mercoledì 20 novembre 2019

Magic moment

La magia esiste, disse guardandola dritto negli occhi.
Ne vuoi vedere una?
Poi, estrasse una banconota dal portafoglio e la distese davanti a lei.
Vedi, questo è un foglio di carta colorato, eppure per questo un uomo sarà disposto a lavorare tutto il giorno, a combattere contro un altro, forse tradirà la legge e potrebbe perfino tradire un amico.
E questo, lo farà perché tutti vi credono.

giovedì 12 settembre 2019

Quiz pro quo



A me piace parlare per imparare qualcosa, altrimenti preferisco stare zitto e guardarmi intorno, osservo.
Da questa osservazione nascono dei quesiti. 

A volte alle domande seguono delle risposte, però mai risolutive in particolare su qualcosa di fondamentale; Trovo saltuariamente una spiegazione su una questione tecnica, fisica, meccanica, ma su tutto quel mondo interiore che colora la mia esistenza non realizzo mai una soluzione esaustiva. 

Le domande provengono da cose semplici, dagli eventi che ho sotto gli occhi. 
A esempio: Perché quando pedalo in bicicletta resto facilmente in equilibrio, ma se mi fermo devo mettere giù un piede, altrimenti casco? 
Come mai riesco a malapena a rimanere fermo in sella per pochissimo con molta fatica, mentre se mi muovo diventa facile? 
Senza scomodare la quantità di moto, il momento angolare, in questo caso alternato, l'effetto giroscopico e la posizione del manubrio rispetto al mozzo anteriore che è in avancorsa, grazie alla sola attenzione ai particolari, si nota facilmente che proprio il manubrio anche quando si procede in linea retta, oscilla. 
Inoltre se spingo in avanti la bicicletta senza salirvi sopra fa comunque qualche metro, ma se la spingo indietro cade subito. 
Questo mostra cosa è preponderante per la sua stabilità e così si intuisce la risposta corretta con buona approssimazione, senza bisogno di rispolverare un libro di Fisica.

E' una strana capacità che mi perseguita, a volte è semplice deduzione in altre fatta di correlazioni. Potrei chiamarla intelligenza, ma solo se non mi conoscessi bene.
Inoltre, questa presunta intelligenza non è un valore quantificabile in assoluto né soprattutto un qualcosa cui vantarsi. 
Secondo me è principalmente una sfiga.

L'intelligenza è utile nel guadagnare denaro? 
Non mi pare che i milionari brillino di particolare acume. Le qualità per diventare ricco sono la furbizia, la scaltrezza, la capacità di sfruttare gli altri e manipolarli e ovviamente un grande appetito.

L'intelligenza serve per aver successo con le donne?
Ma per favore...
Se c'è un solo uomo al mondo che è riuscito a calare le mutande a una donna, grazie a una discettazione sul concetto di immanenza e trascendenza nel pensiero filosofico di Hegel con particolare riferimento al rapporto tra Natura e Libertà, giuro gli regalo la mia collezione di porno giapponesi con sottotitoli Kanji. 

Penso che per accorgersi dell'intelligenza di un'altro bisogna averne noi stessi un pochino.

Perciò soprassederei su questa spinosa questione e anche sulla fortuita convergenza di fascino, bellezza e intelligenza nella medesima persona. 
Molte donne, piuttosto che gli uomini, per oscure ragioni che sfuggono alla mente umana se ne attribuiscono di default il possesso, credono che queste rare virtù siano insite nel loro bagaglio a mano, insieme alle scarpe con il tacco che le fa crescere di quindici centimetri e il push-up che aumenta di due taglie la dimensione delle loro tette. 
Lo sanno tutti che le donne amano la sincerità, sarà per questo che tante di loro non si fanno vedere volentieri in giro se non hanno almeno due strati di trucco sulla faccia. 
Quello che per loro è abbellimento, assomiglia più a un travisamento, un po' come se dovessero fare una rapina in banca.
Alcune di loro si vestono e camminano per strada come Escort alla ricerca di un ricco cliente, ma curiosamente si lamentano, perché poi gli uomini non le apprezzano per la loro intelligenza e la loro "anima" piuttosto che per il loro culo messo in mostra come un trofeo. 

Anche gli uomini (sarebbe meglio chiamarli solo maschi)  non sono affatto meglio; Mostrano il denaro come una virtù, oppure la prestanza fisica, l'adulazione, i regali e le attenzioni per avere quello che desiderano. 
Ci si seduce a vicenda, ci si compra l'un l'altro come in un mercato, eppoi si pretende che così facendo non si divenga degli oggetti. Se non è pazzia...

Quando sono triste penso alla follia, quella dell'umanità se voglio farmi tornare il buon umore se invece voglio ridere, penso alla mia.

Se veramente una persona volesse realmente essere amata per quello che è, allora dovrebbe mostrarsi per quello che è, non per quello che ha...E' così ovvio che mi vergogno quasi a scriverlo.

Invece in questo mondo civilizzato non solo la gente mostra quello che possiede, ma soprattutto mostra quello che ritiene di valore e quando queste due cose coincidono ci danno la misura di queste anime Bonsai.

Generalmente si esibisce "qualcosa" come in un negozio si usa una vetrina per invogliare l'acquirente.

Raramente si condividono dei profondi sentimenti interiori altruisticamente cioè solo per il piacere di esprimerli, senza un secondo fine. 
Questa parsimonia la si adotta non tanto perché questa magia che da sapore alla vita la si ritiene troppo preziosa, ma perché se ne da invece un valore scontato. 

Non bisogna mai credere alle parole in particolare quando si tratta di sentimenti, perché quando li si vuole conoscere sono le azioni che li rivelano.
Di solito si è tutti molto amici al ristorante, finché non arriva il conto da pagare. 

La gente parla spesso di positività, altruismo, moralità, dei buoni intendimenti e d'amore, ma di fatto questo cammino verso la luce lo compiono raramente. 
Direi che più una persona ne parla, meno ne fa...E' un po' come con il sesso. 
Questi personaggi pittoreschi non condividono tra loro la profondità, semplicemente perché non la possiedono. 
Più persone di quante si crede, ritengono erroneamente che la capacità emozionale sia già sviluppata in loro senza bisogno di occuparsene come fosse qualcosa di disgiunto dalla loro vita materiale che richiede impegno e fatica per diventare significativa.  
In altre parole questi personaggi con una spiccata propensione alla presunzione sono convinti che sebbene nella vita devono imparare quasi tutto, sono invece già dei maestri nel mondo interiore dell'essere. 
L'empatia, l'etica, la saggezza e la capacità di amare e perfino il tipo di amore che sanno esprimere, secondo loro gli appartengono di diritto come dote innata. 
Dunque non hanno alcun bisogno di imparare ad amare, e men che meno di verificarlo e metterlo alla prova. 
Personalmente penso che faranno molta fatica a trovarlo, finché non lo cercheranno, convinti come sono già di possederlo. Punto.

Sicuramente non posso escludere in assoluto che qualcuna/o abbia in se queste qualità insieme a quelle estetiche, morali e intellettuali, dico solo che non le ho mai incontrate nella medesima persona, in particolare unite alla saggezza.
Uomini o donne che racchiudono in se tante fortune cioè sono bellissime, profondissime e intelligentissime non le ho ancora conosciute, fatto salvo ovviamente quel personaggio che intravvedo nello specchio mentre mi faccio la barba al mattino.
Un riflesso fugace a dire il vero che con malcelata compiacenza mi schiaccia l'occhiolino, ammiccando,  mentre di rimando io rimango sbigottito. 
Come De Niro in Taxi Driver, chiedo a quest'immagine speculare. "Ce l'hai con me? Dici a me?" Poi estraggo la pistola e la freddo senza alcuna pietà.

