venerdì 15 febbraio 2013

La pericolosa battaglia del sé


Sento spesso parlare della necessità o meglio della speranza di voler vivere in una società libera.
Un’affermazione che difatti è una contraddizione nei termini, perché quando si parla di società si parla per prima cosa di regole.
In ogni tipo di gruppo si trovano leggi, convenzioni e norme che di fatto, negano in maniera più o meno forte l’affermazione incondizionata dell’individuo e quindi la sua libertà.

La società ha interesse principalmente che l’uomo sia integrato, abbia una vita produttiva, rispetti le leggi e non necessariamente che sia felice.
Quella è, e resterà per molto ancora, una priorità personale.
Si potrebbe pensare che è giusto ripartire la vita di una persona in una sfera generale che include la collettività con delle regole ed una più piccola e circoscritta che riguardi la sua individualità, nella misura delle amicizie e della famiglia, dove egli possa liberamente ricercare la felicità.

Però, mi domando com’è possibile per un uomo, dovendosi uniformare a dei modelli comportamentali imposti, realizzare nel medesimo tempo la libera espressione di se stesso e così la propria contentezza più profonda?
E’ possibile reprimere un essere umano per la maggior parte del suo tempo che trascorre con gli estranei e poi sperare che una volta a casa tra i propri affetti sia totalmente svincolato da ogni costrizione?
Com'è fattibile che possa affermare la sua natura e il suo personale modo di amare, quando questo può esprimersi solamente all’interno di modelli condivisi, socialmente accettati e preesistenti?
Anche nella sfera più intima, questo uomo può veramente pensare di essere libero? Libero anche solo dal giudizio dell’altro e da quello ancora più severo della sua coscienza che aderisce a una morale, quasi mai messa veramente in discussione?
E’ evidente che la contraddizione è fortissima e insanabile.

Ci sono al mondo schematicamente due categorie di individui, nella prima, la più numerosa, si trovano le persone che si uniformano, che abdicano il proprio sé in osservanza alle convenzioni, che praticano in maniera più o meno generalizzata il servilismo e l’opportunismo; Forse per convenienza, oppure semplicemente per mancanza di esercizio del proprio senso critico.
La seconda categoria, è invece formata da un ristretto numero di persone che non riescono, in proporzione variabile, a rinunciare alla propria natura.
Con un certo azzardo direi che sono costituzionalmente incapaci di rinunciare a se stessi, perché tanto varrebbe per loro nei casi più drastici, spararsi un colpo di pistola in bocca piuttosto che continuare ad esistere senza vivere veramente. In  questo gruppo si notano spesso comportamenti iconoclasti e imprevedibili; In generale di rivolta verso le costrizioni.
Direi che sono strutturalmente incapaci di una negazione così assertiva delle proprie pulsioni più vere, naturali e sane.
In proporzione al grado di reattività avverso tutte quelle imposizioni che comporta il vivere comunitario essi sono emarginati, alienati, addirittura perseguitati e subiscono l’ostracismo della maggioranza; A volte si abbatte su questi "disadattati"  la disapprovazione violenta, la prigione, il manicomio. Nel migliore dei casi l’indifferenza e la solitudine fisica.

A mio parere sono i pochi che amano la libertà, non forse per merito, ma perché il loro mondo è più forte di tutto il resto.
La maggioranza invece credendosi libera o quasi, convive con una sorta di corazza che non solo li rende insensibili, ma non gli permette neanche di muoversi e di ragionare.
Il libero pensiero in loro è stato spento e forse non si riaccenderà mai più.

E’ molto divertente osservare nel quotidiano questa presunzione di libertà che molti si conferiscono, quando tutti i fatti della vita sembrano dimostrargli il contrario.
In loro il condizionamento ha raggiunto il livello della intossicazione completa, sono morti, ma non lo sanno ancora.

