lunedì 10 ottobre 2011

Oltreuomo



Come dice il falegname: "Ogni credenza è falsa".

mercoledì 5 ottobre 2011

Sahara e Samsara

Il piacere è la sola, vera ed eterna ricerca dell’uomo.
Amare ed essere amati dunque, ma senza un perché; Alla fine si riduce tutto a questa semplice realizzazione che allarga il nostro mondo, completandolo.
La distinzione tra effimero e reale è la differenza tra una soddisfazione momentanea e una conquista inviolabile.

Vagare così nel deserto della vita, forviati dai miraggi, dove è tanto facile girare in cerchio non è modo per chi sa, vuole e può tracciare un sentiero nella propria anima.
L’orizzonte allora non resterà un limite ma solo un momentaneo confine da lasciare alle spalle.
E’ un percorso di sabbia sotto la canicola lungo cui ci affrettiamo, ma che ci insegna che se incontri un’oasi...non bisogna mai mancare di bere.

venerdì 30 settembre 2011

108

Paesaggi autunnali scorrono davanti agli occhi.
Siamo noi che ci muoviamo o è il mondo che avanza?


E' come in una stazione non si sa mai se è il nostro treno che parte o quello accanto.
Ci nutriamo durante questo viaggio di cibo, ma anche di immagini, di sentimenti ed emozioni.
Mangiamo sempre qualche cosa.
Che sia un sorriso di uno sconosciuto che ci passa accanto, uno sguardo rubato a due innamorati o il silenzio della gente che parla.

Mastichiamo ogni cosa, poi deglutiamo la vita che ci scorre dentro ma ci lascia ancora sete.
Si beve per dissetarsi, ma spesso è acqua salata.
Ha, però una sua bellezza questo impulso, questo appetito che ci spinge a addentare ogni evento.
E’ una fame insaziabile di vita.
Piaceri momentanei come piccoli bignè punteggiano il divenire, ci soddisfano inaspettatamente ma subito ci abbandonano lasciando solo un eco del sapore appena gustato. Così è per i bocconi amari.
Talvolta ci si sorprende che anche l'acqua abbia odore e l'aria sapore.
In quei frangenti regalati fluttuiamo nel vento delle stagioni che passano e poi ritornano.
Uguali e diversi siamo ospiti dei cicli legati dal grande mistero che è servito, però a piccole porzioni, confondendoci.
Una musica silente accompagna questo pranzo, essa suona il violino senza corde del nostro cuore.
Passa e va...fra i rami arrossati dalle foglie, perdendosi in un arancio magnifico.

giovedì 22 settembre 2011

Summa

Tutto quanto fatto, detto e pensato dall'uomo, tutto lo scibile umano si riassume in unica frase. E' al tempo stesso un'esortazione e un monito. E' una domanda e una risposta nel medesimo istante. Una affermazione che suona in ognuno, chiara, semplice, cristallina. In certi momenti la senti sussurare all'orecchio in altri invece grida, vibrando nel petto come un urlo di guerra. Quattro semplici lettere con talvolta un punto esclamativo: Vivi!

Poi, lascia tutto il resto alla legge non scritta dell'Infinito.

venerdì 16 settembre 2011

Spicchi

Pare strano ma spesso il modo migliore di trascorrere il tempo è perderlo.
Gli attimi perfetti nella vita sono rari; Essi accadono...a prescindere, direbbe Totò.


Ci entra nell’anima quel silenzio che ci fa udire l’armonia della vita. Un regalo inaspettato dell’esistenza che non meritiamo forse, ma che possiamo mettere a frutto.
Ci rendiamo conto così che non abbiamo bisogno di quasi nulla, a parte noi stessi.
Restano indelebili i ricordi di questi momenti particolari che ci donano se non proprio la felicità almeno una profonda armonia che spesso è ancora meglio.

Mia madre durante la seconda guerra mondiale non era che una bambina. In quello sfacelo che era l'Italia viveva alla giornata sotto i bombardamenti orfana di padre con le sue due sorelline. Le retate tedesche seminavano il terrore anche nei civili per non parlare dello stato di incertezza e di disagio che solo frangenti estremi come quelli di un conflitto riuscivano a rendere tanto palpabili.
Quando arrivarono gli americani e le truppe inglesi al seguito, lei era sfollata in campagna.
Un giorno, mentre stava giocando da sola incontrò per caso un soldato inglese. Era un indiano.
Un Singh, con il turbante la barba nera e l'uniforme marrone. Non aveva mai veduto nulla di simile.
Un'immagine stranissima almeno agli occhi di una bimba che non conosceva niente del mondo. Questo uomo alto e imponente, tanto diverso dalle persone che vivevano in paese, si chinò su di lei ed estrasse dallo zaino una mela per fargliene dono. Gi fece un inaspettato regalo senza dire una sola parola.
Era un bellissimo frutto, pieno e lucente.
Questo soldato tagliò la mela in due, poi ne pelò uno spicchio. Prima di darglielo, però ci mise su un pizzico di sale.
Questa combinazione strana era buona. Anzi buonissima, e in quel particolare istante avulso da una realtà tanto tetra gli parve che acquistasse maggior sapore, fu meglio di una fetta di torta.

Anche nei momenti più bui c'è sempre una piccola luce che ci ricorda che il sole esiste.

mercoledì 31 agosto 2011

Sights of life

Quando si avvera un desiderio lascia dietro di se sempre un sentore di malinconia.
Forse perchè sorge la constatazione che alla fine siamo sempre noi stessi, inseparabili compagni di una brama inesauribile che ci spinge, appena realizzato, verso un altro sogno. E' il prezzo che paghiamo alla nostra insoddisfazione.
L'esistenza si riassume in fotografie a colori e in bianco e nero conservate nella memoria che non sono altro che l'emblematica metafora del divenire.

La vita? Un fiume di cui ci è dato conoscere solo una sponda, l'altro margine è invece avvolto nelle tenebre di una foresta dai contorni incerti. La strada lungo questa via resta ancora da essere percorsa. Ne possiamo vedere solo una porzione. ll particolare diviene così per il viandante orizzonte finito.

La nostra soggettività ci concede giusto un fotogramma del reale imprigionandoci nel limite di un’istantanea.

Che dire della luce? E’ un epigrafico riferimento al Divino che illumina, ma non interferisce nel moto apparente delle cose di questo mondo; Egli getta il suo bagliore sull’esistenza, lasciando a noi poveri cechi l'incombenza di vedere, se mai un giorno avremo il coraggio di aprire gli occhi.

In una visione più ampia, però tutto è profonda armonia.

L'amore non è forse la musica del cuore? La bellezza non è il canto degli occhi? La verità non è forse l'assonanza dell'anima con il Tutto?

La saggezza infine? Null'altro che l'accordo perfetto fra conoscenza e poesia nel concerto della vita, mentre esegue il suo misterioso spartito.

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lunedì 29 agosto 2011

The Ultimate Highway

Quando sarà, voglio andare in cielo con la mia Kawasaki e a tutta velocità.
In maglietta e coi miei jeans preferiti, però.
Mentre l’aria fredda mi morde le braccia e la musica degli AC/DC mi inonda i timpani con Highway To Hell.
Fendere velocissimo le nuvole rombando e arrivare al cospetto di Dio mentre freno in derapata.
Poi, mi toglierò il casco e lo guarderò per un attimo dritto negli occhi.
Gli dirò, chinando il capo: “Signore, E’ vero, sono uno stronzo, ne ho fatte di tutti i colori. Non sono stato un angelo né un genio, non ho certo compreso la vita, ma cazzo se ci ho provato!
“Almeno una cosa buona l’hai capita?”, mi domanderà con la sua bella voce.
“Si, solo una: so cos’è l’Amore”
“Va bene…può bastare per questa volta. Resta qui per un po’ se ti va”.
"Posso tenermi la Z750?"
“Ok, puoi farti anche un giro, ma non farti vedere da Jesus che altrimenti la vuole anche lui. Questo è stato sino ad ora un posto tranquillo, un paradiso diciamo”
“Signore, posso anche andare a vedere come si sta giù?”
“Giù?”
“Si, insomma…L’Inferno”
“Ma se ci sei andato via ora”
“Eh già! Che pirla”
http://www.youtube.com/watch?v=fsDpznl8eIs

giovedì 18 agosto 2011

Quid pro Quark

L'olfatto, celebrato in quel bel libro di Suskind "Il profumo" è direttamente collegato con la parte limbica del cervello, il cosiddetto “cervello rettile” che è il retaggio della parte primitiva nella formazione di questo apparato di elaborazione sensoriale che risulta essere l'encefalo con il sistema nervoso connesso. Uno strumento incredibile che ci ha dato tra le altre cose una certa supremazia sulle altre specie viventi e il telegiornale con Emilio Fede.
Studi recenti hanno dimostrato che le scelte più importanti nella vita le facciamo con quella porzione antica del nostro sistema cerebrale.
Dunque si è appreso oltre ogni ragionevole dubbio che le parti costituitesi intorno a questo primitivo cervello e cioè i lobi frontali, parietali e la materia grigia (responsabili del pensiero astratto, della logica e del linguaggio) incidono solo lievemente nelle nostre scelte fondamentali. Scegliamo il compagno di vita, il modello dell'automobile, le relazioni sociali significative con questa parte istintiva.

