venerdì 15 febbraio 2013

La pericolosa battaglia del sé


Sento spesso parlare della necessità o meglio della speranza di voler vivere in una società libera.
Un’affermazione che è una contraddizione nei termini, perché quando si parla di società si parla per prima cosa di regole.
In ogni tipo di gruppo si trovano leggi, convenzioni e norme che di fatto, negano in maniera più o meno forte l’affermazione incondizionata dell’individuo e quindi la sua libertà.

La società ha interesse principalmente che l’uomo sia integrato, abbia una vita produttiva, rispetti le leggi e non necessariamente sia felice.
Quella è, e resterà per molto ancora, una priorità del singolo.
Si potrebbe pensare che è giusto ripartire la vita di una persona in una sfera generale che include la collettività con delle regole ed una più piccola e circoscritta che riguardi la sua individualità, nella misura delle amicizie e della famiglia, dove egli possa liberamente ricercare la felicità.

Però, mi domando com'è possibile per un uomo, dovendosi uniformare a dei modelli comportamentali imposti, realizzare nel medesimo tempo la libera espressione di se stesso e così la propria contentezza più profonda?
E’ possibile reprimere un essere umano per la maggior parte del suo tempo che trascorre con gli estranei e poi sperare che una volta a casa tra i propri affetti sia totalmente svincolato da ogni costrizione?
Com'è fattibile che possa affermare la sua natura e il suo personale modo di amare, quando questo può esprimersi solamente all'interno di modelli condivisi, socialmente accettati e preesistenti?
Anche nella sfera più intima, questo uomo può veramente pensare di essere libero? Libero anche solo dal giudizio dell’altro e da quello ancora più severo della sua coscienza che aderisce a una morale, quasi mai messa veramente in discussione? Non mi sembra fattibile che un uomo represso per 12/15 ore di vita comunitaria, una volta rientrato in famiglia ritrovi immediatamente una libertà per il suo rimanente tempo libero. Non credo che esista un interruttore così efficiente nell'uomo che gli permetta di accendere e spegnere a comando la luce della libertà a intermittenza. 
Un uomo o è libero sempre, oppure non lo è mai veramente. E' assurdo pensare che un essere umano possa essere libero parzialmente, tanto per dire, al 70%.
E’ evidente che la contrapposizione tra gruppo e individuo nell'affermazione della propria libertà è fortissima e talvolta insanabile.

Ci sono al mondo schematicamente due categorie di individui, nella prima, la più numerosa, si trovano le persone che si uniformano, che abdicano il proprio sé in osservanza alle convenzioni, che praticano in maniera più o meno generalizzata il servilismo e l’opportunismo; Forse per convenienza, oppure semplicemente per mancanza di esercizio del proprio senso critico.
La seconda categoria, è invece formata da un ristretto numero di persone che non riescono, in proporzione variabile, a rinunciare alla propria natura.
Con un certo azzardo direi che sono costituzionalmente incapaci di rinunciare a se stessi, perché tanto varrebbe per loro nei casi più drastici, spararsi un colpo di pistola in bocca piuttosto che continuare ad esistere senza vivere veramente. In  questo gruppo si notano spesso comportamenti iconoclasti e imprevedibili; In generale di rivolta verso le costrizioni.
Direi che sono strutturalmente incapaci di una negazione così assertiva delle proprie pulsioni più vere, naturali e sane.
In proporzione al grado di reattività avverso tutte quelle imposizioni che comporta il vivere comunitario essi sono emarginati, alienati, addirittura perseguitati e subiscono l’ostracismo della maggioranza; A volte si abbatte su questi "disadattati"  la disapprovazione violenta, la prigione, il manicomio. 
Nel migliore dei casi l’indifferenza e la solitudine fisica.

Bisognerebbe creare oltre a questa dicotomia sociale un terzo trasversale, cioè persone che affermano se stesse e la propria libertà senza il vincolo di un forte egoismo. 
Ciò sarebbe possibile se si sviluppasse in una persona un'etica vera e una conoscenza profonda della propria intima coscienza. 
Senza questi requisiti fondamentali i comportamenti socialmente utili e sani sarebbero solo di facciata e non risolverebbero i problemi che si ripresenterebbero sotto la pressioni di situazioni inusuali e contingenti, ovvero quando la vera natura di un essere umano è messa alla prova.

A mio parere attualmente i pochi che amano la libertà, non forse per merito, ma perché il loro mondo è più forte di tutto il resto, la vivono generalmente in maniera troppo egoistica per poter divenire un modello sociale condiviso da tutti, si creerebbe una società troppo anarchica per funzionare in un regime di pace.
La maggioranza invece credendosi libera o quasi, convive con una sorta di corazza che non solo li rende insensibili, ma non gli permette neanche di muoversi e di ragionare.
Il libero pensiero in loro è stato spento e forse non si riaccenderà mai più. Anche nel modello attuale di società costituito da una tale maggioranza il risultato è il conflitto perché sottomessa all'avidità di un'élite senza scrupoli. 

E’ molto divertente osservare nel quotidiano questa presunzione di libertà che molti si conferiscono, quando tutti i fatti della vita sembrano dimostrargli il contrario.
In loro il condizionamento ha raggiunto il livello della intossicazione completa, sono morti, ma non lo sanno ancora.

Con tutti l’opera di “addomesticamento” inizia già da subito nella vita.
Con essa sorge nel bambino quasi immediatamente la constatazione, spesso rimossa a livello inconscio, che la famiglia è sorda alle sue richieste più personali, alle domande che esprimono completamente quella personalità che via, via si costruisce.
Così non gli si permette la crescita del proprio sé, almeno non in maniera libera e completa. Si incatena il suo personale modo di amare che è invece l’unico modo che ha un essere umano di essere realmente felice.
Quasi tutti sembrano concorrere all'idea che bisogna amare secondo gli stereotipi accettati, altrimenti non è amore.
In questo bambino si inocula il germe della menzogna che lo contaminerà per tutta la sua vita. Per avere l’approvazione necessaria alla sua sopravvivenza dovrà fingere per far contenti i genitori, la scuola e tutti gli altri.
Quando, a questo uomo ormai adulto, si chiederà di essere sincero non saprà più cosa questa parola significa.
La maschera così a lungo portata è diventata il suo volto.

Ribadisco che il bambino non può rinunciare al sostegno e al contatto umano (cioè in definitiva all’amore e alle necessità materiali di cui non può farne a meno). In lui  nasce l’imperativo di negare la propria natura intrinseca per conformarla ad una scelta comportamentale che non ha alternative.
Non potrà quindi quasi mai affermare la sua unicità se vuole appartenere ai molti.
Dovrà negare al suo intelletto le contraddizioni della società portandole in se stesso.
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Così la nostra civiltà afferma, tanto per fare qualche esempio, il diritto alla vita, ma poi pratica la guerra giustificandola con fantasiosi nomi che non cambiano la sostanza delle cose. Esalta la solidarietà, ma poi favorisce l’individualismo più rapace. Applaude la sincerità, ma alla fine quelli che faranno carriera in questo mondo saranno le persone che mentono, dicendo agli altri quello che vogliono sentire.

