mercoledì 27 giugno 2012

AnaTremi

E'una fatica vivere, ma in fondo per chi non lo è ?

Vivere bene, poi è un'impresa sovrumana.
Si respira nell'aria un certo sconforto ma come potrebbe essere diverso?
L'economia rotola stancamente verso un baratro, ma si cerca di chiudere gli occhi per non vedere l'abisso che si approssima. In definitiva cosa è mai la crisi economica? Una cosa molto semplice: i ricchi diventano più ricchi e i poveri diventano più poveri. Per capirlo non serve andare alla Bocconi e conseguire un master in economia internazionale.

La resa dei conti (in senso letterale) metterà a nudo tutte le deformità della nostra tanta esaltata collettività.
Intanto i cinesi comprano i buoni del tesoro dell’America e dell'Europa.
Prima si conquistavano le nazioni con le armi ora si conquistano con i debiti.
Nessuno potrà più dire e fare nulla fuori del gioco di questo Monopoli planetario perchè si dovrà sempre qualche cosa a qualcuno.
Per l’uomo della strada arrivare alla fine del mese è, e sarà sempre più, un'impresa da primato.
Le offerte seducenti della pubblicità non sono che trappole per estorcere denaro, indebitamente allestite da questa associazione per delinquere di avvocati e psicologi che studiano il sistema per fregarti mantenendo l’apparenza della legalità. Ormai i gruppi dirigenti delle grandi società con capitale sociale (che di sociale hanno ormai solo il nome).non indossano più neanche la cravatta, indossano direttamente  il passamontagna durante le loro riunioni che sono una camarilla, ma della banda dell’Ortica.

Apparentemente tutto è conforme alla legge e di una trasparenza sacrosanta, ma l'iniquità e lo sfruttamento galoppano a briglia sciolta e sono ormai palesi ma parimenti intoccabili.

La guida delle nazioni è affidata a delle nullità con facce da burocrati senza anima; E' il momento dei personaggi di piccolo rilievo che conquistano il sole della ribalta.
Così, in questo periodo di tramonto anche l'ombra di questi nani si allunga, ma restano ciò che sono.
La politica non è oramai che un commovente documentario sul disagio mentale.

Il lavoro interinale e le manovre finanziarie sostenute da leggi inique giustificano la perdita di ogni diritto acquisito dai lavoratori in anni di lotte sociali; è la punta di un Iceberg che affonderà questo Titanic che naviga nella notte, mentre i passeggeri della prima classe si concedono un ultimo rondò nel salone delle feste.
Il mondo è presentato come un palo della cuccagna, ma appena smetti di sgobbare per salire e tentare di arraffare i regali che i soliti privilegiati ti sventolano dalla cima, scivoli verso terra a tutta velocità. Retrocedere è però doloroso, perché questo palo ti accorgi allora, è conficcato nel tuo didietro.
La gioventù sogna un futuro prestigioso e gratificante, ma qualcuno dovrà dirgli, prima o poi, che dovrà invece vivere in un incubo.
Infiacchiti da un falso benessere questi ragazzi si apprestano ad andare ad una sparatoria armati con un coltellino da campeggio.

L'umanità marcia caracollando verso l'obiettivo dei dieci miliardi di bocche da sfamare che si spalancheranno fra meno di trenta anni.
Un mondo di estranei stipati su un pianeta sempre più affolato dove la solitudine è endemica nonostante il numero delle persone.
La casta del 1% dei detentori della ricchezza mondiale gestisce ormai le nostre esistenze peggio dei patrizi con gli schiavi al tempo dell'antica Roma. Non c’è manco un uomo come Spartacus che a questi figli del privilegio faccia almeno strizzare il culo.
Si continua a ripetere che ogni uomo è uguale, ma è palese che alcuni sono più uguali di altri, come diceva George Orwell.
Dunque cambiano le parole e i modi per fare le stesse identiche vigliaccate.

Non c'è speranza, non c'è futuro e soprattutto non c’è più parcheggio per l’automobile. Non c'è più neanche tempo per la redenzione di questo sistema perverso che sta arrivando a fondo corsa.
Il punto di non ritorno lo abbiamo passato da un pezzo, Il costo che si sta compilando alla cassa di questa planetaria trattoria è astronomico, non solo sarà caro e salato, ma spazzerà via ogni cosa buona insieme con le molte futili e nocive. Tutto è dunque inefficace, specialmente pentirsi.

Mi sembra di essere Savonarola sul pulpito fiorentino, oramai.
Chissà se mi darò fuoco da solo? Magari infiammando me stesso con le scintille del mio attrito interiore a contatto  con la nera pece di questo nichilismo.
In ogni modo da qualche parte devo pur stare, tanto vale che salgo su un pulpito. Qualche cosa devo pur dirla, mentre aspetto senza ben sapere perchè.
Lanciò così il primo anatema democratico della storia, perchè si abbatterà su tutti quanti.
Solo un utlima aggiunta.
Ma si, ecco…In bocca al lupo.

venerdì 22 giugno 2012

Risvegli

Quando sei bambino e anche un po' oltre, diciamo, quando hai venti anni non sai nulla del mondo reale.

Se una persona ti dice che ti ama tu gli credi. Vuoi credergli.
Pensi che lui o lei vorrà solo il tuo bene e desidererà senza eccezione che tu sia pieno di gioia.
Come in una favola immagini che la tua vita andrà nella direzione giusta e sarai per sempre felice e contento.

Poi un giorno ti svegli.
Ti accorgi che la felicità per te è un mistero. L'hai vista, certamente; Qualche volta l'hai sfiorata, ma non è mai stata tua.
Ti rendi conto che le persone per cui sembravi importante improvvisamente ti possono dimenticare con incredibile facilità come se non fossi mai esistito nella loro vita. Hai coltivato tanti sentimenti con amorevoli cure, ma erano piante senza radici profonde.