E si vede! Direbbe qualche cinico, ma tant'è.
In ogni caso le istintive reazioni di fuga o di attacco che portano tutte le specie viventi alla sopravvivenza nell’uomo sono fortemente mediate da quella struttura cerebrale successivamente evolutasi che viene detta "nobile". In particolare nel momento che si vive con i propri simili la parte del leone viene lasciata alle aree logico-linguistiche; Infatti il nostro sviluppo cerebrale si è evoluto, ingrandito e diversificato di pari passo con la complessità della società umana. Obbedendo alla necessità prioritaria di creare una struttura sociale ed un linguaggio per costituire un gruppo sempre più complesso ed esteso, quindi in definitiva più forte.
La parte dell'encefalo "evoluta" ha anche una caratteristica peculiare: è programmabile. Il sistema nervoso centrale ha anche un'altra caratteristica interssante: crea delle pre risposte; Ossia crea delle risposte prima che gli stimoli siano veramente percepiti.


Se non avessimo questa struttura programmabile e quindi condizionabile allocata in queste parti deduttive, immaginative e mnemoniche la nostra naturale reazione ad una persona estranea che, seduta al ristorante vicino a noi, alzasse il bicchiere per bere sarebbe di immediato allarme; Vivremmo questo gesto come un possibile attacco, invece che come un semplice gesto convenzionale.
Dunque questo apparato cerebrale incredibile che effettua miliardi di operazioni al secondo fa un considerevole investimento a sostegno di questa struttura programmabile che tra le altre cose è un freno alla nostra natura profonda e primitiva. Un controllo cui l'essere umano da il più delle volte nomi pittoreschi come ad esempio: educazione, carattere, moralità, etica, capacità previsionale, ecc. ecc.
E' invece semplicemente una struttura di elaborazione e controllo che ci permette di adattarci alle situazioni molto complesse che derivano dalla vita insieme cioè opera come limitatore sulla manopola del gas che guida la nostra corsa nell'esistenza.
Una sorta di freno, quasi sempre tirato per poter viaggiare tutti assieme.

Detto così non fa molto figo per l'uomo, ma pare comunque vero.


Va considerato inoltre che spesso un animale forte è solitario. Le formiche hanno una struttura sociale non perché sono buone e care, ma perché sono piccole e coordinandosi insieme divengono più forti. 
Un T-Rex non aveva bisogno di nessuno, poi però si è estinto ma questo è un altro discorso.

Se si analizza la struttura tentacolare del nostro mondo umano le conclusioni cui si perviene spezzano molti preconcetti sul vero motivo per cui siamo "animali sociali" e sulla presunta forza di questo "trionfo dell'evoluzione" che dovrebbe essere rappresentato dall'uomo.
Molte convinzioni (immaginate, dette e sostenute guarda caso dall'uomo stesso) che ci nobilitano ma ci forviano, però da un’analisi obiettiva “del perché e del per come” ci comportiamo come ci comportiamo.


Fatta salva la peculiare capacità umana (unica nel genere animale) da tenere costantemente presente, cioè la sua attitudine alla menzogna che riversa a piene mani ai suoi simili e ancora con più generosità a se stesso.
Se si guarda alla Natura e si usa lo strumento della similitudine (non dell'eguaglianza che non esiste) si capisce da soli come siamo fatti, non abbiamo bisogno degli scienziati, dei Papi, dei Profeti, neanche di Dio; Che probabilmente esiste ma non è come ce lo aspettiamo.
Un aneddoto. Un po' di tempo fa un mio amico tornato dall'India mi ha raccontato di aver visto Dio. Naturalmente gli ho domandato: “Com'è?”. Lui mi ha risposto: “Mah! Lo credevo più alto”.
Forse fa sorridere questa risposta, ma è proprio così che ragioniamo. Il pelo nell'uovo è per noi un dato di fatto.

A proposito del nostro modello biologico e di come ci adattiamo al mondo circostante va precisato che il salto di qualità dalla forma vegetale a quella animale cui apparteniamo è stata, a mio modesto parere, nella costituzione della bocca e del relativo apparato digerente.
Pare stano ma alla fine siamo tutti delle bocche. Il resto è accessorio. Infatti, nel nostro corpo la preponderanza di sensori propecettivi è nella mandibola dove sono presenti anche i muscoli più forti di tutto il corpo.
Se comprendiamo che siamo bocche che hanno avuto nei millenni la necessità di spostarsi ed hanno costruito per tentativi il nostro apparato locomotore si può capire che la “predazione” non solo è la parte fondamentale di cui siamo fatti ma anche la ragione che ha dato seguito a tutto il resto di questo bordello che chiamiamo Esistenza.
Non si sbaglia di molto e diventa immediatamente chiaro, se si è onesti con se stessi, che ogni nostra azione in questo mondo finito è determinata da rapporti di forza e di opportunità.
Non siamo diversi dall'Universo o dalla Natura in cui viviamo che aderisce alla stessa fondamentale regola per mantenere in armonia il Tutto.
L'organizzazione sociale, l’educazione scolastica e familiare, le religioni, la scienza che ci vendono costantemente una marea di stupidate a proposito di noi stessi, non sono affatto funzionali alla nostra indipendenza. In definitiva alla nostra libertà. Perché una libertà personale incondizionata non può sopravvivere senza conflitti in una struttura sociale. Lo scopo di questo tipo di sistemi educativi e culturali è solo l'adattamento dell'individuo alle regole di una società. Anche le scienze che si occupano più da vicino dell'uomo come la medicina e la psicologia non ricercano né lavorano veramente per la salute dell'individuo, ma per la sua standardizzazione. I parametri per cui una persona viene definita sana sono il più delle volte svincolati dalla singolarità della persona e dal suo reale stato di salute; Infatti le medicine usate per curare i sintomi (e solo quelli) o normalizzare i valori hanno un percentuale di successo che varia dal 40 al 70%, cioè funzionano per molti, ma non per tutti; Semplicemente perché non siamo tutti uguali né siamo sempre gli stessi. Così è anche per la psicologia che non ha come scopo la felicità e la fioritura dell'individuo, ma la sua integrazione e l'adattamento nell'organizzazione comunitaria.
Anche alla Natura non interessa se diveniamo consapevoli, gli basta che ci sviluppiamo e riproduciamo e poi, quando non siamo più necessari ai suoi scopi, ci leviamo di torno.


In poche parole siamo soli nel nostro percorso verso la felicità o come si usa dire nella propria realizzazione, intesa come conoscenza e libera espressione di se stessi (ammesso che ci sia un reale se stesso da esprimere). Un percorso comunque personale ed arduo proprio perché "innaturale" .

Se non si comprende allora che in ogni istante della nostra vita il cosiddetto "cervello rettile" opera con scelte di impulso attivatore e quello della corteccia cerebrale come freno determinato dal condizionamento, non si può in alcun modo trascendere questo meccanismo che ci rende solo macchine biologiche prevedibili e programmabili. Macchine lo ribadisco nulla di più. Ad un determinato stimolo si ha una determinata reazione, è in questo senso che siamo macchine non c’è affatto una connotazione morale in questo pensiero o un giudizio di merito sulla Fiat.


E la libertà di scelta? Il libero arbitrio? Come si può, mi domando, divenire liberi se ci si crede (senza esserlo) già liberi? La condizione di autodeterminazione è un punto di arrivo non di partenza per l'individuo.

I messaggi che pervengono all'uomo della strada sono essenzialmente rassicuranti, come gli avvisi del capitano del Titanic ai passeggeri, mentre affondava la nave. Si continuava a suonare e ballare per dare l'impressione che tutto va bene.


"Hai un'anima unica, eterna, perfetta, divina addirittura. Ti basta fare come diciamo noi e continuare a darci il tuo oggi in cambio della promessa di un domani", recita la religione. 

"Sei un cittadino libero e i giusti diritti sanciti dalla democrazia forte e sicura", ci racconta il politico con un sorriso di plastica, mentre ti sfila dalle tasche i soldi e sgomma sulla sua auto blu circondato da guardie del corpo.

"Sei la corona dell'evoluzione", ci dimostra lo scienziato, mentre la società opera scelte assurde e stupide che in confronto fanno sembrare il calcio negli stadi un'attività intelligente.

"Abbiamo ogni risorsa per darti una vita lunga, piena e sana", racconta il medico, mentre dietro di lui passa la barella di quello che è andato in ospedale per una tonsillite ed ora ne esce con i piedi in avanti dall'Obitorio.

Se veramente fossero vere tutte queste belle affermazioni, mi domando come è che si vede in giro un sacco di gente disperata? Non solo i poveri e gli ignoranti che non hanno quasi nulla, ma anche quelli che hanno quasi tutto. Anche le persone con le migliori possibilità di studiare e che sono economicamente dei privilegiati, anche loro, manifestano ogni genere di fobia, ansia e depressione nervosa.

