giovedì 5 ottobre 2017

Specchio, servo delle mie brame. Chi è il più idiota del reame?




Alcuni inseguono la felicità, altri la raggiungono donandola.
Dobbiamo capire solo questo.
E' sempre la stessa lezione ripetuta in milioni di modi diversi.
Non esiste nessuna contabilità spirituale, nessuna retribuzione soprannaturale al male o al bene, perché entrambi esistono solo se riferiti a un soggetto.
Non Dio, non anima, dunque. Solo noi stessi da riversare nella vita quotidiana.
Comprendere la propria natura autentica e realizzarla, non c'è altro da fare in questo mondo.
La nostra mente da un senso di continuità all'esistenza, ma secondo me non è così, Noi moriamo e nasciamo ogni momento, e in quel non luogo e non tempo, viviamo nel presente chiamandolo: attimo.

Si dice che la verità sia nel silenzio, ma credo che molti non capiscono il senso profondo di questa frase.
Conoscere se stessi non è un rompicapo dove qualcun'altro  deve fornire la soluzione. Sei tu la soluzione, perché tu sei il problema. Inoltre penso che noi non siamo un problema ma un avventura. 
Per conoscersi bisogna allora solo fare silenzio, silenzio in se stessi. 
Non significa solo non parlare, non significa solamente essere rilassati e guardarsi intorno, confrontarsi cioè con il mondo.

Significa proprio solo fare silenzio, un mutismo completo in se stessi. Quello che appare sei Tu. 
E' semplice ma non è facile.

giovedì 21 settembre 2017

Riflesso in un occhio d'oro

E' strana la vita umana. 
Conosciamo la felicità ordinaria nel perderci nelle passioni, ma questo ci porta oltre che amore e gioia anche inevitabilmente frustrazione e sofferenza, a volte addirittura può distruggerci; Oppure è possibile moltiplicarsi in due e vivere in se stessi la completezza, questo ci regala una profonda serenità, un distacco che ci dona un amore diverso, quasi non umano, ma così si rinuncerà all'amore generalmente inteso per il mondo, 
il rischio è una sorta di follia se non realizzato perfettamente. 

Strade diverse che a volte si avvicinano, ma non si toccano mai. 
Ognuno scelga per se uno dei due sentieri, entrambi in salita, entrambi faticosi, entrambi al di là del giudizio,entrambi pericolosi. 

Mi immagino in un angolo della mia mente che queste due strade porteranno alla fine nello stesso luogo, un luogo dove vivono le cose vere, ma non è così. Perché non è possibile abbracciare la Vita e se stessi nel medesimo tempo, alla meglio considerarli entrambi ma non viverli entrambi.

giovedì 7 settembre 2017

Il consulto



Dopo una lunga attesa, finalmente il suo turno.
L'ampio studio del Professore era sobrio e funzionale, quasi minimale. Stranamente non aveva odore.


Egli lo guardò acutamente, solo per qualche secondo abbassando gli occhiali dal grande naso ma non disse nulla.

“Buon giorno Professore” disse lui invece come per stemperare quel silenzio un po così.
“Buon giorno a lei, si accomodi, mi dica” La voce del clinico era autorevole, calma, profonda quasi baritonale. 
Cominciò a sentirsi subito a proprio agio.
"Le devo parlare della malattia?"
"Non subito, mi racconti cosa è successo prima, un po' prima"

“Beh! Tutto è cominciato dopo che ho avuto un po’ di problemi con la mia vita privata, ho lasciato il lavoro che non sopportavo più, e  mia moglie invece di sostenermi, mi ha abbandonato anche se andavamo  d’accordo, almeno a me pareva così, ma credo che avesse perso interesse per me non avendo più la possibilità di portare a casa il -fine mese-.  Dopo un po’ per vivere ho dovuto mettere a frutto la mia passione musicale , ora suono  in un locale la sera, mi guadagno così da vivere, ma i problemi  non sono migliorati.”

“Quali problemi?” chiese il medico, sollevando lo sguardo dal suo blocco di appunti.