Hai cercato persone buone, ma non le hai mai incontrate veramente; Volevi accanto amici diversi che non rispettassero solo la forza e l'interesse che nutre l'ingiustizia, ma essi semplicemente non esistono.
Non sono mai esistite persone così se non nella tua mente, nei tuoi sogni ad occhi aperti.
Nonostante i diversi modi di comunicare l'uomo parla sempre della stessa cosa e non conosce altro sentimento che l'avidità.
I rari momenti di vera generosità sono in lui estemporanei, fugaci meteore che accidentalmente tracciano un sengo nel firmamento ma non divengono mai stelle fisse.

A volte questo essere condannato alla solitudine tenta di esprimersi dversamente, ma dalla sua bocca esce solo un balbettio, l'unica frase che pronuncia correttamente è "Io".
Persi in questo grande mondo meritiamo dunque tutto quello che ci accade, pagando il filo delle nostre azioni ed omissioni secondo l'ordine del tempo.
Non c'è altro.

Nudo e crudo


Potrebbe capitare anche a voi e a me succede di interrogarmi su cosa sono.
Perché dico “cosa” e non “chi”? Semplicemente perché non voglio partire per questo piccolo viaggio interiore con dei preconcetti.

La mia osservazione mi ha portato a notare che il tanto esaltato “uomo” in realtà non è, in molti casi, poco più che una macchina. Apparentemente raffinata, addobbata di tante qualità generalmente esaltate principalmente da se stesso, potenzialmente si dice con opzioni quasi infinite ma nella quotidianità sempre uguale a stesso. Stesse azioni, stessi pensieri, situazioni che si ripetono instancabilmente senza una divagazione da quanto già visto e fatto.

In definitiva un sistema organico ripetitivo condotto da un congegno complesso e sconosciuto: il cervello. Un organo talmente misterioso che “cervello” pare non essere neanche il suo vero nome.

Ora, la bellezza del corpo è evidente nella sua perfezione meccanica, nel silenzio in cui esegue ogni movimento a patto che non mangi fagioli, ma la mente? La cosiddetta mente esiste o possiamo definirla semplicemente un prolungamento sensoriale, un’architettura più complessa ed estesa del cervello?

Che senso ha poi sminuzzare e cavillare con le definizioni, il risultato è evidente.
Parliamoci chiaro: Se mettiamo da parte le presunte opportunità della mente, il cervello non è che un tossicomane.
Regolata da delicati equilibri biochimici la nostra, presuntuosamente definita, vita sociale ed emotiva è determinata da sostanze che sono costantemente ricercate tramite quello che ingeriamo e più ancora grazie alle situazioni e gli stimoli della realtà che creiamo e cerchiamo.
Uno stato di dipendenza febbrile e cronica da neuro sostanze che fa sembrare al confronto un tossicodipendente all’ultimo stadio un fiore di primavera.
Questo questuante che ci domina dirige dunque quello che è presentato al mondo come l’uomo moderno, un essere libero, il supremo araldo dell’evoluzione a immagine e somiglianza di Dio. Araldo di che? Ma per favore.

In “nuce”, l’uomo, ha “forse” la possibilità di auto determinarsi, di emanciparsi dalla meccanicità dei pensieri e delle risposte stereotipate, dai profondi condizionamenti che lo avvolgono e dalla necessita di dipendere da una dose di serotonina per sorridere al mondo, ma un uomo così, emancipato da ogni fattore esterno, io non l’ho mai incontrato. Ho trovato nel migliore di casi, persone parzialmente complete, ma nessuno veramente libero da se stesso.
Questa riflessione, su cosa sono, mi accompagna da quando sono nato. Che sfiga, direbbe qualcuno, ma non sarei così sicuro che questo giudizio sia completamente giusto.
Tutto è cominciato dal momento che la mia memoria ha cominciato a registrare una serie di eventi che usualmente sono catalogati in ordine cronologico cui il mio cervello ha iniziato a darne un senso.
E’ naturale. Il cervello deve dare un senso a tutto; La sua funzione è di prevedere, interpretare, dividere, sommare e infine trovare, in una serie di dati diversi, una correlazione cioè un nesso causale di un principio e di una fine. Questo strumento cerca sempre una logica, un senso, un perché.

Non fa altro che dividere tutto in due, in/out come un microchip di un computer.

Questo sistema nel voler dare un senso a tutti i costi ad eventi diversi secondo me spesso perde la bellezza del mistero che compone la realtà nel suo insieme.
Di fatto l’interpretazione della realtà, il senso delle scelte che crediamo di operare nella nostra vita, la creazione delle religioni, l’etica della morale, delle leggi, segue questo criterio: piacevole/spiacevole, giusto/sbagliato, bene/male, vantaggio/perdita ecc. ecc.
Io penso che questo sia solo un modo di vedere e vivere le cose, un meccanismo, spesso riduttivo e neanche troppo funzionale.

Un modello, uno strumento adatto a certi eventi, utile magari per progettare un’automobile, per regolare la vita di un condominio ma nulla di più. L’uomo ha in se qualche cosa di più complesso che però non si rivela facilmente, non parla eppure dice molto.
Una sensazione indistinta cui non prestiamo orecchio se non in casi eccezionali, cioè quando le nostre presunte certezze e strutture razionali cadono.
Ho provato a parlare con qualcuno di una nuova visione della realtà, di una diversa interpretazione della tangibilità che esula da questa dicotomia, ma mi ha preso per matto.

Quindi, di solito non parlo più di questi argomenti, però continuo a rompere le palle agli occasionali lettori scrivendone sulla scorta di barlumi di coscienza oggettiva che avvampano nella mia essenza e che mi diletto nel metterli nero su bianco.
A volte penso che siano solo i soliloqui della mente pericolosa di un uomo innocuo.

A parte queste considerazioni personali metto subito tranquillo chiunque scorra queste parole: non ho soluzioni.

