Se le parole perdono di significato, allora riempirò con il vuoto le mie mani.
E quando sarà..pagherò tutti i miei debiti con un unico sorriso.
Se le parole perdono di significato, allora riempirò con il vuoto le mie mani.
E quando sarà..pagherò tutti i miei debiti con un unico sorriso.
Ogni tanto mi capita di non dormire.
Lavoro, mangio, vado in giro, sbrigo le mie faccende e invece di andare a letto come al solito resto sveglio.
Non mi annoio né mi dispero. Però non guardo la TV, rispolvero vecchie foto, leggo, metto a posto la casa.
Quando arriva quasi mattina il mio cervello inaspettatamente crea dei pensieri e riflessioni strane. Una voce interiore mi parla o meglio mi suggerisce.
Così stamane ho pensato: Tra qualche tempo, magari un po' di più, morirò, e ammettendo che esista una nuova vita (figa un'altra!), ho immaginato di avere il potere di sceglierla. Qualunque tipo di vita a mia disposizione, senza limiti.
Mi sono creato bellissimo, affascinante, intelligentissimo, ricco insomma perfetto, cioè senza difetti fisici, mentali o materiali. Un destino benevolo, madre e padre meravigliosi e saggi, tantissimi amici, donne che solo che le guardo mi cadono ai piedi. Un lavoro utile all'umanità, riconoscimenti da parte delle persone importanti e anche di quelle semplici. Insomma una vita come quelle di cui si scrivono le biografie e che vendono anche tante copie. Trovare lungo questo cammino futuro una donna bella che mi ama, ma non è gelosa e sopratutto mi fa fare tutto quello che voglio.
Una famiglia da creare con questa bellezza senza difetti, senza screzi, solo tanto amore e rispetto.
Infine trascorsa questa vita futura, dolcemente addormentarsi per un nuovo breve sonno eterno.
L'ho detto che non ci sono limiti alle richieste.
Questo uomo ancora da venire possiede anche un buon carattere, è sensibile, empatico, si occupa con altruismo del suo prossimo. Insomma ci ho messo il meglio del meglio, non solo cose, ma anche sentimenti.
Sono rimasto attonito dalle conseguenze implicite in questo fantastico essere umano che prendeva vita nella mia fantasia. Sono sorte immediatamente delle terribili contraddizioni in questo piano idilliaco.
Un super figo così descritto mi è parso subito deprivato dell'umiltà, perché talmente superiore a chiunque che evidentemente non poteva che essere orgoglioso.
Le donne ammaliata dal fascino di questo playboy? Una lista di ex lunga come un elenco telefonico. Diciamolo fuori dai denti, dopo un po' tutte le donne ti stufano, lo sanno quelli che ne hanno avute tante. Quante ne vuoi provare? Alla fine la quantità non è garanzia di significato.
L'amore romanticamente dipinto con la donna perfetta? Ammesso che esiste una tale donna, la scelta include solo le personali caratteristiche non quelle degli altri, è dunque un'incognita trovare una simile anima gemella se non proprio un miracolo. Insomma due cuori e un superattico è un progetto un po' banale. Lo pensano e lo desiderano tutti, nessuno lo realizza. Un motivo ci sarà.
Continuando l'analisi di questo tripudio di qualità e capacità in un solo uomo, ho chiesto a me stesso: Quanti amici aveva Einstein? Credo pochissimi. Certamente alcuni colleghi, ma amici secondo me non ne aveva. Di che cazzo parli con Einstein?
Quanti amici veri ha un miliardario? Nessuno.
Immagino anche un moderno Leonardo da Vinci però affascinante ed etero. Anche lui con chi parla e sopratutto chi lo capisce? Chi lo sopporta un genio, bello e facoltoso?
Ecco che sorvolando per brevità su tutte le contraddizioni che ho evidenziato in me stesso, sintetizzo: "Ogni superiorità è un'esilio".
A riprova di ciò proprio ieri ho colto al volo un programma televisivo, ambientato nel napoletano, dove in una sorta di castello sono organizzate feste...Sfarzose ma un po' trash.
Ho visto la celebrazione di un signore che tutti chiamavano Don oppure Boss. Un personaggio a suo modo anche simpatico con tantissimi parenti e amici che festeggiavano il suo anniversario di matrimonio.
Mah! Personalmente mi vergognerei ad usare un titolo più adatto a un pregiudicato che a un padre di famiglia, ma quel tizio "il Boss" non pativa alcun imbarazzo; Sua moglie dopo quarant'anni di onorato servizio matrimoniale invece lo amava, anzi lo adorava.
