venerdì 4 maggio 2018

Se incontri un Buddha prima di ucciderlo offrigli una birra.



L'esaltazione dell'infanzia da parte di molti è per me incomprensibile, perché è di fatto il periodo della sottomissione, della sudditanza alla famiglia, alla scuola ai cosiddetti "grandi", grandi però solo nelle dimensioni.

E' quando diveniamo adulti se mai lo diveniamo, cioè con la maturità che ne consegue, invece il periodo che ci permette di affrontare la vita senza illusioni. Di cercare tra molte fatiche la nostra individualità, al di là dei facili modelli che ci impone questa società ipocrita, almeno in prima istanza e una volta costituita questa "individualità" trascenderla.
E' per me di valore andare verso una conoscenza di "cosa sono" e all'affermazione di questo "qualcosa" per trovare un mondo di vivere più vero, non certo più felice, ma sicuramente più autentico. E' l'unica ricerca che abbia senso nel vivere. 

Una fatica che spesso mi toglie il sorriso, ma mi regala uno sguardo diverso sul mondo, sugli altri e su me stesso. Riducendo un po' la mia granitica presunzione e accrescendo il mio senso di responsabilità personale, soprattutto facendomi più spesso domandare: perché? A volte persino: Quello che faccio mi rappresenta? 

Aprendo il mio cuore a un senso di umanità più profondo, senza sentimentalismi sdolcinati ma intensamente miei.


Una volta Sheldon Kopp ha scritto: "Non saremo mai al di là dell’errore. Nulla di importante rimane risolto una volta per sempre, finalmente e per l’eternità".
Siamo come tanti piccoli Kafka, che cercano disperatamente di comprendere le regole del gioco, perché tutto possa risolversi: il dolore, la confusione, i dubbi, la solitudine, la mancanza di senso dell'esistenza, la morte.

La vita è proprio ciò che sembra? Un fardello mutevole, ambiguo, effimero, misto? 
Ognuno deve trovare la verità procedendo lungo un sentiero solitario. 

L’universo è casuale, non guidato da leggi logiche, almeno non dalla logica umana e neppure dalla sua morale, il senso profondo del Tutto se mai esiste, ci sfugge.

Vedere questo fa paura, perché ogni nuova luce spaventa come il buio.


Andare oltre le paure è l'unico modo di andare, non c'è diverso modo di procedere per trovare la propria verità, e per fare questo ci vuole coraggio; Certamente è difficile, molto difficile, ma non ci sono alternative, perché: nulla sostituisce il coraggio.

venerdì 27 aprile 2018

Free Jazz emani



"La rinuncia all'opposizione violenta è, molto semplicemente, la legge dell’amore depurata da sofismi. L’amore, ovvero l’aspirazione dell’anima dell’uomo alla comunione con le altre anime, e la mansuetudine reciproca che ne deriva, è la più elevata, la sola legge della vita". (Lev Tolstoj)

E' interessante questo stralcio di una lettera che il grande scrittore indirizzò a Gandhi. Il tema sotteso è il sacrificio, perché non opporsi alla violenza del mondo, implica necessariamente una più grande sofferenza, in nome però di un'Etica rivoluzionaria.

Spesso mi sono domandato il senso del sacrificio nella meditazione di Gesù nel campo del Getsemani (in aramaico, frantoio).

Un evento narrato nel Vangelo cui spesso ho dedicato il mio tempo pur non essendo un uomo religioso, almeno non in questa vita.

Sono giunto alla considerazione che i fatti descritti nella narrazione di Matteo siano il culmine della grandezza umana, nella persona di Cristo che obbediente al cuore, accetta su di se le colpe commesse da altri, da tutti per l'esattezza e da innocente le patisce.

Nella Sua dimensione universale non c'è alcuna differenza tra il buono e il malvagio, tra l'empio e l'innocente. Ancora di più: Egli soffre come uomo perseguitato dalla giustizia degli uomini, ingiustamente.

