venerdì 11 aprile 2008

Parte X L'Eterno Ritorno


Il mondo pareva dischiudersi ai suoi occhi emanando la fragranza di un fiore di loto sorto dal fango.
Era come attraversare al contrario lo specchio di Alice, ogni cosa trovava il suo posto, la sua giusta collocazione. Così lo faceva sentire sempre l’incontro con la sua personale Mecca, con il suo tabernacolo, con il tempio del suo amato guru: il suo dentista.

Le conseguenze della lotta titanica con il principe delle tenebre avevano lasciato sulle sue protesi dentarie non pochi problemi. Il lavoro del suo amato sacerdote in camice bianco era stato lungo e laborioso, ma alla fine era sortito l’agognato premio: nulla di meno che la perfezione.

“Non avrai problemi” disse quel gran figlio di Ippocrate, e il peso di questo giorno che pareva non finire mai di colpo si alleggerì.

Provava, uscendo dallo studio odontoiatrico, la meravigliosa sensazione di compattezza e di realizzazione che solo un’arcata dentale incondizionata poteva elargire.

I nuovi denti nella sua bocca erano comodamente adagiati all’osso mandibolare, serrati con le viti numerate (praticamente indistruttibili) e riposavano come bimbi addormentati in una nursery.
Il mondo era ora ai suoi piedi scalzi.

Quello che gli serviva lo aveva già con se, doveva solo trovarlo.

Procedeva spedito verso la sua ultima destinazione: Parigi.
In quella meravigliosa città egli avrebbe incontrato finalmente lei, la venere bonsai, il suo eterno interrogativo malese.
E dove, si domandava con un sorriso lieve che distendeva i suoi tratti insonni, dove mai avrebbe potuto amare un uomo se non a Parigi?
I passeggeri frettolosi non potevano intuire che in questo essere seminudo nell'attesa del suo turno allo sportello delle partenze dell’aeroporto di Malpensa ardesse nel petto un simile fuoco.

Poi, comodamente adagiato sul sedile vicino al finestrino vide sfrecciare qualche metro sotto di lui la pista di decollo.
Il leggero sobbalzo che provò al distacco generò in lui una strana preoccupazione, ingiustificata naturalmente, ma proprio per questo più subdola e malevola.

Cercò di stendere le lunghe membra per poter riposare, ma il sentore di un evento incombente non lo abbandonò.
Anche se scacciato, questo presagio nefasto tornava sempre; fedele come un cane randagio e pulcioso che si strofina vicino ad un passante frettoloso, insistente nonostante le male parole.

Il corso di questa battaglia inconscia fu interrotto dal suo vicino, un uomo dalla carnagione chiara e dagli occhi chiari anch’essi, allegri e intelligenti.

“Mi scusi, non ho potuto fare a meno di notare la sua eleganza minimalista”.

“Ci sono abituato, non si deve scusare” rispose gentile il Semidivino, con la sua voce bassa e flautata.
“Vede” continuò il simpatico compagno di viaggio “spesso per lavoro viaggio moltissimo e raramente incontro la vera nobiltà di un abbigliamento “understatement”, mi permetta…”, aggiunse offrendogli la mano “Sono Bing Loden Oznama”.
“Dall’origine del suo nome e dai suoi tratti somatici nonché dalla mimica corporea direi che lei è tosco-siriano, ma vive spesso a Dubai” disse il nostro megadeduttore.
“Sono sorpreso” sorrise Loden ”Sbalordito, come ha fatto?”.
“Empatia” disse con una nota di vaghezza che rimase in sospensione fra loro per qualche secondo.

In un moto di inaspettata e assolutamente ingiustificata accondiscendenza egli provò, per questo proto-umano, una disposizione d’animo che lo spinse a mostrare le sue innate qualità di sommo psicologo.

