giovedì 27 settembre 2012

Apolidi

Si raccontano le favole per far dormire i bambini, poi agli adulti si raccontano favole più avvincenti per farli dormire ancora più profondamente.
La favola dell'amore, quella della libertà per esempio, ma anche quelle più fantasiose delle religioni.
Come già ribadito in un altro scritto, si coltiva in questo modo la puerile speranza che senza far nulla “domani sarà meglio di oggi”.

Noam Chomsky che per la linguistica è quello che Einstein è stato per la fisica, segnala nelle dieci regole di manipolazione che personalmente chiamo -I dieci modi per fare di un uomo un coglione- di rivolgersi al pubblico come ai bambini.
Avviene così una sorta di regressione di cui siamo vittima spesso e che fa fare un bel pisolino al nostro senso critico.
Sarebbe più utile invece indirizzare la propria attenzione e il poco tempo di vita per cercare di migliorare il presente, un presente fatto però di problemi reali senza farci distrarre da enti che oggettivamente sono solo inganni.

I rapporti umani non si discostano dagli obiettivi e dai paradossi dalla società in cui viviamo; Come potrebbe essere diverso, quando questa società è fatta di uomini?
Non ci piace magari ammetterlo, ma è così.
L'economia che muove il mondo muove prima di tutto l'essere umano.
L’avidità che da al forte l’istinto di “predazione” c’è anche in ognuno di noi. Non vederla è esserne in definitiva dominati.
Tutto è economia. Economia di movimento per il corpo, economica emotiva -ti do, mi dai- economia di investimento -faccio per poi avere- economia in senso stretto fatta da un mercato di scambio dei beni materiali, ma anche di cose materiali per quelle emotive e intellettuali, cioè su piani diversi che interagiscono.

Questa osservazione, direi banale, sfugge stranamente alla maggioranza dell’umanità che ammanta le motivazioni delle proprie scelte di qualità che non esistono e che a ben vedere nessuno ha mai incontrato in un uomo in vita sua.
Sentimentalismi da operetta che non solo seducono, ma in definitiva conquistano, creando quella discrepanza evidente che ci sorprende in particolare nell'assoluta imprevedibilità dei comportamenti umani.
Il comportamento umano è in definitiva molto prevedibile se si vuole indagarlo senza preconcetti sulla scorta dell'interesse e della necessità, viceversa risulta incomprensibile.
Sarebbe come voler capire un libro di algebra auscultandolo con uno stetoscopio e aspettandosi dei dati significativi. Con tali sistemi di indagine non stupisce che la matematica resterà infine un mistero.

In questa commedia dell'equivoco si confondono così troppo spesso i comportamenti, chiamiamoli “egoistici” con i buoni sentimenti.
Si crede di possedere qualità morali intrinseche, quando nel migliore dei casi si è solo animali ammaestrati alle buone maniere.
Talvolta un gesto estemporaneo di generosità serve solo a convincerci che poi non siamo così male.
Pochi così amano parlare dei peccati che invece amano compiere.

E' oltremodo evidente, a chi è onesto con se stesso, che come già detto nulla di quello che facciamo supera la soglia dell'interesse.
L'amore che descriviamo e auspichiamo è allora proprio di un mondo di favole.
Se mai un amore autentico può sorgere fra due esseri umani è quello edificato sull'onestà e non sul fraintendimento, in primis sull'onestà a proposito di se stesso.
Solo vedendo il confine che ci rinchiude è possibile trovare il modo di superarlo e così facendo raggiungere semmai l’altro.

A priori siamo tutti apolidi, poi il caso ci assegna una famiglia, una nazione, un’identità.
L'uomo comune si accontenta di questa definizione che è in definitiva una confortevole trappola, e non sente il bisogno di altro.
Alcuni, forse pochissimi, come salmoni risalgono la corrente per giungere al primigenio luogo ove nacquero.
Un luogo non fisico, ma interiore, un posto senza nome e senza confine; Il percorso che affrontano è lungo, faticoso, senza garanzie e in certe circostanze...molto amaro.

Bisogna lasciare tutto per possedere infine se stesso, cogliendo così forse, quella leggerezza e quella libertà che abbiamo svenduto per possedere cose inutili che ci distraggono solamente dal rassegnato orrore del mero esistere.
Talvolta questa leggerezza che ci sgrava dal superfluo appare paradossalmente un peso insostenibile.
Valicare questa sorta di ponte sul nulla è, semmai auspicabile e desiderabile, una via verso lo spogliarsi di tutto, rischiando una volta nudo molto più di un semplice raffreddore.
La domanda nodale che bisognerebbe porsi è sempre e comunque una sola: “Sei disposto a pagarne il caro prezzo?”.

C’è anche qualche cosa da dire sulla ubiquità.
Siamo tutti un po’esuli dal nostro passato e con lo sguardo timoroso ci volgiamo al futuro. Esistiamo dunque ovunque e divisi in più parti, ma quasi mai coesi dove dovremmo essere, cioè nell’unico momento possibile: il presente.
Forviati dai sensi e dalla memoria conosciamo di noi stessi solo una allegoria per non dire un dato presunto e, il più delle volte, presuntuoso. Questa è la nostra condizione miserevole.
Così ognuno è per sempre prigioniero nella sua solitudine.