Il prezzo che paga il bambino/uomo per la sopravvivenza in una struttura tanto inadeguata com'è la famiglia e la società poi, almeno come la si vede generalmente, è la solitudine. Non certamente quella di non avere vicino gli altri, ma la solitudine interiore determinata dal negare se stesso e la libera espressione dei propri pensieri più intimi.
Una negazione tanto reiterata che egli diviene estraneo a se medesimo.
Questo conflitto lo accompagnerà per tutta l’esistenza generando quelle nevrosi che si paleseranno nelle sue contraddizioni personali, nelle psicosi e in alcuni casi nella follia; A volte solo nei comportamenti autodistruttivi e masochistici che non sono altro che un riflesso di quelli presenti nella società che lo ospita e lo ha plasmato.

Non concordo dunque completamente con Freud che vedeva l’origine della nevrosi nella negazione della sessualità dell’individuo, ma sono più convinto come Otto Gross sosteneva, che essa è essenzialmente dovuta alla negazione della crescita e della libera espressione della volontà che le strutture sociali operano.
E' quindi una nevrosi principalmente determinata dall'attrito derivante nel mettere qualche cosa di quasi infinito (la natura umana con tutte le sue potenzialità e i diversi modi di esprimerla) in un contenitore tanto angusto, costruito per uniformarsi alla maggioranza degli altri, quegli altri che aderiscono ad un modello sociale ipocrita che premia l’ipocrisia.
Tutti i meccanismi di gestione e di aggregazione della collettività sino ad ora  sono stati fatti per esercitare un potere annichilente sulla volontà personale dell'individuo, attraverso la costrizione e non  sono certamente adatti a determinare la  liberazione e l'affermazione di quella volontà come la naturale espressione alla quale tende un essere libero e responsabile. 
Se dovessi sintetizzare in un’immagine la frase ricorrente che è scritta ovunque in ogni angolo di questo mondo sarebbe un “No” in caratteri cubitali.
La misura dell’integrazione è stimata spesso nel grado di omologazione che si palesa esteriormente nelle mode e interiormente nel pensiero uniformato e nei sentimentalismi diffusi, plagiati da chi è deputato a stabilire cosa è giusto e cosa è sbagliato, il più delle volte in ossequio ai propri interessi.
L’affermazione della propria volontà per il raggiungimento della felicità è una promessa sventolata davanti agli occhi di tutti da una società che ha come priorità invece la sua auto-conservazione e prosperità.
O almeno, va detto per inciso...La prosperità della sua classe dominante.
La felicità di tutti non può essere così realizzata perché è inconciliabile con la struttura sociale odierna, una struttura patriarcale che si basa sulla violenza, sullo sfruttamento, sull'imposizione e sul conformismo.

Un modello che negli ultimi decenni appare sgretolarsi lentamente senza, però rinnovarsi in qualche cosa di diverso, la cui influenza si riflette ancora in maniera molto forte nella famiglia appunto, nella società con le sue istituzioni e nella religione.
Tre apparati che sembrano avere priorità diverse, diverse metodologie di azione, ma sono invece l'espressione e concorrono a mantenere un modello conflittuale, profondo e millenario che vede un maschio dominante spadroneggiare su altri maschi e soprattutto sulle donne.
Queste tre strutture collaborano così ad un modello, se non proprio “predatorio” almeno molto competitivo che vede -tutti contro tutti- per il raggiungimento di un traguardo effimero; Effimero nella constatazione che ogni vincitore alla fine si ritroverà solo.
La frustrazione derivante dalla insoddisfazione onanistica di raggiungere un traguardo sociale elevato non potrà che essere compensata attraverso l’esercizio discrezionale di quel potere così duramente e faticosamente raggiunto.
Mantenendo così il sistema uguale a se stesso e perpetuando i suoi errori e i suoi orrori.
Un cambiamento radicale del sistema sociale non potrà dunque mai realizzarsi per mezzo di una classe dirigente composta da persone che per giungere e mantenersi in una condizione di privilegio hanno dovuto utilizzare e fare proprie quelle deformità sociali che poi pretenderebbero di sanare.
La loro è una puerile menzogna, un salvifico tentativo di abbellire una faccia che hanno perso; Un modo di ricomprare un'anima che hanno svenduto e non potranno più avere.
Per usare una metafora direi che  "l’uomo in lotta" una volta giunto in cima alla catena alimentare non trova la felicità, ma la solitudine.
L'amara constatazione che realizza è che avendo considerato tutti dei nemici perchè lo ostacolavano al raggiungimento della cima ora non ha più nessuno da amare e con cui condividere la vetta e le opportunità che quella posizione gli offre. 
Questo povero essere  giustificherà la sua esistenza mangiando oltre il suo naturale appetito, altrimenti quale sarebbe il senso di essere arrivato al vertice di questa catena alimentare?
L'avidità nell'essere umano è un demone che una volta evocato non può essere facilmente rispedito all'inferno con una stretta di mano e una pacca sulla spalla.
E' un Golem che una volta cresciuto divorerà il suo stesso creatore.

Tuttavia mi pare evidente, anzi ovvio che una vita sociale senza un minimo di regole condivise non è fattibile.
Mi pare ancora più ovvio che determinare una caduta di qualunque freno in un uomo che non ha una coscienza oggettiva sviluppata e sana che lo guidi nelle sue scelte e nelle relazioni con gli altri equivarrebbe alla barbarie generalizzata.
Pare così essere una situazione di "empasse" che perdura da qualche migliaio di anni. Non si concede la libertà perché ne sarebbe abusata, ma in una struttura sociale vincolata non è possibile formare uomini completamente responsabili delle proprie azioni e con valori  intrisici migliori e stabili.

C’è un forte parallelismo fra società e linguaggio.
Così come il linguaggio non potrebbe realizzarsi se non ci fosse una lingua comune che è in definitiva una convenzione, non si può avere una struttura collettiva senza regole. Ci si trova nella società nello stesso paradosso che si ha nella comunicazione umana.
Quest'ultima efficiente nel descrivere elementi semplici di utilità –passami il pane, attento allo spigolo- ma che diventa prolissa e di converso equivocabile, inintelligibile, quando deve comunicare la soggettività, i sentimenti e il modo di amare di ognuno così spesso frainteso.
Come le leggi del mondo civile sono funzionali e abbastanza efficienti in una società nel regolare la normalità, non lo sono altrettanto per l’eccezione; Similmente il linguaggio è funzionale ad un certo tipo di comunicazione ordinaria, ma nel momento che esso vuole descrivere la nostra natura, la nostra singolarità, diviene muto perché essa è più grande del contenitore in cui l’abbiamo chiusa e supera e trascende ogni regola e grammatica.
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La domanda che sorge allora spontanea è: Quale tipo di società potrebbe favorire una dimensione comunitaria più sana e vivibile?

L’antropologia ci indica che il nostro mondo non è stato sempre così come lo viviamo ora.
Nel neolitico per esempio l’organizzazione umana era vissuta in società matriarcali.

Ed è ragionevole considerala una soluzione migliore rispetto a quella patriarcale in uso in quanto la donna a differenza dell’uomo ha due coscienze distinte che abitano in lei.

Essa ha in comune con il maschio la propria coscienza personale ovvero quella che porta alla realizzazione di sé e al soddisfacimento dei propri bisogni e aspirazioni; Però ha anche una “coscienza biologica” che l’uomo non possiede, in quanto lei è portatrice di vita e tra gli istinti naturali quello della maternità è uno dei più forti e sentiti, ma anche il più utile e l’unico per la continuazione della specie.
E’ quindi plausibile che in una società organizzata da donne aventi due coscienze (libere, si spera) vi potrebbero trovare posto comodamente gli uomini, ma non viceversa.

