giovedì 30 settembre 2010

Il grande Pusher



Pare che la televisione renda più stupide le persone.
Dati clinici dimostrano che la lettura de: Il medico di campagna, di Kafka aumenti l'intelligenza.
Non ho idea se anche la rilettura all'infinito di questo libro può, in teoria, elevare qualunque idiota a genio.
In questo caso avrei delle ottime chances.




Evito quindi di guardare molto la tv e ultimamente, purtroppo, leggo poco.
Non rischio così di diventare talmente captativo da cogliere la cosiddetta "visione d'insieme" che mi farebbe penso, impazzire o precipitare nel baratro della mia anima in pochi istanti.
La mediocrità mi imprigiona, ma alla fine mi protegge.

Riflettevo malinconicamente ieri su questa esistenza senza senso apparente, nell'attesa di una fine certa quanto sconosciuta. Pensieri allegri, lo so, nei quali talvolta indulgo, ma che non riesco ad allontanare dalla mia ragione. Non posso fare a meno di valutare le coincidenze beffarde del destino, i curiosi casi della vita, il perfido umorismo della realtà. Tutti elementi che danno a pochi, molto e, a tutti, comunque una costante insoddisfazione.



Poi, ho interrotto queste meste elucubrazioni quaresimali per una serata con gli amici.
Sono rientrato a casa a notte fonda contento come un bimbo dopo la poppata e senza un pensiero.

Mentre giravo la chiave nella serratura della porta di casa ho compreso quanto il mio cervello fosse un drogato.


Fulminato da questa rivelazione ho ragionato su come abbiamo, un po’ tutti, solo bisogno di abbondanza di neurotrasmettitori come: Serotonina, Noradrenalina, Dopamina, Endorfina (quest'ultima simile alla Morfina) e via di seguito.


Sostanze che vengono prodotte dal sistema nervoso centrale nei momenti intensi di piacere. Molecole che ci danno la forza per un altro giro di valzer, in questo folle ballo in maschera che presuntuosamente chiamiamo vivere.
Il modo di procurarsi queste "quantità limitate" avviene nei modi più disparati ed è il senso del continuo affanno di noi poveri diavoli.

Siamo sempre alla ricerca di un pusher, per una nuova dose.


Chi si "cala" con il lavoro, chi con il sesso, chi con la famiglia, col potere, con la fama. Ad ognuno il suo sballo, l'importante è distrarsi, sottrarsi in particolare dall'orrore del proprio egoismo e alla solitudine della propria anima monca.


Anche la tanta esaltata "spiritualità" non supera questo vallo insormontabile.


Dio non è forse il più grande pusher? Non ci aspetta forse sull'entrata della grande discoteca del Paradiso sbracciandosi per raccogliere nuovi clienti con un bel sorrisone di circostanza?


Non ci promette, grazie ai suoi rappresentati in questo porco mondo, il miraggio di poter godere una felicità senza tempo? Una contentezza libera dalle responsabilità delle nostre azioni?


Ci ficca in bocca una bella pastiglia fatta di assurdità condite di buoni sentimenti e ci strizza l'occhiolino.


"Ora sei dei miei", pare dirti seducente e ti fa accomodare come un eterno irresponsabile adolescente, sedato dal Nirvana, nel suo infinito Rave...Yeaaaaaaaaaah!

Ecco, inutile dire, che questa riflessione notturna mi ha tolto il buon umore, ma solo per venti secondi, per mia sfortuna.
Durante i quali ho avuto però, un girapalle fotonico.


Mi sono sentito uno schiavo; Uno schiavo di me stesso, ovvero un padrone terribile perchè non abdicabile; Un tiranno invulnerabile a qualunque attentato.
Allora, in un sussulto libertario ho ricordato William Ernest Henley: "Non mi importa quanto stretta può essere la porta...Quanto piena di castighi la vita, voglio ogni giorno essere il padrone del mio destino, il capitano della mia anima".

Se l'infausto divenire è certo, allora a che serve preoccuparsene?


Dovendo andarsene sicuramente da questa tavola imbandita, come sembra essere qualche volta la Vita, tanto vale, alzarsi a stomaco pieno. Ubriacarsi di consapevolezza, fare indigestione di emozioni, di conoscenza, di amore e anche, perché no? Di sofferenza, c'è né tanta in giro.


