martedì 29 gennaio 2013

No words

Ogni uomo soffre e chi non soffre con questo uomo, non è un uomo.

mercoledì 16 gennaio 2013

Un terrorista piccolo, piccolo


La base su cui cerco di mantenere il mio ragionamento è l’osservazione.
Un’osservazione il più possibile libera da preconcetti che con un oggettivo riscontro nella realtà mi indichi cosa sia la verità.
Se dunque l’eguaglianza è propria del mondo delle idee e della matematica la logica che guida la mia interpretazione del reale è la similitudine.
Guardo al grande attraverso il piccolo, alla società attraverso l’uomo.

Oggigiorno si fa un gran parlare di politica. Apparentemente la si vuole rappresentare come qualche cosa di complesso ma è in realtà molto semplice.

Se diamo un'occhiata a noi stessi notiamo che il nostro corpo segue tre regole principali.
L’economia, nei suoi processi biochimici e nel movimento. L’efficienza, per ottenere i risultati voluti e infine il "comfort" affinché questo lavoro non comporti danni.
Così è semplice immaginare una società migliore considerandola come un’estensione di noi stessi dove queste priorità sono rispettate, sostenute e per quanto possibile incrementate.

E’ naturale poi in caso di dubbio affidarsi ad un’intelligenza più grande, quella della Natura per esempio che ha permesso la continuazione della vita da milioni di anni, piuttosto che ad un’intelligenza umana che sino ad ora ci ha portato verso l’autodistruzione con la sopraffazione dell’uomo sull’uomo e ad una situazione ecologica disastrosa avulsa dalla terra in cui siamo ospiti.
Non è affatto un modo “ecologista” di guardare ai problemi più complessi, ma un modo per capire e interpretare come la Natura si trae di impaccio, quando è messa alle strette.

Immagino dunque una società in cui le tre regole enunciate siano concretizzate.
Un’economia che non incentivi gli sprechi, non sia distribuita in maniera iniqua e metta un freno all’avidità che è in definitiva il vero demone che vive in ogni essere umano.
Un’efficienza che determini per tutti dei risultati tangibili rispetto alle priorità di vita, in poche parole una vita degna di essere vissuta, libera il più possibile dai vincoli, con un lavoro dignitoso e una società che fornisca servizi e giustizia di buon livello.
In ultimo ma non per finire una società bella, dove il comfort sia la misura con cui si valutano i risultati delle prime due condizioni enunciate.
Perchè se c'è un tratto intimo che ci differenzia dal resto del genere animale è proprio l'attrazione che l'uomo ha per il bello.

Molto spesso l’umanità nella sua storia ha adottato delle strategie per uscire da situazioni stagnanti.
E’ ricorsa spesso a guerre, tracolli finanziari e qualche volta (raramente) a rivoluzioni, tutti eventi traumatici e sanguinosi che hanno per così dire dato una rimestata a questo gran calderone di ingiustizie.
E’ ovvio che queste situazioni estreme non possono essere chiamate soluzioni, ma solo procrastinazioni degli stessi problemi che infatti si ripresentano dopo un po’ di anni.
Il mondo umano si è servito per questi “scossoni” dei leader, leader che nell’immaginario collettivo sono sempre stati carismatici, intelligenti e apparentemente senza macchia ma nella realtà dei fatti con pochissimi scrupoli.
Alle belle parole, alle grandi idee, agli ideali messi sotto una bandiera da questi campioni non sono quasi mai corrisposti dei reali progressi duraturi. Pare proprio che l'umanità si arrampichi sopra un palo della cuccagna, appena smette di affanarsi per salire, ripiomba a terra con maggiore forza.
Una volta a terra il popolo di fronte a minacce reali ha sempre reagito in maniera nevrotica e irrazionale e si è focalizzato nella ricerca, puerile, di una sorta di padre salvatore, il leader appunto, che incarni le migliori qualità di cui la moltitudine stessa è priva. 
In altri casi non trovando soluzioni il medesimo popolo si è accanito su un capro espiatorio, generalmente innocente, su cui sfogare tutta la propria rabbia e violenza.

Una situazione paradossale cui però l’uomo pare trovarsi a suo agio, ma che non è più possibile perseguire per due ragioni evidenti.
La sovrappopolazione che ha ingigantito i numeri con cui si presentano i problemi e lo sviluppo tecnologico che fornisce un impatto accelerato ad ogni incidente determinato da un errore.

Personalmente, considero il ricorso ad un leader carismatico per la guarigione di una società malata uno sbaglio.
Per la semplice ragione che un rappresentate del genere, in virtù del suo carisma può promulgare (ed è stato generalmente fatto) tra le leggi necessarie anche delle leggi ingiuste che favoriscono i propri interessi a scapito di quelli del popolo; Facendo abdicare il senso critico dei suoi stessi sostenitori in virtù del suo fascino.
Così come alle persone che ci piacciono o di cui vogliamo l’approvazione perdoniamo cose che non perdoneremmo agli estranei.
C'è inoltre il rischio, tuttaltro che remoto, che un leader provvisorio e necessario in un determinato momento storico si insedi permanentemente in una situazione sociale che in realtà è in costante mutamento.

Per sintetizzare il concetto direi che non si può far affidamento su un redvivo Cincinnato.
Nella storia dell'umanità è stato un esempio unico e perciò ancora lo si ricorda con ammirazione.

