mercoledì 14 gennaio 2015

Confusione


Per cercare di comprendere la situazione politica/economica mondiale e i recenti avvenimenti di cronaca è necessario considerare  molte cose.
Potrebbe essere utile armarsi di pazienza e cercare le informazioni che non sono messe sotto il naso di ognuno. Meglio andare oltre l'ovvio.
Tra 50/80 anni finirà il petrolio.

La stima dipende dal tipo di estrazione utilizzata, ma anche dai dati previsionali incerti, in quanto i paesi arabi tengono nascosta la disponibilità dei loro giacimenti. Potrebbe accadere secondo le stime più pessimistiche anche nel prossimo trentennio.
C'è però un'innovazione tecnica: Il Fracking, un sistema di estrazione che frantuma le rocce con getti potentissimi di acqua e permette uno sviluppo inaspettato sulla quantità di petrolio estraibile ad un costo relativamente basso.
Tale scoperta ha determinato e determinerà scenari inaspettati sul piano economico e politico.
Il Fracking è vietato in Italia e in alcuni paesi europei, perché ritenuto altamente inquinante e pericoloso, ma  è utilizzabile liberamente negli U.S.A.
Nei paesi arabi è ovviamente difficilmente impiegabile a causa della carenza di acqua.

Le previsioni degli economisti concordano che tra 10 anni l'America diverrà il primo produttore mondiale di petrolio, ma non dicono che, ancora più in là, probabilmente diverrà l'unico.
Come accennato il vantaggio nell'uso di questa tecnica di estrazione U.S.A.  è l'abbattimento del  costo di quasi il 50% rispetto al sistema tradizionale con trivellazione. Precisamente diviene conveniente sino ai 50 USD al barile.

Parrebbe un bel risparmio per ognuno, ma non è così.
Il  guadagno per il fruitore finale risulta minimo, perché gli intermediari consumano il risparmio insieme alle tasse, cioè chi si rifornisce alla pompa di benzina o utilizza i derivati petroliferi, ad esempio per il riscaldamento non trova che una minima convenienza.

Incide  invece drasticamente nelle transazioni del commercio all'ingrosso, gestito dalle multinazionali petrolifere e da alcune industrie nazionalizzate, apparentemente sono sempre in concorrenza tra loro, anche se si sospetta che dopo la condanna per aggiotaggio comminatagli qualche anno fa, esse gestiscano il mercato in una sorta di Cartello, in cui la parte del leone è ancora una volta formata da aziende petrolifere "made in U.S.A." altrimenti note come le "Sette Sorelle".

La fossa del leone è ancora una realtà, uscirne è impossibile per noi...come nella famosa canzone. 
Considerazioni canore a parte è ragionevole immaginare che nel futuro, esauritesi tra qualche decennio i giacimenti Russi e quelli dei Paesi del medio-oriente, Cina e India non saranno più autonome energeticamente; A causa dell'aumento della richiesta interna conseguente al loro sviluppo industriale in crescita, e alla richiesta correlata alla loro esplosione demografica. Insieme questi due paesi formano la metà del genere umano.

Tra cinquanta anni al massimo il mondo sarà quasi tutto senza Greggio, e saremo (come Europa) senza più la possibilità di utilizzare i vicini giacimenti del Mare del Nord, ormai esauriti con grande dispiacere dei cosiddetti "sceicchi dagli occhi azzurri" scandinavi.
L'economia mondiale del futuro, conseguentemente a questa carenza sarà in stallo, e la sua  ripresa o per meglio dire la sua vita, dipenderà da chi possiederà ancora petrolio, se lo vorrà vendere, e a che prezzo.

Va ricordato che "l'oro nero" non è utilizzato solo per la benzina, ma soprattutto per la costruzione di materie plastiche, idrocarburi presenti nella chimica e nei prodotti industriali e materiali di ogni tipo, perfino prodotti farmaceutici.
Attualmente gli Stati Uniti utilizzano solo un modesto percentile del loro grandissimo patrimonio petrolifero che è conservato nei giacimenti, questo in base ad un decreto del Congresso U.S.A. relativo alla Sicurezza Nazionale, infatti l'estrazione è limitata ad una percentuale stabilita e di questa, una parte è dirottata nel mantenimento delle scorte in immensi stoccaggi.
Gli Stati Uniti comprano invece il petrolio Arabo.
Lo comprano ma non ne sono però dipendenti, anzi esercitano sul suo prezzo e sul suo commercio una influenza notevole.

Il rischio della dipendenza da parte degli  U.S.A. verso i paesi fornitori (che non sono proprio dei simpatizzanti della politica americana) è calmierato in un modo molto spregiudicato per non dire spietato, cioè i prezzi sono frenati e tenuti in riga, principalmente con due mezzi coercitivi .
Il primo, utilizzando il già descritto metodo di estrazione Fracking che gli permette di immettere sul mercato mondiale Greggio a metà del costo di quello Arabo in qualsiasi momento, in parziale deroga alla legge del Congresso Americano che per motivi di gravità economica o per la presunta Sicurezza Nazionale, ne consente la vendita fuori dalla percentuale stabilita.

Anche attualmente si assiste, giusto per esempio, alla riduzione del costo del "Barile" proprio in seguito di una manovra del genere, il prezzo all'ingrosso è sceso sensibilmente rispetto a cinque anni fa,  ma non per questo, come si vede, c'è un vantaggio proporzionale per le tasche della maggioranza delle persone.
Il secondo sistema è la pressione militare, giustificata dal terrorismo, attraverso false prove di complotti incombenti contro il cosiddetto "mondo libero" di cui si sono auto nominati difensori (ad esempio i fasi report di Intelligence per giustificare la guerra in Iraq) e con il destabilizzare i paesi esteri ingerendo  nella loro politica ed economia.

Nella politica economica italiana che ci riguarda più da vicino, abbiamo un esempio eclatante e sconcertante di questa ingerenza: il caso Mattei (1962).
Mattei, fu un brillante self-made man, ingegnere (laurea ad honorem) ex partigiano, direttore dell'E.N.I. (Ente Nazionale Idrocarburi) la cui guida lungimirante stava portando la nazione italiana verso l'autonomia energetica, grazie agli accordi da lui stipulati con i paesi del Magreb. Un uomo estremamente pragmatico, una figura controversa, una volta espresse molto sinceramente la sua etica: "I partiti politici? Sono un taxi, li uso per farmi portare dove voglio, poi ne scendo e pago".
L'obiettivo era svincolarsi dalle "Sette Sorelle" e in questo modo realizzare un libero sviluppo industriale italiano che senza energia era, e rimane inattuabile. Aveva, nonostante i facili giudizi morali, un profondo amore per il suo paese di cui voleva esserne un sostenitore per una ricchezza maggiormente condivisa, quindi per tutti e non per i soliti pochissimi.
Una volta disse ad un giornalista: "Se gli italiani sanno fare le automobili devono saper fare anche la benzina."
Voleva creare vero sviluppo per l'industria e non solo per il terziario. Emancipare l'economia nazionale dalla produzione sostenuta dallo Stato (Fiat e aziende a partecipazione statale)  evitare quello che poi è purtroppo accaduto, cioè confinare l'eccellenza italiana nei prodotti di nicchia, in cui dunque è relegata l'Italia dopo l'opportunità (mancata) del boom economico.
Questo futuro migliore per l'Italia sarebbe stato oltremodo scomodo per l'Europa e per gli Stati Uniti, e fu invece abortito tragicamente con la morte violenta di Mattei, anche se la versione ufficiale fu di un mero incidente aereo. 
Nel 2005 nuove prove furono invece trovate a sostegno della tesi  dell'omicidio, dopo appena quaranta anni.
Le polemiche non si placano dunque a proposito di questo "incidente" e con ragione.
I testimoni riferirono di un'esplosione in volo e non di un'avaria per il maltempo come nelle conclusioni della commissione d'indagine che tralasciò molte piste interessanti, ma scomode.
Venne trascurata la deposizione dei carabinieri a guardia del suo aereo privato in Sicilia da dove partì alla volta di Linate prima del disastro.
Essi  testimoniarono di un misterioso e non giustificato sopralluogo di un ufficiale dell'aeronautica che armeggiò per alcuni minuti in corrispondenza del velivolo. Un ufficiale dell'aviazione che effettivamente era un membro delle forze armate italiane, ma in servizio però dall'altra parte dell'Italia nel momento della sua identificazione sulla pista di decollo e risultato completamente estraneo alla vicenda.
Pare dunque una classica operazione C.I.A. un abile gioco di prestigio ovviamente con il placet dei nostri servizi segreti. Un film visto tanto volte  come nel più recente caso del rapimento dell'Imam della moschea di Milano (condanna in contumacia e che non sarà mai eseguita agli agenti americani identificati e coinvolti insieme agli agenti dei servizi segreti italiani).

