lunedì 24 luglio 2017

Vox clamantis in deserto Part. 2



Un uomo onesto, intendendolo come un idividuo conforme alle leggi, ai regolamenti e alla morale corrente, in questa società è un uomo povero, povero in tutti i sensi.

Se ad esempio, giusto  per semplicità nel discorso, si analizza la parte materiale dell'esitenza umana cioè se si considera un cittadino che ambisce al benessere economico, addirittura alla ricchezza, si comprenderà facilmente che egli dovrà essere per forza di cose disonesto. 
La proporzione del suo benessere materiale sarà proporzionale alla sua disobbedienza a quanto stabilito dalla società. Ovviamente ci sono delle eccezioni ma se si guarda ad un modello generale la conclusione non potrà che essere quella esposta. 
E' casuale questo paradosso? E' merito delle circostanze che il sistema promulghi delle leggi che se rispettate pedissequamente non daranno al suo seguace quei comfort e quell'indipendenza economica che invece meriterebbe? 


La contraddizione secondo la mia opinione è voluta, perché un uomo onesto può chiedere onestà e pretenderla dai suoi simili e dalle leggi che dovrà rispettare. Invece, una persona con una percentuale variabile di onestà, sarà ricattabile, gestibile, accomodante nei confronti della disonestà e della diseguaglianza propria della società in cui viviamo. Dunquel "il Sistema non sistema", semmai complica la vita di un uomo

A ulteriore riprova si osserva che la disonestà nel mondo è mantenuta in un percentile gestibile e funzionale alla società stessa, grazie agli organi di polizia, all'apparato giudiziario e all'organizzaione dello Stato. 
Gli strumenti repressivi a disposizione dell'ordinamento costituito sono utili sino a un certo punto nel mantenimento della legalità, quando toccano interessi più grandi, sono destituiti della loro autorità. Nel caso di individui che appartengono a questi apparati e sono recalcitranti a piegarsi a questa discrezionalità, sono semplicemente eliminati.

A una visione disincantata ci si renderà conto che la nostra società premia l'onestà con la povertà, l'integrità con l'isolamento e le iniziative per rendere questo mondo più onesto e integro con la morte, fisica o sociale.
La soluzione?

Non è possibile con mezzi ordinari, perché cambiare una società con gli strumenti democratici come i referendum o con le elezioni, è inefficace, 
Infatti ogni sistema sociale è creato per conservare se stesso e mantenere la sua leadership al potere.

Si permette e si usa la contestazione non per cambiare il mondo, ma come un vaccino contro tale cambiamento, perché la storia ha insegnato che se non si convogliano le proteste in una speranza di libertà, per altro quasi sempre disattesa, il malcontento può sfociare in una vera rivoluzione che è l’unico modo  con cui si può realizzare un sovvertimento radicale.
Questa rivoluzione per forza di cose sarà una rivoluzione armata, violenta con tutti i problemi ad essa connessa. Poi nel tempo si trasformerà nuovamente in un ordinamento che riprodurrà più o meno, le medesime problematiche precedenti. 
Cambieranno così i suonatori, ma la musica resterà sempre la stessa.
Si consente un certo grado di disobbedienza per mantenere l'obbedienza, un certo grado di illegalità, in particolare per i privilegiati, per mantenere una legalità diffusa che è generalmente pretesa principalmente verso i morti di fame, o giù di lì. 
Non voglio fare l'apologia dell'insurrezione eversiva o del comunismo anzi, ma questo è quello che insegna il nostro passato e purtroppo anche il nostro odierno. 
La differenza di classe esiste e non solo in India con le caste, ma anche al Gimbellino, solo che questa divisione è meno palese.

Le contromisure adottate dallo "status quo" contro dei significativi cambiamenti, sono molto sofisticate oggigiorno, perché forte dell'esperienze del passato che ha visto qualche volta il popolo diventare protagonista di se stesso, una condizione che la classe privilegiata non può assulutamente permettere se vuole perpetrarsi. 
La Storia,  ci insegna inoltre che poco o nulla è cambiato veramente.
Il vero ostacolo al cambiamento dell'umanità è purtroppo l'uomo stesso.