E' invece necessario un rappresentate politico che sia essenzialmente un buon amministratore, una brava persona, magari un anonimo personaggio ma che sappia valutare sulla scorta del rendimento economico, dell’efficienza e del "comfort sociale"  le scelte necessarie da operare attraverso le leggi dello Stato.
Un uomo che non brilli sotto la ribalta come una primadonna ma che sia disposto coraggiosamente a perseguire il libero pensiero e a  pagare le conseguenze delle sue scelte se risultassero errate, almeno in caso di dolo.
Senza un adeguato senso di responsabilità dunque, concretizzato da una eventuale punizione, dare mandato ad un altro per delle scelte vitali per la colletività è pura follia.
Non dico nulla di nuovo poiché  già nella democrazia ateniese questo sistema ha funzionato bene...anche se è durato poco.
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Attualmente invece pare che le responsabilità dei nostri amministratori non siano contemplate dal loro remuneratissimo e pieno di benefit "contratto di lavoro".
Hanno fatto loro il motto del Marchese del Grillo che a chi gli chiedeva ragione delle sua arroganza, dei sopprusi e degli scherzi ai danni dei poveracci, spiegava sorridente la sua filosofia pecoreccia: "Perché? Perché io so' io...E voi invece nun contate un cazzo."
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Eccoci allora che ci facciamo distarre dai proclami, dalle promesse e “affabulati” dalla retorica scegliamo per i posti di comando solo dei commedianti, quando necessiterebbero dei buoni funzionari.
Come ho detto, avremmo bisogno solo di brave persone  dotate di buon senso che umilmente in caso di dubbio e incertezza sappiano rivolgersi ad esperti e scienziati o al popolo stesso per un consulto.
La condizione primaria per la loro elezione dovrebbe essere quella di essere svincolati dagli interessi dei più forti.
Pare invece che non ce ne siano.
La colpa ancora una volta di queste mancanza è nostra.
Amiamo gli eroi, dimenticando però che per avere un eroe ci vuole prima una guerra.
Sarebbe credo possibile per scongiurare questa sciagura provare a instaurare una democrazia più responsabile.
Allestire per esempio dei referendum frequenti ma non con i tempi biblici di quelli attuali. Li farei magari telematici incentrati sui problemi più scottanti, utilizzando un sistema sicuro e veloce di voto istantaneo  tramite internet o con sms criptati dal proprio cellulare oppure con un nuovo genere di televisione interattiva, si creerebbe così un sistema fruibile da tutti di un controllo sulle scelte politiche più importanti. 
E' evidente che prima di votare ognuno dovrebbe assumere le dovute informazioni a riguardo del problema grazie a una pluralità di interventi in merito fruibili altrettanto velocemente.
Altimenti per votare senza cognizione di causa tanto vale tenerci i nostri deputati e senatori.
La tecnologia è ora disponibile per un’espressione popolare in tempi velocissimi, non credo sia fantascienza sviluppare un sistema di questo tipo in totale sicurezza.
Forse la vera domanda dovrebbe essere: Ci sono gli uomini abbastanza coraggiosi disposti ad usarla?
Le prime scelte da operare con questo nuovo sistema saranno di natura economica.
Le linee guida di tale riforma sarà la base necessaria per avere i mezzi  su cui costruire i servizi che necessitano  e dovrà indirizzarsi, a mio modesto parere, verso una distribuzione della ricchezza il più possibile allargata e condivisa attraverso la disencentivazione dei guadagni derivanti dalla speculazione e con una ripartizione del lavoro che dovrebbe essere l'unico mezzo di sostegno. Lo diceva anche la mia nonna: "Chi non lavora non mangia".
La proprietà privata inoltre dovrebbe essere ridotta al minimo necessario per ovvie ragioni.

Non certo per fare come i comunisti di cinquanta anni fa, il cui esempio è stato fallimentare, ma semplicemente perché si vivrebbe tutti meglio. 
Lo sappiamo tutti che ciò che possediamo in realtà ci possiede.
Sogno una denucia dei redditi semplice e trasparente che aiuti con una ridistribuzione dei tributi il basso ceto a stabilirsi nel medio strato economico e intervendo realmente contro gli speculatori miliardari e i grandi detentori di capitale che non pagano in proporzione al loro immenso patrimonio.
E' evidente che lo stapotere delle banche andrebbe fortemente ridimensionato.
Questi ultimi esercitano il potere del debito per governare il mondo e non è più possible tollerarlo in una società composta da uomini responsabili.

Anche i pochi privilegiati del nostro presente vivrebbero in ogni caso meglio, difatti rinunciando a un po’ del peso della loro smodata ricchezza beneficerebbero della condivisione in una società più felice, sana, bella e sicura.
A cosa gli servirebbero in questo nuovo mondo tutte quelle guardie del corpo se la loro coscienza è diventata ormai quasi pulita? Se non fai del male chi e cosa mai devi temere?

Difatti, come può un uomo essere veramente felice vivendo in una torre di avorio quando fuori dalla porta di casa la città sembra una cloaca?
Come si può essere soddisfatti di un buon pranzo in un ristorante extralusso, quando intorno gli altri stanno morendo di fame?
Chiamatemi pure sognatore ma io preferisco visionario, anche se il nome me l'ha soffiato Steve Jobs diventando miliardario con le cagate super care che presentava in televisione. A me pareva il venditore dei Miracle blade.
Inveiva contro Microsoft che definiva un monopolio per poi adottare una politica ancora più aggressiva e vincolante con i suoi prodotti, intransigente nei confronti del consumatore dunque e non certo nei confronti della propria etica di mercato.