Gli esempi di un "patto scellerato" tra C.I.A.  SISDE e SISMI si sprecano, come la presunta collaborazione di Nanni Moretti, subentrato a Renato Curcio a capo delle Brigate Rosse, colluso forse con i servizi americani e con i servizi segreti nazionali. 
Seguendo questa pista non pare dunque un caso che l'abitazione dove fu segregato  dalle Brigate Rosse  e quasi immediatamente liberato dalle forze dell'ordine (unico caso durante quel periodo sovversivo), J. Lee Dozier il generale americano in servizio in Italia rapito dai terroristi era collocato in un palazzo del SISMI (servizio segreto militare).

Divagando in maniera pertinente potrei citare molti casi di cronaca nazionale a sostegno di questa tesi.
Molti fatti nella nostra politica hanno il brand U.S.A. e anche l'indagine "Mani Pulite" l'emblema giudiziario di rinascita morale che portò alla distruzione del Partito Socialista Italiano e del suo segretario Bettino Carxi. Reo di aver impedito con delle "soffiate" provvidenziali almeno un paio di attentati a Gheddafi, e che a Sigonella (1985) fece muro contro agli americani, impedendogli di mettere le mani sui dirottatori della nave Achille Lauro che poi si rifugiarono, guarda caso, proprio in Libia un paese che ha forti legami con l'Italia. 
Appena sei anni dopo i fatti di Sigonella, Craxi venne distrutto politicamente da un'indagine apparsa come per caso e che si sviluppò dopo l'arresto del direttore del Pio Albergo Trivulzio, una figura insignificante sul piano politico e arrestato per il reato di concussione non tanto grave da spaventarlo così tanto da rivelare gli intrecci del finanziamento illecito al partito Socialista. 
Venti anni prima invece lo "scandalo del petrolio" ben più grande non aveva sortito nessuna condanna per il mondo politico, sfiorando solamente ma senza colpire un giovane e semisconosciuto deputato: Giulio Andreotti. I cui giornalisti di allora scrissero che era di fatto la sua "fine politica". Il famoso uomo politico, dopo quaranta azioni giudiziarie a suo carico promosse per i più disparati reati, è morto dopo cinquanta anni di carriera politica nelle più alte cariche dello Stato, qualche anno fa vecchio, forse sereno, ma sicuramente incensurato.

Un'azione giudiziaria quella denominata "Tangentopoli" che investì come un treno principalmente il P.S.I. e D.C. malgrado il comprovato coinvolgimento nel cosiddetto scandalo delle "mazzette" di quasi tutte le forze politiche italiane.
Inspiegabilmente gli altri partiti vennero solamente lambiti da un'indagine che nonostante il suo clamore e i suoi costi  e con diversi suicidi (29) a volte curiosamente opportuni, portò alla condanna definitiva di solo quattro persone.
E' opinione degli stessi magistrati che allora promossero l'azione penale che il grande sconvolgimento sociale e politico favorì invece l'instaurarsi di una maggiore corruzione, di fatto legalizzando il finanziamento ai partiti (prima illecito) ed eludendo i controlli con nuove leggi ad hoc che garantiscono attualmente una percentuale di impunità per corruttori e corrotti più grande.  
In ogni modo il coinvolgimento americano nell'indagine in quei tempi c'è stato, per alcuni soggetti, uno dei magistrati (Colombo) del pool inquirente creduto addirittura un agente C.I.A.. Sicuramente funzionari dell'ambasciata U.S.A. ebbero dei colloqui con questo magistrato della Procura milanese indicato, senza fornire prove però, da un esponente politico italiano come un agente segreto americano. In ogni caso in eventi come questo il reperimento di prove è spesso conferma di un depistaggio piuttosto che verità.

Tornando ai nostri "amici" d'oltre oceano pare evidente che gli Stati Uniti sono un interlocutore a cui non si può dire di no.
E' storia nota e provata che il Mossad e la C.I.A. nel 2000, ostacolarono volutamente e fattivamente il riavvicinamento della Libia all'Italia con un ultimatum al non certo "innocente" Gheddafii detentore (guarda caso) di armi di distruzione di massa.
Un personaggio scomodo il "Colonnello" ma utile se non proprio indispensabile come fornitore al nostro paese di petrolio e di gas.
Un tossicodipendente, assassino, stupratore non peggiore di altri ovviamente che ancora stringono mani e regalano sorrisi alle telecamere durante gli accordi internazionali.

Il problema per gli americani è ora risolto con la sua eliminazione fisica e con la completa destabilizzazione libica.
E' costato solamente quasi mezzo milioni di morti e almeno il doppio di invalidi la "liberazione" di questo paese che resta in balia delle sue insanabili contraddizioni, ma cosa importa: il progresso ha i suoi costi e la democrazia non si può fermare.

La libertà avanza sempre a passo di fanfara su un bel tappeto rosso di morti ammazzati.
Ancora una volta invece, la macchia nera del petrolio si estende sopra tanti, troppi, eventi che ci riguardano.

E' oltremodo "curioso" che gli U.S.A. abbiano basi militari in tutto il mondo, mentre nessun paese ha una base militare sul suolo statunitense. 
Personalmente ho visto molto bene quanto è grande una base militare americana proprio qui in Italia ad Aviano.
E' grande come una città che ospita bombardieri strategici statunitensi con il loro arsenale nucleare, pronti a far detonare il personale concetto di giustizia americano su chiunque abbia un' idea diversa.

La loro strategia militare prevede tra l'altro l'adesione agli interessi e alla difesa di Israele.
Il presunto amico Americano, Israele, effettua anch'esso pressioni sugli Stati Arabi, ma anche inaspettatamente, sugli stessi Stati Uniti.
Grazie sempre ai soliti sistemi, cioè all'economia mondiale manipolata in questo caso da Holding ebree e alla pressione militare dell'esercito con la stella di David, presente nell'area mediorientale, posizionata "strategicamente"  dopo gli accordi di Yalta poi ratificati dalle Nazioni Unite. 
Nel dopoguerra, Inglesi (detentori a quel tempo di un impero coloniale) e americani (fortemente commisti agli interessi delle banche e dei grandi patrimoni ebrei) con il beneplacito di Stalin che molto probabilmente ha avuto qualche cosa in cambio, visto che non era proprio un filo sionista, avevano stabilito in Palestina il posto giusto per la nascita di una nuova nazione ebrea.
Mi domando polemicamente: se la costituzione dello stato di Israele è stato determinato da una sorta di risarcimento per l'olocausto non sarebbe stato ragionevole dargli un pezzo della ex Germania Nazista?
Invece si è preferito lasciare mezza Germania ai Russi per trenta anni e scacciare via i Palestinesi che su quella terra ci vivevano da tremila anni e mettere il seme di una discordia che probabilmente finirà quando finirà la razza umana, anche perché i primitivi territori assegnati sono stati grandemente ampliati con guerre e occupazioni da parte degli ebrei che non si dimostrano migliori dopo aver patito una persecuzione terribile.