Con tutti l’opera di “addomesticamento” inizia già da subito nella vita.
Con essa sorge nel bambino quasi immediatamente la constatazione, spesso rimossa a livello inconscio, che la famiglia è sorda alle sue richieste più personali, alle domande che esprimono completamente quella personalità che via, via si costruisce.
Così non gli si permette la crescita del proprio sé, almeno non in maniera libera e completa. Si incatena il suo personale modo di amare che è invece l’unico modo che ha un essere umano di essere realmente felice.
Quasi tutti sembrano concorrere all’idea che bisogna amare secondo gli stereotipi accettati, altrimenti non è amore.
In questo bambino si inocula il germe della menzogna che lo contaminerà per tutta la sua vita. Per avere l’approvazione necessaria alla sua sopravvivenza dovrà fingere per far contenti i genitori, la scuola e tutti gli altri.
Quando, a questo uomo ormai adulto, si chiederà di essere sincero non saprà più cosa questa parola significa.
La maschera così a lungo portata è diventata il suo volto.

Ribadisco che il bambino non può rinunciare al sostegno e al contatto umano (cioè in definitiva all’amore e alle necessità materiali di cui non può farne a meno). In lui  nasce l’imperativo di negare la propria natura intrinseca per conformarla ad una scelta comportamentale che non ha alternative.
Non potrà quindi quasi mai affermare la sua unicità se vuole appartenere ai molti.
Dovrà negare al suo intelletto le contraddizioni della società portandole in se stesso.
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Così la nostra civiltà afferma, tanto per fare qualche esempio, il diritto alla vita, ma poi pratica la guerra giustificandola con fantasiosi nomi che non cambiano la sostanza delle cose. Esalta la solidarietà, ma poi favorisce l’individualismo più rapace. Applaude la sincerità, ma alla fine quelli che faranno carriera in questo mondo saranno le persone che mentono, dicendo agli altri quello che vogliono sentire.

Il prezzo che paga il bambino/uomo per la sopravvivenza in una struttura tanto inadeguata com'è la famiglia e la società poi, almeno come la si vede generalmente, è la solitudine. Non certamente quella di non avere vicino gli altri, ma la solitudine interiore determinata dal negare se stesso e la libera espressione dei propri pensieri più intimi.
Una negazione tanto reiterata che egli diviene estraneo a se medesimo.
Questo conflitto lo accompagnerà per tutta l’esistenza generando quelle nevrosi che si paleseranno nelle sue contraddizioni personali, nelle psicosi e in alcuni casi nella follia; A volte solo nei comportamenti autodistruttivi e masochistici che non sono altro che un riflesso di quelli presenti nella società che lo ospita e lo ha plasmato.

Non concordo dunque completamente con Freud che vedeva l’origine della nevrosi nella negazione della sessualità dell’individuo, ma sono più convinto come Otto Gross sosteneva, che essa è essenzialmente dovuta alla negazione della crescita e della libera espressione della volontà che le strutture sociali operano.
E' quindi una nevrosi principalmente determinata dall’attrito derivante nel mettere qualche cosa di quasi infinito (la natura umana con tutte le sue potenzialità e i diversi modi di esprimerla) in un contenitore tanto angusto, costruito per uniformarsi alla maggioranza degli altri, quegli altri che aderiscono ad un modello sociale ipocrita che premia l’ipocrisia.
Tutti i meccanismi di gestione e di aggregazione della collettività sino ad ora  sono stati fatti per esercitare un potere annichilente sulla volontà personale dell'individuo, attraverso la costrizione e non  sono certamente adatti a determinare la  liberazione e l'affermazione di quella volontà come la naturale espressione alla quale tende un essere libero e responsabile. 
Se dovessi sintetizzare in un’immagine la frase ricorrente che è scritta ovunque in ogni angolo di questo mondo sarebbe un “No” in caratteri cubitali.
La misura dell’integrazione è stimata spesso nel grado di omologazione che si palesa esteriormente nelle mode e interiormente nel pensiero uniformato e nei sentimentalismi diffusi, plagiati da chi è deputato a stabilire cosa è giusto e cosa è sbagliato, il più delle volte in ossequio ai propri interessi.
L’affermazione della propria volontà per il raggiungimento della felicità è una promessa sventolata davanti agli occhi di tutti da una società che ha come priorità invece la sua auto-conservazione e prosperità.
O almeno, va detto per inciso...La prosperità della sua classe dominante.
La felicità di tutti non può essere così realizzata perché è inconciliabile con la struttura sociale odierna, una struttura patriarcale che si basa sulla violenza, sullo sfruttamento, sull'imposizione e sul conformismo.