Così almeno sosteneva lei, anche se mi è parso eccessivo quel fervore. Ammetto che la mia perplessità è un po' prevenuta, perché sono sempre sospettoso a riguardo dell'ultima forma ancora accettata al mondo di schiavitù cioè il matrimonio e dei suoi sostenitori.
In ogni caso tutti i partecipanti al party partenopeo erano felici, consanguinei, amici e pure i camerieri che dovevano lavorare.
Per me non ci sono dubbi: qualcuno aveva messo nelle sfogliatelle della metanfetamina (l'unica cosa che i giapponesi hanno inventato senza copiarla dagli altri).
Anche i parenti erano amichevoli. Dai! Nessuno ci può credere. Dunque erano sotto effetto di un simpaticomimetico.
Poi c'era nel medesimo programma un ragazzo che festeggiava il compleanno, per l'esattezza i suoi diciotto anni. Indossava una giacca realizzata a copia di quella di un calciatore famoso durante non so quale manifestazione. A me quella giacca sembrava un Kandinskij con le tasche e i bottoni.
Questo giovanotto aveva al seguito un centinaio di amici festanti. Un ragazzo non certo bello, non molto istruito (aveva difficoltà ad esprimersi in un italiano appena comprensibile) con un viso da primate che Lombroso non avrebbe definito con magnanimità, insomma senza voler essere critici, era meno che ordinario.
Mi è sorto forse con un po' di invidia, un paragone.
Quando ho compiuto diciotto anni non avevo questo stuolo di adoratori. C'erano solo mamma e papà, una torta neanche troppo grossa e un regalino e via andare...Eppure allora mi ritenevo un bel ragazzo, istruito, simpatico, allegro.
L'illetterato con indosso il "tre bottoni" variopinto era invece circondato da questi sostenitori esultanti.
Cento amici? Umanamente è impossibile averli in una vita, figuriamoci a diciotto anni. Per non accorgersene che c'era qualcosa che non tornava doveva avere almeno un danno cerebrale, probabilmente da abuso di Paranza.
Ho realizzato così che il consenso spesso non è legato alle qualità intrinseche di chi lo gode. A volte, per non dire sempre, è il contrario.
In poche parole una vita splendida, come quella che avevo pensato per la mia prossima incarnazione si è immediatamente palesata come una trappola per l'anima. Un'esistenza ad alto rischio di ipocrisia.
Inoltre, la noia di un esistere tempestato di successi mi è parso subito un muro invalicabile a chi voglia conoscersi al di là degli effimeri traguardi che gli indicano come fosse vero: "Sei un grande, sei bravo, sei utile all'umanità intera".
Insomma, tutte quelle certezze cedute dagli altri a chi onestamente non le può vantare, ovvero un essere umano con le sue irrinunciabili miserie, non sono credibili.
Ricordo da ultimo che invecchiando, anche il più fortunato diverrà una persona come le altre.
Finché le cose vanno bene nessuno riflette seriamente e onestamente sulla propria vita e su se stesso. Purtroppo la natura umana non lo permette.
L'uomo avvia la riflessione solo quando qualcosa va storto. Finché tutto fila liscio non lo sfiora nessun pensiero né dubbio alcuno.
Allora ho ipotizzato: meglio una vita di sola sofferenza?
Per favore! Il masochismo non è garanzia di valore. Quanta gente a questo mondo è diseredata e disperata? Quasi tutti, purtroppo ma non è certamente detto che sia più profonda o saggia dei più fortunati. Solo perché una persona ha lo stomaco vuoto o gli mancano le gambe non gli è garantito un posto numerato in Paradiso.
La sfiga non nobilita nessuno, diciamo chiaramente.
Ecco che mi sono domandato alla fine cosa ha valore?
Il linea di principio quasi nulla, infatti il concetto di "valore" è all'interno di una classifica estremamente opinabile e soggettiva.
Esistono forse qualità auspicabili per tutti?
Credo di si, ovvero tutte quelle doti che non solo ci fanno vivere bene, ma fanno vivere bene anche gli altri.
Direi che una felicità, un benessere, un calore e una benevolenza tra simili, scambiata e allargata è una cosa buona. Non per amore della morale o bontà sostenuta dalla religione, ma è una semplice verità oggettiva.