“Vede, figliolo” aggiunse con pastorale serenità “lei non deve angustiarsi del suo problema”.
“Quale problema?” glissò sornione il mediorientale.
“L’unico problema che valga la pena di affrontare seriamente, la gnocca”.
“In effetti, ci stavo proprio pensando. Come l’ha capito?” confermò spiazzato l’arabo infelice.
“L’ho notato da come osservava concupiscente l’hostess accaldata e in soprappeso che illustrava le uscite di sicurezza. Dal brivido muliebre che ha avuto alla vista delle sue braccia aperte come in crocifissione e che accompagnavano la solita spiegazione sul da farsi nel caso la fortuna ci volgesse le spalle. Un rituale sempre uguale per noi viaggiatori che non avrebbe destato altrimenti il suo interesse” lasciò, con abile retorica che la pausa donasse sapore alle sue parole come la decantazione il giusto pregio ad un vino raro.

Dopo qualche secondo di riflessione Oznama confermò “Pensi, Eminenza che prima di salire sull’aereo ho avuto tre rapporti mercenari con procaci peripatetiche moldave e non contento mi sono trombato anche la cameriera dell’albergo, un’equadoregna oversize, ma il vero problema rimane. E’ il pensiero.”
“Lo so” disse il nostro splendido “Lei soffre di erotomania indotta da una sovrabbondanza testosteroidea, nulla che non si può risolvere con un corretto dosaggio ormonale.
Due compresse di Estrogen al dì e tutto sarà risolto”
Scrisse rapidamente la ricetta su di un tovagliolo di carta preso al volo dal carrello delle bevande a pagamento e lo diede all’infoiato impenitente.

La sua prescrizione nelle mani tremanti del compagno di viaggio riluceva della fulgida deduzione inappellabile.

“Per quanto riguarda la sua fantasia ricorrente non si deve preoccupare, sparirà anche quella, ma se così non fosse è innocua” continuò adamantino.
“Quale fantasia?” replicò ratto il paziente.
“Quella della suora nana posseduta contro natura” aggiunse il clinico senza tema di smentita.
“E lei professore come la conosce?!” proferì a bocca aperta il derelitto islamico.
“Empatia…non ricorda sciocchino” sbottò soavemente il grande taumaturgo affibbiando uno scappellotto al distratto sodomizzatore anticlericale.
“E ora, bacia la mano che ti ha punito” concluse dandogli momentaneamente del tu e nel contempo offrendo il dorso carpale per il dovuto atto di sottomissione.

“Un ultimo consulto, Maestro…spesso ho la sensazione che la mia vita non ha senso, sono infastidito dagli altri e la gente non mi considera sufficientemente, cosa devo fare?” parlò contrito, Bing Oznama, come in un confessionale.

Il grande luminare ristette pensoso per qualche secondo, poi elargì una porzione della sua immensa saggezza.
“Il mio esimio collega, il prof. Haemo Royd mi raccontò una volta una storia illuminante.
Vi era una scimmia che era molto triste e sofferente, il suo branco non le voleva più bene come un tempo. Alcuni incontrandola non la spulciavano più e questo le dava molta pena. La scimmia rimuginava queste cose mente la foresta andava a svegliarsi alle prime ore del mattino.
Tutto era cominciato, quando era arrivata quella scimmia rossa, pensava assorto e mesto il quadrumane, e così facendo non si accorse di un giaguaro che, spuntato dal nulla, oscurò per sempre il suo sole.
Vede dunque cosa succede a dimenticarsi di essere felice per il solo fatto di essere vivo”

“Non avevo mai considerato la cosa in questi termini. Grazie, Santità” disse il devoto con voce rotta dall’emozione.

“Eh? Che grazie e grazie! Sono 500 euri per la visita, li lasci alla hostess e gli ricordi di consegnarmeli prima di uscire dall’aeromobile. Ora goda e sia morigerato per il futuro, sciò-sciò!”. Il Supremo Druido accompagnò il rimbrotto con un gesto a ventaglio della mano che lasciava chiaramente intendere di non disturbarlo oltre.
Pose il suo sguardo fuori dell’oblò verso le luci di terra che gli indicavano la capitale d’oltralpe sempre più prossima.
Sentiva su di se il sorriso di Dio ed egli lo ricambiò compiaciuto.