Tornando ai viventi e facendo invece un esempio più vicino è noto che il nostro Stato ha più leggi di tutti gli altri paesi d’Europa e forse del mondo intero. 
Si definisce "la patria del diritto" e paradossalmente è quella dove meno si persegue la legalità almeno se non consideriamo come paragone paesi come il Ruanda o la Colombia. 
Un vero habitat naturale per avvocati e delinquenti che in questo marasma contraddittorio sguazzano agilmente come pantegane nel naviglio.
Pare evidente così che in una società corrotta c'è bisogno di moltissime leggi.
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Se guardo poi agli attuali rappresentati in parlamento trovo principalmente avvocati, giudici, amministratori delle banche e un gran numero di pregiudicati che tutti insieme sodalizzano come vecchi compagni d'arme e sghignazzano e si abbuffano alla "buvette" di Montecitorio. Di fronte agli elettori fingono di litigare e poi vanno a mangiare tutti assieme a nostre spese con gran pacche sulle spalle.
Quanti impiegati, operai, muratori, idraulici o infermieri ci sono come rappresenti del popolo? Manco uno.
Non è strano?
Questi intrallazzatori invece che non hanno forse mai fatto in vita loro un lavoro vero hanno determinato dal dopoguerra a oggi i debiti cui noi tutti dobbiamo far fronte.
E' noto alla cronaca che la ricchezza di alcuni di loro si è decuplicata durante la recessione generalizzata. 
A scapito della povertà dei molti? E' ragionevole domandarselo e in ogni caso i conti non tornano e sarebbe giusto un "controllino".
Inoltre, penso sia imperativo che in una società sana i sistemi parassiti come le Chiese (di qualunque confessione) non dovrebbero gravare sullo Stato, ma dovrebbero essere sostenute, se proprio non si può farne a meno, solo dai contributi volontari e tassabili dei seguaci.
Ogni proprietà privata del clero accumulata con la complicità di leggi ingiuste dello Stato come il Concordato mi piacerebbe fosse confiscata anche con il rischio di qualche fulmine scagliato dal Padreterno.
Tanto se esiste questa Divinità saprà certo difendere ciò che è suo, viceversa vorrà dire  che è d'accordo con me e con questa ridistribuzione della ricchezza che darà una maggiore prosperità ai Suoi figli tra l'altro senza distinzione di religione.

Pare così un circolo vizioso la situazione attuale, una spirale discendente sotto gli occhi di tutti, ma a cui non tutti pensano di dare una soluzione con un necessario incremento del controllo personale e l'assunzione di una magiore attenzione sull’amministrazione politica.
E’ sempre un problema degli altri.
Di fatto l'unica soluzione pacifica che determini un reale cambiamento  è che la politica sia aperta a tutti perché è l’unico modo di smascherare il malaffare.
Alla luce del sole e sotto lo sguardo dei molti mi pare evidente che il ladro non può rubare.

I mezzi di informazione hanno molte e colpevoli responsabilità sull'attuale decadimento perché se si osservano le notizie fornite a proposito dell'economia e della discussione politica è incredibile come si trascurino i reali problemi del paese per indirizzare l'attenzione pubblica verso una sorta di soporifera telenovela interpetata da politici e pseudo esperti che in sostanza appaiono come i protagonisti di una soap opera sceneggiata per ritardati mentali.
"Questo a detto, l’altro a risposto" insulti, corna, piroette e pettegolezzi fanno da cortina fumogena alla situazione delirante e dilagante di sfacelo.
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Per fare ancora un esempio pratico con le notizie del giorno la Fiat annuncia la sua chiusura per due anni (si dice) ma curiosamente si dimenticano i miliardi versati dallo Stato Italiano (cioè da noi tutti) per ripianare il suo bilancio negli anni passati grazie alla cassa integrazione. Senza contare gli sgravi fiscali che permettevano di investire in ammodernamenti produttivi considerandoli come tasse pagate e non come un investimento.
Negli anni buoni dunque gli azionisti si dividevano i profitti milionari determinati da un assistenzialismo e da leggi a dir poco "generose" e ora quando avrebbero dovuto reinvestire i loro profitti per superare il momento di stallo e sostenere i lavoratori che li hanno resi ancora più ricchi, essi abbandonano la nave che affonda, spostano gli impianti che abbiamo pagato noi tutti grazie all'esenzione fiscale accordata alle grandi industrie, in altri paesi sottosviluppati per continuare a prosperare a spese di una mano d'opera sfruttata.
Questi sono i grandi imprenditori del terzo millennio che raccolgono il sostegno di molti.
In uno Stato serio questa gentaglia andrebbe messa in galera come traditori della Patria o almeno come truffatori.
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Personalmente sono un pochino più drastico sul loro destino e coltivo la fantasia che vengano abbattuti con un colpo alla nuca con un'esecuzione pubblica davanti alle telecamere del Telegiornale e della CNN come nelle epurazioni staliniste, però addolcite con un tocco di gusto e charme italiano. 
I vestiti dei condannati potrebbero essere di alta moda. Che esempio sarebbe! Lo share avrebbe anche una bella impennata.
Poi voglio proprio vedere se i superstiti del consigio di amministrazione Fiat portano ancora le fabbriche in Romania. 
Insomma, tanto per dire, è un'ipotesi, fantasiosa sicuramente ma poi si potrebbe sempre migliorarla con esecuzioni di massa.