Un famoso psicologo sosteneva che se conoscessimo di una persona l'intero passato e i suoi pensieri a riguardo si potrebbe prevedere esattamente ogni sua scelta futura. Pare plausibile, ma è una prospettiva agghiacciante. Magari perché non ci conforta sapere che ogni Uomo ha ancora molto da fare prima di chiamarsi tale.
Ecco che allora il danno mostruoso operato sulla creazione di una coscienza personale libera dalla collettività è stato necessariamente e volutamente determinato dal tentativo di dare una soluzione al problema dell’organizzazione sociale che è una necessita prioritaria in senso biologico.
Il cosiddetto "problema" è che l'uomo ha sviluppato un ego proprio grazie a quella corteccia con capacità di elaborazione che gli serviva per superare la sua condizione di inferiorità rispetto a quasi tutti gli animali. L’ego umano è certamente un ostacolo alla vita gregaria, perché tende a separarlo, considerandosi una entità scissa e a se stante. Egli sente di dover affermare necessariamente la propria autonomia e singolarità in maniera molto più articolata rispetto chessò ad un Criceto.
Se osserviamo per esempio una società di api o di formiche si nota come sia splendidamente organizzata.
Niente reati, niente conflitti. E' una struttura funzionante senza disagi né soprusi. Non è che ad un certo punto una formica si mette a mangiare una briciola per conto suo e si dimentica di portarla al nido.
Un Hitler o un Mao Tze Tung non avrebbero ragione di esistere ne avrebbero alcun seguito in queste società animali perfette.
La nostra società invece è in costante fermento e vive un conflitto insanabile fra la necessità di organizzazione e la repressione o comunque i divieti e gli obblighi connessi al funzionamento di questa organizzazione.
Come mai allora l'umanità vive in una società iniqua e pericolosa senza poterla cambiare? L'Uomo ci prova da quarantamila anni ma continua a metterselo nel culo a vicenda appena ne ha l'occasione; Penso sia per via della sua struttura, che lo differenzia, cioè sempre quella struttura egoica che l'ape o la formica non ha, ma che non ha nessun animale in una forma così esasperata.
Un cane per esempio quando trova un altro cane più forte si sottomette, ma non è che diventa triste o si sente sconfitto e si giudica un vigliacco o magari un incapace. Vive quella condizione sino a quando c’è.
Poi trova uno più debole e lo sottomette a sua volta e tutto finisce lì.

Ecco che la struttura dell’ego è il "danno collaterale" dello sviluppo di quella parte di cervello che abbiamo nominato e che gli altri animali non hanno o hanno solo in forma meno sviluppata. Difatti gli animali con un cervello più elaborato sono anche quelli addomesticabili o che presentano degli aspetti caratteriali dovuti al condizionamento esperienziale. Un cane può avere un abbozzo di carattere ma non un serpente o uno scarafaggio.
Pare strano è poco affascinante che siamo così meschini? Forse perché non tiro in ballo lo Spirito Santo e la Vergine Maria? Mi spiace ma questa è una riflessione onesta, se una persona cerca una storia piena di effetti speciali deve andare al cinema o in qualche chiesa durante la predica.

Un piccolo esempio personale di cosa avviene durante la vita normale.
Un calo delle mia reattività richiede un neuro stimolante cui diamo il nome convenzionale di caffè. Attraverso l'area pedonale che mi porta al Bar, e così incrocio una bicicletta guidata da una signora. Mi vede, ma non cambia la sua trattoria che punta su di me. Probabilmente la conducente si sente forte del mezzo e della velocità, magari valuta che la sua superiorità rispetto alla mia posizione gli consente di fare quello che gli pare.
La mia parte -rettile- in un nanosecondo percepisce la minaccia, valuta l'antagonista, produce adrenalina per prepararmi alla lotta. Considero inoltre la possibilità di spostarmi e dargli un bello spintone eliminando quel velocipede dalla mia area vitale e schiantare a terra quella stronza. In fondo la sua stazza fisica e la sua età non rappresentano un pericolo per me ed inoltre non la rendono apprezzabile per la riproduzione.
Poi, subentra la parte elaborativa che valuta l'opportunità, il rischio di conseguenze (anche legali), la disapprovazione sociale. Il meccanismo di condizionamento dell'educazione agisce potentemente e mi farebbe sentire un asociale, un pazzo, un delinquente se non rispettassi le regole apprese in anni di ammaestramento. Tutti questi stimoli e pensieri corrono rapidissimi e sono valutati in un quinto di secondo, cioè il tempo di reazione umana in un soggetto in buone condizioni fisiche.
Il risultato? Mi sposto un poco e...Lascio passare.
L'adrenalina è dispersa nel mio organismo con una sensazione di stress e disappunto.
Posso continuare in questa breve narrazione di vita vissuta?
Arrivo al Bar, c'è fila. Avanti a me una ragazza carina che attira la mia attenzione. I ferormoni liberati dalla sua pelle sono valutati dal mio olfatto e danno il via libera alla possibilità di un accoppiamento compatibile. La forma del suo apparato locomotore non presenta anomalie evidenti che possono denotare difetti genetici per la prole. E’ quindi una possibilità valida per la riproduzione.
Per un attimo il mio corpo si predispone a questo tipo di incontro, una sensazione di leggera euforia e di benessere è prodotta dalle endorfine liberate dal sistema nervoso centrale che favorisce ed incentiva la mia entità biologica alla riproduzione; Questi neurotrasmettitori mi fanno dilatare le pupille, il mio stomaco rientra lievemente, la mia postura assume maggiore tonicità. Una leggera vasodilatazione predispone per quello che serve in questi casi…Non serve scendere nei particolari.
Non ricevo, però una risposta di invito da parte di questa giovane femmina. Vengo ignorato e le convenzioni sociali mi impediscono di saltarle addosso fra i tavolini del bar creando forse un certo stupore fra i clienti.

I miei pensieri a riguardo, il mio carattere e la mia educazione inibiscono un successivo approccio più esplicito. Un vago sentore di scontentezza fa seguito all'attivazione del meccanismo inibitivo mentre, la mia parte elaborativa mi mente raccontandomi una storia plausibile, cioè -alla fine la ragazza non è poi così carina- e comunque ho un sacco di cose da fare più urgenti.
Non è finito il racconto di dieci minuti di vita.
Subito dopo lascio passare un sorta di culturista con la faccia da ergastolano rispettando "educatamente" il fatto che è prima di me per la fila alla cassa, reprimo così la mia impazienza sollecitata dalla mia voglia di bere.
Quando esce dalla fila questo energumeno mi urta il piede con il suo, ma non do seguito a quella che potrebbe essere intesa come una provocazione. In fondo non mi comporterebbe alcun vantaggio né mi darebbe una certezza di facile vittoria vista la disparità fisica tanto evidente .
Termino così il racconto di pochi momenti di vita “normale”. Pare strana? E' invece tanto simile all'esistenza, magari un po' sedata, di tutti. Questa è in definitiva la nostra vita, una monotona sinfonia con due sole note abbellita da solfeggi.


E' un costante impulso a prendere (predare)  ed a soddisfare le priorità biologiche con una altalenante percezione di gratificazione/frustrazione a secondo del successo o del fallimento che ne ricaviamo, giustificandoci in entrambi i casi con falsità plausibili in ossequio al condizionamento sociale.
Un po’ più elaborate sono le menzogne che usiamo (e ci raccontiamo) per i rapporti più complessi, cioè con i familiari e gli amici con cui abbiamo stretto patti di alleanza o di reciproco aiuto ed interesse.

Non parlo del matrimonio che, come si sa, si basa sul reciproco fraintendimento tra due sconosciuti quasi sempre ostili.

Per tutti quindi la vita è solo una costante elaborazione e compromesso nei rapporti di forza e di opportunità funzionali alla sopravvivenza, ma questo meccanismo di spietato opportunismo è abilmente camuffato come ho già detto, dalle bugie che costantemente ci raccontiamo in ottemperanza al condizionamento più o meno profondo subito che ci vuole come persone civili non certo bestie gregarie, opportuniste e feroci.


Peccato che basti una carestia, un disastro naturale o una guerra e l'uomo si mostri per quello che è.
Invece in tempi "normali" ogni impulso e pensiero reale è quasi costantemente sottoposto alla censura creatasi nella parte "nobile" del nostro cervello. Una struttura che aderisce così strettamente alla nostra primitiva natura da soffocarla il più delle volte; che ci guida da quando siamo nati, spesso verso un labirinto.


Se si osservano, tanto per fare un altro esempio, le strategie adottate dal neonato (creatura innocente si dice) per carpire l'attenzione e le cure dai genitori esse sono un manuale di tattica che farebbe impallidire Sun-Tzu e il suo libro “L’arte della Guerra”.
Come già detto vi è un grande sforzo da parte del nostro cervello "evoluto" per connotare ogni evento di risposta stereotipata alla vita nei modi più fantasiosi; Dandogli nomi come “educazione”, “rispetto”, “amore”, “altruismo”, “spiritualità”, “dovere” e via all'infinito. E' il tentativo di adeguarsi, giustificare ed adattare all'ambiente quel simulacro irreale di identità personale cui diamo il valore di “me stesso”. Tuttavia va detto per amore di verità che se non fossimo egoisti non resteremmo vivi per molto, ma spesso è proprio questo servitore che divenuto padrone ci porta a una vita desolante.
Pare triste? Forse perché non siamo su questo pianeta per essere felici, ma per servire la vita. Chissà se ce ne siamo mai accorti?

