lunedì 24 novembre 2014

The Road to Myanmar


Parte prima

Di solito faccio così. Lavoro sodo per due o tre anni, metto da parte un po’ di soldi, poi mollo tutto per un mese e vivo come capita in un posto diverso.
Questa volta la mia destinazione è la Birmania, o come si dice adesso la Repubblica di Myanmar.  Un viaggio non solo nello spazio ma anche nel tempo, infatti si dice che è un paese arretrato.

Se voglio andare lontano devo così affrontare un lungo viaggio.
Personalmente più mi allontano dalle mie abitudini e dai posti che conosco più cose mi lascio indietro, ed è questo il senso del mio viaggio.
Stavolta parto anche da solo.
Generalmente preferisco la compagnia degli amici, pur odiando gli inevitabili compromessi nel viaggiare con altri, comprese quell’esigenze dovute al confronto con il carattere e le abitudini delle persone, perfino con le abitudini delle persone cui voglio bene; Mi adatto, e spesso non lo includo nella lista delle cose troppo sbagliate.
Amo dunque incondizionatamente l’umanità composta dalle persone a me prossime? Non proprio, forse è meglio dire che ne sono attratto fortemente, nonostante il mio sia un sentimento contraddittorio, diciamo che è un amore mal corrisposto.
Avevo, in un impeto condivisorio, proposto ad alcuni amici il mio itinerario ma avevano tutti dei buoni motivi per non sostenerlo.

E’ lontano, ci sono le malattie, la malaria, la febbre Denge, la gonorrea perniciosa, l’unghia incarnita asiatica e così via. E poi, non so cosa troverò, perderò i miei clienti se parto con te adesso.
Insomma, tutte quelle buone ragioni che ti fanno sentire quel formicolio nello stomaco e che chiamiamo prudenza, coscienza, quando in realtà è solo paura dell’ignoto.
In definitiva era un viaggio che volevo fare da solo, ma non lo ammettevo a me stesso, quindi non mi è dispiaciuto il loro cortese diniego.  
Credo che fosse mia intenzione, forse inconsciamente fare un tratto in solitaria  lungo quella strada iniziata molto tempo fa per vedere il mondo, e vedere me stesso in modo diverso facendo esperienza di quel mondo.

Parto dunque solo, senza nessuna garanzia, ho un itinerario ideale nella mia mente e nient’altro, a quale scopo questa sorta di mini avventura?
Vedere se ho ancora le palle per vivere arrangiandomi, se mi merito l’esistenza nella sua dimensione meno addomesticata e così magari incontrare la bellezza se la saprò cogliere. 
Non che sia un vero viaggio da esploratore, nulla d’impossibile o veramente pericoloso, ma già essere fuori dagli schemi, senza ausili di agenzie, guide o intermediari è un passo avanti verso un’emancipazione dallo scontato, almeno per me che da qualche anno mi ero ammansito un po’ troppo.
Ho solo il biglietto intercontinentale prenotato.
Poi, sarà tutto in mano alla mia capacità di sopravvivenza, alla fantasia, all’organizzazione personale e ovviamente a ciò che domina la vita: la fortuna. 
Libertà estrema? No, non è proprio così, ma almeno ci vado vicino, perché è nelle nuove esperienze che colgo l’espressione più bella del mio spirito.

La mia prima tappa è una sosta intermedia: Hong Kong. 
La televisione avvisa che è in fermento per questioni politiche.
Nella realtà la vita scorre nel consueto tran-tran proprio della grande isola d’oriente. 
I mezzi di informazione lanciano proclami terrificanti e immagini di scontri in piazza, io vedo solo gente che placidamente si reca al lavoro e mangia agli angoli delle strade.
Le ipotesi attendibili sono solo due; O la televisione dice solo minchiate, oppure sono finito in un universo parallelo, è l'unica spiegazione che riesco a darmi.
Ci sono naturalmente tanti cinesi, ma sai che novità! Nella mia città ve ne sono altrettanti, solo che qui i caucasici sono pochi e sono guardati a volte con curiosità; In particolare le signorine cinesi guardano i maschi bianchi di aspetto non proprio da buttare in maniera un po' sfrontata.
Diciamo che ho colto una certa attenzione da parte delle donne del posto. Non ho tempo per approfondire quest’argomento, interessantissimo e gratificante, perché voglio raggiungere la mia destinazione prima possibile.

Sono così a Yangon (ex Rangon) nel cuore della notte.
Zaino in spalla con il suo contenuto minimale ma comunque pesante: due jeans (uno dei quali indossato) un solo paio di scarpe Adidas ai piedi, tre magliette, costume da bagno e articoli da toilette, giacca a vento super compatta e un pile tecnico, poi gli immancabili infradito. Una cartuccera di condom per i momenti romantici se mai capiteranno messi in una tasca a pronta estrazione nello zaino… Il resto non mi serve, anzi non lo voglio.

Appena uscito dall’aeroporto, dopo le lunghissime pratiche d’immigrazione e superato il vallo di una polizia gentile ma severa, faccio subito amicizia con un tassista nella piazza antistante, mentre ci fumiamo una sigaretta contrattiamo sul prezzo della corsa e evito di farmi fregare per andare in città, forse mi guadagno la sua simpatia, perfino un po’ di rispetto non facendo la figura del solito turista babbione.
Durante il tragitto in automobile che mi porta a Yangon Downtown, faccio prima una sosta per mangiare assieme al mio chauffeur. Nel cuore della notte, in un posticino alla buona, ma sempre aperto. Dopo una cena fantastica (la cucina Birmana è grandiosa) mi accompagna in un albergo a buon mercato, ma dotato di aria condizionata che è un lusso cui non voglio rinunciare, visto l’umidità notevole della città. 
Spendo circa dieci dollari per il taxi (circa trentacinque minuti di viaggio), più cinque per la cena, mentre il mio hotel costa 35 dollari U.S.A. al giorno. Tutto sommato un buon affare.
La stanza è un po’ spoglia nel suo arredamento anni settanta, ma è l’ultima cosa che m’interessa.
Voglio una doccia che desidero come un templare il Santo Graal, e voglio liberarmi del bagaglio che vivo come un giogo e una zavorra.