Parole grosse che ho perfino pensato sottovoce, ma che mi bollivano dentro in un’irrefrenabile moto di riscatto; Purtroppo disatteso quasi sempre dalla meschinità della mia pochezza, dalla debolezza congenita del tran, tran ipnotico dei miei giorni.

Così mi capita: talvota inciampo nella verità però mi rialzo sempre; Pulisco le mani sulle cosce e continuo come se nulla fosse...Ecchecazzo!

mercoledì 1 settembre 2010

Palinsesto Religioso

Perchè dovrei chiedere a qualcuno di raccontarmi la trama di un film, quando pagandone il biglietto, posso vederlo direttamente?

venerdì 20 agosto 2010

Lo sport estremo di vivere


Ascoltavo proprio ieri il telegiornale che enumerava i rischi della moda di questi nuovi sport pericolosi, che ora vanno tanto in voga, e dispensano sfortune peggio di un voodoo malefico.
Seguivano poi le notizie di bagnanti annegati, alpinisti sfracellati e di tutta quella masnada di vacanzieri che non riescono a star fermi neanche quando non hanno niente da fare.
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Da sempre sono convinto che l'uomo(?) faccia di tutto per complicarsi la vita, salvo poi lamentarsene e ancora più spesso, pentirsene.

Scoprirsi atleti è il sogno di quasi tutti. Altrimenti perchè lo sport sarebbe così seguito? La realtà è spesso dura, in questi casi: traumatica.

Personalmente, oltre ad una naturale struttura bio-meccanica molto efficiente non ho mai trascurato l'allenamento.
Nonostante questo, complice il tasso alcolico, l'euforia della notte, gli imprevisti che sono sempre in agguato (magari un marito geloso che rientra inaspettatamente) ho qualche cicatrice qua e là e qualche “ossicino” non è più come mamma lo ha fatto. Nel complesso però non mi posso lamentare, e se penso a tutte le volte che l’ho scampata posso chiamarmi: fortunato.
Quindi, preventivo ancora un po' di chilometri di autonomia prima della rottamazione cui tutti siamo destinati, sia che siamo fuoriserie oppure utilitarie.

Penso però con orrore ai rischi che corrono ogni estate i bagnanti inesperti, gli scalatori della domenica, gli occasionali sperimentatori di parapendio e sport similari che sfidano la gravità e ancor più la sorte.
Non stupisce la statistica dei decessi e le notizie di cronaca che stila un vero bollettino di guerra degli eroici caduti nell'adempimento di azioni futili.

"E' la selezione naturale", sostiene un mio caro amico.
Prima favoriva il più dotato (fisicamente e intellettualmente) ora il più prudente e paraculo.

Curiosamente è anche vero che una vita piatta lascia giusto il tempo di morire tranquilli.
Evito così gli estremismi che non sono mai un buon esempio.
Preferisco seguire il motto latino: "Si vis pacem para bellum" e mi tengo pronto ad ogni evenienza, ma senza rischiare inutilmente.

Se voglio provare l'ebbrezza adrenalica del pericolo faccio il 730, oppure gioco a rimpiattino parcheggiando l'automobile fra torme di ausiliari della sosta, feroci come molossi tibetani.
Anche gironzolare in bicicletta in certe ore di punta nella metropoli è rischioso, un po' come sbarcare ad Omaha Beach durante il D-day.
Se voglio invece sfidare la fortuna e necessito anche di un brivido peccaminoso, allora attraverso il corteo annuale del Gay Pride cittadino, e metto così a rischio la mia eterosessualità e anche la reputazione.
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Infine, se proprio voglio vivere l'azzardo, l’ignoto e l’inaspettato allora mi innamoro.
Non c’è cosa più pericolosa e che mette a nudo le debolezze, le aspettative, la fragilità di un uomo.
E’ lo sport estremo per eccelenza.
Per quanto si sia disposti a pagarene il premio non vi è assicurazione che possa garantirne il risultato.

Lo so, sono piaceri sottili, forse non eclatanti che non hanno la notorietà delle mode di oggi, ma che mantengono vivi e donano, talvolta, emozioni forti e vere senza il fastidioso sole della ribalta.

