mercoledì 26 febbraio 2020

Spiritualità, no grazie?




Sebbene sia critico sulla definizione di inconscio, perfino sulla sua reale esistenza, esiste un mondo interiore.

Questo mondo personale ha una sua particolare logica e delle regole che però risultano essere sconcertanti rispetto alla comune razionalità. 
I ragionamenti usati nella vita materiale in tale dimensione non sono più validi.
E' il motivo per cui le persone generalmente non stanno bene con se stesse. 
In realtà non si parlano e così non si conoscono. 

La conoscenza ordinaria di sé cioè di come una persona è fatta è acquisita grazie al rapporto dialettico con gli altri e alla realtà percepita, ma la reale conoscenza invece si coglie integrando queste informazioni con la scoperta della comunicazione interiore, ovvero grazie ad essa: conoscere se stessi da se stessi, senza intermediari. 
Le persone comuni non sono quasi mai in contatto con la propria realtà soggettiva, e a dire il vero, non sono nemmeno troppo bene in contatto con quella oggettiva. 

In effetti, l'efficienza propria del mondo materiale è inevitabilmente a scapito dell'essenza.

Usando una similitudine e con le dovute proporzioni, direi che il mondo interiore è come un sogno, parlare di comunicazione allora è riduttivo, perché non usa il linguaggio né le idee; Piuttosto percezioni, forme e sensazioni.  
Ha questa qualità, cioè una natura immaginifica fatta di simboli ed emozioni, qualcosa che si esprime attraverso il reale sentire, piuttosto che con il linguaggio. 
Questa essenza particolare parla ad ognuno in maniera diversa per cui si dovrà come neonati apprendere il modo di comunicare con essa. 

L'interiorità è la personale porta verso il "Mistero" diretta all'intangibile o come si dice in maniera approssimativa, verso la "spiritualità" che è una parola inadeguata e fraintesa, almeno secondo il mio modo di vedere. 
Senza il contatto con la personale energia non è possibile accedere a quella più grande che tutto permea e costituisce.

Un essere umano quando per oscure ragioni, inizierà un viaggio verso questo paese sconosciuto, si allontanerà inevitabilmente da dove vive.
Ciò per spiegare che la cosiddetta spiritualità non è un buon affare. 
Non è adattiva, non si guadagna nulla. 
Essa conduce verso luoghi sconosciuti e ogni viaggio del genere, oltre alla bellezza porta con se l'inquietudine, almeno quel sentore d'attenzione, talvolta tinto d'allarme, di quando ci troviamo di fronte all'ignoto. 
Bellezza e inquietudine (intesa come descritta) sono come  pancia e schiena, indivisibili. 
L'anello di congiunzione tra questi mondi, cioè mondo intangibile e oggettività materiale è l'energia di cui sono costituiti entrambi.

Nelle tribù primitive lo sciamano o lo stregone proprio perché in contatto con se stesso è la persona deputata a mantenere il legame tra questo mondo e l'altro, infatti non lavora, non caccia, in definitiva non fa un cazzo tutto il santo giorno. 
Si occupa dei riti, qualche volta nel guarire i membri della sua comunità, ma a ognuno dei malati crea man mano la cura. 
Non c'è routine in questa sua attività, a parte le pratiche comunitarie cui partecipa tutta la tribù che invece sono ritualizzate. 
La sua opera originale è determinata dal semplice fatto che la realtà non è mai uguale. 
Egli vive una vita diversa. Non ha una famiglia, spesso non ha figli. Non sa costruire, le sue abilità materiali sono quasi nulle, di fatto è un uomo "inutile". 
E' come un bambino cui gli altri devono prendersene cura. 
La sua natura inefficiente è determinata proprio dal suo particolare rapporto con un mondo che ha altri modi di esprimersi e altri valori, dunque "l'uomo medicina" è distante dal lavoro e dalla quotidianità, ma non per pigrizia.

Va detto per inciso che la medicina non è diretta solo al malato, perché siamo tutti malati, infatti tutti soffriamo. Questo è bene capirlo.

In questo particolare essere umano, questa condizione avviene poiché egli si è allontanato dal mondo degli oggetti per abbracciare un mondo dove gli oggetti semplicemente non ci sono. 
Queste diverse dimensioni interagiscono tra loro continuamente, perché in definitiva sono una cosa sola, anche se secondo la mia esperienza quello intangibile figlia il tangibile, ma in ogni caso c'è comunicazione tra queste due realtà apparentemente diverse che possono comunque reciprocamente influenzarsi.
E' anche il motivo per cui le persone realmente sagge cioè in contatto con la natura ultima dell'essenza, sembrano un po' matte, hanno i piedi in due scarpe diverse, quindi barcollano. Parlano due lingue diverse, quindi vaneggiano o almeno così sembra agli occhi di chi le guarda senza vedere.

Qualcuno potrebbe domandarsi se questa presunta dimensione un po' magica sia solo una superstizione.
Allora come al solito esemplifico con un'esperienza di vita vissuta.

Quando mi persi nella savana del Congo, fui salvato da un tizio, mai visto e conosciuto prima in vita mia che incontrai per caso al limitare della foresta. Questa persona poi si rivelò essere uno Stregone. Una persona di una calma olimpica, gentile, umile e generosa che mi ospitò per qualche tempo a casa sua nel suo villaggio. 
Un luogo remoto vicino ai monti Virunga, dove volevo andare a vedere i gorilla di montagna (pensa che pirla) animali che tra l'altro non ho mai visto, perché la jeep su cui viaggiavo scriteriatamente da solo si ruppe in mezzo al nulla.  
Ero condannato a morte certa dalla mia temerarietà, e invece...Incontrai quel curioso personaggio ed eccomi ancora qui a rompermi(vi) le gonadi. Non c'è da preoccuparsi, tanto l'appuntamento è solo rimandato. 
E' uno storia che avevo in parte raccontato, ma che coloro con un nuovo aneddoto.

Ebbene, questo personaggio che casualmente, anzi fortunosamente, avevo incontrato e mi aveva preso, chissà perché in simpatia, sebbene a volte fosse lievemente inquietante, mi parve una brava persona e nacque un'amicizia; Parlavamo di tante cose, infatti non c'era una mazza da vedere in quel posto e le poche ragazze libere e carine, avevano un profumino di selvaggio proprio dell'etnia africana e incrementato dalle fantasiose condizioni igieniche in cui vivevano che mi fecero evaporare tutto il testosterone; Dunque il tempo non passava mai se non si facevano almeno due chiacchiere.  
Ero giovanissimo, mamma mia, e ovviamente non capivo i suoi discorsi a volte profondi e fiabeschi, mentre ora, più maturo, non li intendo ugualmente. 
In ogni caso da buon "bianco" un giorno lievemente spazientito e provocandolo, ma bonariamente, per ovvie ragioni di rispetto, opportunità e riconoscenza, mentre mi spiegava diffusamente la natura degli spiriti del mondo, gli chiesi: "Ma a cosa cavolo servono questi -spiriti-?" 
E quest'uomo meraviglioso che ho amato subito come un fratello maggiore mi chiese: "Quale spirito vuoi?" 
Me ne venne in mente uno e gli dissi: "Portami lo spirito del fuoco".
Non accadde nulla, nessuna apparizione, nessun effetto speciale, manco un ruggito in lontananza,  ma lo Stregone stranamente smise di parlare.
Si sarà offeso? Pensai, speriamo di no che qui son tutti neri...Si sa mai.

Tornanti nella capanna c'era come al solito una pentola sul fuoco dove bolliva l'acqua, pronta per fare un'infuso che si beveva sovente, una specie di tè africano. 
Per farla breve, lo Stregone prese questa sorta di teiera in metallo, direttamente dal fuoco con una mano sola cioè sostenendola da sotto con il palmo, mi versò l'acqua fumante nella ciotola dove con l'altra mano mise qualche foglia sminuzzata, e come niente fosse, se ne versò per se stesso. 
Infine, tranquillo come un bufalo cafro nel fango, rimise la pentolaccia sul fuoco, infilando nuovamente la mano tra le fiamme; Quindi mi mostrò il palmo e il dorso della mano che non avevano il minimo segno di ustione,
Disse serio: "Spirito del Fuoco serve a questo".
Così per quasi mezza giornata toccò a me stare zitto, perché non avevo più parole.

Ognuno però la pensi come vuole. 

Ritornando al mio discorso e più in generale vorrei significare che inevitabilmente la strada apparente che porta un uomo verso la reale spiritualità, lo trasformerà in un disadattato, almeno rispetto ai canoni della vita umana. 
Il risultato che potrebbe determinarsi è che non sarà più felice, ma non sarà nemmeno più triste, accadrà una sorta di distacco, che gli donerà solo una diversa conoscenza (quasi inutile) che amplierà il suo mondo senza però renderlo più confortevole.  
E' in tal senso che lo ribadisco, non porta alcun vantaggio se non vivere più intensamente e realmente a discapito dei valori e dell'importanza che usualmente si da a ciò che conta nella vita.