Nonostante la sua estraneità al male, accetta su di se la colpa degli altri. Accetta un tale pesante fardello, non in nome di una bontà astratta, ma più semplicemente perché riconosce la comunione di tutti e di ciascuno. In Lui non c'è più divisione tra uno e tutti.

E' un atto di straordinario coraggio e forza che Egli esprime con grande umiltà, anzi con grande umanità e lo si comprende quando dice: “Se questo calice non può passare davanti a me senza che io non lo beva, allora sia fatta la Tua volontà, non la mia”.

Una decisione al di là dalla logica umana che invece identifica la Giustizia con la responsabilità personale, e il peso della condanna commisurato alla colpa.

Gesù, pare abbia detto a proposito di quella notte spaventosa: "Ero la Luce e non vedevo che tenebre; ero il Fuoco e non sentivo che gelo; ero l'Amore e non sentivo che il disamore; ero il Bene e non sentivo che il male".


Che notte terribile fu quella! In quel podere sul monte degli Ulivi però si realizzò qualcosa di straordinario.

Credo che solo attraverso una tal esperienza, un tale slancio, una tale sofferenza, un uomo possa forse avere in regalo un'anima.

giovedì 19 aprile 2018

Medusalemme




Oggi, sul far del giorno, ancora nel dormiveglia, mi è tornato in mente un libro che mi fu regalato diciassette anni fa da una donna, me lo diede poco prima di morire.
Lo conservo nella libreria in sala, un po' in disparte rispetto agli altri volumi; Nella prima pagina c'è una dedica in cui quella ragazza mi confidava il suo amore, la chiamo ragazza nonostante all'ora avesse quasi 90 anni; D'altronde i sentimenti non conoscono il Tempo, e questo insegnamento fu il suo vero regalo, perché compresi che un cuore resta giovane solo finché sa donare.

Riflettevo così su questo libro ricevuto, scritto da Sandor Marai, il titolo è: "Le braci".
Un'opera molto interessante non solo per lo svolgersi quasi immobile del racconto, ma per i suoi contenuti nascosti, sotto "le braci" direi.
E' in concreto un monologo, dove due uomini, dopo trent'anni si rincontrano. Mentre un personaggio non si è mai mosso da casa e monopolizza la storia, l'altro ha viaggiato per quasi tutto il mondo ma non proferisce parola se non una frase alla fine del racconto.
Tutto si svolge (ma non si risolve) in un'unica notte di confronto tra i due che una volta furono amici.
Su entrambi grava un'ombra, un orribile sospetto che attanaglia però solo l'uomo che nel libro è protagonista ma è anche una voce narrante nel medesimo tempo, e questo dona alle sue parole un più profondo significato.

Il libro è in sostanza un turbinio di domande, ragionamenti, tesi e confutazioni detti a voce alta oppure pensati da questo interprete del tormento.
C'è la grande abilità narrativa dello scrittore che sostiene la storia, mantenendo una tensione parossistica senza mai annoiare. Estende questa "attesa" fino allo spasmo, così la sospensione di un chiarimento cresce, cresce e cresce ancora per liberarsi infine come un elastico a lungo trattenuto, ma solo nelle ultime dieci pagine; Una tecnica che rasenta il virtuosismo e incanta. 
E' un peccato che un tale scrittore si sia tirato un colpo di pistola in testa, nondimeno non mi stupisce.

Ecco che sotto la coperta un po' troppo calda per la bella stagione incombente, ho compreso stamane come il libro sia in realtà una metafora della vita.
Nel monologo immaginato dall'autore così carico di pathos, si sommano tutte le domande senza risposta dell'esistenza.