Vorrei anche dormire e sarebbe ragionevole farlo dopo venti ore di viaggio, di cui quindici di aereo, ma è inutile.
Ogni volta che vado a oriente è la stessa canzone, per tre o quattro giorni soffro il jet- lag.
Forse è l’adrenalina, forse ho un bioritmo che non vuole cambiare, in ogni caso sono sveglio come un grillo nel grande letto che mi accoglie generoso ma senza regalarmi il sonno.
Così approfitto della difficoltà per farne un’occasione, mi alzo e vado in esplorazione, tanto non ho sonno e non dormirò per altri due giorni, ma non lo so ancora.
Vedo gente che passeggia di notte sopra i marciapiedi alti un metro (per via delle piogge monsoniche) mastico Betel, una sorta di “smart drug” locale ma legale, che da un certo vigore anche se è leggermente cancerogena, ma in fondo cosa non lo è ai giorni nostri?
Ascolto musica dal mio mp3 e intanto capito per caso in un tempio buddista con le guglie dorate sempre aperto. Poi sul far del giorno i mercatini, la gente che incontro che mi guarda e mi sorride, sono l’unico bianco in un mondo con gli occhi a mandorla. 

Provo una sensazione d’incredibile libertà interiore che mi sopraffà e mi accompagnerà come un amico fidato per tutto il tempo che rimarrò in questa meravigliosa nazione.
Nei giorni successivi vedo quasi tutto di questa caotica città.
Le mete solite e più importanti (Swedangon Paya) i vari templi sparsi, il museo nazionale, il Buddha sdraiato lungo 64 metri, ma anche le cose semplici incontrate per caso che sono sempre le più belle e speciali.
Due parole per Swedangon, un'opera grandiosa dell VI secolo che toglie il fiato. Le guglie degli Stupa sono d'oro con oltre 7.000 pietre preziose, in cima alla più alta (circa 98 metri) c'è un enorme diamante che cambia colore a secondo della posizione dello spettatore.
Gustarsi il crepuscolo in un simile contesto mi avvicina a una spiritualità profonda che le parole sono inadeguate a esprimere.
Ci sono così momenti in cui il corpo diventa un respiro e il respiro si confonde con il vento.
La sensazione che pian piano mi entra dentro è di familiarità con questo posto e con il suo popolo che trovo semplice, quasi primitivo, umanamente vero.
Quasi tutti emanano un calore che non trovo facilmente in Italia, da noi in città le persone sono sempre più macchine e meno esseri viventi.  Il gelo che hanno dentro ferisce come ghiaccio affilato la pelle di un cuore sensibile o almeno di chi è ancora normale, umano direi.
Dunque non mi sento solo in mezzo a questa gente ed è una vera sorpresa per me.

Curo il jet lag con un personalissimo metodo, una medicina che mi sono  prescritto. Sono la cavia di me stesso.  Red Bull di giorno per non cedere al sonno improvviso che arriva inaspettato e Vodka Absolut (comprata a Hong Kong) la sera per dormire. Sembra un buon piano, ma inutile.  
Di giorno sono schizzato come un broker di Piazza Affari e di notte sono un insonne ubriacone ciondolante.
Faccio amicizia con un sacco di ragazzi e ragazze del posto e anche qualche turista simpatico, con tutti questi nuovi amici  trascorro i pochi giorni dedicati alla capitale in una bella atmosfera accogliente.
Poi, inaspettatamente un piccolo trauma mi riconnette a un bioritmo normale e mi cura da questa patologia che rischiava di rovinarmi la vacanza e la salute.
E’ proprio il giorno della partenza per Bagan o meglio la mattina che dovrei prendere l’aereo alle 6.30 con un volo interno. Accade in questo contesto la mia guarigione.
Avrei potuto preferire il più pittoresco tragitto in chiatta lungo il fiume (13 ore) oppure l’autobus (15 ore) ma le strade sono generalmente dissestate e quando sono disponibili, hanno tempi biblici di percorrenza. Queste considerazioni mi fanno decidere per la soluzione più semplice: un volo interno (circa 110 USD).
Completamente scombussolato, sono convinto di avere ancora un giorno davanti a me e invece ecco che apprendo con stupore di aver regolato male il calendario sul mio cellulare (scambiando la mezzanotte con il mezzogiorno). Un cellulare inservibile come telefono ma che uso come sveglia e come macchina fotografica.
Realizzo questa illuminazione nella nebbia della mia cura notturna.
Il mio disorientamento cognitivo è dunque all'apice mentre sonnecchio quando suona il telefono in stanza. E’ la reception che mi rivela, quanto sono coglione e che devo partire, proprio quando finalmente mi ero addormentato da un’ora.
Apprendo inoltre di non essere il solo rincitrullito a Yangon, mi fa compagnia il personale dell’hotel, infatti, si erano dimenticati di me e mi hanno svegliato alle 5.15.

Evidentemente quegli "storditi" si sono semplicemente dimenticati di chiamarmi con un ragionevole anticipo, nonostante glielo avessi raccomandato, anzi li avevo scongiurati con preghiere in latino e in tutte le lingue conosciute, perché mi piace fare le cose con calma. 
Passo invece dall’ottundimento ameboide di un sonno ipnotico e fumosamente alcolico a un’efficienza paramilitare da marines sotto attacco vietcong in meno di tre minuti.
L’adrenalina è veramente una grande invenzione.
E’ come tuffarsi nella Taiga ghiacciata dopo una sauna all’inferno.
Tre “rincoglionitissimi” facchini dell’hotel mi aiutano raccattando ogni cosa che ho disperso come Pollicino nella mia stanza, e poi saltano sullo zaino come fosse un tappeto elastico, pare intatti che la mia borsa si è ristretta sotto effetto del clima o di chissà quale maledizione equatoriale. La scena sarebbe comica se però capitasse ad un altro.
Alle 5.40 uno stralunato essere umano che mi assomiglia esce dall'hotel ed entra in un taxi materializzatosi provvidenzialmente davanti all'hotel.
In realtà non è un vero taxi ma l’ogiva di un razzo Sputnik, il cui conducente o per meglio dire, il cui cosmonauta viaggia a non meno di mack 3 con accelerazioni di 3G, infischiandosene di qualunque segnale di prudenza posto agli incroci;  I semafori per questo kamikaze in cerca della morte sono solamente decorazioni luminose che punteggiano una pista di decollo. 