Muoio dalle risate quando vedo la gente che prega nelle chiese o nei templi, rapportandosi a quella dimensione sconosciuta per risolvere i loro impicci. 
Hai voluto venire in questo mondo? Ed è così che funziona che altro vuoi da me...Potrebbe rispondere la loro divinità evocata.
Inevitabilmente, le persone hanno dei disagi, ma tali problemi sono determinati dal fatto che non parlano a se stessi; Perché secondo la mia modesta esperienza è il mondo interiore inascoltato che crea il cosiddetti problemi nella più visibile dimensione materiale.
E' come se un italiano parlasse di un problema incombente a un tedesco, ma in francese, ovviamente quando nessuno dei due soggetti parla francese, entrambi non capiranno nulla l'uno dell'altro e non potranno risolvere un bel niente. 
Come mai poi in francese? Perché a me così fa ridere.

L'ingresso susseguente cioè nel mondo del "sogno che parla" non è deciso razionalmente cioè non è prodotto della volizione, esso accade e basta, per ragioni che sfuggono ai concetti cui siamo abituati a considerare la vita. 
Esso avviene grazie all'energia "sottile" almeno così la chiamo, una sorta di energia occulta e apparentemente delicata che nel tempo crea enormi trasformazioni. La scelta, forse l'unica vera scelta che possiamo operare nell'esistenza, è di entrare in contatto con questa dimensione, ma una volta fatto il primo passo non è più possibile tornare indietro. I fenomeni fisici si organizzeranno in modo da spingere il soggetto sempre più in quella direzione grazie a esperienze e incontri significativi che però talvolta appaiono senza importanza salvo poi rivelarsi nella loro dirompente natura. 
Questo è un ulteriore passo, dalla comunicazione interiore verso una comunicazione con qualcosa d'altro, cui non è permesso parlarne, ma che accennandolo solamente, trasmetterà conoscenze e informazioni incredibili, e ci condurrà più velocemente verso il nostro personale destino. 
Non è certamente come sentire le voci nella testa né una sorta di rivelazione divina, o annunciazione angelica sia ben chiaro, è qualcosa d'altro; A volte insegna, a volte avverte, altre volte racconta, perfino prende in giro e mette alla prova. 
In ogni caso un fatto estremamente personale e inutile da raccontare, lo descrivo solo per chi già lo conosce.

Ritornando su un piano generale, direi che di fatto la nostra reale natura vive rinchiusa in una prigione senza sbarre chiamata mente. 
Il risultante costrutto illusorio cui diamo il ridondante nome di "coscienza" è un luogo talmente angusto che mi stupisco come la gente non ne muoia soffocata.

La spiritualità è meravigliosamente inutile, ma ciò non significa assolutamente che non abbia valore né importanza, in particolare se si vuole "evadere" da tale prigione,

Anzi...

martedì 11 febbraio 2020

Repetita iuvant


La vita è paradossale, è di fatto una alternanza di opposti che predominano momentaneamente.

Sebbene l'uomo cerchi il piacere, in tutte le sue forme, il mondo moderno e la tecnologia gli hanno dato essenzialmente la comodità; E con essa l'inevitabile routine legata all'esigenza della produzione di beni e servizi.

Quando viviamo così, nel ciclico ripetersi di giorni quasi uguali, in realtà siamo confortati dal sottile pensiero che così come ieri è trascorso, oggi sarà uguale e non moriremo. È certamente puerile pensarlo, ma non di meno funzioniamo in questo modo. 

Accade invece il contrario, perché nel ripetersi delle nostre azioni, l'attenzione e lo stupore si spengono. Pare proprio che l'essere umano si palleggi tra il terrore di una vita incerta ma sentita e il conforto anestetizzante delle pseudo sicurezze che promettendogli il comfort in realtà gli rubano la libertà cioè la libertà del brivido incerto che accende la nostra percezione e meraviglia.
Quella scossa fatta di spavento e novità è vissuta come un disagio, invece è la vita nella sua forma più naturale e ancestrale. 
L'uomo moderno pur avendo un'esistenza statisticamente più lunga è terrorizzato dall'idea della morte, perché in definitiva vive meno e meno intensamente, in molti casi non vive affatto.
Come diceva più brevemente Oscar "Non c'è nulla di più terribile di un destino certo".

giovedì 6 febbraio 2020

Obbligati all'oblio

Si vive nella dimenticanza. 
Quella di se stesso certamente, ma si scordano anche gli altri perché non si conoscono.
Tutti immersi nel grande fiume Lete.
Tutto è la puntuale cronaca di un'interminabile oblio.


mercoledì 15 gennaio 2020

The Wild

Trovare la bellezza in ogni momento e dovunque è il segreto di una vita felice.
Quando si è bambini questa capacità è naturale, ogni cosa è tinta di stupore e meraviglia, questo suscita felicità. Quando siamo bambini anche il pupazzo di neve è un uomo vero. Questa percezione si dimentica.
La socializzazione odierna cioè i doveri e le leggi della nostra struttura sociale ci tolgono questa capacità percettiva per sostenere i ritmi della produzione industriale e il consumismo che ne determina la necessità. Ci trasformeremo man mano da osservatori incantati di questo mondo in duri investitori che non fanno mai nulla senza avere qualcosa in cambio. La gratuità sparirà dalla nostra vita per adeguarsi all'imperativo esasperato del guadagno fondato inevitabilmente sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.
Come potremmo mai vivere felici in un tale contesto?
Infatti, se guardo a un modello diverso di vita per esempio ad alcune tribù primitive che in alcune occasioni ho potuto incontrare in qualche viaggio esotico tale constatazione mi è risultata evidente.
Sebbene non sia un antropologo mi è capitato più di una volta di entrare in contatto con queste realtà primitive sempre in maniera apparentemente fortuita, in Congo, Filippine, lungo il confine Cambogiano e in Birmania.
Proprio in Birmania ci sono piccole enclave primitive dove vivono degli indigeni che addirittura praticano il cannibalismo rituale, ebbene quando fui a contatto con loro, trovai che non erano affatto violenti, ma vivevano in simbiosi con la Natura e in una armonia collettiva incredibile, nonostante secondo i nostri canoni alcuni aspetti della loro vita avrebbero potuto essere giudicati abietti; La bellezza di cui parlavo in loro sembrava sorgere spontaneamente, riuscendo a condividerla perfino con me, tanto era forte il contesto vissuto, tanto era percepibile la libertà che emanavano, una libertà principalmente dall'idea di progresso, almeno quello comunemente inteso.
Questa positività la vissi congiuntamente con la caustica sofferenza determinata dall'assoluta mancanza di comodità.
Forse sarebbe utile comprendere che il mondo moderno è determinato principalmente da regole arbitrarie che generalmente sono percepite come naturali, ma in realtà sono funzionali agli interessi economici, poiché l'economia è la base del nostro sistema e non sono propriamente indirizzate alle esigenze intime di reale benessere delle persone.
Purtroppo queste regole non possono darci altro che oggetti, perché la loro funzione è principalmente indirizzata a una vita comoda, pagata però da grandi rinunce a livello umano.
Andrebbe forse cambiato il nostro mondo, ma all'interno di un sistema aggregativo non è possibile una trasformazione così radicale.
Ogni struttura sociale è auto-conservativa.
Dunque noi restiamo noi e i primitivi restano primitivi.
La scelta di come voler essere pare non contemplata nella nostra esistenza, perché ogni persona non sceglie dove nascere, e necessariamente, secondo il luogo di nascita, dovrà adattarsi alle sue regole che lo influenzeranno profondamente.
Così come ad esempio un aborigeno Ifugao che vive nei villaggi nascosti del nord, sulle montagne dell'Isola di Luzon delle Filippine, non ha scelto di nascere in quel contesto, la sua felicità nell'essere in armonia con la Natura e con un ridotto sfruttamento fra simili è inconsapevole; Ugualmente lo è per la maggioranza delle persone civilizzate la consapevolezza della propria infelicità.
Non mi è possibile vivere stabilmente in un contesto così fortemente naturale, così come per un indigeno sarebbe impossibile vivere nel mio sviluppato tecnologicamente.
E' questione di com'è formata la struttura della coscienza umana, ovvero il particolare psichismo della nostra specie che una volta creatasi completamente tale impalcatura, non è trasformabile se non in pochi aspetti marginali, ma non è rigenerabile completamente, perché legata alla memoria e all'idea di Tempo.
Esemplificando quest'analisi comparativa un po' naif, mi rammento che proprio in Birmania entrai casualmente in contatto con una guida locale che in barba ai divieti e corrompendo i militari, mi accompagnò in quelle aree interdette al turismo riuscendo a mettermi in contatto con quei nativi.
Ricordo che ansimando nella giungla, madido di sudore, procedevo con esasperante lentezza, aprendomi la strada con il mio inseparabile Kukri nepalese (ahimè indebitamente poi sequestrato alla dogana italiana) e maledicendo ogni singolo passo che facevo.
Mi davo del folle ad ogni metro percorso e misuravo il mio sentire tra la fatica e la fottuta paura di sentirmi completamente solo a contatto con una Natura ostile; Spesso sprofondavo nel fango con gli scarponi lungo stretti sentieri scivolosi, erano linee appena accennate nella foresta, al cui lato si aprivano orridi senza fondo.
Ero robusto, almeno in confronto alla mia guida che invece trotterellava senza apparente sforzo davanti a me, procurandomi invidia e frustrazione; Con sconcertante semplicità mi avvisò che se fossi scivolato dal sentiero sopraelevato che stavamo percorrendo non ci sarebbe stato nulla da fare per me. Nessuno mi avrebbe salvato, l'unica cosa che mi augurava nel caso fossi caduto era di morire immediatamente.
Sebbene fossi in forma fisicamente portavo nello zaino una scorta di razioni pari a 4.000 calorie giornaliere per far fronte a quelle condizioni climatiche e 4 litri d'acqua potabile per ogni giorno di viaggio preventivato che doveva essere di circa dieci/dodici giorni complessivamente, comprensivo di andata, soggiorno e ritorno. Forse da casa a chi legge sembra poco, ma non è così; Dunque il carico trasportato complessivo dell'attrezzatura, repellente, zanzariera e strumenti per orientarsi nel caso fossi rimasto solo, era veramente pesante.
Il problema del peso dell'acqua lo risolsi parzialmente con le pastiglie disinfettatati e utilizzandole per alcune fonti che la guida conosceva lungo il percorso, ma vi era un grande rischio, perché le scimmie defecavano dall'alto e inquinavano l'acqua e perfino quella piovana non era sicura, perché scorrendo sulle foglie degli alberi poteva contenere dei patogeni di malattie che è meglio non saperne neanche il nome.
Il fuoco non era sempre possibile averlo a causa della cappa di umidità e dei rovesci brevi, ma insistenti che rendevano tutto, tutto, tutto bagnato fradicio.
Avevo escoriazioni ovunque che mi tenevano compagnia e la schiena mi doleva come fossi stato Atlante nel sostenere il peso del Mondo.
In poche parole in tre giorni ero già ridotto una merda.
Non credo di aver mai fatto tanto fatica in vita mia.
Infatti lo sforzo nel portare lo zaino non era distribuito uniformemente come nel normale trekking, ma era un continuo cambio di posizione e a volte procedevo perfino a quattro zampe.