Se per caso siete alla ricerca di risposte andate a cercarle altrove e risparmiatevi la noia della lettura, lungo questo sentiero non si arriva da nessuna parte, perché sono convinto che non c’è posto migliore dove andare di quello in cui si è.
Dico che non ho soluzioni anche perché non credo che l’esistenza sia un problema ma semplicemente un fatto.

Certo la vita non è un giardino di delizie, dove guardo vedo sofferenza e se non me ne accorgo è solo perché non la voglio vedere.

Perché poi la realtà dovrebbe conformarsi alle mie aspettative soggettive? Io sono solo un’ospite in questa dimensione e per giunta momentaneo.
A volte resto attonito pensando che la vita è veramente una condizione inspiegabile creatasi da incredibili correlazioni e interdipendenze che hanno determinato per esempio che io (?) ora sia qui a scrivere e in un tempo successivo qualcun altro a leggere.

Il panorama completo certamente mi sfugge ma posso osservare i particolari dell’esistere da questo “buco di serratura” che è la mia soggettività e da questa visuale è presuntuoso affermare qualunque cosa che superi la mia individualità.
Volendo azzardare però tutto, ma proprio tutto, può essere spiegato ugualmente senza tirare in ballo l’anima, Dio e tutti i santi canonizzati e quel fiorire di fantasiose teorie sulla vita.

Così, spesso una ipotesi più semplice è anche quella esatta.

Però come dicevo non mi interessa spiegare un bel niente, a me basterebbe vivere veramente, in un mondo reale a contatto con persone reali. La realtà mi presenta invece miliardi di estranei che convivono senza una vera coesione.
Su questo pianeta non ho trovato nessuno che non pensi ai soldi e non è servo di se stesso prima di essere un tiranno quando può con il suo simile per tornare ad essere uno schiavo quando gli conviene o non può fare diversamente.
Se volessi giudicare me stesso non mi sentirei onestamente di chiamarmi completamente fuori da tutto questo ma la distanza che colgo da queste umane pulsioni è siderale.

Vivo su questo mondo talvolta come un alieno, un viaggiatore che ha sbagliato destinazione e gironzola stranito per questa stazione guardandosi attorno con le valige tra le mani ed è perso tra la folla che corre a destra e a manca, quando poi cerca di esprimersi questo extraterrestre riesce solo a proferire un “Ba-ba-ba” inintelligibile.
Ogni tanto sento parlare senza ritegno alcune persone della loro vita. Importantissima, probabilmente solo per loro, in cui riversano ogni genere di ambizione e patema d’animo.

Pare che quando parlano di se stessi siano convinti di vivere in eterno, anche se a me sembrano già morti da un bel po’.
Avete mai visto quei gruppi di settantenni in giro per il mondo?

Si avventurano con i coetanei in un tour de force di viaggi verso le destinazioni più note. Vogliono vedere tutto il mondo in quindici giorni per poi tornare a fare la spesa al supermarket sotto casa e continuare il loro tran-tran che ha lo stesso spessore di una suola Vibram. Sembrano sempre nella attesa di una nuova spedizione.
Pare che non possono presentarsi al padreterno se non hanno tutto il passaporto timbrato manco gli toccasse un esame di geografia per ascendere al paradiso.
Ecco, io guardo le persone anziane con grande attenzione cogliendo l’ansia che li accompagna, allora mi domando cosa mai hanno imparato da una lunga vita se ancora non comprendono la lezione più importante?

Perché li guardo? Perché loro sono ciò che io forse sarò o rischio di essere e dimenticarmi di loro è come dimenticarmi di me stesso.
Invece i Ragazzi?

A me paiono delle mezze seghe con sguardi da triglia, masticano avidamente tutto quello che gli metti davanti senza il minimo discernimento.
Il loro unico senso di sopravvivenza è concentrato nel divertirsi ad ogni costo, senza sapere minimamente cosa veramente gli possa dare una felicità reale.

Vivono senza il minimo ideale che possa rendere più grande la loro realtà stipata di beni di consumo deperibili nell’arco di una stagione di moda.

Sedati da un condizionamento capillare, vogliono tutti le stesse cose che li renderanno tutti finalmente uguali: delle pecore. Sintetizzando sono dei deficienti nel senso che “dificitano” di un’autonomia cerebrale.
Quelli di mezza età (come se ci fosse una sorta di contratto con Dio per vivere almeno ottanta anni) mi fanno ancora più pena.
Sono drogati di lavoro, alla ricerca spasmodica di un parcheggio per il Suv, con i loro abiti tutti uguali e l’alito pesante da acidità cronica di stomaco. Le loro mogli, finte che sembrano di plastica, con quelle voci isteriche rincorrono continuamente i loro marmocchi, viziati, impauriti e piagnoni. Transumano in mandrie all’Ikea e riempiono il carrello di cazzate immani senza una vera necessità. Il trionfo del nulla.

I bambini sono gli unici ancora spontanei ma è una autenticità che dura poco.

Appena cresciuti già si addestrano alla menzogna e a usare quella crudeltà che connoterà l’istinto di sopravvivenza per il resto dei loro giorni.
Alla fine nessuno pare scampare all’omologazione che ci livella a una non vita.
Cosa resta di bello in questo teatro dell’assurdo? I rapporti umani? A parte le inculate che ci si scambia come gli auguri a Natale in nome dell’amore, dell’amicizia e dei rapporti di parentela, non c’è molto che mi sento di salvare.
Vogliamo allora parlare del sesso che lega un uomo ad una donna?
Analizziamo onestamente e spietatamente le basi del rapporto fra le due metà del cielo?
Esso è una fregatura di proporzioni colossali a mio modesto parere, sia per il maschio che per la femmina. L’uomo, corre dietro a quel piacere effimero di una manciata di secondi come un cane e la donna invece esercita la seduzione come un potere per tenere al guinzaglio il “cane” e così ammaestrarlo a compiere lavori utili a lei e darle un po’ di svago.