Pochissimi uomini, ci è stato detto, hanno realizzato una via d’uscita verso un mondo diverso, ma probabilmente sono solo una leggenda. Gli altri, per non dire tutti quelli che appartengono al nostro presente, indulgono per lo più nei miraggi, colgono solo ombre e riflessi perché non possono sostenere lo sguardo diretto verso la luce abbagliante della realtà che li priverebbe forse della vista, ma è paradossale questa paura perchè siamo già tutti cechi.
Viviamo nel migliore dei casi costantemente combattuti fra la pace dell'anima, credendo o volere la verità per guida, cercando.

Pare proprio che possiamo solo vivere da stupidi aderendo ad un preconcetto mascherato da fede, oppure essere disperati nel constatare quanto poco sappiamo con certezza e quanta poca strada riusciamo a percorrere con l'ausilio della nostre sole forze.
Procediamo in entrambi i casi per opposte strade lungo la medesima circonferenza conchiusa nel cerchio  della nostra abissale ignoranza.

C’è dunque molta speranza nel mondo, ma nessuna per me.

giovedì 20 settembre 2012

Ah, la Sintesi!

Non sarebbe possibile sostituire tutti Libri Sacri, le filosofie, le religioni e le leggi del mondo con un unico, sano e incontestabile precetto?

E' già stato fatto. E' noto ma non è considerato.
In ogni caso lo ripeto: "Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te".

Basterebbe che tutti ci ponessimo questa semplice domanda prima di ogni azione od omissione: "Se fossi io quell'uomo, mi dispiacerebbe?".
Una elementare domanda la cui risposta onesta e la conseguente azione ci catapulterebbe da questo mondo Infernale in un Paradiso senza neanche bisogno di morire.

lunedì 10 settembre 2012

Citarsi adosso


“In un qualche angolo remoto dell'universo che fiammeggia e si estende in infiniti sistemi solari, c'era una volta un corpo celeste sul quale alcuni animali intelligenti scoprirono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e menzognero della «storia universale»: e tuttavia non si trattò che di un minuto. Dopo pochi sussulti della natura, quel corpo celeste si irrigidì, e gli animali intelligenti dovettero morire.”

Così scriveva F. Nietzsche, in "Verità e menzogna in senso extramorale".
Una mirabile sintesi, un fulgido ritratto della storia dell’umanità, che cito, come del resto faccio continuamente; Infatti, tutto quello che scrivo, dico e penso non mi appartiene. Dico che non mi appartiene non perché non lo abbia ma semplicemente perché non ho autonomamente deciso di averlo; un concetto che cercherò di spiegare meglio.

Sono nato nudo, incosciente e ignorando ogni cosa.
Al momento della mia comparsa in questa dimensione umana non sapevo se ero un maschio o una femmina, non conoscevo se ero bello o brutto, non immaginavo nulla a riguardo delle persone che cominciavo a vedere per la prima volta.
Tutto era mistero e stupore senza però l’ansia della paura e dell’aspettativa.
Eppure pensavo, provavo sensazioni, emozioni che, però non sapevo definire, ma comunque vivevo pienamente.
Il mio pensiero era così non-verbale, libero e lucidissimo. Non avevo un passato in cui indugiare né un futuro da prevedere, il concetto stesso di tempo non esisteva in me.
Non ero certo come adesso, offuscato da quel continuo soliloquio interiore che accompagna ogni riflessione e precede ogni comunicazione.
All'ora il prodotto della mia mente era adamantino e lucido, perché non mitigato dall’esperienza né contenuto in quello strumento inadeguato che è la parola.

Tutti noi appena cominciamo a vivere una esistenza autonoma creiamo una frattura con la realtà che si palesa man mano formando un'identità sempre più strutturata e con un dialogo interiore inarrestabile e incessante con noi stessi. 
Una conversazione schizofrenica fatta come un sogno che continua anche durante la veglia. 
Lo stesso concetto di autonomia necessita per essere sostenuto dall’idea di separazione, cioè di quella contrapposizione tra ego e mondo che è una costante che accompagna la nostra vita, anzi che è in definitiva la nostra vita.

Sulla presunta soggettività cui diamo il valore di "me stesso" vale la pena farsi qualche domanda.
Snoam Chomskyi famoso linguista, sostiene che se uno scienziato marziano senza preconcetti analizzasse tutti i linguaggi del nostro mondo ne concluderebbe che a dispetto degli idiomi diversi tutti parliamo la stessa lingua.
Vi è una matrice unica e comune, una "grammatica universale" da dove sorge la comunicazione. 
Un’espressività che non è dovuta all’ambiente poiché molto più articolata rispetto agli stimoli dell'apprendimento, ma è biologica e si potrebbe aggiungere con la dovuta cautela che il termine richiede, innata nella nostra natura. 
Il linguaggio cresce in noi come i capelli e le unghie.

Si azzarda anche un’altra ipotesi, sulla base di questo modello e cioè che non solo parliamo tutti la stessa lingua e non ne potremmo parlarne una diversa (nella sostanza e nella costruzione grammaticale), ma addirittura confrontandoci agli altri esseri biologici di questo pianeta: siamo tutti lo stesso animale.
La base chimica è il carbonio, quella genetica è anch'essa comune. Ci differenzia l’attivazione di alcuni geni rispetto ad altri. 
La matrice che ci plasma appare così incorruttibile ed esclusiva,  uno stampo dove nulla pare lasciato al caso e al libero arbitrio.