Ho realizzato, intanto che sonnecchiavo lucidamente che ragionare, elaborare, fantasticare, perfino i pentimenti, e la filosofia con cui ci s’interroga sul divenire, sono in realtà: senza responso.
Domande oltremodo inutili, perché un’eventuale replica ha senso solo se riferita a un soggetto che chiede e domanda. 
Guardando in prospettiva la vita come non domandarsi l'assurdità di tale compito, perché oltre la porta che si trova in fondo a questo breve corridoio d'anni non c'è posto per nessun soggetto. 
Chi l'attraverserà? Nessuna mente potrà oltrepassare "il dopo". Quale ego sopravvivrà senza un corpo? Chi mai potrà fruire di qualche soluzione o di un'eventuale spiegazione?
Se mai ci fosse...

Sebbene questa esondazione di quesiti mi sommerga, il vivere pare essere solo un continuo avvicendarsi di contingenze e di necessità. Esse dominano per poco l'attenzione, comparendo e occupando la vita per poi scomparire come se non ci fossero mai state...Come quando si è sazi, e sembra che la fame non sia mai esistita.

Inoltre mi domando a proposito di queste domande inutili (contraddittoriamente, mi verrebbe da aggiungere), perché si affollano e si spingono per farsi avanti se non c'è nulla da vedere? 
Al di là dei personali (e opinabili) interessi non c'è nulla di veramente importante, senza voler parlare dell' Aldilà dove nessuno ha certezza che esiste e parimenti idea di cosa abbia importanza e merito. 
Lo scopo della vita è finire, è troppo duro ammetterlo? 

Ad ogni modo è un'alternanza di opposti l'esistenza. 
Non ci sono stelle fisse, quale rotta allora si può mai tracciare?
La vita senza sofismi è un avvicendarsi di condizioni che si manifestano e poi scompaiono, si mascherano e si mischiano per poi di nuovo disgregarsi.
Simile a una danza di meduse che vidi durante un'immersione nel mar di Banda, al largo dell'Isola di Sulawesi, incontrai un banco enorme di queste meravigliose creature che si avvinghiavano una all'altra così che parevano divenire un solo essere planctonico e poi, improvvisamente si separavano di nuovo, salivano verso la superficie e sparivano confondendosi con la luce che le attraversava. 
La medusa è come la mia continua riflessione, perché essa cresce e giunta a un completo sviluppo, regredisce; Continuando la sua esistenza quasi eterna percorrendo il medesimo cerchio vitale, forse non solo senza fine,  ma senza un fine, mi verrebbe da puntualizzare con il mio proverbiale ottimismo. 
Di fatto la mia abilità di scrivere si totalizza a somma zero, il senso di vuoto e di stranimento nel mio occasionale lettore è voluto, lo rivelo solo ora. 
Esemplifico, racconto, ma non si ricava niente, perché addito sempre un miraggio. 
Non vi è oggetto nel mio dire, non c'è alcuna risposta anche se a volte pare di averla sulla punta delle dita e poi...Scivola via come acqua se si stringe il pungo per catturarla. 

Come gli eventi nella dimensione umana e perfino in quella oggettiva, essi si manifestano e fanno continuamente ritorno nell'indifferenziato da dove provegono e riprendono un nuovo ciclo.
Ogni cosa perviene al condizionato, dall'incondizionato. 
E' il  mistero che tutto avvolge. 
Ogni accadimento si manifesta in modo palese, ma senza un vero centro e poi scompare alla vista e ai sensi. 
E' mai esistito? Chi può dirlo?

E' una sorta di occulta manifestazione, un qualcosa che comunque resta incomprensibile, perché non sostanziale…

Insomma riflettevo su questo, poi naturalmente non ho più dormito, va che pirla che sono.


martedì 2 gennaio 2018

Tanto per iniziare...



Non ho idea se qualcuno, oltre a me abbia notato che l’essere umano è l’unico animale su questo pianeta che cerca un senso ai fenomeni della realtà in cui vive. Inoltre li colora spesso con interpretazioni non sempre ragionevoli.