“Dico sempre quello che penso, e vedo il mondo con occhi diversi da quelli degli altri. Ho cominciato a considerare la vita con una visione diciamo -più obiettiva- ed è stato devastante. Le relazioni umane mi sono apparse subito false, dominate dall’interesse oppure dalla soddisfazione momentanea, senza profondità. Senza un reale valore significativo.  Il quadro che avevo dipinto per tutta la mia vita pareva sciogliersi davanti a me. La società mi è cominciata a sembrare  delirante con le sue regole incoerenti e ipocrite. In poche parole non mi capisce nessuno, mentre io purtroppo capisco gli altri molto bene, ma quello che capisco non mi piace. E nonostante questo non posso fare a meno di vederlo e di commentarlo, e questo genera un sacco di problemi con gli altri, si offendono della mia sincerità. C’è una cura? Un mio amico mi ha detto che Lei è un medico bravissimo, anche se contestato per le sue teorie originali, questo però l’ha detto un altro medico che ho visto prima di lei, ma che non mi riusciva a diagnosticare nulla. Vede, non posso fare a meno di essere sincero ”

“Non si preoccupi, in ogni caso il miglior medico  è la Natura, guarisce quasi tutti i mali e non parla male dei colleghi, c’è altro?”

“Ho un irrefrenabile desiderio di verità e di libertà”

“Umm! Questo può essere grave, mi faccia vedere” si alzò dalla grande poltrona, passò oltre la scrivania e  si avvicinò con passi lenti, quasi calcolati.
Le mani forti e calde gli sfiorarono il volto. Erano perfettamente asciutte e avvolgenti.

“Apra la bocca, dica: A”
“AAAAAAAAAAAA”
“Bene, bene, ora chiuda la bocca e guardi verso il soffitto” Gli appoggiò le dita appena sopra gli zigomi e con delicatezza aprì ulteriormente il globo oculare.
“Ah! Ecco,  è come pensavo”
“?”

Il professore tornò a sedersi e ristette pensoso un po' di tre quarti. Guardava il bordo della scrivania con il braccio sinistro appoggiato sull'addome e l'altro piegato, con la mano che gli sosteneva il mento, le dita piegate anch'esse, mentre l’indice gli fasciava la guancia come se indicasse il soffitto o il Cielo.

“E’ grave? La prego sono molto preoccupato”
“Ho due notizie per lei. Una buona e ovviamente una cattiva, quale vuole sentire per prima?”
“La brutta, la realtà ha sempre la precedenza”
“Bene, allora le dirò che lei soffre non di una, ma di due patologie rare e purtroppo incurabili. Ha sviluppato un problema della vista la Distopia; Questa patologia oculare le fa vedere il mondo, le persone, i fatti per quello che sono e non per quello che vorrebbe che fossero. Inoltre ha una conclamata sindrome del cavo orale, anch’essa rara e come le ho detto incurabile, la -faringite veritiera-".

“Accidenti ma guarda che sfiga, e quale sarebbe la notizia buona che morirò presto?”

“Su, su non faccia così che si può convivere con queste malattie. Certo non sono piacevoli, la rendono spesso malinconico, ma in fondo lei conosce una persona veramente soddisfatta e felice in questo mondo anche se si crede sana?”
“No, dottore”
“Ecco, vede…Però, preferisco Professore”
"Oh! scusi Professore"

“E posso sapere la buona notizia?”
“La buona notizia per lei è che ho scoperto il suo problema, e ho una cura che anche se non le garantirà la guarigione, le toglierà i sintomi fastidiosi. In poche parole le darò quello che offre la medicina moderna oggigiorno, e soprattutto quello che vogliono le persone comuni, non avere fastidi fisici e rimanere quello che sono, cioè la medesima persona che li ha fatti ammalare. Procrastinando così il malessere di vivere derivante del fatto di non avere una vera vita, sino a quando giungerà la fine della loro pseudo esistenza.”

“E’ quello che penso e vedo anch'io ma lei è fantastico, come mi capisce. E la cura?”