Cambiando prospettiva e rivolgendo più modestamente l'osservazione a me stesso, ecco che mi rendo conto che nello scorrere del tempo ho accumulato molti enti nella mia memoria, ma secondo questa teoria non potevo fare diversamente che trovare ciò che avevo già.
Infatti ho rinchiuso il mio pensiero e l’idea che ho di me stesso nella gabbia delle definizioni che ho adottato per forza di cose per andare avanti in una società umana.
Ho posto i miei sentimenti nelle strette pastoie della morale per adattarmi al mondo in cui vivo e per non essere un alienato.
Questa impalcatura psichica è stata costruita grazie a tanti strumenti che ho preso in prestito via, via lungo la strada; Li ho quindi usati per utilità, o perché, come detto, non potevo fare diversamente.
Questi attrezzi come ad esempio la conoscenza di elementi condivisi, il linguaggio, alcune abilità ecc. ecc. sono propri della  natura umana e funzionali alle esigenze contingenti, agli usi e ai costumi che questa stessa natura non poteva fare a meno di creare in una società di uomini.
In alcuni casi queste nozioni si sono appiccicate a quel “me stesso” apparentemente in modo casuale.
Nozioni che in sostanza, lo ribadisco, sono dei preconcetti e delle convenzioni come tutte le strutture mentali che condividiamo a cui dovremmo però, dare solo un presunto valore di realtà.
Cognizioni dicevo, che si attaccano a volte come i fogli di giornale buttati via e spinti dal vento; fogli che si attorcigliano alle gambe e non si vogliano più staccare, anzi a volte sono talmente stretti a noi che diventano la nostra stessa pelle.

Sono in definitiva una citazione vivente che elabora e rimpasta gli elementi tirati su lungo il cammino e che presento come miei, ma in realtà non è così.
Tra gli strumenti più importanti che adottiamo  vi è il linguaggio; Esso è in definitiva un contenitore di idee che altrimenti non potrebbero essere trasmesse, quando però, questo sistema ingegnoso e variegato tenta di definire la realtà in maniera esatta paradossalmente se ne allontana. 
Se si vuole spiegare la vita interiore di ognuno e la propria verità soggettiva questo mezzo di comunicazione diviene muto.
Forse, perché la realtà non può essere conosciuta direttamente, almeno quando si utilizzano per coglierla i filtri e le lenti distorcenti che tutti usiamo per vivere, comunicare e guardare il mondo.
Fra le nostre tante esigenze abbiamo bisogno costantemente di esprimerci, di comunicare chimicamente, corporalmente, emotivamente con il mondo circostante. 
Senza interazione con l'esterno, senza ricevere nutrimento dalle sensazioni, moriremmo all’istante.
Talvolta questo strano essere chiamato uomo sente il desiderio di indagare oltre le apparenze illusorie e, chissà poi perché, di scoprire (nientemeno) la realtà ultima, di conoscerla addirittura da se e attraverso se, ma non è facile. Forse è un concetto che va oltre le nostre capacità cognitive.
Quindi, sarebbe opportuno prima di tutto capire cos’è quel “sé” che vorrebbe conoscere la realtà.
Inoltre, la natura cioè la vita, tanto per confrontarsi con l’immensa forza che ci circonda, ci plasma e ci costituisce non parla, ma fa.
A Lei (la Realtà) non interessa essere capita, perché nella sua meravigliosa armonia è conchiusa in se. Basta a se stessa. E' energia pura che obbedisce solo a se medesima.
E’ l’uomo, e solo l’uomo, semmai che deve, per necessità o per ambizione, avanzare lungo questo sentiero incerto su cui vorrebbe incontrarla, toccarla e magari possederla.
Un’impresa che sembra irrealizzabile con i comuni strumenti, poiché ogni idea che abbiamo del mondo è generata dai fallaci sensi e risulta in definitiva una metafora per non dire una menzogna.

Come dare torto a Vladimir Nabokov quando scrive: "Ogni informazione che ho su me stesso viene da documenti falsificati."

Se volessimo indagare poi sulle credenze relative a quella “coscienza” che probabilmente non abbiamo ma che presumiamo con tanta sicumera di avere, sarebbe come cercare di afferrare un miraggio.
Perché è proprio questa presunzione che ci impedisce di cercare quel “qual cosa” che, se mai esite, ci è venduto come una nostra proprietà inalienabile.
Chi si prenderebbe la briga di cercare una cosa che pensa già di possedere? Nessuno, appunto.
E in questo presuntuoso azzardo si può intuire l’errore che determina tutti gli altri.

Costruiamo le relazioni personali e la nostra stessa vita “grazie” alle convenzioni condivise, ma dovremmo invece dire, purtroppo.
Questi non sono che utensili che utilizziamo e che talvolta sono funzionali alla nostra esistenza o meglio sopravvivenza ma, di fatto, si frappongono al reale come mura invisibili di una prigione.
Più accumuliamo dati, convenzioni, nozioni, teorie, modelli e più la cella si stringe finché un giorno soffochiamo nella follia.
Il motore di questo gran d’affare è naturalmente l’intelletto che ci è stato dato dalla Natura probabilmente non perché siamo i migliori ma forse solo perché siamo i più fragili fra gli animali che abitano questo sasso perso nel cosmo.
Questo intelletto tuttavia per esistere necessita di un’identità.