Non per fare il figo, ma l'ho inuito a sei anni, mentre guardavo con un amico le nuvole e ci vedevamo le facce, oggetti, oppure degli animali. 
In quel momento realizzai che siamo fatti così, cerchiamo sempre un motivo, una correlazione, un significato,  anche quando oggettivamente non esiste come nel caso delle nuvole. 
E' un meccanismo automatico della mente di cui siamo dotati. Questo non significa che tutti lo utilizziamo però nello stesso modo e con la stessa frequenza.
 
Dunque l''uomo cerca sempre un perché, e mi verebbe da aggingere: perché?  A maggior riprova di quanto affermato.

Parlo però di alcuni uomini, non di quelli che si picchiano allo stadio per sostenere 22 cavernicoli in pantaloncini che corrono dietro a una palla.  
Nemeno quelli che pensano a fregarsi l'uno con l'altro, per sentirsi più furbi e non si chiedono il senso di questo gioco più grande che si chiama Vita. Si accontentano banalmente di cercare di vincerlo. Questo gioco però non è fatto per essere vinto, mi pare evidente perché alla fine tutti prdono tutto, ma forse non se ne sono ancora accorti.  
Diciamo che queste persone pur avendo la possibilità di trovare correlazioni e sviluppare la propria fantasia e intuitività, preferiscono usarla per questioni più materiali e meno complesse, in definitiva usano le loro capacità di astrazione il meno possibile cioè solo quando questa è necessaria per un risultato e un vantaggio immediato.

Invece altri uomini un po' più profondi o semplicemente più complessi non si accontentaano del "come" che soddisfa quasi tutti, quasi sempre. Si domandano appunto il "perché" cercando una più estesa correlazione fra eventi e risultati, senza fermarsi banalmente alla primaria causa e al conseguente effetto.
Secondo me, quelli che non lo fanno sono un po' come animali, esistono ma non vivono completamente, perché non danno un senso alla propria esistenza. 
Ci sarebbe però da chiedersi: "Sono cretini o sono magari più saggi, perché vivono in maniera meno complicata?"

Per saperlo bisognerebbe  intervistare un animale, e se mai fosse possibile, lo domanderei a un Leone, perché è più vicino alla mia naturale modestia. 
Così gli domanderei: "Qual è il senso della tua esistenza o'Lione?  Credo che se potesse rispondermi mi direbbe: “Per mangiare le zebre”
Insisterei con un'altra domanda: "Solo questo? Non ti sembra poco?"
E se non mi sbransse, forse sentirei: "No,  perché le zebre mi piacciono."
Così dovrei ammettere che il suo pragmatismo è di una saggezza che non avevo considerato.
Insomma, diciamo che questa logica leonina è diretta, efficace , ma non è funzionale. 
Non è funzionale per cosa, e soprattutto per chi?

Che domanda…Per Dio.
 
Ipotizziamo che per qualche ragione esista Dio, e si trovi a esplodere in un meraviglioso Big Bang, dando vita all’Universo di materia e antimateria, di energia, tempo e spazio che conosciamo e di quella materia oscura, energia oscura e forse tempo oscuro che ancora non capiamo. 
Come si sentirebbe?

Sicuramente onnipotente, solo, ma senza una risposta per la propria esistenza. 
Allora, credo che  si chiederebbe come sarebbe possibile rispondere a una tale domanda, diciamo fondamentale, perché esistenziale.
Certamente non da se stesso.  
Sarebbe come se un uomo volesse capire perché esiste, domandandolo al suo mignolo…Sarebbe non solo impossibile, ma stupido

Se io fossi Dio, e mi si perdoni il paragone blasfemo e pure presuntuoso perfino per la mia presunzione, cosa farei?

Creerei degli esseri viventi che cercano il senso di questo esistere, che si domandano il perché di ogni cosa al posto mio, ma non come un Leone o un tifoso che abbiamo visto come il primo sia troppo esaustivo e il secondo troppo stupido, per diventare  strumenti per una ricerca approfondita.