La strada è tutto una buca, e nel chiarore di un’alba magnifica realizzo che essa sarà l’ultima che vedrò nella mia vita. 
Non è male come ultimo sguardo al mondo, penso.
Scorre sotto di me velocissimo l'asfalto come un tapis roulant cui hanno applicato per errore il motore di una Porsche 911.

Nonostante i pronostici negativi ho una certa fiducia (ingiustificata) nel collaudatore di questo prototipo di Shuttle travestito da taxi, anche se mi sembra invitabile che ci schianteremo. 
Mi raggiunge una rassegnazione che mi ricorda la sensazione che provo ogni volta che faccio la dichiarazione dei redditi.
Ingollo le ultime due Red Bull rimaste che rotolano sul pianale dell'auto come barili nella stiva di un Brigantino colto dalla tempesta. Spero mi diano il coraggio di guardare la morte in faccia con un minimo di dignità, ma ogni nobiltà e decoro è rimasto nella mia ex stanza d'albergo.
Considero filosoficamente la mia posizione umana nell'universo tutto in un contesto tanto strano, mentre sono sballottato come in una centrifuga di una lavatrice.  Realizzo tra un saltello e l'altro che almeno sono in sincrono con questo samba automobilistico.
Miracolosamente invece arrivo in aeroporto alle 6.15, in tempo per il check in che dura solo alcuni minuti.
Non ho la minima idea di come ho fatto, lo giuro contemporaneamente sulla timurti indiana e sul manuale delle giovani marmotte, ma sono sul volo giusto.
Destinazione Bagan, dove troverò il più importante sito archeologico e monumentale birmano.
Confesso però che in quel momento non me ne frega un cazzo.

Mi addormento come un naufrago sulla spiaggia, esausto.
Il seggiolino/poltrona dell’aereo mi pare una nursery accogliente e vorrei solo evaporare.
Dopo un’ora e mezza di sonno ristoratore, atterriamo.
Lo stidire degli pneumatici mi fa da sveglia.  
Scendo da quest’aereo a elica che sfida le leggi aeronautiche ma anche quelle del buon senso, e attraverso questo aeroporto playmobil che pare costurito per il doposcuola.

Sono inaspettatamente sobrio, attento, pieno di energia e mi sorprende alle spalle la felicità.

 

domenica 23 novembre 2014

La Mutua nascosta


Zenit, con passo sicuro ma leggermente sinusoide entrò: Buongiorno, dottore.
Ah! Signor Z è molto che non ci vediamo.

Dunque, dunque, disse il medico ticchettando sui tasti del computer. Pareva Liberace al pianoforte mancava solo il candelabro sulla scrivania.
Ecco, sono due anni dall’impianto della sua protesi,  nel calcagno?  Adamantio? Giusto?

Corretto, rispose Z;  E una volta sedutosi cominciò ad accarezzarsi con nostalgia il grande piede destro.
Qual è il problema?

Il mio testicolo, è ingrossato.  Vorrei mi vitasse.
L’ha già fatto vedere a qualcuno?

Agli amici, a tutti gli amici, lo mostro durante le conversazioni. Condivido ogni angoscia conn loro; Ai più stretti li invito anche ad odorare la parte, ma generalmente ne ricevo un cortese diniego. Chissà poi perché?
Certo è strano, ma non dimeno è interessante, commentò meditabondo il clinico, bussando con i polpastrelli la propria calvizie incipiente.

Si spogli.
….

Ah! esclamò il dottore con un leggero sovracuto. Poi si diresse verso la porta.

Meglio chiudere…a chiave. Parlò a bassa voce con un sorrisino un po’ così.
Umpf! sbuffò Z di rimando,  mentre con le braghe alle caviglie proiettava un’ombra anomala nello studio medico.

Spengo anche  la luce, e così dicendo l'uomo in camice lo fissò e aggiunse un’espressione incredula alla voce rotta da una strana intonazione.
Bah! Esclamò ancora il nostro eroe annoiato.

Poi, il discepolo di Ippocrate si prostrò come un penitente per visitarlo. Una visita forse fin troppo ravvicinata.
I testicoli sono a posto, disse roteandoli come biglie antistress, quelle cinesi di  metallo. Ma il resto è fuori norma…

Emmmm! Disse Z aduso allo stupore che suscitava con la sua grande personalità.
Ratto il “dutur della mutua” azionò il telecomando. Dallo stereo ne uscì una canzoncina, tipo quella degli ascensori; Burt Bacharach: The look of Love, forse.
Poi si tolse il camice con un solo movimento, grazie alla chiusura in velcro, e  lo lanciò via, mostrando un completino aderente in puro lattex nero punteggiato da  borchie random, probabilmente non in dotazione all’ASL.

Non poteva però immaginare, il grandissimo figlio di Ippocrate che Z aveva anche un altro dono, una rapidità sovrumana, merito  della sua elasticità articolare gattopardesca.
In due secondi fu fuori, e in meno di tre in strada.

Il mondo era ancora lì, intonso, come il suo didietro.
 

 

venerdì 3 ottobre 2014

Due puntini..


Il punto è troppo definitivo, tre punti di sospensione creano delle inutili aspettative.
Due punti verticali  sono per le precisazioni e per le definizioni , limitano.
L’esclamativo poi, è arrogante.  Il punto di domanda, stupido.
Due puntini orizzontali è la punteggiatura che mi piace di più. Mi rappresenta; Non esiste.