E’ dunque le presuntuose convinzioni che accompagnano questo senso di essere ci spingono addirittura a credere in un’anima eterna, il cui destino è importantissimo e caro ad un Dio che dovrebbe governare non solo questo mondo, ma l’universo intero e che si occupa personalmente, si pensi un po’, fra le molte cose, della nostra vita.
Questa favola se fosse raccontata a un bimbo innocente, forse stenterebbe a crederla, eppure miliardi di esseri adulti su questo pianeta non ne fanno mai oggetto di un’indagine seria.
Forse questa sensazione di identità è così solo uno scherzo del nostro cervello. Un artifizio del nostro sitema nervoso esteso utile per l’autoconservazione.

Secondo il buddismo zen per esempio l’anima non esiste, non esiste un pensatore dietro al pensiero; Vi è solo il pensiero.
Siamo dunque un orologio senza un orologiaio?
"Tic-tac", potrei rispondere se fossi saggio.

In ogni caso, l’uomo comune e anche molte rispettatissime autorità negano questa ovvia constatazione avanzando ipotesi fantasiose e assai complicate per dribblare una situazione semplice ma che non consola, e soprattutto non gonfia come una mongolfiera la nostra esistenza ingigantendo quel minuscolo granello di polvere che siamo ad astro del firmamento.
Il senso di questa drastica riduzione di tante superstizioni?
Tralasciando l'amore per la verità che non alberga mai stabilmente nel cuore dell'essere umano, penso che avendo meno speranze, magari avremmo anche meno dolori perché la speranza (che ci consola del nostro presente) nutre in definitiva la maggior parte delle sofferenze future e ci rende pigri nell'attivarci fattivamente per cambiare il nostro attuale. Perseverando così nella infantile convinzione che "Il domani sarà meglio di oggi" anche senza far nulla per determinarlo.
Dunque, la vita potrebbe essere con maggiore semplicità solo un’anomalia nel panorama dell’universo, breve effimera, certamente temporanea e senza altra ragione che la propria esistenza.

Queste considerazioni cambierebbero qualche cosa nelle nostre vite?
Forse risparmieremmo tempo la domenica mattina disertando le Chiese, si eviterebbero molte guerre di religione, il mantenimento dei preti che si infervorano e ci invitano a pregare questo fantomatico essere celeste che si pensa ascolti tutti, ma in definitiva non parla mai a nessuno. Se non dice nulla forse non esiste. Una spiegazione semplice che non è considerata dalle religioni le quali chiedono un atto di fede, al quale rispondo con la medesima domanda che rivolgeva il Cavaliere alla Morte ne -Il Settimo Sigillo-
“Perché dovrei aver fede nella fede degli altri?”.
Tutti prima o poi cerchiamo Dio e tutti prima o poi troviamo la morte che è  fra tante cose mondane una delle poche cose serie; tra le tante menzogne del mondo è forse l'unica che non mente mai a nessuno...
Dunque l’unica speranza accettabile mi pare essere il dubbio.
Ed è proprio nel film citato che è indicato in forma allegorica una spiegazione al tema cardine della speranza, quando cioè la Morte risponde alle molte domande che tormentano l’uomo con un conclusivo:: “Forse, Dio non esiste” e in quel “forse” si apre lo spiraglio cui possiamo rivolgere il nostro sguardo abituato ormai alle tenebre dell’ignoranza.

"Questa vita ci sembra insopportabile, un’altra irraggiungibile. Non ci si vergogna più di voler morire. Si prega di venir trasferiti dalla vecchia cella che odiamo in una nuova che dobbiamo ancora imparare ad odiare. C’entra anche un briciolo di fede che, durante il trasferimento, il Signore passi per caso nel corridoio, guardi in faccia il prigioniero e dica: -Costui non rinchiudetelo più, ora viene con me-”
Questa citazione di Franz Kafka così ben esemplificava il baratro in cui la vita talvolta "pare" volerci gettare e la speranza che "pare" voglia invece sostenerci. In definitiva però rimaniamo in bilico sul bordo di questo orrido.

Alla luce di questo si ha solo una piccola, eppure grandissima opportunità, non un diritto senza merito come ci vendono gli illusionisti religiosi di professione ma una possibilità da realizzare, nulla di più.
Le persone prenderebbero forse più seriamente il poco tempo a disposizione se avessero ben chiare queste semplici considerazioni?
Può darsi, certo si eviterebbero i danni connessi al desiderio famelico e all’accumulo di una ricchezza smodata e insensata che il più delle volte fa danni al prossimo in una sorta di convinzione di immortalità o una assurda edificazione di una qualche eredità da lasciare ai “discendenti” o ai posteri in un desiderio di eternità che appare ridicolo e puerile.
Forse non eliminerebbe l’avidità, ma se non altro gli metterebbe un freno.