Parlando seriamente, ahimé, direi che questi sono solo tragici esempi di come vanno le cose in questo manicomio cui è necessario porre rimedio con lo sviluppo di una coscienza e di un’attenzione civile da parte di ognuno. Magari dovremmo provare tutti a cercare dentro i pantaloni se per caso troviamo ancora un paio di palle per far valere la nostra volontà.

Filosoficamente sono purtroppo distante dal credere che la coscienza delle persone possa svegliarsi senza un terremoto che gli faccia crollare mezza casa sulla testa.
L'essere umano è una macchina che sembra sino ad ora funzionare bene solo sotto pressione. Un animale che capisce solo la frusta.
E' triste rammentare che i più significativi progressi scientifici e medici avvengono quasi sempre durante le guerre, quando i tempi sono serrati, bui, le necessità urgono e il senso d'umanità purtroppo è dimenticato se mai ha avuto asilo stabilmente nel cuore dell'essere umano.

Mi piace, però pensare che in definitiva l'inizio di un cambiamento nella nostra società consiste nell'amare innanzitutto un uomo che ancora non esiste.



giovedì 27 dicembre 2012

La Cumana disumana


A proposito delle celebrazioni natalizie, dei regali che si ricevono e si donano, dei buoni propositi che sempre accompagnano le festività religiose, di tutto il carrozzone di saltimbanchi, nani e ballerine che passa per le strade del centro durante i giorni di festa, mi ricordo il motto sibillino: "Attento a ciò che desideri". Cui aggiungo cinicamente: "Potrebbe realizzarsi".

L’osservazione che concretizziamo un po’ tutti dopo qualche anno trascorso su questo pianeta è che la felicità è in realtà un fondale dipinto da una sola parte.

Cosa ci sostiene allora nel misterioso impulso a continuare, cercare, sperimentare e soprattutto sperare? 
Probabilmente quella pulsione naturale, quel sintomo inguaribile a perpetuarci radicato in quella strana malattia che chiamiamo vivere.
Ci fanno compagnia nel nostro "incerto incedere" i ricordi cioè in definitiva le immagini della memoria ma solo quelle tinte dalle emozioni e le speranze ma solo quelle colorate invece dalle aspettative.
Tutte le istantanee di vita prive di questo fissatore (le emozioni) spariscono quasi subito e non lasciano traccia in noi.
Paradossalmente ubiqui ci volgiamo indietro ai ricordi oppure ci proiettiamo in avanti con la speranza; Sono entrambi scampoli colorati di vita vissuta o ancora da vivere collocati in un “continuum” temporale che in realtà è, sempre e solo, un eterno presente rinnovato.
Il passato, per quanto caro o spiacevole sia stato, non esiste più. Il futuro? Non arriverà mai.

Ecco che l'uomo osserva la sua immagine come fra due specchi. Uno posto dinnanzi a lui e uno alle sue spalle. Il riflesso  che si crea è infinito.
Egli riconoscendosi nell'immagine proiettata alle spalle dice "è il passato" poi guardando nella figura di fronte afferma "è il futuro" ma in realtà è sempre solo se stesso in un presente che non riesce del tutto a cogliere perchè perso nell'abisso creatosi dal sussegurisi delle seculari forme che rimandano la sua rappresentazione.
Ora avanti e ora indietro in una ipnosi determinata dalle due superfici riflettenti. Lo sguardo così palleggia fra questi due specchi come nei due punti estremi del pendolo ondeggiante di un Mago incantatore. 
In questo andirivieni ha così una percezione del tempo che, come è da lui inteso, in realtà non esiste.

Capitano però attimi, nell'esistenza, che valgono come una vita intera.
Altri invece vorremmo volentieri dimenticarli perché hanno l'odore macabro dell'annichilimento.
In ogni caso queste esperienze sono un valore soggettivo, anzi un valore sempre più effimero man mano si comprende la reale assenza di un vero protagonista.
Per i saggi ogni inconveniente è un’opportunità ed essi suggeriscono che gli errori sono necessari per riconoscere le cose giuste. Per gli altri non resta che confidare invece nella capricciosa fortuna e nelle idee prese a prestito.
Un atteggiamento che ci differenzia come diversa è la vita per ognuno di noi.
Miliardi di esseri umani e ogni vita non è mai uguale anche se è tanto simile, in particolare nelle constatazioni che se ne traggono vivendo, a patto siano valutate con obiettività.

Vi sono poi i mostri non evocati che ci tormentano durante il rassegnato orrore dei giorni che si susseguono in questa apparente consequenzialità.  
I dolori, le paure, le ansie, gli addii.
Un fiume amaro cui spesso tocca abbeverarci se non vogliamo morire di sete.
La felicità, l’ebbrezza, il piacere e l’amore, dunque?. Gocce di rugiada che ci deliziano ma che evaporano velocemente.
Corriamo in questo modo verso l'inesorabile, confortati solamente dalle bugie cui crediamo e, alla meglio, dalle supposizioni con cui interpretiamo la realtà, per non parlare di quelle congetture ancora più ardite sull’aldilà.
Se c’è una certezza in questa vita è che non ci sono certezze, lo dimentichiamo spesso, in special modo quando abbiamo bisogno della speranza per fare ancora qualche passo.

