mercoledì 19 ottobre 2022

Essere Baby

 



Il neonato non conosce il tempo.

Perché la concezione del tempo non è naturale.
E' così anche per i primitivi.
Il futuro per loro è un "quasi presente" e il passato non ha più senso. Sono immersi nell'attualità ma senza consapevolezza, lo fanno in maniera naturale appunto.
E' dunque un condizionamento l'idea di "tempo".
Esiste, perché ci crediamo; Sembra una provocazione questa affermazione, ma è vera. Mi spiego meglio.
La nevrosi generalizzata nel nostro mondo è dovuta al tempo che scandisce implacabile la vita con i suoi impegni e scadenze. Viviamo in un mondo tecnologico, ma il tempo delle macchine non è il tempo dell'uomo e questa discrepanza genera sofferenza.
L'ansia la produciamo nel progettare il futuro.
La paura si rinnova nei fallimenti e nelle sofferenze passate. Senza memoria non c'è sofferenza, al limite c'è un disagio momentaneo che chiamiamo dolore.
Nel momento però che mente e corpo vivono lo stesso attimo chiamandolo "presente", ogni problema, ogni definizione che ci imprigiona, sparisce. Avviene un miracolo.
Una cosa tanto semplice ha un effetto ridondante sulla vita umana.
Esiste in quella condizione solo la realtà, una realtà fatta di sensi certamente, ma anche di percezioni piuttosto che di idee.
Lo definiamo "presente" ma in definitiva la nostra mente lo percepisce sempre un po' sfalsato rispetto al vero presente, è sempre un po' più avanti con l'immaginazione oppure resta indietro nel passato della memoria.
Ad esempio quando sentiamo un rumore, in effetti l'evento è avvenuto qualche millesimo di secondo prima della percezione; Il nostro presente è dunque un presente prossimo, ma noi lo chiamiamo: adesso.
Nella condizione naturale di cui ho scritto, l'essere umano non vive propriamente il presente, vive piuttosto l'atemporalità; L'assenza di tempo è la reale condizione naturale, quella del neonato tanto per intenderci, oserei dire che è la condizione sana dell'esistere.
La malattia dell'uomo, il suo disagio profondo, si chiama "tempo" e la sua concezione di esso e ancora di più la percezione di questo "tempo" e quello che lo definisce e lo determina come essere umano.
Sono cose diverse vivere il presente che è di fatto impossibile per la nostra mente, e invece vivere l'atemporalità cioè liberarsi dall'idea di tempo che è invece realizzabile.
Non è certo facile per l'uomo civilizzato, perché tutti aderiamo così strettamente a questo "tempo" che la sensazione della sua irrealtà ci sfugge. Ci crediamo così tanto che lo rendiamo reale.
Spesso però è una quantità variabile. In certi momenti è lento e in altri rapidissimo nel suo scorrere. Se fosse qualcosa di proprio, trascorrerebbe sempre uguale come per l'orologio.
La soggettività umana con cui è vissuto è invece un indizio che fa comprendere che la sua natura è indotta dalla mente e fortemente influenzato da essa.
Non dico che il tempo (entropia) non esiste in senso fisico, dico invece che l'essere umano in quanto essere vivente cioè nella sua interiorità, nella sua percezione profonda cioè libera dalle idee, non lo può vivere come realtà.
E' solo un'illusione plausibile, niente di più.
Utile talvolta, ma la nostra natura non è solo materiale e temporale è anche qualcosa d'altro, e quel qualcosa non conosce il Tempo che è invece il padrone della materia; E' il Dio Kronos degli antichi greci che fagocita tutto quello che crea.
A proposito di divinità si dice che Dio sia libero e non solo perché può fare quello che gli pare, ma perché è eterno, ma secondo la mia percezione non è eterno, è invece oltre il tempo.
Nell'uomo più modestamente si assiste a una liberazione dal tempo, grazie alla morte. Infatti è saggiamente definita come una liberatrice che ci libera da un periodo che si è esaurito.
Non che questa opera riscuota molta simpatia negli esseri umani, ma quando mai gli uomini hanno capito qualcosa?
La libertà in vita invece è difficilmente realizzabile, anche perché non da tutti è concepita nello stesso modo, non è tantomeno riconosciuta e spesso nemmeno voluta dalla maggior parte delle persone. Richiede infatti alcune condizioni come svincolarsi dai preconcetti e dalle idee prese a prestito dagli altri che di fatto trovano senso e necessità nel sostenere l'incerto incedere dell'uomo.
La libertà non è solo un abito fatto su misura, ma cucito da chi lo indossa.
Necessita anche di sincerità che è il difetto più severamente punito al mondo.
E' così per pochi camminare senza bastoni e stampelle che sostengono.
Esiste un'evidenza dunque, una relazione strettissima tra mente, tempo e libertà che deve essere indagata.
E' interessante notare che il corpo non conosce il tempo, ha solo delle esigenze contingenti, deve mangiare, bere, respirare, ma una volta esaurite queste non esistono più.
Il cervello ha invece priorità, il cervello non pensa, ma esegue. Pare strano ma basta leggere un libro di neuroscienza per averne la conferma.
E' solo la mente pensante che vive il tempo, in quanto crea una rappresentazione del mondo, ma non vive propriamente la realtà del mondo.
La mente è cosa diversa dal cervello ad essa non appartengono le occupazioni dell'encefalo, non deve attivare la digestione, non si occupa di mantenere la pressione sanguigna costante e di regolare il battito cardiaco,; Non ha nemmeno le esigenze del corpo, non ha fame, non ha sete, ha solo immagini che chiamiamo idee che pianifica nel futuro e a cui attinge talvolta dal passato grazie alla memoria, quest'ultima uno strumento che crediamo affidabile, quando in definitiva non lo è affatto.
Alla mente quello che succede nel presente non interessa, di fatto non è mai nel momento attuale se non marginalmente, infatti sogna, crea fantasie, si crogiola nel ricordo e immagina un futuro.
E' uno strumento fantastico, però non va confuso con le funzioni cerebrali, infatti la mente è anche in tutto il corpo, non solo nel cervello e nel sistema nervoso esteso.
Non ha bisogno nemmeno della verbalizzazione o del linguaggio per pensare. Spesso, se non sempre, le persone pensano parlando in se stesse.
E' una disfunzione comune, una ridondanza di attività dei lobi frontali e parietali del cervello dove sono allocate le aree del linguaggio cui la mente attinge.
In realtà si pensa meglio senza soliloquio interiore; Infatti prima di imparare a parlare il bambino ha dei ragionamenti anche molto complessi senza avere a disposizione la parola; La sviluppa per esigenze di sopravvivenza, non certo per amore dei genitori, è imperativo per il bambino comunicare le sue necessità, creare un rapporto seduttivo e parassitario con gli adulti che lo accudiscono per garantirsi la sopravvivenza, visto che da solo non sa campare.
Non è romantico descrivere così sommariamente la relazione genitori/figli, ma è comunque vero.
In un'opportuna condizione psichica, anche in età adulta si può sospendere temporaneamente la verbalizzazione del pensiero, avendo così a disposizioni intuizioni più pronte.
Addirittura la comunicazione con altre persone che sono nella medesima condizione di non verbalizzazione, avviene per percezioni condivise ed è rapidissima.
Non vorrei parlare di cose che non padroneggio compiutamente, ma in linea teorica ho il sospetto che non riusciamo a comunicare mentalmente gli uni con gli altri proprio perché parliamo.
Infatti a me è capitato saltuariamente di esprimere o comprendere idee molto complesse da intendere a parole, in pochi istanti di connessione a-verbale con altri.
Non è proprio telepatia, perché non si percepiscono le parole, ma piuttosto i sentimenti e le immagini dell'altro.
E' un'esperienza che tutti prima o poi facciamo nei momenti d'unione particolare con una persone affine.
Ci si intende al volo come si usa dire.
Di solto ci fa ridere questa concomitanza e si crede di aver fatto lo stesso pensiero insieme, ma se abbiamo osservato con chiarezza questo fenomeno ci rendiamo conto che è preceduto da una strana sensazione. L'idea che abbiamo in sincronia con l'altro non è stata pensata, ma è giunta. Abbiamo il risultato del pensiero, ma non la sua produzione col ragionamento e si noterà che le parole usualmente formulate per pensare in noi stessi non sono state create.
Generalmente avviene casualmente, ma credo sia fattibile volontariamente.
Mi rendo conto che descrivo eventi non molto ordinari, ma nella mia esperienza di vita sono accaduti. Cerco però nella mia esposizione di portare il meno possibile eventi personali, non certamente per timidezza, ma perché è importante mantenersi il più possibile su esperienze comuni anche se rare.
Il fatto descritto non è qualcosa di magico oppure da ricovero neuropsichiatrico, ma una possibilità che abbiamo tutti, una dote ancestrale cui abbiamo rinunciato per la supremazia della parola.
L'onnipotenza semantica è un meraviglioso strumento, ma anche un limite.
La mente è molto più veloce del linguaggio che in definitiva ne rallenta il funzionamento e la appesantisce.
Personalmente ho riscontrato una maggiore efficienza e rapidità dei miei processi cognitivi, nelle percezioni e nei movimenti del corpo, alleggerendomi dalla verbalizzazione.
Recupero poi ampiamente il tempo risparmiato e la profondità raggiunta, sprecandoli entrambi nel parlare con gli altri e nello scrivere.
Questa chiacchierata sulle funzionalità mentali è un discorso ampio e complesso che magari definirò meglio un'altra volta, lo lambisco solamente per un'analisi che si concentra su altre questioni.