Visto che i principi di vita sono di fatto solo opinioni la cosa oggettivamente  importante è rimanere giovani e autonomi il più a lungo possibile, almeno fino a qualche giorno prima del proprio funerale. 
Una fine inevitabile, questa dipartita che trovo meravigliosamente interessante, perché a me piace viaggiare e dunque come potrei non apprezzare quest'ultimo viaggio verso una località sconosciuta? 
E' gratis, non ci sono lunghe file al check in, non c'è rischio di cancellazione del volo o ritardi. Non si porta nemmeno il bagaglio e si arriva anche immediatamente a destinazione. 
E' meglio di un viaggio in business class.
Nel frattempo? 
Godere un po' di piacere e amore e perfino imparare qualcosa per apprezzare meglio questo due cose. 
Ci sono tanti tipi di amore nella vita, l'amore per l'arte, per i figli. L'amore di un uomo per una donna, anche l'amore di un uomo per due donne inseme che è il mio preferito.

Qualche lettore (?) potrebbe avere la curiosità di domandarmi: L'intelligenza aiuta ad avere relazioni amichevoli? 
Non diciamo cazzate per cortesia che se ci sente una persona  intelligente potrebbe mettersi a ridere.

In generale un individuo ordinario troverà simpatico solo chi è più stupido di lui cioè decide i propri compagni del cuore come fosse una Matriosca: chi trova posto nella sua interiorità dovrà essere più piccolo. 

Mi vengono in mente i comici che per risultare subito piacevoli al pubblico si presentano come cretini e sfigati, inoltre sono quasi tutti brutti d'aspetto. Un uomo affascinante o una donna bella non fanno ridere, fanno solo invidia o desiderio.
Ciò che ci fa simpatia e sorridere è invece una situazione paradossale e spesso sfortunata, si ride per chi inciampa e cade a terra, non per chi vince al lotto. 
Questo ci mostra, se mai ce ne fosse bisogno, che all'essere umano, la sfortuna altrui lo mette di buon umore. 
Tra tutti gli attori secondo me, i più profondi e creativi sono proprio gli attori comici. 
Anche come esseri umani, hanno credo una profonda intelligenza sebbene malinconica, perché per ridicolizzare i comportamenti li debbono prima conoscere. 
Certamente, dopo che lo conosci bene l'Uomo, faresti di tutto per dimenticare quello che  hai capito su di lui, ma questa è una sventura che non capita alla gente comune, direi che viviamo tutti in  un mondo di persone un po' così e così. 
Non è certo facile risultare simpatici alle altre persone se cominciano a sentirsi a disagio, confrontandosi con qualcuno che gli sembra migliore.
La simpatia non nasce nel trovare grandi qualità  in un altro, alla meglio se ne prova ammirazione. 
Per i rapporti amichevoli invece si preferiscono persone con i medesimi difetti e mancanze. 
Così l'uomo comune si confronta con un'altra nullità e, se non proprio si sente un gigante, almeno gli pare di non essere un nano.

Si dice in oriente: "Quando il sole tramonta anche l'ombra del nano si allunga".
Personalmente aggiungo: un nano resterà comunque un nano.
Quindi se una persona aspira all'approvazione dei suoi simili guai a metterli in piena luce.

L'intelligenza, questa condanna inappellabile senza reato commesso, se è malauguratamente usata nel comprendere la vita e le persone, analizzando i rapporti umani nel profondo, sarà devastante rispetto all'entusiasmo con cui molti si disegnano un sorriso sul volto per nascondere la propria disperazione.

E' stano, ma non riesco a perdere il buon umore di fronte alla patetica vita che conduciamo.
Sarà qualcosa che ho nel DNA, oppure è il mio istinto di conservazione e sopravvivenza che mi dona gioia. 
La mia patologia è una sorta di ironia allergica alle illusioni.
Non dispero... magari guarirò.

A parte le battute la realtà è un po' diversa. 
Ipotizzo nei miei simili una profondità che appena giungo in un bagno pubblico constato irraggiungibile, infatti non riescono nemmeno ad avere un igene personale appena accettabile. 
Di cosa vogliamo parlare, allora...
Sebbene mi faccio la doccia tutti i giorni, devo amaramente constatare che i sentimenti profondi e grandi che sento vivere dentro di me non trovano quasi mai posto nella vita ordinaria. Fanno molta fatica a esprimersi.
Allora forse non esistono? 
Sospendo una risposta che altrimenti mi lascerebbe sgomento.
Quanto riesco a dare nel contatto con l'altro? Spesso poco. 
Questa è la verità.

E' l'ampiezza dei sentimenti che allarga la vita, visto che allungarla è impossibile, ammesso che a qualcuno questo mondo piaccia veramente e per sempre.

Quanto amo
Quanto sono capace di odiare? 
Fin dove arriva la mia pace? E il mio furore?
Dichiaro questo, perché nel mio modo di essere non faccio una vera distinzione tra buoni e cattivi sentimenti, valgono entrambi non in quanto soppesati da una morale, ma assumono il loro valore per la loro intensità e soprattutto per la loro autenticità. 
Ciò che conta nei sentimenti è l'intento, l'intento profondo che li anima, solo quello ha per me senso. 
Lo sdolcinato sentimentalismo con cui spesso si imbellettano le azioni lo trovo invece ipocrita.
A volte, il mio Animale Totemico ha pietà di me e mi regala degli sprazzi di umiltà.

Così dell'Oceano che percepisco, l'unico riflesso che scorgo di me stesso è in una misera pozzanghera.

Mi fa bene questa doccia fredda, mi rinforza e mi tonifica, anche se a volte mi strappa le ultime lacrime che mi sono rimaste. 
Le volevo conservare per qualche film romantico, ma evidentemente la vita ha piani diversi per me.

Sintetizzando per lo sfortunato che mi legge e che presumo abbia già le meningi affaticate nel seguire questo discorso apparentemente senza capo né coda, affermo didascalico: "Il mondo è una merda? Molto probabile".
E' evidente a volte, è fattuale come si dice adesso.
Sempre che si abbiano le palle per analizzare quest'esistenza con obiettività, grazie a quel grave handicap cognitivo che una mente lucida, senza la propensione all'auto inganno consolatorio, può donare; E così gustarsi il panorama di questo porco mondo. 
Nessuna paura signori! Il timore non ci toccherà finché avremo quella spessa scenografia dentro il cervello per non vederne l'orrore, se non ricordo male l'hanno chiamata: ipocrisia.

E allora?
Beh! Non è mica il caso di strapparsi i capelli.
Anche il fiore di Loto sboccia nel fango. 

Quando scrivo in questo modo cioè esprimo sinceramente il mio pensiero, perdo inevitabilmente l'amabilità, principalmente a causa dell'autenticità. 
Non è che sono proprio insopportabile...E' colpa della sincerità che purtroppo, quasi nessuno riesce a digerire. 
Provate ad ascoltare qualcuno che parla di voi (a parte vostra madre)  senza essere visti  e poi mi direte come ci rimanete...
La sincerità fa questo effetto. 
Ma senza sincerità come puoi conoscerti? 
Senza conoscerti come puoi essere libero? 
Se non sei libero, come potrai essere veramente felice?

L'antropologo Claude Levi-Strauss disse: "Un uomo intelligente non fornisce risposte sensate, principalmente si pone domande sensate".

Queste secondo me sono domande cui vale la pena riflettere, anche se è oltremodo vero che solo i fatti possono accadere, le opinioni non si realizzano invece, semplicemente perché le opinioni non sono fatti. 

Aggiungo che le persone non sopportano un discorso, senza "forse" o "mi sembra". La gente è ormai assuefatta alle tecniche di marketing che le adula, suscitando delle domande in loro per condurli verso risposte preconfezionate cioè instillano delle presunte idee brillanti come fossero partorite dall'encefalo dell'interlocutore, quando in realtà è sterile, e tutto ciò per non farlo sembrare un idiota, quando invece lo è eccome. 
Qual'è il motivo di tanta garbatezza? 
Ancora una volta vendergli qualcosa, guadagnandoci sopra.