Continua…

Parte XI Se...


Il suo momento di perfetta spiritualità fu interrotto dall’interfono dell’aeromobile.
“Signore e signori sono previsti vuoti d’aria, si prega di allacciare le cinture” Avvertì il comandante dell’aereo, ripetendo l’annuncio in diverse lingue. Dopo pochi secondi una lieve scossa attraversò rapida la struttura dalla carlinga alla coda.

L’ inquietudine si diffuse nei passeggeri, mentre si serravano ai propri sedili come naufraghi ad un tronco di legno. Il nostro trasvolatore, incrociò lo sguardo preoccupato del suo vicino arabo e proferì sereno il suo motto latino preferito: “In omnia pericula tasta testicula” e fece seguire il gesto alla parola.
L’hostess indaffarata e caracollante fra i sussulti che andavano crescendo controllava che tutti fossero imbracati alla cintura offrendo con il suo sorriso un momentaneo senso di sicurezza di fronte all’ignoto.
Un breve annuncio seguì i momenti di palpabile tensione: “E’ richiesta in cabina di pilotaggio la presenza di un esperto informatico per problemi al computer di bordo”.

Il nostro eroe, senza por tempo in mezzo, si liberò del vincolo e con agilità marinara procedette dove la sua opera era evocata.
“Buona sera comandante, sono l’esperto informatico che avete richiesto, qual è il problema?” chiese con la sua voce modulata entrando nell’angusto abitacolo tappezzato di pulsanti e di leve.
“Abbiamo un problema, i vuoti d’aria e una tempesta elettromagnetica interferiscono con il nostro computer, può fare qualche cosa?”
“Certamente” disse, e il supertecnico già stava smontando con un cacciavite trovato sulla console un congegno.
“Guardi che quello è il meccanismo eiettore dei nostri sedili”, disse lievemente preoccupato il copilota.
“Lo sapevo naturalmente, espletavo un controllo di default”, risopose piccato il guru del mainframe e con continuità si mise alla tastiera del computer digitando rapido; sembrava Rubinstein al pianoforte.
In pochi minuti reimpostò completamente il sistema operativo, poi tolse alcuni hardwere inutili e riavviò.
“Et-voilà”, proferì con lieve accento francese, “Problema risolto”.
.
I due piloti non stavano più nella pelle, era tutto “ready”.
Il grande ayatollah informatico approfittò della connessione internet gratuita per controllare la sua casella di posta e impostare come pagina predefinita ed indelebile, il portale di vini “Morellino di Scansano”, di cui godeva una percentuale sulle vendite online, ma questo era solo un piccolo peccato veniale, rispetto all’opera salvifica che aveva appena compiuto.

Tornando verso il proprio posto lo accolse un’ovazione dei passeggeri e lui, aduso al plauso, abbassò lievemente il capo irsuto e grigio mostrando i palmi in un gesto inequivocabile di modestia da Paracleto.

Era a quasi a metà del corridoio che un vuoto d’aria terribile lo colse impreparato.
Entrò in risonanza con i sobbalzi violentissimi del velivolo e dovette reggersi alle poltrone poste ai suoi lati per non cadere, pareva Sansone tra le colonne del tempio filisteo.

Pervaso e percorso da questo incredibile traballio subì un processo di spogliamento inarrestabile. Esplosero lontani i bottoni dei suoi jeans 501 e i pantaloni caddero a terra lasciandolo completamente nudo.
"Poco male", pensò, consapevole della sua statuaria bellezza, ma non fu che l’inizio.
Le viti numerate cominciarono, in perfetto sincrono con le vibrazioni, a svolgersi e la sua protesi dentaria tracimò.
Ad uno ad uno, i suoi bianchissimi denti fuoriuscirono dalla bocca rotolando a terra al modo di perle sul linoleum, tintinnavano come a piangere di fronte al destino avverso che li strappava dalla paterna bocca.
Egli ristette attonito a mirar i caduti come Tito Andronico i corpi dei suoi 32 figli, morti per la gloria di Roma.
Poi giunse la calma.
Quella calma che solo l’accettazione del proprio destino poteva donare, egli era ormai libero da ogni protesi, da ogni abbigliamento, da ogni convenzione.
Si sedette pensoso gustando il sapore agrodolce della realtà.

