lo stato di sonnambulismo di questi “Figli del Progresso” nel luminoso percorso di tenebra che li accompagna.

Non stupisce che non si riconoscano in questa immagine... Non si sono mai guardati allo specchio.

Ecco che questo essere umano, attribuendosi caratteristiche semidivine, cioè pensando di avere il controllo quasi completo della vita (ma dove?), sviluppa, più o meno consapevolmente, un’arroganza che lo allontana dal Mondo, dalla Natura e forse anche da Dio. Certamente si discosta dal suo simile e dall'’esistenza, rinunciando alla serenità di fluire nel grande torrente dell'esistenza con consapevole umiltà.

La vita invece, aderendo a questo modello tanto in voga, diventa una competizione. Una corsa frenetica cui non basta più possedere, ma l'imperativo è consumare...e conusmare il nuovo; non c'è bisogno di ribadirlo.

E' palese che queste pseudo filosofie sono solo meschine operazioni di marketing.

Andiamo in giro coperti di marchi pubblicitari come manichini di un negozio, praticamente siamo delle "reclame" deambulanti e ci piace pure.

La ricchezza, in questo odierno, non ha più neanche lo scupolo del pudore e viene esibita come una virtù in spregio ai poveri.
Tutti alla fine ci si siede a tavola con il Diavolo senza altra giustificazione che questa tavola è molto lunga.

Ci si sente al riparo così dalla responsabilità solo perchè si è lontani dall'origine dei problemi dimenticando che è solo un gioco di prospettive.

In definitiva non ci si vuole accostare al mistero della vita, si preferisce una menzogna plausibile piuttosto che abbandonarsi a ciò che è più grande di noi.
Capita anche che alcune di queste nullità, di cui è composto il pianeta in gran maggioranza, si incuriosisca a corsi di un paio di week-end per scoprire e potenziare queste presunte capacità.

Il mercato dell'occulto o delle religioni offre un ampio catalogo di prodotti. Questi signori che non si sono mai degnati di valutare seriamente se per prima cosa sono disposti a pagare il prezzo per diventare persone un po' più libere sono convinte che bastino poche ore di "effetti speciali" per sanare i guasti di una vita intera.

Nell'intenzione l'impegno è lodevole, ma nei risultati si sfiora il ridicolo.

Bisognerebbe forse ricordare a questi campioni che il più grande ostacolo alla conoscenza non è l'ignoranza, ma l'illusione della conoscenza.

Comunque sia mi sembra che "in primis", si dovrebbe prendere coscienza del desolante vuoto interiore che esiste dentro di noi e anche dalla pretenziosa facciata che presentiamo al mondo con una, più o meno, convincente maschera di auto inganno; questo tanto per cominciare.

Le nostre opere e azioni poi, che consideriamo così importanti non sono altro che scarabocchi su questo mondo eticamente vuoto.


Invece, questo dubbio sfiora pochissimi e l’indagine in tal senso non è neanche presa in considerazione. Si passa direttamente alla cassa a cercare di ritirare il premio, stupendosi di trovarsi, il più delle volte, con una mano davanti e una di dietro, come diceva mia nonna.

Ora, cercando di sorvolare sulla banalità che è sempre in agguato nei commenti a situazioni del genere vale la pena riflettere su un paio di considerazioni, almeno a mio modesto parere.

La prima è che non ci conosciamo quasi per nulla e a voler guardare bene, facciamo di tutto per non metterci alla prova per conoscerci.
Rimanere veramente nudi di fronte a se stesso non è cosa da poco. Se applicassimo metà dell'intelligenza e dell’impegno che usiamo per riempirci lo stomaco, correre dietro al sesso opposto e sgomitare nella vita per possedere degli oggetti futili, avremmo le forze e il tempo sufficiente per avere ottime indicazioni sulle nostre pretese virtù e sulle nostre meschinità nascoste ad arte.

La seconda considerazione invece, più sottile, è che ogni esperienza personale non è trasferibile ad altri.
L'illuminazione o più prosaicamente, l'intuizione, dipende molto da chi vive l’esperienza e in quale momento la vive, ma soprattutto dalla domanda che alberga dentro di lui. Sia che questa domanda sia formulata coscientemente o inconsciamente.
In particolare mi pare che cercare di condividere l’insegnamento appreso a caro prezzo con la massa di esseri umani, spesso ipnotizzati dal tran- tran quotidiano, è come pensare che masticare una cicca possa aiutare qualcuno digiuno di matematica a risolvere un’equazione.