Appaio cinico e supponente? 
In realtà chi pensa così non mi conosce affatto, perché sono molto peggio.
Quello che dico è invece senza arroganza, perché l'ho analizzato con severità in me stesso e l'ho visto per prima cosa dentro di me.
Quindi, perché dovrei prendere per il culo un altro se è così bravo a farlo da se stesso? 
Le sviolinate soverchiano quasi sempre il rumore delle scoregge e le camuffano, salvo poi rendere l'atmosfera irrespirabile.
Posso garantire che se da una qualsiasi lettura, discorso e poesia non se ne esce con l'impressione di essere un po' cretini e insensibili, allora non si è toccato nulla di quello che ci serve.

In Cina c'è un vecchio proverbio che recita: "Se due persone discutono per lungo tempo con animosità, sicuramente entrambe hanno torto".

Se qualcuno sente vera questa sentenza, può immaginare quanto di tutte le discussioni politiche, i dibattiti e perfino le conversazioni personali siano state errate e inutili.
A esempio se si considera gli "onorevoli" che hanno così poco onore nelle loro azioni da doverlo mettere nel loro titolo, dopo ogni tribuna politica televisiva, dove si sono accapigliati con tanta  oratoria nel presentare le loro "idee" che affermano come diverse, ma che comunque vadano le elezioni, non hanno mai risolto nulla di importante (se qualcuno l'ha notato abbiamo gli stessi problemi di mezzo secolo fa, in certi casi perfino peggiori, nonostante gli schieramenti politici si siano alternati alla guida del paese); Ebbene questi personaggi illustri dopo la "rappresentazione televisiva" se ne vanno spesso a mangiare insieme in un bel ristorante di lusso  
Lo posso affermare perché l'ho visto con i miei occhi.
Indovinate poi chi paga il loro conto? 
Il contribuente, infatti non si chiama mica così per caso.

Non serve disquisire lungamente e animatamente su qualcosa o si capisce  subito oppure non si capirà mai. 
Infiorettare un discorso è un po' come mimetizzarlo. 
La chiarezza è scorbutica.
Il contatto con il "Vero" è sempre caustico, scotta. 
Brucia però solo le illusioni, in realtà la nostra natura autentica non ne soffre, anzi ne è alleggerita.
  
In certi momenti penso altre cose.

Se abbiamo una vita sola perché non sentiamo dentro di noi l'urgenza del tempo?
Viviamo l'esistenza come se fossimo eterni, quando l'esperienza ci mostra esattamente il contrario.
Certamente alcuni hanno la religione che sostiene questa "pigrizia" cioè questa procrastinazione nel realizzare qualcosa di significativo nella propria vita, visto che comunque pensano di essere senza data di scadenza; Posticipando a domani, un domani che non arriverà mai tra l'altro, quello che realmente conta.
E gli atei? 
Anche loro non sono dissimili dai credenti, infatti si comportano e vivono pressoché nello stesso modo. 
Sarebbe ragionevole domandarsi: a cosa serve la religione? 
Quando in sostanza i comportamenti non sono tanto diversi in quelle persone che non l'hanno.
Questa immortalità da dove si evince? 
La vita è dunque un'eternità assai breve.

Insomma, è un quiz di domande che mi accompagnano continuamente, cambiano gli argomenti, ma il programma è il medesimo. 
Ci sono attimi che questo spettacolo mi fa compagnia e mi diverte, altri momenti mi infastidisce. 
Non vinco nulla, anche se per sbaglio rispondo esattamente; Allora a cosa serve questo "Rischia-tutto" senza gettoni d'oro? 

Vorrei conoscere le recondite motivazioni di chi ha creato un tale palinsesto. 
Parlo della Divinità che ci dicono sia alla regia del programma dell'Universo. 
Un'Entità alla cui esistenza credono principalmente le persone meno istruite e forse meno intelligenti, infatti curiosamente dei cinquanta premi Nobel sino ad ora conferiti alle migliori menti umane solo quattro di esse sono dichiaratamente credenti. 
Tralasciando le convinzioni delle persone ritenute più brillanti, ipotizzerei, come esercizio di fantasia, che questo Padre Celeste esiste veramente. 
Insomma, per fare il nome, ma non ha il cognome (come certi cantanti) di questo sceneggiatore, produttore e regista di fama universale, intendo: Dio.

La Sua direzione artistica è, secondo la mia modesta opinione, un pochino grottesca. 
Nonostante sia professionalmente molto esigente con le regole non lascia istruzioni.
Quindi, abbiamo degli opinabili "Si dice" oppure "Ho sentito una voce dentro di me che mi ha detto che bisogna fare così..."quando non accadono eventi ancora più pirotecnici come apparizioni, roghi fiammeggianti, colombe parlanti, Angeli e Cherubini che informano sul da farsi. 
Poteva essere più utile all'umanità una comunicazione più diretta da parte del Creatore, qualche appunto scritto, anche a matita, perfino un foglietto pro memoria dove serve.
Quanti migliaia d'anni di sofferenza ci saremmo risparmiati se ribadiva la sua regola con un post-it su quell'albero? 
Del tipo "Adamo, soprattutto Eva come anticipato verbalmente non mangiate la mela, sennò -so cazzi-"
  
Il copione di tutto questo grandioso spettacolo, se mai è stato scritto non l'ha mai letto nessuno.
Si intuisce solamente che tutti i protagonisti e le comparse dello show alla fine moriranno.
Come diceva il dottor Manhattan "Un corpo vivo e un corpo morto hanno lo stesso numero di particelle" forse dal Suo punto di vista non vi è così molta differenza.
L'Artefice dell'Universo ha creato l'Infinito e tutto il suo contenuto che sicuramente è stato un lavoraccio, e poi? 
Improvvisamente è diventato pigro. 
Dopo la creazione di questa grandiosa scenografia, fatta di pianeti, ammassi stellari multicolore, nebulose e intergalattici spazi, si è dimenticato di scrivere le battute per chi ci vive dentro. 
Non gli va più di parlare né spiegare. 
Va bene, non vuole dire nulla; Forse si sente incompreso e questo con una certa similitudine lo capisco, ma se non una parola, almeno un gesto, mi basterebbe anche solo un Suo starnuto...La Sua voce nello spazio siderale parla col silenzio.

Ritornando un po' seri, ho notato che secondo le circostanze una cosa utile a volte può diventare un danno. 
Credo che la religione, perfino l'idea che abbiamo della spiritualità e dell'intangibile, potrebbero allontanarci da quel mistero cui diamo nome di Dio.

L'acqua sostiene la barca ma può anche affondarla.

Questa considerazione non raggiunge spesso l'essere umano, la maggioranza vede in un solo senso...il proprio, o più precisamente quello che qualcun'altro gli ha messo davanti al naso. 
La logica con cui analizzo il mondo è talvolta in conflitto con le opinioni più diffuse. 
Anche su argomenti semplici difficilmente mi trovo in accordo con gli altri e non per partito preso o per affermare a ogni costo la mia unicità. 
Semplicemente vedo le cose in maniera diversa e sono critico rispetto a quello che tutti hanno sotto gli occhi cioè il cosiddetto "status quo".  
Mi domando per esempio, perché la formazione professionale richiesta nel mondo del lavoro è adesso molto più esigente rispetto solo a due decenni fa, ma la qualità del lavoro è peggiorata? 
Non ha senso. 
Si assiste in quasi tutti gli aspetti lavorativi a un pressapochismo che rasenta la negligenza, senza rievocare nei particolari un tempo lontano dove un buon artigiano assomigliava a un artista nel proprio lavoro; Non aveva una costellazione di diplomi e attestati alle sue spalle però sapeva fare. Oggi pare che la maggioranza "sappia" e basta.