Come in sogno scese dall’aereo all'arrivo e oltrepassò il “gate” di uscita senza che nussuno potesse fermarlo. Gli occhi stupiti della gente e del personale di terra non lo potevano raggiungere, egli era ormai oltre.

L’ora era quasi scoccata. Lei sarebbe arrivata a minuti.
Si sedette solingo su una poltroncina del grande atrio dell’aeroporto francese.
Stringeva nelle mani solo la pergamena, tutto era stato abbandonato poiché inutile e superfluo.
Casualmente raccolse dal tavolino una penna dimenticata e scrisse...Scrisse con la sua calligrafia elegante e precisa, cosa gli era accaduto in tutto questo giorno infinito.
Obbedì ad un gesto inconscio, ad un’irrefrenabile pulsione semantica, trasferendo sul retro dell’antico foglio il riassunto delle sue vicende in questo giorno straordinario.
In un momento di lirismo acuto poi concluse la sua narrazione componendo un epigramma, qui di seguito riportato integralmente:

Se…

Se riesci a mantenere il controllo, quando tutti intorno a te perdono il loro e riesci ad attribuirgli la colpa.
Se puoi confidare in te stesso, quando tutti dubitano di te pur tenendo conto che non conta nulla il loro dubitare.
Se sai aspettare senza stancarti di farlo per 3 secondi o essere circondato dalle tue stesse bugie senza darvi credito o essere adorato senza dar spazio all'adorazionee così sembrando troppo buono o troppo saggio.
Se puoi sognare - senza rendere i sogni polluzioni.
Se sai pensare - senza rendere i pensieri il tuo pensiero che pensa di pensare.
Se puoi incontrare il Trionfo e la Sconfitta e trattare questi due impostori alla stessa stregua, ma nel primo trovando, la conversazione più interessante.
Se puoi tollerare di udire la verità da te pronunciata stravolta da disonesti che intessono trappole per gli ingenui...Peggio per loro! O vedere le cose per le quali hai dato la vita distrutte e fermarti a costruirle di nuovo con strumenti logori...
Se sai raccogliere tutti soldi di qualcun altro e rischiarli con un lancio a testa o croce, perdere e ricominciare ancora dall'inizio, ma senza farti beccare e mai sussurrare una parola sulla sua perdita.
Se puoi sforzare il tuo cuore, nervi e muscoli per servire al tuo scopo ben al di là delle loro possibilità e così andare avanti nella copula quando più nulla in te tranne la Volontà dice "tieni duro!"
Se puoi parlare con le folle e mantenere il tuo valore o camminare con i re senza perdere di semplicità, e che ci vuole?.
Se né i nemici e neppure gli amici più cari possono ferirti perché sei sempre irraggiungibile al cellulare e comunque "chi picchia per primo picchia due volte".
Se tutti possono contare su di te, ma nessuno minimamente.
Se puoi riempire un inesorabile secondo con un viaggio lungo un attimo, ma in business class, tua è la terra e quanto vi è in essa e - cosa ancor più importante - sarai zerbino, figlio mio!

Kipling avrebbe nascosto il capo di fronte alla sublime bellezza di questi versi e alla saggezza che effondevano.

Poi finalmente la vide.

La piccola figura malese di inaudita grazia, delicata come cristallo di Boemia con un lieve bernoccolo sulla fronte (forse provocato da un mouse), procedeva verso di lui.
L’abbraccio che ricambiò era più caldo di una termocoperta, il bacio che li unì morbido come cachemire (la Sua lingua all’aloe aveva anche qualità taumaturgiche).
D’incanto il mondo si accese di una luce abbagliante.
Lei lo guardava dal basso verso l’altro con un’elasticità cervicale sinuosa forgiata dall’allenamento e disse: “Sempre in ritardo, sempre trasandato, sempre tu…ti amo”.
Che altro desidera un essere umano se non essere amato solo per se stesso?
Fu un’apoteosi di sentimenti che come un caleidoscopio cangiavano le emozioni in ondate stordenti.
Lei, con grande gusto estetico, appoggiò il suo soprabito sul membro turgido onde sottrarlo agli occhi indiscreti dei passanti.
Così si avviarono abbracciati, a passi lenti, preceduti da questo strano stendardo.

