mercoledì 27 agosto 2014

LIFE




Non ricordava il momento esatto.
Quando si era accorto che lo seguiva? Era già molto, però.
A volte lo precedeva, altre volte lo accompagnava.
Quella domanda, molesta era una persecuzione. Con gli anni gli faceva meno male ma a volte, come le ferite quando cambia il tempo, tornava a farsi sentire: acutamente.
Qual è il senso? Il vero scopo ? Perché?
C’era da diventare matti.  La studio, la religione, perfino l’esperienza pareva non bastare.

Domandò a Dio. Con tutta la forza e la devozione di cui era ancora capace. Serrando i denti come in uno spasmo, chissà poi perché.
Il  silenzio della stanza si riempì della solita risposta: ancora silenzio.
Stanco di ogni domanda, sprofondò nella poltrona. Passarono minuti, quanti? Chi poteva saperlo? Forse una vita.
Lo sguardo corse lungo le pareti sfiorando i ricordi appesi. Rotolò sui mobili e  si fermò tintinnando come una moneta su comodino. Una vecchia rivista: Life.
Ne sporgeva solo il titolo tra gli alti giornali. Un nome evocativo, pensò.
Senza più forza per ragionare scorse le pagine.
Fotografie, articoli, oggetti, volti; In certi casi colti di sorpresa, in altri in posa. Parole scritte che erano state prima pensieri, opinioni,  esperienze, amori. Comunque belli.

La disperata crudezza delle immagini, di tutte le immagini. Momenti senza didascalia, senza commento, senza giudizio. Solo un’istantanea, ma così loquace nel suo mutismo.
Poi lo lesse. Era il motto della rivista.
“To see the word, things dangerous to come to, to see behind the walls, draw closer, to find each other and to feel that is purpose of LIFE.”
Lei era sempre stata davanti ai suoi occhi. Doveva solo accorgersene e darle un senso più ampio. Come aveva fatto ad essere così cieco. Solo ora la riconosceva come  propria, come se l’avesse intuita e scritta lui, ma si  quel giorno pieno di sole di tanto tempo fa,  e  poi? Se l’era dimenticata.  
Ora c’era inciampato contro cercando altro.  
“Guardare il mondo, i pericoli che arrivano, vedere oltre i muri, stare comodi, trovare gli altri e sentire che in questo è il vero senso della vita”.
Cosa c’è di più vero della semplicità?
Vivere con curiosità osservando la bellezza ma senza essere ingenui. Essere svegli e riconoscere il male con responsabiltà.
Andare oltre le proprie opinioni,  le convenzioni del mondo e i preconcetti della mente, fin dove ti porta l’intelligenza e ti sostiene il cuore. Senza paura di passeggiare dove le mappe non sono state ancora disegnate.
Godersela.
Ritrovarsi negli altri come in te stesso, e  così sentire che vivere pienamente tutte queste cose è già di fatto trovarne il senso.  

Rimase un eco della domanda del passato. Non c’è dunque altro?
E’ bello. E' vero. E' a portata di mano di ognuno.
Non serve altro per vivere  un altro giorno.

Poi, finalmente si addormentò.


 

lunedì 25 agosto 2014

Nudi alla méta.


Leggo la notizia che una coppia fa sesso in pubblico, in una spiaggia molto frequentata. Scandalo. Ognuno dice la sua, così anch’io.

Banalmente direi che piuttosto che del sesso  bisognerebbe vergognarsi del male che invece è esibito, quasi come fosse una virtù.
E' rappresentato con molta attenzione dai Media che spesso ne amplificano la diffusione per emulazione; Il sesso invece, almeno come attività ricreativa  pubblica, non è molto apprezzato dalla morale corrente.
Un accanimento moralizzatore su questa operosità all'aperto che è già di per sé non priva di rischi, come  tutte le attività “en plein air” : colpi d'aria, morsi di insetti, scottature solari, infiammazioni dovute allo sfregamento ecc. ecc..

Certamente queste prestazioni sono esposte alla vista dei passanti e  sarebbe opportuno che i praticanti dell’amore agreste adottassero alcune cautele per non "urtare" le anime più sensibili.
Personalmente non mi sconvolge più di tanto vedere due persone che si vogliono bene alla "vecchia maniera".
In fondo se non esistesse il sesso non sarei nemmeno qui a scriverne in proposito.
Diciamo che è un po' sopravvalutato in questo mondo bacchettone.
 
Più precisamente sulla vicenda di cronaca, un applauso da parte degli occasionali spettatori (sempre che se lo meritassero i protagonisti ) poteva ironizzare una situazione che nel migliore dei casi è bizzarra; Visto che il mercato immobiliare è in depressione e una stanzetta non la si nega più a nessuno.

Nel caso si rientri invece nella patologia psichica definita "esibizionismo" in quel caso sarebbe cortese e utile, mettere in contatto questi performer con i  voyeur in apposite aree ludiche.
Così sarebbero entrambi contenti e magari con il pagamento di un piccolo ticket d'ingresso spesare chessò l'illuminazione, la pulizia, le recinzioni di questi parchi dedicati a Eros.
In un secondo tempo con il successo dell'iniziativa, creare anche un canale tv amatoriale fruibile da tutti quelli interessati, dove questi attori della domenica in aggiunta alle loro pirotecniche copule, potrebbero rilasciare interviste, consigli, aneddoti di vita vissuta e qualche ricetta di cucina (che ormai mettono dappertutto); Un palinsesto comprensivo di vere e proprie biografie per i più famosi e maggiormente seguiti. Regalerebbe un po' di successo a giusto premio per questi attori in erba (visto che stanno sempre in camporella).
Con uno sguardo disinibito al futuro direi, perché fermarci a queste "arene" per eterosessuali?
Apriamone anche per i gay, uomini e donne che siano.
Non fermiamoci a combattere la discriminazione, ma diamo una mano anche all'ecologia. 
Tutti quelli che vorranno e che hanno sufficiente spirito patriottico avranno a disposizione un dinamometro da agganciare alle loro pelvi, in modo che questi campioni infoiatissimi producano, grazie ai movimenti frenetici del bacino, energia elettrica per il fabbisogno della Nazione.
Sarebbe un messaggio di alta caratura ambientalista.