Forse molti non sanno che l'arsenale nucleare Israeliano (Israele ha da molti anni l'atomica) non è puntato che in minima parte su obiettivi "islamici" ma diretto principalmente sugli U.S.A. grazie a missili intercontinentali che altrimenti non avrebbero senso nello scacchiere bellico dei suoi nemici potenziali.
Come mai?
Varrebbe la pena di domandarselo.
Pare vero che quando si stringe la mano per un accordo è sempre meglio avere nell'altra mano un sasso per rompere la testa di chi non rispetterà  quel patto.
Pare così ancora più vero che gli interessi economici petroliferi sono fortemente collusi con i conflitti e la politica dei grandi interessi trova posto in un panorama dove la confusione è usata come forma di protezione, rispetto ai veri obiettivi che altrimenti identificherebbero facilmente anche i veri responsabili.

Il panorama mondiale nei prossimi 30/50 anni porterà molto probabilmente ad avere un solo produttore mondiale che potrà vendere il petrolio al prezzo di saldo oppure di boutique, prezzi imposti in maniera arbitraria e discrezionale.
Potrà inoltre, comandare ogni governo senza bisogno di conquistare e comprare tutto quello che vuole e che vale al prezzo di svendita.
Finalmente non ci sarà più bisogno di sparare una sola pallottola né di abbattere un paio di grattaceli per giustificare l'invasione di una nazione, ma non sarà la fine dei conflitti, ma l'inizio di una schiavitù globale.

Una schiavitù economica cominciata da almeno cento anni con la nascita di una civiltà industriale e di un'economia globale gestita dalle borse internazionali. 
Una capillare ingerenza nella vita di ogni individuo che cresce in maniera esponenziale e che continuerà a crescere.
Chi potrebbe essere il fortunato detentore di tale ricchezza e del potere derivante dal petrolio rimasto?
Sicuramente chi alla fine della corsa ha ancora fiato per tagliare il traguardo e prendersi il trofeo.
Un trofeo effimero tanto più perché è un premio  alla scelleratezza.

E' un'ipotesi così bizzarra?
A me pare circostanziata.
Può inoltre suggerire una spiegazione plausibile non solo ai molti fatti di terrore apparentemente incomprensibili non ultimi quelli di Parigi, ma spiegare altri ancora più sorprendenti, come l'inaspettata comparsa di una forza Islamica come l'ISIS di cui nessuno immaginava l'esistenza sino a tre anni fa.

Inspiegabilmente i servizi americani di Intelligence o quelli degli altri paesi non avevano segnalato quella che oggi sembra una realtà politica nata dal nulla.
Non l'hanno segnalata, perché dicono non ne sapevano nulla.
Miliardi di dollari per spiare il mondo (compreso l'Europa con lo scandalo delle intercettazioni alle commissioni europee da parte U.S.A. le cui indagini si sono perse nel silenzio) e nessuno si accorge della nascita di una nazione.
Nessun giornalista aveva intuito che si radunava un esercito nuovo in un paese appena conquistato (Iraq).
Nessun analista politico, militare o economico aveva la minima idea di cosa succedeva in un luogo, a mille miglia di distanza dall'America e dall'Europa, ma anche a ridosso delle caserme militari del contingente di occupazione.
Con una simile apparente miopia mi domando come questi strateghi abbiano potuto vincere la guerra?

Pare credibile che una forza come l'ISIS, politica/religiosa/militare sia praticamente uscita dal niente e oggi controlli un vastissimo territorio, compreso tra Siria e Iraq?
Non un terra qualsiasi, ma una terra ad altissima densità di giacimenti  petroliferi.
Tutto questo a contatto come detto con un esercito di coalizione e di occupazione che invece di intervenire è restato e resta praticamente in aspettativa di quello che accadrà.  Ogni tanto fa un raid aereo, lancia qualche missile insomma fa finta di ostacolare una nuova nazione islamica che guadagna terreno ad ogni settimana.
Gli stessi che ora dondolano indecisi hanno fatto una montagna di morti per buttar giù Saddam che era stato insediato a suo tempo dagli stessi americani e supportato nella guerra Iraq/Iran e adesso stanno praticamente a guardare che questi fanatici religiosi si prendono tutto, ma dico, pare vero?

Alcuni, i soliti pochi, sollevano invece dubbi sulla natura reale del terrorismo.
Il mullah Omar (collaboratore stretto del fu Osama Bin Laden) è stato anche un collaboratore C.I.A. prima della sua "apparente " defezione in favore della conversione alla causa armata  mussulmana.  
E' altrettanto noto che la famiglia Osama faceva affari fiorenti con l'allora Presidente americano George W. Bush fautore della guerra irachena come suo padre prima di lui, presidente in carica nel conflitto Kuwaitiano. 
Tante circostanze che solo un ingenuo può definire coincidenze.
Da ultimo le polemica riguardo all'attacco alle torri gemelle, un polverone  che non si estingue nonostante la fumosa cortina di depistaggi che pare avvolgerle.
Senza ricordare ancora una volta la falsificazione delle prove sulle presunte armi di distruzione di massa di Saddam Hussein che hanno giustificato l'invasione in Iraq e che non sono mai esistite.

Non scusando l'azione violenta, mi viene da pensare che per mettersi un giubbotto esplosivo e farsi saltare in aria, a un essere umano devi proprio farlo  incazzare. Sono convinto che i movimenti eversivi islamici rinuncerebbero volentieri alle bombe artigianali e ai kamikaze, in cambio dei missili balistici e dei droni killer con cui i loro avversari li colpiscono con danni collaterali altrettanto ingenti.
E' ugualmente vero che un terrorista che uccide degli sconosciuti che non gli hanno fatto alcun male e lascia indenni i responsabili di questa politica delirante, non è solo crudele, ma oltremodo stupido.
Quando gli elefanti litigano è sempre l'erba ad essere calpestata, così recita un vecchio proverbio africano, allora è giusto indignarsi per le vittime innocenti.
Ammesso e non concesso che ogni persona che cammina su questo mondo di merda, possa in qualche modo definirsi "innocente".
Ci si giustifica con il fatto che magari non si è parte attiva in quel conflitto mondiale per la spartizione economica, ma è comunque vero che ognuno è connivente con il proprio silenzio con lo "status quo" che lo determina.
Tornando a una visione più pacata dei fatti va considerato che la crescita economica dei paesi islamici coincide con la recrudescenza del terrorismo, quando ragionevolmente dovrebbe essere l'opposto. Infatti crescita economica e fanatismo religiose sono inversamente proporzionali nella storia umana.
Come mai questo paradosso?
La questione religiosa è quindi marginale, per non dire strumentale, quando basta mettersi una mano sul portafoglio  toccare l'unico oggetto sacro che muove quel gran bastardo che è chiamato uomo.

Se vuoi rendere povero un paese dagli un nemico da combattere: è sempre stato così.

Non c'è stato scrupolo nel distruggere una nazione come il Libano che stava nascendo rigogliosa come la "svizzera d'oriente" usando i problemi religiosi, aggravati dall'esodo palestinese determinato proprio dall'espansione di  Israele, per eliminare sul nascere un polo economico pericoloso e concorrenziale ai soliti noti.

La cosa fantastica di questo mondo è che l'umanità non ha memoria, ogni venti anni gli riproponi i soliti trucchi da saltimbanco e ci casca sempre.
Non credo alle teorie cospiratorie nonostante possa sembrare da quello che scrivo. 
E' mia opinione che il reale problema non sia economico, religioso, culturale: il vero problema è la natura umana.
Almeno la natura umana dei leader e quella della moltitudine che li sostiene rendendoli tali, cioè parlo del 99% dell'umanità.
Quindi non è una critica a un paese in particolare o a una religione, voglio ribadirlo con chiarezza.
La mia modesta opinione è che ogni paese non è che una prigione, il cui muro è chiamato confine, ma che non cambia la sostanza dei fatti.