Il nostro entusiasmo per questo gioco chiamato vita non sembra lasciare spazio a una riflessione allargata, alla conciliazione del paradosso di cui è rappresentazione dinamica.

Domande semplici hanno a volte risposte complesse, invece domande complesse hanno spesso risposte semplici.

Così mi domando: perché abbiamo i perché? 
La vita sarebbe ancora tale senza domande? 
Oppure sarebbe un semplice esistere? 
Ci sono forse persone al mondo che non si pongono mai domande? Mai? 
Non credo, perché le necessità del vivere incalzano creando dei problemi e i problemi non sono forse domande urgenti che attendono una risposta che non possiamo posticipare senza subire conseguenze?
Quindi anche se di ordine materiale, perfino l'uomo più "minimal" qualche domanda sarà costretto a farsela.

Potrei allora ipotizzare che chi si pone poche domande almeno sia più saggio degli altri, considerando che la maggior parte di questi punti interrogativi sono senza risposta si potrebbe ragionevolmente supporlo.

Le domande inutili non appartengono dunque alla saggezza? 
E chi stabilisce questa inutilità?
In controtendenza con l'opinione più scontata, affermo invece che proprio perché sono inutili sono sagge.
Esse scavano in noi senza necessariamente trovare una fonte d'acqua. 
Non è questo il senso di una domanda, non è trovare obbligatoriamente una risposta, ma renderci più profondi. 
Qual'è il senso di questa profondità apparentemente senza scopo? Accogliere il Mistero direi se fossi un mistico. 
Accogliere quello che verrà, dico invece per quel modesto essere umano in cui mi ritrovo a vivere, a dire il vero con qualche velleità, come diventare ciò che sono, qualunque cosa possa mai essere, senza preconcetti e con un'etica che corrisponda realmente al mio sentire e forse vivere con un po' di buon senso.

Ho notato che le cose inutili emanano il lucore dalla bellezza; 
E questa "inutilità" mi dice qualcosa sul Mistero che suscita le mie domande.

A cosa serve un tramonto? Un bacio? Un profumo? Una notte stellata?

E un quadro su una parete a cosa serve? 
Dona piacere, ovviamente,  grazie ad un oggetto artistico che si ritiene bello. 
Oggettivamente però non ha un utilizzo, di fatto non serve a nulla. Qualcuno potrebbe addirittura trovarlo brutto o insignificante.

Però, se per ignote ragioni, questo suscita in noi la Bellezza, essa ci scalda il cuore, ci ispira grandezza, ci addita qualcosa che non esiste, ma che rende il nostro reale più sentito, tangibile e brillante. 
E' la magia umana fatta colore e forma in una pittura, senza una precisa utilità, ma per il solo piacere di esistere.

Se appoggiassimo al medesimo muro, al posto di quel  medesimo quadro, una scopa, beh! Sarebbe in qualche occasione più utile, eppure... 

In tutta sincerità devo dire che la ricerca della Verità, della personale verità ma oggettiva, è ardua e difficile. 
Pare quasi impossibile realizzarla se lungo questo percorso non si trova almeno un amico che qualche volta ci sostenga, se non incontriamo un Amore che ci possa tenere per mano, se non ci imbattiamo in Dio che per immeritate cause e per oscure ragioni, apra uno scorcio di luce in questa accecante tenebra che chiamiamo: esistenza.

Chissà quando tornerò a casa? 
Magari, quando smetterò di chiedere e domandare e così, forse, perfino io avrò in regalo un'anima. 


lunedì 2 settembre 2019

Ok, il prezzo è giusto.



La teoria evolutiva spiega che sopravvive il più adatto. 
I lupi non uccidono il cervo più sfortunato ma il più debole. 

Allora nell'ambito di questa competitività generalizzata come si spiega l'altruismo? 

Un tratto comportamentale presente non solo nell'uomo, ma in modi diversi in tutte le specie. 

Le formiche operaie per esempio sono sterili eppure lavorano tutta la vita affinché la regina possa riprodursi, ma se questo tratto distintivo (gene) non si può effettivamente trasmettere direttamente, proprio perché le formiche sono sterili, come si si è mantenuto nel tempo? 
Se le formiche operaie avessero una coscienza umana affermerebbero che sono innamorate della loro Regina, naturalmente un amore senza speranza, perché gli unici che se la fottono sono i fuchi.
Inoltre, un comportamento altruistico aumenta le possibilità infauste per l'individuo e non gli porta nessun vantaggio diretto; Dunque avrà meno probabilità di accoppiarsi, diminuendo così la presenza di quel comportamento nella specie.


E' interessante notare che l'altruismo non dovrebbe esistere, invece non solo è presente, ma addirittura determinato da un'equazione matematica: l'equazione di Price, dal nome del suo scopritore.

Questa equazione non prevede l'andamento dell'altruismo ma ne spiega in maniera inconfutabile la presenza.

Giocando con le parole essa quantifica il cosiddetto "prezzo (Price) dell'altruismo".

Di fatto è una descrizione esaustiva della relazione che corre tra un tratto e la sua adattabilità.

Una parte di essa riguarda la covarianza cioè tutti i fattori che disturbano il sistema di selezione naturale, cioè il risultato di più variabili congiunte, ed è realizzata con una descrizione matematica di grande semplicità logica ma che nessuno prima di Price aveva intuito. 

Un caso unico e straordinario nella storia della Scienza, dove solitamente le scoperte seguono ad altre e non nascono da sole. 
Il cosiddetto progresso è consequenziale non casuale. 
Anche la serendipità è di fatto realizzata sulla base di qualcosa d'altro e il nesso causale è compreso solo a posteriori.

La covarianza è una misura di associazione, quindi se si ha un tratto associato positivamente alla sua adattabilità questo diventerà più frequente.

Price dimostrò come, essenzialmente, quando crediamo di comportarci in maniera altruista ed amorevole, le nostre azioni siano in realtà ben calibrate su una scala di interesse personale.
Se possiamo spiegare formalmente come si evolvono i tratti come l'altruismo, ciò significa che il tratto in sé porta sempre vantaggi in qualunque livello la gerarchia biologica si stia evolvendo. 
Il meglio che il processo naturale può fare pare essere una specie di gentilezza di seconda mano, un altruismo che ha ben poco di altruistico, ma piuttosto è soprattutto egoismo.

"L'ambizione individuale serve al bene comune" scrisse Adam Smith, padre dell'economia moderna. 

Quello che intendeva era che se ognuno persegue i propri obiettivi questo produce un miglior risultato per la collettività. 
Ma John Nash trovò delle falle nelle teorie di Smith. 

Infatti, ipotizzò che le decisioni migliori che potrebbero prendere le persone si dovrebbero basare in accordo con le azioni degli altri individui coinvolti. 


Quando tutti si comportano in un modo che porti massimo beneficio tanto al gruppo quanto a se stessi, avremo il cosiddetto "Equilibrio di Nash".


Si racconta che un giorno un gruppo di amici di Nash si mise a corteggiare la ragazza più attraente in un bar; ma ognuno ostacolava i tentativi degli altri. 
Quando gli uomini ormai avevano abbandonato l'idea di successo, le amiche della ragazza carina, non volendo certo essere una seconda scelta se ne andarono portandosela via. 
Nash, disse che se fin dall'inizio tutti loro avessero corteggiato anche le amiche meno attraenti, scegliendo ognuno una ragazza diversa non si sarebbero ostacolati a vicenda, e nessuna delle donne si sarebbe sentita insultata perché ignorata. 
Sarebbe stato l'unico modo per vincere e l'unico modo dove tutti alla fine sarebbero riusciti a scopare.