C’è chi sostiene che i rapporti sessuali dovrebbero essere goduti solo per amore.

Questi signori dimenticano che il sesso è una forma di comunicazione e pare assurdo limitarla ad un solo sentimento.
E’ come se volessimo parlare ma potessimo usare solo una parola, il discorso che ne seguirebbe sarebbe di una noia mortale.
A volte i ruoli si ribaltano, si mischiano, si confondono ma non cambia un fico secco.
E’ tutto una sopraffazione fra noi umani, un braccio di ferro per dar corpo alle proprie aspettative mascherate con le belle parole, che altro non sono che il trucco pesante di una baldracca, anzi è molto peggio, almeno una prostituta non si ammanta di una nobiltà che non ha.

Alla fine tutto pare essere una questione di mero interesse, ma per quanto si cerchi di accumulare oltre le necessità ci si scorda che, come diceva mia nonna: “La cassa da morto non tiene tasche”. Allora a che pro tutto sto daffare per arraffare?

E’ un panorama umano desolante non so se si è capito.
Oggi stavo andando al lavoro in metropolitana e davanti a me camminava un vecchio (so che non bisogna dirlo), ebbene questo “vecchio” camminava un poco più avanti, anche abbastanza spedito, ma senza una vera trattoria cioè, sapete com’è, mi dava l’impressione che se gli fossi passato vicino mi avrebbe certamente urtato.

Non che mi desse fastidio la cosa in se, ma pareva proprio che vivesse in un mondo avulso da ogni relazione con la realtà circostante, navigava senza la minima rotta.
Mi giungeva da lui un odore di dopobarba scadente, tipo: sandalo e tabacco, ma alla fine il sentore che spargeva in sottofondo era di vetusto, ammuffito, di morte e decomposizione.
Avrei voluto prenderlo per il bavero e chiedergli: “Ma dove cazzo vai? Non vedi che stai correndo verso la tua fossa?”, così per ridestarlo dal suo torpore letargico non certo per offenderlo.
Se fossi veramente un uomo buono avrei dovuto invece sparargli alla nuca, semplicemente.
Abbatterlo come un cavallo zoppo, per pietà, proprio davanti a quelli che aspettavano l’arrivo della metropolitana per andare in ufficio.

Sarebbe stato un grande spettacolo per tutti, un insegnamento magari cruento e sicuramente incompreso ma certo toccante.
Invece scusate ma non avuto il cuore di farlo.

Poi mi sono domandato: Voglio ridurmi così? No.
Campare e non essere più utile a nessuno, esistere senza vivere, No! (ci metto anche il punto esclamativo, minchia).
Quando toccherà a me mi farò forza e leverò le tende senza un fiato, spero di avere questo minimo di coraggio, un sussulto virile nei confronti del fato.
Se mi ammalo gravemente non mi faccio curare, ho già deciso.
Ecco lì, davanti agli occhi della mia immaginazione più nera vedo una moltitudine decrepita che fa la fila davanti all’ospedale o alla farmacia e mi aspetta, anzi mi chiama: “Vieni, aggiungiti alla nostra fila, dai”. Orrore, orrore, si è l’orrore.
Peccato che da questo incubo non è possibile svegliarsi.

Tutta sta falange geriatrica di zombie che si fanno operare, sezionare, trapiantare di tutto, vivono (?) pieni di cannule e cateteri in qualche letto di ospedale senza decoro per rimandare ciò che è inevitabile magari solo di sei mesi, una settimana, ma gli basta anche meno. Follia pura.
“Si è salvato”, si dice di qualche guarigione inaspettata. “Ha solo rimandato un appuntamento certo”, penso invece dentro di me.
Capita anche che giunti alla terza età (che definizione ipocrita) alcuni di loro appassiscono rincoglioniti dai sedativi in qualche residenza per anziani, è questa la migliore fine auspicabile?
Se gli va bene a pochissimi, ancora più fortunati (sic), capita di vivere nella propria abitazione o ciondolano in casa dei parenti, passano la loro giornata abbruttendosi davanti alla televisione con la De Filippi che gli urla nelle orecchie ormai sorde anche alle novità.
Un numero esiguo forse uno su un milione mantiene il suo status di decente autonomia ma quasi mai sino all’ultimo giorno di vita.
Il senso di questo affanno a volte lungo una vita sembra essere continuare a stare su questo palcoscenico, anche solo per un giorno, senza domandarsi il senso di questa rappresentazione mediocre.
I miei simili non sono mai paghi della noia delle loro giornate, sono avidi di vita ma quando l’hanno non sanno che farsene e la sprecano. Rido.

Sperano in giorni migliori, sognano di vivere bei momenti ma questi non arrivano mai se non grazie alle circostanze fortuite. Sono vissuti dalla vita ma non vivono.
Se potessero questi signori si mangerebbero tra loro pur di continuare ad esistere, senza mai chiedersi il senso di questa realtà.
Rotolano, trascinati dal loro stesso destino, visto che non vogliono andarci incontro.
Li avete mai visti così? Non credo perché è come vedere se stesso nudo sotto la luce del riflettore impietoso del tempo.
Ogni difetto è palese, ogni piega, ruga, deformità del nostro ego è evidenziata senza pietà.
Fate caso a quando si incontrano fra loro gli anziani. Non si guardano, si scrutano.
Fanno la conta dei conoscenti morti, l’elenco dei mali che rispettivamente li affliggono e poi si salutano augurandosi in cuor loro di crepare dopo il loro interlocutore.
Ditemi un po’ se non è proprio così.