In quanto alle religioni..direi giusto per essere educato che sono solamente delle pubblicità ingannevoli di un prodotto che non esiste.
Mia nonna che si è sposata due volte, mi diceva che la religione è come il matrimonio: belle parole nelle intenzioni che giustificano tanta crudeltà nei fatti.

In conclusione penso che l'opinione pubblica sia come al solito, facilmente e fortemente manovrata per favorire la strategia molto aggressiva dei pochi che, senza il minimo scrupolo,  ci porteranno ad una situazione pericolosissima di oligarchia per non chiamarla con nomi come: dominio, dittatura, colonizzazione, annientamento, sfruttamento che sono già stati usati in passato e sono un po' fuori moda.
Ovviamente questo nuovo futuro ci sarà presentato in maniera opportuna e seducente, perché chi ha il potere sa bene che la mancanza di libertà genera ribellione, ma se è lo stesso popolo a chiedere una restrizione della propria già limitata libertà in nome della sicurezza e del benessere non si realizzerà forse una soluzione perfetta?
Perfetto in termini di strategia, non certamente come valore etico.

"l futuro non è più quello di una volta" diceva Carl Sagan, un futuro amaro aggiungo personalmente che ci toccherà trangugiare. 
Pare sopraggiungere all'orizzonte una tempesta, ma non è così lontana come si crede. 
Questo mostro ci guarderà negli occhi prima di quanto pensiamo.

E' un futuro prossimo venturo che purtroppo riguarderà anche chi è arrivato alla fine della lettura di questo "pippone" di post.

mercoledì 31 dicembre 2014

Road to Myanmar -ultima parte (?)-



Piccoli bungalow di legno, il mio è di fronte  alla spiaggia, sento la risacca mentre mi rado la mattina.
Il ristorante vicino è una piattaforma sopraelevata in legno sotto un tetto di paglia. Mangio con il mare che mi guarda dritto negli occhi.
Nulla da dire, è come una cartolina.
Spiagge di chilometri di sabbia finissima, mare a tre colori che dolcemente degrada nella profondità, alberi di cocco che fanno cornice a questo presepe balneare.
Pochi turisti. Silenzio, aria fresca, belle donne sorridenti che incontro senza cercare.
La felicità non esiste, ma questo è sicuramente un momento che gli assomiglia tantissimo.
Passeggio su questa spiaggia infinita e vedo i ragazzi che aiutano i pescatori a disporre i pesci al sole su una miriade di grandi teli color turchese. Chilometri di pesce, chilometri di turchese.
Le ragazze ridono, e mi sorridono. Sorrisi unici, mai visti di così belli. Sorridono con il cuore prima che con le labbra.
Trovo occasioni per stare in compagnia. 
Forse è merito dell’abbronzatura.
Ogni giorno è diverso nonostante il rituale quasi uguale.
Passo il mio tempo tra pesca subacquea, barbecue su isolette deserte, ristorate la sera, rum con agli amici di notte se non c'è di meglio da fare.
Le stelle grandi come pesche mi guardano e forse mi invidiano.
Ci si incontra la mattina e magari capita di passare la notte insieme.
Volti, diversi, nuovi.
Ogni tanto vado in città che in realtà è un villaggio solamente poco più grade degli altri.
Visito il mercato con la sua gente indaffarata ma che non ha mai fretta.
Lo raggiungo dopo quaranta minuti di autobus, un autobus che in realtà è un camioncino senza sedili, solo panche di legno saldate al pianale di carico.
Non c’è bisogno di fermate o di orari.
Lo aspetti un po', poi lo vedi arrivare, gli fai un segno, ci sali sopra e gli dici dove vuoi andare. Quando è il tuo momento, scendi.
Si viaggia spediti, ma si fa sempre sosta vicino ad un tempio. Tra il rumore gioioso delle campanelle, un ragazzino alto un metro e venti, gira intorno al veicolo e tiene in alto una scodella come un trofeo.
Chi vuole allunga una moneta per il Budda, non c'è bisogno di ringraziare. 
Stretto tra altri, fra le ragazze che vanno a scuola in divisa e infradito, alle signore con i sacchi di riso e le borse colorate della spesa, accanto agli operai che masticano Betel, sono perfettamente a mio agio.
Mentre sono sballottato su questa strada tutta buche, ascolto Beethoven in cuffia e ricambio i sorrisi degli altri passeggeri.
Sono come a casa, anzi qui sono molto più a casa, purtroppo.
Lo so, la contentezza è banale da raccontare. Non c’è pathos, dramma. Non c’è suspense.
Sta in poco posto, ma non è mai piccola.
Posso dire che in quei momenti ho dimenticato chi ero e se non ci fosse stato il passaporto a ricordarmi il mio nome e i miei doveri avrei dimenticato anche loro.
Affascinanti incontri con la bellezza, semplice nell’aspetto, senza fronzoli né complicazioni, ma di un’intensità primitiva che ha in questo il suo valore inestimabile.
Un modo vero di vivere, libero dalla complessità, dai rapporti delle persone complicate nel mondo complicato che ho lasciato alle spalle senza rimpianto.
Non voglio dire di più.
Certamente, ogni cosa è effimera, transitoria, fugace forse priva di un valore assoluto, ma non è questa la natura umana?
Di cosa sono fatto se non d’impermanenza?
Non è più folle insistere nel cercare ad ogni costo un punto fermo quando tutto si muove?
Lascia che sia, dunque.
Così mi parla all'orecchio questa terra.
Se la vita ha il peso di una fiamma, comunque scalda.
Se ogni impeto del cuore è alla fine un “summer love” che male c’è?
In ogni caso sarà comunque autentico in quel momento.
Non saluto nessuno prima di partire.
Quando arriva il mio tempo, parto e basta.
Per me è il modo di non interrompere la connessione con il luogo e le persone che non voglio lasciare, cui voglio bene.
 
Comunque bisogna andare.
Sembra la frase che potrebbe definire la vita.
  
  
 

venerdì 19 dicembre 2014

The road to Myanmar -Parte Terza-


Il controllo doganale mi ha fregato la bottiglia.
Come un bebè cui hanno strappato la grossa mammella della balia, trattengo a stento le lacrime. 
Non è facile elaborare un lutto così inaspettato.  Spero che la Vodka che mi ha lasciato anzi tempo (sottratta vilmente dai gendarmi dell’aeroporto) si reincarni, magari in un’altra bottiglia e m’incontri lungo la strada del Karma. Del buddismo mi basta che funzioni solo questo.
E’ anche vero che: “L’uomo che sa rinunciare a tutto è padrone del mondo”.  Ma questa francescana forza mi appartiene solo a sprazzi.

Rinuncio, quindi obbligatoriamente (ma non virtuosamente) all’alcol e m’immergo ancora di più nel mio viaggio.
Heho dista circa un’ora d’automobile da un paesino con un nome impronunciabile dove c’è il mio hotel/guesthouse.  Un luogo confortevole che mi ospiterà per tre giorni, a ridosso del grande lago Inle. Di fronte alla mia stanza c'è un tappeto di risaie in quadrati contigui e ordianti. 
E’ una casa alloggio quella che mi accoglie ed è gestita da una famiglia di etnia Shan che è la tribù autoctona. 
Nel 2004 questa tribù ha subito da parte della dittatura militare molte persecuzioni per una specie di sollevazione popolare autonomista.  
Omicidi per gli uomini e stupri di massa per le donne, questo è stato il regalo di violenza che l’esercito ha potuto permettersi.  Almeno queste sono le notizie arrivate con i mezzi di comunicazione internazionali, la gente qui non parla di politica.
La zona turistica che visto invece non è stata toccata da questa tragedia, ma nella parte più a nord dove non è permesso andare pare sia accaduto di tutto.
E’ un peccato che un popolo così bello, mite, con un grande senso d’onestà e calore umano debba patire queste difficoltà.
Comincia a costituirsi in me l'idea che più la gente di un luogo è pacifica, maggiore è la probabilità che sia governata da cattivi politici.