Mi interrogo sulle cosiddette esperienze formative della mia vita.
Le più importanti le ho comprese in generale dopo dieci anni, e questo la dice lunga sulla mia intelligenza e saggezza. 
Gli incontri significativi? Cioè quelle persone che la maggioranza potrebbe chiamare  “maestri”?  
Certamente importanti, ma principalmente per distruggere in me l’idea di aver bisogno di un maestro.
Gli errori della mia vita? Sono stati, oggi lo riconosco, la massima espressione di opportunità che mi è stata offerta dal Caos. 
Penso ai pochissimi esseri che ho incontrato come  geniali artisti  della vita che a  scalpellate assai dolorose,  hanno sgretolato l’assurda tendenza radicata in me di farmi guidare da altri nelle scelte e nelle idee, mentre potevo fare da solo; Mi hanno aiutato a smembrare quel duro investitore che non faceva niente per niente, legato mani e piedi al "Ti do per quanto mi dai".
A Loro, la mia riconoscenza più profonda. A mani giunte li ringrazio di tutti i calci in culo che ho ricevuto.
Essi mi hanno mostrato, mettendomi sotto il naso la nauseabonda e puerile tendenza ad avere  degli schemi, dei modelli, dei preconcetti, delle idee, delle credenze e delle fedi senza fondamento alcuno se non l'illusoria volontà di controllo e per il desiderio malato di certezze, mentre in realtà  è solo paura.
La folgorante comprensione che solo l’esperienza personale può essere chiamata come propria, il resto sono supposizioni e quando va bene probabilità. 
Ogni essere vivente è un esemplare unico.
Se un uomo ha la curiosità di andare oltre la banalità, grazie alla propria coscienza può giungervi sicuramente, ma solo sul sentiero che si è fatto.
Fino a quel punto, terribile e bellissimo,  in cui ci si troverà a capire che nessuno può più dirti cosa fare  e sei  "deserticamente" solo di fronte alla realtà dell’esistenza.
Quando ci sono arrivato è stato il momento più terribile della mia vita che ha dato però il via al parto spontaneo di una nuova esistenza. Non migliore ma solo diversa.
Mi accade qualche volta un'incredibile sensazione di connessione con tutte le cose, rari momenti scaturiti probabilemente da una resa momentanea della mia coscienza nell'assurda follia che condivido con il mondo. Percepisco che  tutto è uno, e viceversa; Questa però è solo una frase che non rende affatto l'esperienza. Allora è meglio tacere.
La vita è così per me un test Kobayashi,  un fantastico rompicapo che si rigenera ad ogni istante, cioè un problema (fittizio) senza ovviamente alcuna soluzione reale.
Il senso di tutto questo?
Vedere di cosa sono fatto, essere un testimone del mio tempo. Non avendo in me la disposizione per liberare la mia energia dal vincolo del corpo, dovrò ancora per un po' passare per questo tritatutto che chiamiamo esistenza.
Il mio piacere?
E' nel sperimentare e osservare la mia natura umana, mentre reagisce nella sua meccanicità e programmazione biologica. Soprendermi nei rari momenti di universalità quasi divina, nel silenzio né caldo né freddo di una verità inesprimibile molto, molto più grande di me. Ed infine considerare tutte queste cose con distacco.  
Niente di più, niente di meno.
La mia unica ambizione rimasta è imparare a essere modesto.

E’ bello comprendere che la prigione che mi opprimeva era nella mia mente, perché come racconta la favola Zen: L’oca è già fuori.

 

mercoledì 27 agosto 2014

LIFE




Non ricordava il momento esatto.
Quando si era accorto che lo seguiva? Era già molto, però.
A volte lo precedeva, altre volte lo accompagnava.
Quella domanda, molesta era una persecuzione. Con gli anni gli faceva meno male ma a volte, come le ferite quando cambia il tempo, tornava a farsi sentire: acutamente.
Qual è il senso? Il vero scopo ? Perché?
C’era da diventare matti.  La studio, la religione, perfino l’esperienza pareva non bastare.

Domandò a Dio. Con tutta la forza e la devozione di cui era ancora capace. Serrando i denti come in uno spasmo, chissà poi perché.
Il  silenzio della stanza si riempì della solita risposta: ancora silenzio.
Stanco di ogni domanda, sprofondò nella poltrona. Passarono minuti, quanti? Chi poteva saperlo? Forse una vita.
Lo sguardo corse lungo le pareti sfiorando i ricordi appesi. Rotolò sui mobili e  si fermò tintinnando come una moneta su comodino. Una vecchia rivista: Life.
Ne sporgeva solo il titolo tra gli alti giornali. Un nome evocativo, pensò.
Senza più forza per ragionare scorse le pagine.
Fotografie, articoli, oggetti, volti; In certi casi colti di sorpresa, in altri in posa. Parole scritte che erano state prima pensieri, opinioni,  esperienze, amori. Comunque belli.

La disperata crudezza delle immagini, di tutte le immagini. Momenti senza didascalia, senza commento, senza giudizio. Solo un’istantanea, ma così loquace nel suo mutismo.
Poi lo lesse. Era il motto della rivista.
“To see the word, things dangerous to come to, to see behind the walls, draw closer, to find each other and to feel that is purpose of LIFE.”
Lei era sempre stata davanti ai suoi occhi. Doveva solo accorgersene e darle un senso più ampio. Come aveva fatto ad essere così cieco. Solo ora la riconosceva come  propria, come se l’avesse intuita e scritta lui, ma si  quel giorno pieno di sole di tanto tempo fa,  e  poi? Se l’era dimenticata.  
Ora c’era inciampato contro cercando altro.  
“Guardare il mondo, i pericoli che arrivano, vedere oltre i muri, stare comodi, trovare gli altri e sentire che in questo è il vero senso della vita”.
Cosa c’è di più vero della semplicità?
Vivere con curiosità osservando la bellezza ma senza essere ingenui. Essere svegli e riconoscere il male con responsabiltà.
Andare oltre le proprie opinioni,  le convenzioni del mondo e i preconcetti della mente, fin dove ti porta l’intelligenza e ti sostiene il cuore. Senza paura di passeggiare dove le mappe non sono state ancora disegnate.
Godersela.
Ritrovarsi negli altri come in te stesso, e  così sentire che vivere pienamente tutte queste cose è già di fatto trovarne il senso.  