Non sono peggiorati vivendo, solamente hanno perso l’energia per mentire, sanno che il loro tempo è poco e questo li rende furibondi.
Basta guardare come si comportano con i più giovani per capire che sono morsi dall’invidia.
Li aspetta di solito a casa una pastina sciapa da mangiare in solitudine mentre il telegiornale gracchia cattive notizie e un letto freddo dove non c’è amore; Nonostante tutto sono incatenati alla loro stessa pena che considerano, pensate un po’, preziosa.
Bisogna aver il coraggio di mollare quando è ora, prima di giungere a quel punto di non ritorno dove si perde la dignità e soprattutto ci si dimentica di averla avuta.
In quel caso bisogna tirare fuori le palle, un attimo e via, fine della storia, e lasciamo il posto a un altro.

Salto come mia abitudine sopra spunti di vita colta per caso, attimi rubati, presi al volo.
E’ sempre il solito modo che ho di andare oltre alla miseria che mi grida in faccia, la zittisco guardandola dritta negli occhi.
Questi ragionamenti sono probabilmente sottilmente uniti, più che da un filo logico, da una sensazione come quando si cerca la strada dopo essersi perso e si è smarrita ogni indicazione e così si usa l’istinto.

E’ magari solo uno sfogo per l’immane disgusto che talvolta mi prende per la meschinità umana, la crudeltà di questi esseri che si definiscono costituzionalmente buoni, che pensano di avere un’anima eterna, pure.
Una presunzione talmente grande da gettare un’ombra sinistra su tutta la loro vita.
In fondo rimarcarlo non è poi così importante, chi ne è consapevole non ha bisogno di sentirselo dire e chi non se ne accorge non lo può udire né tanto meno comprendere.
La consapevolezza pare essere disdegnata dalle persone ordinarie.
La saggezza poi è da sempre ignorata da quasi tutti, a me pare che essa è, o dovrebbe essere, il fine dell’uomo.
L’arte di vivere o come è altrimenti definita la conoscenza di Dio e dell’Uomo alla quale si arriva, o si dovrebbe arrivare, attraverso la vita.
Una vita però nella sua accezione più ampia, bella perché vera, grandiosa perché vissuta pienamente, poetica perché legata al mistero e, perché no? Eroica, di un eroismo fatto non di imprese mirabolanti, ma di pratica della virtù e di esercizio del vero bene.
Invece la moltitudine, i miliardi di esistenze che si azzuffano su questo pianeta pensano solo a riempirsi la “panza” dimenticando poi la fine che faranno queste pietanze così avidamente ingurgitate, ma voglio essere magnanimo, magari si riempisse solo quella ne fanno molto peggio e per fini meno naturali.

E con questo termino la mia tiritera prima che cominci veramente a parlare sul serio.

giovedì 21 giugno 2012

Scommetiamo che...

Notte, era da poco passata l'ora delle streghe, Nadir stava gustando la frescura artificiale del condizionatore con una buona birra ghiacciata  in casa di Zenit. Entrambi comodamente distesi in sala sul divano bianco, bianco come la tunica di una vestale.

Conversavano, come loro solito di arditi sistemi, ma di nessuna utilità pratica. Poi caddero, come per caso, su uno strano discorso.

Zenit- "Sono anni che non ho più voglia di fare nulla! Proprio nulla, passo le mie giornate nell’apatia totale. Com'è mai possibile?"

Nadir- "Secondo me sei vittima di sortilegio anzi di una scommessa, una scommessa fra Dio e il Diavolo".

Zenit- “Cioè?"

Nadir- "La tua anima è stata, come quella di tutti contesa alla sua produzione fra il Sommo Creatore e il Principe delle Tenebre, una sorta di ripartizione che dura da sempre. A differenza della normalità degli spiriti che sono usualmente usati come “puglia” e puntati durante le Loro partite di poker, nei loro incontri eterni, la tua è stata invece scommessa singolarmente su un esperimento (cosa non nuova fra i due simpatici esseri superiori). A volte Loro piace pesare il vero valore delle giocate che scommettono.
Probabilmente in una serata afosa come questa, i due grandi opposti dell'universo mentre si giocavano a carte l’esito di qualche guerra e le relative centinaia di migliaia di anime connesse a questo evento hanno deciso di fare una prova: hanno scommesso sulla riuscita di una vita. La riuscita della tua vita.
Il Diavolo ha lasciato a Dio la possibilità di effondere in te ogni qualità riservandosi, però, di mettere nel tuo spirito un solo difetto.
Molte qualità contro un difetto? Parrebbe una scommessa iniqua, ma come sai il Diavolo è astuto e pericoloso specie quando promette molto per rubarti tutto. Egli è sinuoso, ti avvolge come certi serpenti che sembrano che ti abbracciano e invece ti soffocano.
Dio (da quel gran Signore che è, anche se a volte passa per ingenuo) ha profuso in te ogni genere virtù: intelligenza, intuizione, bellezza.
Il Diavolo ha messo invece sull'altro piatto della bilancia una sola mancanza”

Zenit- "Cosa? Quale mancanza?".

Nadir- "Quale?" Quello che invalida la migliore mente, il corpo più dotato, il cuore più poetico: la Pigrizia. Tu amico mio puoi tutto, ma non vuoi fare nulla. E' come dare una lanterna a un cieco”.

Zenit- (dopo un lunghissimo minuto)- Magari hai detto queste cose proprio perché sei ispirato da Lui e così vuole ribaltare il risultato di una giocata ormai quasi persa.
Non siamo tutti, Diavolo compreso, strumenti nelle Sue mani?

Nadir- “Certo”, zittendosi nel vedere il poderoso fulmine apparso in lontananza e aggiunse:- “Ora però vado a casa, mi sa che piove tra un po’”

Zenit- “Non credo tu ti offenda se non mi alzo per accompagnarti alla porta”

Nadir- “Figurati, ma non senti anche tu odore di zolfo?”

La domanda rotolò sul pavimento, ovviamente senza essere raccolta.


venerdì 2 marzo 2012

Lo straniero che dovremmo conoscere.


 
Ieri sera ho visto un bel film in televisione: Il padre e lo straniero.
Una pellicola che, con qualche ingenuità, tocca temi profondi.
 
