venerdì 22 agosto 2014

Sullo scrivere e altre stronzate.


Scrivere è più facile che parlare. Almeno per me. 
Ho più tempo per riflettere e sistemare le cose che mi passano per la testa.
E’ come mettere in ordine una dispensa, poi sarà più semplice cucinare un buon piatto avendo tutto a portata di mano.

Cos'è dunque la scrittura? E’ musica.

Fatta però con le parole come note musicali, i periodi sono in realtà accordi, le battute del dialogo che frammezzano la narrazione sono il canto, talvolta con una piccola dissonanza, mentre la melodia in sottofondo è la sceneggiatura.
L’esposizione è dunque una canzone; Qualche volta esce una sinfonia, altre volte un motivetto leggero-leggero di quelli che si fischiettato sul cesso.

La musica suscita emozioni attraverso i suoni e questi poi sensazioni e immagini; Similmente è per la narrazione dove, però le immagini sono lo strumento principale, passando dal cervello arrivano a toccare il cuore. Senza emozioni le immagini si stingono. 
I fatti per diventare ricordi devono immergersi nella tintura delle emozioni e dei sentimenti. Altrimenti i momenti della vita passano e divengono come i vice-presidenti americani, nessuno si ricorda più che fine hanno fatto.
La vera difficoltà non è lo scrivere in sé, cui basta prestare attenzione al ritmo, alle figurazioni che si suscitano e non fare grossi errori di sintassi.
Il vero scoglio è invece avere qualche cosa da dire.
Nel saper incidere sulla pelle del lettore la copia del nostro disegno pensato, ma un disegno originale.
A volte ho dentro come un demone narrante, fa tutto lui e mi sento uno strumento di qualcosa d'altro, ed è il momento che esce qualche cosa di buono.
E' ovvio come la morte che il nemico di ogni autore è la noia: la noia del lettore.
E' molto difficile essere originali, ma almeno bisognerebbe sforzarsi di essere divertenti e interessanti. Una canzone con una nota sola non può che sfinire, un motivo già sentito ti fa guardare da un’altra parte. 
Il senso che guida la lettura, ma anche la vita è la curiosità. La ricerca dello stupore però non deve diventare il padrone della storia.
La curiosità è un muscolo non un osso. Muove non sostiene.
Lo scheletro di un’opera è il senso profondo della vita che esprime. Profondo, inteso come vero; Non nel senso di colto, pomposo, accademico.
Avere qualche cosa di originale da esprimere, di effettivo e sentito da buttar fuori, ecco cosa serve, lo ribadisco.
Certamente è stato scritto già tutto, spesso male, a volte bene, raramente benissimo, ma nello stesso tempo ogni volta che un uomo esprime se stesso con autenticità grazie alla parola scritta, rianima questa entità eterna che è memoria dell’uomo, della sua umanità, delle vicende che lo vedono protagonista e spesso reo di molte azioni discutibili.
In alcuni casi è una costruzione asimmetrica d’incastri, fatta di personaggi, immagini, situazioni da impilare una sull’altra.
Non necessariamente deve essere dritta, basta che stia in piedi. 

Si potrebbe dire che, semplificando, è una trappola ben congeniata per l’attenzione e nei casi migliori: per la riflessione. 
Al momento opportuno, zacchete! Scatta una tagliola, un trabocchetto che fa sentire una vertigine, che inumidisce una guancia, che disegna un sorriso che instilla il silenzio nel lettore lasciandolo più ricco di non si sa bene che cosa.
Per preparare questa esca ci vuole solo un po’ di mestiere e un po’ di talento. 
A chi crede che bisogna avere ben presente un interlocutore in questa comunicazione mi permetto di disilluderlo.

Si scrive per se stessi, perché si parla a se stessi e si vive in se stessi, sempre e comunque. In particolare quando ci si rivolge a qualcuno.

Proprio ieri mentre prendevo il sole in piscina la mia vicina parlava in continuazione, parlava da sola.
Una conversazione a volte arrabbiata, a volte allegra.
La maggioranza l'avrebbe giudicata affetta da una malattia mentale. Una patologia che invece sono convinto abbiamo tutti, ma asintomatica.
Stava parlando secondo la mia personale diagnosi con la persona più interessante che non conosceva: se stessa.
In quella donna il soliloquio interiore che ci accompagna per tutta l'esistenza era solo più manifesto, forse più sincero.
La  sua "oratio concepta" si era fusa con la "oratio prolata".
Vale la pena riflettere che quando si da voce ai pensieri in realtà li si mistifica nell'adattare il proprio dire alla situazione, alle persone presenti, all'oppurtunità. 
La scritttura rende questo meccanismo automatico ancora più forte, in virtù del fatto che quello che è scritto resta.
Offre però, una maschera al suo autore che permette al suo volto di esprimersi liberamente; Grazie alla manifestazione del  suo modo di vedere il mondo, piuttosto che nel senso compiuto di quanto è scritto.
Quindi, la menzogna dice comunque la verità.
Chi scrive è un malato, a differenza di chi non lo fa che è molto più saggio e vive forse più comodo, .
Almeno nell'accezione più estesa di malattia.
La sua energia vitale, la sua sensibilità, l’intelligenza e infine la sua attenzione non sono dirette come nella maggioranza degli esseri umani, verso l’esterno, il mondo, la realtà palese.
Questo poligrafo è  un paziente solo apparentemente sano, infatti egli non si occupa volentieri di aggiustare la falciatrice, dei propri affari, di lavorare, di correr dietro all'altro sesso, di fare carriera.
Gli piace guardare il panorama, mentre passeggia in se stesso e così implode, generando una storia, a volte una poesia.

Perché?
Non c’è una buona risposta a una domanda simile.
Almeno io non l’ho trovata. Forse è uno sfogo, magari un modo di andare oltre l'ovvietà della vita. Si gioca a fare Dio, creando paesaggi e personaggi e facendogli vivere una storia.
Ho notato che quando vivo molto intensamente (?) o per meglio dire sono molto occupato e coinvolto nel mondo materiale non ho necessità di scrivere.
L’identificazione con il tangibile mi allontana dal mistero chiuso in ogni essere vivente, perfino quello dentro di me.
Giusto ora mi rendo conto che scrivo quasi sempre, cazzo!

La benzina con cui alimento il motore diesel(!) dei racconti è la disillusione. La sofferenza, la rabbia e l’ironia con cui curo la solitudine, ma non quella fisica di aver gente attorno, quella determinata dall'incomunicabilità assordante con cui vivo la mia vita di relazione.
La disperata constatazione che una profonda comunione con l’altro è impossibile. Certamente lo è con le parole.
Allora perché comunicare?
Credo che nei migliori dei casi sia un modo di suggerire, di mettere un seme nell'altro, di aprire una porta che non necessariamente deve essere attraversata.
Un'occasione di autoanalisi tramite un prodotto artistico. Un modo di specchiarsi in una pagina scritta.
Chi vive senza una forma d’arte qualsiasi nella propria esistenza è più fortunato dei poveri cristi che si danno una gran pena per cercare tramite l'arte, la bellezza. 
Perché la bellezza è l'ultima e l'unica destinazione dell'anima. La bellezza convince tutti, persuade  senza bisogno di avvocati.

I miei simili però, non cercano la bellezza ma la soddisfazione e a quanto vedo non hanno grosse inquietudini, tormenti.
Almeno non hanno quelli che ho io. 
Forse non colgono per loro ulteriore  fortuna, l’agghiacciante panorama del vivere nel suo scenario complessivo su cui il mio sguardo invece cade, anzì inciampa.
La sofferenza in loro è determinata il più delle volte da un problema fisico, materiale; Cose come i soldi, l'influenza di stagione, la promozione in ufficio che non arriva, la suocera che invece arriva ospite per un mese in casa. 
A volte sono torturati da un dolore psicologico, cioè dalla frustrazione nel non poter raggiungere quello che vogliono oppure nel perdere quello che credono di possedere.
In loro, la nevrosi non è generata dal confronto con una società fatta di regole arbitrarie, ma dal non passare quel traguardo che quella medesima società gli indica come auspicabile e fonte di felicità.
La connotazione che li rende uguali, ma non migliori è l'acriticità con cui guardano il mondo.

