martedì 23 giugno 2009

Haiku


Caldo pomeriggio d'Estate,
nascono i fiori di un solo giorno
ai lati del sentiero dimenticato.

venerdì 19 giugno 2009

La venticinquesima ora


Vivere è distillare dalla Vita la parte migliore, come un profumo che è fatto di essenze mescolate per crearne la fragranza.
Percezioni, sensazioni, emozioni, sentimenti, intuizioni, come un buongustaio, da ogni frammento trarne un prezioso boccone.
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Per chi vede il mondo dei fenomeni esiste un inizio e una fine, chi vede la realtà invece sa che non vi è inizio né fine.
Dispiacersi dell'ultima ora di vita è dispiacersi di tutta la propria vita.
Lei si approssima sempre veloce. E' quel fatidico ultimo giorno che arriva sempre presto.
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Immaginando di avere a disposizione pochi minuti di vita, forse un’ora appena mi trovo a spronarmi per godere di più, osare di più.
Come affronterò il giudizio più spietato: quello di me stesso?
Come avrei potuto, mi domando ancora, provar piacere e assaporare di più ogni istante?
Provaci ora! Mi risponde il cuore.
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Preparandomi alla morte imparo a vivere e se perfino la sabbia con il tempo diventa polvere, non è proprio il caso di badare alle convenzioni e alla reputazione. Resterà così poco di quanto trascorso.
Morire per “sempre” a questo mondo è un onore che va guadagnato.
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La vita non è mai gratuita e si paga con la moneta del tempo.
Tempo che ci è stato regalato, ma quanta valuta abbiamo ancora nelle tasche non ci è dato di saperlo.
Non voglio più spendere è il momento di cominciare a guadagnare, e realizzare così in quel giorno, forse in quella ora una morte perfetta.
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Creo per me la venticinquesima ora: ogni giorno.
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venerdì 24 aprile 2009

Tributo a N.Z.


Beato l'Uomo che nel medesimo tempo e
in una sola carne vede
la bella maschera e il volto mostruoso che essa cela.
Poichè solo Lui con grazia e dignità
potrà suonare il doppio flauto
della Vita e della Morte.

lunedì 16 marzo 2009

Dedicato a S.


Sei qui perché voluta, cercata e chiamata.

Forte e dolce, ti ho visto nascere e mi hai regalato un attimo che vale una vita intera.
Piccola eppure così grande nella gioia che diffondevi intorno a te.
Ora ti credi grande, ma quando ti appoggi a me e sento la tua testa sul mio petto mi sorprendo a pensare che nulla è cambiato.
Prima piangevi ora parli, prima gattonavi ora invece cammini, ma non ti sei mai mossa dal mio cuore.

La mia vita per la tua: in ogni momento del giorno, in ogni giorno dell’anno; Senza rimpianto né esitazione.
Così è scritto nella mia anima.

giovedì 12 febbraio 2009

Il Prigioniero -Parte I-

Leggeva il giornale di ieri. Non poteva permettersi nemmeno il quotidiano del giorno giusto.
Gironzolava in pigiama, nella cucina del piccolo appartamento in affitto, mentre si svegliava molto lentamente.
Stilò un breve bilancio della sua situazione.
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Trenta anni, niente lavoro, niente soldi, il frigo quasi vuoto. Nessuna relazione sentimentale, gli amici poi...Ormai lo evitavano.
In meno di un minuto aveva tirato le somme della sua contabilità esistenziale.
Zero, era la cifra che ricorreva sotto ogni colonna.
“Mica male”, pensò e sorrise senza allegria.
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Intanto che beveva il caffè riscaldato, la sua attenzione si posò su un trafiletto del giornale aperto sugli annunci: un avviso, anonimo ma curioso lo interessò.
Mise la seggiola su cui si era appena seduto un po’ più vicina al tavolo e raddrizzò la schiena tirando su con il naso.
Poi lesse: “Cercasi candidato: uomo, massimo trentacinque anni, eterosessuale, per esperimento sociologico, ottima remunerazione, disponibilità a viaggiare all’estero”.
Queste erano le notizie salienti, ma a lui interessava solo la penultima parte: ottima remunerazione.
Aveva l’acqua alla gola e non sapeva né voleva nuotare.