Giunti all’aperto la notte parigina li accolse sotto un manto di stelle insolitamente luminose.
L’aria tiepida aveva quasi asciugato l’asfalto dalla pioggia del meriggio, ma ancora umido donava gli ultimi riflessi multicolori provenienti dalle insegne dei negozi, dalle luci delle vie, dalle auto che passavano veloci, combinandosi le sfumature parevano un meraviglioso Kandinsky metropolitano.
Camminavano verso il loro nido.

E' in quel preciso momento che li vidi.
Ero di fretta, il mio aereo sarebbe partito fra poco e nella testa avevo mille pensieri, ma fui catturato, ammaliato da questa scena, in meno di un secondo compresi che stavo vedendo allontanarsi in quella sera: l’Amore.
Queste due persone ad uno sguardo più attento mi parvero fondersi in una.
Mentre udivo, provenire da chissà dove una musica, una canzone di Frank Sinatra che intonava melodioso “That’s Life” in un crescendo di fiati.

Vidi anche che dalla mano di quell'uomo nudo si staccava un foglio, era l’ultimo retaggio del passato che, portato da un vento romantico, volò piroettando vicino a me.

Mi fermai, lo raccolsi, lessi tutto dimentico della mia fretta e li guardai di nuovo ormai lontanissimi. Avevo forse capito, certamente sapevo cosa avrei dovuto fare, sorrisi e mi avviai scuotendo un poco la testa.
"Che strano", pensai fra me e me, "ho incontrato Zerbinetor nel momento stesso della sua morte, nel momento stesso che nasceva al suo posto un uomo, incarnato in un amore, in un’unione".
Scacciai la malinconia di questo pensiero con la riflessione che mi era stato dato modo di sapere ciò che andava saputo.

Decisi tornato a casa di scrivere questa storia che ora è terminata.

Finalmente libero da questo tributo posso uscire sul balcone di casa ed immergermi in questa notte, tarda e buia, ma stranamente silente.
Respiro la brezza fresca e guardo le stelle e poi la pergamena che ha ispirato questa cronaca.
L'ultimo gesto è regalare questa prova all'oblio e così tenendola alta come in un rito le do fuoco con l’accendino.
Le fiamme salgono rapide, consumando l’antico testo segnato da questa storia contemporanea.
Da ultimo abbandono questo falò che vortica nell’aria e si libra come un fuoco fatuo.

Ho solo il tempo di pensare mentre il fuoco cade in spirale che, in questo grande mondo, la nostra vita ha lo stesso peso di questa fiamma.
Un nulla, la cui luce però, si irradia nella notte percorrendo velocissima tutto l’universo infinito.

giovedì 10 aprile 2008

Conquistare se stessi.


Il simbolo dello spirito guerriero nella antica Roma era rappresentato dall'Aquila rapace.

Ogni legione, aveva la sua Aquila, che ne era dunque lo spirito di Roma, nella persona dei suoi legionari, dei suoi centurioni, del censore o del tribuno che li comandava.
Questo simbolo sacro non doveva MAI cadere in mani nemiche.

La storia ci narra, e qualche volta successe, che quando in battaglia tutto sembrava perduto e la stanchezza e lo scoramento degli uomini parevano cedere di fronte al barbaro nemico, la situazione venisse capovolta da un'azione inattesa di un uomo solo.