Sostengo così che gli sport estremi sono per uomini coraggiosi ma senza fantasia.

lunedì 14 giugno 2010

Te lo do io il Mundial

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Panem et circenses, così scriveva Giovenale.
Sono passati duemila anni da allora e non è cambiato quasi nulla.
Milioni di esseri inebetiti, prima innanzi ai gladiatori, ora davanti al moto ondulatorio, sinusoidale, ellittico di una palla calciata da miliardari in brache corte.
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Le grida della folla che esulta al goal segnato.
Manco gli venisse in tasca qualche fortuna.
Viceversa la disperazione più nera che cala sulla moltitudine, quasi un lutto, per la sconfitta dei propri beniamini.
L'opinione pubblica mondiale distratta (ma è mai stata attenta?) dai veri problemi, mentre i potenti razzolano e fanno affari sporchi in santa pace.
Fiumi di denaro spesi dietro al gioco, mentre non si trovavano mai fondi sufficienti per la ricerca medica e scientifica.
Strano pianeta e strani esseri ci vivono.

Così ragionava il Comandante, seduto sulla sua comoda poltrona nella sala di controllo dell'astronave Zaporat, al largo della cintura degli Asteroidi.
Osservava da moltissimi anni lo svolgersi della vita sulla terra, ultimamente ogni quattro di questi anni terresti si allestiva, fra l'interesse generale, la complessa organizzazione dei mondiali di calcio.
Questa era l'edizione del 2010, almeno secondo il loro primitivo calendario.
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Il comandante del vascello, recenemente nominato Ammiraglio, era stato incaricato di valutare questa civiltà in rapida crescita, era una missione delicatissima.
Infatti, era al vaglio del Gran Consiglio delle Menti Pure e Illuminate, la possibilità di annessione di questi curiosi esseri al Parlamento delle Razze Civili.
Parimenti si valutava anche la possibilità di una loro eliminazione, ma solo nel caso fossero emersi motivi fondati di pericolosità.
L'esperienza aveva dimostrato che era meglio così, le razze folli erano un problema per l'Universo intero, non si poteva fare diversamente.

Invece, ogni nuova razza ammessa doveva dimostrare di saper convivere con gli alti standard morali della Congregazione delle Razze Pacifiche.
Questo sistema aveva determinato una coesione di intenti e di comportamenti che aveva prodotto una prosperità reale e condivisa.
In caso di ammissione certamente questi umani sarebbe stati aiutati e molto.

I benefici di entrare in contatto con la Congregazione erano immensi.
Gli abitatori della terra sarebbero stati finalmente liberati delle malattie e dalla sovrapopolazione, dalla sofferenza -sia materiale che spirituale-.
In poche centinaia d'anni, con i suggerimenti degli "Illuminati" sarebbe fiorito un Paradiso sulla Terra.
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La decisione del Consiglio era appena pervenuta dal comunicatore subspaziale.
Si era giunti unanimemente alla conclusione che gli umani erano privi di qualsiasi logica obiettiva.
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Prova ne erano le assurde guerre, l'economia delirante che aumentava la povertà a scapito di una ricchezza iniqua, gli sprechi folli che altrimenti avrebbero consentito una vita degna a tutti.
Per non parlare del fiorire delle più assurde passioni sportive che occupavano, quasi costantemente, le menti di miliardi di loro mentre le cose andavano a ramengo.
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Non era stata giudicata veramente pericolosa, almeno nell'imediatezza dei prossimi mille anni, ma solo perchè tecnologicamente arretrata...L'ultima parola su di loro, però spettava all'Ammiraglio.
Egli, infatti, insieme al suo equipaggio, aveva dedicato quasi tutta la sua vita (lunghissima rispetto agli standard terrestri) a raccogliere informazioni da inoltrare al Gran Consiglio. L'Ammiraglio si era guadagnato una lunga esperienza di come girava questo mondo.
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C'era stato un tempo lontano in cui aveva perfino inviato, in epoche diverse, alcuni volontari sul pianeta per aiutarne lo sviluppo.
Era stato un fallimento, pensò scuotendo la testa con un vago sentore di malinconia.
Questi eroi erano scesi sul pianeta, animati da un alto senso morale e un amore profondo per la vita in tutte le sue forme, con l'intento di educare questi esseri.
Erano stati invece, quasi tutti, vilmente uccisi, prima ancora di aver potuto in qualche modo instillare nella mente degli umani le basi di una visione oggettiva della realtà. Condizione primaria questa per una esistenza felice.