Anche quelli che hanno rapporti "strani" andrebbero tutelati.
Magari con lezioni didattiche ad hoc sull'emittente in argomento, del genere: "Sesso sicuro con l'opossum" ed ancora "Il bufalo cafro, l'amante infaticabile della Savana" Una sorta di National geografic etnico ed erotico con riserve boschive per congiungersi con gli amati animali. 
Cosa manca? Ovvio, un Campionato Sportivo, perché lo sport è importante, dove squadre si affrontano in una -mischia- senza esclusione di posizioni.
Poi in un futuro ancora più in là: le Olimpiadi sessuali.
Con discipline di velocità come l'eiaculazione precoce; Di resistenza e durata: con vere e proprie maratone. Gare di "getto in lungo" maschile e di "squirting" femminile.
Nuove discipline liberamente ispirate alle olimpiadi sportive: la copula sincronizzata, la trombata in staffetta, l'inculata a squadre.

Chi più ne ha più ne metta, è il caso di dirlo.
Il limite ce lo impone solo la fantasia e l'ardimento.
 
Questa promozione sportiva emenderebbe il sesso da quel sordido scantinato in cui la maggior parte delle "culture" lo ha relegato e assurgerebbe, se non proprio ad arte a condivisone popolare.
Immagino come in un film di fantascienza un'umanità ancora diversa, ma unita in un orgasmo planetario dionisiaco che possa mettere fine alle guerre ed ai contrasti.
Ecco che i due protagonisti della vicenda di cronaca che hanno dato inizio a tutto ciò sarebbero considerati dei pionieri di una nuova epoca, e non degli sporcaccioni.
Una sorta di Garibladi e Anita, un Che Ghevara e Castro della rivoluzione, un Adamo ed Eva di un Nuovo Testamento XXX.

Tornando al futuro, mi domando come investire gli introiti?
Cioè i proventi delle  aree dedicate al passatempo più antico dell'uomo (e della donna), le royalty dei canali interattivi che fioriranno; Tutti i soldi della pubblicità e della vendita dei prodotti correlati: magliette, integratori alimentari, dildo autografati dai campioni. Immagino un grande successo commerciale.

Utilizzerei questo fiume di denaro per alleggerire la soma fiscale dei poveri "normali" che lavorano tutto il santo giorno e tornano a casa stanchi morti.
Un'associazione internazionale con un nome evocativo come "Save the Soft" gestirebbe l'organizzazione e l'aiuto umanitario  per le persone che non hanno tutta quella foga, fantasia e vitalità erotica.
Per tutti i poveri cristi ordinari che oramai le performance sessuali  le trovano solo nei reconditi anfratti della memoria; Che le acrobazie le fanno solo per arrivare a fine del mese.
Una sovvenzione caritatevole per chi soffre l'acuta nostalgia di quando aveva più tempo libero, ma anche più energia non depauperata nella fatica di pagare un mutuo.
 
Con questo "New Deal" avremmo tutti più tempo a disposizione.
Sgravati, almeno in parte dall'iniquo peso contributivo. Si potrebbe ridurre l'orario di lavoro e  accoppiarci tutti a nostra volta con maggiore frequenza, anche banalmente con un solo compagno nella serena intimità del letto cui si è abituati.

Si creerebbe una spirale positiva mondiale.
Tutti che fanno "In and out" e poi, chi ha più voglia di litigare?
Una nuova scienza: l' Erotoeconomica, guiderà l'umanità.
Magari non debellerà la miseria ma renderà le persone più tranquille.
Se il cervello con cui si si sono valutate le scelte politiche sino ad ora ha prodotto solo disastri...Beh! Allora,  facciamoci guidare dal "pisello" e dalla "patata", magari andrà meglio. 
Alla peggio sarà più divertente.
Questo è progresso, questa è democrazia, anzi demofilia.

E' un sogno, anzi è un delirio.
Domani, sarà tutto dimenticato per una nuova notizia.

Qualche nuova guerra, una nuova truffa perpetrata dalle banche, un nuovo omicidio per gelosia, per avidità, per disperazione. Un altro politico sorpreso con le mani nel sacco che la farà franca come al solito. Tutto come sempre.

L'uomo sguazzerà ancora nel fango del proprio destino, si abbufferà nel trogolo delle occasioni quando capitano e ogni tanto, qualcuno alzerà la testa e guarderà una stella...Ma solo per un attimo.

Come ben diceva quasi con un ossimoro mia nonna poetessa, a proposito del futuro di questo mondo: "So' cazzi,  Alleluia".

venerdì 22 agosto 2014

Sullo scrivere e altre stronzate.


Scrivere è più facile che parlare. Almeno per me. 
Ho più tempo per riflettere e sistemare le cose che mi passano per la testa.
E’ come mettere in ordine una dispensa, poi sarà più semplice cucinare un buon piatto avendo tutto a portata di mano.

Cos'è dunque la scrittura? E’ musica.