La cronaca invece ci racconta che fine fece George Price; Nei suoi ultimi anni si dedicò a un altruismo senza limiti volendo trovare appunto il limite della sua geniale intuizione, invece si ridusse povero e senza casa, divenne un miserabile che beveva mezzo litro di latte al giorno e niente altro, morì suicida che non aveva ancora compiuto i cinquantaquattro anni, tagliandosi la giugulare con un paio di forbicine per le unghie.


Probabilmente le sue conclusioni su come siamo spinti ciecamente verso il nostro destino dal potere intangibile dei nostri geni furono troppo per un uomo così intelligente e sensibile.

giovedì 29 agosto 2019

The seer (?)




Di ogni oggetto, fenomeno, persona ne cerco il centro.
Generalmente si resta lungo la superficie, si percorre la circonferenza dei fatti, gli si gira in tondo senza mai trovare una fine né un fine.
Solo cogliendo il centro di qualcosa si potrà meglio comprendere cosa esso è, vedendolo in tutti i modi possibili, utilizzando  la sua circonferenza per entrare nella sua area e trovarne così il suo fulcro,  determinando infine la sua esatta funzione e posizione. 
Più correttamente direi che questo è un processo non un punto d'arrivo. 
In realtà nulla ha un vero centro, è solo un modo per comunicare  quel mio modo di percepire, più che concepire, che altrimenti sarebbe assai difficile anche solo abbozzare.

Guardando in questo modo alla vita mi sono chiesto: di cosa è fatta?
Principalmente di sofferenza, ma di quale tipo?
La maggior parte della sofferenza è determinata dai desideri non dalle persone, solo una piccola parte dagli eventi. 
Anche questi accadimenti infausti si ridurrebbero sensibilmente se non fossero sostenuti dalle velleità cui coloriamo la nostra vita. 
Senza vizi, senza la voglia di fare e andare, la probabilità di nuocere alla propria salute e di rischiare una fine prematura si ridimensionerebbe sensibilmente come quella di complicarsi inutilmente la vita.  
A parte queste considerazioni di ordine generale, ho deciso di provare a ridurre tale sofferenza nel mondo, nel mondo in cui vivo.
Non certamente realizzando quei grandi progetti salvifici che si vedono in televisione e che fanno bene principalmente alla fama di chi li compie, parlo di qualcosa di semplice e vero cioè occupandomi di chi mi sta accanto e di chi la vita mi mette davanti.
Cioè le persone che conosco e incontro e che, a dire la verità, sono già un grandissimo impegno; Senza voler andare a salvare i bambini affamati di qualche foresta africana che magari sono pure cannibali. 
Perché? 
Non ho una risposta, di certo non sono diventato "buono" improvvisamente, ho solo sentito che in questo modo mi sento bene, mi pare di essere utile eppoi è l’unica cosa ragionevole da fare.

Se la barca su cui navighi ha una falla e non puoi ripararla la cosa più ovvia  da fare è prendere un secchio e buttar fuori più acqua possibile. 
E non siamo continuamente sommersi dalla sofferenza? Se non è la nostra è quella degli altri che comunque ci tocca, almeno se abbiamo un po' di sensibilità.

Provo così a occuparmi principalmente di lenire una sofferenza reale che in ultima analisi definirei più che altro un disagio.
Non mi interessa curare i danni delle illusioni o i grandi drammi psicologici, come potrei? 
Non hanno sostanza se non quella che gli diamo. 
Quel tipo di sofferenza è creata, grazie al personale contributo di chi la patisce, altrimenti non si sosterebbe. 
Una consapevolezza cui sono giunto per conto mio e che mi pare non sia neanche troppo acuta, ma sebbene sia semplice, non è molto condivisa. 
La maggioranza non si accorge che quasi tutti i presunti drammi della vita sono determinati dal fatto che ci attacchiamo a qualcosa, quel qualcosa che poi ci spezzerà il cuore, ma alle persone se glielo fai presente non lo capiscono.  
Per dirla semplice, pare che questa obiettività alla maggioranza risulta essere sconosciuta, perché se la canta e se la suona. 

C'è una barzelletta che racconta di due gay.
Uno era per così dire sempre "attivo" l'altro lo prendeva in culo continuamente. Un giorno quello "passivo" chiede all'altro "Dai cambiamo, almeno per una volta" Il suo compagno ci pensa su un momento e fa: "Va bene, ma solo per stavolta. Però  sia chiaro...Il ricchione resti sempre tu!".
Ecco come la maggioranza si aggiusta la realtà.

Quindi la causa della sofferenza è autarchica, almeno a me pare evidente...

Il fatto strano è che questa constatazione (banale,) non può essere trasmessa agli altri. Condividerla pare impossibile.
Credo che il motivo sia perché si raggiunge solo grazie alla propria osservazione ed esperienza; Si può forse sperare che si sviluppi spontaneamente in qualcun altro,  se lo riterrà utile, dopo che magari vi è stato piantato in lui un piccolo seme. 
Fiorirà? E chi può dirlo?
La ricerca di una maggiore completezza è un problema personale non sociale.

La moglie ti ha lasciato per un altro? 
I figli non scodinzolano come cagnolini quando ti vedono facendo finta di rispettarti? 
I cosiddetti amici non pensano che a sé stessi? 
La gente comunemente usa gli altri come fossero oggetti? L'ipocrisia è percepita come verità e la sincerità come un insulto?
Qual è il problema?
Non è altro che la proiezione di un personale desiderio su qualcun altro o su qualcosa che onestamente non ci appartiene, è un atteggiamento violento e arrogante che non intendo incentivare, particolarmente in me.

Se hai fame oppure ti fa male un ginocchio secondo me è diverso. 
Quello è reale. 
Questa difficoltà è possibile risolverla, perché è una difficoltà oggettiva.
E' assurdo cercare di risolvere un non-problema; Un problema del genere non potrà mai essere risolto, ma solo abbandonato.

Allora, di ogni comportamento umano mi domando: di cosa è fatto? Qual è la sua radice?
La vita in questo modo si semplifica enormemente.
La vista diventa immediatamente chiara e limpida.
Sgravata da tutti quei problemi assurdi che ci si carica sulle spalle da se stesso, restano solo i disagi materiali cioè reali.

Siamo fatti d’altro! Grida la folla.
Davvero? E di cosa?
Principalmente ci piace crederlo. Questa è la verità, ed è presuntuoso affermarlo.
Cosa sarebbe la frustrazione se non fosse generata dall'ambizione?
Dov'è la nevrosi di vivere nel mondo se esso non fosse diverso da quello che immaginiamo, speriamo e vogliamo che sia?
Molte idee che coltiviamo a riguardo dell’esistenza non le abbiamo mai indagate seriamente per verificare se siano effettivamente mai esistite.
Di ogni sentimento, di ogni postulato materiale o soprannaturale, quanto abbiamo cercato di vederlo per quello che è, soprattutto da noi stessi, senza affidarci invece a quello che gli altri dicono sia? 
Quanta strada ho fatto senza la stampella dei preconcetti e delle pseudo sicurezze che ci sono vendute per confonderci?
Poca. 
Dunque, grazie a questo breve viaggio della mia coscienza nel mondo ho constatato che non so nulla,  a volte vedo e basta.
Sono un veggente intermittente non un sapiente occasionale, direi con un po' d'ironia.
Non trovo frase più diretta di quella che ho sentito in un film "Tutto ciò che possiedi ti possiede". 