Rimase un eco della domanda del passato. Non c’è dunque altro?
E’ bello. E' vero. E' a portata di mano di ognuno.
Non serve altro per vivere  un altro giorno.

Poi, finalmente si addormentò.


 

lunedì 25 agosto 2014

Nudi alla méta.


Leggo la notizia che una coppia fa sesso in pubblico, in una spiaggia molto frequentata. Scandalo. Ognuno dice la sua, così anch’io.

Banalmente direi che piuttosto che del sesso  bisognerebbe vergognarsi del male che invece è esibito, quasi come fosse una virtù.
E' rappresentato con molta attenzione dai Media che spesso ne amplificano la diffusione per emulazione; Il sesso invece, almeno come attività ricreativa  pubblica, non è molto apprezzato dalla morale corrente.
Un accanimento moralizzatore su questa operosità all'aperto che è già di per sé non priva di rischi, come  tutte le attività “en plein air” : colpi d'aria, morsi di insetti, scottature solari, infiammazioni dovute allo sfregamento ecc. ecc..

Certamente queste prestazioni sono esposte alla vista dei passanti e  sarebbe opportuno che i praticanti dell’amore agreste adottassero alcune cautele per non "urtare" le anime più sensibili.
Personalmente non mi sconvolge più di tanto vedere due persone che si vogliono bene alla "vecchia maniera".
In fondo se non esistesse il sesso non sarei nemmeno qui a scriverne in proposito.
Diciamo che è un po' sopravvalutato in questo mondo bacchettone.
 
Più precisamente sulla vicenda di cronaca, un applauso da parte degli occasionali spettatori (sempre che se lo meritassero i protagonisti ) poteva ironizzare una situazione che nel migliore dei casi è bizzarra; Visto che il mercato immobiliare è in depressione e una stanzetta non la si nega più a nessuno.

Nel caso si rientri invece nella patologia psichica definita "esibizionismo" in quel caso sarebbe cortese e utile, mettere in contatto questi performer con i  voyeur in apposite aree ludiche.
Così sarebbero entrambi contenti e magari con il pagamento di un piccolo ticket d'ingresso spesare chessò l'illuminazione, la pulizia, le recinzioni di questi parchi dedicati a Eros.
In un secondo tempo con il successo dell'iniziativa, creare anche un canale tv amatoriale fruibile da tutti quelli interessati, dove questi attori della domenica in aggiunta alle loro pirotecniche copule, potrebbero rilasciare interviste, consigli, aneddoti di vita vissuta e qualche ricetta di cucina (che ormai mettono dappertutto); Un palinsesto comprensivo di vere e proprie biografie per i più famosi e maggiormente seguiti. Regalerebbe un po' di successo a giusto premio per questi attori in erba (visto che stanno sempre in camporella).
Con uno sguardo disinibito al futuro direi, perché fermarci a queste "arene" per eterosessuali?
Apriamone anche per i gay, uomini e donne che siano.
Non fermiamoci a combattere la discriminazione, ma diamo una mano anche all'ecologia. 
Tutti quelli che vorranno e che hanno sufficiente spirito patriottico avranno a disposizione un dinamometro da agganciare alle loro pelvi, in modo che questi campioni infoiatissimi producano, grazie ai movimenti frenetici del bacino, energia elettrica per il fabbisogno della Nazione.
Sarebbe un messaggio di alta caratura ambientalista.

Anche quelli che hanno rapporti "strani" andrebbero tutelati.
Magari con lezioni didattiche ad hoc sull'emittente in argomento, del genere: "Sesso sicuro con l'opossum" ed ancora "Il bufalo cafro, l'amante infaticabile della Savana" Una sorta di National geografic etnico ed erotico con riserve boschive per congiungersi con gli amati animali. 
Cosa manca? Ovvio, un Campionato Sportivo, perché lo sport è importante, dove squadre si affrontano in una -mischia- senza esclusione di posizioni.
Poi in un futuro ancora più in là: le Olimpiadi sessuali.
Con discipline di velocità come l'eiaculazione precoce; Di resistenza e durata: con vere e proprie maratone. Gare di "getto in lungo" maschile e di "squirting" femminile.
Nuove discipline liberamente ispirate alle olimpiadi sportive: la copula sincronizzata, la trombata in staffetta, l'inculata a squadre.

Chi più ne ha più ne metta, è il caso di dirlo.
Il limite ce lo impone solo la fantasia e l'ardimento.
 
Questa promozione sportiva emenderebbe il sesso da quel sordido scantinato in cui la maggior parte delle "culture" lo ha relegato e assurgerebbe, se non proprio ad arte a condivisone popolare.
Immagino come in un film di fantascienza un'umanità ancora diversa, ma unita in un orgasmo planetario dionisiaco che possa mettere fine alle guerre ed ai contrasti.
Ecco che i due protagonisti della vicenda di cronaca che hanno dato inizio a tutto ciò sarebbero considerati dei pionieri di una nuova epoca, e non degli sporcaccioni.
Una sorta di Garibladi e Anita, un Che Ghevara e Castro della rivoluzione, un Adamo ed Eva di un Nuovo Testamento XXX.

Tornando al futuro, mi domando come investire gli introiti?
Cioè i proventi delle  aree dedicate al passatempo più antico dell'uomo (e della donna), le royalty dei canali interattivi che fioriranno; Tutti i soldi della pubblicità e della vendita dei prodotti correlati: magliette, integratori alimentari, dildo autografati dai campioni. Immagino un grande successo commerciale.