Non è proprio esatto dire che non esistono attualmente società matriarcati sulla terra in quanto ci sono piccole realtà in luoghi remoti dove questo modello sociale è ancora praticato e dove la vita e la personale soddisfazione dei suoi membri appare di gran lunga superiore a quanto fornito dal modello patriarcale imperante.

Per quale motivo il modello matriarcale è migliore?
Perché si basa sul sostegno e la condivisione mentre quello patriarcale sulla violenza e sulla avidità.
Il patriarcato e la conseguente patri-linearità della discendenza sono fondate sulla violenza per due ragioni principalmente.
La prima, nella necessità di sorvegliare che la propria prole allevata dalla donna, non sia quella di un altro uomo (con cui nel sistema patriarcale il maschio è in concorrenza) visto che l’investimento per il suo accudimento è sempre alto, anche in una società benestante come la nostra.
Traggono così senso, ma non certo ragione, quei fenomeni di gelosia, di ossessività nei confronti della femmina spesso equiparata ad una proprietà da proteggere e conservare per il proprio utilizzo. Una sorta di incubatrice per i figli di un uomo solo.
La seconda ragione è data dall'origine storica del patriarcato  che si basava sul ratto della femmina e dal suo conseguente stupro.
In questa primitiva situazione la donna era dunque una schiava e questo ruolo si è emancipato molto lentamente, purtroppo mantenendo "in nuce" lo stesso retaggio anche nella moderna famiglia. Un retaggio nascosto, flebile, ma intuibile ad una visione attenta che si spinge oltre le convenzioni di facciata.

Nelle società primitive matriarcati la donna invece era sostenuta e resa autonoma dall’aiuto di "tutti" gli uomini della tribù, perché era lei la detentrice della nascita e a lei spettava stabilire con chi accoppiarsi, anche con partner diversi poiché era la generatrice di vita.
In un sistema del genere la libertà sessuale era un dato di fatto e la gelosia non aveva alcun senso. Inoltre questo sistema portava ad una maggiore condivisione dei beni materiali per il sostegno della vita dei bambini senza distinzione e non come avviene oggi indirizzata solo alla prole personale. I figli allora erano il vero patrimonio della tribù, la discendenza di tutti gli uomini e non dei due genitori biologici.
La preoccupazione di tutti era che la nuova generazione avesse il meglio possibile.
Non si fermava come invece adesso accade alla egoistica preoccupazione che i nostri, e solo i nostri figli, avranno da mangiare e di che vivere un domani.

Come mai si è affermato il modello patriarcale?
Perché sicuramente è un modello più aggressivo, più adatto ai tempi passati dove gli esseri umani erano pochi, la natura ostile e la vita breve e difficile.
Queste condizioni favorirono uomini predatori, ma condizionarono “a cascata” tutte le altre scelte che il patriarcato ha poi determinato come ad esempio l'esasperazione del diritto di proprietà, il diritto ereditario dei privilegi e delle ricchezze che favorivano e favoriscono tuttora una discendenza a scapito delle altre.
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Oggi però le condizioni di vita sono radicalmente cambiate.
Abbiamo il problema opposto cioè una sovrappopolazione che aumenta le richieste, una natura quasi completamente asservita e una tecnologia che ci assiste in ogni aspetto della vita.
Le distanze fra gli uomini grazie ai mezzi di trasporto moderni, le comunicazioni quasi istantanee, i mezzi di informazione fruibili da quasi tutti non permetteranno per molto ancora un modello di  ricchezza che favorisce un gruppo ai danni di un altro gruppo sfruttato.
Fra poche generazioni o addirittura già nel nostro presente assisteremo a come -tutti vorranno tutto- e non ci sarà modo di evitare un conflitto globale, per l'evidente ragione che un sistema economico che fonda il proprio benessere sulla disparità e sullo sfruttamento ha un collasso quando tutti divengono sfruttatori.
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Si assiste oggi come accennato ad un tentativo di modifica del patriarcato in questo caso non solo definendolo in seno alla famiglia ma nella sua estensione sociale in tutte le sue forme. Una modifica operata grazie principalmente alle rivendicazioni delle donne stesse.
In ogni caso la donna rimane in molte aree del mondo ancora una “proprietà” dell’uomo, magari non nella forma esteriore di schiava vera e propria ma nella sostanza in quanto è il maschio che generalmente detiene la ricchezza e contribuisce al mantenimento della donna che deve, se non l’obbedienza totale, almeno un forte asservimento.

Da qualche decina di anni sembra che questa situazione assurda stia cambiando cioè si vorrebbe (almeno a parole) bilanciare una società gestita da uomini che operano scelte e detengono il potere sulle donne in una società più equilibrata.
Il prezzo di questa equiparazione è un sommerso, ma ormai sempre più spesso palese conflitto fra le due metà della popolazione.
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Sono personalmente scettico sul tipo di emancipazione che pare svilupparsi in una società comunque patriarcale.
Perché sembra consista principalmente nel trasformare una donna in un uomo.
Infatti all'interno di un modello così rigido non c’è posto per una donna-donna ma solo per una donna-uomo.
Si paga così il filo di voler realizzare una parità di apparenza che principalmente ottiene solo una parità di difetti all'interno di una struttura sociale ancorata ad un modello che è fondato sulla diseguaglianza. Le opere di rinnovamento intraprese, seppure auspicabili, risultano essere estemporanee senza una modifica strutturale profonda della società e dei suoi abitanti.

Si manifesta oggi una sorta di negazione della femminilità nella donna che per essere forte o per apparire forte, deve assumere dei modelli che non corrispondono alla sua natura (biologica) cioè sono modelli maschili che fratturano ancora di più il suo sé.

Anche se può apparire un esempio banale, basta osservare la personalità che si plasma nella “donna in carriera” per comprendere che è innanzitutto una donna che ha negato buona parte della sua femminilità per adottare i peggiori stereotipi maschili; Anche se a volte sembra mostrarsi fin troppo seducente, esasperando quello che usualmente è considerato femminile, ma è in realtà solo un espediente per dare un plus valore alla sua fame di potere e di riscatto.
Ci sono anche donne particolari dove questa disarmonia non esiste, ma non sono  la norma e i problemi del mondo sono fatti  più dai numeri della maggioranza che dalle buone idee sostenute da poche persone.
La mia opinione è che la vera forza della donna è sempre stata il buon senso e il pragmatismo, non certo i muscoli; Le sue parole si ascoltano più chiaramente, quando non sono urlate come fanno troppo spesso gli uomini.
Si osserva infine che la femminilità come anche le migliori qualità virili sono andate perse nel passaggio generazionale determinando una genia di esseri un po' spaesati. Una gioventù spesso dai contorni sessuali indefiniti e in definitiva ragazzi  e ragazze bizzarramente e irrimediabilmente infelici.
Sono dell'idea che sia ben diverso esprimere la propria unicità dal voler diventare a tutti i costi un'eccentricità; Una condizione questa spesso presentata erroneamente ad emblema della libertà individuale.