La mia esperienza è limitata a poche informazioni frammentarie come la storia dell’eroina locale, il premio Nobel per la Pace Aung San Suu Ki che non si capisce bene cosa faccia effettivamente per il suo popolo, a parte fare qualche discorso. Questa donna è comunque una spina nel fianco per la dittatura, infatti gode non solo del seguito popolare, ma ha anche un alleato molto potente: la superstizione.
Perchè c'è un'antica profezia che annuncia una donna carismatica che condurrà il paese alla prosperità.
Come il corpo umano avvolge un elemento estraneo con un'area inspessita di contenimento, questo leader è stato isolato dalla dittatura nella sua residenza da una sorta di bolla tutt'altro che fragile, perfino adesso che gli sono stati revocati gli arresti domiciliari risulta inavvicinabile.

Il peso della superstizione in questa nazione è dunque notevole. 
Un esempio vale per tutti.
Il gruppo militare dirigente ha tenuto un discorso qualche anno fa, durante una ricorrenza importante, indossando un Longi (gonna) femminile. Il fatto ha lasciato i giornalisti stranieri perplessi, ma in realtà l'establishment stava scongiurando in questo modo la famosa profezia, lo hanno capito tutti, tranne i giornalisti. 
Funziona così  la comunicazione di massa nel paese.
Chi sorride di questo atteggiamento primitivo è bene che ricordi che la nostra politica agisce nel medesimo modo; Usa solamente archetipi diversi.
Per quanto mi riguarda devo chiarire che in Birmania il turismo è confinato solo ad alcune aree, quindi ho visto solo quello che potevo vedere, non certo quello che volevo.
Ci sono diversi motivi perché le cose sono e restano così. 
Una ragione è legata alla geografica fisica del paese, cioè alle impervie vie di comunicazione che scoraggiano chiunque voglia mettersi in viaggio. Molti birmani così non hanno visitato altro posto che il villaggio, dove sono nati.
Poi, c’è la questione politica (Dividi et Impera) giustificata dal fatto che le tribù del Myanmar sono in alcuni casi in contrasto tra loro e parlano perfino lingue diverse.
La religione buddista theravada è un elemento comune aggregante, anche se vi sono piccole enclave di mussulmani che però non sono ben visti.

Vi è anche una motivazione “umanitaria” che è sostenuta apparentemente dalla volontà di preservare il popolo dalla “contaminazione” del consumismo, un popolo che non è ancora completamente corrotto dal benessere ed è rimasto un po’ primitivo. Quest’ultima scelta mi trova d’accordo nelle sue applicazioni protezionistiche, anche se non per le medesime ragioni della giunta militare che a mio modesto parere è interessata principalmente a impedire una richiesta di beni da parte della maggioranza cui non può aderire. Il paese non ha molto da dare in contropartita all’economia mondiale e rischierebbe una tremenda svalutazione economica destabilizzante.
E’ mia opinione che noi, i turisti, i figli illegittimi del benessere, portiamo comunque la peste a ogni popolo che ha ancora un barlume di umanità e che vive ancora in contatto con la natura circostante.
Bisogna essere onesti e dirlo senza vergogna.

Personalmente, limito l’impatto socio-ambientale cercando di vivere come le persone che incontro, mangio, mi vesto e mi muovo come loro, spendo senza scialacquare perché la ricchezza offende il povero, anche quella raggiunta onestamente (ammesso che sia possibile) ma non tutti adottano il mio criterio.
In generale il cosiddetto “occidente” cerca di vendere oggetti e stili di vita a società cui questi modelli non appartengono. La scusa è sempre la stessa: la condivisione e lo sviluppo, quando non si parla addirittura di progresso. La cruda realtà è che l’economia globale è in mano a una decina di lobby che cercano sempre nuovi mercati e altre persone da sfruttare, per mettere le mani in tasca a ogni essere umano che cammina su questo porco mondo.
In definitiva anche una buona parte d’oriente ha quest’atteggiamento prevaricatore come ad esempio la Cina e l’India, infatti, non è un problema di latitudine ma di mentalità, una mentalità predatoria ormai largamente condivisa.
Si seducono dunque le popolazioni che vivono con poco. Gli si offrono tanti oggetti che non sapevano neanche di desiderare, ma non gli si dice che li pagheranno a caro prezzo con il loro tempo e non solo con il denaro; Soprattutto con la perdita della loro umanità, in altre parole con il progressivo atrofizzarsi di quella parte autentica, originaria forse migliore che spinge gli esseri umani a vivere in armonia l’uno con l’altro, e protendere verso il reciproco aiuto quando le risorse sono scarse.
Il comportamento sociale è espressione macroscopica della vita interiorie del singolo.
Infatti, appena un essere umano ha qualche dote rischia l'eventualità, tuttaltro che remota, di diventare arrogante.
Posso dirlo con certezza, perchè modestamente di qualità ne ho  centinaia.

"Si sta meglio quando si sta peggio", diceva mia nonna, perché appena l’Uomo diviene un po’ ricco, appena ha più di quanto gli necessita, pensa di non aver più bisogno di nessuno. 
Questo "uomo del benessere" si ritroverà così pieno di oggetti, ma deserticamente solo,. L'unica compagnia che gli rimarrà sarà la sua vanità.
Il percorso, o meglio la discesa, è purtroppo irreversibile; Così, una volta persa l’innocenza non è più possibile recuperarla.
Sono contento che ho fatto in tempo a vedere una società diversa, prima che si estingua o più esattamente si omologhi a quell’inferno di follia in cui viviamo ormai tutti.
Avevo perso ogni speranza di incontrare uomini e donne ancora umani e invece la vita mi ha stupito ancora una volta.

Appena credo di aver ragione, grazie al mio intelletto, mi sorprendo a darmi torto grazie all’esperienza.
Bene, considerazione politico-filosofiche a parte ecco che cosa ho combinato.
Il primo giorno mi sono avventurato in bicicletta macinando chilometri come Pantani per godermi il periplo del Lago, poi stremato sono tornato indietro con una barca di pescatori che mi hanno caricato (dietro un irrisorio compenso) insieme alla mia bici.

Ho mangiato in ogni ristorante come un orso al suo risveglio dal letargo, gustando ogni genere di piatto che è sempre stato un paradiso per il palato.
Ho incontrato una bella e utile amicizia nella persona della gestrice di un’agenzia di viaggi,-ristorante,-servizio di noleggio auto-moto-bici; Ovviamente tutto nel medesimo negozio/abitazione, infatti, si usa diversificare le attività produttive in Myanmar cioè ci si arrangia.
Ho gironzolato in barca in ogni dove.
Ho sguazzato nelle terme a cielo aperto.
Ho visto i villaggi di palafitte, i mercati galleggianti, ho incontrato un vero bufalo, grande come una station wagon per strada la sera, mentre passeggiavo e a momenti mi è venuto un colpo.
Ho apprezzo il trekking, inerpicandomi sulle colline tra una vegetazione bassa e intricatissima, poi ho fatto amicizia con la mia guida e passato il resto della giornata a casa sua come ospite, gustandomi la cucina e la vita domestica birmana.
Sono salito, percorrendo 666 scalini di pietra altissimi, sopra il monte Popa, dove in cima c’è un monastero abitato dalle scimmie.  
Ho tampinato ogni genere di femmina maggiorenne, locale o turista che fosse di aspetto gradevole in un rigurgito testoroideo, riscuotendo qualche inaspettato e immeritato  successo che hanno compensato qualche simpatico (e meritatissimo) vaffanculo. Ne ho fatte di cotte e di crude.

La mia energia è grande ma non inesauribile.
Sono così arrivato al fondo della mia voglia di esploratore.
Dei templi ne ho abbastanza lo spirito è pago ora tocca alla materialità.
Voglio il mare, voglio il tempo del dolce far niente. E’ giunto il momento di andare verso l’ultima destinazione: il Golfo del Bengala.
Lì incontrerò le più belle spiagge del sud est asiatico.
Prenoto l’ennesimo volo interno per Ngapali, la località marittima più bella della Birmania.
Sono pronto per la vacanza nella sua accezione più classica e banale. Chiedo scusa alla mia voglia di avventura ma ho bisogno di questo.