E' paradossale che una società iniqua che produce sofferenza e disagio in tutti, perfino nei ricchi,  prometta la felicità ai suoi sostenitori più convinti. Come si può dare ciò che non si possiede? 
Il quadro dell'ordinarietà è così sempre disegnato a tinte forti, ma resta banale, senza offesa per nessuno.

Personalmente sono andato oltre, ma non certamente più avanti. Pratico solamente altri giochi.
Fino a quando? Credo, finché esaurirò la scorta di rompicapo che questa esistenza mi mette a disposizione. Poi andrò a ramengo come tutti.
Mi distraggo, e a ben vedere ci distraiamo tutti, nell'attesa dell’ultimo rebus che non possiamo risolvere.
Il Test Kobayashi dell’Esistenza per chi sa di che parlo.

Un’immagine vale mille parole.
Prendo a prestito un ricordo che coloro con una mano di pittura per esemplificare il mio pensiero.

Da bambino quando andavo al Luna Park c’era la giostra. Tutti i bimbi cercavano di prendere la “codina” per fare poi un altro giro gratis.
Invece di cercare di prendere il premio, quando ci salivo sopra, guardavo la giostra, i bambini, il giostraio, gli spettatori, il sole, la nuvoletta in fondo a destra.
Mi divertivo con il gioco, ma anche con l’immagine generale; Ero fuori da quel contesto, osservandolo; Anzi direi che era il contrario: Perché ero ancora di più in quella circostanza. Solamente vi entravo con altre prospettive.
Una volta ho anche preso al volo la “codina” ma solo perché mi sventolava davanti e ho fatto come il gatto quando acchiappa il passerotto. Non mi ha dato un’ebrezza particolare.

Mentre eseguivo queste piroette della coscienza in groppa ad un cavallino di plastica, mi domandavo il senso di quel daffare.
L’effimera soddisfazione di un altro giro di giostra, quando poi si conosceva già l’esperienza.
Qual era il senso di ripetere lo stesso gioco continuamente?
In quel caso, un divertimento circolare che dava l’impressione di andare chissà dove, ma che in realtà ci faceva restare sempre nello stesso posto.
Una metafora della vita? Forse, ma solo per chi se ne accorge.
Ovviamente ero un bambino disturbato, però "E’ così bravo a scuola" diceva la maestra.
In ogni caso non se ne accorse nessuno allora e neppure se ne accorgono adesso.

Da piccoletto, trascorsi così un periodo come assiduo frequentatore di giostre.
Ci andavo da solo o in compagnia di qualche amico per provare ogni attrezzatura.
Da bambino godevo di una certa liberà. I miei genitori erano convinti sostenitori dei vantaggi di un’educazione siberiana: arrangiati e sopravvivi.
Non mancavano mai però, di volermi bene, anche quando tornavano a casa stanchi dopo il lavoro. 
Qualche volta mi punivano per una marachella, ma con amore, senza esagerare.
Tornando alla mia esplorazione tra i giostrai, devo confessare che il momento topico della mia peregrinazione fu banalmente: il Tunnel del Terrore.
Inutile aggiungere che non mi spaventò per nulla.
Il vero orrore lo avevo già colto, ma fuori da questo spettacolo allestito alla belle e meglio. Durante la visita mi accadde però un fatto stranissimo.
All'interno del tunnel, oltre ai soliti pupazzi, scheletri, streghe c’era un fantasma. Un fantasma vero.
Nel senso che era un operaio delle giostre con un lenzuolo sulla testa.
Il “clou” di questo spettacolino si compiva grazie a questo figurante che sbucava fuori da un angolo buio, e spaventava a morte il visitatore di turno.
Quando toccò a me invece restai impassibile come un bonzo vietnamita che si da fuoco.
Il poveruomo rimase credo deluso, perché mi seguì come un segugio e non contento mi fu addosso.
Fu un  "faccia a faccia" o meglio, un musetto di bambino contro un lenzuolo bianco del Ku Klus Klan.
Dal carrellino su cui ero appollaiato, in risposta alla sua invasione terrorizzante, gli piantai un cazzotto. 
Una botta talmente forte che cadde indietro e sparì.
Un colpo a mano aperta, tipo karate che mi uscì d’istinto, manco avessi preso la cintura nera il giorno prima.

Lo beccai probabilmente alla radice del setto nasale. Quindi fuggii rapido come un ninja, saltando giù dal mio girello e senza completare il tour, per evitare complicazioni.
M’informai dopo qualche giorno, grazie ad un amico mandato in avanscoperta della situazione.
Il tizio non lavorava più nel Tunnel del Terrore, al suo posto c’era una sorta di trespolo con sopra il lenzuolo di scena.
Avevo così stroncato una brillante carriera di una comparsa horror.
Non mi sentivo in colpa, secondo la mia etica -se l’era cercata-.
A nove anni devo dire che avevo già una bella “castagna” che mi è tornata utile in diverse occasioni.
Disprezzavo le prepotenze sui deboli che non ho mai perpetrato, ma non perdevo occasione per menare le mani con chi cercava di mettermi sotto. Avevo capito quasi subito, nella mia visita su questo pianeta che c’è sempre qualche -pezzo di merda- travestito da essere umano che ti vuole mettere sotto.
Spesso i nani (intellettualmente e spiritualmente) per alzarsi, cercano di montarti sulla testa e piegartela sotto il loro peso.
Quasi da subito ho cominciato a combattere per difendere la mia dignità, ma con buon senso, altrimenti marcirei in prigione come pluriomicida.

Tornando al mio discorso ambizioso sullo scrivere, si vede come con il piccolo aneddoto raccontato si possa viaggiare nel tempo e nello spazio senza alcuna fatica. Addirittura si possa viaggiare nella vita di un altro.
Anche il significato può cambiare, può essere compreso letteralmente o metaforicamente perché la parola, in particolare la parola scritta ha più dimensioni.
Si può leggere in superficie, prima, dopo, in stralcio e in profondità.
La bellezza della scrittura è nella sua multi-dimensionalità.
Ci sono anche  diverse forme retoriche che sono strumenti meravigliosi per incantarci in qualche storia e allargare magari i nostri orizzonti.
Come si usa dire: La mente è un paracadute, se non l’apri non serve.

Ecco che mi appresto a dare consigli, cosa che odio, perché inutile.
Consigli a me stesso.
Il migliore che mi rivolgo è quello di non vedere il compimento dei miei sogni;  Perché è l’attrito che genera il calore,  l’energia si produce dalla decomposizione e dal decadimento di uno stato. La metamorfosi che si traduce in azione e in effetto.
Quando tutto scorre liscio, senza fatica, è il segnale che si va in discesa, che si sta scivolando verso il basso.
E' come in una conversazione.
Sull'ovvio e sul banale siamo sempre tutti d’accordo.
Appena però  si esce dai luoghi comuni e dalle categorie condivise i problemi  di comprensione saltano fuori come i funghi dopo la pioggia.

Mi auguro così l’insuccesso? Non saprei cosa rispondere.

Mi torna in mente un detto della montagna:  "Se non hai freddo, hai portato troppi vestiti. Se non hai fame, hai portato troppo cibo. Se ce la fai e arrivi in vetta, forse vuol dire che era troppo facile".

Non so, forse non serve vedere altre cose, ma scoprire cose diverse in ciò che tutti abbiamo davanti agli occhi. 

giovedì 21 agosto 2014

La Tenda Rotta.

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Il grande esploratore Piotr Vassily Baskin e il suo fido cane-slitta Ivan Drogo, avanzavano indomiti nella distesa ghiacciata delle Five Lands Liguri.
La tormenta segnava l'orizzonte con nuvole grigie rigate dal candore abbacinante dei turbinii nevosi.

 Baskin, armeggiava con la slitta, sistemando il carico e parlottando fra sé e sé sulle anomalie della perifrastica attiva e passiva. Il suo fido compagno guaiva intanto preoccupato, palleggiando lo sguardo: ora all'indirizzo del  prode avventuriero, ora verso la tempesta.
Piotr, captativo, lo rassicurò: "Non preoccuparti, nulla di male può accaderci. Ho il dono della preveggenza, prevedo il passato e nei miei giorni migliori anche il congiuntivo."