Insomma fu un supplizio.
La mia dose di Inferno in Terra l'ho avuta ampiamente, ma durante le pause me l'andavo perfino a cercare.
Se questa non è proprio follia...Poco ci manca.
Inoltre, la vera difficoltà oltre allo sforzo fisico era mantenere una mente concentrata e determinata, perché il cielo è raramente visibile all'interno di una giungla e crea un senso claustrofobico disorientante che generalmente una persona non si aspetterebbe di trovare e può fare brutti scherzi al sistema nervoso.
Il poco sonno fu sempre inquieto.
I rumori notturni talvolta assordanti nel silenzio intermittente facevano da colonna sonora a notti senza Luna né Stelle.
Nonostante avessi un certo addestramento militare non ero certamente un Merrill's Marauder e dovetti compensare questa carenza con un impegno totale: volevo vivere.
Per circa 8/9 ore di marcia giornaliera non potevo permettermi di farmi attraversare la testa che da un solo pensiero: resta qui, adesso!.
"Passo, ok, nuovo passo ok, attenzione si scivola ok, dov'è la guida? Avanti, ah! ok trovata, tieniti alla radice ok, guarda serpente ok, se ne è andato ok, altro passo ok, togli il ragno dal collo ok Ahia!, un altro passo ok".
Così via, tutto il santo giorno.
Nonostante la concentrazione (estenuante) mi sentivo ugualmente come un bambino perso nel Tunnel dell'orrore di un Luna Park. Inorridivo al pensiero di slogarmi una caviglia e rimanere lì per quel poco "sempre" che mi avrebbe atteso in quel caso.
Non credo di essere un fifone, ma determinate esperienze ridimensionano la misura del proprio coraggio.
Almeno a me successe così.
Avevo avuto già altre esperienze estreme, nel Golfo Persico, in Oriente e in Africa, ma molti anni prima e non erano comparabili con quella che vissi in quei momenti. E' stata la mia ultima grande avventura.
Quando si è giovani le cose sono più sfumate.
L'incoscienza della gioventù probabilmente non mi poteva più proteggere nella maturità.
Non ero certamente forte come credevo, ma lo diventai (almeno in quei momenti) perché non ci fu altro modo per uscirne vivo.
La Natura ha una forza immensa, è anche bellissima, ma ti mette una fortissima soggezione per non dire che ti fa paura.
Lei ti ricorda chi comanda in questo mondo.
Bellezza, libertà e terrore camminavano insieme in quei luoghi.
E' un terrore diverso rispetto alla paura della morte che ti coglie improvvisa nei momenti di pericolo, è qualcosa di soverchiante e asfissiante che può farti impazzire. Non ti abbandona mai.
L'unico modo che trovai per superare quel disagio che mi stava facendo perdere il senno fu di abbandonarmi. Arrendermi al selvaggio e piano, piano mi quietai.
Mi parve a un certo punto che le piante e il terreno mi parlassero, ma la mia parte razionale faticò moltissimo a considerarlo come un fatto naturale.
Il condizionamento della mia vita di uomo civile era molto restio ad accettare questo nuovo modo di essere.
Abbandonarmi al selvaggio fu come stapparmi la pelle di dosso un pezzo alla volta.
Non credo di esserci riuscito completamente, forse un po'.
Generalmente nelle città non lo percepiamo questo richiamo.
Siamo presuntuosi, ci sentiamo al sicuro e sfruttiamo questo mondo come fosse nostro, ma appena al di fuori dall'area di comfort artificiale, l'essere umano prende necessariamente di nuovo contatto con la sua insignificante piccolezza e con tutta la sua fragilità.

Un bagno di umiltà che non rinfresca ma brucia.
Mi ritrovai così a dover piegare la testa di fronte a tanta maestosità e potenza e conobbi il mio posto nel mondo: un posto assai piccolo.
Poi, finalmente dopo giorni che mi parvero eterni, accadde...
Ebbi un'esplosione inaspettata dentro al cuore alla vista di un uomo simile a quello che viveva sulla Terra quarantamila anni fa, l'indescrivibile percezione del suo silenzio interiore.
Fu come uscire dalla macchina del tempo in un passato remoto.
Lo stupore non solo di trovare qualcosa di strano, fuori da ogni categoria sperimentata, ma nella paradossale condizione di ritrovare qualcosa che avevo dimenticato dentro di me, senza sapere di averlo mai posseduto.
Una sorta di primitività sepolta nelle parte più profonda dello spirito. Mi sentivo solo nella Natura dove esistevo, qualunque cosa fossi, senza fronzoli, senza carta di credito, senza false sicurezze.
Io e il Mondo indifferente, eppure tanto vicino al cuore del creato che mi pareva di sentirne il battito, ero all'unisono con il respiro della Vita che mi circondava, anzi mi sovrastava.
Fu sconvolgente.
Non è possibile esprimere il dirompente effetto e insieme l'acuto dolore nella costatazione che il modo di vivere che avevo condotto sino a quel momento mi aveva derubato dell'autenticità e con essa della mia reale umanità.
Un'umanità non certamente fatta di quei falsi atteggiamenti perbenisti che si mostrano agli altri per sembrare buoni, ma qualcosa di viscerale e perfino spietato, così com'è la Natura nella sua abbacinante bellezza e spaventevole purezza.
Emozioni sicuramente contraddittorie, ma fortissime che mi dilaniavano ricongiungendomi a volte per pochi istanti a una condizione ancestrale dimenticata.