In ogni caso il modello matriarcale sarebbe la soluzione con più opzioni positive per il dipanamento delle problematiche evidenziate.
Non risolverebbe però il problema principale ossia la necessità di avere un essere umano libero che possa vivere agevolmente in una società libera.
Infatti, una persona chiusa nei suoi schemi mentali e nei preconcetti anche se vivesse nella migliore delle società possibili proietterebbe la sua cella interiore nel mondo circostante.
Si ha allora una forte ripercussione nel mondo di tutte le patologie psichiche che abbelliscono l'umanità le quali si riversano nella collettività e da essa con le sue problematiche ingigantite nuovamente sui suoi componenti.
E' lapalissiano che un individuo psicologicamente malato  proietterà sempre i propri compensi sugli altri per sostenere la sua struttura interiore instabile, determinando un inestricabile nodo Gordiano di contraddizioni che alimenterà una situazione endemica di disagio.

In definitiva il rinnovamento sociale è imprescindibile dal rinnovamento dell'essere umano, perché vi è una connessione talmente profonda fra uomo e società che il confine che separa queste due realtà è forse solo un problema di prospettiva.
La costituzione di un essere più libero cioè in definitiva più sincero, poiché la libertà si costruisce con la sincerità, è l’unica strada per favorire l’accettazione di sé,  la manifestazione di questo "sé" ed eventualmente un suo cambiamento consapevole.
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Questo non può attuarsi che investendo nei bambini e in una loro educazione illuminata. Per un adulto ormai adeguatosi ad un clima inquinato come il nostro, la probabilità realistica di un cambiamento profondo, affinché possa vivere una vita diversa, più normale e sana è purtroppo molto vicina allo zero. In ogni caso, la ricostruzione del proprio mondo interiore, ormai cementato in un penitenziario di abitudini e schemi mentali sarebbe estremamente doloroso, e forse nella maggioranza dei casi poco conveniente, perfino per se stesso.
Sarebbe inoltre necessario a questa ipotetica  generazione di uomini nuovi, nascere e crescere in una società separata dalla nostra;  Gestita (almeno nei primi tempi) da pedagoghi, scinziati, innovatori cioè da persone particolarmente predisposte ad una nuova società avendo già relizzato una forte emancipazione dal preconcetti.
Un gruppo di lavoro altamente qualificato adatto a formare con una nuova educazione  questi pionieri che conolizzeranno una nuova Terra. Un team fortemente motivato a supportare questi bambini nella loro crescita che giunta a compimento possa operare un cambiamento non solo radicale, ma epocale dell'umanità.
Da questa sorta di "nursery sociale" già segnata da modifiche sostanziali e profonde, grazie alla crescita delle generazioni future si potrà allargare su scala globale l'espansione di questo esperimento etnologico se veramente funzionale con la conseguente progressiva regressione del vecchio modello patriarcale.
Di fatto sto parlando dell'estinzione dell'uomo come lo conosciamo adesso, un'estinzione cui comunque è destinato inevitabilmente con l'attuale aumento della popolazione  all'interno di un sistema sociale ed economico inadatto a far fronte ad un numero tanto elevato di abitatati in concorrenza fra loro per avere gli stessi beni di consumo. 

L'affermazione di un "essere umano diverso" dovrà però essere protetta sino al consolidamento del sistema matriarcale che lo ospita, cioè ci sarà bisogno di un progetto condiviso e sostenuto da tutta la parte della popolazione umana che non ha ancora perso completamente il senno che fornirà i mezzi materiali per costruirlo e mantenerlo, almeno sino alla sua autosufficienza.
Si potrebbe definirla, con una certa drammaticità da Vecchio Testamento, una sorta di Arca biologica per far sopravvivere l'umanità alla quasi certa autodistruzione.

Si dovrebbe dunque creare un enclave separata di questa nuova società dalla nostra, mantenuta sino alla sua autonomia economica e produttiva.
La tecnologia oggi a disposizione, sgravata dall'avidità delle leggi di mercato, è già bastante per un sistema sociale perfettamente eco sostenibile, a patto che la popolazione mondiale sia ubicata nelle aree più confortevoli del pianeta e con un numero di abitanti che non superi i cinquecento milioni di componenti. La formazioni di piccole città/villaggio di non oltre diecimila persone, permetterà l'ottimizzazione delle risorse e lo scambio/baratto con le vicine città/villaggio, riducendo anche il rischio di carestie o disastri ambientali con una rete di sostegno tra città appunto.

La rimanente popolazione del pianeta, cioè quella che attualmente vive in un mondo disumano, dovrebbe rinunciare alla procreazione ed estinguersi, semplicemente perché non è possibile creare un depuratore d'acqua e poi immettere questa acqua pulita in una falda inquinata e sperare che resti incontaminata. 

Il sistema economico di questo nuovo mondo non dovrà essere fondato sul denaro, ma sul tempo. 
Si costituirà una "Banca del Tempo" dove seguendo il principio equo che "chi non lavora non mangia" conteggi le attività produttive e creative grazie a una sorta di tessera dove sarà registrato il tempo occupato dal proprio lavoro.
Esso poi sarà spendibile, evitando così ogni possibile speculazione e accumulo insensato. 
Ovviamente dieci minuti di un chirurgo non si potranno equiparare a dieci minuti di uno spaccapietre, perché per avere le competenze di un determinato lavoro specializzato si spenderà comunque tempo che andrà giustamente conteggiato in proporzione, seguendo un principio di equità condivisibile. 
Senza nessun diritto di proprietà ma con un etica civica di altro livello, i servizi saranno non solo garantiti ma utilizzati al meglio senza sprechi o danni, perché se un cittadino sente veramente suo un bene comune lo utilizzerà con la medesima cura che fosse proprio. 
Questi sono alcuni piccoli spunti di come si potrebbe realizzare una società completamente diversa e  quasi completamente soddisfacente per i suoi abitanti. Non scendo nei particolari, perché mi pare inutile spiegare la strategia di un'organizzazione quando quando si è ancora in una fase di mera ipotesi.
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Anche se drastico, questo sarà forse l'unico modo con cui fattivamente sarà possibile dare seguito alla vita di un'umanità più sana e libera, libera anche dalle tare genetiche che l'affliggono da secoli; Un'umanità dotata di una maggiore intelligenza garantita da un DNA sano, quindi non tormentata dalle molte malattie prevenibili e dalle migliori condizioni per un ottimale sviluppo intellettuale e spirituale. 
In una società felice e strutturalmente sana l'incidenza delle malattie e delle situazioni invalidanti o dei comportamenti deviati sarebbe infinitesimale. I beni di lusso sarebbero superflui ma comunque non vietati, bisognerebbe dare spazio alla bellezza, all'arte e alla creatività, perfino all'opulenza come la Natura insegna a patto che tutti ne possano godere. La similitudine è meglio dell'uguaglianza, perché rispetta la diversità che è il vero patrimonio umano. Questi esseri umani maggiormente completi rispetto agli attuali non saranno affatto soggetti deboli. La nascita di una reale capacità di analisi, priva dalle storture di una logica solo parzialmente coerente del nostro mondo, ridurrà al minimo l'aggressività ma non la capacità volitiva e operativa. Saranno persone molto più equilibrate e forti in cui la violenza sarà ridotta al minimo per la sopravvivenza, senza eccessi.  Le forme coercitive dovranno sempre meno essere considerate una fonte di soluzione, rispetto a comportamenti e idee non condivise. 
Con lo spazio a disposizione si avrà anche la possibilità di una eventuale ridistribuzione geografica di gruppi con le medesime idee sulla propria organizzazione generale.
Non è certo un piano eugenetico perché considerando le migliori possibilità non è una discriminazione, ma un'agevolazione. 
La formazione dell'individuo dovrà abbracciare tutte le realtà dell'essere: intellettuale, emotivo e fisico. Senza disarmonie. 
Tecniche efficaci di meditazione e di altre pratiche utili saranno a disposizione liberamente. 
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Tutto ciò in modo che l'uomo possa, in una struttura sociale finalmente adatta, perseguire realmente la ricerca della conoscenza e della felicità; Perché questo  è il vero e unico obiettivo degno di essere raggiunto, avendo superato, grazie alla tecnologia e alla scienza il vallo della mera sopravvivenza. Il tempo libero a disposizione sarà molto  maggiore, perché i costi e di conseguenza i tempi lavorativi sono ingigantiti dalla speculazione e dall'avidità di guadagno, dove in una società rinnovata non avranno modo di esistere. 