La storia è presto detta.
Due padri con figli disabili si incontrano in un istituto di sostegno.
Il protagonista è un italiano, impiegato ministeriale, imprigionato emotivamente in una situazione familiare che non riesce a gestire, sull’orlo di una crisi con la propria compagna; L’altro è un vedovo siriano, raffinato e ricchissimo con traffici poco chiari in Italia ma portatore di una saggezza intensa e di un amore incondizionato nei confronti del figlio gravemente malato.
 
I due, costruiscono man mano una vera amicizia virile sulla base, all’inizio, della reciproca sventura familiare, ma che con il tempo si trasforma e si arricchisce di un vicendevole scambio di idee e sentimenti autentici che vanno ben oltre le differenze culturali e sociali.
 
Da contorno a questa storia umana vi è poi un intrigo internazionale dove sono coinvolti servizi segreti e malavita romana che porteranno alla fine il protagonista a conoscere una toccante verità sull’amico siriano.
I temi trattati sono estremamente interessanti.

L’uso del tempo, del nostro tempo dunque, e della sua organizzazione e delle priorità con cui lo spendiamo, cioè di come dispensiamo il bene più prezioso nella nostra vita, prezioso perché senza tempo per fare non c’è neanche tempo per essere.
Si evidenzia nella storia come la caducità dell'esistenza ci mette a contatto con le tante incertezze e sofferenze della vita umana, un universo spesso incomprensibile cui dobbiamo dare un punto fermo in noi stessi; Una necessità esemplificata nel film dalla difficoltà umana di chi si trova ad aiutare, per scelta o per necessità, persone come i disabili che vivono confinate in un eterno presente senza la possibilità di costruirsi autonomamente un futuro.
Il peso di portare il mondo verso questi sfortunati ricade sulle persone che li amano e li aiutano.
 
Si pone l'accento nel film anche sull’importanza dell’amicizia, del sostegno umano in definitiva, che va oltre le regole della convenienza ed è un tema che trovo fondamentale per dare un senso ai rapporti che intessiamo ogni giorno.
 
Si vede chiaramente nel racconto che il percoso per divenire padre è irto di difficoltà ma nello stesso tempo l'unico percorribile per divenire con maggiore estensione: responsabile. E’ una tappa fondamentale per l’uomo che desidera completarsi e ciò deve avvenire sia che abbia figli o che non li abbia.
A mio parere la presa in se, e su di se degli altri ci rende non solo più grandi ma anche più forti. Quindi la possibilità di accogliere e di sostenere chi ci affianca in questo cammino così arduo e oscuro che è la vita da un senso alla nostra esistenza stessa, un senso che altrimenti non avrebbe.
 
Saper essere padri è importante non solo nei confronti dei propri figli, ma anche con gli altri perchè significa saper accogliere il mondo nel nostro cuore.
Paradossalmente sostenere la responsabilità di se stesso diviene più leggera se ci carichiamo della cura degli altri.
Un’attitudine all’altruismo che è propria di un’anima grande, ma che vibra di quell'intensità che tutti aneliamo e cioè in definitiva di provare quel calore e quella luce di un amore senza condizioni.

In questo percorso alla scoperta delle propria interiorità è però necessario avere una guida che generalmente non possiamo trovare, ma solo incontrare.
L’amore come ogni altra conoscenza deve essere insegnata per poter crescere rigogliosa in noi.
L’esempio umano, anche senza parole, di alcuni è talvolta sufficiente a cambiarci per una vita intera.
Avviene nell'esistere come nel film dove questo misterioso uomo mediorientale insegna a essere padre al protagonista educandolo con l'esempio ad occuparsi del figlio, cominciando magari dalle piccole cose, ma fatte con un’anima grande.
Egli per esempio in una scena soffia sul volto del suo piccolo malato spiegando al protagonista che se il bimbo sorriderà saprà che è felice, se invece farà una smorfia saprà che lo dovrà amare di più.
 
Un gesto semplice ma di una tenerezza infinita che apre uno scorcio inaspettato sulla grandezza del cuore umano.
 
E’ così, quando un’anima vera ci sfiora il ricordo di quel tocco non ci lascerà mai più.
 
Il soffio che abbiamo sentito sul nostro volto ci insegna a occuparci di qualche cosa che va, ed è oltre noi stessi.







lunedì 9 gennaio 2012

Blind Man Walking



In questo mondo dove viviamo abbagliati dalle apparenze, incapaci di poter vedere quella parte senza nome e senza tempo che vive in ognuno, dovremmo per poterla scorgere, paradossalmente, divenire ciechi.

lunedì 2 gennaio 2012

Ta-tà!

Ogni tanto c'è qualche nuova profezia.
Dieci anni fa andava in voga Nostradamus ora non se lo fila più nessuno per colpa dei Maya.
Durante l'avvento dell'anno mille si racconta che molti diedero tutti i loro averi alla Chiesa.
In tanti smisero di fornicare, di uccidere, di peccare insomma. Nell’attesa certa della fine del mondo e del giudizio di Dio.
Visto poi che non accadde un bel niente tornarono tutti a fare i loro comodi.
Tutto uguale, tranne per i soldi e le proprietà elargite al Papa che non diede indietro: Deus gratias, allora come oggi. Si sa che i preti sono uno strano animale con tre braccia, un braccio gli serve per arraffare e gli altri due per non dare niente a nessuno.
Cosa ci insegna tutto questo?
Un bel nulla visto che ogni generazione fa gli stessi errori.




A proposito di questo proprio stamattina riflettevo sui ragni.
Contemplavo idealmente la forma perfetta della loro tessitura e mi domandavo da dove mai è pervenuta questa sapienza.
Gli aracnidi sono una specie antichissima che fu tra i primi colonizzatori delle terre emerse, questo è almeno quello che ci insegna la Scienza, io allora non c’ero.
Fra l’altro non tutti i ragni sono dei tessitori, questo lo scrivo solo per sfatare un luogo comune.
L’esistenza di questi artropodi risale a 400 milioni di anni, ma due ordini principali dei quattro noti si sono estinti circa 280 milioni di anni fa e non si sa al momento da quale di questi due può essere provenuta la capacità di costruire la tela.
Problemi nodali, me ne rendo conto, che cito solo per amore di erudizione.