Una persona felice non può esserlo completamente se altri intorno piangono. La sensibilità che permette di cogliere la vera felicità è irrealizzabile senza compartecipazione dei nostri simili o più esattamente, quasi uguali.
E' il motivo per cui i ricchi si isolano, stanno tra di loro. Come fai a mangiare quando gli altri muoiono di fame? Ti va tutto per traverso.
Se invece una persona semina dolore, rancore, infelicità per suo tornaconto o per una sorta di malvagia invidia nei confronti dell'umanità, per odio verso gli altri, secondo me ha qualcosa che non va. Perché generalizzato questo comportamento ed esteso al mondo intero, questo mondo diventerà subito un Inferno, tipo quello in cui viviamo, tanto per intenderci.
A un certo punto ho detto tra me "Non è facile scegliere la vita da vivere" anche avendo un potere quasi assoluto come nel mio sogno.
Così ho ricordato la mia esistenza e quel quadro composto dai molti colori fatti di gioie, illusioni e sofferenze si è leggermente chiarito. Ho compreso meglio il tortuoso sentiero che attraverso e di cui praticamente ne scorgo a malapena un passo dopo un passo.
Ecco cosa alla fine ho realizzato. Tata!
Rivelazione insonne in arrivo sul terzo binario del delirio, pregasi spostarsi.
Non bisogna focalizzarsi sulle "carte buone" da ricevere dal croupier, bisogna invece fare il punto su cosa manca. E' creare le occasioni per cogliere ciò che non hai, o meglio ciò che non vedi in te stesso, il vero obiettivo. Infatti sono convinto senza prova alcuna che nulla può essere aggiunto alla nostra natura ultima, ma solo riscoperto.
Se si considera transitoria l'esperienza di vivere, forse è duraturo il senso che se ne trae da tale esperienza, allora questo cambia prospettiva e ci obbliga a considerare i modi di colmare le presunte mancanze che in realtà non sono mancanze ma solo momentanee amnesie.
Il punto si fa oggi, adesso in questo esatto momento.
Cosa non ho capito da questa vita che vivo? Quasi tutto, va bene, però qualcosa ho inteso. Ho da computare anche delle qualità? Beh! Quelle che ho visto scaturire inaspettatamente e anche quelle di cui sono carente o credo di esserlo.
Esempio: la scrittura e il racconto.
Questo è qualcosa di pertinente, visto che ora batto sulla tastiera e compongo parole.
Come mai è difficile scrivere bene, ma lo è ancora di più farsi capire?
Una voce dal fondo del mio talamo (inteso come parte del cervello, visto che non dormo) grida: "No non è che ti esprimi male è proprio che stai sulle palle a tutti e non ti si fila più nessuno". Rido, anzi sorrido solamente.
Tornando un po' serio, azzardo una risposta per intendere più in generale quello che ho già accennato, forse ci sono tante cose che non si riconoscono, perché spaventano o più semplicemente non piacciono.
Personalmente trovo mancante in me stesso quell'umiltà intellettuale che mi permette di trasformare un messaggio e commisurarlo alla portata dell'interlocutore.
Ho questa nobiltà inestirpabile per cui non mi abbasso quando mi esprimo. "Alzati tu se vuoi qualcosa di buono" è il mio modo istintivo di pormi, questo però è presuntuoso. Faccio ammenda pubblicamente.
Dovrei necessariamente semplificare il mio discorso ed evitare di assegnargli un giudizio di valore, anzi rendere in essere la mera constatazione che si è solamente diversi. Se ci si vuole intendere, una strada bisogna pur trovarla.
Chi ha più strumenti da suonare è dunque tenuto ad usarli per creare la musica che anche un altra persona riconosca.
Non hai mai sentito suonare un pianoforte? La musica è uguale anche se tu l'hai ascoltata sempre suonata da un piffero.
Pare diversa, ti sembra che abbia accordi più complessi, ma il canto è il medesimo.
Potrebbe però non essere riconosciuta.
Cos'è questo rumore? Dice l'uomo udendo un organo a canne. In fondo, in vita sua ha solo sentito cornamuse. E' comprensibile, l'incomprensione.
Creare poi le condizioni affinché questo ardito piano di vita, possa realizzarsi pienamente è l'impegno che si dovrebbe promuovere. Ammesso di averne il potere.
Ecco che per me non sono importanti i mezzi (da cui parti o che ti vengono forniti man mano) ma gli obiettivi o per meglio dire la ricerca cui aspiri.
Non è un traguardo cui giungere, ma qualcosa da compiere costantemente, eternamente azzarderei.