Il chiarore dunque che si sviluppa (raramente) nella coscienza che cerca di indagare lungo questo percorso sconosciuto genera sì una luce più accesa ma inevitabilmente getta intorno a se un'ombra più buia.
E' il prezzo che si paga nel voler contendere con l'ingiustizia, cioè di aver ricevuto il diritto di essere (vivendo) ma poi di venir distrutti senza un perché comprensibile.

Per chi non ha animo di disporsi a questa battaglia, impari, feroce e senza possibilità di vittoria resta solamente la possibilità di avvelenare la propria mente con la cicuta che rese muto Socrate.
Una pozione velenosa fatta non di erbe tossiche ma di superstizioni, di stupidità e della meschinità propria di chi preferisce invece di impugnare la spada affilata della propria mente per conquistare la propria libertà o quello che può chiamarsi in questo modo, di fingersi morto e così “scantare” questo nemico inarrestabile; Guadagnando forse un'effimera serenità ma perdendo la propria dignità, la propria indipendenza critica, la propria unicità e il coraggio proprio di chi non fa affidamento sulla menzogna confortevole e preferisce una scomoda verità.
Alla fine per evitare il combattimento mi pare che molti si fingono morti ma così muoiono veramente, anche se continuano a esistere.
Cosa ne sanno loro di cosa significhi andare oltre?

Se si fa il conto, come ragionieri, degli affanni, degli amori, delle brucianti sconfitte, dei momentanei successi è naturale domandarsi: “A cosa sono serviti? Qual è il senso di tutto questo?”
Penso talvolta che questi eventi sono solo stelle cadenti nel buio dell’anima.
Se non ci fossero guarderemmo ugualmente con tanta curiosità nell'oscurità del cielo notturno? Chissà!

Il nostro spirito, deve dunque stingersi inevitabilmente nel tramonto indifferente dell'esistenza? Deve per forza  stemperarsi man mano nei colori di un arcobaleno dalle sfumature senza fine?

Non posso fare a meno di sentire che sono solo un breve sguardo attonito che contempla un firmamento senza limiti.
Percepisco una grandezza che mi sovrasta, mi supera, mi ammutolisce nonostante ne parli diffusamente.
La mia ragione abbraccia solo una piccola porzione dell’immenso spettacolo e il mio cuore è troppo piccolo per contenere stabilmente le intuizioni generate dai sentimenti che qualche volta mi attraversano e paiono appartenere a qualche altro tanto superano la mia modesta e spesso ridicola condizione umana.

Constato dolorosamente che ognuno gioca la sua mano nella vita con le carte che ha, ma se non si può vincere perché nel mazzo dell’esistenza non ci sono assi ho fiducia che è comunque in nostro potere cambiare almeno le regole del gioco.
Cammino da un po' in questa landa priva di riferimenti e quando sono sfinito e sento la voglia di perdermi ricorro ad un inganno per continuare a respirare e trovare le forze per andare avanti. Fino a dove? Fino alla fine presumo.
Parlo cioè del piacere. Altrimenti che senso ha vivere se non ci si sente vivi?

Illusione e realtà sono intimamente legati. Direi necessari l’uno all’altro in un antitetico connubio cui però è necessario mantenere desta la coscienza per non perdersi.
Perchè se è vero che un sogno può terrorizzarci nel sonno come un reale pericolo nella veglia, esso può anche renderci felici sinceramente, per un poco si dirà, ma alla fine chi mai è felice per sempre?
Anche se la domanda dovrebbero essere: Chi lo è veramente?
Ma ancora di più: Per cosa?

Buon Natale, certo.

giovedì 29 novembre 2012

Attimi

L'abbraccio caldo di mia madre, quello forte di mio padre, il sapore della sera nella minestra. Il silenzio.
Il corridoio lungo, la credenza rossa, il libro dei disegni, l'odore del cortile bagnato di pioggia.
Il mistero delle foglie d'autunno, la castagna lanciata ridendo, la corteccia dell'albero che parla, i giorni che scorrono lenti. La neve sul davanzale da mettere in bocca.
Dov'è finita la mia spensieratezza, chi me l'ha portata via?
Dov'è la noia felice di quando ero bambino?
Allora andavo a dormire sempre contento. 

venerdì 16 novembre 2012

Oblio (Halit Mortis)

Zenit, aspirando voluttuosamente da una sigaretta artigianale edulcorata con chissà che: "Ma chi te lo fa fare?".

Nadir: "Non perché mi piace, ma perché non posso fare a meno".

Zenit: "Ti capisco io e pochi altri, forse il tre per cento del mondo".

Nadir: "Sarebbe già molto...per il mondo".

Zenit: "Poi, scrivere su un Blog, che idea".

Nadir: "Un modo come un altro per entrare nell'immortalità senza troppe pretese. Forse per esorcizzare quello che vorremmo non conoscere, ma ci guardiamo bene dallo scordare".

Zenit: "Già, in fondo nessuno vuole essere dimenticato, neanche Lei".

martedì 13 novembre 2012

Train de vie

Se volessi descrivere con un aggettivo quel particolare momento del esistere in cui si comincia a sperimentare una vita autonoma, cioè la gioventù, allora dovrei semplicemente dire: è ricca.