Con una nota del mio inguaribile ottimismo penso anche che sia possibile probabilmente un percorso diverso e reale verso la nostra anima se solo riuscissimo a sollevare questo velo di illusione.
Come ho scritto fino alla nausea, una volta visto quello che siamo potremmo decidere di percorrere a ritroso la strada del pensiero nel nostro cervello sino alla fonte della vita e darne un senso personale che altrimenti non avrebbe.
Se provassimo a percepire liberamente questi processi in noi stessi forse potremmo trascenderli, per trovare non solo una libertà vera, cioè libera dai preconcetti, ma anche una percezione autentica del mondo e un’emancipazione nelle nostre scelte.

Forse solo quando l’uomo smetterà di permettersi l’incredibile lusso di credersi eterno e di vivere così fra enormi contraddizioni ed infinito egoismo, solo allora, parole come “Amore” e “Spiritualità” potranno divenire qualche cosa di autentico.

E’ una fatica immane che non auguro al peggior nemico risalire la china della vita. 
Non c’è di meglio da fare visto quello che si vede in televisione e si incontra per strada anche il sabato sera.

venerdì 5 agosto 2011

Stupore

La notizia che rimbalza sui mezzi di comunicazione è il vile attentato che ha colpito la Danimarca e sconvolto il resto del mondo per opera di uno squilibrato.
Al di là del pensiero comune mi viene da ragionare con un diverso sistema di valutazione dei fatti. Un semplice strumento per vedere da un'altra angolazione le cose, nulla di più.

Un piccolo doveroso preambolo. Alcune specie animali quando raggiungono la sovrappopolazione cominciano ad uccidersi; A volte prima sopprimono la prole.
I Capibara (una sorta di topone che vive in sud America) sono capaci, quando il loro numero diventa eccessivo, di suicidarsi in massa. Prendono una rincorsa pazzesca e si sfondano la testa contro un masso.
Sti cazzi! Direbbe un mio amico maestro di Bon Ton.

La Natura non è certo una ragazza timida e gentile, penso che ce ne siamo accorti un po’ tutti.

Curiosamente noi esseri umani ci crediamo migliori, unici, diversi e irripetibili. Ci sentiamo avulsi da quei meccanismi che funzionano da sempre e sono sotto i nostri occhi, ahimè! Quasi sempre chiusi.

L'Uomo non vuole o non può constatare che se il mondo che ci circonda ha dei meccanismi spietati, perché mai Egli (regaliamogli la maiuscola) dovremmo essere diverso? Considerando poi che siamo in questo mondo e siamo fatti di questo mondo.

E' noto che il processo di decomposizione è la base della vita. Siamo dunque organismi che lentamente si disintegrano su un pianeta di letame in disgregazione anch'esso.
Non è romantico ricordarlo a cena alla ragazza che magari si cerca di portare a letto, ma è comunque così.
"Siamo la merda danzante e canticchiante di questo pianeta in decomposizione", mi ricorda , ancora il mio simpaticissimo amico.


In merito invece a questo disatro raccontato con dovizia di particolari dalla cronaca nera, devo dire che umanamente mi dispiace molto per le entità biologiche della mia specie che sono state svincolate dall'universo fenomenico che conosciamo e che percepiamo. Non sembra un grande epitaffio letto così ma lo è. La loro coscienza, secondo me, limitata e chiusa in un corpo è ora libera di muoversi in una dimensione nuova; Essa attua finalmente la realtà ultima dell'indiffernziato da cui proveniamo e al quale ritorniamo, cioè lo stato di non-separazione dall'Energia primigenia. La fine esaustiva della vita di contribuenti sempre in coda per pagare qualche cosa. Tutti così, prima o poi, vivremo nella luce senza, però bollette e mora da saldare all'Enel.
Questo evento violento che ha tolto la vita a questo gruppo di disgraziati è stato determinato dal gesto folle di una persona che non aveva un odio particolare per loro, ma provava "semplicemente" odio per un gruppo che rappresentava delle idee diverse dalle sue. Infatti ha ucciso degli sconosciuti, mentre ha lasciato in vita tanti altri che magari sono dei rompicazzo galattici. Ha usato il sistema del "chi tocca-tocca" come da bambini quando si faceva la conta per la penitenza.


Ecco che una differenza impercettibile ad occhio nudo, come quella di un pensiero, un piccolo leggerissimo pensiero diverso che si è insinuato nella mente di una persona ha determinato un cambiamento radicale in così tante esistenze a lui prima estanee.

Se ci si fa caso, però è la storia dell'Umanità. Dove milioni di esseri umani hanno quasi sempre trovano una morte prematura, una sofferenza che non gli toccava e un sacrificio insopportabile aderendo ad un pensiero...Un pensiero di qualche altro, però. Morire per un'entità astratta come un pensiero fa già girare pesantemente le palle, ma morire per quello di un altro pare proprio una beffa. Questo mi ricorda una frase di Napoleone che si vantava di poter mandare a morire un uomo in battaglia per un nastrino sul petto.
L'idealismo come si vede porta sempre a gesti estremi. Valutati poi, secondo le opportunità, come positivi o negativi.

Non dovrebbe essere una grande sorpresa per l'uomo se si ferma a riflettere che è sempre e solo -l'idea- che genera la realtà oggettiva, determinandola, e quella soggettiva influenzando le risposte personali alle percezioni. Ciò che viene realizzato e valutato dall'uomo in seguito allo stimolo delle sensazioni dunque è sempre prima pensato per diveniere sensibile alla coscienza. In effetti tra gli organi di senso in Oriente è considerato anche la mente.

E' scritto anche nella Genesi, dove il Grande Architetto crea il Tutto grazie al verbo. Cosa è in definitiva "il verbo" se non un contenitore dell'Idea. Se il processo creativo ha funzionato per Dio che ha fatto questo meravigloso Cosmo, allora come mai non funziona per me quando cerco un parcheggio all'automobile?


In fondo sono fatto a sua immagine e somiglianza.


Invece questo potere mi è precluso forse perchè non ho l'ambizione né il coraggio di assumermi completamente la responsabilità della mia vita, ovvero l'onere di determinare il mio destino senza scuse nè ripensamenti. Magari è solo perchè il mio corpo-mente non è in grado ancora di gestire una sufficiente quantità di Energia per la creazione di tre metri quadri di spazio senza divieto di sosta, oppure c'è veramente troppo traffico in città.
Pervengo anche alla conclusione che una persona con un "sano egoismo" cioè che si sforza di pensare con la propria testa, parlare secondo i propri pensieri autodeterminati e che agisce in conformità ad essi, assumendosene in pieno la responsabilità, non sarà mai un vero problema per gli altri.


Magari apparirà un tizio un po' strano e con un pessimo carattere, ma solo perchè esprime una sanità mentale in questa società dove, mi pare banale scriverlo, regna e prospera la follia.

Questa "verità" risulta ancora più evidente da un'analisi oggettiva degli eventi quotidiani e storici. Se proviamo a paragonare questo essere "normale" appena descritto e la leggerezza con cui vive con i presunti Benefattori dell'umanità quali: Messia, Papi, Indovini, Guru, Profeti, Statisti e Riformatori sociali; Cioè quella pletora di personaggi affascinanti ed affabulatori che segnano solchi profondi nel mondo e promettono sempre un domani migliore per tutti e si riservano invece (per loro e solo per loro) un presente di privilegio, ecco che il confronto palesa come questi -grandi uomini- hanno fatto in definitiva solo disatri. Casini immani che perdurano, purtroppo, anche dopo la loro scomparsa lasciandoci in eredità guerre sante in nome di questa o quella religione, odi razziali per torti subiti, disparità economiche determinate dalla cupidigia e dall'avidità e ogni sorta di problema ecologico, manco avessimo un altro pianeta da cambiare quando questo si guasterà.

Tornando però alla vicenda pare che questo criminale sia, libero da ogni tipo di vincolo morale, ma non dall'idealismo anche se porta avanti un ideale difficilmente condivisibile.

Questo bombarolo sembra svincolato da quella moralità che accomuna la maggioranza delle cosiddette brave persone.

In un certo senso è un uomo affrancato dai limiti. Sollevato dai fardelli del pentimento, del peccato, dei sensi di colpa e nell'investimento che facciamo tutti nelle relazioni interpersonali e nei comportamenti, nella convinzione -dura a morire- che la Vita abbia delle regole morali. Ci si aspetta sempre una retribuzione alle nostre azioni, lamentandoci se l'Esistenza se ne sbatte altamente delle nostre aspettative.

C'è purtroppo da rilevare parlando sempre di questo assassino che questa sua presunta libertà è priva completamente del senso di umanità, ed ha generato quel mostro che è sotto gli occhi di tutti, ma come si fa a conoscere cosa accade nella testa di un essere umano quando crollano le sovrastrutture della cosiddetta "normalità"? Certo è che in confronto ai massacri fatti dai -grandi uomini- celebrati della Storia egli appare un vero dilettante.

Tuttavia bisogna obiettivamente rilevare che il più delle volte i limiti imposti dalla società e dall'educazione, cui aderiamo quasi tutti in maniera acritica, sono gli stessi che ci rendono incapaci di realizzare una libertà di scelta totale che dovrebbe essere espressione di una mente incondizionata.