Come detto avevo già avuto esperienza del "selvaggio" in qualche occasione e ogni volta avevo promesso a me stesso che non ci sarei più ricascato. Troppo pericoloso, non volevo sfidare impunemente la Sorte.
E invece ogni volta che capitava un'occasione non riuscivo a dire di no.
Il richiamo dell'avventura era ed è per me irresistibile.
Oggi le gambe non sono più quelle di una volta e sono loro che pongono il limite al mio spirito. Le gambe sono un contachilometri ci dicono quanta strada abbiamo fatto e quanta (poca) ci resta da fare.
In alcune notti sogno di essere ancora lì e tra sollievo e inquietudine questo sogno mi sveglia.
A volte mi pare strano trovarmi nel mio letto, ci metto un po' a capire che non sono ancora nella giungla con loro. Forse la mia anima ha nostalgia di loro e va a trovarli.
Credo che la differenza con quei primitivi sia essenzialmente nel bagaglio culturale vissuto, in questo caso particolare nella scoperta di un Mondo diverso, diverso soprattutto da quello che immaginavo. Nella mia soggettiva capacità di comprensione, sicuramente parziale, c'è ed esiste questo dato sconosciuto e alieno che gironzola in me e qualche volta non mi da pace.
Infatti ho riscontrato che nell'immersione in questo Mondo diverso si è ampliato il mio, ma nello stesso tempo lo ha reso più angusto e soffocante proprio dall'inevitabile comparazione.
Le contraddizioni stridenti vissute sempre di più al mio ritorno nel sistema "civilizzato" mi procurano ancora dolore. Non solo ho dovuto per forza di cose adattarmi a quel posto selvaggio, ma ho dovuto anche riadattarmi alla società civile dove sono nato e vivo.
E' forse il prezzo della conoscenza; Un'acuita sensibilità dona inevitabilmente una sofferenza più intensa, nulla di più.
Sarà per questo che da allora faccio un po' fatica a farmi capire?
Forse, sperimentando una diversa comunicazione con quei primitivi, si è determinato in me un cambiamento radicale, infatti non riesco quasi più a parlare senza dire qualcosa che sento vero, ugualmente provo un disgusto profondo per quest'ipocrisia inconsapevole con cui ci rapportiamo gli uni agli altri nella società ordinaria, e questo disagio non mi abbandona quasi mai.
E' incredibile riconoscere quanto un essere umano autentico riesca a esprimere con uno sguardo o con un semplice grugnito, una comunicazione che è oltre la parola; E' quasi telepatica, dovuta più che altro a "sentire l'altro" piuttosto che intenderlo, grazie al linguaggio.
Noto così che in questo mondo tecnologico dove le informazioni sono rapidissime e spesso ridondanti, tutti parlano molto senza dire nulla.

Tra i molti fatti strani che mi sono accaduti in quel luogo perso nel nulla, mi capitò che piacevo a una ragazza del posto; Fu qualcosa di unico il modo con cui lei si avvicinò a me.
Lo racconto con un certo pudore e non sono sicuro che sia da descrivere, ma lo voglio comunque ricordare a me stesso.
Ero appena arrivato in quel villaggio ed ero talmente stanco e stralunato che non avrei visto un serpente nemmeno se lo avessi avuto sul braccio, neanche se mi avesse morso.
Invece lei la notai subito.
Era molto giovane, di una bellezza semplice e primitiva; mi guardava con un'intensità curiosa e percepivo il suo desiderio fortissimo, ma stranamente non mi creava imbarazzo.
Generalmente una pulsione carnale assomiglia a una forte onda, bella, ma ha sempre un leggero strascico malizioso. Ci si sente un pochino usati quando si è oggetto di tale desiderio.
Lei invece era perfetta, emanava un'emozione senza sbavature, stranamente notai che non c'era confine tra il suo corpo e la giungla alle sue spalle; il suo limite si confondeva veramente in un tutt'uno con ciò che la circondava.
Ricordo che mi strofinai gli occhi pensando di vederci male.
Così semplicemente si avvicinò, visto che ci guardavamo da un po' ma non mi decidevo, mi fece un sorriso radioso, mi prese la mano e mi portò con se.
Un gesto dolce e sicuro, fatto con un candore e un'intensità scioccanti.
Ero come ammaliato da quell'evento inaspettato.
Non so descrivere il rapporto tra un uomo e una donna libero dalle sovrastrutture e dalle storture delle convenzioni. Libero perfino dal sopravvalutato linguaggio, perché parlava un dialetto incomprensibile. Invece, mi pareva di comunicare con lei continuamente, ridevamo perfino, grazie a un muto umorismo che ci faceva intendere molto bene.
Erano tutti momenti di intensità inconcepibile, non sempre meravigliosi sia chiaro, certamente non facili, spesso il suo comportamento era enigmatico, ma quei momenti avevano quello strano sapore agro-dolce delle cose vere.
Azzarderei che avevano quasi il gusto dolce-amaro della verità.
Non necessariamente amore romantico, certamente non solo sesso, ma qualcosa di diverso, unico appunto, indefinibile, almeno con le parole con cui generalmente mi esprimo dicendo però in questo caso, poco.
Intenso, libero e selvaggio questi gli aggettivi che lo hanno caratterizzato, ma non rendono l'idea.
Come era possibile che una essere umano potesse esprimere tanto senza dire nulla?
Lei emanava un sentimento di un calore potente talmente eloquente che di rimando le mie emozioni sembravano un balbettio. Ero sbiadito al suo confronto.
Come faceva a essere così vera e inconsapevole nel medesimo tempo?
Gli insegnai qualche parola così che potessimo intenderci, mentre lei mi insegnò il silenzio.
Ricordo che mi metteva il palmo della sua mano aperta sulla punta del naso e lo muoveva in tondo delicatamente come quando si fa rotolare un uovo sodo per frazionarne il guscio, poi mi guardava dritto negli occhi e sollevando un poco il mento, diceva:" Tu bello".
Con l'aiuto della guida che parlava un poco la loro lingua gli feci qualche domanda diretta, sebbene era stupita che mi interessassi a lei.
Mi disse perplessa: "Perché chiedi? Non senti?"
Quando gli domandai se era felice, lei rispose: "Sempre" e allora gli chiesi ancora: Perché sei felice?
Lei aggiunse solamente un: "Non lo so" senza spiegazioni.
Mi commuovo a ripensarci, era quasi infantile nella sua ingenuità, ma anche incredibilmente seria e matura in certi momenti.
E' indelebile nella mia memoria come un tatuaggio nel cervello l'immagine della piccola Miou-Mu, vestita con un indecifrabile sorriso, ritta con fierezza, i piedi minuti e scalzi appoggiati sopra una pietra che la facevano sembrare solo un po' meno piccola.
Quando me ne andai, i suoi occhi parevano trattenermi dolcemente, esprimendo un miscuglio di accettazione fatalista per l'addio e la dignità conscia di appartenere ad un altro luogo, forse addirittura ad un altro mondo.
Certamente più saggia di me era consapevole che ogni cosa nasce, cresce e muore.
Una legge universale che ignoriamo, ma in quei luoghi è scritta dappertutto.
Sentii che mi guardava dentro sino nell'anima, ma senza giudicarmi.
In tutta la mia vita non mi sono mai sentito capito come da quella ragazza, mi leggeva dentro senza alcuna valutazione, di fronte a lei il mio spirito era nudo senza imbarazzo.
Come era possibile che una persona così giovane avesse una tale profondità?
In quel mondo le mie risposte non avevano senso, figurarsi le domande!
Per me fu e rimane una sfinge asiatica, ma di irresistibile fascino.
Quel posto, Miou-Mu e gli altri nativi del villaggio che conobbi mi sono inevitabilmente entrati dentro, sotto la pelle, una sorta d'amore verde che allora mi torceva lo stomaco come una malattia, ma che invece mi stava guarendo dalla mia disumanità; Insomma così fu, ma purtroppo non potevo restare per molte e ragionevoli ragioni che qualche volta ripensandoci mi appaiono tutte ugualmente sbagliate.
Certo, probabilmente sarei morto dopo qualche anno di quella vita durissima, ma non fu il solo motivo che mi spinse ad andare via.
Sentivo di non appartenere completamente a quel luogo, ma ugualmente non appartengo nemmeno a dove ora vivo.
La grande metropoli con i suoi grattacieli alti come alberi centenari, la giungla d'asfalto nel suo monocromatico fulgore, gli animali pericolosi che ci vivono che si chiamano tra loro: uomini.
E' un parallelismo che non regge al mio sentire interiore.

La libertà appartiene agli animali selvatici e forse agli uomini ancora primitivi. L'essere umano civilizzato è troppo meschino e non la merita. Questa è la mia sincera e amara constatazione.