Mi ha colpito una frase di un saggio inaspettato, Armani: "Ogni evento o soggetto è transitorio, solo la ricerca è eterna"
Questo è ciò che ha valore.
E così in questa fantasiosa "sceneggiatura" di una vita prossima ventura ancora da realizzare, non sarà importante la scenografia, il finale e nemmeno il dialogo tra gli attori. Sono solo espedienti.
E' cosa rimarrà alla fine del film, cosa sarà quel sentore indistinto che trasforma lo spettatore, il vero capolavoro.
Ciò che importa è il senso profondo che ne trarrà chi lo guarda.
Quello spettatore sono io, ma lo sei anche tu della tua vita.
Ero in Vietnam, festeggiavo il Natale con un famiglia autoctona.
Faceva molto caldo e vi era una piccola piscina improvvisata, quelle che si gonfiano, ma faceva comunque il suo mestiere.
Il fratellino della mia amica aveva una faccia strana e chiesi informazioni. Sudava ma aveva freddo e non aveva fatto colazione, perché non aveva fame, quando di solito mangiava come un lupo.
I genitori, un po' da irresponsabili, gli avevano dato una forte purga, perché erano tre giorni che non andava di corpo.
L'addome del bambino era teso come un tamburo, per me fu evidente che aveva un probabile blocco intestinale che con il lassativo appena preso era a rischio di perforazione.
Una patologia subdola che non da scampo. In caso di perforazione del dotto intestinale sia ha poco tempo di vita, le feci entrano nel sangue e sei spacciato.
Insistei per chiamare un'ambulanza, ma tardava ad arrivare.
Così chiamammo di nuovo e parlai direttamente con l'operatore radio che conosceva l'inglese e il francese e mi feci intendere.
Mi spacciai per primario di Gastroenterologia è spiegai la mia diagnosi e l'urgenza,all'operatore del servizio di Pronto Intervento che addirittura mi passò un membro del'ambulanza che doveva giungere, ci parlai tramite ponte radio.
L'autista del mezzo, credo, ma non mi ricordo bene, parlava inglese come tutti loro, perché è un servizio militare non civile come da noi: Particolarmente efficiente che non mi aspettavo in quel paese. Queste cose le intesi dopo, perché la comunicazione intercorse su altro, più urgente e necessario.
Appresi così che il loro mezzo era bloccato nel traffico a causa di un incendio nella casa accanto a dove mi trovavo.
C'era il sospetto di un attentato e la polizia non faceva avvicinare nessuno all'area.
Gli ordinai di seguire un percorso alternativo lungo i marciapiedi e di entrare contromano nella via che, dal lato del senso normale di marcia era bloccata, ma dall'altro senso era ancora percorribile.
Glielo garantii, perché ero in strada davanti alla casa e vedevo chiaramente, inoltre l'incendio vicino era già stato domato.
Comunque le conseguenze di una sua eventuale mancanza gli furono chiare.
A volte sono un po' strano, quando mi trovo in situazioni del genere cioè "devo" fare qualcosa che ritengo importante, ovvero che posso fare solo io e in cui credo non vado avanti per mezze misure. Mi butto completamente anche se ho ben chiare le conseguenze, ma se decido vado fino in fondo.
Sembra pazzesco, quando c'è pericolo e urgenza, diventa tutto molto diverso ed è addirittura "normale" una conversazione come quella avvenuta, probabilmente il nostro cervello in quei casi funziona diversamente. Oppure funziona così solo il mio.
Mi ricordo che quell'uomo mi assicurò il suo impegno, mi disse "Sono un militare". Bene, gli risposi, ho fiducia in te, ma devo avvisarti comunque che non scherzo.
Dopo poco l'ambulanza arrivò.
Uscii di nuovo in strada ed avvisai il personale sanitario appena arrivato di non spaventare il bambino, lo avevo già preparato dicendogli che per Natale gli avevo prenotato un giro in ambulanza e una visita all'Ospedale. Gli avevo presentato la situazione come fosse un gioco, il mio regalo per le feste natalizie. Ci aveva creduto.
Informai gli infermieri di non legare il bambino sulla barella come si usa, ma se possibile di tenerlo in braccio seduto sulle ginocchia di uno di loro, in ogni caso era importante che la cintura di sicurezza non passasse assolutamente sull'addome, anzi era preferibile abbracciarlo sul petto e la cintura secondo la mia opinione era meglio se la metteva chi lo teneva.