Si nota nel mondo odierno che l'idea è sempre nel futuro, più questa idea è innovativa più persone lascerà indietro.
Si assiste così a una corsa senza un vero traguardo che chiamiamo: progresso. E' però una corsa immobile dal punto di vista dell'interiorità umana.
Quando chiudiamo gli occhi e ci ascoltiamo in profondità cioè se facciamo un po' di silenzio in noi stessi, ci accorgiamo che siamo sempre uguali, siamo lo stesso bambino che giocava in cortile, lo stesso adulto che va al bar, addirittura il medesimo vecchio che avrà un piede nella tomba che lo seppellirà.
Dov'è il tempo se siamo identici?
Nulla cambia.
Liberati dalla memoria, dall'esperienza e dai ricordi si constata che la vita non è trascorsa. Non ha lasciato traccia in noi.
A livello interiore, spirituale come si usa dire, vi è secondo la mia esperienza solamente un'osservazione priva di identificazione delle cose, e tutto quello che è passato non ha più importanza, Il futuro proprio non esiste.
Per questo osservatore, definiamolo così, non c'è nulla d'importante.
Nulla può essergli aggiunto e nulla tolto, ecco perché guarda distaccato a quello che chiamiamo vita.
La vita di chi?
Alcuni potrebbero confondere questo osservatore con un "me stesso" oppure la propria "anima" o un "Io" psichico, ma non è così, perché tali concetti sono legati alla mente, dunque ancora connessi strettamente con il Tempo.
E' una cosa diversa e difficilmente definibile.
Di fatto la cosiddetta anima non è proprio come la si crede e come la si percepisce e la si definisce.
L'anima secondo la mia esperienza è cosa diversa da ciò che chiamiamo in tal modo, e della sua caratterizzazione non è consentito parlarne.
Piuttosto descriverei questa "cosa" percettibile come una forma di intelligenza luminosa senza ricordi che tra l'altro non vive dentro il corpo come generalmente si pensa, ma vicino.
Non parlo con gli altri di ciò, perché non voglio passare per matto, infatti è troppo strano, ma personalmente è un dato evidente.
E se vogliamo parlare ancora di stranezze dirò che non è confinata nemmeno in una sola dimensione, ma abbraccia anche altri me stesso che vivono in dimensioni parallele e che realizzano le altre possibilità fattibili della mia medesima esistenza.
E' una testimonianza senza prove che esprimo solo come mera esperienza.
Non intendo convincere nessuno, perché nemmeno io credo a ciò che sperimento in particolare nella dimensione onirica che per me è reale quanto quella materiale, ma purtroppo queste esperienze ci sono e collidono con ogni ragionamento sensato.
In ogni modo questo "qualcosa" che non riesco a chiarire con un "chi" o con un "qualcuno" ha una dote particolare, è senza tempo o meglio non è legato al tempo, non ne è influenzato.
Vivo ogni tanto questa condizione in maniera cosciente e sorprendente.
Essere senza tempo significa in altre parole essere libero.
Sono i miei momenti più felici.
Non durano molto, ma accadono.
Per questo motivo quando vediamo un bimbo oppure un primitivo ne percepiamo distintamente la libertà. Ci colpisce qualcosa, ed è qualcosa di diverso da noi; Ne vediamo la bellezza, ma è una bellezza oltre le forme, indistinta.
Questa "quasi folgorazione" in tale constatazione è tinta anche da una sorta di malinconia, una lieve tristezza che si aggiunge a causa di una condizione ormai quasi perduta.
Lo si nota perfino negli animali selvaggi, essi sono liberi anche se comunque hanno esigenze e regole di comportamento e sono liberi perché non conoscono il tempo.
Esprimono un furore meraviglioso nell'azione e in altri momenti una pace che riempie di meraviglia Una serenità profonda che ragionevolmente non dovrebbe trovare posto in un mondo selvaggio così pieno di pericoli.
Se si osserva invece un cane che è un po' contagiato dalla vita insieme all'animale uomo, si noterà che esso subisce l'influenza del tempo sebbene in modo marginale, infatti il cane o il gatto addomesticato non è completamente libero. Non esprime quella forza e non emana quella luce degli animali selvaggi.
Non è necessario prendersi una laurea in Zoologia, basta andare ai giardinetti dove scorrazzano gli amici a quatto zampe e poi confrontare la percezione avuta con quella a contatto con gli animali ancora allo stato brado.
Quello che affermo apparirà evidente.
Chissà poi perché si chiamano amici a quattro zampe?
In realtà l'essere umano non ha amici tra le altre specie animali e spesso nemmeno tra i membri della sua stessa specie.
L'uomo è l'unico animale che soffre, gli altri animali hanno disagi e dolori, ma non soffrono come l'essere umano cui la preoccupazione del tempo gli toglie il buon umore come la certezza della morte gli toglie il sorriso, poi i ricordi lo perseguitano; E' sempre in un altro posto mai dov'è, vuol sempre andare altrove o fare qualcos'altro. E' veramente un'anima in pena.
Comunque queste sono solo le mie considerazioni personali, ininfluenti nel discorso più ampio.
Appare evidente che la libertà e anche la felicità non è mai nel tempo, nemmeno nel tempo a disposizione o nel tempo libero, è un errore considerarlo così banalmente.
La vera libertà è essere liberi dal tempo.
La felicità senza la libertà non può esistere parimenti.
Essere liberi dall'idea di tempo è la condizione più confortevole per quanto riguarda l'essere umano.
Parlo di una libertà' molto diversa dalla libertà condizionata dei nostri giorni e molto diversa anche dalla felicità che solitamente è nel realizzare un desiderio, questo è più che altro una soddisfazione momentanea.
Di fatto la mente sposta il desiderio sempre un po' più avanti, sempre un po' dopo e così genera il Tempo.
E' una spirale.
E' curioso come il più antico glifo reperito nella storia dell'umanità e comune a popoli diversissimi e lontani tra loro sia proprio la spirale.
Nella saggezza primitiva era la rappresentazione di questo movimento illusorio del divenire, intorno a un centro (interiore) inamovibile identificato nell'uomo.
Non capisco come mai gli archeologi non l'abbiano compreso.