In fondo siamo tutti figli unici e orfani su questo pianeta e questa semplice constatazione ci spinge o ci dovrebbe spingere a divenire una famiglia, fratelli l'uno per l'altro, padre per chi ha bisogno e madre per chi è disperato. Non abbiamo certo bisogno della morale e della religione per giungere ad una conclusione evidente, alla naturale constatazione che si vive meglio in armonia piuttosto che nel conflitto.
Una considerazione che trova spazio a malapena con le persone a noi più vicine per non dire vicinissime.
Mi domando però: "Quale merito c'è in un amore che ama solo se stesso e ama tanto spesso una proiezione di se come nei legami di sangue?
In fondo la monolitica educazione familiare mi pare limitante rispetto alla pluralità dei modi di vivere e di pensare. Potessimo essere figli di molte famiglie non sarebbe più bello? Non avremmo maggiori informazioni e punti di vista? Non è un modello irrealizzabile perchè è già presente in alcune etnie primitive ed è un sistema che forma esseri umani più equilibrati rispetto al modello monofamiliare dove i figli sono spesso considerati una risorsa su cui investire se non addirittura una sorta di proprietà.
I rapporti di parentela dunque, semmai attecchisse una diversa visione delle cose, perderebbero quella aura di sacralità che ora esigono anche quando non lo meritano per indirizzarsi alle sole persone che invece dovrebbero godere tale dono, cioè quelle con cui stiamo veramente bene e, a ben vedere, sono le uniche con cui dovremmo trascorrere il tempo di questa curiosa esperienza che chiamiamo vita.
Quante ipocrisie cadrebbero insieme alle tante assurdità a sostegno del nulla.
Tante, ma penso che la maggior parte dei miei irriconoscibili simili, preferisce di gran lunga un pugno di false certezze ad un vagone di possibilità incerte.



martedì 28 agosto 2012

Mare Vostrum

Surfrando sull’onda anomala dell’estate, in equilibrio precario tra crisi e calura, ho trascorso ed esaurito le mie giornate vacanziere.
Ne do un breve cenno, ma solo per amore di cronaca e per sfamare la curiosità dei miei sostenitori, sempre famelici dei dettagli della mia esistenza terrena.

Un doveroso preambolo.
La cosiddetta “recessione economica” lambisce anche i miei augusti piedi, scalzi ma ben curati, con una conseguente drastica riduzione dei giorni fruibili del mio meritato riposo.
Amputando due terzi il tempo a mia disposizione l’infame chirurgo della contingenza sfavorevole mi toglie quindi molto, ma non tutto.
Le munizioni sono poche e i nemici ormai tanti.
Non potendo così più contare sulla forza dei contanti per vincere la battaglia del bilancio mensile ho fatto affidamento sullo spirito.
Ho vissutoi miei attimi di libertà con il triplo di intensità, pareggiando i conti, alla faccia delle tasse vampiro e dei prezzi esorbitanti generati della speculazione.

Usualmente opto per lidi lontani e non battuti dalle mandrie transumanti di turisti che fotografano tutto, ma poi non capiscono nulla dei posti che visitano.
Mi piace considerarmi un viaggiatore ma quest’anno ho fatto della necessità una virtù spostando il mio itinerario verso la costa più vicina, quella ligure appunto.

“Uomo libero sempre amerai il mare” recita una famosa poesia, e così punto verso il “Tiguglio” che non è certo Rio de Janeiro ma con un po’ di fantasia la spiaggia di Paraggi diventa quella di Ipanema; una birra può trasformarsi in una Caipirina e le bagnanti tracimanti cellulite in “garote” carioca giovani e sorridenti. Guardo avanti ad un futuro che ormai non è più quello di una volta…
Pochi ma buoni, è stato così il motto dei miei giorni d’evasione.
Montando in groppa alla mia fedele superbike “Diablita”, nera come la mia anima, mi sono diretto a tutta velocità (Tutor permettendo) verso le “Five Lands” come le chiamerebbero i figli di Albione, cioè le Cinque Terre come diremmo invece noi semplici figli di N.N.

Uno zaino sulle spalle con dentro lo stretto necessario, due costumi, un pareo di Ibiza, tre magliette, due jeans e uno smoking (non si sa mai) da indossare naturalmente con le infradito (un must mi si dice). Ho dato inizio alla mia avventura minimal ma con il sapore “on the road”.
Sin da bambino ho avuto il sogno di partire in motocicletta e andare, andare e andare ancora senza meta e senza più fermarmi.
“Ma dove vai?” Mi diceva mia madre riportandomi alla realtà- “che la cena è pronta fra mezz’ora”.
Allora con la fantasia mi spingevo in questo viaggio dove le mie giornate erano trascorse come capitava ma pienamente. Godendomi ogni alba come fosse l’ultima e ogni tramonto come se la vita non finisse mai.
Talvolta la mia avventura onirica era punteggiata da fugaci e struggenti incontri con occasionali fate perchè in un illusione è sempre meglio metterci dentro un po’ di tutto.

Il sogno però è ancora lì, ma ogni tanto lo tiro fuori del baule della memoria, lo spolvero sbattendolo un po’ e ci faccio un giretto dentro, poi ritorno al mio solito penitenziario full optional.
Probabilmente non sono ancora pago della mia cella, però non sono un detenuto rassegnato.
Anzi, nel fondo della mia coscienza c’è ancora un ribelle che si morde le nocche e il desiderio dell’evasione è solo sublimato non certo cassato.
Aspetto, e cerco sempre nel muro di cinta grigio e alto una breccia per poter correre lontano.
Non amo ancora così tanto le mie catene da non sentirne il peso e poi, sono ottimista di natura, tanto c’è sempre tempo per mettersi a piangere, no?