Non parlo però, solo di fatti estremi, di eventi eclatanti, di guerre, di pestilenze, di invasioni di cavallette o di atti eroici al limite dello straordinario che rivelano a volte aspetti della nostra natura, ma voglio porre l’accento sulle piccole intuizioni che accadono nel quotidiano, rivelandoci spesso la realtà per quella che è.
Quanto spesso è capitato ad ognuno di noi che parole, immagini colte al volo abbiano aperto mondi inaspettati nella nostra vita? Non sarà successo spessissimo, ma accade.

Come già scritto tutti inciampiamo prima poi nella verità, però di solito ci si rialza e si continua a camminare… come se nulla fosse.
Forse sarebbe più onesto ammettere che amiamo le nostre catene e anche l’uomo più coraggioso ha paura di se stesso.

mercoledì 19 gennaio 2011

Quanto è bella giovinezza che si fugge tuttavia...


La gioventù è veramente un attimo fuggente poi, inevitabilmente arriva l'invecchiamento.
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Ti svegli una mattina è trovi un filo bianco nei capelli, magari una piccola cicatrice sul viso; come una linea scritta dal tempo che comincia, pian piano, a diventare più profonda e lunga.
Una trincea necessariamente scavata per rallentare l’avanzata di ciò che sappiamo non poter sconfiggere.

Per me è il modo che ha la Natura di esigere la restituzione di quello che ci ha prestato: salute, forza, bellezza.
Epitteto diceva: “In ogni evento della vita è necessario distinguere fra ciò che è nostro e ciò che invece non ci appartiene”. La gioventù rientra certamente in questa ultima categoria.

Per vivere una vecchiaia dignitosa è essenziale fare affidamento su ciò che la Fortuna e il Tempo non possono portarci via, vale a dire su ciò che abbiamo saputo costruire in noi stessi, indipendentemente dai capricci di questi due tiranni.
E' giusto una "cosina" da nulla! Facile, facile cui anche l'uomo della strada può dedicarsi nei ritagli di tempo, una sorta di bricolage dell'anima. A parte l'ironia è vero proprio il contrario.
Può accadere così che una leggera malinconia (ma guarda un pò) ci sorprende se si indugia nel considerare ciò che man mano si sta perdendo, ma in realtà come ho detto, stiamo solo ricambiando un dono, anzi, a volte ci stiamo solo sgravando di un debito.
Certo sarebbe meglio non restituire nulla di quanto ci è stato affidato, al modo di certi finanzieri e capitani d'industria del nostro paese, ma la Natura non è perfetta come il nostro sistema economico.
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Abbrancarsi poi ostinatamente a ciò che è stato non ferma la realtà che si rinnova in ogni istante, pare nascere e risorgere da se stessa, modificandosi senza spesso la possibilità di una previsione certa; E' come quando si vuole parcheggiare l'automobile in centro, vedi un posto libero fai inversione è non c'è già più. Insomma, tanto per fare un esempio.
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E' necessario così evitare almeno il paradosso vivente di certi uomini e donne che si atteggiano e si mascherano da ventenni senza più esserlo da tanto tempo.
Le cure contro la senilità sono così peggiori della condizione stessa e i risultati estetici cui si perviene sono, il più delle volte, orripilanti.
A questo ineluttabile destino paiono sottrarsi alcuni esponenti del "bel mondo", noti alle cronache, la cui fama e anche (perchè no) il portafoglio adombra qualunque giudizio estetico e dona, a questi poveri uomini soli, la compagnia di giovanissime ninfe.
Tali procaci e voraci donzelle certo bisognose di una matura guida nel dedalo del lavoro più antico del mondo donano a questi ominidi: mendaci momenti di piacere, una piccola riduzione del loro immenso patrimonio e talvolta alcuni tediosi fastidi con la magistratura che è di solito compiacente e cieca con questi privilegiati.
Per la moltitudine (in particolare maschile) si palesa man mano un orizzonte onanistico di desolante intimità. Alcuni scelgono invece una castità forzata per mancanza di stimoli ed occasioni altri una convivenza con un estraneo ostile cui l'anagrafe dà il nome di coniuge.
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Ci si consola, ahimè, che così si entrerà a buon diritto nel Regno dei Cieli, fatto salvo che i posti non siano già occupati dai soliti raccomandati.
Questi fortunati, che ne hanno fatte di tutti colori in vita, hanno sempre l'anima giusta al posto giusto che li aiuta e passano avanti senza pagare il dazio.
Si capisce allora il perchè di tutte quelle udienze papali dove sono sempre gremite di personaggi famosi e politici di spicco: stanno in fila per la prenotazione.
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Tornando su questo povero mondo, pare facile adottare un coraggioso realismo disprezzando ciò che non ha nè meriti né durata, ma non è così semplice.
Coltivare un sogno è d'altronde parte integrante della vita del contribuente medio, il quale ha una dotazione di serie di aspirazioni di alta caratura filosofica che vanno, tanto per esemplificare, dalla gnocca velina (bionda o mora che sia) alla ricchezza intascata con il totogoal in spregio a qualunque merito, passando naturalmente dalla tribuna vip per seguire la squadra del cuore. Con tali ideali largamente condivisi non stupisce la situazione idilliaca che viviamo quotidianamente.
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In buona sostanza mi pare che spesso ci si affanna (me compreso) a mantenere ciò che ormai è passato ad altri.
Rassegnarsi o meglio adeguarsi, trovare una filosofia saggia, reinventarsi come essere umano, magari con il fascino di un bel sorriso (avendo ancora i denti si spera) sono strategie che non fanno vincere la guerra, al massimo qualche battaglia.
Lo sappiamo tutti benissimo, ma è meglio che deprimersi, è meglio che rinunciare alla vita facendosi ipnotizzare negli ultimi anni a disposizione da una telenovela o da programmi demenziali televisivi.
Il ridicolo è sempre un rischio per noi poveri cristi che abbiamo superato la boa della gioventù e non apparteniamo al jet-set. E' sempre in agguato nell'erba come le deiezioni canine quando si passeggia in un giardino pubblico.
Risulta così un'impresa titanica accettare il naturale decadimento, specie se si considerano preziosi i vantaggi della giovinezza dimenticandone però, le stupidità, le ansie inutili e la cecità che spesso accompagnavano i passi arroganti con cui iniziavamo il cammino nell'esistenza.
Una certa maturità e ragionevolezza non sono però, una regola biologica. E' noto che peggio di un giovane stupido c'è solo un vecchio stupido, perchè questi ha più esperienza nell'antica arte dell'idiozia.