Un modello che negli ultimi decenni appare sgretolarsi lentamente senza, però rinnovarsi in qualche cosa di diverso, la cui influenza si riflette ancora in maniera molto forte nella famiglia appunto, nella società con le sue istituzioni e nella religione.
Tre apparati che sembrano avere priorità diverse, diverse metodologie di azione, ma sono invece l'espressione e concorrono a mantenere un modello conflittuale, profondo e millenario che vede un maschio dominante spadroneggiare su altri maschi e soprattutto sulle donne.
Queste tre strutture collaborano così ad un modello, se non proprio “predatorio” almeno molto competitivo che vede -tutti contro tutti- per il raggiungimento di un traguardo effimero; Effimero nella constatazione che ogni vincitore alla fine si ritroverà solo.
La frustrazione derivante dalla insoddisfazione onanistica di raggiungere un traguardo sociale elevato non potrà che essere compensata attraverso l’esercizio discrezionale di quel potere così duramente e faticosamente raggiunto.
Mantenendo così il sistema uguale a se stesso e perpetuando i suoi errori e i suoi orrori.
Un cambiamento radicale del sistema sociale non potrà dunque mai realizzarsi per mezzo di una classe dirigente composta da persone che per giungere e mantenersi in una condizione di privilegio hanno dovuto utilizzare e fare proprie quelle deformità sociali che poi pretenderebbero di sanare.
La loro è una puerile menzogna, un salvifico tentativo di abbellire una faccia che hanno perso; Un modo di ricomprare un'anima che hanno svenduto e non potranno più avere.
Per usare una metafora direi che  "l’uomo in lotta" una volta giunto in cima alla catena alimentare non trova la felicità, ma la solitudine.
L'amara constatazione che realizza è che avendo considerato tutti dei nemici perchè lo ostacolavano al raggiungimento della cima ora non ha più nessuno da amare e con cui condividere la vetta e le opportunità che quella posizione gli offre. 
Questo povero essere  giustificherà la sua esistenza mangiando oltre il suo naturale appetito, altrimenti quale sarebbe il senso di essere arrivato al vertice di questa catena alimentare?
L'avidità nell'essere umano è un demone che una volta evocato non può essere facilmente rispedito all'inferno con una stretta di mano e una pacca sulla spalla.
E' un Golem che una volta cresciuto divorerà il suo stesso creatore.

Tuttavia mi pare evidente, anzi ovvio che una vita sociale senza un minimo di regole condivise non è fattibile.
Mi pare ancora più ovvio che determinare una caduta di qualunque freno in un uomo che non ha una coscienza oggettiva sviluppata e sana che lo guidi nelle sue scelte e nelle relazioni con gli altri equivarrebbe alla barbarie generalizzata.
Pare così essere una situazione di "empasse" che perdura da qualche migliaio di anni. Non si concede la libertà perché ne sarebbe abusata, ma in una struttura sociale vincolata non è possibile formare uomini completamente responsabili delle proprie azioni e con valori  intrisici migliori e stabili.