Mantenere tranquillo il piccolo paziente era fondamentale per non aggravare quel pericolo che avevo sentito dentro di me.
Il militare dell'ambulanza con cui avevo parlato al telefono si presentò; Mi disse che avevano avuto un incidente, ma era riuscito comunque ad arrivare. Aveva il braccio rotto (non una vera frattura, ma solo un'infrazione al radio) mentre l'ambulanza era abbastanza integra e funzionava ancora. In ogni caso un'altra l'avrebbe raggiunta e accompagnata.
Gli legai il braccio con una tovaglia e gli proibii di andare con gli altri, dissi: "Prendi un Taxi, perché non solo sei inutile con un solo braccio, ma se svieni sei anche di intralcio".
Diedi le ultime istruzioni per portare il piccolo in un'ospedale avente un reparto di gastroenterologia, da allertare per essere già pronto per l'operazione d'urgenza, preferibilmente potendo allestire una sala operatoria nelle vicinanze del reparto di radiologia dove certamente avrebbe fatto l'esame preventivo.
La tempestività in casi del genere è determinante.
Oggi mi pare impossibile, ma nessuno in quei momenti mi contestò; Parevo un generale e davo istruzioni che venivano eseguite senza discussione.
Dunque vita per vita, sembra assurdo anche solo a scriverlo, ma è nella mia logica. Faccio fatica perfino a riconoscermi, ma in quei frangenti ho come una trasformazione.
Visto che ora sono a narrare questa avventura di vita vissuta, appare evidente che l'uomo che avevo minacciato non pretese "soddisfazione".
Le forcine di Giada cadevano quando appoggiava la testa al cuscino.
Il segreto è rimasto nell'angolo dove lei si truccava.

Un paio d'anni fa mi trovavo a Langkawi in Malesia. Come al solito gironzolavo in scooter. Mi faceva compagnia una ragazza coreana che avevo conosciuto durante il viaggio.
Così, prendendo strade a caso e attraversando piccole città e villaggi ci trovammo di fronte a un tempio buddhista: il tempio della Fortuna (Lucky Temple).
Ci entrai da solo, e attraversatolo giunsi in un ampio giardino. Vi erano diverse statue del Buddha, ma con sorpresa mi accorsi che la più grande era ricavata nella montagna incombente proprio sul limitare di quel giardino.
Una figura che troneggiava lungo una parete verticale che mi guardava con quel sorriso serafico che contraddistingue sempre la rappresentazione dell'Illuminato, ma di proporzioni gigantesche.
Sarà stata alta trenta metri, scolpita direttamente nella parete nera a precipizio. Non oso pensare come avessero fatto a realizzarla.
Provavo una strana sensazione, ero calmo e stranito nel medesimo tempo.
Pensai: "Magari è per via del caldo?" Così trovai un posto tranquillo e ombreggiato per sedermi.
Proprio vicino a dove mi ero seduto c'erano due persone che armeggiavano vicino a un'autovettura, una station wagon, uno solo di loro era un monaco. Le osservavo e intanto mi fumavo una sigaretta. Era strano, perché dal grande bagagliaio estraevano delle gabbiette per uccelli che contenevano appunto dei piccoli volatili.
Li avevano curati? Comprati al mercato? Non si capiva.
Dopo un po' che parlottavano tra loro, il monaco cominciò a prendere con le mani molto delicatamente questi uccelli e poi liberarli, lanciandoli in aria.
Mi ricordo che uno di questi uccellini addirittura tornò indietro e si infilò di nuovo nella gabbia così il monaco dovette ripetere la sua opera di favoreggiamento in evasione ornitologica.
Alla fine le gabbie furono vuote e i due uomini se ne andarono.
Ripresi a camminare e incontrai due monaci intenti al lavoro; Lavavano delle ciotole vicino a una fontana di pietra.
Per l'esattezza uno di questi le svuotava, l'altro invece le lavava, poi le mettevano capovolte ad asciugare su una lunga mensola di legno.
A me piace osservare queste scene ordinarie, ma generalmente mi faccio i fatti miei, l'Oriente mi mette sempre un certo silenzio addosso, a differenza della mia vita di tutti i giorni dove mi capita purtroppo di parlare anche un po' troppo.
A un certo punto, uno di questi due monaci addetti alle lavastoviglie si girò verso di me e mi indicò di proseguire verso un padiglione distante una cinquantina di metri, si fece intendere con un leggero sorriso e un cenno; Mi fece quel caratteristico segno come quando si indica ai bambini di andare in qualche posto, un gesto della mano che sembra un'amichevole sculacciata.