Lo aveva particolarmente colpito il destino di uno di loro, un suo caro e giovane amico.
Questi barbari gli avevano riservato una fine lunga e orribile, impalandolo addiritturaa su una croce di legno.
Anche gli altri, però non avevano avuto molta più fortuna. Rinchiusi in manicomio, bruciati come eretici, torturati o semplicemente ignorati.
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Scacciò il pensiero di vendetta che vide sorgere. Niente doveva contaminare la sua essenza interiore cristallizzata. Doveva prendere una decisone libera e chiara.
La sua meditazione fu interrotta dopo un bel po' dal Nostromo che chiese:
"A Capità che faccio? Lancio sto' siluro fotonico per la distruzione completa di chilla fetenzia di pianeta o no?".
Così la profonda riflessione dell'Ammiraglio si concluse con un sospiro rassegnato e rispose:
"Non è necessario, Paisà, basta aspettare...diamogli tempo e faranno tutto da soli".
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Poi rivolto uno sguardo nostalgico verso Le Pleiadi aggiunse:
"Facitemopiacere, turnammo a'casa. Qui abbiamo solo perso un fottio di tiempo e tengo na'voglia di una tazzurella e'cafè de casa che nun' sape dicere".
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Il boato del motore ad antimateria ruggì, in perfetto sincrono con l'urlo dei tifosi del Parguay, la cui squadra aveva inaspettatamente battuto l'Italia all'ultimo minuto.
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giovedì 10 giugno 2010

Just a moment


“Chi teme la morte sicuramente non ha mai lavorato abbastanza”, questo pensiero scivola dalla mia mente per sedersi un attimo.

L'eterno riposo mi appare talvolta più seducente di una bella donna in abito lungo, più invitante di un piatto di fritto misto e pomodorini in una trattoria vicino al mare.
Finalmente libero da questo corpo materiale potrò un giorno, etereo e bellissimo, trascorre un tempo eterno in santa pace.

Mi mancheranno le fatiche del vivere quotidiano?
Il tedio di riempire il frigorifero sia in senso materiale che spirituale?
Avrò nostalgia delle sensazioni, dei brividi, delle passioni?

Non saprei, certo non mi mancheranno le ansie, le bollette da pagare, i litigi.
Non avrò rimpianto dei dolori del corpo, della mente e ancor meno di quelli che fanno più male: quelli dell'anima.

Il mio spirito non sarà più gravato da questo universo materiale, così pesante e grezzo.
Sperimenterò, allora il librarsi della mia essenza nello spazio infinito. Sarò un punto di consapevolezza fra le stelle, un vento solare che lambisce i pianeti lontani.
Sarò un viaggiatore senza bagaglio, senza meta e senza fretta alcuna.

Quanto lontani dunque mi sembreranno i caldi estivi e gli inverni lunghi come una steppa.
Gli amori poi, che ardevano il cuore fino a consumarlo e le risate degli amici gorgoglianti come un ruscello di montagna che rinfresca… Saranno lontani come un eco indistinto. Appariranno come lampi di esistenza che vanno e vengono, intermittenti percussioni nella musica del silenzio.
Giungerà l’alba di una perfetta autarchia.
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Cos’è questo rumore assordante?
Pare una sirena di uno Stukas in picchiata su di me.
E’ invece un clackson che urla alle mie spalle.
Inserisco la marcia e riparto con una sgommata nervosa.
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Mi ero appisolato solo un attimo, ma porca puttana è ancora tempo di vivere.

martedì 8 giugno 2010

Millenium Novo


Può un personaggio immaginario determinare il successo di un libro? Anche il successo del film cui si ispira? A prescindere dalla grandezza della storia e da come è raccontata ?
Pare di si.

E’ il caso di Millenium, trilogia tinta di giallo del giornalista svedese Stieg Larsson, morto qualche anno fa a cinquanta anni di infarto lasciando in eredità tre libri mai pubblicati.
In seguito ad una serie di circostanze fortuite la divulgazione dei tre romanzi è avvenuta postuma e con la pubblicazione anche il successo editoriale. Un successo eccezionale, inaspettato e fatto proprio dal cinema che ha realizzato tre film di grande consenso.