C’è un forte parallelismo fra società e linguaggio.
Così come il linguaggio non potrebbe realizzarsi se non ci fosse una lingua comune che è in definitiva una convenzione, non si può avere una struttura collettiva senza regole. Ci si trova nella società nello stesso paradosso che si ha nella comunicazione umana.
Quest'ultima efficiente nel descrivere elementi semplici di utilità –passami il pane, attento allo spigolo- ma che diventa prolissa e di converso equivocabile, inintelligibile, quando deve comunicare la soggettività, i sentimenti e il modo di amare di ognuno così spesso frainteso.
Come le leggi del mondo civile sono funzionali e abbastanza efficienti in una società nel regolare la normalità, non lo sono altrettanto per l’eccezione; Similmente il linguaggio è funzionale ad un certo tipo di comunicazione ordinaria, ma nel momento che esso vuole descrivere la nostra natura, la nostra singolarità, diviene muto perché essa è più grande del contenitore in cui l’abbiamo chiusa e supera e trascende ogni regola e grammatica.
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La domanda che sorge allora spontanea è: Quale tipo di società potrebbe favorire una dimensione comunitaria più sana e vivibile?

L’antropologia ci indica che il nostro mondo non è stato sempre così come lo viviamo ora.
Nel neolitico per esempio l’organizzazione umana era vissuta in società matriarcali.

Ed è ragionevole considerala una soluzione migliore rispetto a quella patriarcale in uso in quanto la donna a differenza dell’uomo ha due coscienze distinte che abitano in lei.

Essa ha in comune con il maschio la propria coscienza personale ovvero quella che porta alla realizzazione di sé e al soddisfacimento dei propri bisogni e aspirazioni; Però ha anche una “coscienza biologica” che l’uomo non possiede, in quanto lei è portatrice di vita e tra gli istinti naturali quello della maternità è uno dei più forti e sentiti, ma anche il più utile e l’unico per la continuazione della specie.
E’ quindi plausibile che in una società organizzata da donne aventi due coscienze (libere, si spera) vi potrebbero trovare posto comodamente gli uomini, ma non viceversa.

Non è proprio esatto dire che non esistono attualmente società matriarcati sulla terra in quanto ci sono piccole realtà in luoghi remoti dove questo modello sociale è ancora praticato e dove la vita e la personale soddisfazione dei suoi membri appare di gran lunga superiore a quanto fornito dal modello patriarcale imperante.

Per quale motivo il modello matriarcale è migliore?
Perché si basa sul sostegno e la condivisione mentre quello patriarcale sulla violenza e sulla avidità.
Il patriarcato e la conseguente patri-linearità della discendenza sono fondate sulla violenza per due ragioni principalmente.
La prima, nella necessità di sorvegliare che la propria prole allevata dalla donna, non sia quella di un altro uomo (con cui nel sistema patriarcale il maschio è in concorrenza) visto che l’investimento per il suo accudimento è sempre alto, anche in una società benestante come la nostra.
Traggono così senso, ma non certo ragione, quei fenomeni di gelosia, di ossessività nei confronti della femmina spesso equiparata ad una proprietà da proteggere e conservare per il proprio utilizzo. Una sorta di incubatrice per i figli di un uomo solo.
La seconda ragione è data dall'origine storica del patriarcato  che si basava sul ratto della femmina e dal suo conseguente stupro.
In questa primitiva situazione la donna era dunque una schiava e questo ruolo si è emancipato molto lentamente, purtroppo mantenendo "in nuce" lo stesso retaggio anche nella moderna famiglia. Un retaggio nascosto, flebile, ma intuibile ad una visione attenta che si spinge oltre le convenzioni di facciata.

Nelle società primitive matriarcati la donna invece era sostenuta e resa autonoma dall’aiuto di "tutti" gli uomini della tribù, perché era lei la detentrice della nascita e a lei spettava stabilire con chi accoppiarsi, anche con partner diversi poiché era la generatrice di vita.
In un sistema del genere la libertà sessuale era un dato di fatto e la gelosia non aveva alcun senso. Inoltre questo sistema portava ad una maggiore condivisione dei beni materiali per il sostegno della vita dei bambini senza distinzione e non come avviene oggi indirizzata solo alla prole personale. I figli allora erano il vero patrimonio della tribù, la discendenza di tutti gli uomini e non dei due genitori biologici.
La preoccupazione di tutti era che la nuova generazione avesse il meglio possibile.
Non si fermava come invece adesso accade alla egoistica preoccupazione che i nostri, e solo i nostri figli, avranno da mangiare e di che vivere un domani.