In particolare l'educazione di questi -nuovi umani- non dovrà essere attuata con il modello formale e ristretto attuale, inteso come "scolarizzazione" e nemmeno con i vecchi principi di concorrenzialità ed i metodi di valutazione odierni,  ma dovrà basarsi su un sistema più ampio; Evitando l'imposizione di modelli rigidi, incrementando la sensibilità individuale e sviluppando l'analisi oggettiva personale che favorirà una pluralità di alternative e l'empatia fra gli uomini. 
Essi si svilupperanno magari diversamente, ma saranno in ogni caso coesi nella realizzazione di una vita più serena e felice. 
Il sistema Montessori di educazione oppure Steiner sono utilissimi. Per esempio nel metodo Montessori con la sua turnazione dei ruoli creava degli ottimi presupposti allo sviluppo di cittadini consapevoli e responsabili, ma anche intelligenti e critici rispetto alle regole, favorendone il ragionamento personale. 
Immagino un sistema di sviluppo che incoraggerà e incentiverà il cosiddetto pensiero laterale con una visione multi dimensionale della realtà. 
Così si avranno, forse, persone libere dai dogmi, dalle superstizioni e dalla religione.
Una umanità coraggiosa che realizzerà nel proprio cuore e non nelle cattedrali la comunione con lo spirito.
Donne e uomini che sapranno finalmente vivere in armonia con la Natura, perché non negheranno la loro stessa natura. 
Persone che possiederanno quella sensibilità che li porterà a vivere in concordanza con il Tutto, riconoscendosi parte di esso.
Un nuovo sistema educativo che in generale non fornirà ad un essere umano eventuali risposte, se non prima che sorgano in lui spontaneamente delle vere domande.
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Nello scrivere queste ultime considerazioni si attiva un allarme rosso di pericolo con la scritta “Utopia”  che lampeggia davanti ai miei occhi.
Lo ignoro volutamente, perché sono convinto che per essere veramente realista devo credere nell'impossibile.

giovedì 14 febbraio 2013

Long, long Island

Nadir, con un certo fervore rivoluzionario: "La politica? La Chiesa? La società? Tutto questo malaffare?

Zenit, sorseggiando il suo Long Island gli scocca uno sguardo più amaro del rabarbaro: "Ma cosa credevi? L'uomo è l'uomo".

Nadir, mestamente ammette: "Hai ragione, cazzo. Anche le più ardite altezze dello spirito  alla fine trovano posto solo nell'uomo; Conchiuse nella circonferenza del suo stomaco, nella lunghezza del suo pisello e, ahimè, nella grandezza del suo portafoglio".

Zenit, alzando un sopraciglio: "Un alto giro?"

Nadir, scuotendo la testa: "Tanto vale berci su".

martedì 29 gennaio 2013

No words

Ogni uomo soffre e chi non soffre con questo uomo, non è un uomo.

mercoledì 16 gennaio 2013

Un terrorista piccolo, piccolo


La base su cui cerco di mantenere il mio ragionamento è l’osservazione.
Un’osservazione il più possibile libera da preconcetti che con un oggettivo riscontro nella realtà mi indichi cosa sia la verità.
Se dunque l’eguaglianza è propria del mondo delle idee e della matematica la logica che guida la mia interpretazione del reale è la similitudine.
Guardo al grande attraverso il piccolo, alla società attraverso l’uomo.

Oggigiorno si fa un gran parlare di politica. Apparentemente la si vuole rappresentare come qualche cosa di complesso ma è in realtà molto semplice.

Se diamo un'occhiata a noi stessi notiamo che il nostro corpo segue tre regole principali.
L’economia, nei suoi processi biochimici e nel movimento. L’efficienza, per ottenere i risultati voluti e infine il "comfort" affinché questo lavoro non comporti danni.
Così è semplice immaginare una società migliore considerandola come un’estensione di noi stessi dove queste priorità sono rispettate, sostenute e per quanto possibile incrementate.

E’ naturale poi in caso di dubbio affidarsi ad un’intelligenza più grande, quella della Natura per esempio che ha permesso la continuazione della vita da milioni di anni, piuttosto che ad un’intelligenza umana che sino ad ora ci ha portato verso l’autodistruzione con la sopraffazione dell’uomo sull’uomo e ad una situazione ecologica disastrosa avulsa dalla terra in cui siamo ospiti.
Non è affatto un modo “ecologista” di guardare ai problemi più complessi, ma un modo per capire e interpretare come la Natura si trae di impaccio, quando è messa alle strette.

Immagino dunque una società in cui le tre regole enunciate siano concretizzate.
Un’economia che non incentivi gli sprechi, non sia distribuita in maniera iniqua e metta un freno all’avidità che è in definitiva il vero demone che vive in ogni essere umano.
Un’efficienza che determini per tutti dei risultati tangibili rispetto alle priorità di vita, in poche parole una vita degna di essere vissuta, libera il più possibile dai vincoli, con un lavoro dignitoso e una società che fornisca servizi e giustizia di buon livello.
In ultimo ma non per finire una società bella, dove il comfort sia la misura con cui si valutano i risultati delle prime due condizioni enunciate.
Perchè se c'è un tratto intimo che ci differenzia dal resto del genere animale è proprio l'attrazione che l'uomo ha per il bello.

Molto spesso l’umanità nella sua storia ha adottato delle strategie per uscire da situazioni stagnanti.
E’ ricorsa spesso a guerre, tracolli finanziari e qualche volta (raramente) a rivoluzioni, tutti eventi traumatici e sanguinosi che hanno per così dire dato una rimestata a questo gran calderone di ingiustizie.
E’ ovvio che queste situazioni estreme non possono essere chiamate soluzioni, ma solo procrastinazioni degli stessi problemi che infatti si ripresentano dopo un po’ di anni.
Il mondo umano si è servito per questi “scossoni” dei leader, leader che nell’immaginario collettivo sono sempre stati carismatici, intelligenti e apparentemente senza macchia ma nella realtà dei fatti con pochissimi scrupoli.
Alle belle parole, alle grandi idee, agli ideali messi sotto una bandiera da questi campioni non sono quasi mai corrisposti dei reali progressi duraturi. Pare proprio che l'umanità si arrampichi sopra un palo della cuccagna, appena smette di affanarsi per salire, ripiomba a terra con maggiore forza.
Una volta a terra il popolo di fronte a minacce reali ha sempre reagito in maniera nevrotica e irrazionale e si è focalizzato nella ricerca, puerile, di una sorta di padre salvatore, il leader appunto, che incarni le migliori qualità di cui la moltitudine stessa è priva. 
In altri casi non trovando soluzioni il medesimo popolo si è accanito su un capro espiatorio, generalmente innocente, su cui sfogare tutta la propria rabbia e violenza.