A volte, curiosamente mi viene da pensare che se a questo mondo non esistessero gli specchi, forse non esisterebbe neanche la vecchiaia.
Così fra qualche decennio promuoverò un movimento rivoluzionario composto di coetanei della terza età. Lo scopo eversivo sarà distruggere tutte le superfici riflettenti per la salvaguardia della autostima dei non-più-giovani (questi eufemismi, vabbè!).
Certamente questo manipolo di coraggiosi sarà legato a evidenti difficoltà. L'area operativa circoscritta, per esempio, alla lunghezza del tubo del flebo; L'ingombro dei cateteri che non favoriscono i gesti atletici legati ai colpi di mano terroristici. Per non parlare della difficoltà delle comunicazioni fra i membri di questo "gruppo di fuoco", rese ostiche dalla dizione non perfetta propria delle dentiere traballanti.
Immagino il rischio legato alla preparazione di ordigni esplosivi costruiti e manipolati da cospiratori affetti dal morbo di Parkinson.
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"Allora geometra Fusetti, ci vediamo domani alle 6 per mettere la bomba alla fabbrica di specchi"
"Tomba? Quale tomba, chi è morto? Il Cerutti?"
"Bomba! Bomba geometra, ho detto bomba, al Cerutti gli hanno tolto solo la prostata e domani torna a casa dall'ospedale"
"Ah, ho capito! Alle 6? Non posso, ho gli ultrasuoni al ginocchio. Sapesse che male stanotte, l'artrosi non mi fa chiudere occhio e poi, la sciatica anche quella..."
"Allora facciamo alle 8?"
"Eh no! Dopo ho il Bingo"
"Il Bingo? E la Causa non è forse più importante?"
"Certo ragioniere, ma l'ho promesso già al Colasanti"
"Beh! Se c'è anche il Colasanti allora vengo anche io, l'attentato lo facciamo magari un alto giorno"
"Si, si, lo facciamo dopo la gita in pullman ad Albissola"
"Quella gratis? Con quelli che vendono le pentole?"
"Proprio loro, poi si va in trattoria a mangiare, quel posticino dove fanno il brasato che è la fine del mondo"
"Ummm, buono il brasato, ma l'altra volta mi ha fatto acidità, magari prendo lo stinco che è più leggero"
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Si capisce che non sarà facile...
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Tornando invece alla mia riflessione, mi domando e sorrido pensando: -Quanto del mio buon umore dipende come nella favola di Biancaneve dal responso di questo specchio?-
-Molto e spesso, troppo- mi viene sinceramente da rispondere.
Siamo un impasto di briciole tenute insieme dall'orgoglio.
Così l'immagine che percepiamo di rimando è a volte abbagliante e altre invece desolante, ma più realisticamente penso è una sembianza che rivela solo la nostra fragilità, un'evanescenza indistinta e incoerente che è tale perchè è edificata sull'apparenza.
Non di meno sono specchi ingannevoli gli altri, i dolori, i successi, le adulazioni, le vanità, gli ideali, le occasioni buone e le sconfitte brucianti. Tutti elementi opinabili in balia delle circostanze che viviamo invece su questo pianeta manicomio come verità assolute e valori obiettivi.
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Si giudica così gli altri in base a quello che fanno e non a quello che sono. Non sarebbe un errore così grossolano se quello che le persone realizzano poi non fosse giudicato a sua volta in base al successo che ne deriva.
Tardivamente l'umanità si accorge (giusto qualche secolo di solito) del valore di opere che i contemporanei ignoravano bellamente.
A volte vorrei avere la sfera di cristallo di un mago per vedere cosa nel futuro sarà giudicato e ricordato come significativo di questo presente.
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Mi pare una globale attesa inconsapevole per guarire dalla follia e meritare così forse, una nuova destinazione. Magari in una dimensione parallela dove non esisterà un decadimento così feroce, le tasse non saranno inique, dove si godrà del libero amore tra uomini e donne bellissimi e soprattutto non ci sarà più il traffico nelle ore di punta.
Se proprio non si può avere tutto questo, almeno vorrei il parcheggio riservato per l'automobile; Questo già sarebbe, a mio modesto parere, un grande passo avanti personale verso il divino.