Farei così un essere intelligente, ma un po' più complicato e anche poco attrezzato biologicamente, per dargli in primis un forte incentivo a sviluppare le sue  capacità per la sua sopravvivenza e poi per rispondere alle sue domande. Lo sguinzaglierei grazie alla curiosità, alla ricerca di un senso, di un perché, al mio posto (inteso come Dio).

Questo Virus filosofico chiamato Uomo non sarebbe l'unica risorsa  cui affidare la risposta a questa domanda divina.

Non mi accontenterei della sola umanità, ma creerei una miriade di progetti biologici in progress, cioè altri esseri intelligenti che lavorano tutti alla stessa ricerca, ma su piani diversi e con modelli biologici diversi ma con la medesima matrice di curiosità, ovviamente parlo di razze extra terresti. Questo per non mettere sulle spalle di questa povera umanità un po' così, un fardello tanto pesante.
 
Infatti, perché una risposta possa considerarsi valida dovrebbe essere giusta per infiniti modi d'indagine, che semmai convergessero alla stessa conclusione, sarebbe  allora da intendere che tale risposta univoca è quella esatta appunto. 

Non per una sorta di pluralismo divino, ma perché Egli è in costante autocritica o per meglio dire riflessione su se stesso, perché è (a mio modesto parere) il modo di emandere l'errore dalla Sua creatività. 

Non a caso la Creazione è considerata perfetta a priori, non solo perché non avendo termini di paragone non sia possibile dare un giudizio di valore, ma perché essa è in costante auto-critica. 
Questo però fate finta che me lo sono inventato.

Insomma, praticamente ho appena messo per iscritto un delirio che  mi  darebbe  il diritto di finire non fra i massimi pensatori, ma in un bel manicomio.
Oppure di aver inciampato, ovviamente per sbaglio, nell’arco e nellla freccia che usa il Grande Arciere, per cercare il bersaglio che vorrebbe colpire, anche se quello, mi pare di intuire non lo ha ancora trovato nemmeno Lui.   

A conclusione di questa elocubrazione lisergica cosa poso dire? Solo quello che mi ha detto il Leone mentre conversavamo: "Se ti sei perso non vuol dire necessariamente che sei sulla strada sbagliata". 

Non so se si capisce la contometafora. Questa è davvero difficile.   

martedì 19 dicembre 2017

Natale arriva veramente una volta all'anno?


E' proprio dell'umanità fare di una festività religiosa e spirituale, dove sarebbe auspicabile trovare il giusto raccoglimento, realizzare invece una festa commerciale e rumorosa. 

Come poi incontrarsi l'uno con l'altro, e tutti magari con i più deboli e poveri, in questo bordello di centro commerciale che pare essere diventato il mondo tutto, per me resta un mistero. 

Così (tanto per cambiare) chi ha i soldi spende e spande e compra i regali agli amici e ai partenti suoi che spendono e spandono a loro volta, badando bene, ma senza farsi notare troppo, nel mantenere viva la contabilità di costi e ricavi di questo scambio ipocrita, posssibilmente in pareggio o in positivo. 
Forse, solo un idiota regalerebbe qualcosa a qualcun'altro quando è già ricco.
Molti nella nostra società possiedono già un piccolo grado di benessere alcuni hanno non solo il necessario, ma anche il superfluo. 
Allora? 
In questa girandola di prezzi e oggetti dove finisce quel sentimento che ispira questa festa? 
Dove trova posto la coesione verso chi ha meno o addirittura nulla? 

Il senso di un regalo per me è donare qualcosa a chi non l'ha, ma credo, e spero che alcuni comprendano, che il vero regalo gradito è l'attenzione.
L'attenzione è il vero dono, verso la o le persone, verso la realtà della miseria che comunque ci grida in faccia, non solo a Natale ma in ogni giorno di questa zozza vita. 

La vera povertà non è solamente non avere niente, ma essere invisibili agli altri, e questo purtroppo ci rende tutti egualmente poveri. 