Utilizzerei questo fiume di denaro per alleggerire la soma fiscale dei poveri "normali" che lavorano tutto il santo giorno e tornano a casa stanchi morti.
Un'associazione internazionale con un nome evocativo come "Save the Soft" gestirebbe l'organizzazione e l'aiuto umanitario  per le persone che non hanno tutta quella foga, fantasia e vitalità erotica.
Per tutti i poveri cristi ordinari che oramai le performance sessuali  le trovano solo nei reconditi anfratti della memoria; Che le acrobazie le fanno solo per arrivare a fine del mese.
Una sovvenzione caritatevole per chi soffre l'acuta nostalgia di quando aveva più tempo libero, ma anche più energia non depauperata nella fatica di pagare un mutuo.
 
Con questo "New Deal" avremmo tutti più tempo a disposizione.
Sgravati, almeno in parte dall'iniquo peso contributivo. Si potrebbe ridurre l'orario di lavoro e  accoppiarci tutti a nostra volta con maggiore frequenza, anche banalmente con un solo compagno nella serena intimità del letto cui si è abituati.

Si creerebbe una spirale positiva mondiale.
Tutti che fanno "In and out" e poi, chi ha più voglia di litigare?
Una nuova scienza: l' Erotoeconomica, guiderà l'umanità.
Magari non debellerà la miseria ma renderà le persone più tranquille.
Se il cervello con cui si si sono valutate le scelte politiche sino ad ora ha prodotto solo disastri...Beh! Allora,  facciamoci guidare dal "pisello" e dalla "patata", magari andrà meglio. 
Alla peggio sarà più divertente.
Questo è progresso, questa è democrazia, anzi demofilia.

E' un sogno, anzi è un delirio.
Domani, sarà tutto dimenticato per una nuova notizia.

Qualche nuova guerra, una nuova truffa perpetrata dalle banche, un nuovo omicidio per gelosia, per avidità, per disperazione. Un altro politico sorpreso con le mani nel sacco che la farà franca come al solito. Tutto come sempre.

L'uomo sguazzerà ancora nel fango del proprio destino, si abbufferà nel trogolo delle occasioni quando capitano e ogni tanto, qualcuno alzerà la testa e guarderà una stella...Ma solo per un attimo.

Come ben diceva quasi con un ossimoro mia nonna poetessa, a proposito del futuro di questo mondo: "So' cazzi,  Alleluia".

venerdì 22 agosto 2014

Sullo scrivere e altre stronzate.


Scrivere è più facile che parlare. Almeno per me. 
Ho più tempo per riflettere e sistemare le cose che mi passano per la testa.
E’ come mettere in ordine una dispensa, poi sarà più semplice cucinare un buon piatto avendo tutto a portata di mano.

Cos'è dunque la scrittura? E’ musica.

Fatta però con le parole come note musicali, i periodi sono in realtà accordi, le battute del dialogo che frammezzano la narrazione sono il canto, talvolta con una piccola dissonanza, mentre la melodia in sottofondo è la sceneggiatura.
L’esposizione è dunque una canzone; Qualche volta esce una sinfonia, altre volte un motivetto leggero-leggero di quelli che si fischiettato sul cesso.

La musica suscita emozioni attraverso i suoni e questi poi sensazioni e immagini; Similmente è per la narrazione dove, però le immagini sono lo strumento principale, passando dal cervello arrivano a toccare il cuore. Senza emozioni le immagini si stingono. 
I fatti per diventare ricordi devono immergersi nella tintura delle emozioni e dei sentimenti. Altrimenti i momenti della vita passano e divengono come i vice-presidenti americani, nessuno si ricorda più che fine hanno fatto.
La vera difficoltà non è lo scrivere in sé, cui basta prestare attenzione al ritmo, alle figurazioni che si suscitano e non fare grossi errori di sintassi.
Il vero scoglio è invece avere qualche cosa da dire.
Nel saper incidere sulla pelle del lettore la copia del nostro disegno pensato, ma un disegno originale.
A volte ho dentro come un demone narrante, fa tutto lui e mi sento uno strumento di qualcosa d'altro, ed è il momento che esce qualche cosa di buono.
E' ovvio come la morte che il nemico di ogni autore è la noia: la noia del lettore.
E' molto difficile essere originali, ma almeno bisognerebbe sforzarsi di essere divertenti e interessanti. Una canzone con una nota sola non può che sfinire, un motivo già sentito ti fa guardare da un’altra parte. 
Il senso che guida la lettura, ma anche la vita è la curiosità. La ricerca dello stupore però non deve diventare il padrone della storia.
La curiosità è un muscolo non un osso. Muove non sostiene.
Lo scheletro di un’opera è il senso profondo della vita che esprime. Profondo, inteso come vero; Non nel senso di colto, pomposo, accademico.
Avere qualche cosa di originale da esprimere, di effettivo e sentito da buttar fuori, ecco cosa serve, lo ribadisco.
Certamente è stato scritto già tutto, spesso male, a volte bene, raramente benissimo, ma nello stesso tempo ogni volta che un uomo esprime se stesso con autenticità grazie alla parola scritta, rianima questa entità eterna che è memoria dell’uomo, della sua umanità, delle vicende che lo vedono protagonista e spesso reo di molte azioni discutibili.
In alcuni casi è una costruzione asimmetrica d’incastri, fatta di personaggi, immagini, situazioni da impilare una sull’altra.
Non necessariamente deve essere dritta, basta che stia in piedi. 

Si potrebbe dire che, semplificando, è una trappola ben congeniata per l’attenzione e nei casi migliori: per la riflessione. 
Al momento opportuno, zacchete! Scatta una tagliola, un trabocchetto che fa sentire una vertigine, che inumidisce una guancia, che disegna un sorriso che instilla il silenzio nel lettore lasciandolo più ricco di non si sa bene che cosa.
Per preparare questa esca ci vuole solo un po’ di mestiere e un po’ di talento. 
A chi crede che bisogna avere ben presente un interlocutore in questa comunicazione mi permetto di disilluderlo.