I diritti milionari di questa popolarità tardiva sono stati accaparrati dal padre e dal fratello dell’autore (con cui non andava d’accordo), in spregio alla sua compagna e collega che aveva collaborato alle fatiche della stesura dell'opera e con cui aveva diviso oltre trenta anni di vita lavorativa e sentimentale.
Questa almeno è la cronaca contemporanea e la notizia non è priva di una certa ironia, in quanto la storia dei tre romanzi si staglia su un fosco panorama di soprusi perpetrati particolarmente nei confronti delle donne.

La vicenda raccontata è un itinerario in tre titoli: -Uomini che odiano le donne, Donne che giocano con il fuoco, La Regina dei castelli di carta- .
La narrazione letteraria è lunga come un inverno, al modo di alcuni autori nordici.
Niente di particolare differenzia lo scritto dalla produzione comune sia nella trama che nei dialoghi. Ad un occhio obiettivo non si riesce a giustificare l’attenzione pubblica di cui gode.
Larsson non è certo James Elroy, questo va detto per amore di sincerità.

Il fatto strano o meglio la singolarità dell’opera è che nel libro, ed ancora di più nel film, il posto da protagonista è rubato da una donna al suo naturale detentore, cioè al giornalista Mikael Blomkvist il direttore della rivista Millenium che si occupa di scandali economico politici.
Una comprimaria che appare solo dopo la prima metà del racconto, ma che catalizza subito l’attenzione e la simpatia.

Questa donna è Lisbeth Salander, una giovane hacker socialmente emarginata posta in tutela da una struttura assistenziale delirante e bigotta, una burocrazia apparentemente irreprensibile come appare la stessa società svedese. La ragazza è assunta per un'indagine dal protagonista proprio grazie alle sue doti particolari.
Alla Salander è stata, infatti, diagnosticata la sindrome di Asperger, una forma particolare di autismo che “regala” ad alcune persone colpite da questa diversità capacità notevoli, a volte sorprendenti. Particolarmente in campi quali l’informatica e la matematica.
Questa è l'anamnesi che la descrive, ma questa donna supera la facile identificazione di “fenomeno” assumendo, da subito, un altro spessore.

Infatti, la sua diversità tratteggia una personalità complessa e carismatica che compensa la sua inabilità comunicativa con capacità superiori di analisi e logica.
Paradossalmente, lei che ha molto da dire non ha (o non vuole) nessuno cui rivolgersi.
Pare allora uno strano risarcimento della vita, donare grandi talenti a chi non riesce ad instaurare dei rapporti umani significativi se non in casi sporadici e al prezzo di molte difficoltà.

Lei diventa così man mano, il vero outsider della storia collaborando con il giornalista per questa investigazione e finendo poi, essa stessa, al centro di vicende criminali.
Da vera "ladro informatico" quale è riesce a rubare anche la ribalta, non solo al giornalista Blomkvist, ma a tutti gli uomini che si affacciano nel racconto. Uomini che brillano solo di una piattezza insignificante anche se ricoprono posizioni di rilievo.

Perfino i personaggi maschili che incarnano il male e che esprimono una ferocia potente e una violenza senza altra morale che il soddisfacimento delle proprie pulsioni, non riescono a colpire così forte e così in profondità. Non raggiungono il rilievo di questa anti-eroina. Il cui dolore, la cui pienezza, si esprime spesso in un mutismo assordante, cui basta un solo sguardo per trapassare nel medesimo tempo l’interlocutore e se stessa con il proprio passato nebbioso e terribile.

Lisbeth, tocca corde profonde nel sentire del lettore e ancora di più nello spettatore.
Merito probabilmente, nella versione filmica, della brava attrice che la interpreta: Noomi Rapace. Certo, ma non solo.

Credo che questa commistione di determinazione e disadattamento, di rifiuto delle convenzioni e genialità. Di coraggio anche corporeo, inaspettato in una donna fisicamente insignificante, incarna un ideale femminile estremamente attuale.
Questi elementi offrono spunti su cui si appoggia la simpatia prima, e l’ammirazione dopo che fanno amare un personaggio tanto originale.
Una figura presente probabilmente nel nostro inconscio sociale cui però ancora non ne abbiamo udito distintamente il richiamo.