Il senso del Natale secondo la mia idealistica convinzione è il ribaltamento, fosse anche solo per un giorno, fosse anche solo per un minuto, della logica delirante e malvagia di questa società che ci dice come se fosse vero: "Solo ciò che possiedi ti renderà degno di attenzione (dunque di valore e di vita), chi non ha nulla non è nulla". 

Spiace vedere che si scambiano gli oggetti non solo tra persone ma al posto delle persone.

In fondo a questo vicolo cieco, ingombro di oggetti e di materialità esasperata si troverà ancora più indifferenza di quanto abbonda già normalmente in questa esistenza. 

Il vero e unico peccato umano secondo la mia modesta etica semplificante ma spero non semplicistica è solo uno: la noncuranza con cui viviamo questa vita così ricca di dettagli e sfumature che la rendono meravigliosa. 

Non ci casco nel tranello di ammettere i valori di una società disumana che nel voler riempire di oggetti la nostra vita ci toglie sempre più i valori reali dentro noi stessi. 
Tutto questo ci rende tutti poveri di emozioni vere. 

Alla fine circondati da oggetti inutili cosa mai realizzeremo di autentico in questa esistenza? 
Con la predominanza del valore delle cose sulle persone non si assiste forse alla perdita di umanità?
Questa semplice verità non è forse sempre davanti ai nostri occhi? 
A parole questo mercimonio disumano è negato, ma nella realtà dei fatti è proprio il contrario. 
Chi ha interesse a fare di noi dei contribuenti/consumatori ci offre le comodità, ma in definitiva sono catene che non ci permettono di raggiungere quella empatia che è l'unica ricchezza che ci fa essere dei veri esseri umani. 

Come si può essere così superficiali? 
Così ipocriti poi, dichiarando una cosa ed attuando proprio il suo contrario. 
Qual'è la logica incoerente in questa accettazione acritica? Essa non dona vera felicità ma amarezza. 

Pervertendo la vera natura di questa festività che dovrebbe fare seguito all'insegnamento stesso di chi l'ha ispirata e che invece andrebbe festeggiato realizzando, per quando possiamo, la sua ispirazione e soprattutto il suo esempio.

Tutti un giorno, prima o poi, saremo privati di tutto.

Se non c'è nulla oltre a essere quanto abbiamo, allora cari miei, siamo tutti destinati non solo a perdere tutto ma a perderci. 

Dunque, secondo questa triste farsa travestita da festa, che mi disgusta come nulla al mondo: Chi non ha un cazzo, oltre al disagio, dovrebbe assistere a questa esibizione di abbondanza e luminarie? 
Accontentando i disperati, se va bene con quella carità ritagliata dagli avanzi e fatta, badando bene di essere visti dagli altri quando la facciamo, per sembrare buoni....Se mai la facciamo. 

Colori prodotti, profumi e fuochi d'artificio, dimenticando così che "l'esibizione di ricchezza, offende il povero" e questo lo dice proprio il Vecchio Testamento. 

Credo che se tornasse Gesù su questa terra infame, dopo duemila anni capirebbe, quanto oggi come allora, gli esseri umani riescano sempre a fare di ogni occasione, un occasione mancata. 

Anche se sarei ipocrita ugualmente agli altri se non confessassi che non ho un cuore così grande da fare del bene prodigandomi per infermi, ammalati, oppressi e affamati. Sono solo capace visto che non so fare molto per questo mondo, a parte criticarlo, di cercare di non dare ulteriore fastidio a chi soffre.

Ogni tanto, ma senza alcun merito da parte mia,  il mio "Demon" mi permette di sperimentare l'unica saggezza a disposizione di un essere umano che non è certo nelle parole forbite e nei pindarici voli della ragione, dove ho una certa familiarità, ma quella porzione sconosciuta e bellissima di mondo che non si trova sulle mappe: "l'oceano del cuore semplice". 