Quindi? Per quanto sbagliata possa essere la società in cui viviamo è l'espressione degli sbagli insiti negli uomini che la compongono. Le sue contraddizioni sono le stesse degli uomini che l'abitano, così le violenze e  i sopprusi.
Lo sfruttamento generato dall'avidità umana cui assistiamo accompagnato dal puerile sentimento di sopraffare gli altri, non sono che la parte tangibile della  meschinità dei cittadini di questa organizzazione complessa che chiamiamo mondo.
Tutto ciò che compie l'uomo è l'espressione macroscopica del suo microcosmo interiore, e questo vale per ogni essere umano su questo pianeta di disperati.

Come mai si perpetuano sempre gli stessi errori ad ogni generazione? Per diverse ragioni.
La prima, è biologica. Gli esseri umani possiedono una limitata conoscenza biologica che gli studiosi chiamano: Istinto. 
Rispetto a un castoro che, tanto per fare un esempio, una volta adulto costruisce una diga senza fare gli esami da geometra, l’essere umano deve imparare quasi tutto. 

Questo ci porta al secondo problema: La conoscenza umana. Intesa come sapere e come esperienza; Essa di fatto si fonda sulla comunicazione. 
Il linguaggio è un sistema molto più rapido della memoria biologica trasmessa per selezione  e incisa nel DNA delle diverse specie. 
L'essere umano è per così dire una "beta-version" dell’evoluzione per trasmettere la Vita cioè l'informazione in maniera diversa, meno indelebile ma molto più rapida, e fornisce un modello più duttile, rispetto all'adattamento biologico, grazie allo sviluppo della scienza e della tecnologia. L'essere umano non ha bisogno di due milioni di anni per farsi crescere le branchie e andare sottacqua, gli basta inventare il sottomarino.

Sono convinto, ma senza nessuna prova a sostegno di questa mia convinzione, che l'essere umano è il modo che ha il DNA di espandersi oltre questo pianeta. 

Ecco che il retaggio di informazioni, esperienze e conoscenze che una generazione lascia alla successiva è determinante nel forgiarne il destino. 
Su questo tesoro, patrimonio di tutti gli umani, però ci hanno messo le mani l’élite che ne governa la società, favorendo od ostacolando ciò che è funzionale al loro benessere, a scapito ovviamente di quello degli altri. Per mantenere le proprie ricchezze al sicuro  si è  evitato di prendere delle scelte impopolari ma necessarie. Si mantengono invece sistemi sociali non equitari che diversamente non gioverebbero alla conservazione dei privilegi.

Questa avidità del Ghota di persone che decidono per gli altri, in cosa trova motivo? 
Visto che sarebbe più ragionevole una maggiore condivisione della cultura e del benessere, evitando le disparità che creano i conflitti, riducendo il numero della popolazione mondiale e con essa il numero dei problemi, adottando non solo un reale controllo delle nascite ma una selezione genetica per un’umanità più sana, sia fisicamente che psicologicamente. 
Non sarebbe un mondo più bello se libero dalle malattie genetiche e psichiche? 
Sicuramente meno affolato e dunque già solo per questo più felice. 
Perché allora non lo si fa? 
Qual'è il senso di una ricchezza che ti costringe a vivere in una prigione, circondato da muri, allarmi e guardie, perché il mondo fuori è pieno di ladri affamati? 
La prima ragione è che principalmente chi ha il potere, non ha fiducia in chi questo potere non l'ha, perché conoscendo i propri peccati e le meschinità del cuore umano, questa classe dominante proietta l'ombra scura, della loro anima ancora più oscura, su tutti gli altri. 
Non rischiano certamente di mollare il certo per l'incerto. 
"Se divento buono e poi me ne pento?" Pare questo il loro scrupolo o almeno a me piace pensarlo ma solo per sorridere.
La seconda ragione è invece più banale, si chiama: paura. E' la paura che determina l'avidità, non è l'egoismo come generalmente si crede.