In senso più generale (non riferito certo a questa tragedia) mi domando senza rispondermi: "Uno schiavo può mai comprendere il gesto e il pensiero di un uomo libero?".
Mi pare evidente che una libertà senza un'etica sia pericolosissima per la società, ma se c'è bisogno di un'etica per contenere e regolare la libertà allora che razza di libertà è? Si potrebbe discutere che l'uomo può realizzare nel caso migliore una libertà condizionata, come quella che elargiscono talvolta ai carcerati, tanto per fare un esempio calzante con il quotidiano, ma si aprirebbe un discorso troppo ampio.
Se voglio invece continuare a discutere del fatto posso aggiungere che le vittime di questo attentato sono "solamente" ritornate agli elementi compostivi primari; I quali saranno comunque aggregati nuovamente dalla Natura per qualche altro scopo. Eh gia! Non si butta via nulla in questo Universo. E' come con il maiale.
Computando invece le perdite con l'ausilio dell'arida statistica sorge naturale la valutazione che il numero delle vittime non eguaglia nemmeno i decessi sulle autostrade nazionali per incidenti stradali durante un week end di esodo vacanziero. Queste vittime, però non riscuotono quasi nessuna solidarietà da parte dei mezzi di informazione. Schiattano e basta.

Nella mia personale ottica, forse un po' bislacca, le vittime dell'attentato hanno anticipato di qualche attimo (in proporzione al tempo dell’Universo) la fine certa cui erano, e siamo, destinati. Non certo per loro volontà è accaduto tutto ciò, ma chi mai è padrone della propria fine? Forse solo i Capibara.

Questi poveri cristi assasinati dunque non hanno potuto vivere a lungo, si dirà, ma avrebbero potuto comunque vivere come volevano (?), si potrebbe anche rispondere. Dovrebbe far riflettere che se non abbiamo il minimo potere sulla durata dell'esistenza ne abbiamo invece molto sulla sua qualità. Stranamente tutti si affannano nel tentativo di allungare la vita senza riuscirvi neanche di un secondo e pochi, pochissimi cercano di renderla seriamente migliore.

Mi consolo pensando che alle giovani vittime di questa furia omicida strappate prematuramente alla Vita almeno non è stato dato il tempo di conoscerne la futilità, ma forse questo ragionamento è troppo cinico anche per me.
In ogni caso "mi fa strano" trovare differenze sensibili tra morire in un incidente stradale magari domani, ammazzato in un vicolo -nel fiore degli anni- forse fra qualche mese o schiattare dolorante in una casa di riposo, tra qualche migliaio di giorni o poco più, con una miriade di cateteri conficcati nelle braccia e in altre parti del corpo (che non nomino per educazione) che mi faranno sembrare un bambolotto voodoo lamentoso.

Cosa cambia in definitiva per me? Poco o nulla; Probabilmente cambierà per quelli cui devo qualche cosa. Si sa che il modo di rimanere nella mente delle persone avide è avere con loro dei debiti, reali o presunti che siano. I vincoli d'amore e di amicizia, allora? Bah! Per il momento rispondo come un mio amico cieco: "vedremo".

E' davvero un mondo strano: Intere generazioni hanno svolto lavori che detestavano solo per comperare cose di cui non avevano veramente bisogno e tutto questo spreco di tempo in atti superlui la maggioranza lo chiama: "vivere". E' normale? E' da esseri intelligenti? Mi viene da dubitarlo.

Non si considera mai che se il “figliol prodigo” non fosse mai tornato a casa il vitello grasso sarebbe ancora vivo.

Naturalmente, buone vacanze a tutti.

venerdì 29 aprile 2011

Il partito del Menga



Se la televisione è lo specchio della società mi viene da chiedermi: come mai non la si mette in bagno?

Abbondano nell’odierno palinsesto sociale e televisivo dei "personaggi" che a mio modesto parere sono solo “l'esoscheletro del nulla” e ben rappresentano l'umanità nel suo attuale.
Paiono egoisti, stupidi, avidi, sessualmente capricciosi. Sembrano diversi da noi e dalle persone di tutti i giorni ma solo perché, è ancora la mia opinione, sono sotto i riflettori.

Se volessimo essere accondiscendenti dovremmo ammettere che anche noi “in nuce” abbiamo tutte le loro debolezze e meschinità.
Se volessimo, però, essere veramente onesti dovremmo ammettere che invece non siamo immuni da questi virus della mente, del carattere e dello spirito ma anzi ne siamo contaminati.
Se siamo dunque contagiati come possiamo definirci sani solo perché la malattia non è conclamata o presentiamo sintomi minori?

L'ho sempre sostenuto e con il conforto di prove inoppugnabili (mi si perdoni l’enfasi oratoria): l'uomo è un impasto di briciole tenute insieme dall'orgoglio. Nulla di più.

Decine di migliaia di anni di cosiddetta evoluzione non ci hanno cambiato per nulla nella sostanza, questa è almeno la mia idea.
Apparentemente addomesticati siamo potenziali animali predatori nell’attesa di una buona occasione.
La morale? L'etica? La religione? I diritti umani? I regolamenti di condominio?
Sedativi sociali inoculati come sonniferi per tenere tranquilla la moltitudine.
La struttura portante della psicologia sociale è solo un vestito da cambiare alla bisogna con le stagioni e la moda.
Questa veste non è la nostra pelle.
Pochi uomini hanno toccato la propria epidermide, vi è riuscito o almeno ci ha provato solo chi prima di tutto ha saputo denudarsi, rischiando ben più di un semplice raffredore.

L'uomo scevro dal condizionamento è un bandito per sua natura intrinseca (Ohibò, che notizia! Ma toglietevi le mani dal portafoglio).
Anche se, una volta libero dalla morale (ammesso che sia umanamente possibile) non ha senso parlare di criminalità, casomai di opportunità di certi comportamenti.
Manifestare o no questo predatore è solo una questione di circostanze e di fatti accidentali.
Basta osservare i propri vicini e i conoscenti quando ricevono qualche fortuna per accorgersi di essere divenuti per loro improvvisamente trasparenti. Sono cambiati! Si dirà. No, hanno solo gettato una maschera.
Se proprio volete fare una prova dite in giro che avete bisogno di denaro e di colpo, come per magia, godrete di una perfetta pace e solitudine.
Siete oggetto di scherno? Vi invidiano?
Raccontate ai vostri nemici che avete un tumore, che vostra moglie è una ninfomane fedifraga, che avete le emorroidi a grappolo grosse come fichi fioroni e allora…Troverete negli occhi dei vostri interlocutori finalmente comprensione magari un lieve sorriso e una pacca sulla spalla, ma non vi confondete non è compassione è solo gioia. Riusciamo tutti così bene ad intenerirci per chi sta peggio mentre è così difficile rallegrarsi per chi sta meglio di noi. Non è strano che si crede facilmente ad una calunnia e ci si insospettisce di fronte ad un apprezzamento?

Volete invece toccare con mano la generosità umana forgiata dall’amore? Fatevi un giro nei corridoi di un Palazzo di Giustizia e precisamente dove si dibattono le separazioni e i divorzi. Quei mariti e quelle mogli erano gli stessi che, qualche anno prima, si giuravano a vicenda eterno amore ed ora invece si scannano anche per un televisore e un forno a microonde (regalo di Mammà).
Restano salvi ormai solo i vincoli di sangue…almeno finché non c’è un’eredità da spartire.

Chi non comprende almeno questa onesta visione degli altri e di se stesso è ormai inguaribilmente accecato dall’illusione, ma poco male godrà almeno l'ottima compagnia di quanti brancolano nel buio dell'incoscienza .
Tuttavia va tenuto presente che ci si può liberare da qualsiasi cosa nel momento in cui la si possiede, se viceversa non si è capaci di svincolarsi vuol dire semplicemnte che è quella cosa che possiede noi.
Ecco perché vi è in questa constatazione sincera della nostra natura grezza, almeno in linea di principio, una via percorribile di libertà. Una possibilità per quanto remota di sgravarsi da questo giogo, affrancarsi dal patto leonino con la società ed estirpare ogni regola ipocrita che ha messo radici nel nostro essere.

Personalmente sostengo che l'errore di tutti i sistemi politici e religiosi è nel fondarsi su un presupposto errato e cioè che l'uomo è per suo natura buono ed intelligente.
Difatti il fallimento di queste teorie nella pratica è palese seppure esse siano perfette ed encomiabili negli intendimenti. Volete un altro riscontro? E' quasi banale: basta leggere un libro di storia o il giornale del mattino.

A me pare che la bontà non è mai un punto di partenza ma un punto di arrivo per l'essere umano. L'intelligenza se non diviene saggezza porta inevitabilmente alla sofferenza.
Il percorso educativo -dal latino “educere” cioè tirare fuori- dovrebbe e il condizionale è d'obbligo, essere intrapreso da ogni persona come una ricerca personale di sperimentazione basandosi sui dati oggettivi acquisiti relativi alla propria natura.
Dovremmo quindi, far uscire ciò che c’è in noi per poi, eventualmente, discernere cosa farci entrare.
Invece si fa proprio il contrario, cercando di infilare dentro la zucca un sacco di assurdità alla rinfusa con quei risultati che risplendono sotto i nostri occhi meravigliati in particolare nei momenti che decidiamo di aprirli.
Sarebbe come installare un programma qualsiasi in un computer senza conoscerne il sistema operativo, come schiacciare a caso i pulsanti di una centrale nucleare sperando che funzioni, come cercare di far ragionare una suocera.