Senza movimento non vi è tempo.
E la mente è di fatto "il viaggiatore".

Al di là delle considerazioni poetiche, l'assenza del tempo soggettivo è possibile ed è una percezione che si vive in alcuni attimi di realizzazione nella meditazione, anche nella vita di tutti i giorni in certi momenti particolari, accade anche nel pericolo estremo ed è sempre unita a una condizione di -essere e non essere- in quanto in tale stato si può vivere il paradosso senza contraddizione.
E' un'esperienza che si può fare nella solitudine profonda o nei perfetti momenti di quiete che talvolta accadono, quei momenti un po' di magia, di connessione con il tutto, dove il silenzio sembra che parla e fa un discorso senza parole assai eloquente.
Lo stato di non-tempo è possibile viverlo anche separando il corpo dalla mente.
Sembra qualcosa di straordinario, ma invece è semplice da apprendere, una volta identificata la struttura mentale; E' una struttura quasi gommosa che aderisce internamente al corpo. Una volta comprese queste due parti, corpo e mente, sarà possibile separarle. In definitiva è la mente che si separa dal corpo.
Perché farlo?
Separare queste due parti è utile per armonizzarle.
Nella condizione di separazione infatti il tempo quasi sparisce, a volte si estende in maniera impressionante.
Una volta ricongiunte queste parti di noi, esse ritrovano una sincronicità che definirei come: serenità.
Nel momento che corpo e mente sono all'unisono ritroviamo la condizione primordiale di completezza.
L'idea che proiettiamo nel futuro oppure la ricerca di un ricordo sposta la mente in avanti o indietro.
E' dunque importantissimo riportarla nel "ora" dov'è il corpo.
Questa condizione di reale unione, direi perfetta, non dura per sempre, infatti si distorce, in quanto si vive immersi in un mondo di impegni e a contatto con altre persone e con i loro modi di essere (asincroni) che ci influenzano e a cui si deve aderire per vivere comunque in una società.

Una società dove la relazione tra esseri umani è in definitiva: "Condividere le stesse illusioni e convenzioni come fossero verità".
Quanto alla vita ordinaria?
Se non avessimo gli specchi probabilmente non sapremmo dare un senso all'invecchiamento come è chiamato il deterioramento del corpo operato dal tempo fisico, e non lo percepiremmo.
Vivere senza l'idea di tempo però non ci permette di organizzare la nostra sopravvivenza. Senza l'idea di "futuro" non c'è futuro.
Vivere nell'idea di tempo, di contro, non permette di realizzare la felicità autentica cioè la quieta percezione di esister e, di godere della vita nella sua pienezza, senza bisogno di aggiungervi niente altro.
Come conciliare cose così diverse?
La felicità è attuale, non può essere mai in un altro momento.
Se c'è la felicità non c'è il Tempo, se c'è il Tempo con le sue esigenze e contingenze non ci può essere la felicità, ci potrà essere la soddisfazione, magari il piacere, ma non la felicità autentica, quella non subordinata a condizioni; Quella naturale per il solo fatto di essere.
Anche con l'amore si sperimenta che il tempo non esiste. Per poco, ma accade.
Esiste invece moltissimo e non passa mai con il matrimonio. Tanto per chiarirsi ulteriormente.
E' importante secondo me comprendere ciò che è vero e reale e ciò che si crede vero, perché utile.
I soldi per esempio sono utili, ma non sono veri, nel senso che non sono una reale ricchezza che determina disponibilità di qualcosa; In una giungla per esempio non ti servono, mentre una coscia di pollo ti toglie la fame nella foresta del Borneo come in città.
I soldi sono quanto di più metafisico esiste.
In alcuni casi alcune persone ne hanno tantissimi, ma non li usano. Sono solamente dei numeri su un monitor collegato a un server di una Banca Svizzera, di cui non vi è nemmeno la certezza che esiste, almeno sino a che non si fa un bonifico.
Anche la carta moneta è un'illusione, è un miraggio così fortemente condiviso che rende il denaro reale per le persone, a volte diviene predominante perfino sulle persone stesse.
Per me è importante, come ho dichiarato, comprendere la differenza tra ciò che è vero e ciò che è utile, e quest'ultimo purtroppo rischia di diventare vero quando non lo è.
E' un errore molto facile da commettere e porta disgrazia, perché si perde il reale senso della vita.
E' facile smarrirsi se si hanno punti cardinali falsi.
Ecco che l'uomo(?) è chiamato a conciliare questi due opposti se vuole realizzare una vita autentica, dover considerare la vita materiale e così vivere nel futuro della progettazione e anche nel passato dell'esperienza, ma mancherà purtroppo il cosiddetto "presente" e dunque la felicità vera e profonda, indipendente cioè dagli oggetti e dalle persone, e nell'altro versante, nel medesimo tempo mi verrebbe da dire (paradossalmente), dovrà percepire la sua vita reale interiore, senza tempo alcuno.