Oscar Wilde ha scritto: "La tragedia della vecchiaia non è non essere più giovani, ma esserlo stato".
Ecco che chi vuol vivere felice gli anni che passano non deve guardare molto avanti e certamente (quasi mai) indietro esitando nei ricordi.
A onor del vero se proprio uno volesse stare bene-bene non dovrebbe proprio guardarsi intorno, ma non voglio essere un promotore della cecità totale, meglio continuare come accade ora con una visione sporadica, cioè uno vede quello che gli pare e quando gli pare.

In questo marasma ci aiuta, ancora una volta, la Natura che alla maggior parte degli anziani non lascia una buona vista e ancor meno, una buona memoria.
Questo ultimo deficit, porterebbe immensi vantaggi sul tempo refrattario tra un coito e l'altro, se solo funzionassero ancora le attrezzature del piano basso che invece sono le prime a guastarsi, togliendoci fra i piaceri effimeri ed illusori di questa vita, il più divertente.
Lo sostiene anche il mio idraulico che le tubature sono il "tallore d'Achille" di ogni opera ingegneristica.
Allora, l'ultimo baluardo contro questa realtà cinica resta il rincoglionimento senile: è l'ultimo Paradiso in questo Inferno, l'ultimo bastione prima dell'indifferenziato.
In fondo, non si dice sempre che bisogna saper cogliere il meglio da ogni situazione? Però, che fine ingloriosa ci tocca...

lunedì 10 gennaio 2011

Dedicato a R


Lo sguardo è rapito dal riflesso di una pallida luna in uno stagno silenzioso.
Il vento soffia piano e muove i rami neri protesi a toccar le stelle,
mentre le foglie stormiscono nel buio...
pare che salutino il tuo ultimo viaggio con un semplice addio.