Ivan di rimando abbaiò: "Karasciò tovarish. Davai, davai".
Poi, la tormenta li ghermì.
Freddo, acqua, neve, lampi e frastuoni.
Il nostro capo spedizione inveiva contro tutto e tutti: "Che cazzo di rave è mai questo? Tanta strada per sfruttare un free-drink che mi hanno regalato,  e poi non si trova manco il bar"  Gridava così Baskin, mentre le possenti folate gelide disperdevano le parole e non si sentiva più una mazza.
Di riamando, Ivan Drogo disse: "Ma con tuto sto nevicare ci prendiamo una bota di neve?". 
Egli, fraintese: "Chi si piglia la botta? Nulla deve essere toccato della razione K di sopravvivenza! Difendiamo la Santa Barbara! Cazzo Ivan, facciamo quadrato come ad Austerlitz" urlò, l'indomito esploratore.

Quindi, estraendo l'arma del suo avo (una pistola 7.65 ad avancarica perennemente inceppata) la spianò verso il niente a mero scopo intimidatorio.
"Dov'è il Grizzly, Ivan, tu dimmi solo dov'è che gli raso il culo a quel -latro- di vettovaglie". 
 
In verità l'istantanea che si compose in questo cataclisma fu emblematica.

Lui, con maschio coraggio faceva scudo con il proprio corpo alle salmerie, in una mano l'arma, nell'altra un  nodoso bastone leggermente paraboloide che la Natura gli aveva offerto; Drogo, con canino imbarazzo per la situazione paradossale, gironzolava intorno al Leonida dei ghiacci, mostrando almeno compartecipazione e talvolta mordendo la neve come sostegno alla  lotta feroce ormai prossima.

Neanche  l'Onnipotente avrebbe potuto metter mano alle  scorte del Glande Pioniere.
Tale era il giusto livore e il paterno affetto con cui le custodiva.

La sua francescana dispensa, inviolabile, ammontava a pochi sacchetti di pizza, congelata, ma Buitoni all' 87%. Non era molto, certamente, ma era tutto quello che aveva e soprattutto: a cui teneva. 

Come avrebbe detto un maniaco su un autobus: -la tensione era palpabile- nell'attesa del conflitto immaginato; Dolorosa e inopportuna come un crampo prima di un gesto olimpico.
Nulla accadde però, nessuna tenzone, nessun eroismo, neanche un'intonazione di una ballata cavalleresca, perché nessuno era sopravvissuto al freddo polare di quelle latitudini.
L'unico nemico fu invece lo scorrere del tempo; Al modo de: -Il Deserto dei Tartari-  passarono le ore, poi i giorni, quindi  le settimane e infine i mesi in una estenuante attesa di un evento cruento che quando  accadde fu  invece salvifico.

Erano entrambi alle strette con i "pieti" quasi completamente congelati, fatto salvo per il calcagno destro di Adamantio del nostro eroe. 
Gironzolavano da molto senza meta e senza una mappa precisa, quando infine giunsero alla Taiga ghiacciata di Sestri Levante. 

Apparivano due granatieri napoleonici in ritirata dalla compagna di Russia che mestamente attraversano il lago Bajkal. Zoppicavano, stretti l’uno all’altro come gemelli siamesi, puntellandosi vicendevolmente su quella lastra liscia e ghiacciata come una lapide.
Fieri nello spirito se non nella marcia, malconci nei vestimenti e, ad onore del vero, entrambi un po' carenti nell'igiene personale, videro l'unico rifugio rimasto che raggiunsero, ormai stremati e intirizziti all'inverosimile. 
Era la gelateria Tritone.  

"Due granite piccole"- Ordinò deciso, Piotr Vassily Baskin, rincuorato dalla inaspettata fortuna e già noto al mondo accademico per la sua generosità munifica.
"Offro io, non preoccuparti del prezzo, Ivan." e così dicendo aprì il suo -borsellino da nonna-  consunto e di forma gnomica, ma "ahi loro" vuoto. 
Non certo per avarizia, sia chiaro, ma perché la sua innata nobiltà lo faceva dimentico del vile denaro.

"Come, Ivan non prendi nulla? Hai tre Euro per la mia granita?".
Inaspettata fu la reazione del,  fino ad allora, fedele segugio dell'est; Lo guardò dalla feritoia dei suoi occhi congelati e in perfetto emiliano l'apostrofò: -Ma va a'cagher-
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Poi, ratto  fuggì via...Verso l'Ucraina che almeno lì c'è un bel calduccio e certamente si rischia di meno.
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giovedì 31 luglio 2014

Un miraggio chiamato Domani


Come detto tante volte non parlo mai di me stesso. Faccio seguito ad alcune riflessioni che desidero trascendere.
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Nella mia prima giovinezza ho conosciuto la miseria e la brutalità di un conflitto militare; Grazie al cielo quella tragedia non riguardava la mia terra.
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Se mai c’è un esperienza che può togliere il velo di romanticismo che avvolge l’avventura delle armi è proprio la guerra stessa. Non vi è niente di nobile nella distruzione e nella morte che si presenta nuda per quello che è: semplicemente la fine di tutto.
La prima vittima di un conflitto è la speranza, la speranza che esseri umani diversi per etnia, cultura, storia familiare possano andare d'accordo.
Tutti sono bravissimi a costruire muri, ma pochissimi uomini riescono a vedere oltre di essi.
Un'avventura che ho voluto sperimentare per quella sorta di incrollabile sensazione di invincibilità che è propria della gioventù, cioè di chi ha poca esperienza del mondo e di se stesso.
Essere giovani è un momento magnifico della vita, anche se dura poco. Cadi e non ti ferisci, sei sempre allegro e hai un'inesauribile voglia di scopare, però con gli anni ti rendi conto che guidavi una Ferrari F40 ma non sapevi dove andare. La Natura ti aveva dato un sacco di optional nella tua automobile sportiva e velocissima, ma non il GPS.
 
Considerazioni a parte, sono partito che ero un ragazzo e sono tornato dopo pochi mesi che ero un uomo, certamente non per ciò che avevo imparato ma per quello che  avevo  perso. 
Molte illusioni infatti sono rimaste in quel luogo che avevo visitato con una spedizione militare che eufemisticamente si era chiamata missione di pace.
Passati più di venti anni quei territori bruciano ancora, e questo la dice lunga sul senso di ciò che è stato fatto o meglio non fatto per una fattiva volontà di pace che appartiene a pochi uomini nella realtà ed è invece proprietà di molti solamente nelle parole.
 
Altre esperienze, a volte addirittura più traumatiche, mi attendevano lungo il percorso della vita, ma non le potevo immaginare allora. Come avrei potuto? La nostra ignoranza ci condanna e ci salva nello stesso momento: non sappiamo cosa siamo, perché esistiamo e cosa accadrà tra un minuto. Non conosciamo nulla di quello che ci riguarda, figuriamoci del resto.
Penso che questa cecità che tutti abbiamo sul domani, un domani che rincorriamo lanciando avanti i nostri desideri, sia stata per me una fortuna; Altrimenti avrei avuto la tentazione fortissima di tirarmi indietro.  Così, invece di venir trascinato dal mio destino gli sono andato incontro.
Oggi però sono ancora in piedi,  pieno di cicatrici ovviamente, le più dolorose non si vedono, ma sono segni che vivo come tatuaggi rituali e virtuali: mi ricordano chi sono, cosa ho fatto e soprattutto di cosa sono fatto.
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Tra i più vividi ricordi c’è ne uno apparentemente banale, avevo più o meno otto anni. Un giorno mentre stavo giocando mi fermai a pensare alla miseria;  Un pensiero inaspettato che non avevo mai formulato in me stesso e che mi investì con uno schianto con la forza potente dell’immaginazione che è propria dei bambini.
Mi sentii veramente solo al mondo.  Nessun genitore, nessuna casa,  povero e senza garanzie di fronte a un mondo grandissimo. Un mondo bello, ma indifferente. 
Un pensiero suggerito da chissà cosa, non ho idea cosa lo abbia ispirato, magari solo il parto della mia fervida fantasia che con gli anni è divenuta ancora più ricca. Forse un suggerimento del mio animale totemico.  
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Provai in quei momenti, pensando alla povertà, una sensazione di acuto orrore e di sordo terrore.  Credo di non aver mai più vissuto così intensamente la paura e con un tale gelo paralizzante. Neanche nei momenti in cui ho visto la morte in faccia.  Neanche negli attimi dove le circostanze mi hanno obbligato a combattere per la mia vita e così a conoscere la misura del mio coraggio e della meschinità generata dalla pochezza di ogni uomo, me compreso. 