In ogni modo tanto per rimanere in tema di curiosità è utilissimo sapere che ogni ordine diverso di questi aracnidi ha una sua architettura nella costruzione della tela.
Un disegno che contraddistingue la famiglia di appartenenza tanto per parlare semplice, una sorta di firma d’autore.
E’ anche stupefacente sapere che si muovono senza muscoli estensori ma grazie ad un sistema a pressione idraulico centralizzato. Un sistema semplice di allungamento molto efficiente che farebbe la gioia di tanti uomini di una certa età.
Il ragno poi è presentato come un cacciatore solitario, ma ne esistono anche specie comunitarie, una addirittura vegetariana. Magari ne troveranno presto anche una specie vegana.
Immaginavo inoltre durante la mia solitaria elucubrazione il momento in cui un insetto di questo tipo si è trovato a produrre il filo di seta che compone la ragnatela grazie a una ghiandola serica che gli altri suoi simili non avevano.

Poi, dopo svariati millenni, questo animaletto ha fatto di questa strana capacità lo strumento per costruire una perfetta trappola per altri insetti.
Credo che prima della ragnatela abbia sperimentato la costruzione di una sciarpa, poi magari si è fatto un maglioncino; Purtroppo inutile perchè senza un sistema circolatorio il nostro beniamino non poteva conservana alcun calore. Infine, probabilmente un disendente hippy della specie, ha realizzato un'amaca molto grande per dormirci sopra. Visto che si riempiva continuamente di insetti avrà detto: “Ciò che non ammazza ingrassa”, e ha approfittato di questi ospiti per ampliare la sua dieta.
Va detto, e questo è un dato oggettivo, che la seta secreta dal rago non ha corrispettivi sintetici per robustezza, leggerezza ed elasticità.
Un prodigio dunque, ma come è accaduto? Mistero. L’ufficio brevetti non era stato ancora inventato.
Viene anche da chiedersi: Come spiega questi fatti la teoria evolutiva?
Con altre teorie certamente ma non del tutto certe.
Resta il fatto che questa capacità è, chissà come, passata nel DNA per giungere intatta come conoscenza “ante litteram” ad ogni discendente di questo simpatico animale.
C’è da rimanere basiti.
L'istinto, si dirà, certo, ma il concetto di istinto è in buona sostanza un artifizio scientifico.
Un gioco di prestigio dei naturalisti per nascondere più che per spiegare questo enorme punto di domanda.
Nessuno lo ha mai visto: l'istinto. Cazzo!
Si suppone che sia allocato in alcune aree del cervello, forse nel sistema nervoso, magari in alcuni gangli di esso, ma non si capisce come funzioni né fisicamente si è mai trovato il suo contenitore.
La domanda che mi ha regalato qualche momento di stupore è stata: quando, come e semmai perché una conoscenza oggettiva è diventata patrimonio indelebile di una specie? E’ possibile che accada anche a noi esseri umani proprio adesso? O dobbiamo aspettare migliaia di secoli per mandare a casa tutti i predicatori e i consiglieri di amministrazione delle banche?

In generale è spesso possibile spiegare il “come”, talvolta il “quando”, quasi mai il “perché” di un certo evento.
In questo caso (dei ragni) paradossalmente è vero il contrario.
E’ facile comprendere il “perché” fanno la tela: Perché è utile.
Molto difficile stabilire il “quando”: migliaia di anni or sono (?).
Però, è quasi impossibile capire il “come” è giunta questa abilità sino a loro.
Forse non si capisce nulla perché il tempo di osservazione di noi umani è tanto breve.
Siamo una specie recente nel patrimonio vivente del mondo.
Pare che lo dimentichiamo spesso.
La Natura proceda per salti, si sostiene, ma è impossibile affermarlo con sicurezza perchè bisognerebbe tornare ai tempi successivi al periodo Cambriano pr verificare se veramente è avvenuta l’esplosione di quella miriade di tipi di vita di cui si favoleggia. Moltissime di queste specie estinte quasi immediatamente. Solo così forse si potrebbe affermare se è proprio vero che ogni qualche milione di anni la Natura si sveglia dal suo torpore apparente e ci mostra cosa vuol dire essere veramente creativi.
Anche questa idea è naturalmente un artifizio dell’intelletto. Un modello interpretativo. Stimolante, forse affascinante, ma tutt’altro che certo.
Noi uomini siamo successivi a tutto; Siamo gli ultimi arrivati e come tutti i bambini siamo degli egocentrici che fanno sempre casino finchè non cresceranno. Secondo me siamo solo un eperimento per un nuovo metodo di trasmissione della conoscenza. Comunque una versione di prova, un beta test, come dicono gli informatici.
Infatti tornando proprio al processo di apprendimento degli esseri viventi e dell'uomo in particolare è da rilevare che il più delle volte è fortuito, spesso generato dalla necessità ma in fin dei conti accidentale.
Parlo dell’apprendimento personale, “esperienziale” non certo delle lezioni che si prendono a scuola mi pare ovvio.