Come mai si è affermato il modello patriarcale?
Perché sicuramente è un modello più aggressivo, più adatto ai tempi passati dove gli esseri umani erano pochi, la natura ostile e la vita breve e difficile.
Queste condizioni favorirono uomini predatori, ma condizionarono “a cascata” tutte le altre scelte che il patriarcato ha poi determinato come ad esempio l'esasperazione del diritto di proprietà, il diritto ereditario dei privilegi e delle ricchezze che favorivano e favoriscono tuttora una discendenza a scapito delle altre.
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Oggi però le condizioni di vita sono radicalmente cambiate.
Abbiamo il problema opposto cioè una sovrappopolazione che aumenta le richieste, una natura quasi completamente asservita e una tecnologia che ci assiste in ogni aspetto della vita.
Le distanze fra gli uomini grazie ai mezzi di trasporto moderni, le comunicazioni quasi istantanee, i mezzi di informazione fruibili da quasi tutti non permetteranno per molto ancora un modello di  ricchezza che favorisce un gruppo ai danni di un altro gruppo sfruttato.
Fra poche generazioni o addirittura già nel nostro presente assisteremo a come -tutti vorranno tutto- e non ci sarà modo di evitare un conflitto globale, per l'evidente ragione che un sistema economico che basa il proprio benessere sulla disparità e sullo sfruttamento ha un collasso quando tutti divengono sfruttatori.
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Si assiste oggi come accennato ad un tentativo di modifica del patriarcato in questo caso non solo definendolo in seno alla famiglia ma nella sua estensione sociale in tutte le sue forme. Una modifica operata grazie principalmente alle rivendicazioni delle donne stesse.
In ogni caso la donna rimane in molte aree del mondo ancora una “proprietà” dell’uomo, magari non nella forma esteriore di schiava vera e propria ma nella sostanza in quanto è il maschio che generalmente detiene la ricchezza e contribuisce al mantenimento della donna che deve, se non l’obbedienza totale, almeno un forte asservimento.

Da qualche decina di anni sembra che questa situazione assurda stia cambiando cioè si vorrebbe (almeno a parole) bilanciare una società gestita da uomini che operano scelte e detengono il potere sulle donne in una società più equilibrata.
Il prezzo di questa equiparazione è un sommerso, ma ormai sempre più spesso palese conflitto fra le due metà della popolazione.
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Sono personalmente scettico sul tipo di emancipazione che pare svilupparsi in una società comunque patriarcale.
Perché sembra consista principalmente nel trasformare una donna in un uomo.
Infatti all’interno di un modello così rigido non c’è posto per una donna-donna ma solo per una donna-uomo.
Si paga così il filo di voler realizzare una parità di apparenza che principalmente ottiene solo una parità di difetti all'interno di una struttura sociale ancorata ad un modello che è fondato sulla diseguaglianza. Le opere di rinnovamento intraprese, seppure auspicabili, risultano essere estemporanee senza una modifica strutturale profonda della società e dei suoi abitanti.

Si manifesta oggi una sorta di negazione della femminilità nella donna che per essere forte o per apparire forte, deve assumere dei modelli che non corrispondono alla sua natura (biologica) cioè sono modelli maschili che fratturano ancora di più il suo sé.