martedì 12 ottobre 2010

La Rissa senza fine


In questo mondo affollato da esseri umani brulicanti la sensazione che ne ricavo talvolta è di completa estraneità.
Non per mancanza di amore o di umanità, ma per qualche cosa di più sottile eppure persistente, come un odore che mi perseguita, anche se apro le finestre.
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Avulso dalla realtà circostante certe volte mi guardo intorno è patisco una solitudine sconfinata.
Un dolore sordo e terribile che sorge dal fondo della mia anima.
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Molto spesso invece la ferocia dei comportamenti dei miei simili mi lascia stranito, mi ferisce, anche quando non mi colpisce direttamente; Così come l’insensibilità di tutti alla percezione della "quieta disperazione" che ci accomuna e che mi appare solo un’immensa follia condivisa.
Invece di sostenersi in questo breve sentiero impervio che è vivere, si preferisce buttarsi in una battaglia disputata su un precipizio che si sgretola man mano sotto i piedi.
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Si nuota in questo divenire come in un marasma torbido e ci si affoga pure a vicenda; Senza regole, senza rispetto finanche per i propri avversari. Senza la minima nobiltà di intenti e sentimenti che paiono ormai un tesoro inabissato nel buio fondale dell’incoscienza.
E' la tenebra dell’egoismo che avanza inesorabile, mani nere che ghermiscono e che ci fanno comodo, finché non ci raggiungono riducendoci in pezzi.
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La fantasmagoria di buoni sentimenti poi, con cui si ammantano le nostre azioni ciniche, ci farebbe sorridere se non fossimo noi stessi i protagonisti inconsapevoli di questa commedia degli equivoci.
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Si ama troppo spesso come in un Supermaket: si prende quello che serve e si esce dal negozio senza neanche salutare.
E’ un universo predatorio senza ritegno, senza orrore di se stesso.
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Si condividono insieme momenti della vita come se non ci fosse un domani cui dare un valore. Il nostro passato spesso non è rinnovato nel presente né tanto meno investito in un futuro che, sebbene incerto, si suppone possa essere così migliore.
Ci si dimentica delle cose buone avute per vivere invece nel rancore del male subito o per recriminare sulle aspettative disattese.
A volte si tocca il peggio con l’indifferenza con cui si pagano gli altri come fossero prostitute.

Tralascio la cronaca nera che ci descrive il mondo efferato in cui viviamo. E’ fin troppo facile additare comportamenti deviati, assassini spietati, ladri ingordi sino all'inverosimile.
Uno zoo di esseri che hanno veramente poco di umano. Organismi biologici dominati dalle pulsioni più abiette, ma anche dalla stupidità più ottusa, che gli fa credere che la felicità e il piacere presi a scapito di altri possano mai essere un buon affare.
Diavoli incarnati, forse e solo, perché nati e vissuti in un Inferno.
Certo stupidi oltre ogni limite, come chi si arricchisce smodatamente in un mondo di poveri.
Come può un uomo essere così ingordo da provare piacere nel mangiare su una tavola imbandita, e sotto di questa altre persone muoiono di fame e gli stingono le caviglie, mentre lui si riempie la pancia?
Persone del genere non riescono a comprendere che senza la condivisione non c'è nemmeno senso nell'avere.
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Preferisco così osservare ciò che mi accade, mettendo sui piatti della bilancia quanto riesco a dare e quanto ricavo.
In questo modo mi vedo nella mia completa incapacità di uscire dalla Gilda dei Mercanti di questo mondo. 
Questa riflessione mi consola che in fondo merito la mia pena, come un reo confesso mai veramente pentito.
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Il dubbio mi assale in particolare, quando penso che i sentimenti provati siano un affare che resta sempre circoscritto nel confine della mia pelle.
Non ho mai la certezza che ciò che provo con gli altri sia veramente spartito.
Per non parlare poi, del valore delle emozioni e sensazioni provate che è alla mercé delle transazioni di un mercato delirante, della fortuna, del caso e delle circostanze più assurde.
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Mi trovo così sordo alla vera musica dell’Amore, quando magari suona vicinissima e potrei udirla se non fossi distratto dal mio stesso pensiero, dalla cacofonia delle mie illusioni, dall'assurda proiezione del mio ego insignificante; Insignificante poiché costituito della stessa sostanza dei sogni.
Ci consideriamo generalmente l'unico proprietario della nostra soggettività, mentre in definitiva si osserva che siamo un condominio di personalità diverse (spesso contraddittorie) che abitano nel medesimo corpo.
Rabbrividisco nella constatazione che ascolto unicamente me stesso; Obbedisco solamente ai miei desideri capricciosi e così mi infliggo una pena con le mie stesse mani.
Sono la vittima, il carnefice e il giudice implacabile della mia vita.
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Ripenso ai momenti d’amore, ai baci ardenti, agli attimi intensi, alle carezze di una dolcezza infinita; Alle parole sussurrate nella notte e messe ai piedi della donna amata come perle rare distese su un velluto blu e illuminate dal riflesso della Luna, e mi domando: come è possibile che tutti questi eventi abbiano avuto un valore solo per pochi istanti?