Senza saperlo vado incontro al sogno, quello più bello: quello che si fa quando non si dorme.

 

lunedì 15 dicembre 2014

The Road to Myanmar -Parte seconda-


Certo che è proprio bello.
L’albergo, lo avevo scelto un po’ per caso in un’internet caffè di Yangon, ed ho avuto una buona intuizione.
Stradine in acciottolato che collegano piccoli bungalow di legno in teach, statue e muretti disposti con gusto, giardini e piccole vasche con fiori di loto e anche una piscina hollywoodiana. Mi sembra di stare nella villa del grande Gatzby.
Spendo circa 42 USD il giorno, e questo è perfettamente in linea con la condizione diffusa in tutta la Birmania, cioè i prezzi sono completamente arbitrari.
Non vi è correlazione tra costo e servizio, è tutto lasciato alla libera iniziativa per non dire a una sorta di gioioso caos.
Ma la fortuna è amica mia. 

Sono in un resort quasi di lusso e spendo come in una pensione familiare monostella sull’adriatico.
Dopo un tuffo in piscina, uno sguardo un po’ più lungo del dovuto alle belle turiste che prendono il sole, cortesemente ricambiato, sono pronto per partire alla ventura.
Monto in groppa a una bici elettrica, una sorta di motorino senza propulsione a scoppio e vado.

Dove? Non lo so. Ho anche il tempo di riflettere sui commenti che giudicano Myanmar arretrato, forse lo è, ma in linea con la più moderna tendenza ecologista, almeno in quest’occasione.
Il sole morde, ma l’umidità è nella norma grazie ad un vento fresco e così sfreccio con questa brezza; Come fossi una barca a vela.  
Percorro la strada che da Bagan nuova va a Bagan vecchia, circa una decina di chilometri su una strada asfaltata come capita ma, stupore-stupore, tutto intorno c’è una vegetazione bassa color smeraldo punteggiata da centinaia di templi antichi.

Come faccio a spiegarmi?
Ecco, se dovessi dirlo in sintesi in quel momento, mi sono sentito giovane, mi pareva di avere diciotto anni, nessun pensiero, nessuna preoccupazione, mentre guardavo il mondo con un mix di meraviglia e leggerezza insieme.
Non ho idea come abbia potuto verificarsi questo “ringiovanimento”, ma ho avuto una regressione adolescenziale. 
Forse un po’ del merito è nel viaggiare per conto proprio, è strepitoso. Puoi farti i cazzi tuoi, quando vuoi e come vuoi.

Nessuno mi conosce, nessuno mi cerca, non mi squilla il cellulare; Quelli della Vodafone non mi raggiungono, il loro scopo è implementarmi a tutti i costi l’ADSL, magari direttamente nel culo per essere sempre connesso. 
Connesso a che cosa?
Ora sono connesso! Sono connesso alla Natura, alla gente, al cibo, allo spettacolo del lavoro dell’uomo che è riuscito a sopravvivere al tempo.
I templi e gli Stupa sono magnifici, soprattutto perché sono disseminati in mezzo a stradine sterrate e comunicanti.
Gironzolo senza meta e incontro la bellezza, così per caso.
Là c’è un Budda dentro una grotta, in fondo a quelle sterpaglie una sorta di piramide azteca, ci salgo in cima, poi entro nei grandi templi.
Il tempio di Ananda è maestoso con quattro statue d’oro poste ai punti cardinali alte tre piani.

Sotto un albero mi bevo una Shark (una bevanda energetica locale, il cui nome rimanda allo squalo, noto pesce insonne).
Mi sento completamente “birmanizzato”.
E’ tutto magnifico, perfetto quasi irreale.
Ah che figata! Penso e infatti…si scarica la batteria del mio velocipede di fabbricazione cinese. Bastardi, sempre a risparmiare sulla qualità questi cinesi.
Provvidenzialmente si ferma un ragazzo del posto che mi vede in difficoltà. Sono sperduto sotto la canicola sulla strada per chi sa dove ma non mi sento perso.
Il mio sammaritano telefona al gestore del servizio bici che in dieci minuti arriva, non so proprio come sia riuscito a trovarmi ma sostituisce la batteria in un secondo. Sevizio impeccabile. 
Riprendo il mio instancabile gironzolare sino a sera.
Per quattro giorni scorrazzo in lungo e in largo.

Un giorno di questi prendo una barca a noleggio e mi godo il tramonto nella baia.
Poi un'altro giorno con una nave di linea “The Road to Mandalay” un nome preso a prestito dal noto libro di Kipling cui faccio un libero riferimento al titolo del mio racconto, visito Mandalay appunto.
Passeggio sul ponte di legno più lungo del mondo e visito, dove ha abitato il grande George Orwell nel suo soggiorno in Birmania come commissario di polizia.
L’ultimo giorno a Bagan riesco a bucare lo pneumatico della mia e-bike prontamente poi riparato.

Con il cuore gonfio come la ruota appena sitemata mi godo l’ultimo tramonto tra i templi arrossati dal sole calante. La mente si spegne in questa situazione surreale e mi scopro libero, almeno per un attimo.
La nuova destinazione è già pronta per il giorno dopo. Heho Airoport per visitare il lago Inle.
Mentre aspetto il volo interno in un aeroporto grande come un asilo nido e colgo la chiamata della partenza grazie a un inserviente che mi passa davanti con un semplice numero scritto con il gesso su una lavagna, comprendo che basta poco perché le cose funzionino comunque.
Emozioni coloratissime pigmentano i miei ricordi recenti con l'eco di alcune avventure che non nomino per discrezione.
Saluto Bagan, dall’alto del cielo e sono così sereno che non mi disturba nemmeno la coppia di francesi rompicazzo con due bimbi indemoniati al seguito.

Beh! Se cadiamo almeno, avrò un po’ di silenzio, penso e un sorriso mi esce dall’oblò e rimbalza sulle nuvole.
Strizzo l’occhio al Destino che ha deciso di regalarmi questi momenti e mi addormento sereno come un bimbo. Senza un rimorso, senza un pentimento, perfino senza un rimpianto. 
Per me, in questo istante magico il tempo non passa, arriva.

 

lunedì 24 novembre 2014

The Road to Myanmar


Parte prima

Di solito faccio così. Lavoro sodo per due o tre anni, metto da parte un po’ di soldi, poi mollo tutto per un mese e vivo come capita in un posto diverso.
Questa volta la mia destinazione è la Birmania, o come si dice adesso la Repubblica di Myanmar.  Un viaggio non solo nello spazio ma anche nel tempo, infatti si dice che è un paese arretrato.

Se voglio andare lontano devo così affrontare un lungo viaggio.
Personalmente più mi allontano dalle mie abitudini e dai posti che conosco più cose mi lascio indietro, ed è questo il senso del mio viaggio.
Stavolta parto anche da solo.
Generalmente preferisco la compagnia degli amici, pur odiando gli inevitabili compromessi nel viaggiare con altri, comprese quell’esigenze dovute al confronto con il carattere e le abitudini delle persone, perfino con le abitudini delle persone cui voglio bene; Mi adatto, e spesso non lo includo nella lista delle cose troppo sbagliate.
Amo dunque incondizionatamente l’umanità composta dalle persone a me prossime? Non proprio, forse è meglio dire che ne sono attratto fortemente, nonostante il mio sia un sentimento contraddittorio, diciamo che è un amore mal corrisposto.
Avevo, in un impeto condivisorio, proposto ad alcuni amici il mio itinerario ma avevano tutti dei buoni motivi per non sostenerlo.