Nonostante tutto e tutti ho potuto trascorrere una buona vacanza e deliziarmi di paesaggi intriganti, dribblando tra le curve strette con strapiombi sul mare, godendo tramonti rossi come il mio conto in banca e dormendo in letti comodi ma non solitari. Non da ultimo accomodandomi in ristoranti che hanno deliziato il mio palato e arrotondato i miei fianchi usualmente snelli.
Ho scansato il macigno fiammeggiante del caldo torrido e luciferino che ha reso le città un girarrosto e questo aggiunge un plus valore al divertimento.
Finalmente ho riposato, compiacendomi in spiagge e mare insolitamente poco affollati.
Meno affollati del solito, ma non certo deserti, un fatto che ha generato un solo piccolo inconveniente durante la mia licenza premio dal vile giogo delle costrizioni.
Forse molti non sanno che i liguri sono affetti da una patologia endemica ma solo estiva. Un retaggio atavico oppure un effetto collaterale da over dose di Pesto, la scienza non si è ancora pronunciata.
Da questa epidemia sono contagiati molti villeggiati e in special modo i bambini che in questi ameni lidi trovano ristoro dalle fatiche scolastiche.
Gli infanti una volta contaminati vivono una strana patologia i cui sintomi sono un’emissione senza sosta di urla selvagge degne di un indemoniato sotto esorcismo.
A queste grida disumane si hanno, di rimando, quelle dei rispettivi genitori (contagiati anch’essi ma forse da un virus mutante) paragonabili invece al grido di guerra di un highlander in battaglia contro gli inglesi dopo che questi ultimi gli hanno bruciato il villaggio e trombato la moglie.
I bambini fingono di ubbidire a queste grida gutturali e terrorizzanti, i genitori fingono di redarguire i posseduti dal demonio senza in realtà scacciarlo, ma il risultato è che tutto rimane com’è cioè un gran casino fatto da loro.
La dolce musica della risacca si trasforma, alla calata di queste orde di senza dio con un serio disagio mentale, in una cacofonia distonica.
Lo spettacolo è di un’umanità in piena regressione neanderthaliana.
Si alza, in pochi minuti il livello sonoro della piccola porzione di paradiso in cui ci si godeva il sole trasformandola in un girone dantesco.
L’incredibile prodotto acustico è generato da questi ominidi instancabili che sembrano non avere polmoni ma mantici.
I decibel divengono quasi insopportabili, un amento che è proporzionale solo alla vacuità dei discorsi urlati con tanta veemenza.
Pare che l’imperativo cui la forza della natura costringe questi disgraziati non sia quello di dire qualche cosa di sensato, ma di dirlo il più forte possibile.

A questa invasione ostile si accompagnano di solito come alleati i giocatori di volley. Questi ultimi si dilettano lungo la riva in prestazioni da campionato; Lanciano per ore la palla nelle più disparate direzioni con bordate degne di una salva di cannoni di un veliero pirata.
Talvolta, questi atleti del ferragosto centrano con una schiacciata il cranio di un ignaro bagnante che si inabissa con un guaito nelle profondità del mare e di lui se ne perdono presto le tracce, tanto la sua famiglia se va bene se ne accorgerà a Natale, quando avanzerà un regalo e stupiti i superstiti ne constateranno la dipartita.
Negli autori di questi omicidi colposi non si trova traccia di alcun pentimento, a meno che non si può intendere come atto di contrizione il “Palla!” che urlano senza educazione per la restituzione dell’arma criminale finita lontano.
Il primato olimpico degli sport della spiaggia è conteso ai pallavolisti dai giocatori di volano. Un’altra sottospecie pericolosissima che si camuffa da giocatori innocui, ma appena acclimatati nell’eco sistema balneare si trasformano man mano in finalisti della Coppa Devis.
Essi, sparando colpi rovesci e dritti tremendi che sebbene di calibro inferiore alle palle da volley sono ugualmente letali. In particolare quando colpiscono le virili parti molli inguainate, senza via di fuga, nello slip di qualche preda ignara che si avventura lungo il lembo di battigia oggetto della loro discutibile prestazione atletica.
La povera creatura, ferita a morte nell’onore più caro al maschio, generalmente emette un barrito orripilante e stramazza al suolo in uno sbuffo di sabbia presto circondato da pargoli festanti che gli corrono in circolo come Zulù in un’imboscata a delle bionde esploratrici senza difesa.

Stordimento acustico e proiettili vaganti di grosso e medio calibro sono la parte d'ombra della vacanza che si estende ben oltre l’ombrellone e che evito agilmente frequentando spiagge isolate, luoghi impervi come una sorta di stambecco marino e in subordine ad orari di canicola che incenerirebbero questi primati che pare aborrano l’ombra e la protezione solare durante i loro allenamenti senza posa.
Grazie alle mie piante dei piedi ignifughe posso camminare sull’arenile ustionante senza batter ciglio e come un fachiro birmano mi dispongo al riposo dopo il bagno su solitari scogli acuminati che non riescono a trapassare il mio marmoreo posteriore aduso ad ogni angustia e forgiato in anni di versamenti all'Erario.