Una ricchezza fatta non solo di salute, forza e bellezza generalmente proprie di quel momento, ma costituita da una percezione più sottile, profonda e nascosta; La sensazione di una ricchezza che è determinata dalle possibilità.
Quando si è giovani dunque si è ricchi di opzioni, di occasioni, di prospettive, ma è un’abbondanza che si depaupera presto.
Infatti, tutti siamo chiamati dalla vita a muoverci all’unisono con il mondo, restare fermi equivarrebbe a rinunciare alla vita stessa. In questo procedere si è obbligati in un modo o nell’altro a fare delle scelte.


Così ogni decisione intrapresa preclude tutte le possibilità non correlate a questa scelta.


Per usare una metafora direi che i “quasi infiniti” binari che vediamo a bordo del nostro treno dalla stazione di partenza man mano passa il tempo si riducono. Ogni scambio attivato nella processione del nostro convoglio ci porta è vero avanti, verso una direzione, ma anche ci limita nella possibilità di scegliere una nuova destinazione.
Arriva così un tempo che non ci sono più scambi, le stazioni intermedie sono ormai alle spalle e le opportunità significative svaniscono, a meno che non si desidera ricominciare da zero.
Tornare però alla stazione di partenza spesso è impossibile o se è ancora fattibile non si ritornerà con le medesime prerogative.
Il costo del biglietto per il viaggio già fatto deve essere comunque pagato.

Ecco che al conducente di questo locomotore si presenta dopo un tratto che appare lungo ma che a posteriori è durato un baleno, solo un binario da percorrere. Ha speso quasi tutto il suo credito e non resta che constatare dove è arrivato.
Dopo molti anni di viaggio egli osserva che è a un punto in cui le azioni della propria vita si ripetono e che in questa dimensione unidirezionale si hanno a disposizione ben poche modifiche.
Il panorama non cambia, anche se si ha l'impressione di procedere e non serve certo cercarne un nuovo orizzonte con una breve vacanza al club Mediterranee.
In vecchiaia così ci si sente in alcuni casi poveri, ma particolarmente se si è mancato il bersaglio, se il luogo cui si è giunti non è quello voluto.
Nonostante il conto in banca, la posizione sociale, la buona reputazione, quello che gli altri dicono, la cosa che conta è come ci si sente dentro e non sempre quello che appare un bene è un bene per chi lo vive.

Queste semplici considerazioni, direi quasi scontate, in una persona adulta che abbia un minimo di saggezza non sono in generale facilmente comprese in tutta la loro profondità da una giovane, in quanto è un’informazione che deriva principalmente dall’esperienza, magari dalla constatazione amara di essere la rappresentazione vivente di tanti buoni propositi andati a ramengo.
Sarebbe così utile presentare con obiettività ai ragazzi questa realtà della vita in maniera convincente.

Dico convincente perché i giovani sono sempre sospettosi nei confronti dei cosiddetti "consigli" che gli sono elargiti dagli adulti e dai genitori. E con ragione direi.
Infatti, sono gli adulti che gli hanno insegnato a mentire e non parlo solamente della favola di Babbo Natale o di altre che gli si raccontano per riempire dei momenti particolari di magia e stupore.
Intendo invece le menzogne stridenti che, crescendo, i bimbi constatano nell’evidente diversità fra le parole degli adulti e le loro azioni.
Appena dopo i primi anni di fiducia incondizionata nei “grandi” i bambini e poi gli adolescenti sentono che c’è qualche cosa che non quadra. Spesso le indicazioni e le regole che gli sono imposte non sono per il loro bene, ma per la loro manipolazione.
Come potrebbe non nascere in loro, giustamente, il sospetto che dietro le belle parole vi sono solo gli interessi degli altri?

Quindi, questa causalità dell'esistenza andrebbe non solo ribadita, ma anche sottoposta al loro giudizio critico sulla base dell’esperienza personale che è un dato soggettivo incontestabile.
L’esperienza determina in noi non solo la conoscenza delle cose del mondo, ma anche la scoperta delle nostre qualità e delle nostre mancanze.
Senza un confronto onesto con la realtà si resta prigionieri di un mondo di idee, magari seducenti, ma che non servono a nulla.
Questa presa di coscienza dovrebbe generare un profondo senso di responsabilità, quella responsabilità che spesso dimenticano perfino le persone anche un po’ più in là negli anni. Credono di vivere ed è invece alla fine sono vissuti dalla vita.
Quindi, è fondamentale la valutazione responsabile di ogni scelta, perfino quelle banali, perché le conseguenze di ogni decisone anche apparentemente innocua può essere imprevedibile e determinante.

Determinante per chi, vale la pena sottolinearlo, abbia un obiettivo.

Viceversa ogni scelta è lasciata alle circostanze ed è come sperare che la pallina lanciata in una roulette con milioni di numeri finisca sul numero segnato dalla nostra “fiches”, tra l'altro una puntata lanciata a caso sul tavolo verde. Il premio poi, di tanta fortuna sfacciata sarà proprio quello che desideriamo, ma non sapevamo di volere. Pare un po’ troppo perché accada a tutti.
Avere un obiettivo è dunque non solo auspicabile ma necessario per chi non è baciato con tanto ardore dalla Dea bendata.