Annuncio e saluto Maitreya che nascerà tra un mese da oggi 6 novembre, il Tempo arriverà e sarà com'è. Tra Rangoon (Birmania) e Auh Long Vietnam.

martedì 13 settembre 2022

E' tutto sbagliato, è tutto da rifare


Quando c'è un interesse personale ed evidente, le persone anche le più semplici, non sono stupide e hanno una sorta di pseudo ragionamento coerente cioè appaiono abbastanza efficienti ad avere dei pensieri a riguardo del proprio utile per realizzarlo.

Quando però fanno delle scelte di ordine generale o politiche, quando devono guardare lontano con lungimiranza, diventano degli ingenui per non dire peggio.
In parole semplici è quasi sempre vero che per tali persone: "Ciò che conviene allora diviene giusto."
Quando così questi individui, che sono la maggioranza, devono fare un ragionamento più articolato e generale, questa capacità di analisi cioè quella utilizzata per i propri interessi, non funziona più, oppure è esercitata con estrema parsimonia se non a intermittenza;
Non c'è utilità per loro nel comprendere qualcosa che non può servire a un diretto beneficio immediato.
Un comportamento un po' qualunquista e miope che se non proprio si giustifica, la società in generale tollera.
Andrebbe invece modificato, perché altrimenti le condizioni di vita nella nostra società non cambieranno.
E' bene ricordare, anche se pare strano, che i problemi a livello sociale non si possono risolvere e infatti non si sono mai risolti.
Non solo nel mondo moderno ma, e pare ancora più strano, in tutta la storia dell'umanità cioè a livello aggregativo, di gruppo o di massa come si dice. Non si è risolto mai un problema.
Nemmeno uno.
Abbiamo esattamente gli stessi problemi di 5.000 anni fa, quando è iniziata la socializzazione e l'essere umano è passato da una dimensione tribale a contatto con persone conosciute, a quella più grande per vivere con estranei. E questo è avvenuto grazie all'urbanizzazione, passando dai villaggi alle città.
Abbiamo sempre gli stessi disagi, a volte solo in misura diversa.
Sembra di stare meglio, ma non sono comunque risolti i problemi anche se si presentano ridotti (a volte) per le condizioni più vantaggiose createsi grazie alla tecnologia.
Come le condizioni divengono sfavorevoli i problemi irrisolti si presentano in tutta la loro grandezza.
Spiegandomi meglio, la povertà esiste da quando esiste il denaro ed esiste ancora adesso.
L'uomo primitivo soffriva l'indigenza per carestia e se non poteva cacciare, perché non aveva una tecnologia sufficiente a garantirgli il minimo vitale, non per il tipo di economia e società in cui viveva. Oggigiorno grazie al progresso le risorse ci sono, ma non distribuite equamente.
Ci sono oggi morti di fame? Molti se non moltissimi.
Le condizioni generali e la tecnologia hanno alleggerito la situazione, ma non l'hanno risolta.
La povertà infatti è un problema economico/sociale non di produzione. Sono cose diverse.
Non si può usare un sistema per eliminarne un altro. Si riducono solamente gli effetti negativi, ma non si eliminano.
Sintetizzando: Non si risolve mai un cazzo; Come mai?
Lo spiego io, perché è noto che so tutto, ma purtroppo so solo quello.
In generale l'unica azione che fa cessare un problema è rimuovere le cause che determinano il problema. Causa ed effetto sono una legge incontrovertibile.
I problemi dunque non si risolvono, smettono semplicemente di esistere.

Altri problemi, e non parlo di quelli di Algebra, invece si possono risolvere a volte, ma solo a livello dei singoli individui e a patto che si instauri una comunicazione reale e diretta tra le persone coinvolte e che ovviamente si voglia realmente risolvere quei problemi.
Dunque due umani che non vanno d'accordo, per esempio, possono comunicando capirsi e armonizzarsi, ma due tifoserie, due religioni, due partiti, due gruppi sociali diversi, due classi economiche, non potranno mai risolvere i loro problemi e il conflitto, perché mancanti della comunicazione diretta che porta a una maggiore comprensione, e inoltre sono divisi da interessi che si realizzeranno generalmente a scapito del proprio oppositore.
La soluzione più utile sarebbe tenerli separati.
La risposta invece che da infruttuosamente la società globale (non per ragioni umanitarie ma d'interesse economico) è nel sostenere dei precetti per calmierare le inevitabili controversie. Enuncia dei buoni propositi che però non sono una vera comunicazione, ma più che altro un'esortazione, quando non è un vero condizionamento morale. Di fatto si adotta una repressione, generalmente sostenuta con l'ipocrisia che inevitabilmente genererà altri conflitti.
Una società si basa su regole condivise non sugli slogan.
Se per qualche ragione queste regole sono contestate da una parte della società avremo dei contrasti senza soluzione finché ci saranno degli oppositori, oppure si cambieranno le regole, ma se queste nuove regole accontentano i contestatori potrebbero molto probabilmente non piacere ai conservatori. E dunque si creerà un nuovo contrasto con questa parte che non vuole cambiare.
Non sempre il cambiamento nel nuovo è sinonimo di meglio, così come la maturità non è sinonimo di saggezza.