A volte percepisco che sebbene ami questa Terra così diversa secondo i luoghi, molti bellissimi e con aree ancora quasi incontaminate e lussureggianti, in definitiva non vi appartengo.
Non sono di lì, non sono di qui, nemmeno di là....non sono e basta.
Altre volte invece mi sfiora un altro pensiero cioè che sono morto allora, andandomene.
Onestamente non ho risposte.
Certamente il prezzo che ho pagato è stato alto, e non parlo dei rischi, degli sforzi, dei disagi, ma della sofferenza di tornare ad un mondo che ora non posso più percepire come reale.
E' un costo salato che pago ogni giorno, non sempre volentieri.
In termini generali penso che questo sia il motivo per cui le persone non osano mai mettere veramente in discussione le proprie certezze, non sfidano il proprio se stesso, rinunciando anche per poco a tutto ciò che le conforta e le sostiene; In quanto tale revisione, comunque drastica, credo sarebbe annichilente per molti di loro.
Difatti a volte sento di essere come morto, certamente sono vivo, ma provo distacco dalle cose e mi preoccupo poco di me stesso.
Guardo ogni cosa con disincanto, particolarmente me stesso, non identificandomi più nel mio carattere né nella memoria.
Sono e non sono, non saprei spiegarlo meglio.
In ogni modo lasciai alla tribù tutta la mia scorta di antibiotici (molti) e li pregai di prenderli per una settimana, in particolare in caso di febbre. Avevo il terrore di contagiarli con qualche virus. In questo modo scongiurai tale pericolo.
Certamente fu un'esperienza estrema e molto pericolosa.
Bisogna forse essere un po' particolari per fare questo salto nel buio (o nella luce), e questa capacità secondo me si sviluppa attraverso un particolare vissuto destrutturante.
La vita stessa mi ha condotto a superare i miei limiti non tanto il mio carattere che non ha nulla di speciale.
Oppure bisogna essere profondamente masochisti per aprire gli occhi su ciò che non si potrà mai raggiungere.
Se dovessi descrivermi direi però che nonostante molti difetti, quando inciampo nel mio Destino, allora gli vado incontro, qualunque esso sia.
La routine di un lavoro ordinario o gli imprevisti di un viaggio straordinario per me hanno lo stesso merito. Azioni incredibili e piccole meschinità le giudico identiche, non hanno peso nel misurarmi.
La frustrazione è spesso stata la mia più cara compagnia e certamente una severa maestra, ammorbidendo un poco un ego bellicoso e presuntuoso, quasi irriducibile. Sembrano qualità ma non lo sono così tanto. Questo però è un'altro discorso.
Non assegno allora un giudizio di valore a queste diverse condizioni di vita e non cado certamente nella menzogna del "buon selvaggio" ma bisogna comprendere che ogni tipo di società fornisce vantaggi e svantaggi.
Proprio per questo non esiste un perfetto Eldorado su questo pianeta.
E' necessario inoltre comprendere un punto nodale.
Il personale inferno è determinato dai propri desideri, qualunque essi siano, a prescindere da dove si vive. Ovviamente in una società che si fonda sul desiderio, sul consumo conseguente a tale desiderio e sulla volizione come lo è la società attuale e nei suoi sotto-modelli, la distanza da uno spontaneo benessere interiore è siderale e ahimè presumo incolmabile.
Lo sviluppo tecnologico ha sacrificato a una condizione naturale oggettivamente difficile, una comoda , ma disumana.
Si è scelto di vivere forse più a lungo, piuttosto di vivere con maggiore intensità.
L'innocenza propria di una vita semplice però una volta persa non è possibile averla indietro e anche su questa constatazione bisogna essere realisti.
Sono convinto che siamo quasi arrivati al limitare estremo del nostro modo di vivere, fondato sulle macchine e sui tempi di produzione delle macchine, e la distruzione di una vita incontaminata lontano da questa produttività esasperata è parimenti inevitabile.
Sono le condizioni di un sistema, e la logica del sistema stesso che determina il risultato conseguente; mai come ora il numero degli esseri umani è stato così grande, mai come adesso si è viaggiato e consumato così in abbondanza, questo avrà un costo che dovrà essere spesato in un modo o nell'altro.
Questo rischioso punto di passaggio non è una vera sfortuna dal mio modesto punto di vista, ma la necessaria opportunità di un reale cambiamento.
Ovviamente parlare di questi argomenti incerti svilisce il valore di questo discorso, perché lo rende opinabile e non desidero procedere in tal senso.
Diciamo allora che è il mio modo di fare humour.

Per concludere, e lo dico solo a titolo personale, non sono molto ottimista in termini di sopravvivenza umana, almeno com'è inteso oggigiorno l'essere umano.
Il mio scrivere ha per tale motivo questo sentore di malinconia, una sorta di vago rimpianto per l'uomo che ho conosciuto, ma non per quello che verrà, che mi auguro sarà migliore.

Questa indistinta tristezza direi amara mi perviene talvolta dalla constatazione che se mai l'osservazione della mia vita mi ha insegnato qualcosa è che abbia, a causa dell'avidità e della paura, fatto di ogni opportunità di una vita migliore, un'occasione persa.
Non bisognerebbe farlo. Ma questa saggezza arriva postuma per quanto mi riguarda.
Guardo alle sofferenze terribili che ho patito, a volte intollerabili, quasi disumane; Mi nasce per loro uno sguardo benevolo, perché queste esperienze non le considero mie nemiche. Osservo con distacco come le ho attraversate e rivolgo a me stesso un "Bravo" sincero, senza pudore né presunzione.
Certamente so che sono stato molto aiutato, perché come essere umano non possiedo una tale forza.
Mi accadono a volte attimi di riflessione profonda ed è come se la Luna si componesse nell'acqua trattenuta nelle mani a coppa. E poi apertele non più acqua e non più Luna.
Momenti dove ho chiaro che non so con certezza se la Vita sia oppure non sia.

lunedì 30 dicembre 2019

Menzogne plausibili non sono verità.



Oggi ho letto una pensiero scritto da Terzani: "Facciamo quello che è giusto e non quello che conviene. Educhiamo i nostri figli ad essere onesti, non furbi".

Sembra un'esortazione condivisibile, ma secondo me è completamente senza senso.
Perché il buon Terzani parla di giustizia nella prima parte di questa sentenza, ma di quale tipo di giustizia parla?

Nel'accezione comune la Giustizia è stabilita dal Diritto, dagli usi, dai costumi e dalle tradizioni. 
Il personale concetto di giustizia, sebbene non sia uguale per tutti, raramente si discosta dalla Legge, una Legge però stabilita da altri. 

La cosiddetta giustizia ci è insegnata, per non dire imposta, non è scoperta da noi stessi.
Ognuno è arrivato in questo mondo e non l'ha visto nascere, lo ha trovato già fatto e così si è adattato a esso, non l'ha costruito.
  
Una regola dunque non è giusta in quanto regola, ma è giusta se obbedisce a un senso di prosperità per tutti e per ciascuno e in particolare nella sua applicabilità pragmatica.

Insomma dovrebbe rendere questo Mondo migliore, ma realmente migliore non solo per alcuni ma per tutti.  
Si assiste invece, nonostante le apparenti buone intenzioni delle Leggi a tanta ingiustizia.

La giustificazione comune per questa inefficienza è che non  si applicano perfettamente le norme, oppure non sono rispettate abbastanza le leggi.

Allora mi piacerebbe analizzare se questo è proprio vero.

Innanzitutto vi è una curiosa statistica. 
In Italia dal dopoguerra a oggi, non si è mai condannato un Magistrato, almeno in fase definitiva e con una pena detentiva in carcere, nonostante alcuni (pochissimi) risultassero colpevoli a volte anche di reati abietti.

Abbiamo così o la migliore magistratura del mondo, oppure la peggiore.

Pare strano, perché tutte le altre categorie sociali e lavorative invece risultano avere casi di condanna detentiva. 
Seguono ancora più curiosamente i politici e via, via in questa hits-parade di virtuosi le persone più ricche e altolocate. 
Tra l'altro, sono proprio questi uomini cioè quelli in posizioni di privilegio e importanza sociale che determinano o influenzano la creazione delle leggi ,ma non ne sono colpiti se non sporadicamente.

Se un uomo non è proprio un cretino, qualche dubbio sulla giustezza di tale sistema dovrebbe cominciare a farsi largo nel suo cervello.

Qualche tempo fa ho letto un'intervista in cui una famosa avvocatessa penalista, spiegava come preparava i suoi assistiti all'incertezza del percorso d'indagine e processuale, spesso simile a una roulette con le seguenti parole: "Faccia conto che le è venuto un tumore". 

Inoltre anche i sassi sanno che i responsabili dello sfruttamento degli altri, dell'uso truffaldino delle leggi a proprio vantaggio e i furti e le nefandezze più schifose le fanno proprio le persone in posizioni di rilievo cioè le cosiddette persone importanti. 
I poveracci al massimo fanno una rapina in Banca che rispetto alle rapine che fanno le Banche appaiono dei dilettanti allo sbaraglio. 
La gente comune fa una piccola truffa, ma rispetto alle truffe dei lavori pubblici gestiti dalla politica sono come bambini che rubano caramelle. 
Qualcuno forse ha un conto estero con un po' di soldi non dichiarati, ma in confronto ai mille miliardi di lire, trovati su un "conto in nero" di Giovanni Agnelli, tra l'altro scoperti solo per un litigio ereditario che chissà quanti altri ne aveva il famoso  senatore a vita e massima espressione di capitano d'industria italiano, questi piccoli emuli appaiano ridicoli. 