Un obiettivo che deve essere definito però con precisione.

Che tipo di uomo o di donna sarò fra dieci, venti, trenta anni? Quali risultati giudico fondamentali? Risultati materiali certamente come il tipo di lavoro da svolgere, ma anche che genere di famiglia vorrei e che qualità di rapporti umani avrò con gli altri.
Sarò una persona di riferimento oppure una comparsa? I rapporti con i miei simili saranno su basi solide o generati solo dall’interesse? Farò un lavoro utile o superfluo? Sarò una persona profonda o mondana?
Il quadro, per così dire una sorta di ritratto di Dorian Gray al contrario, deve essere dipinto in ogni più piccolo dettaglio.
Inoltre per tutto il tempo che si è separati da questo ipotetico traguardo bisogna sempre domandarsi ad ogni bivio: questa scelta mi avvicina o mi allontana al mio obiettivo?

Tutto questo richiede molta disciplina, me ne rendo conto, ma non c'è altra strada per dirigere la propria vita.
Questa linea di arrivo deve essere, però, almeno secondo la mia idea, alla fine di una strada che ha un cuore.
Altrimenti la sensazione di vuoto interiore che ne deriverebbe, mi pare ovvio, invaliderebbe lo sforzo profuso.
Per fare un esempio semplice. Se un obiettivo potesse identificarsi con una vita realizzata materialmente sarebbe utile che lungo il percorso di questa realizzazione sia contemplato un lavoro e un impegno che ci arricchisca anche spiritualmente ed emotivamente.

Perché il tempo della vita è poco è non c’è tempo per essere tante cose, ma alla meglio realizzarne una; Almeno nella dimensione della eccellenza se non è proprio possibile giungere alla perfezione. Eccellenza fatta non solo di un riconoscimento condiviso, ma sviluppata nei tre piani dell'essere umano, cioè materiale, emotivo e mentale. Poi sarà possibile da quella conoscenza vissuta pienamente dedurne tutte le altre.
Come ci si sentirebbe, infatti, a vivere in un’immensa residenza con un bel parco secolare e senza problemi finanziari ma in una solitudine desolante nonostante molte persone attorno? Penso non molto bene.
Mi domando ancora. Come ci si sentirebbe a godere della medesima grande disponibilità materiale se conseguita con l’inganno, la frode o con lo sfruttamento degli altri?
Anche in questo caso penso non ci si sentirebbe molto bene se l’ambizione è di essere non solo una persona ricca, ma anche di valore; Cioè un essere umano di un certo spessore e sensibilità.
Il senso di responsabilità che ne consegue ad un’indagine un po’ più seria della vita è enorme.
L’individuazione di come vorremmo essere deve, come già detto, essere molto precisa e rinnovata continuamente perché durante il viaggio possono capitare molti incidenti, ritardi e ogni fatto può allontanarci da dove vogliamo arrivare.
Inoltre il viaggio è lungo e non si può mai sapere cosa ci potrà servire, allo stesso modo ogni cosa superflua è un peso in più che ci farà rallentare.
Se lascio, però qualche cosa indietro non potrò poi tornare a prenderla. Bisogna pensarci bene.

Cosa dunque desidero sul serio? Cosa è in definitiva quello che sento di volere?
Domande alle quali tutti possiamo rispondere, ammesso e non concesso che ci conosciamo così bene da sapere non solo cosa non vogliamo (abbastanza facile) ma a cosa aspiriamo effettivamente.
Il nostro traguardo deve essere quindi solo nostro e lungo la "nostra strada" non si è mai abbastanza indipendenti, questo vale la pena rimarcarlo.
Ecco perché un’esperienza precoce di vita vissuta è fondamentale per comprendere questa realtà della vita e usarla con vantaggio.
Invece la nostra società e la famiglia tende a mantenere i bambini e i ragazzi in una sorta di limbo, dove si proteggono da ogni confronto e gli si danno delle regole che poi non troveranno nella vita vera.
Appena cresciuti quegli stessi ragazzi scelgono professioni fantasiose o banali sulla scorta di un condizionamento sociale o familiare. A volte per un adeguamento ai messaggi che pervengono della televisione e non si domandano quasi mai onestamente: Chi sono? Cosa sono capace di fare? Quali sono le cose che mi nutrono veramente? Ma soprattutto: Me lo merito?


Il confronto con la realtà è, come già detto, non solo importante ma indispensabile.