Ad esempio prendiamo il razzismo, tema spinoso, che oggettivamente non ha ragione di esistere, eppure ha delle basi che sono sostenute dai razzisti, e queste basi sono generate dalla non comprensione delle cause primarie del problema che si evidenzia con la convivenza di etnie diverse e di religioni diverse.
Il vero problema però non è di fatto l'etnia, ma i modelli di vita diversa che collidono.
I pregiudizi sono sempre sbagliati, ma hanno anche una base di realtà apparente cui bisogna comprenderne la radice.
In Africa le persone sono generalmente e apparentemente affette da apatia, per non dire che mal si sacrificano per il lavoro e per creare nuove iniziative cioè vivono un po' come capita, ovvero sono incapaci o hanno molte difficoltà a integrarsi in maniera efficiente in un sistema produttivo moderno. Sono dominate da una sorta di fatalismo e non perché hanno la pelle scura, ma solamente perché il modello sociale ed economico che conoscono e riconoscono come vero è diverso.
Il loro modo di vedere se stessi e la società in cui vivono è molto distante da uno svedese, tanto per farla semplice: hanno altre priorità.
Non è certamente un giudizio di valore, ma una mera constatazione, supportata dai fatti.
Quando i colonizzatori andarono nel continente nero per sfruttarne le risorse ci rimasero molto male.
Non riuscivano a far lavorare gli africani.
Volevano assumere della manovalanza locale, ma i neri non andavano a lavorare.
Dicevano: A che mi servono i soldi? Ho la capanna, la frutta sugli alberi, il pesce nel fiume. Perché devo faticare per te?
Non erano scemi, la loro logica non fa una grinza.
All'ora cosa si sono inventati i colonizzatori?
Occhio che questa è furba e purtroppo ci riguarda.
Hanno messo le tasse, sia per le capanne che per percorrere le strade.
Cazzo, di colpo all'africano sono serviti i soldi e ha dovuto lavorare per il padrone bianco.
A me dispiace per loro e soprattutto perché anche noi lavoriamo per il padrone bianco, solo non ce ne accorgiamo; Su per giù per gli stessi motivi, non solo per le tasse, ma per il desiderio indotto e la necessità create ad hoc per far fronte ad impegni e possedere dei beni che ci vengono presentati come necessari e doverosi.
Per avere un lavoro, devi avere una casa, giacca e cravatta, l'automobile, i soldi per il pranzo e tante altre cose che con il lavoro in se non c'entrano nulla. Tante cose da avere equivalgono ad altrettanti problemi personali da risolvere che richiedono più denaro e quindi più lavoro. Si determina una spirale di necessità che una vita selvaggia non richiede.
Non ho idea se anche ad altri sia capitato di notare che in città non si può cacciare, non ci sono campi coltivabili, ovvero non si può vivere senza denaro.
Anche se una persona è capace non può costruirsi una casa, deve comprare almeno il terreno, avere le concessioni, pagare il progetto e farlo approvare, provvedere all'allacciamento alla fogna e all'elettricità, insomma deve farsi mettere le mani in tasca da un sacco di gente e da un sacco di enti che con la casa non c'entrano niente.
L'autonomia non è consentita.
Poeticamente direi che la città è una penitenziario per i lavori forzati senza altra retribuzione che quella che permette di arrivare a fine mese.
Siamo degli ostaggi collaboranti, il riscatto lo paghiamo a rate sin quasi all'ultimo dei nostri giorni.
Nessuno ci manda più una cartolina o una lettera d'amore, nella casella di posta ci arrivano solo bollette, avvisi di pagamento e pubblicità. Riceviamo solo lettere minatorie.
Il cibo arriva da fuori, perché la città è un'area senza risorse proprie, in cui un essere umano può vivere solo con la carta moneta o con la carta di credito.
Per giustificare l'effetto del problema indotto si crea prima la causa e lo si fa per guadagno. Per eliminarlo si dovrebbe fare esattamente il contrario.
Non siamo in questo per nulla diversi da chi vive nel terzo mondo, perché viviamo tutti nel medesimo mondo economico. Il benessere è determinato dal lavoro e questo vale per il contadino dell'Asia centrale come per il manager di un'industria europea.
Se non lavori non mangi.
Se smetti di lavorare dopo un po' diventi un miserabile.
I ricchi sono in una condizione diversa, anche se smettono di lavorare o "investire" come dicono loro, non cambiano tenore di vita. Questa è la differenza.
Si usano nel cosiddetto mondo civile i medesimi meccanismi coercitivi dei colonizzatori, solo a volte più sofisticati, più nebulosi e meglio nascosti.
Pragmaticamente direi che se si vuole avere dei prodotti commerciali e certi servizi è necessario un certo tipo di individuo con una certa "forma mentis" cioè una persona che si adatti e collabori con una società consumistica e produttiva che fornisce questi prodotti e questi servizi.

Per avere cose devi fare cose.
E per avere più cose devi fare meglio.

Un diverso modello culturale (è una espressione impropria quando ci si riferisce a sistemi socio-economici) non può funzionare, ma andrà bene, sempre seguendo questo esempio, magari per vivere nella giungla.
Questo discorso che credo sia semplice e penso perfino ragionevole, purtroppo nel nostro mondo non è possibile esprimerlo sinceramente, perché si utilizza l'ipocrisia per sembrare bravi e per (si dice) non alimentare quel "razzismo" che si fonda, invece di ammettere onestamente le differenze, su false considerazioni, e lo fa proprio per quel ragionamento astratto e generalizzato suesposto che è mancante.
L'integrazione di modelli diversi non è fattibile, perché il modello funzionante in questa società di prodotti e consumi è uno solo e non può essere che quello, se ce ne fosse uno migliore sarebbe stato adottato.
Non dico affatto che sia un modello giusto, dico solo che è il modello funzionante per la vita che viviamo.