Scese in strada in tuta da ginnastica, fece una telefonata dalla cabina all’angolo e fissò un appuntamento con la cortese signorina all’altro capo del filo.
Poi tornò in casa per vivere un altro giorno di inutile apatico tormento.
 
Due giorni dopo si recò come stabilito nel luogo dell'appuntamento che si trovava al secondo piano di un grande palazzo. Nello stabile eroano ospitate, tra le altre, numerose società
L’agenzia di servizi che si occupava del “reclutamento delle cavie" per questo esperimento era un’agenzia famosa, almeno così gli pareva di ricordare, un’agenzia di sondaggi o cose del genere come gli aveva spiegato l'impiegata con cui aveva parlato al telefono.
Oggi era il giorno del sua primo incontro, ma non sarebbe stato né il primo né l’ultimo, ma ancora lui non lo sapeva.
Aveva indossato il suo unico vestito decente rimastogli, un completo nero e un dolcevita nero anch'esso che gli conferiva un aspetto perlomeno convenzionale.

Dopo una breve attesa fu ricevuto da uno Psicologo (almeno così si presentò) che gli fece molte domande, poi compilò un lungo questionario, alla fine il dottore lo congedò sbrigativamente.
“Tutto qui?”, aveva chiesto sorpreso.
“Ci faremo sentire noi…Nel caso”, aveva detto il suo interlocutore, mettendo l’accento sull’ultima frase.
Una risposta decisa che non lasciava spazio a ulteriori domande o repliche.
Era deluso. Avrebbe potuto dormire sino a tardi quel giorno, come faceva di solito, ma si era dovuto svegliare presto per partecipare alla selezione ed adesso, dopo un’ora e mezza di esame, era di nuovo se stesso; purtroppo.
La sua atavica indolenza lo perseguitava come un senso di colpa per un crimine abietto.
 
Inaspettatamente dopo tre giorni ricevette già una lettera.
Era una nuova "convocazione", come lui ormai chiamava questa opportunità.
In realtà era un’occasione in cui aveva inciampato senza neanche troppa convinzione.
Nella raccomandata era descritto cosa lo attendeva. Doveva fare una serie di esami clinici e ancora nuovi test psicologici, questo era almeno il programma da svolgersi per addirittura un giorno intero.

Sbadigliò grattandosi la testa, mentre leggeva la lettera scritta in uno stile anonimo che enumerava una serie lunghissima di prove che sarebbero state svolte su si lui.
Le avrebbe fatte, ormai avrebbe fatto quasi tutto. Firmò la liberatoria allegata e la rispedì al mittente pensando:
“Mi sbatteranno fuori casa fra meno di un mese e non ho modo di pagare l’affitto”.
Questi erano i pensieri tristi che gli facevano compagnia, mentre guardava dalla finestra. Era inverno, e il pensiero di vivere in strada lo fece rabbrividire nonostante il riscaldamento.
 
Il giorno della seconda selezione fu lungo e pieno di cose da fare che rispettarono però puntualmente il programma che aveva approvato.
Le visite mediche accurate con esami, prelievi e le infinite domande sulla sua salute, sulle sue preferenze, sembravano scavare nella sua vita banale. Probabilmente alla ricerca di un particolare che non sapeva di avere. Concluse con prove attitudinali di ogni genere.
Quella giornata faticosa terminò come l’altra: un brutale congedo senza manco un sorriso.
Passò ancora una lunga settimana, ma gli regalò alla fine un nuovo inaspettato invito, l’ultimo c’era scritto.
Doveva recarsi presso un avvocato in centro.
“Che palle!”, pensò con un sospiro.
“Mi fanno girare come una trottola”, sbottò, “ma in fondo che avevo da perdere?”, concluse ormai rassegnato.
 