Seguendo quell'indicazione mi trovai in una sala di preghiera, tolsi le infradito prima di entrarvi e scavalcai il piccolo rialzo che si trova sempre in questi templi quando si entra in una stanza.
Il locale era ampio e arieggiato, il pavimento fatto con lunghi listoni di legno scuro lucidi che quasi riflettevano la luce e le figure.
A lato del centro, leggermente spostato alla mia destra, c'era un quadrato rialzato, e sopra "appollaiato" a gambe incrociate un vecchio monaco con la caratteristica veste arancione.
Feci un piccolo inchino appena varcato l'ingresso e mi diressi direttamente alla statua del Buddha che si trovava invece alla mia sinistra.
In un luogo di preghiera non si passa dal centro, almeno se non si sta celebrando una funzione, perché di fronte allo spirito che lì è venerato nessun ospite è così importante, si percorre invece il perimetro. Non si saluta nessuno in particolare entrando, si fa un cenno educato con la testa se ci sono altri, ma prima si prega e dopo vengono le persone. Lo spirito è come la luce, non si vede ma fa vedere dunque è per questo motivo che bisogna rispettare questa priorità.
E' una questione di umiltà e sensibilità. Lo scrivo solo a titolo informativo. In ogni caso io così feci.
Non sono buddista, sebbene trovo interessante la filosofia di quella che erroneamente è considerata una religione, però un mio amico lo è, e doveva subire un'operazione al cuore in Italia. Ero preoccupato per la sua salute.
Pregai il Buddha per lui.
Conosco il modo di inchinarmi e battere le mani, insomma come si fa, praticai in quel modo non per piaggeria, ma per rispetto degli usi e costumi di dove mi trovavo. Mi informo sempre per cercare di evitare brutte figure e nel caso non ho informazioni guardo gli altri come fanno.
Invece di andarmene dopo la preghiera, però mi sedetti su uno sgabello, vicino a quel vecchio monaco che registrava un discorso al cellulare, un modello di telefono vecchio quasi come lui. Incideva una sorta di sermone in quella lingua incomprensibile qual'è per me il malese.
Registrava brevi frasi, poi taceva, poi ancora registrava.
Stavo seduto, paziente, non lo guardavo, perché non volevo scocciarlo con la mia presenza, diciamo che mantenevo una distanza che ritenevo opportuna.
Mi sentivo bene in quel posto, molto a mio agio e così avevo colto l'occasione per fare una piccola pausa dal mondo. Della ragazza che mi aspettava fuori me ne ero completamente dimenticato.
Dopo una buona mezz'ora (dovevo essere proprio in pace quel giorno) mi alzai per andarmene, ma il monaco mi fece cenno di avvicinarmi.
Mi sedetti sui talloni come si usa e dopo una breve intonazione mi segnò la fronte con un impasto rossiccio e mi mise al polso sinistro un braccialetto rosso anch'esso ma con cinque palline bianche.
Lo ringraziai con un un sentito inchino e me ne andai.
Pensai: Che bello! Che fortuna questo tempio della Fortuna.
Appena uscito mi si ruppe l'infradito.
Lungo la strada per tornare in città, insieme alla mia amica incappammo in un temporale equatoriale che pareva rivaleggiare con il Diluvio universale.
Parcheggiai il motorino a lato della carreggiata e trovammo riparo sotto una tettoia, ma ormai eravamo entrambi fradici. C'erano diversi malesi, sorpresi anche loro dall'acquazzone e per quasi due ore aspettammo tutti insieme, vicini come in un ascensore che spiovesse. Grandi gocce di pioggia filtravano dal tetto di quella pensilina sgangherata e l'acqua a terra scorreva come un fiume del colore del Thé al latte arrivando oltre le caviglie. Di colpo il caldo opprimente si era trasformato in un freddo cane.
Ovviamente il concetto buddista di fortuna è un po' diverso da quello occidentale.
Mi giunse in quel frangente una piccola ispirazione e scrissi una poesia nella pioggia. Oggi che splende il sole l'ho ricordata.
"L'Inferno dei desideri è il medesimo del Paradiso dei non-desideri.
Giunto alla fine della volizione dell'ego, solo la compassione illumina di vita.
E' la carezza, all'anziana stanca, seduta a lato della strada nascosta che scalda il cuore del Bodhisattva"
Non c'è altro.