Parlando un po' più seriamente invece devo dire che la vera educazione di se stessi è una strada dove è molto facile perdersi perchè non esistono mappe né sentieri.

Per saper dove andare bisogna prima di tutto sapere con certezza dove ci si trova. Lo insegnano anche ai corsi di trekking.
Bisogna considerare inoltre che ogni essere umano è un progetto unico e non ci sono percorsi di gruppo verso la realtà.

Anche se è indispensabile il confronto e il riscontro con gli altri in ogni momento per valutare correttamente e sarebbe utile ascoltare tutti, ma decidere autonomamente.

Mi sembra questo un ottimo sistema per scegliere, tanto sappiamo sbagliare benissimo anche da soli.
E' certo un paradosso questa vita, ma che a molti sfugge, mi pare.

Ecco che mi sento pronto per dar fiato al seguente appello al popolo e chi vuole può anche prendere nota.
Forse possiamo conquistare la nostra unicità solo grazie alla conoscenza della nostra diversità.
Possiamo evadere verso gli altri solo partendo dalla esplorazione della nostra prigione di solitudine (fisica, emotiva e mentale).
Possiamo camminare verso la luce solo abbracciando la tenebra (in senso di apertura all’ignoto).

Per l'uomo l’approccio alla conoscenza è sempre indiretto, per sottrazione, di "sponda" direbbe un mio amico che ama il biliardo.
Non è possibile guardare direttamente il sole della realtà ne saremmo accecati.
Sulla scorta di questa intuizione dovremmo procedere nella vita come in una camera oscura quando si sviluppa un negativo fotografico. Creare di noi stessi un’istantanea, unica ed irripetibile possibilmente artistica, ma dello stesso ologramma cosmico: la Vita.
E’ così che avviene in questa dimensione: la mancanza genera la sostanza.
Si spiega in questa ottica la ragione e la necessità della sofferenza patita da tutti in questo zozzo mondo che è invece in realtà in perfetta armonia, esclusa forse la presenza molesta degli ausiliari della sosta che sono probabilmente un errore del Padreterno.

Questa pena è semplicemente il necessario attrito fra la costruzione interiore soggettiva ed una realtà esteriore oggettiva. Questo contrasto sussiste almeno fino al superamento di questa dualità, cioè sino alla limatura delle asperità che impediscono il perfetto inserimento di questi due ingranaggi, facendo funzionare così senza intoppi il meccanismo dell’esistenza.
Questo è quello che è definito da alcuni religiosi: essere lo strumento perfetto di Dio. Oppure in altre tradizioni: vivere in armonia con il Tao.
Le definizioni possono essere molteplici secondo le culture differenti, ma l'esperienza è la stessa.
Naturalmente quando parlo di sofferenza non intendo i dolori del corpo e i disagi che comporta la vita come ad esempio: le malattie, la vecchiaia, la morte e i Testimoni di Geova alla porta.

In sintesi: solo quando l’umanità realizzerà su scala planetaria questi presupposti potrà avere una speranza di emancipazione globale. Viceversa avremo come è accaduto da sempre, solo sporadiche fioriture personali, peraltro rarissime e il più delle volte fraintese e arse in piazza con qualche simpatico rogo.

Queste mie semplici considerazioni personali sono assolutamente inutili, ne sono ben conscio, perché l’esperienza è intrasmissibile; Invece gli idioti su questo mondo sono moltissimi e tra loro si capiscono benissimo fraintendendosi continuamente, ma proprio per questo bisogna parlarne.
Non voglio proprio convincere nessuno visto che come tutti su questo pianeta ci sono arrivato per sbaglio e me ne andrò inaspettatamente per coincidenze inevitabili. Non senza aver fatto prima scorta di una buona dose di calci nel deretano.
Nondimeno, una cosa la voglio ribadire, magari con uno slogan (siamo in campagna elettorale): Potremo essere tutti uguali...solo, quando saremo tutti, veramente, diversi.

Saluti, applausi, qualche fischio e naturalmente…Sipario.

venerdì 18 marzo 2011

Vitae et mortis

-Parte prima- I giorni nell'Ade-


Il rumore della folla era un muggito indistinto che arrivava ad ondate ritmate infrangendosi sin nei sotterranei.

Il caldo opprimente mischiato all'odore del sangue e degli escrementi pareva sorgere dalle fogne stesse dell'Inferno. Un'esalazione che conosceva bene e gli bruciava le narici e la gola impedendogli quasi di respirare.
Era  arrivato il suo momento.

Improvvisamente lo sorprese un brivido, era la morte che si abbrancava alle sue gambe, un abbraccio freddo e malevolo che lo trascinava in una voragine di paura; Lo scacciò con rabbia, ma una stretta allo stomaco gli serrò le viscere rubandogli per un attimo ogni forza in corpo.

Si accorse che stava insinuandosi nella sua mente il terrore, il dubbio e l'incertezza. "No, no!", urlò a se stesso. Non doveva farsi sopraffare dalla paura, non ora. Per gli Dei, non ora! "Sono il più forte, sono il più svelto", disse quasi sottovoce percuotendosi diverse volte il torace con il piatto del gladio.

Il dolore di quei colpi si allargò come una ragnatela di fuoco sul suo petto segnato dalle ciccatrici e rinnovò in lui quella rabbia e quel livore fermentato in un'esistenza senza libertà. Solo lacrime, violenza e terrore gli erano rimasti come amici in questa vita, se ancora si poteva chiamare così questa sadica rappresentazione.

Quanto lontani gli parvero i giorni vissuti da persona libera. Giorni punteggiati d'amore e di serenità, ma che erano stati sepolti da secoli. Ricordi che ormai appartenevano ad altro uomo. Uomo? Poteva ancora chiamarsi così un essere cui avevano rubato l'umanità? Questa domanda però, non ebbe vita che per un attimo in lui perchè questo genere di pensieri non avevano più spazio per crescere nel suo cervello.

Il portone si spalancò all'improvviso accompagnato dal rumore dei cardini arrugginiti che sferzavano sul legno. Fu investito dalla luce intensa del sole. L'aria pareva densa, riempita delle grida della folla impazzita per lo spettacolo osceno. Respirò a bocca aperta cercando di estrarre da ogni alito la forza che gli serviva per arrivare sino alla fine. Corse rapido i metri in salita del corridoio sino all'arena.

Il suo vagito in quel mondo ostile fu un urlo animalesco, gutturale e profondo rivolto non tanto al suo oppositore, ma al suo destino. Gli occhi trasfigurati dalla rabbia non videro gli spettatori assiepati sugli spalti che parevano una massa indistinta di colori accesi, ma solo chi gli stava davanti. Il lottatore era al centro di questa sorta di teatro e lo aspettava dondolando con noncuranza la spada lungo il fianco. Non gli parve un uomo, ma solo un ostacolo, una barricata eretta contro un atro giorno di vita.

Il suo avversario era sporco ed armato come lui di una spada corta e di uno scudo rotondo, aveva l'elmo aperto sul davanti, quel poco da permettergli di scorgerne gli occhi vitrei. Aveva uno sguardo perso, da folle o semplicemente indifferente perfino al proprio fato; Avvolta ai fianchi aveva una benda rosso fuoco. Allora lui comprese la ragione per cui i soldati di guardia gli avevano fatto annodare come una cintura quel pezzo di stoffa blu, rendendo i duellanti riconoscibili agli scommettitori.

L'altro appariva robusto, con gambe possenti. Calzava delle protezioni di spesso cuoio sulle tibie ed indossava una corazza leggera simile alla sua che copriva le spalle e parte del petto, ma che lasciava libero il ventre e una porzione dei fianchi. Questo permetteva quel particolare tipo di ferita che prolungava il tempo dello spettacolo dilatando l'agonia dei gladiatori. La folla, resa ebbra dal sangue, poteva così godere per più tempo della battaglia.

Questi pensieri corsero rapidissimi nel suo cervello, lampi che schiarivano la situazione e lo aiutavano a prendere la migliore decisione per vincere. Generalmente si opponevano uomini con armi diverse, ma in questo caso il sorteggio aveva deciso in questo modo. Curiosamente, mentre valutava il suo avversario, gli parve di scorgere nell'altro come il riflesso di se stesso. Per un attimo si vide allo specchio. Fu solo un'impressione nella sua mente, fugace e terribile, che passò velocissima lasciandosi dietro solo una nota di stupore, una sorta di estraniazione delirante da quella cruda realtà. Adesso, però non c'era più tempo per i pensieri...Era il momento di combattere, anzi di uccidere.

Ora doveva esistere solo il presente.