Il giorno dell'incontro era in anticipo all’appuntamento, di ben dieci minuti. Un fatto incredibile per la sua naturale pigrizia, ma che gli diede modo di guardarsi intorno.
Lo studio legale era prestigioso, elegante e ben organizzato.
Avvocati ben vestiti andavano e venivano lungo il corridoio.
Passavano da un ufficio all’altro in una sorta di gioco dei quattro cantoni. L’immagine che ne trasse fu di efficienza dinamica, ma senza frenesia.
La sala di attesa in cui aspettava il suo turno era raffinata con parquet e tappeti orientali. Era sprofondato in una delle poltrone di pelle e palleggiava il suo sguardo fra i quadri alle pareti e le tre segretarie alla reception. Erano tutte belle, molto cortesi e vestite con abiti di ottimo gusto. Se le sarebbe scopate tutte e tre.
Scacciò questo pensiero per rimanere concentrato su quello che lo aspettava, ma naturalmente non ci riuscì.
La sua era una specie di ossessione per il sesso, cui non poteva dare seguito se non saltuariamente a causa dei suoi problemi economici che influivano pesantemente sulla sua vita amorosa.
Non che fosse brutto, solamente era tremendamente spiantato e le donne che incontrava di solito non erano attratte da quel genere di uomo.
Inoltre la sua indolenza mista a un’inveterata infedeltà mettevano a dura prova anche la donna più innamorata. Alla fine la relazione più lunga negli ultimi tre anni era stata di cinque settimane.
 
I suoi pensieri furono interrotti da una fragranza squisita; Mirra e fiori selvatici, avrebbe detto.
“Signor Smith, signor Peter Smith? Prego, si accomodi gli avvocati la stanno aspettando”, il viso della segretaria era vicino al suo e ne poteva sentire l’alito fresco che si mischiava divinamente con quel profumo.
La guardò con un’occhiata languida, da cane affamato, e si alzò dalla poltrona per dirigersi verso l’ufficio indicatogli. La porta era aperta: pareva una bocca spalancata nella attesa di ingoiarlo.
Poco prima di entrare però si guardò indietro. Voleva osservare il sedere della bella impiegata che stava tornando alla scrivania.
“Era proprio bello tondo”, pensò e indugiò fra se immaginandoselo senza gonna e senza il perizoma che si intuiva sotto il tessuto.
Per un attimo il sangue gli andò alla testa, ma il ricordo di cosa era venuto a fare gli fece evaporare tutta la poesia.
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L’ufficio era più grande di quanto immaginava.
Arredato con mobili antichi, si sarebbe potuto definire una sorta di “Country Club” se non ci fossero stati i monitor dei computer che punteggiavano, con il loro candore, le due scrivanie in mogano scuro.
Osservò con cura le persone che lo aspettavano.
Un giovane, probabilmente un avvocato, alla sua destra in piedi, un'altro avvocato più vecchio seduto su una grande poltrona girevole dietro una delle scrivanie. Alla sua sinistra verso il fondo della stanza invece un uomo in carrozzina; dietro a quest’ultimo un altro uomo, una specie di gigante, con la faccia da gorilla.
Poi scorse anche una donna, forse una segretaria, oppure un’infermiera, seduta su una piccola poltrona a lato dell’invalido.
L’aria all’interno dell'ufficio era amichevole e rilassata.
“Forse un po’ finta”, pensò con diffidenza.
 
Il giovane si avvicinò a lui con passo dinamico e gli strinse la mano: “Sono l’avvocato Michael Leonardi…ma se vuole può chiamarmi semplicemente Mitch”, disse con voce gioviale come se fossero stati vecchi amici ritrovati ad una rimpatriata di ex studenti di Harvard.

Non poté fare a meno di notare il bel vestito gessato di questo “amico ritrovato” e l’asola del bottone della manica della giacca lasciata volutamente aperta, a far intendere che il vestito era un prodotto sartoriale, non un “pre a porter” del cazzo.
Poi con continuità gli furono presentati gli altri.
“Il socio Senior dello studio: l’avvocato Skowrosky”, aggiunse il suo anfitrione, indicando con la mano aperta l’uomo seduto dietro la scrivania.
Questo uomo era anziano con una cascata leonina di capelli bianchi. Skowrosky gli fece un cenno della testa come saluto, poi piegò un angolo della bocca, come se quella smorfia potesse essere scambiata per un vero sorriso.
“Ed ecco il nostro cliente”, aggiunse indicando subito dopo l’invalido, ma stranamente non ne disse il nome.
“E naturalmente la sua segretaria, miss Tippy”, inchinò leggermente il capo, in una sorta di piccola reverenza all'indirizzo della ragazza, come un vero gentleman.
“Non c’era che dire a Harvard li ammaestravano proprio bene”, pensò Peter.
Del “gorilla” appena fuggito dallo zoo non fu fatta menzione. Lui certo non aveva la curiosità di conoscerne il nome e neppure aveva il desiderio di una stretta di mano con quel energumeno per magari farsela stritolare.
 