Il tribuno, o se era già morto in sua vece il centurione anziano (primo pilus) afferrava l'Aquila, e si scagliava nel centro della mischia, proprio dove la battaglia infuriava più dura.
Con un urlo belluino, gli occhi di fuoco e lo stendardo alzato il comandante si buttava, solo e rabbioso contro la moltitudine ostile.
C'è chi ha raccontato che ad uomini così di morire pareva non gli importasse.

Si dice anche che lo sguardo di ogni soldato, come in una magia, non poteva fare a meno di vedere questa azione.
Perdere l'aquila era inimmaginabile per ognuno di loro, era perdere più della vita, della famiglia, della patria... era perdere la propria anima.

Allora, ogni legionario facendo appello a tutto ciò che gli rimaneva si scagliava nell'assalto. Anche i feriti si levavano in piedi a combattere mettendo nel proprio gladio l’ultima stilla di energia. Tutti lì, dove l'Aquila campeggiava luminosa sopra le urla straziate, nel fango e nel sangue.
Era un attacco disperato che non ammetteva futuro.

Molte battaglie già perse vennero vinte così.

I mari del cuore


Mesto attendo il divenir che si fa dolce nel mio sperar mai domo.

E' un mar periglioso che andando per traversare, irto e profondo fra le spume, fin troppo facile appare perdersi.

Ecco! Lontano si scorge cosa, fra le maree appuntite come dardi.
Nere nubi lambiscono l'orizzonte facendo frangia al mare in tempesta.
Terra infine appare.
Ove l'onda muggisce la costa dispare per sempre, come miraggio di amor perduto.

Confessioni di una maschera


I miei ricordi, sono sempre dei lampi nella memoria, ravvivata da una canzone, un posto un odore, in questo mondo nessuno manca.

Là correvo bambino con gli amici in cortile, su quel "biroccino" fatto di legno e ruote, e dietro l’angolo ecco l'odore del mare e il mio primo bacio con quella ragazzina dai capelli neri.
In fondo a quella strada vedo ancora mio padre che mi sorride, giovane e bello, così purtroppo rimasto nella mia memoria che si è fermata a quell'ultima notte passata insieme.

Fuori da quella scuola quanti cazzotti! C'era sempre qualche d'uno a cui fare pagare una prepotenza, sento ancora il sapore metallico del sangue nella bocca.
Gli amici poi...tanti volti e tutti hanno sempre ventanni, in quella piazza a ridere fino a notte fonda. Alcuni non ci sono più, ma per me sono semplicemente andati avanti prima.
Certe notti poi avvolte di magia come fossero vive, e certe albe con il freddo nelle ossa e la voglia di dormire che ti graffia la pelle.
Ho fatto tante cose e tanto vorrei fare ancora, non ho mai mollato anche quando tutto sembrava perduto.
Cerco in ogni giorno sempre un nuovo inizio.

La mente può contenere un pensiero alla volta, ma nel cuore c'è tutto e non sempre, come diceva il poeta "è il paese più straziato".

Il tempo lenisce ogni angoscia e asciuga ogni lacrima, è veramente un gran dottore.
Curiosamente le gioie sono più tranquille e distaccate e i dolori meno brucianti, come se un invisibile vaso comunicante alla fine pareggi i conti.
Raffreddando ciò che bruciava e scaldando ciò che faceva rabbrividire.

Non butterei via nulla anche se non trovo la necessità di rivivere tutto, se sono questo è perchè ho vissuto quello.

Veramente non posso dire nulla se non che oggi il sole splende, l'aria è fresca e par che la vita possa durar cent'anni.

Guida Michelin


La vita è un po’ come andare al ristorante, ti siedi ad un tavolo scelto da altri, ordini dei piatti, ma non sai se ti piaceranno.
Parli con i commensali, anche loro li per caso, e non sai se ti faranno compagnia persone buone o cattive ne quando andranno via.
Alla fine dovrai pagare e non sai nemmeno quanto costerà ciò che hai chiesto, forse i soldi non ti basteranno e ti toccherà lavare i piatti.
Non sai nemmeno se il conto arriverà al dessert o già all’aperitivo.
Viene da pensare perché uno non se ne stia a casa propria.

Parlando di cose allegre...la morte.