Una situazione paradossale cui però l’uomo pare trovarsi a suo agio, ma che non è più possibile perseguire per due ragioni evidenti.
La sovrappopolazione che ha ingigantito i numeri con cui si presentano i problemi e lo sviluppo tecnologico che fornisce un impatto accelerato ad ogni incidente determinato da un errore.

Personalmente, considero il ricorso ad un leader carismatico per la guarigione di una società malata uno sbaglio.
Per la semplice ragione che un rappresentate del genere, in virtù del suo carisma può promulgare (ed è stato generalmente fatto) tra le leggi necessarie anche delle leggi ingiuste che favoriscono i propri interessi a scapito di quelli del popolo; Facendo abdicare il senso critico dei suoi stessi sostenitori in virtù del suo fascino.
Così come alle persone che ci piacciono o di cui vogliamo l’approvazione perdoniamo cose che non perdoneremmo agli estranei.
C'è inoltre il rischio, tuttaltro che remoto, che un leader provvisorio e necessario in un determinato momento storico si insedi permanentemente in una situazione sociale che in realtà è in costante mutamento.

Per sintetizzare il concetto direi che non si può far affidamento su un redvivo Cincinnato.
Nella storia dell'umanità è stato un esempio unico e perciò ancora lo si ricorda con ammirazione.

E' invece necessario un rappresentate politico che sia essenzialmente un buon amministratore, una brava persona, magari un anonimo personaggio ma che sappia valutare sulla scorta del rendimento economico, dell’efficienza e del "comfort sociale"  le scelte necessarie da operare attraverso le leggi dello Stato.
Un uomo che non brilli sotto la ribalta come una primadonna ma che sia disposto coraggiosamente a perseguire il libero pensiero e a  pagare le conseguenze delle sue scelte se risultassero errate, almeno in caso di dolo.
Senza un adeguato senso di responsabilità dunque, concretizzato da una eventuale punizione, dare mandato ad un altro per delle scelte vitali per la colletività è pura follia.
Non dico nulla di nuovo poiché  già nella democrazia ateniese questo sistema ha funzionato bene...anche se è durato poco.
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Attualmente invece pare che le responsabilità dei nostri amministratori non siano contemplate dal loro remuneratissimo e pieno di benefit "contratto di lavoro".
Hanno fatto loro il motto del Marchese del Grillo che a chi gli chiedeva ragione delle sua arroganza, dei sopprusi e degli scherzi ai danni dei poveracci, spiegava sorridente la sua filosofia pecoreccia: "Perché? Perché io so' io...E voi invece nun contate un cazzo."
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Eccoci allora che ci facciamo distarre dai proclami, dalle promesse e “affabulati” dalla retorica scegliamo per i posti di comando solo dei commedianti, quando necessiterebbero dei buoni funzionari.
Come ho detto, avremmo bisogno solo di brave persone  dotate di buon senso che umilmente in caso di dubbio e incertezza sappiano rivolgersi ad esperti e scienziati o al popolo stesso per un consulto.
La condizione primaria per la loro elezione dovrebbe essere quella di essere svincolati dagli interessi dei più forti.
Pare invece che non ce ne siano.
La colpa ancora una volta di queste mancanza è nostra.
Amiamo gli eroi, dimenticando però che per avere un eroe ci vuole prima una guerra.
Sarebbe credo possibile per scongiurare questa sciagura provare a instaurare una democrazia più responsabile.
Allestire per esempio dei referendum frequenti ma non con i tempi biblici di quelli attuali. Li farei magari telematici incentrati sui problemi più scottanti, utilizzando un sistema sicuro e veloce di voto istantaneo  tramite internet o con sms criptati dal proprio cellulare oppure con un nuovo genere di televisione interattiva, si creerebbe così un sistema fruibile da tutti di un controllo sulle scelte politiche più importanti. 
E' evidente che prima di votare ognuno dovrebbe assumere le dovute informazioni a riguardo del problema grazie a una pluralità di interventi in merito fruibili altrettanto velocemente.
Altimenti per votare senza cognizione di causa tanto vale tenerci i nostri deputati e senatori.
La tecnologia è ora disponibile per un’espressione popolare in tempi velocissimi, non credo sia fantascienza sviluppare un sistema di questo tipo in totale sicurezza.
Forse la vera domanda dovrebbe essere: Ci sono gli uomini abbastanza coraggiosi disposti ad usarla?
Le prime scelte da operare con questo nuovo sistema saranno di natura economica.
Le linee guida di tale riforma sarà la base necessaria per avere i mezzi  su cui costruire i servizi che necessitano  e dovrà indirizzarsi, a mio modesto parere, verso una distribuzione della ricchezza il più possibile allargata e condivisa attraverso la disencentivazione dei guadagni derivanti dalla speculazione e con una ripartizione del lavoro che dovrebbe essere l'unico mezzo di sostegno. Lo diceva anche la mia nonna: "Chi non lavora non mangia".
La proprietà privata inoltre dovrebbe essere ridotta al minimo necessario per ovvie ragioni.

Non certo per fare come i comunisti di cinquanta anni fa, il cui esempio è stato fallimentare, ma semplicemente perché si vivrebbe tutti meglio. 
Lo sappiamo tutti che ciò che possediamo in realtà ci possiede.
Sogno una denucia dei redditi semplice e trasparente che aiuti con una ridistribuzione dei tributi il basso ceto a stabilirsi nel medio strato economico e intervendo realmente contro gli speculatori miliardari e i grandi detentori di capitale che non pagano in proporzione al loro immenso patrimonio.
E' evidente che lo stapotere delle banche andrebbe fortemente ridimensionato.
Questi ultimi esercitano il potere del debito per governare il mondo e non è più possible tollerarlo in una società composta da uomini responsabili.

Anche i pochi privilegiati del nostro presente vivrebbero in ogni caso meglio, difatti rinunciando a un po’ del peso della loro smodata ricchezza beneficerebbero della condivisione in una società più felice, sana, bella e sicura.
A cosa gli servirebbero in questo nuovo mondo tutte quelle guardie del corpo se la loro coscienza è diventata ormai quasi pulita? Se non fai del male chi e cosa mai devi temere?

Difatti, come può un uomo essere veramente felice vivendo in una torre di avorio quando fuori dalla porta di casa la città sembra una cloaca?
Come si può essere soddisfatti di un buon pranzo in un ristorante extralusso, quando intorno gli altri stanno morendo di fame?
Chiamatemi pure sognatore ma io preferisco visionario, anche se il nome me l'ha soffiato Steve Jobs diventando miliardario con le cagate super care che presentava in televisione. A me pareva il venditore dei Miracle blade.
Inveiva contro Microsoft che definiva un monopolio per poi adottare una politica ancora più aggressiva e vincolante con i suoi prodotti, intransigente nei confronti del consumatore dunque e non certo nei confronti della propria etica di mercato.