Qui però si apre un discorso più sottile, perché non si può semplicemente "non desiderare" quando si vive, almeno non è una regola che vale per tutti, dipende dalla nostra natura cioè da come siamo fatti. 
La repressione dei desideri  non funziona, perché similmente al principio di Archimede nella meccanica dei fluidi, essa genera una reazione uguale e contraria. Se spingo una boa sott'acqua per levarla dalla vista, nel momento che non esercito più questa "repressione" la boa galleggiante uscirà in superficie con grande forza.   
Ciò avviene perché ogni cosa è sostenuta dall'interazione degli opposti. In quest'ottica si può comprendere che se auspichiamo fortemente la libertà, di contro aumenteranno anche le coercizioni, infatti: "Quando la luce è più forte, l'ombra diventa più buia". 
Se aumenterà il nostro potere personale, aumenterà nella stessa misura anche la forza dei "mostri" che vivono in noi. 
Allora è meglio non opporsi a nulla, particolarmente a se stesso, perché ovviamente è impossibile vincere. 
E' necessario con i cosiddetti "mostri" adottare delle strategie per entrare in contatto con loro senza reprimerli. Gli si da lo spazio che devono comunque occupare ma l'individuo non ne sarà soggiogato.  
E' un gioco rischioso, ma secondo la mia modesta esperienza, darà migliori frutti. 
Questo "gioco" si svolge assecondando l'impulso volitivo e i desideri, senza dargli la propria energia.
Attaccarsi a qualcosa con distacco, direi in poesia. 
In un altro modo si potrebbe dire: scegliendo volontariamente la propria sofferenza.
Solo così si sperimenterà l'unica libertà che ci è concessa in questa dimensione materiale vincolata. 
Sarà come giocare a nascondino con il proprio ego, non saprei descrivere diversamente questa attività. 
La concretezza dunque va integrata con il Mistero cioè con il non tangibile di cui sono fatti anche i fenomeni, ma non credendo a nessuno di questi due enti, perché essi sono in definitiva parti della medesima cosa. 
Non ho idea come ci riesco, ma di ogni evento cerco di vederlo da diversi punti di vista, poi cambio gli occhi con cui lo guardo e infine sottraggo da tutto questo il mio Ego. 
Sembra lungo e complicato, ma è un processo rapidissimo e ormai quasi naturale in me stesso.

Paradossalmente un pragmatismo del genere ha spalancato in me un mondo intangibile che risulta essere reale come quello materiale. 
Infatti una volta tanto ho seguito i miei stessi consigli ed ho constatato che il transito verso il Mistero, passa nella stretta porta del manifesto e nella semplicità che lo accompagna.
Comprendo un po' meglio ora quella strana storia che mi fu raccontata tempo fa.

In un villaggio remoto viveva un uomo che tutti credevano illuminato.
Così un giovane partì per incontrarlo.
Dopo molte difficoltà, arrivò proprio a quel villaggio lontano, ma gli abitanti del posto gli dissero che il vecchio non viveva più lì. 
Si era trasferito per vivere in solitudine su un monte vicino dove forse ancora  abitava.
Il ragazzo non si perse d'animo e intraprese quest’ultimo tratto di strada. 
E casualmente lo incontrò.
Lo vide arrivare lungo un sentiero. L'uomo portava un pesante sacco sulle spalle e lo riconobbe immediatamente.
Il suo incedere era così particolare, aveva come una strana aura che lo attorniava.
“Maestro!” Il giovane, lo chiamò così appena gli fu vicino, e si butto a terra reverente.
Il vecchio invece non disse nulla; si fermò incuriosito a guardare la strana scena.
“Vi prego insegnatemi la Via per l’illuminazione”
Il saggio restò silenzioso per un po’ e improvvisamente buttò il sacco a terra.
“Ah!” Disse il ragazzo perspicace “È dunque questo il segreto! E poi?"
Il vecchio, ancora senza dire una parola, prese sulle spalle il sacco e continuò a camminare lungo la propria strada. 

La trovo una storia bellissima. Anche se qualcuno ha insinuato che il vecchio fosse un povero contadino sordo-muto, semplicemente stanco del suo fardello.
Il vero saggio non era lui, l'incontro fu in realtà un fraintendimento; A molti piace invece immaginare che fosse veramente illuminato, perché: "la verità è nel silenzio". 
Qualcuno è convinto che il vero illuminato era il giovane, perché colse l'insegnamento in ogni caso, sia che il vecchio fosse uno stupido oppure un grande saggio. 
Altri che la storia è un sciocchezza, in quanto la strada per l'illuminazione non esiste, perché non vi è alcuna strada che possa condurre un uomo da qualche parte; Solo un uomo può condursi da se stesso.  

Di certo fu che del vecchio e del giovane non se ne seppe più nulla.

venerdì 5 luglio 2019

Attimi di un lontano chissà


L'abbraccio caldo come un'estate di mia madre, quello forte di mio padre. 


Il sapore della sera nella minestra.

Il silenzio. 

Il corridoio lungo e la credenza rossa.
Un libro di disegni aperto a metà che ha l'odore del cortile bagnato di pioggia.


Quando un tempo la corteccia dell'albero mi parlava del mistero delle foglie d'autunno.
La castagna lanciavo ridendo, mentre i giorni scorrevano lenti.
La neve sul davanzale da mettere in bocca.

Dov'è finita la spensieratezza? 
E quelle stagioni? Chi me le ha portate via?

Dov'è la noia felice di quando ero bambino?

.

giovedì 13 giugno 2019

Apparire ed essere.












Non esiste nessun me stesso diverso da ciò che sono.

Normalmente esistono diversi noi stessi che convivono e ci influenzano: ciò che gli altri credono io sia, quello che io credo di essere, ciò che sono realmente, e talvolta anche quello che avrei potuto o voluto essere. 
Tra questi personaggi uno solo è reale.
La distanza che passa tra di essi, almeno finché non si riuniranno in uno solo, andrà spesata con un altissimo costo in termini di sofferenza ed energia.

A volte come ho detto si desidera essere qualcun'altro, migliorarsi o semplicemente vivere meglio; Ci si pone allora degli obiettivi. 
Ci si immagina al'interno di una meta auspicabile, lontano da quello che si pensa di essere e purtroppo ancora più lontano da come si è veramente.
Si crea una sorta di protagonista posticipato in una storia futura, dove vivrà generalmente in un piccolo paradiso, magari sarà più bello, intelligente, ricco e perfino più alto. 
E' comune farlo, ma non è sano indulgere in una tale fantasia.

Non c'è nulla da cambiare perché non esiste niente di sbagliato in noi; Nulla da correggere o che dovrà essere modificato. 
Esistono solo delle false idee da abbandonare.


Di un uomo, una volta disseppellito dalla montagna di falsità cui aderisce acriticamente ne risorgerà la sua natura autentica. 
Quindi ogni apprendimento, nozione, strategia è inutile, perché essere in contatto con la propria essenza non è un processo accumulativo ma sottrattivo. 
Non è una roccia cui aggrapparsi ma da cui spiccare un tuffo cui abbandonarsi. 

In definitiva avvicinarsi al "Vero" è accettare di perdere.

E' una cosa semplice cercare la propria natura, basta trovarla e assecondarla. 
Infatti, solo vivendo come si è e agendo conformemente al proprio reale sentire che si può realmente vivere.  

La difficoltà semmai è trovare cosa sono, e volutamente non scrivo "chi sono". 
Tale difficoltà diverrà quasi insormontabile se si metteranno davanti a ogni osservazione una morale, un'ideale, un'aspirazione o un desiderio. 
Il processo volitivo è forviante rispetto alla necessaria obiettività che per essere tale, dovrà essere libera dalla convenienza e dal giudizio. 
L'analisi per essere efficace deve essere de-identificata come osservassimo un paesaggio, libera e aperta, evitando ogni preconcetto che produce una specie di profezia auto-avverante nella nostra osservazione. 
Nonostante con gli anni sia normale una certa presbiopia la vista interiore dovrà rimanere quella di un bambino.

Nessuno si può conoscere se non attraverso la realtà, momento per momento.