Inoltre, in merito alla punizione comminata al contravventore della Legge, la stampa ci informa che un detenuto costa alla collettività cinquecento euro al giorno, ma con un quarto di questa cifra data ogni giorno direttamente a un condannato per furto o altro reato contro il patrimonio, chi farebbe più il ladro?

Un altro quarto di tale cifra per il tempo della condanna comminata lo si userebbe per  insegnargli un mestiere e gestire le finanze e dopo quattro cinque anni avremmo un perfetto imprenditore e anche con una disponibilità di denaro sufficiente per iniziare un'attività commerciale, invece adesso abbiamo solo un morto di fame, pregiudicato e  disperato che appena uscito di galera cosa farà? 
E in tutto questo ipotetico progetto controcorrente si risparmierebbe pure la metà della spesa sostenuta. 

Questo è solo un piccolo esempio, non dico che si possa applicare ciecamente e in ogni circostanza, ma potrebbe essere un inizio per fare del gran bene alla nostra Società. 

Sono soprattutto perplesso sul cardine del nostro ordinamento giuridico che si fonda sull'idea che un uomo possa giudicare un'altro uomo. Ovvero sulla scorta di una norma che questo giudice possa comminare al  reo una punizione non solo adeguata al crimine ma anche che abbia un senso oltre la mera vendetta dello Stato. Se un ordinamento ha il potere di punire a maggior ragione ha il dovere di redimere, considerando che è un investimento redditizio sotto ogni profilo, questa "redenzione".

Sebbene è innegabile che le regole di convivenza siano necessarie, almeno allo stato attuale di evoluzione umana, mi domando come si possano separare i fatti, gli atti volontari e le circostanze fortuite dalla natura di chi ne è protagonista? 
Perfino dei miei più vecchi amici non conosco per chi piangono né immagino per cosa pregano, dunque come posso affermare di conoscerli? Figuriamoci le persone estranee quanto ci sono estranee.

Un piccolo azzardo, forse un po' folle: Un uomo scippa una collana a una signora anziana. 
Certamente un reato orribile e violento, ma se per ipotesi la vittima è un'usuraia, acida e con il cuore di pietra che ha edificato la sua ricchezza sfruttando il bisogno dei poveri, inoltre questa ricchezza accumulata non fornisce altro che un mero risparmio determinato dalla sua avarizia, mentre il ladro è diciamo un padre disoccupato che ha un disperato bisogno di denaro per pagare un'operazione urgente alla figlia che rischia di morire senza quest'intervento; Se per magia potessi vedere il mondo attraverso gli occhi di entrambi gli attori di questa scena, cosa ne penserei?

La Legge è chiara: l'uomo dovrà essere punito, più o meno severamente. 
Però questa situazione estrema come può essere vista da un'altro punto di vista? 
Come può più grandemente essere percepita? 

Se questa capacità di introspezione nella vita di un'altro giungesse ancora oltre i fatti, sino al fondo del suo cuore e dei pensieri del cosiddetto criminale in esempio, credo che sarebbe molto difficile stabilire cos'è veramente giusto e cosa non lo è.  
Non è mia intenzione fornire una risposta a questo caso per altro estremo e tinto di sentimentalismo, ma solo fermarmi un momento a riflettere più profondamente, senza voler dare una risposta che onestamente non ho.
Ci ha provato uno scrittore eccezionale come Dostoevskij in "Delitto e Castigo" con un spunto narrativo simile, senza per altro fornire un giudizio  morale esaustivo.   

Ritornando al pensiero di Terzani nella seconda considerazione, egli ci sprona a comportarci addirittura contro il nostro intesse, ma un altro dato importante da considerare è che l'essere umano nel suo comportamento è imprescindibile dalla convenienza cioè andare contro il proprio benessere e vantaggio è opporsi all'istintiva autoconservazione.

E' semmai nell'analisi a "largo raggio" del tipo di vantaggio più conveniente che questo Uomo può cogliere eventualmente una maggiore saggezza, in ogni caso investendo le proprie azioni verso una situazione che sarà migliore nel tempo, ma per tutti non solo per lui. 
In ogni caso chi farebbe qualcosa per averne un danno come suggerisce il giornalista Terzani? 
Solo un idiota, credo. 

Questo non significa che un comportamento antisociale è giustificato ma la realizzazione miope di un immediato guadagno a scapito dei propri simili non è conveniente su un modello allargato come invece adesso spesso accade nonostante le leggi.  
Questo aiuta a capire che la concorrenzialità esasperata così esaltata dalla nostra società come un merito è in opposizione alla morale che ci vorrebbe tutti uniti come una sola famiglia. Una contraddizione che andrebbe finalmente risolta perché non solo ci allontana dal quieto vivere, ma non è utile alla reale prosperità della società nel suo complesso. 
Quando parlo di paradosso intendo anche questo, si emanano norme che nelle intenzioni vorrebbero unire i cittadini, ma le regole di fatto con cui funziona la società ci mettono in competizione, senza che questo sollevi alcuna obiezione. 
E' evidente che le cose non potranno mai funzionare.

Si chiede a chi non è nato con il cucchiaio d'argento in mano di rassegnarsi alla povertà, di seguire senza obiezioni le leggi fatte dai detentori della ricchezza (Non mi risulta che vi sia neanche un metalmeccanico in Parlamento) di aderire alle regole economiche e commerciali fatte da chi detiene una condizione di forza, di superare il vallo della propria ignoranza, quando non ha a disposizione una reale possibilità di una buona istruzione, e dunque in questo panorama dove non c'è una sola buona occasione per quest'uomo, dovrebbe pure realizzare una vita decente?

Onestamente chi potrebbe vincere contro un Baro che usa un mazzo truccato di carte? 

Perché un calciatore deve guadagnare milioni di euro? 
Cosa fa di buono per il mondo non ha certo inventato un vaccino per il cancro. 
Perché un industriale guadagna un migliaia di volte in più dei suoi operai? 
In fondo senza di essi non potrebbe nemmeno lui lavorare. 
E' un rapporto di reciproco vantaggio e dunque, anche con le dovute proporzioni, il divario dei loro stipendi non dovrebbe essere così distante. 
E' una logica delirante che muove l'attualità, però la legislazione è colpevolmente assente; si condannano invece le conseguenze di questa sperequazione.

E' evidente che la miseria incentiva il furto. 
La soluzione non è tagliare le mani a chi ruba, ma eliminare la miseria. 

Se non si cambiano le regole economiche che sino ad ora sono state usate e che hanno determinato la povertà e l'ignoranza, qualcuno mi dovrà spiegare quando mai questa prosperità si realizzerà. 
L'indigenza e la disperazione non si risolvono donando la minestra fuori dalla Chiesa, quello non è nemmeno un palliativo, è proprio una presa per il culo ai poveri.

E' il sistema sociale che determina le condizioni di vita del sistema stesso, cambiando il sistema si modificheranno anche le condizioni di vita. 
E' ovvio che chi ha dei privilegi e si è arricchito sfruttando tale sistema farà di tutto per non cambiarlo, a maggior ragione avendone il controllo un profondo cambiamento è di fatto quasi irrealizzabile. 
Sarà per questo che da migliaia di anni questo mondo è una sorta di orgia parziale, nel senso che a prenderlo nel didietro sono sempre gli stessi.  

Una  visione lungimirante dovrebbe essere sviluppata e intesa nel creare un benessere generalizzato. 

E' dunque un problema di incrementare l'intelligenza e la sensibilità non di legislazione. 
E' un diverso punto di vista che va ricercato e sviluppato, quello cioè che farebbe la differenza nel nostro mondo, ma che non cambia però i termini di come siamo fatti. 
Infatti, non è possibile andare contro la Natura umana, l'unica strada percorribile è accettarla e trascenderla verso un obiettivo più grande e condivisibile da tutti.

Quando critico l'attuale giurisprudenza, almeno quella italiana che conosco solo un pochino, mi riferisco a quelle leggi che principalmente non sanzionano i comportamenti criminali più pericolosi ed efferati, i quali però stranamente sono trattati con una certa indulgenza dalla Magistratura, ma piuttosto faccio caso ai paradossi che si evidenziano nella legislazione che regola più largamente la vita comunitaria cioè proprio il codice civile, rispetto propriamente a quello penale, quest'ultimo bisognoso anch'esso di una bella revisione, in particolar modo nei suoi funzionari che spesso agiscono e decidono in maniera tanto discrezionale da apparire folli o conniventi con i reati che dovrebbero condannare; Anche chi dovrebbe prevenire e reprimere i reati cioè gli apparati di polizia appaiano stranamente inefficienti, ma ancora più stranamente, sorprendentemente direi, abili in alcuni casi sporadici i quali, guarda caso, coinvolgono gli interessi dell'élite.
Allora pare vero che chi promulga le Leggi e spesso anche chi le dovrebbe applicare (non discrezionalmente come ora accade) è in definitiva il vero nemico della Giustizia presentandosi al mondo come il suo paladino. 
Questo è constatabile anche solo leggendo una pagina di cronaca con un po' di attenzione.