L’uomo, il maschio, negli ultimi diecimila anni non ha realizzato poi molto.
I tentativi di cambiamenti radicali di vita comunitaria sono stati sempre degli insuccessi.
I problemi e le dinamiche sociali sono rimaste pressappoco le stesse, forse solo più subdole e raffinate. Prima c'erano gli schiavi ora i salariati, prima le guerre sante ora si adora il petrolio e il denaro.
Una volta si perseguiva la ricchezza ora si è compreso che il vero potere è il debito.
Chi controlla il debito delle nazioni, delle imprese, dei singoli è il vero padrone ed ha al guinzaglio questi soggetti. I vantaggi sono molteplici, uno per tutti? Il debito non si può rubare.
Le responsabilità e l'identificazione di questi "padroni" si perde nell'organigramma complesso di organizzazioni, fondazioni, enti e società multinazionali. Un dedalo di connessioni inestricabili che costruiscono un anonimato quasi perfetto, che regalano la sicurezza di non essere visibili. Non si spiegherebbe diversamente il sorriso di alcuni di loro che salturiamente finiscono sotto i riflettori dell'opinione pubblica, essi hanno il ghigno soddisfatto di chi non pagherà per i propri peccati.
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Un salariato, difficilmente ucciderà il proprio datore di lavoro nel sonno come accadeva ai tempi degli spartani e dell'antica Roma con le rivolte degli schiavi esasperati dalle vessazioni.
Si è compreso il vantaggio di non dover mantenere uno lavoratore, quando diventa vecchio e improduttivo. Ora c'è il licenziamento, la mobilità, la cassa integrazione, il lavoro interinale. La pensione(?) che viene elargita come un favore dopo aver messo le mani in tasca ad ogni contribuente per una vita intera.
Parole altisonoanti vengono pronunciate con sollenità da questi "personaggi" e coprono solamente tutte la stessa azione: il guadagno senza scrupoli.
La schiavitù, per esempio, non è terminata nel mondo per ragioni umanitarie, ma per ossequio alla logica economica. Questi "capitani d'industria" hanno semplicemente capito che è più economico andare con una prostituta piuttosto che mantenere una moglie che può magari ammalarsi e sicuramente invecchiare.
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Non si vede, dunque come si reprime blandamente il responsabile di una bancarotta fraudolenta o di un crac economico che procura al reo un bottino milionario senza quasi rischio, rispetto ad uno sprovveduto rapinatore che ruba qualche migliaio di euro?
Questi delinquenti in passamontagna e pistola in confronto ai malviventi in doppio petto e ventiquattrore appaiono dei veri dilettanti.
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Ora credo sia giunto il tempo delle donne, almeno questo pare dirci Lisbeth Salander.
"La rivoluzione è nostra", sembra esigere questo volto androgino di toccante femminilità.
Ma di quale tipo di donna stiamo parlando? Certamente non quella che si vede abitualmente in televisione o per strada. Una donna cioè omologata nello stereotipo universalmente condiviso da una società maschile. Donna, che assomiglia a ciò che gli uomini pensano di desiderare (o dominare?) e peggio ancora che assomiglia agli uomini nei suoi peggiori vizi e mancanze.

No, Lisbeth, è un prototipo diverso, unico, nuovo.
Il suo messaggio non si rivolge solo agli uomini come monito, ma anche alle donne come esempio.
Incarna così nell’immaginario uno strumento iconoclasta; capace di affermare se stessa oltre le regole, oltre i modelli che essa rifiuta, perché una definizione è parimenti un limite.
Pare, che riesca ad esprimere un concetto semplice, ma terribile: "Prima di rivoluzionare questo mondo, rivoluziona te stesso".
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Certamente una nuova costruzione non può poggiarsi su vecchie fondamenta.
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La sua forza non è negli slogan, non è nelle parole, non è nel suo modo di essere femminile in un mondo maschile. E' innanzitutto la forza di un'identità vissuta con la propria libertà personale, il resto viene dopo.
E’ una donna che supera a piè pari le convenzioni e pare dica, anzi gridi: “Io sono”, e non c’è altro da aggiungere.
Una figura apparentemente inquietante per un certo tipo di uomo. Ingestibile per la società come è fatta adesso, ma che con il suo comportamento anti-sociale mette a nudo le viltà del nostro mondo.
Proprio perché è un essere umano difficile che diviene preziosa, proprio perché è unica diviene bella.