Non c'è niente di più istruttivo di un funerale… è un'incredibile occasione per osservare le reazioni e le emozioni della gente, ma soprattutto cosa accade in se stessi.Recentemente ho partecipato al funerale di un amico prematuramente scomparso ed ho potuto così osservare in me un turbinio di sentimenti ed emozioni mai analizzate seriamente.Si sono succedute sensazioni diversissime e altalenanti.
C'è stato subito un senso di incredulità, seguito da una di vuoto, poi tristezza, quindi rabbia ed infine tutto è stato avvolto dall'accettazione della fatalità ovvero dalla realtà dell'esistenza.Penso che valga la pena un poco soffermasi su ognuna di queste emozioni, con attenzione. Leggevo qualche anno fa un articolo di psicologia nel quale si sosteneva che se un evento sconvolge le nostre abitudini la mente ha bisogno di tempo per organizzarsi cioè per accettare e valutare il fatto inaspettato. Tutto ciò per ridurre a qualcosa di noto un fatto sconosciuto. Questo tempo, che chiamerei di adattamento, è riempito dall'incredulità, insomma con la classica frase: - non è possibile!
Quest'incredulità altro non è che un cuscino fra noi e la realtà, ma mi domando perché abbiamo bisogno di questo? Cosa dobbiamo difendere? A cosa ci dobbiamo adattare? Come mai esiste un gap temporale fra la nostra mente e gli eventi percepiti, cioè la coscienza appare incapace di essere presente al fatto, o è indietro con il fiato corto, o è avanti in caccia di farfalle.Se osservo un bambino il cui mondo è costantemente nuovo e sorprendente, in lui non è presente questo "cuscino", questa distanza, egli guarda il mondo con uno stupore cristallino e con un'accettazione totale, qualsiasi favola è reale, qualsiasi prodigio è possibile.Alcuni medici hanno provato con bambini in età prescolare, che dovevano essere sottoposti a piccoli interventi ambulatoriali, un tipo di anestesia "magica"; ossia il medico presentava al piccolo paziente un "guanto fatato" avente proprietà anestetizzanti, eseguiva poi una dimostrazione su un'infermiere che esaltava il valore dello strumento e quindi operava sul piccolo.I risultati sono stati sorprendenti, quasi assenza di dolore, ma ancora più sorprendente è, secondo me, questa capacità di accettazione propria dei bambini che abbiamo perso apparentemente in maniera irreversibile.La seconda sensazione è stata di vuoto, ma vuoto per cosa? Di cosa sono stato privato? Si potrebbe pensare della persona cara, ma più precisamente del pensiero della persona cara che non c'è più, e come se fossi un po' meno vivo.
Con un'interpretazione antropologica la mia tribù (i parenti gia amici i nostri alleati dunque) è, in seguito alla perdita, diventata meno forte come se la mia stessa sopravvivenza sia monca di una sua appendice. Più la persona è vicina, importante, maggiormente mi sento derubato, svuotato.Ancora una volta mi viene da chiedermi se sia veramente così e cioè se veramente è una realtà o una percezione, un prodotto della mente.Nei popoli primitivi dove la vita è estremamente rischiosa e breve, il rapporto con il mondo circostante è strettissimo, quasi non esiste separazione con la natura e gli eventi.Da questa comunione nascono tutte le religioni animiste che vedono in ogni cosa l'espressione di un dio, di uno spirito.
Per contrasto la paura quotidiana rafforza l'adattabilità alla realtà mentre noi uomini civilizzati soverchiati da polizze vita, furto, incendio, cassa continua, mutua, previdenza viviamo nell'incapacità di accettare ciò che semplicemente è. Sorprendentemente lo sviluppo della nostra parte razionale ovvero la capacità di previsione ci lascia completamente spiazzati al presente, sempre più soli in un mondo di solitudine, viviamo noi stessi imprigionati nel perimetro della nostra pelle incapaci di scorgere il fluire della vita.