Fatta però con le parole come note musicali, i periodi sono in realtà accordi, le battute del dialogo che frammezzano la narrazione sono il canto, talvolta con una piccola dissonanza, mentre la melodia in sottofondo è la sceneggiatura.
L’esposizione è dunque una canzone; Qualche volta esce una sinfonia, altre volte un motivetto leggero-leggero di quelli che si fischiettato sul cesso.

La musica suscita emozioni attraverso i suoni e questi poi sensazioni e immagini; Similmente è per la narrazione dove, però le immagini sono lo strumento principale, passando dal cervello arrivano a toccare il cuore. Senza emozioni le immagini si stingono. 
I fatti per diventare ricordi devono immergersi nella tintura delle emozioni e dei sentimenti. Altrimenti i momenti della vita passano e divengono come i vice-presidenti americani, nessuno si ricorda più che fine hanno fatto.
La vera difficoltà non è lo scrivere in sé, cui basta prestare attenzione al ritmo, alle figurazioni che si suscitano e non fare grossi errori di sintassi.
Il vero scoglio è invece avere qualche cosa da dire.
Nel saper incidere sulla pelle del lettore la copia del nostro disegno pensato, ma un disegno originale.
A volte ho dentro come un demone narrante, fa tutto lui e mi sento uno strumento di qualcosa d'altro, ed è il momento che esce qualche cosa di buono.
E' ovvio come la morte che il nemico di ogni autore è la noia: la noia del lettore.
E' molto difficile essere originali, ma almeno bisognerebbe sforzarsi di essere divertenti e interessanti. Una canzone con una nota sola non può che sfinire, un motivo già sentito ti fa guardare da un’altra parte. 
Il senso che guida la lettura, ma anche la vita è la curiosità. La ricerca dello stupore però non deve diventare il padrone della storia.
La curiosità è un muscolo non un osso. Muove non sostiene.
Lo scheletro di un’opera è il senso profondo della vita che esprime. Profondo, inteso come vero; Non nel senso di colto, pomposo, accademico.
Avere qualche cosa di originale da esprimere, di effettivo e sentito da buttar fuori, ecco cosa serve, lo ribadisco.
Certamente è stato scritto già tutto, spesso male, a volte bene, raramente benissimo, ma nello stesso tempo ogni volta che un uomo esprime se stesso con autenticità grazie alla parola scritta, rianima questa entità eterna che è memoria dell’uomo, della sua umanità, delle vicende che lo vedono protagonista e spesso reo di molte azioni discutibili.
In alcuni casi è una costruzione asimmetrica d’incastri, fatta di personaggi, immagini, situazioni da impilare una sull’altra.
Non necessariamente deve essere dritta, basta che stia in piedi. 

Si potrebbe dire che, semplificando, è una trappola ben congeniata per l’attenzione e nei casi migliori: per la riflessione. 
Al momento opportuno, zacchete! Scatta una tagliola, un trabocchetto che fa sentire una vertigine, che inumidisce una guancia, che disegna un sorriso che instilla il silenzio nel lettore lasciandolo più ricco di non si sa bene che cosa.
Per preparare questa esca ci vuole solo un po’ di mestiere e un po’ di talento. 
A chi crede che bisogna avere ben presente un interlocutore in questa comunicazione mi permetto di disilluderlo.

Si scrive per se stessi, perché si parla a se stessi e si vive in se stessi, sempre e comunque. In particolare quando ci si rivolge a qualcuno.

Proprio ieri mentre prendevo il sole in piscina la mia vicina parlava in continuazione, parlava da sola.
Una conversazione a volte arrabbiata, a volte allegra.
La maggioranza l'avrebbe giudicata affetta da una malattia mentale. Una patologia che invece sono convinto abbiamo tutti, ma asintomatica.
Stava parlando secondo la mia personale diagnosi con la persona più interessante che non conosceva: se stessa.
In quella donna il soliloquio interiore che ci accompagna per tutta l'esistenza era solo più manifesto, forse più sincero.
La  sua "oratio concepta" si era fusa con la "oratio prolata".
Vale la pena riflettere che quando si da voce ai pensieri in realtà li si mistifica nell'adattare il proprio dire alla situazione, alle persone presenti, all'oppurtunità. 
La scritttura rende questo meccanismo automatico ancora più forte, in virtù del fatto che quello che è scritto resta.
Offre però, una maschera al suo autore che permette al suo volto di esprimersi liberamente; Grazie alla manifestazione del  suo modo di vedere il mondo, piuttosto che nel senso compiuto di quanto è scritto.
Quindi, la menzogna dice comunque la verità.
Chi scrive è un malato, a differenza di chi non lo fa che è molto più saggio e vive forse più comodo, .
Almeno nell'accezione più estesa di malattia.
La sua energia vitale, la sua sensibilità, l’intelligenza e infine la sua attenzione non sono dirette come nella maggioranza degli esseri umani, verso l’esterno, il mondo, la realtà palese.
Questo poligrafo è  un paziente solo apparentemente sano, infatti egli non si occupa volentieri di aggiustare la falciatrice, dei propri affari, di lavorare, di correr dietro all'altro sesso, di fare carriera.
Gli piace guardare il panorama, mentre passeggia in se stesso e così implode, generando una storia, a volte una poesia.

Perché?
Non c’è una buona risposta a una domanda simile.
Almeno io non l’ho trovata. Forse è uno sfogo, magari un modo di andare oltre l'ovvietà della vita. Si gioca a fare Dio, creando paesaggi e personaggi e facendogli vivere una storia.
Ho notato che quando vivo molto intensamente (?) o per meglio dire sono molto occupato e coinvolto nel mondo materiale non ho necessità di scrivere.
L’identificazione con il tangibile mi allontana dal mistero chiuso in ogni essere vivente, perfino quello dentro di me.
Giusto ora mi rendo conto che scrivo quasi sempre, cazzo!