E’ lontano, ci sono le malattie, la malaria, la febbre Denge, la gonorrea perniciosa, l’unghia incarnita asiatica e così via. E poi, non so cosa troverò, perderò i miei clienti se parto con te adesso.
Insomma, tutte quelle buone ragioni che ti fanno sentire quel formicolio nello stomaco e che chiamiamo prudenza, coscienza, quando in realtà è solo paura dell’ignoto.
In definitiva era un viaggio che volevo fare da solo, ma non lo ammettevo a me stesso, quindi non mi è dispiaciuto il loro cortese diniego.  
Credo che fosse mia intenzione, forse inconsciamente fare un tratto in solitaria  lungo quella strada iniziata molto tempo fa per vedere il mondo, e vedere me stesso in modo diverso facendo esperienza di quel mondo.

Parto dunque solo, senza nessuna garanzia, ho un itinerario ideale nella mia mente e nient’altro, a quale scopo questa sorta di mini avventura?
Vedere se ho ancora le palle per vivere arrangiandomi, se mi merito l’esistenza nella sua dimensione meno addomesticata e così magari incontrare la bellezza se la saprò cogliere. 
Non che sia un vero viaggio da esploratore, nulla d’impossibile o veramente pericoloso, ma già essere fuori dagli schemi, senza ausili di agenzie, guide o intermediari è un passo avanti verso un’emancipazione dallo scontato, almeno per me che da qualche anno mi ero ammansito un po’ troppo.
Ho solo il biglietto intercontinentale prenotato.
Poi, sarà tutto in mano alla mia capacità di sopravvivenza, alla fantasia, all’organizzazione personale e ovviamente a ciò che domina la vita: la fortuna. 
Libertà estrema? No, non è proprio così, ma almeno ci vado vicino, perché è nelle nuove esperienze che colgo l’espressione più bella del mio spirito.

La mia prima tappa è una sosta intermedia: Hong Kong. 
La televisione avvisa che è in fermento per questioni politiche.
Nella realtà la vita scorre nel consueto tran-tran proprio della grande isola d’oriente. 
I mezzi di informazione lanciano proclami terrificanti e immagini di scontri in piazza, io vedo solo gente che placidamente si reca al lavoro e mangia agli angoli delle strade.
Le ipotesi attendibili sono solo due; O la televisione dice solo minchiate, oppure sono finito in un universo parallelo, è l'unica spiegazione che riesco a darmi.
Ci sono naturalmente tanti cinesi, ma sai che novità! Nella mia città ve ne sono altrettanti, solo che qui i caucasici sono pochi e sono guardati a volte con curiosità; In particolare le signorine cinesi guardano i maschi bianchi di aspetto non proprio da buttare in maniera un po' sfrontata.
Diciamo che ho colto una certa attenzione da parte delle donne del posto. Non ho tempo per approfondire quest’argomento, interessantissimo e gratificante, perché voglio raggiungere la mia destinazione prima possibile.

Sono così a Yangon (ex Rangon) nel cuore della notte.
Zaino in spalla con il suo contenuto minimale ma comunque pesante: due jeans (uno dei quali indossato) un solo paio di scarpe Adidas ai piedi, tre magliette, costume da bagno e articoli da toilette, giacca a vento super compatta e un pile tecnico, poi gli immancabili infradito. Una cartuccera di condom per i momenti romantici se mai capiteranno messi in una tasca a pronta estrazione nello zaino… Il resto non mi serve, anzi non lo voglio.

Appena uscito dall’aeroporto, dopo le lunghissime pratiche d’immigrazione e superato il vallo di una polizia gentile ma severa, faccio subito amicizia con un tassista nella piazza antistante, mentre ci fumiamo una sigaretta contrattiamo sul prezzo della corsa e evito di farmi fregare per andare in città, forse mi guadagno la sua simpatia, perfino un po’ di rispetto non facendo la figura del solito turista babbione.
Durante il tragitto in automobile che mi porta a Yangon Downtown, faccio prima una sosta per mangiare assieme al mio chauffeur. Nel cuore della notte, in un posticino alla buona, ma sempre aperto. Dopo una cena fantastica (la cucina Birmana è grandiosa) mi accompagna in un albergo a buon mercato, ma dotato di aria condizionata che è un lusso cui non voglio rinunciare, visto l’umidità notevole della città. 
Spendo circa dieci dollari per il taxi (circa trentacinque minuti di viaggio), più cinque per la cena, mentre il mio hotel costa 35 dollari U.S.A. al giorno. Tutto sommato un buon affare.
La stanza è un po’ spoglia nel suo arredamento anni settanta, ma è l’ultima cosa che m’interessa.
Voglio una doccia che desidero come un templare il Santo Graal, e voglio liberarmi del bagaglio che vivo come un giogo e una zavorra.

Vorrei anche dormire e sarebbe ragionevole farlo dopo venti ore di viaggio, di cui quindici di aereo, ma è inutile.
Ogni volta che vado a oriente è la stessa canzone, per tre o quattro giorni soffro il jet- lag.
Forse è l’adrenalina, forse ho un bioritmo che non vuole cambiare, in ogni caso sono sveglio come un grillo nel grande letto che mi accoglie generoso ma senza regalarmi il sonno.
Così approfitto della difficoltà per farne un’occasione, mi alzo e vado in esplorazione, tanto non ho sonno e non dormirò per altri due giorni, ma non lo so ancora.
Vedo gente che passeggia di notte sopra i marciapiedi alti un metro (per via delle piogge monsoniche) mastico Betel, una sorta di “smart drug” locale ma legale, che da un certo vigore anche se è leggermente cancerogena, ma in fondo cosa non lo è ai giorni nostri?
Ascolto musica dal mio mp3 e intanto capito per caso in un tempio buddista con le guglie dorate sempre aperto. Poi sul far del giorno i mercatini, la gente che incontro che mi guarda e mi sorride, sono l’unico bianco in un mondo con gli occhi a mandorla. 

Provo una sensazione d’incredibile libertà interiore che mi sopraffà e mi accompagnerà come un amico fidato per tutto il tempo che rimarrò in questa meravigliosa nazione.
Nei giorni successivi vedo quasi tutto di questa caotica città.
Le mete solite e più importanti (Swedangon Paya) i vari templi sparsi, il museo nazionale, il Buddha sdraiato lungo 64 metri, ma anche le cose semplici incontrate per caso che sono sempre le più belle e speciali.
Due parole per Swedangon, un'opera grandiosa dell VI secolo che toglie il fiato. Le guglie degli Stupa sono d'oro con oltre 7.000 pietre preziose, in cima alla più alta (circa 98 metri) c'è un enorme diamante che cambia colore a secondo della posizione dello spettatore.
Gustarsi il crepuscolo in un simile contesto mi avvicina a una spiritualità profonda che le parole sono inadeguate a esprimere.
Ci sono così momenti in cui il corpo diventa un respiro e il respiro si confonde con il vento.
La sensazione che pian piano mi entra dentro è di familiarità con questo posto e con il suo popolo che trovo semplice, quasi primitivo, umanamente vero.
Quasi tutti emanano un calore che non trovo facilmente in Italia, da noi in città le persone sono sempre più macchine e meno esseri viventi.  Il gelo che hanno dentro ferisce come ghiaccio affilato la pelle di un cuore sensibile o almeno di chi è ancora normale, umano direi.
Dunque non mi sento solo in mezzo a questa gente ed è una vera sorpresa per me.