Si racconta di un monaco Zen che giunto al capezzale di un nobile samurai moribondo gli disse: - sono venuto ad insegnarti come comprendere ciò che viene e ciò che va. Il samurai a sua volta replicò: - come puoi insegnarmi questo se io stesso dopo una vita intera non ho ancora compreso? - Il monaco con tranquillità aggiunse: - E' perché non hai considerato che nulla viene e nulla va. A queste parole il nobile signore sorrise e spirò serenamente. Nulla viene, nulla và… questa verità riecheggia nel cuore, ma non nel cervello poiché la mente non può comprendere il vuoto, non è proprio possibile pensare al nulla, la stessa funzione della mente è inscindibile dal soggetto, ma la realtà è veramente formata di oggetti? Se siamo innamorati (e lo siamo veramente per poco tempo) non vi è spazio per il soggetto, ma solo per il sentimento, difatti nel momento che cominciamo a pensare all'altro come ad un soggetto/oggetto (fidanzata, moglie, amante) non c'è più posto per l'essere. Cioè si crea una separazione dove prima c'era comunione, unità.
Così per l'amico che non c'è più, la nostra ignoranza ci danna e ci condanna alla sofferenza.La tristezza, il pianto… lacrime salate, ma per chi?
Guardavo i parenti affranti gli amici stravolti e mi domandavo l'origine di questo, forse si piange chi è andato o si piange chi resta? Io penso che si riesca a piangere veramente solo per se stessi, nel riflesso della tragedia altrui vediamo la nostra paura della sofferenza, si soffre dunque per chi resta, per i vivi, gli unici con cui possiamo rapportarci in questo mondo, in quanto la morte è una dimensione ignota a cui non possiamo pensare, ancora una volta il vuoto senza forma, inimmaginabile, ingloba anche la sofferenza. Eppure esiste la possibilità di sperimentare tutto questo in vita ed è la dimensione della meditazione, il vuoto sorge dal non pensiero, lui c'è quando noi non siamo, che paradosso! Mi viene in mente la celebre frase di Cartesio "cogito ergo sum" e quindi "se non penso non sono" o meglio se non m'identifico con il mio pensiero non esiste un ego, ma di converso proprio perché "Io non sono" posso essere eterno. Io e la morte non c'incontreremo mai, ma nello stesso tempo la vita non è altro che una preparazione a quel momento, che contraddizione!
Che dire poi della rabbia? Eh sì, perché anche con lei ho dovuto fare i conti. Rabbia perché questo lutto mi appare come uno schiaffo, un dispetto, come quando parliamo con qualcuno e questi si gira e se ne va senza degnarci di risposta, le parole riecheggiano come sospese a mezz'aria, come il soliloquio di un folle.
La follia della vita, la meravigliosa e terribile dimensione della pazzia, egli non è più qui si dice dei morti, ma anche dei folli. Si racconta che nei monasteri buddisti si ospitasse spesso un folle, nei suoi occhi come in quelli di un uomo illuminato si dice si possa scorgere l'altra dimensione, entrambi hanno varcato la soglia, ma in modo completamente diverso. Il primo in maniera inconsapevole, il secondo con il massimo della consapevolezza umana ed ecco ancora …un'altra contraddizione!
Accettare, capire comprendere...forse dimenticare, la mia vita è ripresa nella sua frenetica normalità, sono stato riassorbito dal corso dell'esistenza, cosa è cambiato in me, ho forse dimenticato? Penso di no, ma cosa è cambiato non so dirlo, certo ho una cicatrice nell'anima ed è come la ruga sul viso di un vecchio, essa testimonia la sua vita, forse un antico dolore, forse una gioia, per me testimonierà ciò che ci ha legato.
Che cosa resterà della mia vita? a volte me lo domando e riesco anche a sorridere di tutto il mio affanno, immaginandomi quando toccherà a me ritornare al grande spirito (come lo chiamavano gli indiani d'America), all'energia che sorge, diviene e scompare per poi rinascere chissà dove e in quale forma.
E lui, quel testone del mio amico che non è più con noi, mi piace immaginarlo così, come una risata nel vento.