La benzina con cui alimento il motore diesel(!) dei racconti è la disillusione. La sofferenza, la rabbia e l’ironia con cui curo la solitudine, ma non quella fisica di aver gente attorno, quella determinata dall'incomunicabilità assordante con cui vivo la mia vita di relazione.
La disperata constatazione che una profonda comunione con l’altro è impossibile. Certamente lo è con le parole.
Allora perché comunicare?
Credo che nei migliori dei casi sia un modo di suggerire, di mettere un seme nell'altro, di aprire una porta che non necessariamente deve essere attraversata.
Un'occasione di autoanalisi tramite un prodotto artistico. Un modo di specchiarsi in una pagina scritta.
Chi vive senza una forma d’arte qualsiasi nella propria esistenza è più fortunato dei poveri cristi che si danno una gran pena per cercare tramite l'arte, la bellezza. 
Perché la bellezza è l'ultima e l'unica destinazione dell'anima. La bellezza convince tutti, persuade  senza bisogno di avvocati.

I miei simili però, non cercano la bellezza ma la soddisfazione e a quanto vedo non hanno grosse inquietudini, tormenti.
Almeno non hanno quelli che ho io. 
Forse non colgono per loro ulteriore  fortuna, l’agghiacciante panorama del vivere nel suo scenario complessivo su cui il mio sguardo invece cade, anzì inciampa.
La sofferenza in loro è determinata il più delle volte da un problema fisico, materiale; Cose come i soldi, l'influenza di stagione, la promozione in ufficio che non arriva, la suocera che invece arriva ospite per un mese in casa. 
A volte sono torturati da un dolore psicologico, cioè dalla frustrazione nel non poter raggiungere quello che vogliono oppure nel perdere quello che credono di possedere.
In loro, la nevrosi non è generata dal confronto con una società fatta di regole arbitrarie, ma dal non passare quel traguardo che quella medesima società gli indica come auspicabile e fonte di felicità.
La connotazione che li rende uguali, ma non migliori è l'acriticità con cui guardano il mondo.

E' paradossale che una società iniqua che produce sofferenza e disagio in tutti, perfino nei ricchi,  prometta la felicità ai suoi sostenitori più convinti. Come si può dare ciò che non si possiede? 
Il quadro dell'ordinarietà è così sempre disegnato a tinte forti, ma resta banale, senza offesa per nessuno.

Personalmente sono andato oltre, ma non certamente più avanti. Pratico solamente altri giochi.
Fino a quando? Credo, finché esaurirò la scorta di rompicapo che questa esistenza mi mette a disposizione. Poi andrò a ramengo come tutti.
Mi distraggo, e a ben vedere ci distraiamo tutti, nell'attesa dell’ultimo rebus che non possiamo risolvere.
Il Test Kobayashi dell’Esistenza per chi sa di che parlo.

Un’immagine vale mille parole.
Prendo a prestito un ricordo che coloro con una mano di pittura per esemplificare il mio pensiero.

Da bambino quando andavo al Luna Park c’era la giostra. Tutti i bimbi cercavano di prendere la “codina” per fare poi un altro giro gratis.
Invece di cercare di prendere il premio, quando ci salivo sopra, guardavo la giostra, i bambini, il giostraio, gli spettatori, il sole, la nuvoletta in fondo a destra.
Mi divertivo con il gioco, ma anche con l’immagine generale; Ero fuori da quel contesto, osservandolo; Anzi direi che era il contrario: Perché ero ancora di più in quella circostanza. Solamente vi entravo con altre prospettive.
Una volta ho anche preso al volo la “codina” ma solo perché mi sventolava davanti e ho fatto come il gatto quando acchiappa il passerotto. Non mi ha dato un’ebrezza particolare.

Mentre eseguivo queste piroette della coscienza in groppa ad un cavallino di plastica, mi domandavo il senso di quel daffare.
L’effimera soddisfazione di un altro giro di giostra, quando poi si conosceva già l’esperienza.
Qual era il senso di ripetere lo stesso gioco continuamente?
In quel caso, un divertimento circolare che dava l’impressione di andare chissà dove, ma che in realtà ci faceva restare sempre nello stesso posto.
Una metafora della vita? Forse, ma solo per chi se ne accorge.
Ovviamente ero un bambino disturbato, però "E’ così bravo a scuola" diceva la maestra.
In ogni caso non se ne accorse nessuno allora e neppure se ne accorgono adesso.

Da piccoletto, trascorsi così un periodo come assiduo frequentatore di giostre.
Ci andavo da solo o in compagnia di qualche amico per provare ogni attrezzatura.
Da bambino godevo di una certa liberà. I miei genitori erano convinti sostenitori dei vantaggi di un’educazione siberiana: arrangiati e sopravvivi.
Non mancavano mai però, di volermi bene, anche quando tornavano a casa stanchi dopo il lavoro. 
Qualche volta mi punivano per una marachella, ma con amore, senza esagerare.
Tornando alla mia esplorazione tra i giostrai, devo confessare che il momento topico della mia peregrinazione fu banalmente: il Tunnel del Terrore.
Inutile aggiungere che non mi spaventò per nulla.
Il vero orrore lo avevo già colto, ma fuori da questo spettacolo allestito alla belle e meglio. Durante la visita mi accadde però un fatto stranissimo.
All'interno del tunnel, oltre ai soliti pupazzi, scheletri, streghe c’era un fantasma. Un fantasma vero.
Nel senso che era un operaio delle giostre con un lenzuolo sulla testa.
Il “clou” di questo spettacolino si compiva grazie a questo figurante che sbucava fuori da un angolo buio, e spaventava a morte il visitatore di turno.
Quando toccò a me invece restai impassibile come un bonzo vietnamita che si da fuoco.
Il poveruomo rimase credo deluso, perché mi seguì come un segugio e non contento mi fu addosso.
Fu un  "faccia a faccia" o meglio, un musetto di bambino contro un lenzuolo bianco del Ku Klus Klan.
Dal carrellino su cui ero appollaiato, in risposta alla sua invasione terrorizzante, gli piantai un cazzotto. 
Una botta talmente forte che cadde indietro e sparì.
Un colpo a mano aperta, tipo karate che mi uscì d’istinto, manco avessi preso la cintura nera il giorno prima.