Rovistando in questo ricordo mi imbatto involontariamente in altri attimi vissuti che valgono in certi casi, una vita intera. Momenti dove ho percepito l'amore, la  grandezza, il mistero e la bellezza del sacro che si nasconde perfino nelle peggiori apparenze.
Di quello però non parlo, forse per pudore nei confronti di questa dimensione senza misura e perché le parole sono inadeguate.
Ad ogni modo grazie alle esperienze, al confronto con la realtà, ho potuto vedere tutte le mie mancanze. Nulla è dimenticato in questo inventario.
A volte questi difetti si addormentano, ma non muoiono mai.
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Come dicevo, certe esperienze ti cambiano profondamente, ma non posso dire se in meglio; Tuttavia sono sicuro che se una persona vuol vivere contenta è meglio che non guardi in faccia la realtà e non si metta mai con le spalle al muro.
Nelle situazioni senza via d'uscita paradossalmente l'ho scampata entrandoci dentro ancora di più. 
Cosa è meglio allora? Posso parlare solo per me stesso:  A una vita spesierata e felice ho preferito cercare una vita autentica.
 
Le esperienze cui mi riferisco non si trovano nei corsi di autostima e sviluppo personale cui gli annoiati del Pilates  si dedicano durante i week end liberi. 
Parlo di togliersi la pelle di dosso per arrivare sino al cuore e vedere di cosa è fatto: E’ proprio come un pugno chiuso immerso nel sangue.
Sono giunto col tempo e le circostanze al fondo di me stesso, ma invece di risalire ho preferito cominciare a scavare.
 
Allora però, quando ero bambino e riflettevo sulla povertà queste esperienze non le avevo ancora realizzate.
Mi accadde invece una cosa strana. In quel momento feci un patto, forse nel tentativo puerile di esorcizzare quel mostro che avevo involontariamente evocato.  
Promisi a me stesso che non sarei mai stato povero, debole e bisognoso.  Un patto scellerato, una promessa terribile che avrei pagato…e molto, ma il costo di quel contratto aperto da me con me stesso lo avrei compreso molto più avanti con lo srotolarsi del copione di questa farsa tragicomica che chiamiamo esistenza.
Ho così lavorato negli anni per costruire una posizione materiale sicura. Un corpo forte per quanto possibile e una psiche libera dai falsi problemi.
Non è il caso di lodarmi, perché c'è sempre qualcuno che ha fatto di meglio e ottenuto di più; Come insegna un proverbio africano: "Un bufalo non si vanta della propria forza quando ci sono in giro gli elefanti".
Se dovessi esprimermi in sintesi direi che: “Me stesso è bello, anche se non ci vivrei.”
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Ho conosciuto la ricchezza, sfiorandola. Ne ho potuto così sentire se non proprio il sapore, almeno l’odore.
In modo inaspettato  mi sono ritrovato a vagare su una strana terra. La cosiddetta terra di nessuno. 
Il luogo più pericoloso durante una  guerra, perché  è delimitato tra due schieramenti opposti. Quando cioè due eserciti si fronteggiano e creano  un  lembo di terra che  non appartiene né a uno né all’altro.
Chi passa per quell’angusto corridoio è nemico di entrambi.
Mi trovo già da molto  a non amare la povertà con i suoi disagi, con la sua perdita di possibilità e a volte, di dignità e ad odiare la ricchezza  o meglio a disprezzarne la meschina indifferenza con cui pare avvolgere i suoi possessori; L'agiatezza eccessiva è come un serpente che prima sembra abbracciare dolcemente la sua preda per poi soffocarla. 
Questi detentori del "troppo" non si accorgono di ciò che gli accade, perché il denaro prima di strangolarti ti acceca e ti rende sordo.

In questo immaginario campo di battaglia entrambi gli eserciti sono in realtà poveri.  I miserabili di risorse, i ricchi di sentimenti veri.
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Quanto a me, dove sto andando?
Percorro la sottile linea rossa che divide questi schieramenti e la sensazione che ne ricavo è' come quando si combatte per la vita o per la morte, nel senso che questo conflitto non mi trova a sostenere nessuna bandiera, mi rivela facendomi sentire più reale, perché se combatti non hai tempo di avere paura.  La paura c’è prima, a volte dopo, ma durante l'azione mai, almeno per me è così.
La pace, in questa mia solitaria battaglia fra la povertà e il superfluo non è un'opzione.
Il mio compagno che mi tiene sveglio e striscia con me sotto il filo spinato dei luoghi comuni è la Serena Inquietudine.

Vivo dunque la mia quotidianità a volte routinaria come un'avventura.
La mia vita scorre, punteggiata appena dai beni voluttari acquisiti grazie al meschino tran-tran cui mi adeguo per guadagnarmi il pane.
E' però una specie di sogno vigile. Sono presente eppure è come se non appartenessi più a quel presente.
E’ uno stato un po' meditativo, denso e vuoto insieme.
Mi incazzo, godo, rido, amo, qualche volta piango.
Mi dispero la notte per sorridere il giorno, ma non perdo il contatto con quel silente testimone che vede tutto e non parteggia per nessuno, nemmeno per quella cosa che illusoriamente definisco -me stesso-. 
Costantemente e naturalmente cerco di tornare alla "cosa vera", non so definirla meglio. 
Se dovessi descrivere con un'immagine questo stato dell'essere, affermerei semplicemente: E' una porta, ma senza ante che traccia un immaginario passaggio; Prima c'è il vuoto e poi il nulla. 
E' il mio contatto con l'Energia primigenia, la Grande Aquila: l'Infinito. 
E' stata chiamata in tanti modi, ma Lei risponde solo a se stessa.
 
A volte, mi rendo conto che questa entità biomeccanica che abito, subisce degli effetti collaterali determinati dalle esperienze trascorse.
L'onda lunga del passato non mi sommerge certamente, però mi lambisce. Mi raggiunge così una seduzione rievocativa  dei momenti estremi.
E' una "quasi innocente" patologia psichica. Un'architettura neuronale che mi rimprovero bonariamente, ma non mi decido mai a smaltellare e in tal modo, curare da me stesso.
Ammesso che per la stupidità ci sia una vera cura definitiva.
Devo soddisfare una leggera dipendenza da adrenalina. E’ come una droga.
Certo, potrei smettere;  E poi? Forse non mi divertirei più? Perché
rischiare allora, e rinunciare ai rischi.
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Piccole cose, niente di che,  mi ritrovo sulla mia superbike a sfrecciare a 250, finché sento che nel  culo non mi potrebbe entrare neanche uno spillo. Altre volte salgo sul cornicione del balcone di casa all'ultimo piano, rimango in bilico ad ascoltare la notte che parla. La misteriosa notte,  mentre l’aria entra ed esce dai polmoni. Piccole follie che mi tengono sano di mente.
Quando voglio veramente sfidare il pericolo provo ad innamorarmi.
Non è facile per me, ma in fondo per chi lo è? Almeno innamorarsi veramente.
In un mondo di sentimentali io sono uno dei pochi romantici.
Qual'è la differenza?
Beh! I sentimentali credono che le cose dureranno, mentre un romantico ha la certezza disperata che tutto passa, finisce e muore.
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Mi somministro emozioni, ma in dosi omeopatiche.
Ovviamente non posso definirmi "normale" anche se la normalità comunemente accettata è una condizione apparentemente rassicurante, ma noiosissima.
Non parlo dei miei demoni con gli altri viventi, invece scrivo di loro, perché è il mio modo per liberarmi da questi ospiti che non sono propriamente degli amici.
Li accompagno alla porta con educazione e promettendogli in regalo l'eternità della parola scritta gli do commiato.
Nulla però in fondo mi disturba veramente.
Il futuro non mi angustia nello scorrere della mia seconda giovinezza appena iniziata. 
Il domani è per me solo un dato presunto; E' la nebbia che avvolge la cima di una montagna senza nome.
 