Un colpo, poi un altro, rapidi e precisi si susseguono gli attacchi mentre il clangore delle lame rimbalza come un eco tra le staccionate alte dell'anfiteatro. L'apparente indolenza del suo avversario è completamente svanita. Combatte con una ferocia e una forza notevole. I colpi di entrambi sono accompagnati dai grugniti e dagli espiri pesanti che aiutano nella fatica. A parte questo solfeggio macabro il silenzio è totale. La folla, generalmente rumorosa è rapita per qualche momento dall'energia di questo duetto.

La sua intuizione precede di poco il fendente dell'avversario; E' un colpo forte e sordo che si abbatte dall'alto verso il basso direttamente sul suo scudo e regala un dolore acuto al braccio sinistro, mentre il metallo trasmette la vibrazione dell'urto che penetra sin nelle ossa. La sua mano è però temprata dall'allenamento e nonostante il colpo sia potente non molla la presa.

La lotta per la vita di solito dura poche manciate di secondi. Raramente si arriva oltre qualche minuto, ma per chi combatte paiono istanti infiniti colmi di tensione.

Così, dopo i primi assalti, il fiato si fa già corto.

Lui inspira profondamente e appena riprese le forze si lancia in una finta. Prima a destra e poi, rapido con un salto a sinistra. Una mossa che ha ripetuto tante volte durante l'allenamento e che sorprende il nemico. Gli dona uno spiraglio fra la corazza corta perchè l'altro ha fatto l'errore di indugiare più del dovuto con lo scudo alzato.

Quasi non c'è tempo di riflettere, la lama guizza come un serpente con un fendente montante e stretto che tocca. Penetra per pochi centimetri nel costato, aprendo un taglio che pare un sorriso. Non affonda oltre però, o potrebbe rimanere bloccata fra le coste.

"Bastano quattro dita, che il taglio raggiunga gli organi interni" Così gli avevano insegnato.

Ritrae rapido il corpo e la lama, mentre il fiotto di sangue disegna un'onda rossa sulla sabbia e gli lambisce il piede sinistro con grosse gocce calde. Il pubblico finalmente sbotta in un coro di meraviglia.

Quel passo indietro gli evita l'affondo del nemico che lo manca di poco. Poi, la sorpresa per il taglio non dà il coraggio necessario al suo antagonista per incalzarlo.

Di nuovo si ricompongono entrambi in guardia. L'esperienza insegna che un colpo come questo non può bastare. La lacerazione è probabilmente grave, ma lascia ancora troppa vita. In un luogo dove si decide tutto in un grumo di secondi, i minuti valgono come decenni e in così tanto tempo le sorti possono cambiare drasticamente.

"E' più utile stancarlo e mantenere la distanza", pensa muovendosi lungo una circonferenza ideale disegnata attorno al guerriero colpito, come un felino nell'attesa del momento giusto.

La gente sugli spalti urla che vuole vedere combattere. Non c'è spazio su questo palcoscenico di sabbia per la pietà.

L'altro caracolla qualche passo indietro, butta lo scudo a terra e la mano che prima lo reggeva ora preme forte contro lo squarcio per rallentare il dissanguamento che altrimenti gli farebbe perdere i sensi in poco tempo. Una decisione che lo priva di una protezione importante ma cui deve rinunciare per necessità. La mano avversaria si colora sempre di più di carminio come se gli stesse nascendo dal fianco un grosso garofano scarlatto.

Ogni azione pare rallentata, sono eterni i secondi prima di un nuovo contatto e anche la mente diventa muta.

Il pubblico urla esasperato dall'attesa, ma lui non sente quasi nulla, i sensi attenti, la vista sempre più acuta e i colori degli oggetti brillano sotto la luce, una luce luminosissima. Gocce di sudore scorrono da sotto l'elmo che pesa come un macigno. Gira di scatto la testa per liberarsene. Una goccia salata negli occhi lo renderebbe cieco per qualche attimo e invece gli occhi devono restare fissi in quelli dell'avversario.

Sente la paura dell'altro che lo raggiunge come un'onda contagiandolo. "Concentrati", sprona se stesso. "Non sprecare l'occasione, oggi forse gli Dei ti sorridono".

Ecco, il respiro è tornato normale, sente di nuovo la forza nelle braccia e nelle gambe, è il momento. Sferra due colpi rapidi, ma l'altro li para bene, anche se la debolezza si percepisce attraverso la lama nemica sorretta con minor vigore.

Poi, ancora attimi lunghi come una vita e riprende la lotta , i duellanti ora vicinissimi, le spade intrecciate, i muscoli che spingono, i glutei contratti in uno spasmo, nessuno dei due riesce ad avanzare sull'altro.

"E' ancora forte", pensa ma ha una buona occasione in serbo e non la lascia scappare. Si rillassa assorbendo l'impeto dell'altro, trasferendo il peso nei talloni e come una molla restituisce la spinta al modo di un ramo piegato e poi improvvisamente lasciato libero.

E' una spinta che fa con lo scudo, inaspettata ed elastica. Il nemico ferito vacilla, inciampa, appoggia un ginocchio a terra. Tenta una reazione scomposta per scongiurare la fine che sente prossima. Allunga così la sua spada per difendere la posizione esposta, sventola il gladio a destra e sinistra come una ramazza che voglia tenere lontana la polvere, ma è lento. Il gesto è troppo debole e non ha il tempo di rialzarsi da quella posizione in ginocchio perchè lui gli è quasi sopra.

La spada dell'altro arriva fiacca sul suo scudo, mentre lui fa passare sopra di esso la sua lama. Radente il bordo, sorgendo inaspettata e stavolta è dentro completamente la difesa avversaria. Entra così di netto con la punta nel collo, appena sotto l'orecchio dove non c'è protezione dell'elmo, e affonda la lama come nel burro fuoriuscendo dall'altro lato.

Uno spostamento laterale da continuità all'attacco e apre maggiormente la ferita mentre sfila il ferro e si tira fuori della portata di un contrattacco imprevisto. Una precauzione che risulta per sua fortuna inutile. L'altro lascia la spada e si porta entrambe le mani al collo. Mentre lapilli di sangue escono dalla ferita mortale al ritmo sistolico del cuore. Piscia vita direttamente sulla sabbia e da quel buco si ode un sibilo strano.

"E' forse l'urlo silenzioso della morte?", si domanda in un attimo di chiarezza il superstite.

Il nemico cade faccia avanti, mentre le natiche e le gambe hanno per qualche momento delle convulsioni. Ballano l'ultima tragica danza.

"Vivo, sono ancora vivo", pensa mentre una boccata d'aria gonfia il torace come un mantice. E' madido di sudore. La tensione però, non lo abbandona e la pelle punge come colpita da migliaia di spilli invisibili. Lentamente gli torna l'udito e con esso la musica folle di questo mondo. Sente le risa sguaiate della gente e man mano distingue il suo nome: "Por-zius! Por-zius!". E' il nome che i Romani gli hanno dato e che è scandito dal pubblico nello stadio.

E' davvero un magro guadagno questa notorietà, rispetto al costo per continuare la perpetuazione, ma questo è il suo prezzo, almeno per ora. Rende un ultimo sguardo al corpo esanime che pare un fantoccio pallido e lacero. "Ormai sei finalmente libero", pensa con mestizia. "Forse sarebbe stato meglio se...No, meglio non pensarci", scaccia dalla sua testa questa osservazione che potrebbe affievolire la sua voglia di vita.

"Questo era l'ultimo. Oggi è finita", ragiona infine togliendo l'elmo e si dirige verso i sotterranei. Il buio delle segrete lo attende per inghiottirlo, ma anche per accoglierlo.

Si passa le mani stanche tra i capelli bagnati, mentre saluta il sole che lascia alle spalle con un lungo sospiro da condannato.

Novel in Progress...

mercoledì 2 marzo 2011

Tanto va la gatta al lardo...



Come già commentato in un’altra sede, allungo il brodo delle mie preposizioni con una chiacchierata di più ampio respiro.

Nelle sale è arrivato “127”, la storia vera di un escursionista solitario che incappa in una frana, rimane prigioniero e si libera da una situazione apparentemente senza via di uscita con un’amputazione. Il titolo rimanda alle ore di calvario di questo povero cristo.

Conoscevo già la notizia dalla cronaca, la vicenda è stata veramente drammatica; Visto che nella realtà il poveretto si è dovuto tagliare il braccio con un coltellino e poi ha camminato sotto il sole per quaranta chilometri, tutto questo dopo aver trascorso giorni di immobilità sotto un masso che gli era rotolato addosso e gli imprigionava l’arto.

Questo sventurato sostiene che questa esperienza gli ha cambiato la vita (come dargli torto) ed ora per lui nulla è impossibile, almeno così afferma.
Conduce con successo dei seminari di motivazione (molto in voga in U.S.A.) dove insegna il suo “segreto” per riuscire nella vita.
Alla fine, puntuale come una cambiale, di questa storia hanno realizzato il film.

E’ veramente un “happy end”, in linea con l’opinione (molto americana) che ognuno è padrone del proprio destino, ignorando però che niente diverte il Fato come questa affermazione.
Mi pare ovvio che l'appuntamento è solo rimandato, il nostro beniamino non ha certo vinto la morte, ha avuto solo una proroga di qualche decina di migliaia di giorni, almeno mi auguro per lui.