Lo beccai probabilmente alla radice del setto nasale. Quindi fuggii rapido come un ninja, saltando giù dal mio girello e senza completare il tour, per evitare complicazioni.
M’informai dopo qualche giorno, grazie ad un amico mandato in avanscoperta della situazione.
Il tizio non lavorava più nel Tunnel del Terrore, al suo posto c’era una sorta di trespolo con sopra il lenzuolo di scena.
Avevo così stroncato una brillante carriera di una comparsa horror.
Non mi sentivo in colpa, secondo la mia etica -se l’era cercata-.
A nove anni devo dire che avevo già una bella “castagna” che mi è tornata utile in diverse occasioni.
Disprezzavo le prepotenze sui deboli che non ho mai perpetrato, ma non perdevo occasione per menare le mani con chi cercava di mettermi sotto. Avevo capito quasi subito, nella mia visita su questo pianeta che c’è sempre qualche -pezzo di merda- travestito da essere umano che ti vuole mettere sotto.
Spesso i nani (intellettualmente e spiritualmente) per alzarsi, cercano di montarti sulla testa e piegartela sotto il loro peso.
Quasi da subito ho cominciato a combattere per difendere la mia dignità, ma con buon senso, altrimenti marcirei in prigione come pluriomicida.

Tornando al mio discorso ambizioso sullo scrivere, si vede come con il piccolo aneddoto raccontato si possa viaggiare nel tempo e nello spazio senza alcuna fatica. Addirittura si possa viaggiare nella vita di un altro.
Anche il significato può cambiare, può essere compreso letteralmente o metaforicamente perché la parola, in particolare la parola scritta ha più dimensioni.
Si può leggere in superficie, prima, dopo, in stralcio e in profondità.
La bellezza della scrittura è nella sua multi-dimensionalità.
Ci sono anche  diverse forme retoriche che sono strumenti meravigliosi per incantarci in qualche storia e allargare magari i nostri orizzonti.
Come si usa dire: La mente è un paracadute, se non l’apri non serve.

Ecco che mi appresto a dare consigli, cosa che odio, perché inutile.
Consigli a me stesso.
Il migliore che mi rivolgo è quello di non vedere il compimento dei miei sogni;  Perché è l’attrito che genera il calore,  l’energia si produce dalla decomposizione e dal decadimento di uno stato. La metamorfosi che si traduce in azione e in effetto.
Quando tutto scorre liscio, senza fatica, è il segnale che si va in discesa, che si sta scivolando verso il basso.
E' come in una conversazione.
Sull'ovvio e sul banale siamo sempre tutti d’accordo.
Appena però  si esce dai luoghi comuni e dalle categorie condivise i problemi  di comprensione saltano fuori come i funghi dopo la pioggia.

Mi auguro così l’insuccesso? Non saprei cosa rispondere.

Mi torna in mente un detto della montagna:  "Se non hai freddo, hai portato troppi vestiti. Se non hai fame, hai portato troppo cibo. Se ce la fai e arrivi in vetta, forse vuol dire che era troppo facile".

Non so, forse non serve vedere altre cose, ma scoprire cose diverse in ciò che tutti abbiamo davanti agli occhi. 

giovedì 21 agosto 2014

La Tenda Rotta.

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Il grande esploratore Piotr Vassily Baskin e il suo fido cane-slitta Ivan Drogo, avanzavano indomiti nella distesa ghiacciata delle Five Lands Liguri.
La tormenta segnava l'orizzonte con nuvole grigie rigate dal candore abbacinante dei turbinii nevosi.

 Baskin, armeggiava con la slitta, sistemando il carico e parlottando fra sé e sé sulle anomalie della perifrastica attiva e passiva. Il suo fido compagno guaiva intanto preoccupato, palleggiando lo sguardo: ora all'indirizzo del  prode avventuriero, ora verso la tempesta.
Piotr, captativo, lo rassicurò: "Non preoccuparti, nulla di male può accaderci. Ho il dono della preveggenza, prevedo il passato e nei miei giorni migliori anche il congiuntivo."

Ivan di rimando abbaiò: "Karasciò tovarish. Davai, davai".
Poi, la tormenta li ghermì.
Freddo, acqua, neve, lampi e frastuoni.
Il nostro capo spedizione inveiva contro tutto e tutti: "Che cazzo di rave è mai questo? Tanta strada per sfruttare un free-drink che mi hanno regalato,  e poi non si trova manco il bar"  Gridava così Baskin, mentre le possenti folate gelide disperdevano le parole e non si sentiva più una mazza.
Di riamando, Ivan Drogo disse: "Ma con tuto sto nevicare ci prendiamo una bota di neve?". 
Egli, fraintese: "Chi si piglia la botta? Nulla deve essere toccato della razione K di sopravvivenza! Difendiamo la Santa Barbara! Cazzo Ivan, facciamo quadrato come ad Austerlitz" urlò, l'indomito esploratore.