Così in merito all'integrazione di modelli sociali e religiosi diversi, direi che si può sempre provare a insegnare a una pecora ad arrampicarsi su un albero, ma per quel lavoro è meglio assumere uno scoiattolo.
Questo per dire che le diversità sono funzionali agli obiettivi e sebbene questi possano cambiare, hanno comunque regole d'efficienza.
Il problema allora non è la pelle nera, gialla o rossa, ma come una persona ragiona, o più esattamente "cosa desidera" e come si comporta per realizzare ciò che desidera.
Questo è quanto lo qualifica come essere umano.
E' ragionevole secondo qualcuno per un Testimone di Geova portare la figlia vergine a dormire a casa di Rocco Siffredi?
Questo per dire che ci sono grandi rischi connessi a mettere a contatto diversità che considerano "giusto" cose molto diverse.
Eventuali cambiamenti "culturali" generalizzati non sono realizzabili in età adulta, perché corrispondono a un condizionamento profondo che viene a crearsi sin dall'infanzia.
Nei primi tre anni di vita l'essere umano ha un condizionamento determinante per la sua vita futura; Egli impara a vedere come giusto il mondo che gli è presentato e ha come una sorta di "imprinting" che difficilmente e ancora più raramente può cambiare.
Il senso critico appena nati non esiste, perché non ci sono termini di paragone ed è difficilmente utilizzabile per revisionare ciò che si è appreso come "verità".
Questo non significa che a livello di un singolo individuo, questi possa trovarsi meglio a contatto con modelli sociali ed etnie diverse, addirittura cambiare modo di vivere e di ragionare, ma ciò non è estendibile a livello di massa.
E' un evento personale raro ed estemporaneo e non generalizzabile.
Ci vuole un po' di lungimiranza per considerare le effettive possibilità di riuscita di un progetto, in particolar modo che coinvolge milioni di persone.
A livello umano si hanno molte variabili difficilmente pronosticabili.
Le leggi non hanno effetto se molte persone di una società non le considerano tali.
Il sistema si fonda sull'adesione generalizzata, se una minoranza considerevole non le condivide il sistema non solo si ferma, ma si infrange. E a livello di gruppo i comportamenti possono cambiare solo se si ritengono convenienti.
Senza un vantaggio percepibile le persone mantengono il loro modo di vivere che provocherà l'attrito inevitabile con le norme che non sono considerate utili, corrette e valide.
In campo religioso cioè quando religioni completamente diverse condividono la stessa area geografica si creano sempre contrasti insanabili.
Nella storia questo conflitto si è sempre ripetuto.

Inoltre, a proposito dei discorsi che si sentono in giro, è puerile desiderare una vita di benessere senza entrare nelle condizioni per cui la si può ottenere (inquinamento compreso).
Non è possibile vivere con i servizi e i mezzi oggi a disposizione senza creare rifiuti, è assurdo pretenderlo, ma in questo ultimo esempio, la soluzione all'inquinamento è nei numeri non nel modo di concepire la società cioè questo diviene fattibile se non vi è un'esplosione demografica come avviene da molto tempo su questo pianeta.
Senza contare che un'eruzione vulcanica (succede di continuo) inquina migliaia di volte di più tutte le nostre automobili e fabbriche messe insieme.
Nell'800' si usavano i camini e il carbone, e a Londra non si vedeva nemmeno il fondo di una strada dal fumo acre che si creava.
In confronto oggi la città pare sia tutta una sorta di Hyde Park. Di cosa ci lamentiamo?
Il nostro sistema economico non è solo sbagliato è veramente delirante, ma è sostenuto e mantenuto perché chi ha una posizione vantaggiosa non lo vuole cambiare a scapito di un benessere generalizzato; Non lo fa solo per avidità, ma anche perché il sistema odierno non può garantirle un livello minimo di ricchezza a così tanta gente.
L'élite che conosce bene questa regola, organizza di solito degli stermini pianificati chiamandoli guerre, carestie, pandemie e si usano i nomi più fantasiosi per dire al povero che dovrà morire.
I poveri servono solo in misura ragionevole.
Infatti, lo dico io se nessuno l'ha ancora notato, le guerre non le combattono i ricchi e nemmeno quelli che le dichiarano che sono un po' della stessa cricca. Le fanno i poveracci contro altri poveracci per garantire gli interessi dei ricchi di entrambe le fazioni. I ricchi non perdono la guerra, perché hanno interessi e risorse sovranazionali e in generale ogni conflitto fornisce margini di investimento e guadagno inimmaginabili.
Non è materialmente possibile garantire il benessere a dieci miliardi di persone (lo saremo tra due anni) ma solo a una minoranza opulenta a scapito di una povertà generalizzata di un numero non sterminato di poveri, questo almeno con il sistema economico ora in vigore.
Il sistema non lo si può cambiare, perché chi comanda è lo stesso che ne trae vantaggio. Lo ribadisco.
A me piacciono le metafore.
Siamo dunque come formiche in una zuccheriera di vetro.
Dentro il vaso trasparente pochi ricchi che si riempiono sino a scoppiare di zucchero.
Fuori dal vaso milioni di formiche brulicanti che scalano la zuccheriera per entrarvi, spintonandosi e lottando una contro l'altra per arrivare in cima.
Intorno, altri milioni, forse miliardi di formiche che protestano, perché non gli è possibile nemmeno cominciare la scalata. Non riescono nemmeno ad avvicinarsi al quel vaso pieno di zucchero.
Se si guarda dall'alto questa scena, ecco avete visto il nostro sistema di vita.
Non è una bella visione, ma purtroppo è la realtà della nostra esistenza.
Sono solo esempi di come si analizzano i fatti, grazie a una logica oggettiva che mette gli accadimenti e le correlazioni tra essi davanti agli occhi, e non li acceca invece con un sentimentalismo che non ha ragione di esistere; Questo non significa affatto essere disumani ma pratici.
Capra e cavoli insieme non si possono mettere.
Con buona pace dei radical-chic.