Curo il jet lag con un personalissimo metodo, una medicina che mi sono  prescritto. Sono la cavia di me stesso.  Red Bull di giorno per non cedere al sonno improvviso che arriva inaspettato e Vodka Absolut (comprata a Hong Kong) la sera per dormire. Sembra un buon piano, ma inutile.  
Di giorno sono schizzato come un broker di Piazza Affari e di notte sono un insonne ubriacone ciondolante.
Faccio amicizia con un sacco di ragazzi e ragazze del posto e anche qualche turista simpatico, con tutti questi nuovi amici  trascorro i pochi giorni dedicati alla capitale in una bella atmosfera accogliente.
Poi, inaspettatamente un piccolo trauma mi riconnette a un bioritmo normale e mi cura da questa patologia che rischiava di rovinarmi la vacanza e la salute.
E’ proprio il giorno della partenza per Bagan o meglio la mattina che dovrei prendere l’aereo alle 6.30 con un volo interno. Accade in questo contesto la mia guarigione.
Avrei potuto preferire il più pittoresco tragitto in chiatta lungo il fiume (13 ore) oppure l’autobus (15 ore) ma le strade sono generalmente dissestate e quando sono disponibili, hanno tempi biblici di percorrenza. Queste considerazioni mi fanno decidere per la soluzione più semplice: un volo interno (circa 110 USD).
Completamente scombussolato, sono convinto di avere ancora un giorno davanti a me e invece ecco che apprendo con stupore di aver regolato male il calendario sul mio cellulare (scambiando la mezzanotte con il mezzogiorno). Un cellulare inservibile come telefono ma che uso come sveglia e come macchina fotografica.
Realizzo questa illuminazione nella nebbia della mia cura notturna.
Il mio disorientamento cognitivo è dunque all'apice mentre sonnecchio quando suona il telefono in stanza. E’ la reception che mi rivela, quanto sono coglione e che devo partire, proprio quando finalmente mi ero addormentato da un’ora.
Apprendo inoltre di non essere il solo rincitrullito a Yangon, mi fa compagnia il personale dell’hotel, infatti, si erano dimenticati di me e mi hanno svegliato alle 5.15.

Evidentemente quegli "storditi" si sono semplicemente dimenticati di chiamarmi con un ragionevole anticipo, nonostante glielo avessi raccomandato, anzi li avevo scongiurati con preghiere in latino e in tutte le lingue conosciute, perché mi piace fare le cose con calma. 
Passo invece dall’ottundimento ameboide di un sonno ipnotico e fumosamente alcolico a un’efficienza paramilitare da marines sotto attacco vietcong in meno di tre minuti.
L’adrenalina è veramente una grande invenzione.
E’ come tuffarsi nella Taiga ghiacciata dopo una sauna all’inferno.
Tre “rincoglionitissimi” facchini dell’hotel mi aiutano raccattando ogni cosa che ho disperso come Pollicino nella mia stanza, e poi saltano sullo zaino come fosse un tappeto elastico, pare intatti che la mia borsa si è ristretta sotto effetto del clima o di chissà quale maledizione equatoriale. La scena sarebbe comica se però capitasse ad un altro.
Alle 5.40 uno stralunato essere umano che mi assomiglia esce dall'hotel ed entra in un taxi materializzatosi provvidenzialmente davanti all'hotel.
In realtà non è un vero taxi ma l’ogiva di un razzo Sputnik, il cui conducente o per meglio dire, il cui cosmonauta viaggia a non meno di mack 3 con accelerazioni di 3G, infischiandosene di qualunque segnale di prudenza posto agli incroci;  I semafori per questo kamikaze in cerca della morte sono solamente decorazioni luminose che punteggiano una pista di decollo. 

La strada è tutto una buca, e nel chiarore di un’alba magnifica realizzo che essa sarà l’ultima che vedrò nella mia vita. 
Non è male come ultimo sguardo al mondo, penso.
Scorre sotto di me velocissimo l'asfalto come un tapis roulant cui hanno applicato per errore il motore di una Porsche 911.

Nonostante i pronostici negativi ho una certa fiducia (ingiustificata) nel collaudatore di questo prototipo di Shuttle travestito da taxi, anche se mi sembra invitabile che ci schianteremo. 
Mi raggiunge una rassegnazione che mi ricorda la sensazione che provo ogni volta che faccio la dichiarazione dei redditi.
Ingollo le ultime due Red Bull rimaste che rotolano sul pianale dell'auto come barili nella stiva di un Brigantino colto dalla tempesta. Spero mi diano il coraggio di guardare la morte in faccia con un minimo di dignità, ma ogni nobiltà e decoro è rimasto nella mia ex stanza d'albergo.
Considero filosoficamente la mia posizione umana nell'universo tutto in un contesto tanto strano, mentre sono sballottato come in una centrifuga di una lavatrice.  Realizzo tra un saltello e l'altro che almeno sono in sincrono con questo samba automobilistico.
Miracolosamente invece arrivo in aeroporto alle 6.15, in tempo per il check in che dura solo alcuni minuti.
Non ho la minima idea di come ho fatto, lo giuro contemporaneamente sulla timurti indiana e sul manuale delle giovani marmotte, ma sono sul volo giusto.
Destinazione Bagan, dove troverò il più importante sito archeologico e monumentale birmano.
Confesso però che in quel momento non me ne frega un cazzo.

Mi addormento come un naufrago sulla spiaggia, esausto.
Il seggiolino/poltrona dell’aereo mi pare una nursery accogliente e vorrei solo evaporare.
Dopo un’ora e mezza di sonno ristoratore, atterriamo.
Lo stidire degli pneumatici mi fa da sveglia.  
Scendo da quest’aereo a elica che sfida le leggi aeronautiche ma anche quelle del buon senso, e attraverso questo aeroporto playmobil che pare costurito per il doposcuola.

Sono inaspettatamente sobrio, attento, pieno di energia e mi sorprende alle spalle la felicità.

 

domenica 23 novembre 2014

La Mutua nascosta


Zenit, con passo sicuro ma leggermente sinusoide entrò: Buongiorno, dottore.
Ah! Signor Z è molto che non ci vediamo.

Dunque, dunque, disse il medico ticchettando sui tasti del computer. Pareva Liberace al pianoforte mancava solo il candelabro sulla scrivania.
Ecco, sono due anni dall’impianto della sua protesi,  nel calcagno?  Adamantio? Giusto?

Corretto, rispose Z;  E una volta sedutosi cominciò ad accarezzarsi con nostalgia il grande piede destro.
Qual è il problema?

Il mio testicolo, è ingrossato.  Vorrei mi vitasse.
L’ha già fatto vedere a qualcuno?

Agli amici, a tutti gli amici, lo mostro durante le conversazioni. Condivido ogni angoscia conn loro; Ai più stretti li invito anche ad odorare la parte, ma generalmente ne ricevo un cortese diniego. Chissà poi perché?
Certo è strano, ma non dimeno è interessante, commentò meditabondo il clinico, bussando con i polpastrelli la propria calvizie incipiente.

Si spogli.
….

Ah! esclamò il dottore con un leggero sovracuto. Poi si diresse verso la porta.

Meglio chiudere…a chiave. Parlò a bassa voce con un sorrisino un po’ così.
Umpf! sbuffò Z di rimando,  mentre con le braghe alle caviglie proiettava un’ombra anomala nello studio medico.

Spengo anche  la luce, e così dicendo l'uomo in camice lo fissò e aggiunse un’espressione incredula alla voce rotta da una strana intonazione.
Bah! Esclamò ancora il nostro eroe annoiato.

Poi, il discepolo di Ippocrate si prostrò come un penitente per visitarlo. Una visita forse fin troppo ravvicinata.
I testicoli sono a posto, disse roteandoli come biglie antistress, quelle cinesi di  metallo. Ma il resto è fuori norma…

Emmmm! Disse Z aduso allo stupore che suscitava con la sua grande personalità.
Ratto il “dutur della mutua” azionò il telecomando. Dallo stereo ne uscì una canzoncina, tipo quella degli ascensori; Burt Bacharach: The look of Love, forse.
Poi si tolse il camice con un solo movimento, grazie alla chiusura in velcro, e  lo lanciò via, mostrando un completino aderente in puro lattex nero punteggiato da  borchie random, probabilmente non in dotazione all’ASL.

Non poteva però immaginare, il grandissimo figlio di Ippocrate che Z aveva anche un altro dono, una rapidità sovrumana, merito  della sua elasticità articolare gattopardesca.
In due secondi fu fuori, e in meno di tre in strada.

Il mondo era ancora lì, intonso, come il suo didietro.