“Si accomodi signor Smith”, disse il socio Senior, indicando la sedia di fronte alle scrivanie, disposta in modo da guardare tutti i presenti.
“Grazie”, disse Smith, fingendo la disinvoltura di chi usualmente frequenta posti di classe come quello in cui si trovava.
 
I secondi successivi però trascorsero in un silenzio carico di imbarazzo.
Il vecchio invalido lo scrutava.
Avrebbe potuto avere fra i sessanta e i settanta anni, ragionò Peter che lo guardava ogni tanto di sottecchi.
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Curiosamente era vestito completamente di bianco, il viso, curato e magro, faceva pensare ad un carattere volitivo, ma gli occhi, gli occhi erano estremamente penetranti, anzi inquietanti: di un grigio liquido che parevano poter guardare direttamente dentro la mente dell’altro.
Questi furono i pensieri rapidissimi che passarono nel suo cervello.
Quegli occhi sembravano avere la fissità di quelli di un gatto, ma con la perspicacia di un venditore di tappeti furbo, questa fu la conclusione del suo ragionare.
Il nervosismo che cominciava a provare fece diventare rapidamente scomoda la bella sedia imbottita su cui si era accomodato.
 
“Arriviamo al dunque saltando i preamboli inutili, va bene signor Smith?”, disse l’avvocato anziano, rompendo il silenzio con il solito mezzo sorriso, ma usando stavolta l’altra metà del viso che non aveva ancora adoperato.
Skowrosky, pronunciò “signor Smith”, con una sorta di disprezzo perfettamente camuffato dalla gentilezza. Un vero attore.
 
“Lei è uno dei candidati, per l'esattezza il numero 6, che hanno sino a ora superato la selezione ma adesso, se deciderà di aderire al progetto dovrà conoscerne i particolari e dopo accettarne le clausole del contratto per essere eventualmente assunto”.
“Naturalmente”, rispose Peter, scodinzolando sulla sedia che non riusciva a diventare comoda neanche ora che il vecchio aveva tolto lo sguardo dalla sua persona. Notò con la coda dell'occhio che parlava nell’orecchio della segretaria.
L'avvocato anziano aggiunse ancora con tono affabile, ma mantenendo quella aria di disgusto come se avesse sotto il naso una merda di cane:

“Naturalmente…Lei -signor Smith- sarà vincolato al segreto, anche nel caso non accettasse l’offerta del nostro cliente. Questo è il modulo che ci consente di perseguirla legalmente nel caso, anche una sola parola uscisse da lei in merito a quanto stiamo per dirle”, dopo una breve pausa il vecchio squalo in abito blu aggiunse, “E’ tutto chiaro?”.
“Cristallino”, rispose Peter, palesando una sicurezza che non aveva mai avuto in vita sua.
“Firmi, allora e conoscerà questa fantastica offerta...Le cambierà la vita”, disse l’avvocato dandogli una penna e un foglio dattiloscritto fitto di causali e postille.

Mai parole furono più vere in bocca ad un patrocinante.