Attendo paziente, il ritorno di un nuovo Erode per la riduzione drastica di quelle bertucce maleducate che si fanno chiamare indebitamente "bambini" e che meriterebbero, nel migliore dei casi, solo frustate di ratan sul culo; Prego inascoltato anche per una pioggia di bombe al neutrone che porti all’eliminazione definitiva dei loro genitori che hanno la gravissima colpa di aver procreato simili abomini acustici, sicuramente affetti da malattie genetiche perniciose e inestirpabili.
Una genia subdola che si “attana” nei luoghi più gradevoli per uscirne all’improvviso allo scoperto e fare scempio di ogni regola cavalleresca e di condominio.

Noto che con gli anni mi sono trasformato da un fautore dell’amore universale in particolare con l’altro sesso avente un aspetto gradevole, in una sorta di dottor Stranamore, non chiedetemi però, quando e come è successo.
Un mio conoscente dice che è colpa del lavoro, ma forse divento solamente vecchio.
Alla fine mi consolo e mi dico: “Cosa si può volere di più?”
“Tantissimo”, risponde una delle mie mote personalità che zittisco con gli ammonimenti del buon Seneca: “Non si può avere tutto, ma si può rinunciare a tutto”.
“Bella roba!” Replica la medesima personalità schizoide notoriamente refrattaria alla morigeratezza.

Mi accontento invece del molto di cui posso ancora godere.
Saluto il mio filosofo preferito con la manina, mentre approfitto di una sosta dal mare per farmi una scorpacciata di granita al fico con gelato allo yogurt presso il “Tritone” di Sestri Levante.
La granita di questa gelateria artigianale, che considero un santuario, è un’esperienza che rasenta l’estasi mistica.
Per non parlare di un paio di ristoranti sul mare a Cavi dove il pesce sembra portato in tavola dal Dio Nettuno stesso.

Alla fine la vacanza è finita.
Come direbbe il mio amico stitico, quando finalmente esce dal gabinetto: “Anche questa è fatta” .

lunedì 13 agosto 2012

Sciur Padrun dalle belle braghe bianche, fora le palanche...


La base della vita sociale umana è l’economia.

C'è un tumore però che prolifera e si diffonde nel sistema economico globale odierno e non è da scovare nella produzione o nel libero mercato ma nella speculazione, ovvero nei guadagni derivanti dal denaro stesso.
Il profitto come si sa è determinato dalla somma del denaro per il saggio di interesse.

L’obiettivo per guarire o almeno migliorare questo sistema dovrebbe focalizzarsi nel ridurre il più possibile a zero il prodotto di questa moltiplicazione, cioè uno dei due fattori in parola devrebbe essere portato a zero.
Il fallimento dei sistemi marxisti di azzerare la somma del denaro agendo sul controllo della produzione e del lavoro con un sistema totalitario di controllo economico ha dimostrato nella pratica la sua inadeguatezza.
E' quindi, sull’indice di interesse che l'azione politica deve o dovrebbe fondarsi per sanare questo apparato delirante che permette alle Banche di produrre denaro facendo pagare allo Stato che ha invece il credito, il debito derivante dalla svalutazione.

Bisogna chiarire che il denaro non è una merce, ma una convenzione; la cui qualità peculiare è la non-deperibilità, una qualità appunto che lo svincola dal mercato e da ogni prodotto pur determinandone il valore.

In alternativa a questo ordine fondato sulla attuale moneta è auspicabile costituire una "nuova moneta" che non si dissolvesse in mano ai privati, ma che si esaurisse in mano alle Banche.
Questo garantirebbe un maggiore controllo sulla speculazione e relegherebbe gli Istituti di Credito a semplici comparse, indirizzando così l'economia sempre di più alll'eliminazione dei profitti di capitale, ma tenendosi ben stretto il libero mercato e il pluralismo economico.

Per mantenere stabile questo ipotetico sistema economico dovrebbe essere necessario un'altra condizione, cioè un attento controllo dell’espansione demografica che, se esponenziale come ora, incrementa l'offerta di lavoro e, per la legge della domanda ed offerta, fa e farà contrarre i salari sempre più; invece i profitti di capitale da affitti e da commercio sono e saranno ingigantiti dall'aumento numerico. Per questo sarebbe equo e giusto che siano questi ultimi a spesare gli assegni familiari e non, come attualmente aviene, il costo del lavoro.
E’ oltremodo assurdo tassare le attività produttive che sono la fonte da cui germoglia la ricchezza, quando sarebbe invece utile tassare il denaro disincentivandone così l’accumulo. In questo modo favorendone la  circolazione si incrementerebbe una distribuzione più equa del lavoro e quindi, della ricchezza stessa.

Alla luce di queste semplici considerazioni, tanto per fare un esempio, si comprende facilmente come i flussi di immigrazione sono favoriti dai grossi interessi economici ma non certo ispirati da ragioni umanitarie.
La migrazione di masse povere infatti permette impunemente l'abbattimento del costo del lavoro (con la riduzione dei salari) e la perdita dei diritti acquisiti dai lavoratori autoctoni in concorrenza con questa nuova forza-lavoro di disperati. Inoltre, con l'aumento delle persone aumenta il commercio e crescere il valore delle proprietà immobiliiari, cioè i principali pilastri su cui si sostiene la speculazione gestita dai detentori del capitale.
Tre fattori, lo ripeto, che sono: costo della mano d'opera a buon mercato e quasi senza tutela, maggior commercio e aumento del valore immobiliare che spiegnao l'attuale situazione venduta alla massa con il fantasioso nome di "crisi".
Il nostro paese è emblematico della situazione appena descritta, avendo più di altri una classe politica affetta da forte miopia ma di smodata avidità che si presta a buon mercato a favorire questi potentissimi gruppi economici.
In altre parole la manovra di prestigio operata dai detentori del capitale (Banche, Assicurazioni e alcune lobbies facenti capo a poche famiglie oligarchiche) ha reso i ricchi più ricchi e i poveri, più poveri.
Nel divario tra Prezzi e Redditi c’è abbastanza dinamite da far saltare per aria qualsiasi parlamento democratico.