Un altro esempio apparentemente provocatorio: -"Tutti" vorrebbero eliminare la povertà (tutti tranne i ricchi ovviamente)- ma nessuno ci è mai riuscito, come mai?
Semplice, il problema non è la povertà, ma la ricchezza.
E' evidente.
Se si elimina la ricchezza (intesa come patrimoni ingentissimi di pochi e in continuo aumento senza necessità) e la si redistribuisce a chi non ha mezzi non ci sarebbe più la povertà.
Se il denaro si svalutasse quando lo si accumula, invece mantenesse il suo valore se impiegato per creare lavoro, esso renderebbe tutte le persone in grado di avere una vita decente, grazie al lavoro e non ci sarebbe il problema della miseria.
Non dico nulla di nuovo perché questa teoria fu esposta da insigni economisti nei primi anni del 900'.
Perché non lo si fa?
Il problema è che i proprietari di questi smodati "imperi e ricchezze sterminate" oltre ai soldi hanno anche tante armi e soldati che non permettono questa equa redistribuzione.
Infatti, quello che un ricco impara già nella culla è che può sempre assumere dei poveri per ammazzare altri poveri che vorrebbero un po' di quel tanto, tantissimo, che possiede.
Non è giusto togliere a chi possiede tanto per darlo a chi non ha quasi nulla, perché ci sono le Leggi, e lo dicono quasi tutti gli avvocati. Togliere ai ricchi per dare ai poveri, a parte Robin Hood, non l'ha mai fatto nessuno.
Nemmeno la Chiesa Cattolica che è l'ente religioso più ricco al mondo e sostiene che bisogna aiutare i poveri, lo fa con il suo denaro. In duemila anni non ha prodotto nemmeno un chiodo com'è diventata così ricca?
A preso la ricchezza e il denaro di altri senza dare nulla in cambio. Un'azione che potrebbe definirsi un furto, al meglio una sottrazione indebita perpetrata con l'inganno, una circonvenzione d'incapace, visto le credenze fantasiose cui aderiscono i suoi adepti.
I potenti e i ricchi si sa hanno gli avvocati per far sembrare giusto quello che conviene a loro, mentre i poveri hanno solo i Santi cui appellarsi. Un appello purtroppo perso.
Ebbene questi padri del Diritto, questi "filosofi del giusto" in toga cosa ci dicono?
C'è Il diritto di proprietà, il guadagno imprenditoriale, la libera iniziativa, la Borsa, il Mercato economico, il diritto ereditario (lo "Ius primae noctis" almeno l'hanno tolto).
Sono tutte palle. Sono tutte cazzate.
Le Leggi secondo voi chi le fa?
I ricchi o i poveri?
Il concetto del "diritto di proprietà" secondo qualcuno può averlo creato un povero?
Per suo interesse?
E se l'ha inventato un ricco per chi e per cosa l'ha fatto?
Sicuramente per il bene dei poveri è la risposta certamente errata.
Non è per fare il comunista, ma se una persona non ha una beata mazza come può inventarsi il diritto di proprietà? Ma dai.
Questo almeno bisogna domandarselo.
Si vede che cominciando a ragionare si scoprono le origini di quei "problemi" irrisolvibili che andrebbero semplicemente eliminati, eliminando le condizioni di causa come dichiarato nell'enunciato in epigrafe o poco oltre.
Per la gente comune è normale considerare il rogito di casa una garanzia di sicurezza, almeno finché la Banca non ci ha guadagnato abbastanza con il mutuo per consentirgli di avere una casa propria.
Si elargisce una pseudo sicurezza quando si è spolpato sino all'osso un persona per bene, sempre che non intervenga un esproprio, un incendio, un terremoto, una guerra che manda in fumo non solo la casa, ma anche tutte le certezze su cui si faceva affidamento.
Sai che affare!
Un piccolo inciso.
Dicono che rapinano le Banche, anche se rubare ai ladri potrebbe non essere considerato reato.
Gli enti bancari e le Finanziarie usano i soldi dei correntisti erogando un interesse dello 0,1% per i depositi e poi un correntista chiede un mutuo e glielo danno con i suoi soldi e quelli degli altri come lui, all'interesse del 5%.
Mi domando chi rapina chi?
Sono forti. Ti proteggono dai ladri a parte quando con gli investimenti in Borsa fatti proprio da loro ti "zanzano" tutti i soldi, perché in quel caso i ladri sono direttamente loro.
Esistono i ladri perché esiste la povertà.
E se le Banche e il sistema economico e politico rendono con la speculazione e con le leggi sfavorevoli le persone povere, allora sono loro che producono la povertà dunque anche i ladri.

Come dico sempre, e mi cito: "Chi si pone come la soluzione quasi sempre è il problema".
E' come nel film "Il Padrino", il primo che viene a parlare di pace e ti propone un incontro è il traditore.
In realtà per migliaia di anni l'essere umano ha vissuto senza "il diritto di proprietà". C'erano anche meno guerre e meno conflitti.
Semplicemente per molto tempo l'uomo nel Neolitico e ancor oggi nelle tribù cosiddette primitive ha considerato assurdo possedere stabilmente qualcosa, alla meglio la usava, ma non possedeva quasi nulla, perché di fatto (filosoficamente direi) non ci appartiene nulla di "diritto".
A ricordarcelo è la Natura che ci fa nascere nudi e morire nel medesimo modo, tanto per dirlo in modo un po' banale.
Costruiamo cose e le usiamo e il fatto finisce lì.
Ad esempio: la terra.
Pioneristicamente direi che sulla Terra ci viviamo, la coltiviamo, ma non possiamo "possederla". Non ha senso.
Per noi moderni è considerato assurdo questo pensiero, per il primitivo l'idea di possedere la Terra era invece ridicola.
Finché la coltivava cioè la usava nessuno gliela portava via, ma se andava da un'altra parte, questa veniva usata da un altro.
A me sembra ragionevole.
A te non serve, perché non posso usarla io?
E' come un uomo che non scopa la moglie, se il vicino gliela tromba che male fa?
A lui non interessa, lei è contenta, chi se la fa pure, dov'è il male?
Sono tutti contenti tranne a chi non interessa.
A parte gli esempi di vita vissuta, adesso che siamo "evoluti" si è costruito un sistema economico e si giustificano guadagni ingiustificabili (e senza necessità) a scapito dei poveri, sempre più poveri.
Non è forse vero che quando un ricco padrone del monopolio dello zucchero o del gas, decide con una scusa di aumentare il costo del prodotto, sempre per continuare ad esemplificare, non è forse esatto dire che tutti divengono un po' più poveri?
E quel oligarca diventerà più ricco, ma senza alcuna ragione, né necessità, perché avere 1.000 miliardi o averne 7.000 non cambia la vita di un miliardario, ma per guadagnare (depredare) quel surplus inutile dovrà rendere milioni di persone miserabili e condannarli a una vita di stenti.
Non è follia?
Cioè per questo mondo togliere con l'inganno ai poveri per dare ai ricchi è considerato giusto e si chiama Mercato Economico, ma togliere ai ricchi per dare ai poveri è sbagliato, perché è definito furto.
Ci sono così al mondo persone che ricevono sicuramente più di quello che danno e si fanno chiamare: uomini d'affari.
Con questi pseudo ragionamenti quando il mondo potrà diventare migliore?
Questo lo scrivo non perché ami i diseredati che tra l'altro sono ignoranti e hanno un igene personale personale un po' carente, nemmeno perché colto da una "sindrome francescana" ma perché comunque sono esseri umani come me e come te.
Una persona anche con una minima sensibilità non può non vedere la miseria e la sofferenza degli altri senza provare disgusto.
Egoisticamente aggiungo che se non ci fosse la povertà staremmo tutti meglio, perfino i ricchi. Ci sarebbe più pace sociale, niente reati, una maggiore istruzione, una vita più serena per tutti.
Si risparmierebbe perfino sulle serrature e sui sistemi d'allarme e sui mezzi di repressione. Una pacchia per tutti.
Mi domando come si fa ad andare in giro in Ferrari quando ci sono persone che non hanno neanche le scarpe, a volte nemmeno le gambe?
A me andrebbe tutto di traverso, ma si sa che io ragiono alla mia maniera, sono un po' strano.