Se volessi puntualizzare a proposito di questa intensa avventura, ci sono per lo meno molte circostanze che sarebbero potute andare storte, nonostante l’impegno dimostrato dal protagonista, ma dire semplicemente “non era il suo momento” non è bello come rappresentare una storia di trionfo sulla Grande Falciatrice.

Curiosamente osservo che nella società moderna (?) l’accento è posto molto spesso sulle possibilità quasi infinite dell’uomo, sulle sue capacità di dominare la Natura, gli animali, la Vita grazie alle prodigiose scoperte delle scienze. Queste meraviglie liberano man mano l'essere umano dal giogo degli eventi casuali, dalla povertà e delle malattie.

Viviamo inoltre in una società democratica, i diritti umani sono rispettati e tutelati da un apparato che sulla carta è efficente e giusto.

Peccato che non si vive sulla carta.

.

Guardandomi attorno infatti, non vedo tutta questa indipendenza, questo pionierismo positivista, questa originale singolarità di ogni esistenza portata finalmente a fioritura.
Vedo solo molta gente triste, conformista e omologata che non ha neanche lontanamente quelle qualità che invece, per qualche ragione sconosciuta, si attribuisce su modello dei cosiddetti "esempi noti" cui, secondo l’interesse personale, si ispira.

Il concetto di progresso, ora largamente condiviso, è legato all’idea di nuovo. Inevitabilmente viene sostituita la tradizione con l’avanguardia.

Il rischio non calcolato è che con l’acqua sporca si butti via anche il bimbo, cioè rinunciando a priori a ciò che esisteva per cambiarlo con qualche cosa di nuovo, quindi migliore, si rinunci di fatto a dei sistemi che in realtà funzionavano meglio.


Sorvolando con magnanimità sulle mode e su gli atteggiamenti esteriori che contagiano ormai tutti, non resta che constatare la povertà assoluta di idee originali.
Il massimo della dialettica poi, oggigiorno è in un’affermazione (banale) e nella sua negazione.

L’analisi termina prima ancora di iniziare riamanendo confinata in una discussione da "Bar Sport", senza altro sostegno ai propri principi che le considerazioni fideiste ad uno schieramento o ad uno schema preconcetto.

Il modello imperante rimanda alla discussione calcistica, manichea e senza costrutto. L’analisi oggettiva è una terra straniera, non si ragiona con il cervello proprio, neanche per errore.

Apprendo con stupore osservando oltre le apparenze che, per qualche ancora più oscura ragione, la maggior parte di noi si attribuisce una parte di quelle doti che incarnano l’Uomo con la “U” maiuscola, magari non proprio come “l’Uomo di Successo” proposto dalla società, ma abbastanza.
Questo meccanismo di identificazione largamente diffuso mi lascia sempre con un gran sorriso.

Ma chi è questo “Uomo di Successo”?

Solitamente è rappresentato (venduto?) come, uno strano animale composto di parti diverse assemblate. Un pezzo di “Marlboro Man”, un altro di Padre Pio, ma con la scaltrezza di un manager rampante. Ha il volto d’attore, il corpo d’atleta, lo spirito di un poeta, il cuore di un torero e, alla bisogna, il pisello di Rocco Siffredi.

Lo stesso avviene, ma con opportune modifiche degli optionals, per la cosiddetta “Donna di successo”.
Questo animale fantastico, questa Chimera, è evidente che non esiste né mai potrà esistere.
Dove mai si è visto un essere con una commistione di elementi così diversi e totalmente positivi? Giusto al cinema e nei fumetti.

Ecco che allora il "popolino" indulge, diciamo così, nell’attribuirsi una sorta di “potenzialità virtuose”.

Magari non ha il coraggio di ammantarsi di queste qualità pubblicamente, ma interiormente pensa di possederle; Qualità però che non esprime in nessuna causa ma solamente perchè, si giustifica, ha avuto di meglio da fare o è stato solo sfortunato nella vita.
Ma se una cosa non si manifesta in nessuna occasione non è forse ragionevole pensare che non esista?
Questa semplice considerazione non intacca lo stato di sonnambulismo di questi “Figli del Progresso” nel luminoso percorso di tenebra che li accompagna.

Non stupisce che non si riconoscano in questa immagine... Non si sono mai guardati allo specchio.

Ecco che questo essere umano, attribuendosi caratteristiche semidivine, cioè pensando di avere il controllo quasi completo della vita (ma dove?), sviluppa, più o meno consapevolmente, un’arroganza che lo allontana dal Mondo, dalla Natura e forse anche da Dio. Certamente si discosta dal suo simile e dall'’esistenza, rinunciando alla serenità di fluire nel grande torrente dell'esistenza con consapevole umiltà.

La vita invece, aderendo a questo modello tanto in voga, diventa una competizione. Una corsa frenetica cui non basta più possedere, ma l'imperativo è consumare...e conusmare il nuovo; non c'è bisogno di ribadirlo.

E' palese che queste pseudo filosofie sono solo meschine operazioni di marketing.

Andiamo in giro coperti di marchi pubblicitari come manichini di un negozio, praticamente siamo delle "reclame" deambulanti e ci piace pure.

La ricchezza, in questo odierno, non ha più neanche lo scupolo del pudore e viene esibita come una virtù in spregio ai poveri.
Tutti alla fine ci si siede a tavola con il Diavolo senza altra giustificazione che questa tavola è molto lunga.

Ci si sente al riparo così dalla responsabilità solo perchè si è lontani dall'origine dei problemi dimenticando che è solo un gioco di prospettive.

In definitiva non ci si vuole accostare al mistero della vita, si preferisce una menzogna plausibile piuttosto che abbandonarsi a ciò che è più grande di noi.
Capita anche che alcune di queste nullità, di cui è composto il pianeta in gran maggioranza, si incuriosisca a corsi di un paio di week-end per scoprire e potenziare queste presunte capacità.

Il mercato dell'occulto o delle religioni offre un ampio catalogo di prodotti. Questi signori che non si sono mai degnati di valutare seriamente se per prima cosa sono disposti a pagare il prezzo per diventare persone un po' più libere sono convinte che bastino poche ore di "effetti speciali" per sanare i guasti di una vita intera.

Nell'intenzione l'impegno è lodevole, ma nei risultati si sfiora il ridicolo.

Bisognerebbe forse ricordare a questi campioni che il più grande ostacolo alla conoscenza non è l'ignoranza, ma l'illusione della conoscenza.

Comunque sia mi sembra che "in primis", si dovrebbe prendere coscienza del desolante vuoto interiore che esiste dentro di noi e anche dalla pretenziosa facciata che presentiamo al mondo con una, più o meno, convincente maschera di auto inganno; questo tanto per cominciare.

Le nostre opere e azioni poi, che consideriamo così importanti non sono altro che scarabocchi su questo mondo eticamente vuoto.


Invece, questo dubbio sfiora pochissimi e l’indagine in tal senso non è neanche presa in considerazione. Si passa direttamente alla cassa a cercare di ritirare il premio, stupendosi di trovarsi, il più delle volte, con una mano davanti e una di dietro, come diceva mia nonna.

Ora, cercando di sorvolare sulla banalità che è sempre in agguato nei commenti a situazioni del genere vale la pena riflettere su un paio di considerazioni, almeno a mio modesto parere.

La prima è che non ci conosciamo quasi per nulla e a voler guardare bene, facciamo di tutto per non metterci alla prova per conoscerci.
Rimanere veramente nudi di fronte a se stesso non è cosa da poco. Se applicassimo metà dell'intelligenza e dell’impegno che usiamo per riempirci lo stomaco, correre dietro al sesso opposto e sgomitare nella vita per possedere degli oggetti futili, avremmo le forze e il tempo sufficiente per avere ottime indicazioni sulle nostre pretese virtù e sulle nostre meschinità nascoste ad arte.

La seconda considerazione invece, più sottile, è che ogni esperienza personale non è trasferibile ad altri.
L'illuminazione o più prosaicamente, l'intuizione, dipende molto da chi vive l’esperienza e in quale momento la vive, ma soprattutto dalla domanda che alberga dentro di lui. Sia che questa domanda sia formulata coscientemente o inconsciamente.
In particolare mi pare che cercare di condividere l’insegnamento appreso a caro prezzo con la massa di esseri umani, spesso ipnotizzati dal tran- tran quotidiano, è come pensare che masticare una cicca possa aiutare qualcuno digiuno di matematica a risolvere un’equazione.

Non parlo però, solo di fatti estremi, di eventi eclatanti, di guerre, di pestilenze, di invasioni di cavallette o di atti eroici al limite dello straordinario che rivelano a volte aspetti della nostra natura, ma voglio porre l’accento sulle piccole intuizioni che accadono nel quotidiano, rivelandoci spesso la realtà per quella che è.
Quanto spesso è capitato ad ognuno di noi che parole, immagini colte al volo abbiano aperto mondi inaspettati nella nostra vita? Non sarà successo spessissimo, ma accade.

Come già scritto tutti inciampiamo prima poi nella verità, però di solito ci si rialza e si continua a camminare… come se nulla fosse.
Forse sarebbe più onesto ammettere che amiamo le nostre catene e anche l’uomo più coraggioso ha paura di se stesso.