Tornando ai viventi e facendo invece un esempio più vicino è noto che il nostro Stato ha più leggi di tutti gli altri paesi d’Europa e forse del mondo intero. 
Si definisce "la patria del diritto" e paradossalmente è quella dove meno si persegue la legalità almeno se non consideriamo come paragone paesi come il Ruanda o la Colombia. 
Un vero habitat naturale per avvocati e delinquenti che in questo marasma contraddittorio sguazzano agilmente come pantegane nel naviglio.
Pare evidente così che in una società corrotta c'è bisogno di moltissime leggi.
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Se guardo poi agli attuali rappresentati in parlamento trovo principalmente avvocati, giudici, amministratori delle banche e un gran numero di pregiudicati che tutti insieme sodalizzano come vecchi compagni d'arme e sghignazzano e si abbuffano alla "buvette" di Montecitorio. Di fronte agli elettori fingono di litigare e poi vanno a mangiare tutti assieme a nostre spese con gran pacche sulle spalle.
Quanti impiegati, operai, muratori, idraulici o infermieri ci sono come rappresenti del popolo? Manco uno.
Non è strano?
Questi intrallazzatori invece che non hanno forse mai fatto in vita loro un lavoro vero hanno determinato dal dopoguerra a oggi i debiti cui noi tutti dobbiamo far fronte.
E' noto alla cronaca che la ricchezza di alcuni di loro si è decuplicata durante la recessione generalizzata. 
A scapito della povertà dei molti? E' ragionevole domandarselo e in ogni caso i conti non tornano e sarebbe giusto un "controllino".
Inoltre, penso sia imperativo che in una società sana i sistemi parassiti come le Chiese (di qualunque confessione) non dovrebbero gravare sullo Stato, ma dovrebbero essere sostenute, se proprio non si può farne a meno, solo dai contributi volontari e tassabili dei seguaci.
Ogni proprietà privata del clero accumulata con la complicità di leggi ingiuste dello Stato come il Concordato mi piacerebbe fosse confiscata anche con il rischio di qualche fulmine scagliato dal Padreterno.
Tanto se esiste questa Divinità saprà certo difendere ciò che è suo, viceversa vorrà dire  che è d'accordo con me e con questa ridistribuzione della ricchezza che darà una maggiore prosperità ai Suoi figli tra l'altro senza distinzione di religione.

Pare così un circolo vizioso la situazione attuale, una spirale discendente sotto gli occhi di tutti, ma a cui non tutti pensano di dare una soluzione con un necessario incremento del controllo personale e l'assunzione di una magiore attenzione sull’amministrazione politica.
E’ sempre un problema degli altri.
Di fatto l'unica soluzione pacifica che determini un reale cambiamento  è che la politica sia aperta a tutti perché è l’unico modo di smascherare il malaffare.
Alla luce del sole e sotto lo sguardo dei molti mi pare evidente che il ladro non può rubare.

I mezzi di informazione hanno molte e colpevoli responsabilità sull'attuale decadimento perché se si osservano le notizie fornite a proposito dell'economia e della discussione politica è incredibile come si trascurino i reali problemi del paese per indirizzare l'attenzione pubblica verso una sorta di soporifera telenovela interpetata da politici e pseudo esperti che in sostanza appaiono come i protagonisti di una soap opera sceneggiata per ritardati mentali.
"Questo a detto, l’altro a risposto" insulti, corna, piroette e pettegolezzi fanno da cortina fumogena alla situazione delirante e dilagante di sfacelo.
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Per fare ancora un esempio pratico con le notizie del giorno la Fiat annuncia la sua chiusura per due anni (si dice) ma curiosamente si dimenticano i miliardi versati dallo Stato Italiano (cioè da noi tutti) per ripianare il suo bilancio negli anni passati grazie alla cassa integrazione. Senza contare gli sgravi fiscali che permettevano di investire in ammodernamenti produttivi considerandoli come tasse pagate e non come un investimento.
Negli anni buoni dunque gli azionisti si dividevano i profitti milionari determinati da un assistenzialismo e da leggi a dir poco "generose" e ora quando avrebbero dovuto reinvestire i loro profitti per superare il momento di stallo e sostenere i lavoratori che li hanno resi ancora più ricchi, essi abbandonano la nave che affonda, spostano gli impianti che abbiamo pagato noi tutti grazie all'esenzione fiscale accordata alle grandi industrie, in altri paesi sottosviluppati per continuare a prosperare a spese di una mano d'opera sfruttata.
Questi sono i grandi imprenditori del terzo millennio che raccolgono il sostegno di molti.
In uno Stato serio questa gentaglia andrebbe messa in galera come traditori della Patria o almeno come truffatori.
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Personalmente sono un pochino più drastico sul loro destino e coltivo la fantasia che vengano abbattuti con un colpo alla nuca con un'esecuzione pubblica davanti alle telecamere del Telegiornale e della CNN come nelle epurazioni staliniste, però addolcite con un tocco di gusto e charme italiano. 
I vestiti dei condannati potrebbero essere di alta moda. Che esempio sarebbe! Lo share avrebbe anche una bella impennata.
Poi voglio proprio vedere se i superstiti del consigio di amministrazione Fiat portano ancora le fabbriche in Romania. 
Insomma, tanto per dire, è un'ipotesi, fantasiosa sicuramente ma poi si potrebbe sempre migliorarla con esecuzioni di massa.

Parlando seriamente, ahimé, direi che questi sono solo tragici esempi di come vanno le cose in questo manicomio cui è necessario porre rimedio con lo sviluppo di una coscienza e di un’attenzione civile da parte di ognuno. Magari dovremmo provare tutti a cercare dentro i pantaloni se per caso troviamo ancora un paio di palle per far valere la nostra volontà.

Filosoficamente sono purtroppo distante dal credere che la coscienza delle persone possa svegliarsi senza un terremoto che gli faccia crollare mezza casa sulla testa.
L'essere umano è una macchina che sembra sino ad ora funzionare bene solo sotto pressione. Un animale che capisce solo la frusta.
E' triste rammentare che i più significativi progressi scientifici e medici avvengono quasi sempre durante le guerre, quando i tempi sono serrati, bui, le necessità urgono e il senso d'umanità purtroppo è dimenticato se mai ha avuto asilo stabilmente nel cuore dell'essere umano.

Mi piace, però pensare che in definitiva l'inizio di un cambiamento nella nostra società consiste nell'amare innanzitutto un uomo che ancora non esiste.



giovedì 27 dicembre 2012

La Cumana disumana


A proposito delle celebrazioni natalizie, dei regali che si ricevono e si donano, dei buoni propositi che sempre accompagnano le festività religiose, di tutto il carrozzone di saltimbanchi, nani e ballerine che passa per le strade del centro durante i giorni di festa, mi ricordo il motto sibillino: "Attento a ciò che desideri". Cui aggiungo cinicamente: "Potrebbe realizzarsi".

L’osservazione che concretizziamo un po’ tutti dopo qualche anno trascorso su questo pianeta è che la felicità è in realtà un fondale dipinto da una sola parte.

Cosa ci sostiene allora nel misterioso impulso a continuare, cercare, sperimentare e soprattutto sperare? 
Probabilmente quella pulsione naturale, quel sintomo inguaribile a perpetuarci radicato in quella strana malattia che chiamiamo vivere.
Ci fanno compagnia nel nostro "incerto incedere" i ricordi cioè in definitiva le immagini della memoria ma solo quelle tinte dalle emozioni e le speranze ma solo quelle colorate invece dalle aspettative.
Tutte le istantanee di vita prive di questo fissatore (le emozioni) spariscono quasi subito e non lasciano traccia in noi.
Paradossalmente ubiqui ci volgiamo indietro ai ricordi oppure ci proiettiamo in avanti con la speranza; Sono entrambi scampoli colorati di vita vissuta o ancora da vivere collocati in un “continuum” temporale che in realtà è, sempre e solo, un eterno presente rinnovato.
Il passato, per quanto caro o spiacevole sia stato, non esiste più. Il futuro? Non arriverà mai.