Quindi, estraendo l'arma del suo avo (una pistola 7.65 ad avancarica perennemente inceppata) la spianò verso il niente a mero scopo intimidatorio.
"Dov'è il Grizzly, Ivan, tu dimmi solo dov'è che gli raso il culo a quel -latro- di vettovaglie". 
 
In verità l'istantanea che si compose in questo cataclisma fu emblematica.

Lui, con maschio coraggio faceva scudo con il proprio corpo alle salmerie, in una mano l'arma, nell'altra un  nodoso bastone leggermente paraboloide che la Natura gli aveva offerto; Drogo, con canino imbarazzo per la situazione paradossale, gironzolava intorno al Leonida dei ghiacci, mostrando almeno compartecipazione e talvolta mordendo la neve come sostegno alla  lotta feroce ormai prossima.

Neanche  l'Onnipotente avrebbe potuto metter mano alle  scorte del Glande Pioniere.
Tale era il giusto livore e il paterno affetto con cui le custodiva.

La sua francescana dispensa, inviolabile, ammontava a pochi sacchetti di pizza, congelata, ma Buitoni all' 87%. Non era molto, certamente, ma era tutto quello che aveva e soprattutto: a cui teneva. 

Come avrebbe detto un maniaco su un autobus: -la tensione era palpabile- nell'attesa del conflitto immaginato; Dolorosa e inopportuna come un crampo prima di un gesto olimpico.
Nulla accadde però, nessuna tenzone, nessun eroismo, neanche un'intonazione di una ballata cavalleresca, perché nessuno era sopravvissuto al freddo polare di quelle latitudini.
L'unico nemico fu invece lo scorrere del tempo; Al modo de: -Il Deserto dei Tartari-  passarono le ore, poi i giorni, quindi  le settimane e infine i mesi in una estenuante attesa di un evento cruento che quando  accadde fu  invece salvifico.

Erano entrambi alle strette con i "pieti" quasi completamente congelati, fatto salvo per il calcagno destro di Adamantio del nostro eroe. 
Gironzolavano da molto senza meta e senza una mappa precisa, quando infine giunsero alla Taiga ghiacciata di Sestri Levante. 

Apparivano due granatieri napoleonici in ritirata dalla compagna di Russia che mestamente attraversano il lago Bajkal. Zoppicavano, stretti l’uno all’altro come gemelli siamesi, puntellandosi vicendevolmente su quella lastra liscia e ghiacciata come una lapide.
Fieri nello spirito se non nella marcia, malconci nei vestimenti e, ad onore del vero, entrambi un po' carenti nell'igiene personale, videro l'unico rifugio rimasto che raggiunsero, ormai stremati e intirizziti all'inverosimile. 
Era la gelateria Tritone.  

"Due granite piccole"- Ordinò deciso, Piotr Vassily Baskin, rincuorato dalla inaspettata fortuna e già noto al mondo accademico per la sua generosità munifica.
"Offro io, non preoccuparti del prezzo, Ivan." e così dicendo aprì il suo -borsellino da nonna-  consunto e di forma gnomica, ma "ahi loro" vuoto. 
Non certo per avarizia, sia chiaro, ma perché la sua innata nobiltà lo faceva dimentico del vile denaro.

"Come, Ivan non prendi nulla? Hai tre Euro per la mia granita?".
Inaspettata fu la reazione del,  fino ad allora, fedele segugio dell'est; Lo guardò dalla feritoia dei suoi occhi congelati e in perfetto emiliano l'apostrofò: -Ma va a'cagher-
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Poi, ratto  fuggì via...Verso l'Ucraina che almeno lì c'è un bel calduccio e certamente si rischia di meno.
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giovedì 31 luglio 2014

Un miraggio chiamato Domani


Come detto tante volte non parlo mai di me stesso. Faccio seguito ad alcune riflessioni che desidero trascendere.
.
Nella mia prima giovinezza ho conosciuto la miseria e la brutalità di un conflitto militare; Grazie al cielo quella tragedia non riguardava la mia terra.
.
Se mai c’è un esperienza che può togliere il velo di romanticismo che avvolge l’avventura delle armi è proprio la guerra stessa. Non vi è niente di nobile nella distruzione e nella morte che si presenta nuda per quello che è: semplicemente la fine di tutto.
La prima vittima di un conflitto è la speranza, la speranza che esseri umani diversi per etnia, cultura, storia familiare possano andare d'accordo.
Tutti sono bravissimi a costruire muri, ma pochissimi uomini riescono a vedere oltre di essi.
Un'avventura che ho voluto sperimentare per quella sorta di incrollabile sensazione di invincibilità che è propria della gioventù, cioè di chi ha poca esperienza del mondo e di se stesso.
Essere giovani è un momento magnifico della vita, anche se dura poco. Cadi e non ti ferisci, sei sempre allegro e hai un'inesauribile voglia di scopare, però con gli anni ti rendi conto che guidavi una Ferrari F40 ma non sapevi dove andare. La Natura ti aveva dato un sacco di optional nella tua automobile sportiva e velocissima, ma non il GPS.
 
Considerazioni a parte, sono partito che ero un ragazzo e sono tornato dopo pochi mesi che ero un uomo, certamente non per ciò che avevo imparato ma per quello che  avevo  perso. 
Molte illusioni infatti sono rimaste in quel luogo che avevo visitato con una spedizione militare che eufemisticamente si era chiamata missione di pace.
Passati più di venti anni quei territori bruciano ancora, e questo la dice lunga sul senso di ciò che è stato fatto o meglio non fatto per una fattiva volontà di pace che appartiene a pochi uomini nella realtà ed è invece proprietà di molti solamente nelle parole.
 