Anche se può apparire un esempio banale, basta osservare la personalità che si plasma nella “donna in carriera” per comprendere che è innanzitutto una donna che ha negato buona parte della sua femminilità per adottare i peggiori stereotipi maschili; Anche se a volte sembra mostrarsi fin troppo seducente, esasperando quello che usualmente è considerato femminile, ma è in realtà solo un espediente per dare un plus valore alla sua fame di potere e di riscatto.
Ci sono anche donne particolari dove questa disarmonia non esiste, ma non sono  la norma e i problemi del mondo sono fatti  più dai numeri della maggioranza che dalle buone idee sostenute da poche persone.
La mia opinione è che la vera forza della donna è sempre stata il buon senso e il pragmatismo, non certo i muscoli; Le sue parole si ascoltano più chiaramente, quando non sono urlate come fanno troppo spesso gli uomini.
Si osserva infine che la femminilità come anche le migliori qualità virili sono andate perse nel passaggio generazionale determinando una genia di esseri un po' spaesati. Una gioventù spesso dai contorni sessuali indefiniti e in definitiva ragazzi  e ragazze bizzarramente e irrimediabilmente infelici.
Sono dell'idea che sia ben diverso esprimere la propria unicità dal voler diventare a tutti i costi un'eccentricità; Una condizione questa spesso presentata erroneamente ad emblema della libertà individuale.

In ogni caso il modello matriarcale sarebbe la soluzione con più opzioni positive per il dipanamento delle problematiche evidenziate.
Non risolverebbe però il problema principale ossia la necessità di avere un essere umano libero che possa vivere agevolmente in una società libera.
Infatti, una persona chiusa nei suoi schemi mentali e nei preconcetti anche se vivesse nella migliore delle società possibili proietterebbe la sua cella interiore nel mondo circostante.
Si ha allora una forte ripercussione nel mondo di tutte le patologie psichiche che abbelliscono l'umanità le quali si riversano nella collettività e da essa con le sue problematiche ingigantite nuovamente sui suoi componenti.
E' lapalissiano che un individuo psicologicamente malato  proietterà sempre i propri compensi sugli altri per sostenere la sua struttura interiore instabile, determinado un inestricabile nodo Gordiano di contraddizzioni che alimenterà una situazione endemica di disagio.

In definitiva il rinnovamento sociale è imprescindible dal rinnovamento dell'essere umano, perché vi è una connessione talmente profonda fra uomo e società che il confine che separa queste due realtà è forse solo un problema di prospettiva.
La costituzione di un essere più libero cioè in definitiva più sincero, poichè la libertà si costruisce con la sincerità, è l’unica strada per favorire l’accettazione di sé,  la manifestazione di questo "sé" ed eventualmente un suo cambiamento consapevole.
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Questo non può attuarsi che investendo nei bambini e in una loro educazione illuminata. Per un adulto ormai adeguatosi ad un clima inquinato come il nostro, la probabilità realistica di un cambiamento profondo, affinché possa vivere una vita diversa, più normale e sana è purtroppo molto vicina allo zero. In ogni caso, la ricostruzione del proprio mondo interiore, ormai cementato in un penitenziario di abitudini e schemi mentali sarebbe estremamente doloroso, e forse nella maggioranza dei casi poco conveniente, perfino per se stesso.
Sarebbe inoltre necessario a questa ipotetica  generazione di uomini nuovi, nascere e crescere in una società separata dalla nostra;  Gestita (almeno nei primi tempi) da pedagoghi, scinziati, innovatori cioè da persone particolarmente predisposte ad una nuova società avendo già relizzato una forte emancipazione dal preconcetti.
Un gruppo di lavoro altamente qualificato adatto a formare con una nuova educazione  questi pionieri che conolizzeranno una nuova Terra. Un team fortemente motivato a supportare questi bambini nella loro crescita che giunta a compimento possa operare un cambiamento non solo radicale, ma epocale dell'umanità.
Da questa sorta di "nursery sociale" già segnata da modifiche sostanziali e profonde, grazie alla crescita delle generazioni future si potrà allargare su scala globale l'espansione di questo esperimento etnologico se veramente funzionale con la conseguente progressiva regressione del vecchio modello patriarcale.
Di fatto sto parlando dell'estinzione dell'uomo come lo conosciamo adesso, un'estinzione cui comunque è destinato inevitabilmente con l'attuale aumento della popolazione  all'interno di un sistema sociale ed economico inadatto a far fronte ad un numero tanto elevato di abitatanti in concorrenza fra loro per avere gli stessi beni di consumo. 