Ecco che l'uomo osserva la sua immagine come fra due specchi. Uno posto dinnanzi a lui e uno alle sue spalle. Il riflesso  che si crea è infinito.
Egli riconoscendosi nell'immagine proiettata alle spalle dice "è il passato" poi guardando nella figura di fronte afferma "è il futuro" ma in realtà è sempre solo se stesso in un presente che non riesce del tutto a cogliere perchè perso nell'abisso creatosi dal sussegurisi delle seculari forme che rimandano la sua rappresentazione.
Ora avanti e ora indietro in una ipnosi determinata dalle due superfici riflettenti. Lo sguardo così palleggia fra questi due specchi come nei due punti estremi del pendolo ondeggiante di un Mago incantatore. 
In questo andirivieni ha così una percezione del tempo che, come è da lui inteso, in realtà non esiste.

Capitano però attimi, nell'esistenza, che valgono come una vita intera.
Altri invece vorremmo volentieri dimenticarli perché hanno l'odore macabro dell'annichilimento.
In ogni caso queste esperienze sono un valore soggettivo, anzi un valore sempre più effimero man mano si comprende la reale assenza di un vero protagonista.
Per i saggi ogni inconveniente è un’opportunità ed essi suggeriscono che gli errori sono necessari per riconoscere le cose giuste. Per gli altri non resta che confidare invece nella capricciosa fortuna e nelle idee prese a prestito.
Un atteggiamento che ci differenzia come diversa è la vita per ognuno di noi.
Miliardi di esseri umani e ogni vita non è mai uguale anche se è tanto simile, in particolare nelle constatazioni che se ne traggono vivendo, a patto siano valutate con obiettività.

Vi sono poi i mostri non evocati che ci tormentano durante il rassegnato orrore dei giorni che si susseguono in questa apparente consequenzialità.  
I dolori, le paure, le ansie, gli addii.
Un fiume amaro cui spesso tocca abbeverarci se non vogliamo morire di sete.
La felicità, l’ebbrezza, il piacere e l’amore, dunque?. Gocce di rugiada che ci deliziano ma che evaporano velocemente.
Corriamo in questo modo verso l'inesorabile, confortati solamente dalle bugie cui crediamo e, alla meglio, dalle supposizioni con cui interpretiamo la realtà, per non parlare di quelle congetture ancora più ardite sull’aldilà.
Se c’è una certezza in questa vita è che non ci sono certezze, lo dimentichiamo spesso, in special modo quando abbiamo bisogno della speranza per fare ancora qualche passo.

Il chiarore dunque che si sviluppa (raramente) nella coscienza che cerca di indagare lungo questo percorso sconosciuto genera sì una luce più accesa ma inevitabilmente getta intorno a se un'ombra più buia.
E' il prezzo che si paga nel voler contendere con l'ingiustizia, cioè di aver ricevuto il diritto di essere (vivendo) ma poi di venir distrutti senza un perché comprensibile.

Per chi non ha animo di disporsi a questa battaglia, impari, feroce e senza possibilità di vittoria resta solamente la possibilità di avvelenare la propria mente con la cicuta che rese muto Socrate.
Una pozione velenosa fatta non di erbe tossiche ma di superstizioni, di stupidità e della meschinità propria di chi preferisce invece di impugnare la spada affilata della propria mente per conquistare la propria libertà o quello che può chiamarsi in questo modo, di fingersi morto e così “scantare” questo nemico inarrestabile; Guadagnando forse un'effimera serenità ma perdendo la propria dignità, la propria indipendenza critica, la propria unicità e il coraggio proprio di chi non fa affidamento sulla menzogna confortevole e preferisce una scomoda verità.
Alla fine per evitare il combattimento mi pare che molti si fingono morti ma così muoiono veramente, anche se continuano a esistere.
Cosa ne sanno loro di cosa significhi andare oltre?

Se si fa il conto, come ragionieri, degli affanni, degli amori, delle brucianti sconfitte, dei momentanei successi è naturale domandarsi: “A cosa sono serviti? Qual è il senso di tutto questo?”
Penso talvolta che questi eventi sono solo stelle cadenti nel buio dell’anima.
Se non ci fossero guarderemmo ugualmente con tanta curiosità nell'oscurità del cielo notturno? Chissà!

Il nostro spirito, deve dunque stingersi inevitabilmente nel tramonto indifferente dell'esistenza? Deve per forza  stemperarsi man mano nei colori di un arcobaleno dalle sfumature senza fine?

Non posso fare a meno di sentire che sono solo un breve sguardo attonito che contempla un firmamento senza limiti.
Percepisco una grandezza che mi sovrasta, mi supera, mi ammutolisce nonostante ne parli diffusamente.
La mia ragione abbraccia solo una piccola porzione dell’immenso spettacolo e il mio cuore è troppo piccolo per contenere stabilmente le intuizioni generate dai sentimenti che qualche volta mi attraversano e paiono appartenere a qualche altro tanto superano la mia modesta e spesso ridicola condizione umana.

Constato dolorosamente che ognuno gioca la sua mano nella vita con le carte che ha, ma se non si può vincere perché nel mazzo dell’esistenza non ci sono assi ho fiducia che è comunque in nostro potere cambiare almeno le regole del gioco.
Cammino da un po' in questa landa priva di riferimenti e quando sono sfinito e sento la voglia di perdermi ricorro ad un inganno per continuare a respirare e trovare le forze per andare avanti. Fino a dove? Fino alla fine presumo.
Parlo cioè del piacere. Altrimenti che senso ha vivere se non ci si sente vivi?

Illusione e realtà sono intimamente legati. Direi necessari l’uno all’altro in un antitetico connubio cui però è necessario mantenere desta la coscienza per non perdersi.
Perchè se è vero che un sogno può terrorizzarci nel sonno come un reale pericolo nella veglia, esso può anche renderci felici sinceramente, per un poco si dirà, ma alla fine chi mai è felice per sempre?
Anche se la domanda dovrebbero essere: Chi lo è veramente?
Ma ancora di più: Per cosa?

Buon Natale, certo.

giovedì 29 novembre 2012

Attimi

L'abbraccio caldo di mia madre, quello forte di mio padre, il sapore della sera nella minestra. Il silenzio.
Il corridoio lungo, la credenza rossa, il libro dei disegni, l'odore del cortile bagnato di pioggia.
Il mistero delle foglie d'autunno, la castagna lanciata ridendo, la corteccia dell'albero che parla, i giorni che scorrono lenti. La neve sul davanzale da mettere in bocca.
Dov'è finita la mia spensieratezza, chi me l'ha portata via?
Dov'è la noia felice di quando ero bambino?
Allora andavo a dormire sempre contento. 

venerdì 16 novembre 2012

Oblio (Halit Mortis)

Zenit, aspirando voluttuosamente da una sigaretta artigianale edulcorata con chissà che: "Ma chi te lo fa fare?".

Nadir: "Non perché mi piace, ma perché non posso fare a meno".

Zenit: "Ti capisco io e pochi altri, forse il tre per cento del mondo".

Nadir: "Sarebbe già molto...per il mondo".

Zenit: "Poi, scrivere su un Blog, che idea".

Nadir: "Un modo come un altro per entrare nell'immortalità senza troppe pretese. Forse per esorcizzare quello che vorremmo non conoscere, ma ci guardiamo bene dallo scordare".

Zenit: "Già, in fondo nessuno vuole essere dimenticato, neanche Lei".