A esempio, se l'idea che abbiamo di noi stessi è di una persona coraggiosa, onesta e corretta, potremmo stupirci se in una determinata circostanza, invece ci comportiamo da pavidi, meschini e disonesti. 
Questo secondo me non è una reale contraddizione, e non è nemmeno un problema di debolezza di carattere, ma avviene perché tutti noi non siamo disgiunti dalla realtà, una realtà in costante divenire (per quanto possiamo percepirla) e anche quello che definiamo "Io" non è fisso, ma piuttosto qualcosa di dinamico e multiforme che in ogni momento si rinnova, vive, cambia.
La multiformità di un uomo cioè del suo Ego si palesa con maggiore evidenza negli studi sul suo comportamento. 

Ciò che riteniamo sia qualcosa di indeformabile e cristallizzato, nella maggioranza è fatto invece della stessa sostanza dei sogni. 
Questa centralità, questa unicità semmai sorgerà, arriverà solo dopo l'abbandono di ogni struttura accessoria che si alterna nella rappresentazione di quello che pensiamo sia il nostro Io. Il quale, solo una volta unificato potrà essere trasceso, perché abbandonarlo completamente in questa dimensione materiale è impossibile ed equivarrebbe a morire istantaneamente.

L'essere umano, già...L'Animale umano. 
Può essere compreso meglio nei suoi aspetti più estremi.
Integrando le mie osservazioni con un po' di dati scientifici si può  più facilmente capire quanto affermo, e cioè che siamo complessi ed estremamente semplici nel medesimo tempo.

Nel "Milgram Experiment" di Stanley Milgram, si evidenzia per esempio, la facilità al condizionamento mentale nell'essere umano,  grazie a una figura autoritaria e rassicurante, elevando l'azione personale oltre le categorie di giusto e sbagliato, male e bene, palesandosi appunto in situazioni estreme e contingenti. 
Si evidenzia inoltre come il principio di autorità, possa liberare gli aspetti più scioccanti dell'Uomo, deprivandolo pericolosamente e quasi totalmente della sua capacità critica e della già poca empatia con i suoi simili. 
Il cosiddetto "Carcere di Stanford" fu un altro esperimento controverso ma illuminante, almeno nei risultati riportati dal suo ideatore Philip Zimabardo; Questi dati ci  danno dei punti di riflessione interessantissimi che non è possibile ignorare se si vuol comprendere ciò che definiamo "reale" come parte integrante del cosiddetto "uomo civilizzato". 
E' recente la prova sperimentale, grazie alla scoperta di alcuni neuro-scienziati, di una caratteristica molto comune nell'essere umano, sebbene i demagoghi la conoscevano e l'applicavano da millenni, 
Hanno dimostrato come la memoria nell'uomo, e in particolare i suoi ricordi condivisi, siano facilmente manipolabili dalla suggestione di un gruppo. 
I soggetti dell'esperimento infatti, quando si trovavano in contraddizione con un ricordo comune alla maggioranza, tendevano a modificarlo per uniformarsi a quello più largamente accettato come vero. 
Senza voler entrare nel futuro ma solo lambendolo, sono inquietanti ed eticamente opinabili, i recentissimi esperimenti di Opto-genetica che molto probabilmente permetteranno a breve una manipolazione diretta sul cervello umano e soprattutto sulla sua funzione più importante: la memoria.
Perché se l'Ego è una costruzione, allora la sua impalcatura è fatta di memoria.

Secondo me è principalmente una questione di percezione non di informazione, realizzare che non esiste un "me stesso" separato dalla realtà che lo definisce, ma più correttamente direi che tutto è un continuo rapporto dialettico fra questi due aspetti della vita: Io e il Mondo. 

Un rapporto però apparente, essendo essi la medesima cosa. 
Infatti, la percezione del mondo cioè della realtà oggettiva, avviene grazie agli organi di senso che sono estremamente limitati; Dunque abbiamo una "rappresentazione" interiore per altro personale del cosiddetto mondo, non una sua comprensione totale e univoca.

Forse rischio di dichiarare l'ovvio affermando che ognuno vede la realtà a suo modo, però se si considera che anche percezioni semplici come le forme e i colori non siano altro che convenzioni condivise, e non è nemmeno certo che il colore rosso che io vedo sia "esattamente" lo stesso di quello che vede un altro, allora si comprenderà facilmente quanto poco possiamo considerare come un dato certo e condivisibile.

Si può intendere meglio questo concetto constatando che di fatto non usciamo mai da noi stessi. 
Tutto avviene in noi: sensazione attivata da uno stimolo fisico, percezione attraverso la nostra soggettività, successivamente elaborazione: mentale ed emotiva. 
Infine, memorizzazione e conoscenza, intendendo quest'ultima nella sua definizione più semplice cioè rendere già noto qualcosa di nuovo, dunque ancora memoria.   
La rappresentazione di ciò che chiamiamo realtà, avviene così tramite l'integrazione costante fra i dati processati provenienti dagli organi di senso e la memoria, cioè quelli conservati, ma entrambi come abbiamo visto non sono statici, certi e indelebili ma dinamici. 
Il cosiddetto "nuovo" entra in noi poi, solo se appartiene a categorie "precostituite". 
Ciò che è oltre la mente intesa come struttura cognitiva non è possibile integrarlo in noi, semplicemente perché non è possibile concepirlo.

Spostando il discorso su un piano di realtà profonda e con una comunicazione corrispondente descriverei ora cosa accade realmente, partendo dalla concetto nodale di Tempo.

L'idea di Tempo va intesa nell'unico tempo reale cioè il tempo presente, ma in definitiva quello che è chiamato "presente" è già passato; Infatti, è memoria di qualcosa appena avvenuto, magari solo qualche millesimo di secondo prima di averne coscienza, e di fatto non è già più. 
Per vivere realmente nel presente la nostra mente dovrebbe essere qualche millesimo di secondo avanti agli eventi percepiti, e infatti paradossalmente secondo me così avviene determinando la realtà stessa, ma di questo processo normalmente non ne abbiamo coscienza, tanto è stretto il collegamento tra memoria, creazione della realtà e percezione di essa.

Non è affatto una considerazione bizzarra, perché lo facciamo già quando sogniamo. 
Nella dimensione onirica la creazione del sogno e la sua percezione sono concomitanti. 
Dunque, perché non potrebbe esserlo anche nella cosiddetta realtà oggettiva? 
Nel sogno come nella realtà non siamo padroni di quello che accade né distinguiamo la differenza. Lo siamo, però nel sogno lucido, in quello stato particolare di coscienza, infatti determiniamo la realtà onirica. L'obiezione  ragionevole è che  nella materialità non è possibile, ma forse non è possibile solo perché non sappiamo che stiamo sognando anche quando siamo svegli, nel sogno lucido invece un soggetto sogna sapendo di sognare e solo in tal modo diviene padrone del suo sogno cioè della sua realtà.

E' curioso, ma secondo la mia esperienza, questo stato di coscienza particolarissimo può accadere nella realtà oggettiva, ed è percepito come se si vivesse in un sogno. 
E' un'esperienza sconvolgente cui man mano mi sono abituato a conviverci.
Suppongo che dopo che le opportune condizioni si siano create, si determinerà generalmente in situazioni estreme, almeno così è capitato a me.
Successivamente con una maggiore comprensione e adattabilità, questo stato si potrebbe allargare perfino alla vita ordinaria.
Credo che possa con l'ausilio di particolari abilità, attuarsi volontariamente. 
L'effetto collaterale di tale stato dell'essere nella vita sarà una certa perdita della "gioia di vivere" intesa comunemente come l'identificazione di un Ego nella materialità. 
E' mia convinzione che una volta pervenuti alla constatazione che questa condizione "strana" è possibile e attuabile stabilmente non ci sarà più bisogno di perpetrare l'esperienza di vivere in questa dimensione, svincolandosi dal continuo ciclo di morte e rinascita, ma come detto questa è una mia personale opinione. 
Il "risveglio" spesso citato nell'esperienza mistica è da intendersi in questa logica, è di fatto uno stato di consapevolezza che si realizza nella percezione che si sta "sognano" l'esistenza e  vivendola successivamente come un sogno lucido.