Altre esperienze, a volte addirittura più traumatiche, mi attendevano lungo il percorso della vita, ma non le potevo immaginare allora. Come avrei potuto? La nostra ignoranza ci condanna e ci salva nello stesso momento: non sappiamo cosa siamo, perché esistiamo e cosa accadrà tra un minuto. Non conosciamo nulla di quello che ci riguarda, figuriamoci del resto.
Penso che questa cecità che tutti abbiamo sul domani, un domani che rincorriamo lanciando avanti i nostri desideri, sia stata per me una fortuna; Altrimenti avrei avuto la tentazione fortissima di tirarmi indietro.  Così, invece di venir trascinato dal mio destino gli sono andato incontro.
Oggi però sono ancora in piedi,  pieno di cicatrici ovviamente, le più dolorose non si vedono, ma sono segni che vivo come tatuaggi rituali e virtuali: mi ricordano chi sono, cosa ho fatto e soprattutto di cosa sono fatto.
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Tra i più vividi ricordi c’è ne uno apparentemente banale, avevo più o meno otto anni. Un giorno mentre stavo giocando mi fermai a pensare alla miseria;  Un pensiero inaspettato che non avevo mai formulato in me stesso e che mi investì con uno schianto con la forza potente dell’immaginazione che è propria dei bambini.
Mi sentii veramente solo al mondo.  Nessun genitore, nessuna casa,  povero e senza garanzie di fronte a un mondo grandissimo. Un mondo bello, ma indifferente. 
Un pensiero suggerito da chissà cosa, non ho idea cosa lo abbia ispirato, magari solo il parto della mia fervida fantasia che con gli anni è divenuta ancora più ricca. Forse un suggerimento del mio animale totemico.  
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Provai in quei momenti, pensando alla povertà, una sensazione di acuto orrore e di sordo terrore.  Credo di non aver mai più vissuto così intensamente la paura e con un tale gelo paralizzante. Neanche nei momenti in cui ho visto la morte in faccia.  Neanche negli attimi dove le circostanze mi hanno obbligato a combattere per la mia vita e così a conoscere la misura del mio coraggio e della meschinità generata dalla pochezza di ogni uomo, me compreso. 

Rovistando in questo ricordo mi imbatto involontariamente in altri attimi vissuti che valgono in certi casi, una vita intera. Momenti dove ho percepito l'amore, la  grandezza, il mistero e la bellezza del sacro che si nasconde perfino nelle peggiori apparenze.
Di quello però non parlo, forse per pudore nei confronti di questa dimensione senza misura e perché le parole sono inadeguate.
Ad ogni modo grazie alle esperienze, al confronto con la realtà, ho potuto vedere tutte le mie mancanze. Nulla è dimenticato in questo inventario.
A volte questi difetti si addormentano, ma non muoiono mai.
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Come dicevo, certe esperienze ti cambiano profondamente, ma non posso dire se in meglio; Tuttavia sono sicuro che se una persona vuol vivere contenta è meglio che non guardi in faccia la realtà e non si metta mai con le spalle al muro.
Nelle situazioni senza via d'uscita paradossalmente l'ho scampata entrandoci dentro ancora di più. 
Cosa è meglio allora? Posso parlare solo per me stesso:  A una vita spesierata e felice ho preferito cercare una vita autentica.
 
Le esperienze cui mi riferisco non si trovano nei corsi di autostima e sviluppo personale cui gli annoiati del Pilates  si dedicano durante i week end liberi. 
Parlo di togliersi la pelle di dosso per arrivare sino al cuore e vedere di cosa è fatto: E’ proprio come un pugno chiuso immerso nel sangue.
Sono giunto col tempo e le circostanze al fondo di me stesso, ma invece di risalire ho preferito cominciare a scavare.
 
Allora però, quando ero bambino e riflettevo sulla povertà queste esperienze non le avevo ancora realizzate.
Mi accadde invece una cosa strana. In quel momento feci un patto, forse nel tentativo puerile di esorcizzare quel mostro che avevo involontariamente evocato.  
Promisi a me stesso che non sarei mai stato povero, debole e bisognoso.  Un patto scellerato, una promessa terribile che avrei pagato…e molto, ma il costo di quel contratto aperto da me con me stesso lo avrei compreso molto più avanti con lo srotolarsi del copione di questa farsa tragicomica che chiamiamo esistenza.
Ho così lavorato negli anni per costruire una posizione materiale sicura. Un corpo forte per quanto possibile e una psiche libera dai falsi problemi.
Non è il caso di lodarmi, perché c'è sempre qualcuno che ha fatto di meglio e ottenuto di più; Come insegna un proverbio africano: "Un bufalo non si vanta della propria forza quando ci sono in giro gli elefanti".
Se dovessi esprimermi in sintesi direi che: “Me stesso è bello, anche se non ci vivrei.”
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Ho conosciuto la ricchezza, sfiorandola. Ne ho potuto così sentire se non proprio il sapore, almeno l’odore.
In modo inaspettato  mi sono ritrovato a vagare su una strana terra. La cosiddetta terra di nessuno. 
Il luogo più pericoloso durante una  guerra, perché  è delimitato tra due schieramenti opposti. Quando cioè due eserciti si fronteggiano e creano  un  lembo di terra che  non appartiene né a uno né all’altro.
Chi passa per quell’angusto corridoio è nemico di entrambi.
Mi trovo già da molto  a non amare la povertà con i suoi disagi, con la sua perdita di possibilità e a volte, di dignità e ad odiare la ricchezza  o meglio a disprezzarne la meschina indifferenza con cui pare avvolgere i suoi possessori; L'agiatezza eccessiva è come un serpente che prima sembra abbracciare dolcemente la sua preda per poi soffocarla. 
Questi detentori del "troppo" non si accorgono di ciò che gli accade, perché il denaro prima di strangolarti ti acceca e ti rende sordo.