Forse è a causa della vita che ho vissuto che esisto come in una sorta di distacco da questo mondo.
Con il dovuto rispetto per la vita direi che di morire non mi importa. Non temo l'arrivo della nera signora, perché ho visto che Lei è sempre con me, anzi è sempre con tutti.
Ci accompagna come un'ombra fino a quando diverrà una cosa sola con il soggetto che la proietta.
Cosa posso sperare per il momento estremo?
Una morte onorevole, rapida, magari con un po' di presunzione: utile.
Poi finalmente...La fine della sofferenza.
 
Effettivamente, mi rendo conto che sono morto alla realtà condivisia dalla maggioranza già da molto. A differenza di altri, da allora ho cominciato a vivere con maggiore attenzione; Con maggiore riconoscenza.
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E' vero il mondo è dolore, ma solo un cuore grato ti può rendere felice.
 
 

mercoledì 2 luglio 2014

Brand new day

Giunto al termine, almeno spero, della mia settennale crisi catartica, sancisco il mio nuovo inizio con un progetto di viaggio.
Destinazione Birmania, fra sessanta giorni lascio l'occidente per il Sud Est asiatico.

E' un viaggio non solo nella dimensione spaziale ma anche nel tempo.
Tornerò indietro di trenta anni, in una nazione dove non ci sono cellulari, internet e canali satellitari.
 
Gironzolerò senza itinerario, senza orologio e senza fretta per uno dei paesi meno conosciuti e più belli dell'Asia.
Unici compagni saranno il mio zaino, un serramanico affilato e la mia anima rigenerata.
 
Tra templi buddisti inerpicati tra le montagne, spiaggie incontaminate nel Golfo del Bengala ; Mi inoltrerò sino a raggiungere le ultime primitive tribù cannibali che vivono nelle foreste e solo recentemente aperte agli stranieri,  aborigeni ex antropofaghi che incontrerò, ovviamente, dopo l'ora di pranzo.
Certo l'avventura è rischiosa ma lo è molto di più la routine.
Nel caso non tornassi lascio i miei scritti come dono ai posteri.
 
Via dal solito quindi. 
Libertà estrema, perché l'essenza dello spirito dell'uomo sta nelle nuove esperienze…

lunedì 7 aprile 2014

L'uomo che non dorme mai


Generalmente non scrivo di me stesso, men che meno della mia quotidianità, neppure dei miei sogni che trovo banali rispetto a una realtà così interessante e inaspettata nella sua diversità.

Mi trovo però, a prendere spunto da un certo disagio che vivo in questo momento e che ho notato, ricorre nella mia vita in media ogni sette anni. E’ una ciclica metamorfosi che accompagna il mio essere; Come un serpente cambio pelle ogni settennio per crescere.
La sofferenza di questa scorticazione è in alcuni momenti quasi insopportabile, ma l’attraverso con la stoica determinazione di chi non può farci niente. Quando una salita diventa più dura l’affronto con un cuore più deciso.
Sorvolo però sulla banalità dei miei impicci, ma come detto voglio raccontare degli effetti che questi determinano sul mio psichismo che è talmente sensibile che fa meraviglia che io sia ancora vivo e sano di mente.
In poche parole non dormo più, o meglio a fasi alterne.  Pur avendo in passato goduto di un sonno proverbiale oggi, mi trovo a sperimentare questo nuovo stato dell’essere.
Trascorro anche due giorni senza chiudere occhio, a volte senza mangiare.
Dopo, magari recupero nutrendomi cinque volte in un giorno e ingurgitando di tutto, stranamente la mia usuale forma fisica resta quasi perfetta. A volte chiudo un  occhio per qualche ora, ma stranamente non patisco il sonno durante il giorno.

L’unico dato significativo è una certa irritabilità che si manifesta in particolare nei confronti dell’ipocrisia delle persone e delle leggi assurde della nostra società, perartro già conclamata nella mia vita da molti anni.
Provo oggi un’intolleranza quasi epidermica alle regole che non considero in ogni caso giuste perché regole, ma le valuto e le seguo sempre più sulla scorta della mia etica. Certamente un'etica personale, ma  che valuta nella maggior soddisfazione condivisa la guida di ogni indirizzo morale.
Si dice che l’illuminazione sia una sorta di risveglio dal sonno dell'ignoranza in cui non è più possibile riaddormentarsi. 
Tranquillizzo le poche persone che mi vogliono ancora bene: non è il mio caso, sono sempre lo stesso idiota di sempre.
Infatti, tra gli effetti più tangibili di un completo risveglio spirituale mi s’informa che s’interrompe il continuo soliloquio interiore che accompagna le persone ordinarie e che tra l’altro non si sogna più nei rari momenti di sonno, una cosa che a me accade ancora.  
La riduzione delle ore di sopore è determinata, sempre secondo questi esperti dell’illuminazione, da un notevole risparmio di energia che tutti sprechiamo pensando a cose inutili, a fantasticare su fatti che non accadranno mai e a rimuginare su un passato che non possiamo più cambiare.
Tutte attività che senza tema di sbagliare posso definire una perdita assoluta di tempo e una patologia diffusa che è diagnosticata dalla maggioranza come: “Normalità”.

Come dicevo l’illuminazione interiore non è il mio caso grazie a Dio, ma e sottolineo il “ma” la mia veglia notturna mi permette un’osservazione alla moviola delle mie esperienze; Di comprendere qualche cosa di più della realtà, cioè procedo a una sorta di analisi che parte da fatti di vita per svilupparsi in maniera del tutto autonoma come sotto dettatura (magari di un inconsio collettivo narrante, chissà?) e approdo qualche volta a una percezione lucidissima della vita umana fornendomi così una comprensione sorprendente.
Almeno per quanto è possibile elaborala con la mia coscienza che è pur sempre determinata da una mente umana.
Durante queste notti interminabili sviluppo teorie e connessioni anzi delle vere e proprie visioni, ma dopo, riprendendo le mie attività nel mondo con il mio contatto con gli altri, le dimentico quasi completamente. Qualche volta però, esse sfumano solamente.
Resta così una sorta di eco in me, anche se perdo la lucidità della primitiva intuizione.
E' un’ombra illuminante che mi segue sempre, anzi mi porta a mettermi in penombra da tutte le assurdità condivise dalla maggioranza come verità radiose.
In altre parole non credo più a nulla a meno che non si manifesti nell’attuale con un oggettivo riscontro di fatti, ma non è un’esasperazione di una razionalità ad ogni costo.
Ho ben compreso che l’essere umano è in minima parte un’entità razionale, ma è piuttosto un essere emotivo.
Il mio è un vero e proprio disincanto.
Mi appare chiarissimo che l'uomo cerca sempre una relazione con la collettività con cui però ha fatalmente un rapporto conflittuale; Determinato dal suo personale desiderio di affermazione e dalla contraddittoria pulsione di appartenenza a una società che nega quest’affermazione.
Una negazione dell'individuale originalità di ognuno fatta in nome delle regole, regole quasi sempre favorevoli a qualcun'altro o ad un gruppo dominante sugli altri.  
Nonostante questo uomo, un po' smarrito, intuisca in una parte remota della propria coscienza questo insanabile paradosso, ha comunque bisogno di una società che in qualche modo lo confermi come identità e lo rappresenti con delle definizioni. 
Sembra così che senza limiti, la maggior parte delle persone si sentono perse nella grandezza di una libertà incondizionata; Una situazione che generalmente le terrorizza ancora di più di una schiavitù. Se poi, il confronto è tra la libertà e una confortevole schiavitù, beh! In questo caso non c'è addirittura battaglia.

Il messaggio che passa evidente all'uomo per la condivisione del pseudo benessere e rispettabilità che chiamiamo società civile, è: “Non fare domande e un giorno saprai il perché di tutto questo".
 