La terza è costituzionale, ovvero di come è fatto l'uomo, non la maggioranza ma tutti: ricchi e poveri, belli e brutti, intelligenti e idioti, bianchi, neri, rossi, gialli e pure gli arancioni di Osho.
La condizione dell'essere umano è quella di un malato, questo è il suo stato naturale, e lo sarà finché si crederà sano. 
Egli è affetto da una malattia psicihica così profonda che si potrebbe equiparare alla follia, perché non riesce a vedere il mondo per quello che è. 
Nel momento che prenderà coscienza di essere malato, solo allora comincerà a guarire e a diventare sano. Si svilupperà allora, un modo non distorto di ragionare,  e imparerà a valutare gli effetti delle proprie azioni e di quelle degli altri, comprendendo la catena degli eventi, oltre il mero fatto come ora che valuta a malapena l'ultima concatenazione di causa-effetto. Svilupperà una visone profonda, non emotiva e deidentificata. 
Tutti i componenti dell'umanità dovrebbero incentivare la riflessione critica non solo sui fatti, ma soprattutto ognuno su se stesso e così cominciare ad occuparsi seriamente della propria guarigione; Invece di perdere tempo e guardare lo sport allo stadio o in televisone, dovrebbero smettere di rincorrere le assurde passioni che occupano la loro breve vita. Sarebbe necessario anche liberarsi dalle superstizioni che chiamano religioni e che li forviano dalla ricerca della verità; Una verità che è sempre nascosta in piena vista, e che non ha biosogno di nessun mediatore, tranne dell'unica entità soprannaturale che può dare un senso alla vita di un uomo. cioè se medesimo. 
L'essere umano dovrebbe dedicarsi anima e corpo a questo rinnovamento, procedere alla costruzione in se di una coscienza oggettiva che ahimè non possiede, proprio perché crede di averla.

In definitiva l'errore monumentale che commette questo bipede assai presuntuoso, cioè la madre di ogni sua sofferenza, è intendere gli altri diversi da se stesso, la Natura e la Terra qualcosa di separato da se. Questo non significa massificazione o appiattimento delle diversità perché se è vero che siamo "Uno" è anche vero che non siamo tutti la stessa cosa. 
In definitiva l'umanità è composta da sette miliardi e mezzo di persone, irrimedabilmente sole che si distraggono per non cogliere questa realtà la quale sarebbe il punto di partenza per una reale connessione.
Questa percezione di comunione degli uni con gli altri e poi tutti insieme con la realtà è la sola che possa dare una direzione a questa moltitudine di esseri persi, però tale realizzazione può arrivare solo da una mente sana. Invece nell'uomo c'è una separazione, una sorta di frattura fra se e la realtà che gli spalanca le porte dell'inferno, e genera una miriade di problemi, malattie e conflitti.

Ecco che se mai c'è ancora una speranza per l'uomo, questa non è nelle leggi, nella politica o nella demagogia con cui si muovono le masse, ma nella coscienza. 
Questo a molti sembra già un'utopia distante, ma non è neanche paragonabile a quanto ci sarebbe ancora da realizzare, èssa sebbene distante è  solo un primo piccolissimo passo. 
Solo la nascita di una coscienza oggetiva prima, e collettiva poi, al posto di quella individuale ora presente nelle persone (considerata e incentivata come una virtù), darà alla vita umana un senso e soprattutto un futuro. 
Questo potrà avvenire solo con un drastico cambiamento sociale e con la condivisione e la trasmissione di una cultura vera, una saggezza cioè non mistificata dal potere. Questa conoscenza insieme con un metodo didattico corretto svilupparà la percettività, una qualità, oggi presente solo come potenziale nel genotipo umano che per tradursi nel fenotipo necessario, richiederà un'attivazione ambientale, chimica e a livello più profondo energetica, però non nel modo che generalmente è inteso quando si parla di questo, e parlare di questi argomenti richiederebbe un discorso a parte, se mai fosse consentito farlo.

Auspico la venuta di donne e uomini con tale coscienza, prima che questo pianeta vada a ramengo, e una società che ne permetta lo sviluppo.


Un Uomo Nuovo direi, ben sapendo che esso non sarà il salvatore dell'umanità com'è intesa oggi, ma il suo assassino.