Si scrive per se stessi, perché si parla a se stessi e si vive in se stessi, sempre e comunque. In particolare quando ci si rivolge a qualcuno.

Proprio ieri mentre prendevo il sole in piscina la mia vicina parlava in continuazione, parlava da sola.
Una conversazione a volte arrabbiata, a volte allegra.
La maggioranza l'avrebbe giudicata affetta da una malattia mentale. Una patologia che invece sono convinto abbiamo tutti, ma asintomatica.
Stava parlando secondo la mia personale diagnosi con la persona più interessante che non conosceva: se stessa.
In quella donna il soliloquio interiore che ci accompagna per tutta l'esistenza era solo più manifesto, forse più sincero.
La  sua "oratio concepta" si era fusa con la "oratio prolata".
Vale la pena riflettere che quando si da voce ai pensieri in realtà li si mistifica nell'adattare il proprio dire alla situazione, alle persone presenti, all'oppurtunità. 
La scritttura rende questo meccanismo automatico ancora più forte, in virtù del fatto che quello che è scritto resta.
Offre però, una maschera al suo autore che permette al suo volto di esprimersi liberamente; Grazie alla manifestazione del  suo modo di vedere il mondo, piuttosto che nel senso compiuto di quanto è scritto.
Quindi, la menzogna dice comunque la verità.
Chi scrive è un malato, a differenza di chi non lo fa che è molto più saggio e vive forse più comodo, .
Almeno nell'accezione più estesa di malattia.
La sua energia vitale, la sua sensibilità, l’intelligenza e infine la sua attenzione non sono dirette come nella maggioranza degli esseri umani, verso l’esterno, il mondo, la realtà palese.
Questo poligrafo è  un paziente solo apparentemente sano, infatti egli non si occupa volentieri di aggiustare la falciatrice, dei propri affari, di lavorare, di correr dietro all'altro sesso, di fare carriera.
Gli piace guardare il panorama, mentre passeggia in se stesso e così implode, generando una storia, a volte una poesia.

Perché?
Non c’è una buona risposta a una domanda simile.
Almeno io non l’ho trovata. Forse è uno sfogo, magari un modo di andare oltre l'ovvietà della vita. Si gioca a fare Dio, creando paesaggi e personaggi e facendogli vivere una storia.
Ho notato che quando vivo molto intensamente (?) o per meglio dire sono molto occupato e coinvolto nel mondo materiale non ho necessità di scrivere.
L’identificazione con il tangibile mi allontana dal mistero chiuso in ogni essere vivente, perfino quello dentro di me.
Giusto ora mi rendo conto che scrivo quasi sempre, cazzo!

La benzina con cui alimento il motore diesel(!) dei racconti è la disillusione. La sofferenza, la rabbia e l’ironia con cui curo la solitudine, ma non quella fisica di aver gente attorno, quella determinata dall'incomunicabilità assordante con cui vivo la mia vita di relazione.
La disperata constatazione che una profonda comunione con l’altro è impossibile. Certamente lo è con le parole.
Allora perché comunicare?
Credo che nei migliori dei casi sia un modo di suggerire, di mettere un seme nell'altro, di aprire una porta che non necessariamente deve essere attraversata.
Un'occasione di autoanalisi tramite un prodotto artistico. Un modo di specchiarsi in una pagina scritta.
Chi vive senza una forma d’arte qualsiasi nella propria esistenza è più fortunato dei poveri cristi che si danno una gran pena per cercare tramite l'arte, la bellezza. 
Perché la bellezza è l'ultima e l'unica destinazione dell'anima. La bellezza convince tutti, persuade  senza bisogno di avvocati.

I miei simili però, non cercano la bellezza ma la soddisfazione e a quanto vedo non hanno grosse inquietudini, tormenti.
Almeno non hanno quelli che ho io. 
Forse non colgono per loro ulteriore  fortuna, l’agghiacciante panorama del vivere nel suo scenario complessivo su cui il mio sguardo invece cade, anzì inciampa.
La sofferenza in loro è determinata il più delle volte da un problema fisico, materiale; Cose come i soldi, l'influenza di stagione, la promozione in ufficio che non arriva, la suocera che invece arriva ospite per un mese in casa. 
A volte sono torturati da un dolore psicologico, cioè dalla frustrazione nel non poter raggiungere quello che vogliono oppure nel perdere quello che credono di possedere.
In loro, la nevrosi non è generata dal confronto con una società fatta di regole arbitrarie, ma dal non passare quel traguardo che quella medesima società gli indica come auspicabile e fonte di felicità.
La connotazione che li rende uguali, ma non migliori è l'acriticità con cui guardano il mondo.

E' paradossale che una società iniqua che produce sofferenza e disagio in tutti, perfino nei ricchi,  prometta la felicità ai suoi sostenitori più convinti. Come si può dare ciò che non si possiede? 
Il quadro dell'ordinarietà è così sempre disegnato a tinte forti, ma resta banale, senza offesa per nessuno.

Personalmente sono andato oltre, ma non certamente più avanti. Pratico solamente altri giochi.
Fino a quando? Credo, finché esaurirò la scorta di rompicapo che questa esistenza mi mette a disposizione. Poi andrò a ramengo come tutti.
Mi distraggo, e a ben vedere ci distraiamo tutti, nell'attesa dell’ultimo rebus che non possiamo risolvere.
Il Test Kobayashi dell’Esistenza per chi sa di che parlo.

Un’immagine vale mille parole.
Prendo a prestito un ricordo che coloro con una mano di pittura per esemplificare il mio pensiero.

Da bambino quando andavo al Luna Park c’era la giostra. Tutti i bimbi cercavano di prendere la “codina” per fare poi un altro giro gratis.
Invece di cercare di prendere il premio, quando ci salivo sopra, guardavo la giostra, i bambini, il giostraio, gli spettatori, il sole, la nuvoletta in fondo a destra.
Mi divertivo con il gioco, ma anche con l’immagine generale; Ero fuori da quel contesto, osservandolo; Anzi direi che era il contrario: Perché ero ancora di più in quella circostanza. Solamente vi entravo con altre prospettive.
Una volta ho anche preso al volo la “codina” ma solo perché mi sventolava davanti e ho fatto come il gatto quando acchiappa il passerotto. Non mi ha dato un’ebrezza particolare.