Quando dopo molti anni questo individuo ormai adulto comprenderà il “perché”, realizzerà anche di essere stato ingannato, ma non potrà più cambiare quel mondo che è diventato parte stessa della sua vita.
Il sistema sociale ha in maniera geniale (nella sua perversione) procrastinato la naturale domanda che ogni persona con un minimo di buon senso si pone rispetto alle contraddizzioni folli di questo mondo,  sino al punto che questa stessa persona una volta cresciuto in queste contraddizzioni, non potrà più cambiarle; Mantenendo pressoché inalterato lo "status quo" perché completamente condizionato o almeno assuefatto a una realtà sociale fondata sulla violenza, su una competitività esasperata senza effettive ragioni e sulla sopraffazione.

La coabitazione pacifica del lupo e dell'agnello che vivono in ogni uomo non è dunque possibilie in questo mondo.
Questa realtà umana pretende una scelta: "Sii un predatore, oppure una vittima". 
Qualunque sia la scelta, entrambe le situazioni porteranno alla cocente mancanza della parte negata, creando anime monche e deformi. 

E' una società che evidentemente non persegue la felicità dell’individuo nonostante lo dichiari ad ogni pié sospinto, in realtà è interessata principalemnte nel plasmare un essere omologato e conformato acriticamente a un modello disumano di marionetta meccanica, di consumatore sedato, di simulacro di volontà senziente se si vuole usare questi eufemismi per descrivere il morto-vivente quale questo essere è effettivamente.
La vita degli altri mi appare in questo gioco di esigenze inconciliabili sempre più un tragico Luna Park malinconico, senza alcuna traccia di senso.
I rapporti umani poi, determinati dall’assoluta mancanza di introspezione, di auto-coscienza individuale e da un condizionamento tanto capillare non possono che essere falsi, aleatori e ondivaghi perseguendo inevitabilmente solo la convenienza momentanea e il capriccio cui si sacrifica la felicità condivisa che è l'unico valore autentico che può avere la felicità. 
E’ un miracolo che non ci siamo distrutti vicendevolmente nel passato e si preferisce invece autodistruggersi nel presente, ma lentamente.

L’uomo dunque non invecchia in questo mondo, ma si consuma.

Molti sono impegnati nel seguire il puerile miraggio propinato da questa società disperata, edificando per se un futuro di benefici, accumulando oltre misura dei beni materiali che sebbene in alcuni casi possono essere utili, sono parte di un benessere che spesso è a scapito di qualcun'altro e determina, per acquisirlo una vita talmente stressante e infelice che quest’affare prospettato in maniera seducente non sarà mai conveniente.
In generale si potrà arrivare a questa constatazione probabilmente quando quest’obiettivo è raggiunto, cioè si perverrà alla percezione dell'immane vuoto interiore che si cerca di riempire con oggetti superflui; Una realizzazione quasi sempre rimossa prontamente in un inconscio sonnecchiante. Alla meglio, al meschino propietario di questo destino apparirà evidente che l’unica saggezza è il senno di poi, ma essa è inutile, perché giunta troppo tardi.
C'è un gan vociare, a parole tutti perseguono la felicità, ma non è così. Altrimenti in questi millenni di storia e scoperte rivoluzionarie si starebbe realizzata.  E’ evidente nelle scelte operate dal singolo e dalla maggioranza che il fine cui portano quasi sempre le decisioni intraprese con i migliori sentimenti  è il dolore. Perchè? 

E’ evidente per me; Perché la moltitudine dei miei irriconoscibili simili è formata in larga parte da maniaci depressivi.
Essi non vogliono essere felici, ma infelici, semplicemente per confermare, giustificare e vivere la propria depressione.
Oppure sto diventando pazzo?
A ognuno la conclusione che più gli conviene; Cioè come accade di solito.

 

martedì 4 marzo 2014

Passato, presente e chissà


E’ una notte buia appena sfregiata da una falce di luna nascente.
Nadir, guardando dalla finestra  la siepe oltre il buio, sbotta: “Le domande esistenziali  mi paiono...insostanziali.”
Zenit, osservando con interesse una macchia di umidità sul soffitto: “Durante una mia esperienza introspettiva ho percepito  chiaramente la vera e unica domanda umana.”
Nadir: ?

Zenit, lo sguardo sempre fisso all’infiltrazione che stranamente comincia a mutare forma  come una sorta di intonaco di Rochard : “La vera domanda è -Quanto tempo mi resta?- Solo questo conta e preoccupa l’uomo. “

Nadir, dondolando leggermente il capo: “Si certamente si domanda tempo, ma cosa farne è un’alta storia. -Warum?- Direbbe un tedesco.”

Zenit, balenando uno sguardo simile al  luccichio di un vetro rotto nel sole: “Un rilievo capzioso, Naidir, perché dipendente dalla soggettività. Mentre la domanda che ho colto è invece universale, almeno per il genere umano che è l’unico essere con la consapevolezza della propria fine certa. Esistono dunque due vite per l’uomo, e la seconda inizia quando comprende che la prima finirà”
Nadir: “La mia annotazione sottentendeva  una domanda nascosta, un quesito che ci accompagna lungo tutto questo viaggio incomprensibile, cioè: Perché?”

Zenit, assertivo più che mai: “Non perché, ma quanto.”
Nadir: "Ne sei sicuro?"
Zenit: “Un recente esperimento francese ha dimostrato che le tossicodipendenze di ogni tipo, comprese cocaina ed eroina, volutamente  indotte nei topi di laboratorio potevano essere facilmente risolte. Le cavie  assuefatte alla droga che assumevano autonomamente, grazie a un dispenser a leva,  una volta sottoposte ad una sola dose di Ibogaina (Tabernanthe iboga) perdevano completamente interesse alla sostanza psicoattiva da cui erano dipendenti.”
Nadir: “Embè!?”
Zenit: “Addirittura una di queste cavie, rivolgendosi agli scienziati francesi presenti  in  laboratorio e parlando proprio in tedesco, ha domandato: -Wie splàt ist es?- Cioè -Che ore sono?- vedi, è come ti ho detto.
Nadir: “Ora devo proprio andare non ho più tempo, almeno  per ascoltarti.”

 