All'onestà opinabile così preferisco la lealtà, perché spesso l'adesione alla legge, che in tal modo ci fa onesti, non è quasi mai fonte di merito, ma di quieto vivere, conformismo, paura della punizione; E' una forma di supinazione a chi ha deciso cosa è giusto e cosa è invece sbagliato.
Questo atteggiamento acritico non ci permette di domandarci veramente il senso di una Legge né le sue conseguenze al di là delle apparenze..
Tale differenza è evidente quando si cerca la Giustizia in un Tribunale e si trova invece la Legge appunto. 
Nulla tra questi due enti spesso ritenuti erroneamente sinonimi si constaterà siano tanto distanti e diversi.

La Legge non ci permette di cercare ed esercitare il nostro personale senso di Giustizia, demandando alla norma tale compito.
In realtà ci spegne il cervello.

"Perché si fa questo?"
"E' scritto nel regolamento". 
"Ah! Allora va bene".

Così finisce qualsiasi ragionamento e critica.

A proposito di regolamenti, una volta per curiosità mi sono letto il regolamento Penitenziario, perché a me piace sapere un po' di tutto, prepararmi a ogni evenienza e anche informarmi con chi può darmi delle veraci testimonianze.  
In questo lungo e noioso elenco di regole degli Istituti di Pena (è il caso di dirlo) è' scritto che un detenuto non  può cedere o passare cibo o bevande ad altro detenuto, particolarmente tra una cella e l'altra. 
Ora non so per quale motivo, ma mi è stato riferito da chi l'ha visto (purtroppo per lui) che ciò invece avviene normalmente. 
Questa norma è stata promulgata dopo l'avvelenamento in carcere di Sindona, ucciso appunto da un caffè, ma da un caffè che gli è stato servito dalle guardie, perché Sindona era detenuto in isolamento in un braccio senza altri detenuti. Allora le guardie penitenziarie oggi cosa fanno? 
Fanno bere o assaggiare quello che si vorrebbe far passare da chi lo cede, così tanto "per sicurezza".
Se un alimento o bevanda è avvelenato da chi lo cede, secondo qualcuno lo assaggerà? 
Se non è avvelenato a che serve farglielo assaggiare? 
Eppoi se la norma è stata creata per il caso "Sindona" dove molto probabilmente erano complici i sorveglianti, allora il caffè forse non lo dovrebbe bere "per sicurezza" la guardia? 

In Italia abbiamo più di 5.000 leggi, è il paese con maggior numero di leggi in Europa e forse nel mondo intero, questo fa del nostro paese un paese onesto? Affatto.

Seneca scrisse: "Una Repubblica corrotta ha bisogno di moltissime leggi" è evidente che duemila anni fa conoscevano già tutto sulla natura umana, peccato che oggi la maggioranza l’ha dimenticato.

Viviamo secondo la mia opinione in un paradosso sociale ed economico. 
Una persona completamente onesta non potrà mai essere benestante, è condannata alla povertà, mentre quella completamente disonesta è l'unica che potrà diventare ricca, mente quella parzialmente disonesta almeno un poco prospera.
Chi lavora, e dunque non delinque, se pagasse le tasse e aderisse ad ogni imposta e gabella con ovile docilità non arriverebbe quasi certamente a fine mese, alla meglio avrebbe come avviene per molte famiglie oneste una vita appena più decente di una miserabile. 

In questo modo la Società ci mostra di non voler premiare l'onesta con una vita dignitosa, come invece dovrebbe.

Obbedendo alla normativa sulla circolazione stradale così com'è promulgata non si potrebbe, tanto per fare un altro esempio, nemmeno circolare. 
Se tutti rispettassimo pedissequamente il Codice della Strada, la circolazione e la sosta dei veicoli sarebbe impossibile. 
Il traffico congestionato dalla distanza di sicurezza consona, dalle regole di precedenza, dai limiti di velocità, per non parlare dei semafori. 
La sosta dei veicoli sarebbe impossibile anche se si riducessero il numero delle automobili della metà, cosa che danneggerebbe l'industria con un effetto domino negativo sull'economia.
Perfino i pedoni e le biciclette sarebbero costrette a situazioni paradossali. 
Qual'è il senso di emanare norme che se applicate veramente paralizzerebbero quello che invece dovrebbero regolare e agevolare? 

Allora, sostengo che molte leggi sono volutamente inapplicabili, perché servono non tanto a mantenere la legalità, ma a mantenere un "certo livello di illegalità"; Non permettendo a nessuno di essere completamente onesto, proprio perché  la stragrande maggioranza delle norme  sostengono un Sistema sociale inapplicabile perché di fatto non persegue non solo la Giustizia ma nemmeno l'equità, e se mai si realizzasse un eventuale società perfetta alle norme ora scritte, cioè un ipotetico mondo di persone oneste sino all'inverosimile e rispettose  totalmente di ogni norma, i cittadini non tollererebbero i comportamenti dell'élite e dei governanti che invece sono tutto meno che conformi alle leggi. Se non si crede che questo ordinamento non è equo basta considerare che un lavoratore paga circa il 43% del suo guadagno in tasse dirette e il rimanente 27% in quelle indirette per un totale di circa il 70% del frutto del suo lavoro, mentre un milionario può utilizzare il pagamento forfettario delle tasse dirette e con centomila euro all'anno se la cava di ogni possibile accertamento fiscale a fronte dei suoi introiti elevatissimi. Se non è iniquo questo cos'altro mai lo potrebbe essere?  
Così la maggioranza della gente si arrabatta per scansare qualche prelievo dell'Erario, appena può cerca di non pagare quanto esosamente preteso dallo Stato e spera di non essere beccata.  

Gli onorevoli che hanno così poco onore nei comportamenti da doverlo mettere nel titolo, non permettono a nessuno di essere nella posizione di accusarli.
Si costruiscono dei paradossi sociali per giustificare la mancanza di soluzioni e anche per mantenere uno stato ricattatorio latente nei confronti di tutti da parte di chi comanda. 
Siamo così tutti momentaneamente a piede libero, e ciò è voluto dal Potere proprio grazie alle leggi.

Questo risulta ancora più evidente da come si convertano sempre più i diritti in concessioni, ritornando appena la contestazione civile subisce una battuta d'arresto, a una sorta di medio evo ben camuffato da progresso; dove ai Baroni si sostituiscono i consigli di amministrazione, ai principi i politici e ai Re i detentori del credito bancario e del debito altrui.  

Terzani, era certamente una brava persona, ma purtroppo per lui era anche un giornalista, dunque non poteva che essere superficiale.
Le cose che scrisse sono ovvie, più che altro un sentito dire, un letto, un visto, mai veramente frutto della sua crescita interiore, mai veramente considerato fino in fondo. 
Questo è probabilmente il motivo della sua fortuna editoriale.

Quando era in salute e non si presentava agli altri come un sorta di fachiro dai vestiti vagamente orientali, convertito dalla luce sulla via di Damasco da non si capisce quale religione o maestro, ebbene non se lo filava nessuno. 
Alla gente credo piacciono le persone bizzarre e le storie di redenzione e morte, gli ricordano la sfortuna degli altri, mentre loro ancora in salute possono  permettersi di peccare nella normalità dei propri impicci.
  
Era dunque un uomo comune che solo la malattia gli aveva dato un "allure" di spiritualità che finché in sanità, non aveva mai sentito la necessità non solo di toccare, ma nemmeno di sfiorare. 

Io credo che una persona che cerca delle risposte esistenziali, dopo che gli è stato diagnosticato un cancro, in realtà cerca delle risposte alla sua morte imminente, non all'esistenza che sta abbandonando. A chi mai frega qualcosa di capire la Vita se sta morendo? 
Sembra crudele giudicarlo così severamente, però è l'evidenza dell'analisi che lo mostra.

Una persona spirituale, secondo la mia opinione, vive la spiritualità da sempre e la vive da tutta la sua vita, anzi da tutte le sue vite, non ha bisogno di un tumore al culo per scoprire che nella vita oltre ai soldi, mangiare e scopare c'è anche altro.
Le sue parole, purtroppo per chi le legge, sembrano la verità, ma sono "come la verità" non hanno quell'autenticità propria di chi l'ha vissuta o forse l'ha incontrata saltuariamente. 