Nel definire “ciò che voglio essere” bisogna anche considerare molto bene le risposte che ricevo dagli altri e i risultati che ottengo dal mondo cioè dalla realtà.
Se desidero, per fare ancora un esempio, vincere il premio Nobel per la Fisica
con un’innovativa teoria delle stringhe e ho un quoziente intellettivo che arriva a malapena, nonostante cinque caffè prima del test, ad ottanta, forse non è la strada giusta; Così se voglio essere il più grande velocista al mondo sui cento metri, ma “sbanfo” già dopo una rampa di scale magari c’è qualche cosa da sistemare nel mio mirino di puntamento.
Vi è da considerare un altro aspetto della realtà che manco a dirlo è paradossale.
A volte un riconoscimento di una vita spesa per essere e per fare non è ravvisato da nessuno. Non lascia traccia alcuna di se e questo potrebbe far pensare che si è sbagliato tutto.
Esempi in campo artistico, scientifico e umano si sprecano.
Non parlo solo del caso eclatante di Gesù che quando morì sulla croce aveva vicino solo sua madre, una puttana e poche vecchie; Dei suoi amati discepoli, di quanti lo acclamavano e di tutti quelli guariti e miracolati non c’era nessuno. Se avesse giudicato la sua vita da quella fine miserevole, dalla solitudine con cui era stato ricambiato del tanto amore donato agli altri non avrebbe forse dovuto avere più molta fiducia nell’uomo e nel Padre Celeste. Senza parlare di come i suoi insegnamenti sono stati nei secoli fraintesi.
In definitiva una vittima innocente di un errore giudiziario che, però nella storia dell’umanità non fu il primo e purtroppo neanche l’ultimo
Un altro esempio: Vincent Van Gogh; le cui opere oggi sono forse le più quotate sul mercato mentre in vita non ha mai venduto un quadro. Le sue fatiche per i suoi contemporanei erano prive di gusto. Oggi invece ne siamo incantanti.
Dunque ha mancato il segno oppure no? Chi può dire se il grande pittore è morto con dei rimpianti, oppure nell’istante estremo era consapevole della sua riuscita?
Emily Dickinson, non ha mai pubblicato una poesia (forse un sonetto su un giornale di provincia) e quando è morta la sorella ha trovato centinaia di poesie nei cassetti come dimenticate che ha poi raccolto e pubblicato. Ora è considerata una delle più grandi poetesse Americane.
Franz Kafka, è morto anche lui sconosciuto, Friedrich Nietzsche, in manicomio senza nessun riconoscimento accademico. Galileo, ha dovuto abiurare le sue teorie rivoluzionarie. Quanti di quelli che studiamo e di cui apprezziamo le opere oggi sono stati apprezzati anche in vita? Pochi per non dire pochissimi.

Insomma la storia migliore dell’umanità è fatta da grandi esseri umani trattati come dei derelitti e con una vita a ben guardare infelice. Il premio del loro genio? E’ stato quasi sempre l’incomprensione, la persecuzione, l’isolamento.
Tutto questo panegirico per chiarire che forse sono le circostanze che fanno l’uomo e soprattutto il suo successo in vita (superando così i suoi programmi), ma è sempre e solo l’uomo che coglie nelle circostanze, l’opportunità.
In questo è la sua responsabilità, l’intento deve essere perfetto, la preparazione scrupolosa, mentre il risultato è molto spesso in mano a qualche cosa di più grande.

Esiste dunque una via che collega ciò che mi sento di essere a quello che gli altri percepiscono di me, e su questa cammina la persona che sono veramente.
Come scriveva il grande Kafka: “La vera via passa su una corda, che non è tesa in alto, ma rasoterra. Sembra fatta più per inciampare che per essere percorsa”.

Non conosco augurio più bello per chi inizia la vita di quello di inciampare in se stesso.



mercoledì 7 novembre 2012

Sostanza e apparenza

E’ molto semplice.

Come una fiamma che arde sopra una pietra nascosta bruciamo la nostra vita, ed è una fiamma quasi senza peso; momentanea e inevitabilmente destinata a spegnersi dopo un breve bagliore.
La pietra invece non si osserva, non si esprime, ma continua a esistere: eterna, immutabile, immota.

Abbagliati dalla luce consideriamo come reale questo fuoco ma è come guardare se stesso in uno specchio che a volte distorce l’immagine che rimanda, altre volte questa superficie riflettente è coperta da strati di polvere accumulati in anni e anni di vita: Parimenti ridà un riflesso in cui non possiamo mai riconoscerci completamente.
Così ciò che è apparenza insostanziale è percepito come reale e invece ciò che è eterno è sentito come immateriale, ma se guardo nel abisso vedo che io sono quel abisso che guarda un Egli, esso è in realtà ciò che sono stato, sono e sarò.

Esisto come parte di uno spazio indivisibile che non è più confine perché è senza dimensione, in un momento eterno perché al di là del tempo.
Scopo della vita per quanto mi riguarda è pulire questo specchio, levigare ogni distorsione, vedermi per quello che sono e riconoscendone il riflesso: abbandonarlo.

La fiamma vive dunque la sua esistenza illusoria identificandosi nella somma delle proprie emozioni, nelle esperienze e conoscenze vissute e acquisite, ma non può che trovare in ciò altro che delusione, poiché ogni gratificazione è temporanea e ogni risposta è in definitiva un vincolo.

Questo costrutto apparente non può conosce la reale felicità perché legato alla propria natura effimera.
Ogni cosa sorta da questa struttura è indissolubilmente incatenata alla nascita, al divenire e alla fine, da questo deriva la sofferenza di ogni uomo nato per morire, fino a quel limite estremo dove egli si riconcilierà con il reale Sé, l’Infinito.
La pietra della vita è così detentrice di un altro tipo di gioia, di una pienezza fatta di un silenzio tangibile, di quel particolare vuoto che tutto contiene.
Essa è la natura autentica che non conosce il bisogno, il desiderio, la frustrazione, la brama insaziabile.
Esiste semplicemente al di là.
E’ un canto antichissimo che è melodia oltre la forma e l’idea.

Spesso l’uomo non ode o peggio ancora non vuole udire questa armonia che lo supera, lo sovrasta, lo contiene e lo annulla vivificandolo.
Dove "io non siamo" si trova la dimensione del vivere reale.