martedì 17 luglio 2012

Il deserto dei Tartari





Per sfuggire al nulla, trascorriamo il tempo che il destino ci ha assegnato aggrappati all’attesa di un inverosimile evento straordinario, che possa finalmente dare un senso alla nostra vita.
Il tempo intanto si consuma sempre più precipitosamente e il viaggio si conclude.
Solo una morte dignitosa e serena potrà liberarci dall’angoscia, mettendoci in una dimensione eterna ed eroica che avevamo sempre sognato per emendarci dalla mediocrità.

giovedì 12 luglio 2012

Sull'essere Uomo

Ad ognuno tocca la sua parte su questa Terra.
A titolo personale penso sia importante per una mia buona interpretazione conoscere il personaggio che voglio esprimere visto che il copione della vita è sempre misterioso.

Non certo per mentire a me stesso o per uniformarmi ad un modello, ma perché il palcoscenico del mondo ha le sue regole e grazie alla maschera che talvolta volontariamente indosso conosco e rivelo il mio vero volto.
Ecco che mi interrogo su cosa voglia dire essere un uomo.
Quali sono le sue peculiarità virili? Che cosa ci si aspetta da lui? E ancora più importante cosa mi aspetto da me stesso?
Credo che l’uomo deve trovare il suo naturale sviluppo nel rapporto con una compagna. Senza un confronto, un paragone, un opposto non è possibile determinare nulla.
Mi pare evidente che non avrebbe molto senso definire un uomo se non esistesse una donna con cui confrontarsi,

Questa strana Chimera chiamata uomo dunque è composta da diverse qualità e si confronta e si completa  con quella sorta di alter ego, apparentemente tanto diverso che è l'essere femminile; Come fare di questo scambio vicendevole, spesso frutto di un mero mercanteggio, qualche cosa di grande, bello e anche, perché no, duraturo?

L’amore dalle radici profonde non nasce in un solo giorno e soprattutto non nasce ovunque.
Come dunque alimentare il mistero che lega un uomo e una donna nel formare una coppia?
Il segreto è, mi pare, nel rendere un poco inaccessibile ciò che credo di possedere.
Aprire gli occhi ogni mattina, ma realmente, per vedere chi ha dormito al mio fianco.
E' un gioco con me stesso, lo riconosco, ma è un artificio necessario per eludere le piccole manie che mi perseguitano e gli immensi egoismi evocati dalla mia natura umana spesso tanto immatura.

In generale riconoscere le debolezze ci rende forti.
Non della forza che ci fa vincere schiacciando il nostro autentico modo di essere. Parlo invece di quella forza (più grande) che ci fa accogliere in un abbraccio amorevole la nostra umana sensibilità e perchè no? Fragilità.
Niente come la donna amata mette in risalto i dubbi, le insicurezze e la delicatezza dell' anima di un uomo; Tanto forti presentiamo il nostro petto al mondo, ma solo perché le difficoltà e le paure le portiamo sulla schiena.
Tuttaivia so che debbo tenere per me queste incertezze.
Non per sicumera o per aderire ad uno stereotipo virile, ma perché profondamente sento che questo è giusto, mi tocca, è il senso che do all’identità maschile.
Voler portare questo fardello e riuscire qualche volta ad alleggerirlo a chi mi sta accanto è la mia speranza, il mio compito, la mia ambizione talvolta.
Penso che se condividessi le mie difficoltà con chi voglio aiutare non sarebbe in realtà un vero aiuto, poiché genererebbe un debito di riconoscenza che se compreso non renderebbe il rapporto libero.
E' in questo modo la percezione che ho della mia virilità, cercando altresì di non indulgere nell'arroganza che è sempre in agguato nella mia anima.
E' il modo, spesso frainteso e qualche volta goffo, di dire "ti amo" senza parlare.

Non è facile per me vivere come un uomo, aderendo alle continue aspettative degli altri e mantenendo integra la dignità nei confronti della mia coscienza, dei miei sogni, della mia parte più profonda e di quello spirito così spesso estraneo anche a me stesso, ma parimenti mi domando: per chi mai è facile vivere?
Come diceva chi è stato molto più saggio di me: "Ci si fa forti per portare pesi".

Rendere così leggero il passo di chi cammina con me lungo il sentiero della vita porta il mio stesso incedere ad essere più svelto e leggero, regalandomi finalmente una méta che altrimenti perderebbe di senso.
Alla fine, anche se incontrassi su questo sentiero arduo, ignoto e pericoloso un Dio o un Demone e questi mi chiedesse conto delle mie azioni e omissioni non ne proverei timore; Anzi, con sincerità e a buon diritto risponderei : "Ho fatto la parte mia, dando alle persone che amo il mio cuore e un po’ di aiuto".

E in questo folle mondo, a me pare già tantissimo.