In questo immaginario campo di battaglia entrambi gli eserciti sono in realtà poveri.  I miserabili di risorse, i ricchi di sentimenti veri.
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Quanto a me, dove sto andando?
Percorro la sottile linea rossa che divide questi schieramenti e la sensazione che ne ricavo è' come quando si combatte per la vita o per la morte, nel senso che questo conflitto non mi trova a sostenere nessuna bandiera, mi rivela facendomi sentire più reale, perché se combatti non hai tempo di avere paura.  La paura c’è prima, a volte dopo, ma durante l'azione mai, almeno per me è così.
La pace, in questa mia solitaria battaglia fra la povertà e il superfluo non è un'opzione.
Il mio compagno che mi tiene sveglio e striscia con me sotto il filo spinato dei luoghi comuni è la Serena Inquietudine.

Vivo dunque la mia quotidianità a volte routinaria come un'avventura.
La mia vita scorre, punteggiata appena dai beni voluttari acquisiti grazie al meschino tran-tran cui mi adeguo per guadagnarmi il pane.
E' però una specie di sogno vigile. Sono presente eppure è come se non appartenessi più a quel presente.
E’ uno stato un po' meditativo, denso e vuoto insieme.
Mi incazzo, godo, rido, amo, qualche volta piango.
Mi dispero la notte per sorridere il giorno, ma non perdo il contatto con quel silente testimone che vede tutto e non parteggia per nessuno, nemmeno per quella cosa che illusoriamente definisco -me stesso-. 
Costantemente e naturalmente cerco di tornare alla "cosa vera", non so definirla meglio. 
Se dovessi descrivere con un'immagine questo stato dell'essere, affermerei semplicemente: E' una porta, ma senza ante che traccia un immaginario passaggio; Prima c'è il vuoto e poi il nulla. 
E' il mio contatto con l'Energia primigenia, la Grande Aquila: l'Infinito. 
E' stata chiamata in tanti modi, ma Lei risponde solo a se stessa.
 
A volte, mi rendo conto che questa entità biomeccanica che abito, subisce degli effetti collaterali determinati dalle esperienze trascorse.
L'onda lunga del passato non mi sommerge certamente, però mi lambisce. Mi raggiunge così una seduzione rievocativa  dei momenti estremi.
E' una "quasi innocente" patologia psichica. Un'architettura neuronale che mi rimprovero bonariamente, ma non mi decido mai a smaltellare e in tal modo, curare da me stesso.
Ammesso che per la stupidità ci sia una vera cura definitiva.
Devo soddisfare una leggera dipendenza da adrenalina. E’ come una droga.
Certo, potrei smettere;  E poi? Forse non mi divertirei più? Perché
rischiare allora, e rinunciare ai rischi.
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Piccole cose, niente di che,  mi ritrovo sulla mia superbike a sfrecciare a 250, finché sento che nel  culo non mi potrebbe entrare neanche uno spillo. Altre volte salgo sul cornicione del balcone di casa all'ultimo piano, rimango in bilico ad ascoltare la notte che parla. La misteriosa notte,  mentre l’aria entra ed esce dai polmoni. Piccole follie che mi tengono sano di mente.
Quando voglio veramente sfidare il pericolo provo ad innamorarmi.
Non è facile per me, ma in fondo per chi lo è? Almeno innamorarsi veramente.
In un mondo di sentimentali io sono uno dei pochi romantici.
Qual'è la differenza?
Beh! I sentimentali credono che le cose dureranno, mentre un romantico ha la certezza disperata che tutto passa, finisce e muore.
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Mi somministro emozioni, ma in dosi omeopatiche.
Ovviamente non posso definirmi "normale" anche se la normalità comunemente accettata è una condizione apparentemente rassicurante, ma noiosissima.
Non parlo dei miei demoni con gli altri viventi, invece scrivo di loro, perché è il mio modo per liberarmi da questi ospiti che non sono propriamente degli amici.
Li accompagno alla porta con educazione e promettendogli in regalo l'eternità della parola scritta gli do commiato.
Nulla però in fondo mi disturba veramente.
Il futuro non mi angustia nello scorrere della mia seconda giovinezza appena iniziata. 
Il domani è per me solo un dato presunto; E' la nebbia che avvolge la cima di una montagna senza nome.
 
Forse è a causa della vita che ho vissuto che esisto come in una sorta di distacco da questo mondo.
Con il dovuto rispetto per la vita direi che di morire non mi importa. Non temo l'arrivo della nera signora, perché ho visto che Lei è sempre con me, anzi è sempre con tutti.
Ci accompagna come un'ombra fino a quando diverrà una cosa sola con il soggetto che la proietta.
Cosa posso sperare per il momento estremo?
Una morte onorevole, rapida, magari con un po' di presunzione: utile.
Poi finalmente...La fine della sofferenza.
 
Effettivamente, mi rendo conto che sono morto alla realtà condivisia dalla maggioranza già da molto. A differenza di altri, da allora ho cominciato a vivere con maggiore attenzione; Con maggiore riconoscenza.
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E' vero il mondo è dolore, ma solo un cuore grato ti può rendere felice.