Continua…

Il Prigioniero -Parte II-


“Cosa desidera un uomo?”, disse con voce profonda l’avvocato Skowrosky, stagliando sornione questa domanda sul fondo di un discorso di chi possiede già tutte le risposte.
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“Mah! Non saprei, penso che per ognuno sia diverso”, rispose Peter cercando di guadagnare tempo.
“Si sbaglia signor Smith, per tutti è la stessa cosa”, incalzò l’avvocato guardandolo dritto negli occhi.
“Denaro e Sesso, ecco cosa vogliamo, possibilmente senza limiti”, continuò sicuro nella sua arringa.
“Beh! Certo, potendo scegliere non è affatto male”, confermò sorridendo accondiscendente Peter.
“Ebbene, ecco la proposta del nostro cliente”, e così dicendo il legale indicò con l’indice l’invalido sulla sedia a rotelle, ma senza voltare il volto o distogliere lo sguardo da Peter.
“L’offerta è per vivere dieci anni in una lussuosa villa sul mare, con ogni comfort e…Donne, tante donne, sempre diverse. Il sogno di ogni uomo che diventa realtà”.
Fece una breve pausa e poi riprese.
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“Non certo quelle stupidate che sono comunemente contrabbandate come il senso della vita: Amore, Libertà, Amicizia, Serenità.
No, no, signor Smith: C O N C R E T E Z Z A", e scandì l'ultima frase, sillaba per sillaba, come parlasse ad un ritardato mentale, poi riprese amabile.
"Ecco cosa le è offerto, la vera ricetta del vivere bene.
Il romanticismo e la filosofia sono trappole per gli sciocchi. Sedativi sociali per tener buona la moltitudine.
Questa è l'unica, semplice e vera realtà”, così dicendo sollevò le sopraciglia ed aprì le mani in un gesto inequivocabile di constatazione.
Tutti attendevono un commento da Peter.
“Concordo!”, rispose quindi, guardandosi attorno e incontrando così solo sorrisi.
“Ma…Ci sarà pure un -ma-?“, aggiunse.
“Ovvio.” disse Skowrosky, incrociando le dita e appoggiando i gomiti sulla scrivania lucida.
Poi si sporse verso di lui e continuando a fissarlo, disse:
“Non deve certo essere un avvocato che le spiega che: nulla si fa per nulla -Quid pro quo-”, e finalmente sorrise, usando perfino entrambi gli angoli della bocca, per questa citazione senza umorismo.
“Lei vivrà in un’isola soleggiata, in una grande villa, avrà a disposizione con ragionevolezza ogni agio che il denaro può fornire, ma non si potrà allontanare. Questa condizione non è negoziabile, inoltre dovrà avere tre rapporti sessuali ogni giorno con donne sempre diverse, piacenti e consenzienti, ma scelte dal suo nuovo datore di lavoro.
Tre, si ricordi”, così dicendo sollevò l’indice, il medio e l’anulare in un’inequivocabile addizione che riassumeva le sue -perfomance- giornaliere obligatorie.
“Sarà anche ripreso dalle telecamere presenti in ogni angolo della casa e del parco, una sorta di Grande Fratello privato ma discreto, glielo garantiamo, ad uso e consumo del nostro cliente, questa è in sostanza la proposta”.
Quindi tacque.
Anche Peter era senza parole.

“Perché io?”, chiese, stupendosi della banalità di una domanda senza senso fra tutte quelle che gli affolavano in quel momento la mente.
“Perché?”, disse con una smorfia ilare l’avvocato, sollevando le spalle e guardandosi attorno incredulo.
“Semplicemente perché lei piace al nostro cliente, ha superato la selezione, ma soprattutto...Perché lei è un disperato”.
Paradossalmente questa offesa pronunciata senza astio aveva tutta la naturalezza della verità.

“Ok, Ok, vivrò su quest’isola, avrò tre donne diverse ogni giorno, godrò dei lussi che questa casa e il benessere del denaro, per dieci anni, ma se un giorno non voglio fare sesso? Se volessi fare un viaggio? Se mi ammalassi? Che succede?”, le preoccupazioni cominciavano a far capolino nel suo cervello con maggior ordine e a dare corpo a quel presentimento nefasto che lo aveva accompagnato dal momento che aveva varcato l’ingresso dello studio legale.

“Il contratto è chiaro”, disse improvvisamente l’altro avvocato, quello giovane, sollevandosi legermente da dietro la scrivania e passandogli una copia di un documento in quindici pagine.
“Mi permetta di sollevarla da una lunga lettura”, aggiunse di rimando l’avvocato Senior, scoccando un'occhiata avvelenata al suo giovane collega.
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“Lei sarà vincolato in quella meravigliosa residenza, ma solo per dieci anni.
Non per sempre, e dieci anni passano in un attimo.
Mi creda, quando uso poi il termine -meravigliosa- non esagero. Inoltre cosa vuole che siano tre rapporti ogni giorno? Un uomo nel fiore degli anni come lei, non dovrà fare altro nella sua giornata che occuparsi di tre donne belle, giovani, seducenti e sempre diverse…Una passeggiata.
Alla fine del contratto lei avrà due milioni di dollari, rivalutati al tasso di interesse pari alla svalutazione annuale, ed in più una casa, a sua scelta, fra quelle che le mostrerò”, così dicendo dispose sulla scrivania con l'abilità di un croupier alcune foto di lussuose residenze .
"Lei, signor Smith, tra dieci anni, avrà risolto ogni suo problema materiale ed in più avrà vissuto un decennio di godimenti, un piccolo Paradiso”, continuò nella sua esposizione con una serenità e una logica che faceva apparire tutto semplice.
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“Sì certo, visto in questo modo non è impossibile da realizzare, magari difficile però fattibile, ma se non ce la facessi? Se per dire un giorno non avessi voglia?”, chiese ancora titubante Peter.
“Potrà recuperare, basta che alla fine del mese la sua –prestazione- sia di novanta coiti.
Non uno di più né di meno.”, aggiunse cordiale “Mitch l’amico" come ormai lo nominava nella sua mente. Così dicendo il giovane avvocato diede un'occhiata al socio Senior per avere la conferma che stava dicendo bene.