Tutto è divorato dal tempo. La memoria è stinta da questo meccanismo ingordo che si nutre di ogni attimo dell'esistenza. 
Così ogni emozione evapora come una goccia d’acqua piovuta nel deserto. 
In questo luogo arido la siccità è determinata dalla pochezza di uno spirito senza rigoglio.
Pare che gli uomini e le donne di questo pianeta non abbiano facoltà di ricordare, e che io stesso non ne abbia; Non solo ci si scorda degli errori, ma anche delle cose buone.
Viviamo di miraggi che appena raggiunti svaniscono. In una costante ripetizione coattiva e stereotipata di pensieri, comportamenti e modelli.
Sprazzi di autenticità colorano a volte la tela monocromatica del quotidiano, ma sono eventi talmente lontani dalla "normalità" che spesso si classificano semplicemente come degli attimi di follia.
Non serve allora viaggiare, divertirsi, concedersi ogni lusso o vizio quando dentro la nostra mente non vi è mai una vera festa di rinnovamento.
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A che pro cambiare orizzonte e clima cercando il sole se dentro la nostra coscienza piove sempre?
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Mi sembra proprio una planetaria rissa dove ognuno brandisce una spada, affilata da una buona occasione, per lanciare fendenti nel buio ai propri simili; colpi che lacerano, feriscono, storpiano, mutilano con una rabbia che non conosce misura né misericordia; né soprattutto un vero perché.
Nella pazzia di questa mischia l’unico imperativo pare essere rimanere in piedi, durare il più a lungo possibile senza domandarsi il costo di questa perpetuazione e soprattutto di come ci si ridurrà una volta arrivati alla fine.
Spesso si vive una manciata d’anni alla bella e meglio inseguendo solo la speranza di trovare una porta che conduca fuori da questo Bar malfamato.
Questa porta però non si trova, non l'abbiamo costruita, forse non c’è mai stata. Credere diversamente ci fa immediatamente aderire alle superstizioni più bizzarre.
Può capitare che disegniamo sul muro di questo locale tetro un rettangolo, magari con un gessetto colorato, e ci convinciamo che sia un cancello. Presuntuosamente lo indichiamo agli altri come un’uscita, ma solamente perché sarebbe troppo difficile ammettere che ci siamo persi in questo labirinto.
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Allora, che senso ha tutto questo affanno? Questa faida eterna? Se non macchiare di fango e sangue ancora di più la nostra anima tutt'altro che candida.
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Uomini e donne usati e poi buttati in un angolo come abiti stretti o semplicemente passati di moda.
Si fa spazio per le schiere di una nuova generazione che ripeterà gli stessi identici errori.
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Il senso di queste umane vicissitudini?
Il premio per la vittoria di questa lotta senza quartiere?
Non si capisce quale sia e tutta l’umanità mi appare così: una montagna di scarpe spaiate e malconce che svettano sotto un cielo indifferente.
Un’immagine che mi ricorda la raccolta degli effetti personali di quanti finivano nei Lager.
Questi poveretti cantavano sotto la doccia che avrebbe dovuto lavarli, ma che in realtà li asfissiava. Il paragone con il nostro odierno mi appare evidente nei fraintendimenti che guidano le azioni e ancor più i risultati.
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Le immagini crudeli di uno sterminio avvenuto solo poco più di sessanta anni fa ci sconvolgono se ci soffermiamo ad immaginarle, parimenti al disorientamento che si prova nell'incapacità di esprimere la vita, la speranza e la bellezza insita in ogni uomo.
Chi può aprir bocca per questi deportati? 
Chi potrà parlare per noi?
Forse i nostri beni? 
Non credo, gli oggetti sovente costituiscono la brama del nostro vivere e paradossalmente spesso ci sopravvivono, ma non ci posso raccontare; Così come le montagne di oggetti requisiti nei campi di concentramento non possono descrivere l'Olocausto.
Solo le persone possono. 
Uomini e donne che hanno condiviso con noi qualche momento. A patto che questi ricordi non siano cancellati della superficialità, la più terribile delle amnesie perché dimentica, per prima cosa, il cuore.
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In realtà quando scordiamo gli altri ci scordiamo di noi stessi ed allora, tutti i momenti vissuti saranno destinati a perdersi prematuramente… Come foglie cadute dai rami, prima che giunga l’autunno.
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