Sembra che normalmente cioè nello stato comune delle persone, esista una sorta di specchio interiore dove la coscienza di sé, la percezione di sé e la realtà si posano per formare un'immagine che è "guardata" da quel "qualcosa" generatore di tali enti, la cui natura è però intangibile e indefinibile. 
Una volta infranto tale specchio, la realtà materiale comunemente intesa smetterà di esistere per quella particolare energia senziente che forse si sposterà su altri piani dimensionali. 

Azzardando una speculazione metafisica parziale, ma comunque utile alla comprensione, direi che l'Eternità (Atemporalità) ha generato la realtà materiale, dunque il Tempo, per osservare se stessa, poiché in una dimensione "senza tempo" il movimento e la trasformazione è impossibile. 

Mi rendo conto che se proprio non si considera questo discorso come il manifesto di una persona appena evasa dal reparto neuro.-deliri di qualche ospedale, sembrerà comunque presuntuoso affermarlo, perché non è possibile provarlo. 
Forse qualcuno potrà intuirlo per conto suo, in ogni caso ciò è parte della mia esperienza e non posso negarlo. 
E' un'esperienza che a tutt'oggi non ho condiviso con altri, perché  per la maggioranza delle persone questo stato è come ho detto: inconsapevole.

E' ciò che gli aborigeni australiani e gli Indio dell'Amazzonia con sorprendente proprietà di linguaggio chiamano "sognare il mondo" intendendo con questa immagine poetica il processo di creazione e percezione della realtà precedentemente descritto. 
In ogni caso è incontestabile affermare che la percezione ordinaria  è illusoria, perché non più attuale. 
E' estremamente curioso che popoli così tecnologicamente arretrati,  ritenuti addirittura primitivi, avessero una comprensione tanto raffinata e lucida dei processi interiori e della realtà fisica, quanto l'uomo civilizzato, oggi ne sia all'oscuro, probabilmente perché ha traslato questa osservazione fuori da se stesso, generando così la nevrosi di cui  purtroppo soffre. 
Corpo e mente nell'uomo moderno non vivono più il medesimo tempo, vi è come una frattura, dove la realtà non trova più posto per essere vissuta e compresa in modo naturale. 
Questa patologica schizofrenia genera i cosiddetti multi-ego con cui quest'uomo odierno deve convivere nelle multi-realtà. 
E' come in un prisma dove la luce si scompone nei colori primari, mentre nell'uomo la realtà formata dal suo corpo-mente ormai asincrono si scompone in diversi mondi-realtà, abitati da diversi Ego e come già detto, figliati da queste realtà diverse che prendono vita da quella frattura.

La guarigione di un tale malessere, del malessere umano, è nel tempo cioè nella sua percezione, non certo nelle medicine. 
Personalmente questo ritorno ad uno stato più naturale lo chiamo: "Essere tempo". 
E' lo stato dell'essere che vivo e percepisco come più vero nella mia esistenza. 
Non mi è possibile mantenerlo stabilmente, perché nel contesto sociale usuale, richiede un notevole sforzo ed energia, poiché i mondi-realtà delle altre persone comunicano, non solo tra loro ma anche con il mio mondo-realtà e trascinano (inquinano?)  questa percezione "sana" per adeguarsi a quella condivisa, ma ahimè folle. 
Inoltre, la società moderna e la sua organizzazione è costruita per un diverso tipo di coscienza, direi: patologica, che ben si adatta ad essa. 
Quello che secondo il mio sentire è naturale, risulta essere inadatto e deficitario rispetto ai parametri e alle performance richieste dall'attuale modo di vivere. 
Mi pare evidente che in un mondo senza un reale centro di gravità sociale l'unico che può sentirsi a proprio agio è un alienato; Esso non verrà considerato tale, anzi assurgerà a modello auspicabile. 
Se si osserva con obiettività i parametri che definiscono la "normalità" cioè l'integrazione alle regole sociali, alla vita usuale  nel suo complesso e organizzazione, ai rapporti umani ordinari è palese che questa condizione non è affatto una "normalità" ma una psicosi collettiva accettata, e apparentemente funzionante sul piano materiale, ma generatrice di profonda infelicità umana sul piano interiore. 
Essere "normalmente felici" in questo mondo di regole, richiede d'essere solamente molto insensibili e molto stupidi, oppure molto drogati. 
In ogni caso se si vuole vivere abbastanza bene, bisognerà evitare accuratamente di andare oltre le mere apparenze.

Allora, non ci sono punti fissi? 

Probabilmente è così, e per questo sono convinto che nessuna definizione di me sarà mai esatta: oggi e per sempre. 
Più in generale sono persuaso che non saremo mai oltre l'errore, e questo non solo è parte integrante della natura umana, ma è anche parte determinante della sua bellezza. 
Accettare questa incertezza, genera ansia e paura, perché pare proprio che non ci troviamo a nostro agio nell'essere completamente ignoranti e privi di sicurezze, ma oggettivamente di cosa possiamo essere certi? 
Forse, solo delle nostre illusioni.

Perciò sintetizzando direi: "Vai, vedi, e vivi così saprai". 
Come ripeto sempre: "Non esiste il fare o il volere, esiste solo l'accadere". 
Infatti per "fare" bisogna prima "essere". E l'essere umano non compie nulla, non decide, perché per decidere dovrebbe essere libero. Senza questo essenziale requisito la vita non ci apparterà veramente, ma solo apparentemente e avremo l'illusione di determinarla. 
La mia sensazione è che l'esistenza è già compiuta. 
La mia personalissima convinzione è dunque che non c'è alcuna scelta in questa vita, la scelta semmai è stata presa prima di entrare in questa dimensione. 
Qui si dovrà solo comprenderne il motivo di tale scelta.
E' in tal senso che intendo Spinoza, ma diversamente dall'interpretazione che ne dava Schopenhauer, quando scrisse: "Se una pietra lanciata avesse coscienza, direbbe -io volo, perché lo voglio-"

Una storia.

Un giorno un gruppo di singolari ed esperti alpinisti, certi dell’esistenza, in qualche parte del globo, di una montagna la cui vetta è più alta di tutte le vette, decide di partire da Parigi per tentare di scoprirla e darne la scalata. 
Dopo una navigazione «non euclidea», a bordo di un’imbarcazione chiamata "l’Impossibile", gli esploratori approdano nell'isola-continente del Monte Analogo, dove trovano una popolazione, dagli usi apparentemente stravaganti, che discende da uomini di tutti i tempi e che, come loro vive nella speranza di scalare il monte. 

Il gruppo, dopo molti preparativi dà inizio alla salita, ma purtroppo tutti i membri della spedizione man mano muoiono a causa di misteriosi incidenti, tranne il loro capo-missione. 
Egli giunge, solo e stremato, in cima; Dove incontra, in un'atmosfera terrificante e surreale una persona che vive lì: un Mago che abita da sempre la cima del Monte Analogo.
Questo personaggio, ascoltata la tragica storia del sopravvissuto decide di fargli un dono; Gli regala la possibilità di esaudire un desiderio. 

Franz, questo è il nome del superstite, chiede al negromante di poter ritornare indietro nel tempo, e precisamente al momento cui pensa la sua vita abbia preso quello strano corso di circostanze che l'ha portato ad un presente tanto terribile e senza speranza. 

Così avviene, percorre a ritroso la linea degli eventi, esattamente al momento prescelto, ma inspiegabilmente si accorge, quasi da subito, di non poter cambiare la sua vita. 
Le sue scelte infatti, ricadono inevitabilmente in quelle già compiute, risultando essere le uniche fattibili e ritrovandosi così, dopo molti anni, ancora sul medesimo Monte e di fronte al medesimo Mago.