lunedì 18 novembre 2013

La Danza del Caos


Da bambino amavo guardare le formiche.
In estate, quando ero libero dagli impegni di scuola trascorrevo le mie vacanze in campagna; Allora mi piaceva perdere una buona mezz’ora osservando con curiosità questi piccoli insetti.
Ero rapito dalla loro organizzazione, ma dopo un po’ di questo entomologico esame mi stufavo e così continuavo a scorazzare in lungo e in largo per fare danni con la fionda.
In quei rari momenti di quiete e di studio però mi domandavo: Come fanno a comunicare tra loro queste formichine senza dire una parola? Come fanno con un cervello così piccolo a svolgere attività tanto complesse? Come seguono tutte la stessa strada? Come scelgono il nido? Come si organizzano per difendersi, per accumulare il cibo? Perché si prendono cura delle larve nate da un’estranea, la loro regina? Come mai non rubano e non litigano mai tra loro?
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Domande senza risposta nella mente di un monello, ma ad alcune ho trovato un responso dopo un po’ di anni.
Giusto per saziare la curiosità di chi legge è emblematico come le formiche scelgono il nido fra diverse opzioni possibili.
La scoperta avviene sempre in maniera apparentemente casuale, ma si evolve con un sistema razionale semplice e quasi geniale.
Quando una formica trova un luogo ampio e buio che risponde ai requisiti per un nido vi  accompagna un'altra formica a visitarlo, se anche questa lo trova adatto, entrambe accompagnano altre due formiche  e se anch’esse lo trovano ottimale condividono la scoperta con altre e così via trasferendo l’informazione a ritmo esponenziale.  
Ciò determina un flusso sempre maggiore di sopralluoghi che giunto al quorum di gradimento della popolazione cioè una maggioranza significativa è approvato e le rimanenti formiche sono letteralmente prese di peso e portate nella nuova dimora. Anche se  non si è compreso come una volta raggiunta la maggioranza le formiche lo capiscono. Nel caso però, la scelta del primo pioniere non è stata condivisa dall’approvazione dei successivi insetti che ha accompagnato, la ricerca riprende altrove vagliando altre possibilità.
Così in meno di mezza giornata è presa la decisione del nuovo rifugio con un sistema  pragmatico e rapido.
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Il confronto con la nostra società che definiamo democratica ed evoluta sorge spontaneo.
Infatti, noi italiani per esempio, non siamo riusciti dopo dieci anni di dibattiti e petizioni  a ridurre il numero dei parlamentari e il loro sproporzionato stipendio che risulta essere un vero insulto a fronte della riduzione del salario di tutti gli altri membri non privilegiati della società.
Eppure gli uomini si definisco gli animali più evoluti su questo pianeta.
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Ho appreso con stupore che le formiche vivono in armonia con la “Teoria della Complessità”.
Una teoria relativamente recente, scoperta poco più di una cinquantina di anni fa, ignota sino ad allora, ma non certamente alle formiche.
Fino alla comparsa di questa teoria, la realtà,  i sistemi di riferimento ed i problemi ad essi connessi che giungevano all’intelletto dell’uomo erano interpretati e risolti perlopiù con soluzioni lineari, intendendo quest’ultima definizione nell’accezione della teoria sistemica.
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Un piccolo ripasso.
Si definisce un sistema lineare un insieme che può essere scomposto in sistemi più semplici e autonomi.
Dunque un problema complesso quando è lineare è possibile scomporlo in tanti problemi più piccoli e semplici le cui rispettive soluzioni determineranno anche la soluzione del problema generale.
Un’altra caratteristica peculiare di un sistema lineare è data dalle sue variabili che agiscono sul sistema in maniera diretta cioè in somma aritmetica o proporzionale e la cui interazione è definita come “sovrapposizione degli effetti” ed è rappresentata matematicamente in una funzione polinomiale.
Un sistema facile e intuitivo spesso utilizzato per la soluzioni di molti problemi, ma in realtà la maggior parte dei sistemi e dei problemi è non-lineare.
Il modello lineare si adatta in molti casi solo per approssimazione ai variegati aspetti della realtà, compresa la nostra realtà biologica e sociale.
E’ dunque un approccio che alcune volte funziona e altre volte è forviante rispetto ai dati effettivi rilevati a posteriori.
Infatti come detto, nella realtà la maggioranza dei sistemi è non-lineare e questi ultimi sono sistemi dove le variabili sono interdipendenti cioè reciprocamente influenzate.
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La fisica, la chimica, la medicina, la fisiologia ma anche la sociologia e la psicologia sociale  affrontano  così sistemi “complessi” e non lineari.
Definendo il termine “complesso” nel suo significato etimologico derivante dal latino che significa: abbracciato, concatenato. Dunque non è possibile scollegare una variabile dalle altre.
Il modello complesso confluisce nella “Teoria del Caos” quando è composto dai sistemi fisici che  esibiscono una sensibilità esponenziale rispetto alle condizioni iniziali e sono indagati attraverso gli strumenti della fisica-matematica.
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Il Caos è dunque diverso rispetto al complesso ed è generalmente inteso dalla nostra percezione come confusione.
La Teoria del Caos si occupa in definitiva di comprendere, misurare e se possibile prevedere come un piccolo cambiamento, magari di una variabile impercettibile e apparentemente insignificante, determina un evento inaspettato e imprevisto di dimensioni ridondanti o iperboliche.
E' celebre l'esempio del “butterfly effect”.
La farfalla che con il suo battito d’ali in Cina determina un uragano in Texas.
Un risultato apparentemente inaspettato rispetto alla sua causa scatenante che ben stigmatizza con una iperbole retorica una realtà con cui spesso facciamo i conti.
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Se ad esempio lasciamo aperto un rubinetto dell’acqua in una vasca chiusa essa si riempirà in un certo tempo in proporzione al flusso di acqua che ne discende. Se in questa vasca inoltre aggiungiamo ogni minuto un mattone di volume conosciuto è ancora possibile il calcolo esatto del tempo che impiegherà l’acqua a straripare dalla vasca (approccio lineare); Naturalmente è necessario conoscere anche la capacità volumetrica del contenitore e in generale potremmo sempre avere una soluzione al nostro quesito iniziale cioè: "Tra quanto dovremo chiamare i pompieri?"
Fatto salvo che restano inalterate le condizioni del sistema, ma se conosciamo anche il valore delle possibili variabili incidenti e interdipendenti (ad esempio la pressione barometrica con la tensione superficiale del liquido) potremmo avere un dato sempre più accurato entrando sempre più in un sistema complesso e non lineare.
Questo almeno in teoria.
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Nella realtà potrebbe  accadere che si stacchi un pezzo di soffitto e cada proprio nella vasca durante l’esperimento mandando a ramengo il nostro calcolo.
Tra le ipotesi possibili ci possono essere di fatto anche eventi improbabili, ma ragionevolmente avverabili il cui effetto supererà di gran lunga la causa.
Potrebbe accadere che la bella vicina della porta accanto (la cui doccia è guasta) decida di fare il bagno nella casa del fortunato sperimentatore e proprio durante l’esperimento in parola, regalandogli non solo una splendida visone, cambiandogli magari la serata e sicuramente modificando il risultato del test.
Questo fatto, quasi insignificante e improbabile, potrebbe addirittura determinare un risultato dal valore notevolissimo se lo sperimentatore e la bella vicina folgorati da improvviso amore decidessero di partire per una romantica vacanza fregandosene del risultato dell’esperimento e convergendo così in un perfetto sistema caotico.
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Dunque: “Escluso l’impossibile, per quanto improbabile, quello che resta è la verità.”
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Giocando con gli esempi ne prendo un altro in prestito dalla storia per evidenziare come si evolve in modo imprevisto un sistema caotico a noi molto vicino: la società umana.
E’ il caso di un oscuro errore giudiziario avvenuto in Palestina circa duemila anni fa.
Parlo della vicenda del figlio di un modesto falegname che credeva di essere un messia ebraico, anzi il Messia.
Il buon uomo voleva probabilmente solo essere accettato dai suoi concittadini ebrei, invece finì condannato crudelmente e ingiustamente su una croce romana patendo una fine dolorosa e solitaria.
Se avesse mantenuto un profilo un po’ più basso, anonimo, discreto e meno in contrasto con le certezze dogmatiche della religione autoctona probabilmente avrebbe avuto il tempo di farsi una famiglia con la Maddalena, ma questa è un’altra storia.
Cosa sarebbe stato meglio per lui: vivere con una moglie o finire su una croce? Non sono sicuro di poter dare una risposta, perché a volte le due cose si confondono.
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Ecco che un fatto insignificante nel panorama storico generale (non ci sono prove certe dell’esistenza di Gesù ) ha innescato una serie di eventi connessi e interdipendenti per cui noi oggi ci ritroviamo un sistema religioso chiamato Santa Chiesa Apostolica Romana e dobbiamo fare i conti con un sacco di preti che non lavorano e che non hanno mai lavorato. Curiosamente questa associazione a delinquere di stampo religioso detiene l’impero immobiliare più grande al mondo.
Grazie anche al seguito di circa un miliardo di sostenitori più o meno convinti e più o meno critici rispetto alle bestialità che gli sono rifilate come "verità dogmatiche" anche se questa definizione è in effetti un ossimoro: un dogma di fatto non ha bisogno di essere provato e quindi di essere vero.
Se quella oscura e tragica vicenda non si fosse svolta come si è svolta (ammesso che si sia svolta) oggigiorno andremmo ancora al tempio di Marte oppure di Giove per elevare le nostre preghiere ugualmente inutili e devolveremmo l’otto per mille delle nostre fatiche agli Dei dell’Olimpo invece che ai Santi del Paradiso; Magari occuperemmo il tempo e le risorse in maniera più utile? Chi può dirlo?
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Tornando al presente e a cose più tangibili ho accennato ai “sistemi complessi” ma non li ho definiti come “sistemi complicati”, perché il significato della parola “complicato” è molto diverso;  Infatti la radice è sempre latina, ma complicato significa “annodato, ripiegato” cioè definisce un sistema in cui non si trovano parti concatenate ma nascoste, cioè non visibili e non percepite.
Il senso è quindi completamente differente.
Cosa c’entra con l’uomo, la realtà e la scienza? Cosa c’entra con le formiche? Molto, a mio modesto parere.
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Quelle suggerite sono teorie  niente affatto semplici che non padroneggio per farne una discettazione scientifico-matematica.
In fondo  non è mio desiderio tracciare equazioni sulla lavagna e fare a fette gli attributi dei pochi che sono riusciti ad arrivare sin qui nella lettura con già mezzo mal di testa in canna.
La mia indagine è più prosaica, meno finalizzata alla definizione della teoria in sé, ma piuttosto desidero tratteggiarla per delineare un paesaggio di più ampio respiro, direi filosofico se la parola ormai non facesse venire il latte alle ginocchia un po’ a tutti.
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Ricongiungendomi così all’analisi dei modelli esposti ecco che osservo che la maggior parte delle persone affronta la vita con un approccio lineare, calcolando costi e ricavi in maniera aritmetica e dividendo la maggior parte dei problemi in incognite più semplici, affrontando l’esistenza a comparti: il lavoro, la famiglia, le amicizie, le avventure. Un atteggiamento che la psicologia definirebbe schizofrenico.
Alcuni, i più saggi e previdenti, preferiscono un sistema più complesso, valutando ogni possibile variabile e sua correlazione con un approccio più sinergico alla vita.
Ma in ultima analisi la vita è un sistema caotico. Il calcolo degli effetti delle moltissime variabili diviene talmente complesso che risulta oltre il nostro modesto intelletto.
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Appare evidente, alla luce di questa idea che il nostro approccio alla realtà con questi tre possibili modelli di precisione e complessità diversa, è inadeguato a fronte del paradosso di alcune situazioni spesso familiari.
Prendiamo il caso di un salutista trentenne che non beve e non fuma e regola la propria esistenza tra sport e alimenti integrali, evitando ogni possibile rischio alla propria salute; egli pianifica l’obiettivo di allungare (?) e migliorare la sua esistenza grazie ad un approccio lineare.
Magari il buon uomo valuta tutte le possibile cause di rischio, stipula ogni genere di polizza assicurativa, risparmia il suo denaro, non affronta nessun pericolo sconsiderato, utilizzando per quanto consente la sua capacità cognitiva, un sistema complesso il più possibile ampio.
Prevede quasi tutto; Dimenticando forse che non c'è nulla di più triste di un destino certo.
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Poi, un giorno, questo personaggio in perfetta salute, attraversa la strada sulle strisce pedonali ed è preso in pieno da un furgone DHL che arriva a tutta birra.
Muore come un cane. Una smorfia incredula disegnata sulla faccia e una macchia rossa che si allarga sull'asfalto sono le utlime cose che lascia al mondo. 
Il veicolo è sbucato da una strada in contromano, perché il conducente è ubriaco e furioso; L'autista è stato appena lasciato dalla sua  fidanzata che si è messa con il suo migliore amico e si è sfogato nell'alcol e poi guidando come un pazzo.
Un evento lontanissimo e senza quasi collegamento con il nostro eroe della salute si è colliso con la traettoria retta e prevedibile della sua vita e gli è costato la pelle.
Tutto il suo daffare per prevenire ogni pericolo non è servito a nulla.
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Questo succede perché forse non conosceva la teoria del Caos? Forse, ma accade e neanche tanto di rado. 
Personalmente se certamente mi sfuggono le complesse equazioni del Caos, non mi sfugge il macabro umorismo che ne deriva.