E' pazzesco come le persone trovano vere solo le bugie plausibili. 
Quando invece incontrano qualcuno che li sprona a ragionare o fare esperienza oltre l'ovvio che è l'unico modo di pervenire alla "Verità" diventano sospettosi per non dire violenti.  
Quei pochi "sfortunati" che ragionano e appunto perché ragionano hanno un'etica (altrimenti non si potrebbe formare), questi "sfigati" dunque, fanno sempre delle vite d'inferno a causa di quelli che vorrebbero aiutare e invece queste persone preferiscono soffrire, piuttosto che cominciare a ragionare con la propria testa. 
Sono tanti gli uomini che sentono come vero solo ciò che è confortevole, il letto per loro deve essere già pronto, arrivare direttamente a casa, anche se è scelto da altri e sarà inevitabilmente della misura sbagliata, non importa; trasleranno questo errore dando la colpa magari al corriere che glielo ha portato, al rivenditore che ha inteso male, troveranno mille altri motivi che non ce'entrano nulla.
Se malauguratamente  gli dai in mano gli attrezzi per costruirselo pensano che stanno per essere fregati, vanno in panico e sono colti dallo scoramento più totale, quando dovrebbero semplicemente tirarsi su le maniche e darsi da fare con intelligenza e creatività. 
Infatti solo quello che è fatto da se stesso può essere considerato a ragione, proprio.  

Questa è almeno la mia impressione e il motivo che solo apparentemente quello che lo scrittore Terzani ha detto e scritto sembra giusto, ma è invece, nel migliore dei casi, solo incompleto.
Non ha in sé un vero senso rivoluzionario cioè di reale cambiamento. 
In altri suoi commenti e articoli che spigolando ho trovato riguardanti i viaggi intrapresi come giornalista in molti paesi del mondo, invece ho riscontrato una sagacia e una perspicacia genuina. Come mai? Perché probabilmente frutto del suo libero interesse e della sua esperienza diretta. 

C'è un proverbio che dice: "Il calzolaio non dovrebbe giudicare oltre la scarpa". 

Credo che se si applicasse questo motto, il mondo diventerebbe immediatamente muto e devo ammettere che perfino io divertirei, finalmente, silenzioso.

Credo che nonostante l'ignoranza connaturata alla natura umana, ognuno ha comunque qualcosa da dire sulla vita, sulle persone e sulla Società, ma andrebbe sempre prima rivolta a se stesso, la domanda fondamentale cioè se quello che si afferma è  determinato dall'esperienza. 
In ogni caso utilizzare "secondo me" oppure "da quello che conosco potrei dire"  su argomenti che non padroneggiamo è una buona norma per evitare clamorose figure di merda.

E' anche vero che se una persona aspetta di essere completamente competente, prima di aprir bocca, forse comincerà a parlare verso gli ottantacinque anni.

Dico tutto ciò per sottolineare che non sono mai sicuro di non cadere nella presunzione, quando affermo qualcosa. 
Ho perso il conto delle volte che sono stato sul punto di cancellare tutto quello che ho scritto, a volte avrei voluto anche cancellare tutto quello che ho detto, e perfino quello che ho pensato.  
Forse è per questo motivo che le persone veramente sagge parlano pochissimo, perfino quando sono interrogate a proposito di un argomento che travalichi i fatti e si inoltri sul nebbioso altopiano della soggettività. 

Inoltre anche ammesso di scansare il ridicolo e la presunzione non si può dire nulla di vero e profondo senza manifestare una sicurezza spesso intesa per sicumera. 
Purtroppo o per fortuna ho notato che la realtà o meglio la verità che oggettivamente abbia senso e sostanza,  rompe inevitabilmente il cazzo alla maggioranza che non se la fila proprio.

E' scritto: La Verità vi renderà liberi, e non ho motivo di dubitarne, ma non è promesso però altro. 
La comodità invece di solito è da un'altra parte.

Riandando al messaggio calmierante di questo pittoresco giornalista, a me pare una sorta di "vogliamoci tutti bene" e "stiamo sereni", quando in definitiva un essere umano autentico è un ribelle, un ribelle in particolare nei confronti delle coercizioni arbitrarie che questo mondo ci vende per "il nostro bene", quando invece ci legano, ci accecano e ci negano la personale capacità di espressione e una reale crescita interiore che sono invece le basi della vita spirituale.

Bisognerebbe credo dimenticare tutto quello che ci è stato detto e insegnato e cominciare un faticoso percorso di scoperta. Un percorso realmente autonomo e senza alcuna garanzia.  
Se Gesù o Buddha o altri uomini incedibili sono realmente esistiti, e mi spiace per loro e per i loro grandiosi insegnamenti così inutili e fraintesi dalla maggioranza, li immagino come dei fottuti rivoluzionari.
Certamente anche con un profondo amore (ingiustificato) per gli altri, in particolare nella paziente comprensione dell'umana e irrimediabile stupidità. 

Forse l'Uomo non è poi  così cattivo...forse è solo deficiente. 

Ad ogni modo questi esseri sovrumani non hanno avuto certamente una vita tranquilla. 
Infatti, non ci può essere libertà senza ribellione, e non c'è ribellione senza un pensiero autonomo che la inneschi, frutto di una logica funzionante e di una curiosità aperta e insaziabile che spinga l'essere umano a conoscere e verificare la realtà senza paura. 

Se la socializzazione e l'omologazione fossero state le strade giuste avremmo realizzato una Società perfetta e libera già da cinquemila anni. 
Se qualcuno pensa poi che l'omologazione è un problema che non appartiene propriamente alla nostra società, basta guardare come da quando gli uomini hanno cominciato a farsi crescere la barba non se ne trova più uno rasato. Sembra che questi uomini  irsuti, ma così poco virili, siano usciti da una  fotocopiatrice invece che da una madre. 

Evitando di scivolare nella critica di costume, ad un’analisi approfondita di ciò che è venduto come "Verità" risulta evidente che invece è spesso uno menzogna utile solo a confonderci, questo è evidente per chi non vive la superficialità come realtà univoca e comoda.

Quello che ho scritto non è una critica a questo simpatico giornalista/scrittore lo ribadisco, ma a tutto quel fumoso e nebbioso panorama fatto di pseudo saggezza, finto buon senso e religione cui la maggioranza da seguito...purtroppo.

Terminando l'analisi di questa falsa sentenza, essa ci indica come sbagliato la furbizia. 
La furbizia, o per meglio dire l’astuzia, è invece necessaria, non solo nella vita materiale, ma anche in quella spirituale.

Georges Ivanovič Gurdjieff ha ben spiegato il significato della "via dell'uomo astuto" per realizzare una vera pienezza oltre i metodi spirituali che generalmente rendono gli uomini stupidi e sono completamente inutili.  
Astuzia o furbizia, comunque la si voglia intendere, è una dote fondamentale per trovare un necessario vantaggio nell'uso strategico delle circostanze, specialmente quando non ci favoriscono. 
Se la vita materiale è difficile e piena di insidie lo è forse di più quella spirituale cioè verso una maggiore percezione, conoscenza e completezza.

Terzani, addita invece un uomo buono ma stupido che si affida con candore alla legge degli altri, e auspica che questo "bambinone" diventi un membro propositivo di una Società irreale dove invece vivrà come una sorta di contribuente mansueto, un agnello pacifico diretto al macello, quando invece nella realtà sarebbe stato più utile il contrario.

Perché la natura umana è orientata al vantaggio, al guadagno e purtroppo allo sfruttamento dei sui simili, e senza un popolo critico e "furbo" rispetto, ad esempio i propri governanti, che invece lo sono assai, non potrà che soffrire e morire di fame, dopo essere stato derubato del frutto del suo lavoro.

L'unico modo di non essere sfruttati è non farsi sfruttare.  Essere ingenui non aiuta di certo, questa purezza è un merito solo finché si è bambini, ma poi bisogna crescere.
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Non è che si può chiedere al leone che non ci mangi, solo  perché abbiamo per sbaglio aperto la sua gabbia allo Zoo pensando che fosse invece la toilette. Questo per significare che alle scelte anche fatte in buona fede bisogna comunque affrontarne le conseguenze.  


Non esiste nessun poliziotto che possa difenderci se accade qualcosa di brutto, nessun soldato è migliore di noi stessi, in particolare nel difendere i nostri diritti di essere umano. 
Invocare una Giustizia, fatta da un legislatore distante da chi poi dovrà subire gli effetti di tale legge, e così pensare che questa norma scritta da privilegiati per opinabili motivi etici che nella realtà sono invece utili principalmente ai loro interessi, ebbene che questa "giustizia scritta dai ricchi per i poveri" e così lontana dalle persone oneste e comuni, ci difenderà al nostro posto è veramente puerile. 

Ecco perché affermo che la "quasi verità" come quella di Terzani, e quelle che leggo continuamente e ovunque sono peggio della menzogna.
Come diceva il signor G "Una coscienza libera e sviluppata ne saprà sempre di più di tutti i libri e i maestri messi insieme".