“Ma se non riuscissi?”, continuò Peter come un disco rotto.
“Allora le sarà amputata una piccola parte del corpo”, aggiunse Skowrosky, atono, come se avesse commentato la cosa più evidente al mondo.

Con questa ultima frase calò un silenzio glaciale su tutto l’ufficio e per un attimo il cuore di Peter parve spegnersi in questo gelo.
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Continua….

Il Prigioniero -Parte III-


Si alzò di scatto dalla sedia.
Fu una reazione inconscia, istintiva, come quando si ritrae la mano da una fiamma ancora prima di sentire il dolore che ne farà seguito.

Nessuno tentò di fermarlo, ma giunto alla porta udì una voce autorevole, la voce di chi, abituato al comando, non aveva bisogno di alzare il tono per essere ascoltato.
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“Peter, non è forse vero che il valore di una moneta si determina esaminandola da entrambe le facce?”
“Cosa? Cosa?”, disse Peter voltandosi indietro come se un’eco dentro alla sua testa facesse rimbalzare questa voce e scuotesse le fondamenta stesse del convincimento che lo facevano fuggire da quel posto folle, da quel luogo dove persone apparentemente per bene deliravano invece che conversare. Da quel manicomio camuffato di rispettabilità.
“Prego, si sieda e mi ascolti per due minuti”, era la voce del vecchio invalido che udiva, ma il timbro era quello di un uomo di mezza età. Una intonazione bassa, baritonale, che contrastava paradossalmente con il suo corpo menomato, anziano e magro. Essa vibrava di una forza misteriosa. Una sorta di accento strascicato che rendeva le sue parole, apparentemente amichevoli, sinistre e nondimeno ammaliatrici.

L’invalido indicò la sedia da cui lui si era alzato e Peter rimase fermo sull’uscio come in forse.
“Mi accontenti”, aggiunse, “Solo per compiacermi”. Sottolineò la frase con un sorriso che scoprì i denti perfetti.
Come in uno stato ipnotico ritornò sui suoi passi e si risedette. Seppe di essere di nuovo in catene, ma ormai, inspiegabilmente, si era già abituato a quel peso da non patirlo quasi più.
Il primo passo verso l’inferno era stato compiuto? A questa domanda avrebbe potuto rispondere solo dopo.

“Due minuti, non un secondo di più”, proferì Peter e le sue parole parvero a se stesso estranee, simili alla minaccia di un ragazzino: ridondante ma inverosimile.
“Basteranno”, disse il vecchio senza il minimo accenno di fretta, poi continuò.
“Immagini un foglio bianco. Lo vede Peter? Ecco, lo divida a metà con una linea ideale. Alla sua destra scriva i “contro” e alla sua sinistra i “pro”, ma mi permetta, solo per gioco, di suggerirle alcune voci.
Poi, se vorrà potrà cancellarle se non le corrispondono o aggiungerne altre, come le ho detto è solo un gioco.
Il senso? Giudicare correttamente per decidere nel modo migliore, cioè senza rimpianti.
Le persone comuni spesso prima scelgono e poi, pentendosi, giudicano.
Lei è un uomo intelligente: non faccia questo errore dettato dall’impulsività”.