La rappresentazione grafica della funzione di ogni sistema vivente è la parabola. Nasce, cresce, muore. Più alto è l'apice più rovinosa sarà la caduta.
Mai come ora hanno vissuto sul terzo pianeta del sole così tante persone che abitano città gigantesche e viaggiano così tanto. Un vero paradosso alla Teoria dei Sistemi, alle regole della Natura e alle  leggi della Fisica. La Nemesi che attende inevitabilmente il genere umano sarà il pagamento dell'ultimo pedaggio per tanta grandezza senza il minimo valore.
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Considerazioni generali a parte, appare evidente come l’uomo comune pur non entrando quasi mai in profondità nel suo approccio alla realtà, perché sempre occupato nei propri impicci ne percepisce comunque la profonda angoscia, derivante dall'effimera insicurezza del vivere e dal ancor più effimero senso che egli dà a questa esistenza.
Ho notato, nel mio peregrinare in questo mondo assai comico che tra le più prevedibili reazioni umane c'è la negazione e l'inganno.
La negazione al fatto inaspettato in quanto tale e l'inganno, usualmente rivolto a se medesimo grazie alla più fantasiosa irrazionalità.
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Come nell’antica tragedia greca il finale, solitamente ingarbugliatissimo era dipanato da un improbabile intervento in extremis del Deus ex machina, ove una divinità discendeva sugli umani e ne compiva il destino, secondo i meriti e le simpatie, salvandoli o castigandoli e consentendo un facile finale alla rappresentazione; Anche l’uomo moderno ricorre a questa immatura soluzione per lenire l’angoscia e la paura della sua fine certa in un divenire incerto.
L’uomo ha così creato un Dio, un Buddha, un Tao, qualunque cosa possa fargli credere alla certezza che nel mondo c’è una legge, c’è una regola, ma soprattutto vi è qualcuno tanto potente che la garantirà.
Non importa se esiste, se ogni dato concreto non supporta questa fantasia, questa credenza, questa suprestizione. Di fronte alla necessità psicologica non c'è spazio per il contraddittorio.
Nell'essere umano il bisogno di lenire l'insicurezza del esistere (che comunque in profondità rimane) è rimossa sempre traslandola fuori da se stesso, perché nella propria  interiorità non ci vuole guardare. Figuriamoci poi se ci vuole andare fino in fondo.
Si abbranca a qualunque pseudo-sicurezza come un naufrago ad un compagno tirandolo a fondo con lui, invece di cominciare a nuotare con le sue forze.
Si adotta così un atteggiamento che se non fosse condiviso da tante persone mature, non si farebbe fatica a definire puerile e banalmente consolatorio.
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Nei casi migliori questo assurdo essere cerca la verità attraverso dei maestri.
Non comprendendo che l'unico vero Maestro è colui che distrugge in noi l'idea che abbiamo bisogno di un maestro.
Perchè la verità è oltre il limite delle convenzioni e in quel territorio sconosciuto nulla e nessuno può prepararti.
L'unica e sola riposta vera è la propria.
L'addestramento è inutile, solo la fiducia in te stesso può soccorrerti.  
"Hic sunt leones" scrivevano gli antichi Romani sulle mappe dove il terreno era inesplorato: qui ci sono i leoni.
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Personalmente non credo in nulla che non sia confortato da una mia percezione che mi sforzo di liberare il più possibile dal pregiudizio; Non vivo in un letto di rose, ma almeno mi è risparmiata questa follia condivisa.
Senza presunzione posso dire che abito comodamente il mio corpo, lo vivo cioè  come il mio strumento per essere. Senza di lui (il corpo) nulla potrebbe accadere in me e fuori di me in questa dimensione.
Alla logica aristotelica preferisco la logica fuzzy dei sistemi sfumati; al bianco e nero preferisco le mille sfumature di rosso del mio conto corrente.
Non mi aspetto una retribuzione materiale o emozionale del mio fare spontaneo.
Patisco le delusioni, certamente, ma sono  il segno che mi indica che il mio comportamento non è puro.
Perché la purezza, non è  certamente quella dei moralismi, ma è l'azione libera dal frutto del risultato.
Cerco anche di non riempire più la mia vita col passato e lascio così un po' di posto al presente. Non è facile ma mi impegno seriamente in questo. 
Non vivo l’angoscia dell’annichilimento e della morte, perché l'ho trascesa con la curiosità.
 
L’immensa curiosità del dopo, e se questo "dopo" non ci sarà, beh!  Non sarà un gran problema, perché non ci sarà neanche un "qualcuno" che se ne rammaricherà. 
In ogni modo la mia curiosità l'avrò data ad ogni secondo di vita cui mi concedo senza pudori, roteando nudo come in un ballo primitivo, nella meravigliosa e terribile danza del Caos.
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