Mentre eseguivo queste piroette della coscienza in groppa ad un cavallino di plastica, mi domandavo il senso di quel daffare.
L’effimera soddisfazione di un altro giro di giostra, quando poi si conosceva già l’esperienza.
Qual era il senso di ripetere lo stesso gioco continuamente?
In quel caso, un divertimento circolare che dava l’impressione di andare chissà dove, ma che in realtà ci faceva restare sempre nello stesso posto.
Una metafora della vita? Forse, ma solo per chi se ne accorge.
Ovviamente ero un bambino disturbato, però "E’ così bravo a scuola" diceva la maestra.
In ogni caso non se ne accorse nessuno allora e neppure se ne accorgono adesso.

Da piccoletto, trascorsi così un periodo come assiduo frequentatore di giostre.
Ci andavo da solo o in compagnia di qualche amico per provare ogni attrezzatura.
Da bambino godevo di una certa liberà. I miei genitori erano convinti sostenitori dei vantaggi di un’educazione siberiana: arrangiati e sopravvivi.
Non mancavano mai però, di volermi bene, anche quando tornavano a casa stanchi dopo il lavoro. 
Qualche volta mi punivano per una marachella, ma con amore, senza esagerare.
Tornando alla mia esplorazione tra i giostrai, devo confessare che il momento topico della mia peregrinazione fu banalmente: il Tunnel del Terrore.
Inutile aggiungere che non mi spaventò per nulla.
Il vero orrore lo avevo già colto, ma fuori da questo spettacolo allestito alla belle e meglio. Durante la visita mi accadde però un fatto stranissimo.
All'interno del tunnel, oltre ai soliti pupazzi, scheletri, streghe c’era un fantasma. Un fantasma vero.
Nel senso che era un operaio delle giostre con un lenzuolo sulla testa.
Il “clou” di questo spettacolino si compiva grazie a questo figurante che sbucava fuori da un angolo buio, e spaventava a morte il visitatore di turno.
Quando toccò a me invece restai impassibile come un bonzo vietnamita che si da fuoco.
Il poveruomo rimase credo deluso, perché mi seguì come un segugio e non contento mi fu addosso.
Fu un  "faccia a faccia" o meglio, un musetto di bambino contro un lenzuolo bianco del Ku Klus Klan.
Dal carrellino su cui ero appollaiato, in risposta alla sua invasione terrorizzante, gli piantai un cazzotto. 
Una botta talmente forte che cadde indietro e sparì.
Un colpo a mano aperta, tipo karate che mi uscì d’istinto, manco avessi preso la cintura nera il giorno prima.

Lo beccai probabilmente alla radice del setto nasale. Quindi fuggii rapido come un ninja, saltando giù dal mio girello e senza completare il tour, per evitare complicazioni.
M’informai dopo qualche giorno, grazie ad un amico mandato in avanscoperta della situazione.
Il tizio non lavorava più nel Tunnel del Terrore, al suo posto c’era una sorta di trespolo con sopra il lenzuolo di scena.
Avevo così stroncato una brillante carriera di una comparsa horror.
Non mi sentivo in colpa, secondo la mia etica -se l’era cercata-.
A nove anni devo dire che avevo già una bella “castagna” che mi è tornata utile in diverse occasioni.
Disprezzavo le prepotenze sui deboli che non ho mai perpetrato, ma non perdevo occasione per menare le mani con chi cercava di mettermi sotto. Avevo capito quasi subito, nella mia visita su questo pianeta che c’è sempre qualche -pezzo di merda- travestito da essere umano che ti vuole mettere sotto.
Spesso i nani (intellettualmente e spiritualmente) per alzarsi, cercano di montarti sulla testa e piegartela sotto il loro peso.
Quasi da subito ho cominciato a combattere per difendere la mia dignità, ma con buon senso, altrimenti marcirei in prigione come pluriomicida.

Tornando al mio discorso ambizioso sullo scrivere, si vede come con il piccolo aneddoto raccontato si possa viaggiare nel tempo e nello spazio senza alcuna fatica. Addirittura si possa viaggiare nella vita di un altro.
Anche il significato può cambiare, può essere compreso letteralmente o metaforicamente perché la parola, in particolare la parola scritta ha più dimensioni.
Si può leggere in superficie, prima, dopo, in stralcio e in profondità.
La bellezza della scrittura è nella sua multi-dimensionalità.
Ci sono anche  diverse forme retoriche che sono strumenti meravigliosi per incantarci in qualche storia e allargare magari i nostri orizzonti.
Come si usa dire: La mente è un paracadute, se non l’apri non serve.

Ecco che mi appresto a dare consigli, cosa che odio, perché inutile.
Consigli a me stesso.
Il migliore che mi rivolgo è quello di non vedere il compimento dei miei sogni;  Perché è l’attrito che genera il calore,  l’energia si produce dalla decomposizione e dal decadimento di uno stato. La metamorfosi che si traduce in azione e in effetto.
Quando tutto scorre liscio, senza fatica, è il segnale che si va in discesa, che si sta scivolando verso il basso.
E' come in una conversazione.
Sull'ovvio e sul banale siamo sempre tutti d’accordo.
Appena però  si esce dai luoghi comuni e dalle categorie condivise i problemi  di comprensione saltano fuori come i funghi dopo la pioggia.

Mi auguro così l’insuccesso? Non saprei cosa rispondere.

Mi torna in mente un detto della montagna:  "Se non hai freddo, hai portato troppi vestiti. Se non hai fame, hai portato troppo cibo. Se ce la fai e arrivi in vetta, forse vuol dire che era troppo facile".

Non so, forse non serve vedere altre cose, ma scoprire cose diverse in ciò che tutti abbiamo davanti agli occhi.