La particolarità di tutte le nostre esperienze e conoscenze è che sono soggettive è spesso intrasmissibili.
Solo in alcuni casi certe informazioni possono passare da una persona ad un'altra. La conoscenza appare così un prestito, un privilegio ma non certo un diritto per l'uomo a differenza di ogni altro animale che riceve dall'istinto quanto gli serve per vivere. In questa apparente defraudazione vi è anche però, una grande opportunità. L'uomo infatti grazie al linguaggio potenzia all'enesimo grado le possibilità di apprendimento e grazie ad esso può sviluppare modelli interpretativi diversi e funzionali confrontabili con quelli di altri e comprendere molto più velocemente. Una comprensione che permette all'umanità di adattarsi all'ambiente senza bisogno di cambiare strutturalmente.
Direi con un tocco di poesia che l'essere umano è una mutanda per molti culi.
Come detto in questo processo di trasmissione di informazioni (quindi di conoscenza) si inserisce necessariamente il linguaggio, un espediente nuovo nel panorama animale, almeno non articolato e pravalente come nell'essere umano, che ha dato notevoli vantaggi nel breve termine.


Uno strumento non certo perfetto, visto le manipolazioni al quale si presta, ma necessariamente perfettibile se volessimo veramente il nostro bene, cosa di cui dubito fortemente.


Il linguaggio dunque e con esso la scrittura è il by-pass della conoscenza per trasmettersi da una entità (umana) ad un'altra. La scorciatoia che scavalca i tempi dell'evoluzione.


Il pericolo, l'insidia e la responsabilità nell'uso di questo dispositivo è di contro: la non certezza del vero.
Almeno fino alla nascita di un linguaggio abbastanza efficente ma soprattutto utilizzato con molta attenzione. A differenza degli altri animali dove la trasmissione di dati conoscitivi si misura in millenni e passa (?) nel DNA dopo un attentissimo vaglio, nella nostra conoscenza umana, trasmessa dal linguaggio e dalla scrittura, non vi è alcun filtro.
Essa inoltre agisce e opera immediatamente una volta appresa in maniera quasi indipendente dalla volontà del soggetto che la accoglie cioè funziona sull'individuo sia che il dato sia vero o falso, purchè ritenuto vero.
Se dunque l'uomo non costruisce per se stesso e da se stesso un filtro depuratore resta invevitabilmente inquinato dalle follie dei suoi predecessori.
Cioè il veleno è talmente mischiato alla medicina che il paziente si ammala proprio nel tentativo di guarire. Basta osservare la situazione attuale ad ogni livello per comprendere da soli lo stato di intossicazione dell'umanità.
Ecco il motivo della pervicace sopravvivenza nei secoli di opinioni prive di qualunque fondamento e l'adesione di molti a superstizioni di ogni tipo camuffate magari da religioni che in teoria pretenderebbero di sviluppare la spiritualità ed invece ne sono solo la ghigliottina.

C’è inoltre da considerare con sincerità che tutto ciò che abbiamo imparato finirà con noi e questo, mi spiace dirlo, è una certezza.
Nulla può sopravviverci ed è illusorio confidare in figli e nipoti.

L'umanità intera si estinguerà con la nostra fine personale, si spegneranno le luci e comparirà la scritta "game over" sul nostro piccolo display, ma non ci sarà il modo di inserire un'altra moneta e riprendere il gioco da dove si era interrotto.
Poco o nulla resterà agli altri delle nostre esperienze e conoscenze se non abbiamo scritto qualche cosa e non abbiamo avuto occasione di comunicare in maniera significativa con qualcuno pronto ad ascotare e a capire.
Affidiamo quindi, la nostra vita ad una trasmissione estremamente aleatoria se paragonata alla "certezza genetica" del cosiddetto “istinto” ma infinitamente più rapida.


Aleatoria perché affidata al caso e all’interpretazione, rapida perché non abbisogna dei tempi giudiziari della Natura.

Comunque un azzardo, come direbbe il mio amico che gioca a poker tutti i venerdì sera.


Le nostre esperienze trasmesse sono dunque un messaggio infilato in una fragile bottiglia ed affidato al mare dell'esistenza, diretto spesso ad un lettore sconosciuto. Queste incognite dovrebbero se non generare un senso di responsabilità almeno di pudore per chi si occupa dell'insegnamento, dell'informazione e della formazione culturale della moltitudine.
Tuttavia è solo utopia pretendere uomini migliori in una società che premia l'avidità. Quando mai si è visto un uomo che ama la virtù apprezzato dalla folla? Si apprezzano tali esseri quando sono morti e non possono più dire nulla a riguardo del modo di interpretare quello che hanno fatto e detto.

Viviamo in un tempo dove è palpabile che la comunicazione usata è funzionale solo per alcune idee ma non certo per tutte.
Per le conoscenze tecniche può essere molto utile ma per quelle filosofiche, umaniste o con maggiore estensione, per tutto quello che riguarda “l’essere” dell''uomo ovvero la sua soggettività, il suo personale rapporto con il mondo, questi insegnamenti sono parole quasi senza significato.
Il senso di questo messaggio, se mai perviene correttamente, va ricercato poi nella vita.
Forse questo tipo di conoscenza va “interpretata” non può essere certo usata come le istruzioni necessarie a costruire una turbina a gas.
Interpretata non certo con la propria soggettività, ma con un modello conoscitivo il più possibile reale e privo di preconcetti. Viceversa gli effetti saranno completamente nelle mani del caso.


Personalmente penso che il bagaglio di conoscenza indelebile (istintivo direi con una certa riluttanza) non sia da considerarsi una conoscenza cerebrale ma piuttosto cellulare.
Infatti, mi è capitato di notare casi di persone catatoniche e con un importante ritardo mentale (spesso presentate come interlocutori autorevoli durante la tribuna politica) che comunque conservavano le funzioni primarie di nutrizione e alcuni riflessi vitali e riproduttivi. Queste funzioni comunque emergevano nonostante tutto il cervello fosse andato a ramengo.
Disponiamo quindi di una sorta di piccolissimo libro indelebile che portiamo dentro nelle nostre cellule. Piccolo, ma non breve.

Sono certo, di quella certezza forgiata dall’ignoranza, ma sostenuta dall’intuizione che in questo libro non solo è contenuto ciò che siamo stati e cosa siamo, ma che vi sia lasciato molto spazio per scrivere da noi stessi anche ciò che potremmo essere.