L'affermazione di un "essere umano diverso" dovrà però essere protetta sino al consolidamento del sistema matriarcale che lo ospita, cioè ci sarà bisogno di un progetto condiviso e sostenuto da tutta la parte della popolazione umana che non ha ancora perso completamente il senno che fornirà i mezzi materiali per costruirlo e mantenerlo, almeno sino alla sua autosufficienza.
Si potrebbe definirla, con una certa drammaticità da Vecchio Testamento, una sorta di Arca biologica per far sopravvivere l'umanità alla quasi certa autodistruzione.
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Anche se drastico, questo è  forse l'unico modo con cui fattivamente è possibile dare seguito alla vita di un'umanità più sana e libera, libera anche dalle tare genetiche che l'affliggono da secoli; Un'umanità dotata di una maggiore intelligenza garantita da un DNA sano, quindi non tormentata dalle molte malattie prevenibili e dalle migliori condizioni per un ottimale sviluppo intellettuale e spirituale.
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Tutto ciò in modo che l'uomo possa, in una struttura sociale finalmente adatta, perseguire realmente la ricerca della felicità; Perché questo  è il vero e unico obiettivo degno di essere raggiunto, avendo superato, grazie alla tecnologia e alla scienza il traguardo della mera sopravvivenza (almeno per il momento).

In particolare l'educazione di questi -nuovi esseri umani- non dovrà essere attuata con il modello formale e ristretto attuale, inteso come "scolarizzazione" e nemmeno con i vecchi principi di concorrenzialità ed i metodi di valutazione odierni,  ma dovrà basarsi su un sistema più ampio; Evitando l'imposizione di modelli rigidi, incrementando la sensibilità individuale e sviluppando l'analisi oggettiva personale che favorirà una pluralità di alternative e l'empatia fra gli uomini. Essi si svilupperanno magari diversamente, ma saranno in ogni caso coési nella realizzazione di una vita più serena e felice.
Un sitema di sviluppo che incoraggerà e incentiverà il cosiddetto pensiero laterale con una visione multi dimensionale della realtà. Così si avranno, forse, persone libere dai dogmi, dalle superstizioni e dalla religione.
Una umanità coraggiosa che realizzerà nel proprio cuore e non nelle cattedrali la comunione con lo spirito.
Donne e uomini che sapranno finalmente vivere in armonia con la Natura, perchè non negheranno la loro stessa natura. 
Persone che possiederanno quella sensibilità che li porterà a vivere in concordanza con il Tutto, riconoscendosi parte di esso.
Un nuovo sistema educativo che in generale non fornirà ad un essere umano eventuali risposte, prima che sorgano in lui spontaneamente delle vere domande.
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Nello scrivere queste ultime considerazioni sento una sirena che mi ulula nelle orecchie (forse un'ambulanza che è venuta a portarmi via?) e vedo anche un allarme rosso di pericolo con la scritta “Utopia”  che lampeggia davanti ai miei occhi.
Lo ignoro volutamente, perché sono convinto che per essere veramente realista devo credere nell'impossibile.

giovedì 14 febbraio 2013

Long, long Island

Nadir, con un certo fervore rivoluzionario: "La politica? La Chiesa? La società? Tutto questo malaffare?

Zenit, sorseggiando il suo Long Island gli scocca uno sguardo più amaro del rabarbaro: "Ma cosa credevi? L'uomo è l'uomo".

Nadir, mestamente ammette: "Hai ragione, cazzo. Anche le più ardite altezze dello spirito  alla fine trovano posto solo nell'uomo; Conchiuse nella circonferenza del suo stomaco, nella lunghezza del suo pisello e, ahimè, nella grandezza del suo portafoglio".

Zenit, alzando un sopraciglio: "Un alto giro?"

Nadir, scuotendo la testa: "Tanto vale berci su".