Ah! Quasi dimenticavo: Buon Natale.

lunedì 27 novembre 2017

Uomini senza onore e vittime senza nome


Gli attentati terroristici sono decuplicati negli ultimi dieci anni, come la spese militari e di Intelligence. Gli U.S.A. hanno sborsato in questo periodo, la bellezza di 500 miliardi (MILIARDI) di dollari.

Una cifra colossale che supera la loro spesa sostenuta per la seconda guerra mondiale, la guerra di Corea e il conflitto in Vietnam, messe insieme.

A chi non è proprio un idiota si evidenzia un paradosso. A me, pare evidente che l'ingerenza militare americana non risolve i problemi ma li crea. Il fatto che quel paese sia il maggior produttore mondiale di armi fa riflettere in maniera critica sui loro veri intenti. Le vittime del terrorismo sono state ad oggi calcolate in 31.000, ma il solo conflitto iracheno è costato la vita a 60.000 soldati dell'Iraq e 2.100 uomini e donne della coalizione di invasione, a questi sono da aggiungere un numero imprecisato di civili innocenti e moltiplicare per tre il numero delle vittime per contare i feriti e gli invalidi; Tutto ciò per contrastare armi di distruzione di massa mai esistite.

Nessuno però ha chiesto ragione di questo abuso agli Stati Uniti né di pagare con la propria responsabilità questo fiume di sangue. Con la successiva guerra in Siria, sempre gli Stati Uniti hanno determinato un'ondata migratoria in Europa senza precedenti.

Il costo di questa sofferenza e di questi problemi sociali chi lo pagherà?
Non i responsabili, mi pare evidente.

Dalle ceneri del conflitto iracheno si è determinato l'ISIS; Perfino alcuni esponenti politici americani, adesso ammettono che l'amministrazione Bush prima, e Obama dopo, hanno in politica estera, fatto delle scelte fallimentari per non dire deliranti.

L'utilizzo ormai generalizzato di Droni killer, incrementato sotto la presidenza Obama, hanno colpito (nonostante lo si neghi da parte USA) moltissimi civili senza alcuna responsabilità con il terrorismo se non quella di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. La proliferazione dei conflitti made in U.S.A. ha toccato per ritorsione ormai ogni paese d'Europa con gli attacchi terroristici che sino a vent'anni fa, erano praticamente sconosciuti.

Come si giustificano i raid aerei USA in Libia, vietati dall'ONU?
Voluti solo da Obama con oltre cento vittime innocenti tra la popolazione libica: Invece del biasimo internazionale, ha ricevuto il premio Nobel per la Pace, ritirandolo con ancora le mani sporche di sangue dei civili uccisi senza motivo, tra cui donne e bambini.

Se non è ipocrisia, è sicuramente follia, in ogni caso malafede, senza alcun dubbio malvagità.

mercoledì 22 novembre 2017

Lampi di un antico futuro.



Sorrido, quando sento parlare di salvezza dell'anima, della propria anima ovviamente. 

Sebbene credo che la completezza sia un'esperienza personale fattiblie, anche se non certo facile in questa vita, credo altresì che essa non possa realizzarsi compiutamente se non  su un piano generale e universale.

Quale Dio che si definisce puro Amore, donerebbe il Paradiso ad alcuni, lasciando altri nella miseria di un Inferno eterno? Come si può affermare di amare e di essere veramente felici, quando altri soffrono?

Come dico sempre, la sofferenza non ha alcun valore, sebbene in certi momenti una persona darebbe tutto quello che possiede per toglierla dal proprio cuore. Essa non può essere venduta o ceduta per questo affermo che non ha valore. E' dunque solo un insegnamento per farci comprendere che tutti sosteniamo lo stesso peso.

A me piace pensare che quando, anche l'ultimo uomo comprenderà questo (me compreso), e sorreggerà insieme a tutti gli altri questo immane carico, allora il dolore semplicemente scomparirà dal mondo.

Perché non avrà più ragione di esistere.