Certamente quello che ho scritto è banale e ovvio, ma se è così evidente, perché non si è ancora realizzato?
Ora però mi sono rotto il cazzo di scrivere a proposito di fatti e questioni che non posso direttamente cambiare né ai molti "interessa" comprendere, così per un po' starò zitto.

giovedì 11 agosto 2022

Analisi T

La situazione delicata a Taiwan ha origini antiche.

L'ultimo imperatore cinese Pu-Yi di discendenza Manciù (cino-mongola) perse la faccia a causa degli invasori giapponesi (1937-1945) con cui dovette mettersi d'accordo per mantenere la sua posizione apicale, sebbene solo rappresentativa. 

Il popolo di etnia Han, maggioritario in Cina, non glielo ha mai perdonato. 

Il povero imperatore oltre ad avere problemi erettili aveva anche seri problemi nel gestire la politica.

Quando i giapponesi si ritirarono, scoppiò una rivoluzione dove le forze anti-giapponesi capeggiate da Mao e addestrate e rifornite dagli Americani, sposarono inaspettatamente l'idea comunista con la Rivoluzione Culturale, in opposizione alla tradizione, che risultò essere non solo considerata anacronistica, ma traditrice dei più profondi valori del paese: il suo popolo. 

Ovviamente i rivoluzionari con la stella rossa sul berretto furono mollati dagli USA e adottati dall'URSS.

Obiettivamente la direzione affidata a Mao del Partito Popolare e del paese, mieté circa 20 milioni di morti tra persecuzioni e carestie volute senza il minimo scrupolo per il medesimo popolo che si voleva difendere. 

Questa però non è una circostanza, ma una costante storica.

La Cina ha più di altri una narrazione millenaria scritta con il sangue e la spietatezza di questo popolo e dei suoi governi che si sono succeduti nei secoli, è difficilmente comprensibile alla visione occidentale. 

Nelle arti marziali cinesi si dice "Perché fare un passo se non puoi dare un calcio?" e questo la dice lunga sul loro pragmatismo un po' crudele hai nostri occhi tondi. 

Tornando alla storia, il fronte nazionalista sostenitore dell'imperatore detto: Quomintang formato dai "Signori della Guerra", in pratica una dittatura militare, perse il confronto armato con i rivoluzionari comunisti e si rifugiò a Formosa (Taiwan) da dove ha rivendicato sino a pochi anni fa, addirittura la direzione della nazione cinese, ritendendosi l'unico governo legittimo, infatti può essere confusa definendosi Taiwan come la Repubblica di Cina (Nazionalista), rispetto all Repubblica Popolare Cinese cui generalmente si associa la Cina detta Zhòngguo letteralmente paese centrale.

Dopo la morte di Mao Tze-tung (1976) e la fine dell'egemonia della cosiddetta "Banda dei Quattro" si aprì il periodo di espansione economica cinese, una crescita inarrestabile e fortissima che svegliò il cosiddetto "gigante addormentato" come lo definiva Napoleone.

Negli anni ottanta le relazioni Taiwan-Cina ripresero, principalmente per motivi economici. I due paesi cominciarono a parlarsi, anche se questo non volle dire che andavano d'accordo.

Taiwan ebbe il suo provvidenziale e lungimirante sviluppo grazie ai semiconduttori divenendo attualmente il solo e più grande produttore di componenti di qualità, indispensabili all'informatica e alle telecomunicazioni a livello globale.

Dunque l'isola non più grande del doppio della Sicilia con venti milioni di abitanti e un PIL di 300 MLD di dollari annui è un wanton (raviolo) irresistibile per la nazione del Dragone che non ha mai nascosto il suo interesse a prendersela, anzi a mangiarsela. 

Strategicamente l'isola si pone quasi equidistante tra Pechino (Beijin) e Hong Kong, lungo le maggiori rotte marittime per il sud est asiatico. Un affaccio provvidenziale verso il Giappone e la Corea del Sud, ma anche verso le operose Filippine.

L'Invasione paventata con bellicose manovre militari dalla marina cinese è invalidata nel caso si attuasse dalla produzione di droni cui Taiwan è leader, godendo inoltre dell'esperienza della guerra in Ucraina dove sono testati sul campo. E' un nuovo scenario che rende la guerra alla vecchia maniera ancora più obsoleta. 

Va considerato che sebbene militarmente Taiwan non interessa propriamente agli USA, non è possibile da parte americana lasciare alla Cina il monopolio dei semiconduttori utilizzati nei computer di ultima generazione che, sia loro e il resto del mondo, non sanno costruire così bene e a quei prezzi.

Cosa è cambiato recentemente da giustificare l'interesse internazionale?

Il partito nazionalista sino ad ora in carica, pronipote del Quomintang, ha perso le elezioni e ha lasciato il governo dell'isola al Partito Progressista-Democratico (per quanto possa essere democratico e progressista un partito in un paese asiatico) che non intende come il suo predecessore, accontentarsi di divenire una regione a statuto speciale cinese, ma vuole l'autonomia.

Si assiste a un "mexican stand off" dove se da parte cinese si mostrano i muscoli per impressionare e spingere verso un'annessione economicamente vantaggiosissima, dall'altra cioè quella statunitense lo si fa ugualmente, ma con toni meno bellicosi. Per entrambi non è però consentita un'azione militare decisiva per le inevitabili ripercussioni che si trasformerebbero in un probabile conflitto mondiale. Il terzo attore in questo stallo è Taiwan che non vuole omologarsi a Hong Kong e vorrebbe continuare a godere della sua indipendenza privilegiata. 

E' quindi un gioco di ombre (cinesi) ciò che è rappresentato davanti all'opinione pubblica, in maniera a volte grottesca, che però indica "gattopardosticamente" che tutto deve cambiare, perché tutto possa rimanere uguale.