E’ un catalizzatore nella vasca galvanica della collettività. Un mondo che come lo conosciamo ora è funzionale solo perché non messo veramente alla prova, è giusto solo grazie alla disinformazione. Un luogo pericoloso ed iniquo, ma camuffato da Luna Park.
Non sembra forse che ci si costringe tutti a non vedere la realtà per vivere così tranquilli? Così facendo è come accecarsi per poter camminare sereni in una landa piena di burroni.
Lisbeth, ha aperto gli occhi sull’orrore e non li ha più richiusi.

Mi piace pensare allora che esista da qualche parte del mondo un numero sempre crescente di donne così, ed è forse questo il merito del successo mediatico di un tale personaggio.
Mi piace pensare ancora che possa instillare il germe della rivolta in altre donne desiderose di cambiare.
Non adeguandosi certo al suo modello, ma ispirandosi alla sua unicità;
E così operare un cambiamento sociale cui l’uomo ha ormai rinunciato.
Si rende necessario non un nuovo modo per uscire da una situazione stagnante che soffoca e affoga ogni novità ma un nuovo essere umano.
Questo compito gravoso può essere portato solo da una società femminile che si regge però su basi proprie, nuove e libere dal condizionamento passato.
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Per una Donna del genere questo è il suo tempo finalmente giunto.
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venerdì 21 maggio 2010

Amare è un dolce naufragare

Il cuore in petto gli batteva forte come un tamburo.
Quanto tempo l'aveva desiderata, pensò, e un brivido percorse la sua schiena.

La sera, fresca di primavera, pareva magnifica sotto un manto di stelle galeotte. Era una notte meravigliosa, una notte come forse ce ne possono essere soltanto quando si è giovani. La vide scendere dalle scale, con quel vestito lungo azzurro.

Appena lo scorse nella penombra del vicolo gli sorrise come solo lei sapeva fare; poi titubante si guardò alle spalle, per assicurarsi che nessuno in casa si fosse accorto della sua uscita proibita.

Era così giovane, pensò ancora lui, così bella e fresca.

Improvvisamente una carrozza rumorosa passò vicino. Gli zoccoli dei cavalli risuonarono sull'acciottolato come nacchere spagnole.

La prese per mano e si nascosero nel buio.

Finalmente l'eco si perse fra le case addormentate. Tutto tornò quiete.

Lei si abbandonò dolcemente contro il suo corpo. Lui la strinse delicatamente in un abbraccio e finalmente si baciarono. Il tempo allora, parve fermarsi e nel suo cuore eruppe un caleidoscopio di sentimenti dolcissimi. Fu così certo di amarla. Domani l'avrebbe chiesta in sposa al padre di lei, in fondo lui aveva già 19 anni e lavorava da un bel pò come aiuto del Connestabile del borgo.

Non era certo un ingenuo, la peste del 1620 gli aveva portato via tutti i parenti, ma lui era sopravvissuto, aveva imparato un mestiere; Ora era tempo di ricominciare, ricominciare con lei. 
Finalmente una futuro insieme, senza più sotterfugi, senza doversi incontrare di nascosto.
Vide innanzi a se una lunga vita che attendeva solo di essere vissuta.
Era felice. 
Poi, si svegliò.

Nella stanza dell'ospedale avvolta dai neon vide i monitor di controllo che emettevano ritmici tintinnii. 
In bocca il sapore amaro della malattia. 
Intorno a lui scorse anche i volti dei figli e dei nipoti. Sembravano al di là di un vetro coperto dal ghiaccio, gli parve che ci fossero tutti. Spostò lentamente la maschera di ossigeno e disse: "Ah! Potersi innamorare, ancora una volta sola".
Parlò piano, con un filo di voce, ma nessuno comprese le sue parole. Tanto valeva tacere.

Non aveva più tempo. 
Allora sorrise di se stesso e si lasciò cadere in un orrido fatto di profondissimo buio senza fine.