Fece una breve pausa in questo discorso semplice ma vero, pronunciato in un tono così quieto e distaccato che piuttosto di convincere, cullava come una storia per bambini.
Peter lo guardava con stupore, e seguendo l’onda della voce modulata del vecchio trovò la calma e l’arrendevolezza necessaria a considerare la proposta in tutte le sue sfaccettature.
L’uomo sulla sedia a rotelle lo guardava in viso, ma senza alcuna ostilità, anzi una sorta di familiarità sembrava scaturire da quel volto segnato dalle sofferenze fisiche che, però non avevano intaccato uno spirito forte come l’acciaio e tagliente come una lama di bisturi.
Quindi proseguì la sua esposizione.

“Nei –contro- metterei sicuramente la sua attuale situazione finanziaria che, non si offenda, definirei fallimentare.
Se analizziamo la sua condizione umana, poi: non ha amici, non ha una relazione sentimentale, non ha parenti.
Lei è solo.
Senza tema di sbagliare aggiungerei che è un indolente, un pigro inveterato, un perdigiorno, un inetto. Non ha saputo costruire nulla sin d’ora e certo adesso alla soglia della maturità non cambierà.
Il mondo è pieno di gente poco realista che da giovani pensavano che il loro culo sarebbe invecchiato come il vino. Se vuole dire che diventa aceto, è così; se vuole dire che migliora con l'età, non è così.
Se avesse potuto farcela in qualche modo sarebbe già accaduto.
Miseria e solitudine è quello che sicuramente l’aspettano per i prossimi anni che le resteranno da vivere.
La vita è piena di incertezze, specialmente per un povero. La malattia e le disgrazie mietono vittime otto volte di più nelle fasce demografiche a basso reddito, ma non voglio annoiarla con le statistiche…Sono così aride!
Solo una piccola curiosità: lo sa che muoiono sulla Terra più persone in un anno per incidenti stradali nei week-end che in molte guerre? Fuori è una jungla, ma a molti appare uno zoo”
Fece ancora una breve pausa, non erano che passati trenta secondi e davanti agli occhi di Peter il mondo si era già sgretolato come un affresco ammuffito.
Poi l’anziano riprese.

“Da ultimo consideriamo la sua paura più grande se accetterà questa –occasione unica- e cioè una possibile menomazione, per la verità piccola, magari solo un dito della mano o del piede, nel caso di un suo fallimento mensile.
Certo, può spaventare, ma è un’eventualità gestibile non una certezza ineluttabile.
Se lei è padrone del suo destino lei è libero, anche se vive senza uscire per dieci anni in una splendida villa.
E sa perché è libero? Perché lei ha vinto sul fato. Nulla le accadrà di inaspettato, lei determinerà in maniera certa il suo divenire.
Quindi vede come già un –contro- può essere messo nei –pro-, semplicemente ampliando il proprio orizzonte”
Un breve sorriso distese il volto del suo interlocutore che continuava nella sua lucida esposizione.

“Nella colonna dei vantaggi metterò una cosa sola.
Le pare strano, Peter? Forse, ma è la cosa che da senso a tutte le altre.
Lei non sarà solo. E non parlo della compagnia di splendide ragazze che allieteranno i suoi giorni, ma la consapevolezza che la sua vita avrà senso per lei e anche per chi, come me, vivrà di riflesso della sua.
Sarà il protagonista, lo sceneggiatore e il regista della propria esistenza.
Mentre io, che fino a qualche momento fa le apparivo come un nemico: sarò solo il produttore, ovvero quello che paga le spese.
Gli altri candidati non mi interessano, mi piace lei, mi ricorda un poco me stesso da giovane, ma questi sono solo sentimentalismi di un vecchio, adesso solo i fatti contano.
Posso darle del tu?", domandò cambiando tono e Peter fece solo un cenno con la testa per acconsentire a questo amichevole passo verso l'altro.
"Bene", proseguì l'anziano.
"Ecco perché dico che tu firmerai e, fra dieci anni, quando tutta questa storia sarà finita, penso che ti ritroverà ad essere un figlio di puttana sorridente".

In meno di un minuto e venti secondi la sua mente era stata plasmata da una nuova luce.
Gliel’avrebbe fatta! Cazzo, sentiva che poteva vincere! Anzi ne era certo.
La sfida era stata lanciata e lui ora si sentiva forte come mai in vita sua.
Firmò, e così perdendo il suo nome, divenne il "numero 6".
Era iniziato il suo viaggio verso una nuova casa, una nuova vita.

Continua….