“Allora siamo d'accordo. Per la faringite veritiera, dovrà parlare pochissimo, dovrà limitarsi alle constatazioni, alle richieste di ordine materiale -passami quello, posso avere questo, come va? Ecc. ecc.- frasi semplici. Non affatichi assolutamente in cervello, il mio consiglio perciò è che vada spesso in Chiesa. Impari dalla maggioranza ad usare la testa solo per separare le orecchie.
Eviti ogni riflessione e approfondimento. Quando sente il bisogno irrefrenabile di dire come la pensa o sente che il suo ragionamento analitico si innesca…Allora parli di calcio, del tempo, del governo ladro. Eviti accuratamente tutto quello che non è ovvio. Avrà così  moltissimi amici e un certo successo con l’altro sesso. A proposito, Lei è eterosessuale?”

“Certamente”
Il medico lo trascrisse neigli appunti.

“E’ importante?”
“No affatto, ma oggigiorno è un po’ raro”

“Mi scusi  ancora e per la realtà che vedo con disincanto?”
“Per la distopia, dice? E' un po' più complesso, ma per sua fortuna ho inventato un collirio lisergico”

“Con LSD?”

“Esatto. Proprio quello, ma con una percentuale ridotta del principio attivo. E' una panacea. L’aiuterà con piccole allucinazioni a vedere il mondo come la maggioranza, però guidarà l’automobile con riflessi un po' rallentati e difficoltà nelle manovre di parcheggio ma non si spaventi non sarà il sintomo che sta cambiando sesso e solo un effetto collaterale. Non potrà invece svolgere attività creative né innovative, dovrà accontentarsi della routine”

“Cavolo e la musica?”
“Quella se la deve scordare, almeno se è un musicista di valore, se fa invece musica di successo non ci sono grossi problemi, mal che vada potrà riprendere il suo vecchio lavoro, quello che detestava, e scoprirà che non le darà più fastidio”

“Non c’è un altro rimedio?”
“Ci sarebbe un rimedio naturale, ma poco praticato perché un po' pericoloso e può procurarle dolore acuto anche se saltuariamente”
“Qual'è il rimedio naturale?”

“L’amore che altro..." un sottile velo appannò gli occhi del grande discendente di Ippocrate, ma fu giusto un attimo, poi aggiunse

"Ma solo quello vero, mi raccomando. Le imitazioni fanno peggio. L'amore vero non la guarirà completamente dalla distopia, ma l’aiuterà ad andare avanti. Tenga conto che le potrebbe costare tantissimo e non parlo di soldi”

“E se non trovassi il vero amore?”
"Non sia così pessimista, c'è tanto amore nel mondo" 
"Ah si? Non me ne sono mai accorto, ma se non capiasse?"

“Beh! Allora le resta solo la figa, e anche compatibile con il mio farmaco”
“Eh già! "

“Caro ragazzo, però adesso devo proprio salutarla. Lasci cinquecento euro all'infemiera uscendo. Fattura?"
"Ma no, si figuri...Grazie mille Professore, mi sento già meglio"

"Me scusi, Professor devo far entrar un altro pasiente?" Parlò dall'interfono la giovane infermiera con l'accento trevisano.
"No, cara fai aspettare. Dopo il pagamento del paziente che sta uscendo, dagli un flacone di Lisergimax, poi ho bisogno di te. Quando entri non scordarti di chiudere la porta dello studio, piccina” 
"Sertamente, professor" Rispose lei, colorando la voce di una nota giuliva ma sottomessa.

Una volta solo, il taumaturgo trasse dal camice un flaconcino, mise due gocce di collirio negli occhi e attese quello schianto di infermiera. 

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mercoledì 6 settembre 2017

Anfesibena umana





Non possiamo che essere poveri. 
Se guardiamo al mondo, al mondo umano, vediamo due opposti che si fronteggiano, si sostengono e si compenetrano; A volte combattendosi, ma senza mai potersi dividere. Come l'anfesibena, il mitologico serpente a due teste che ben rappresenta questa realtà.

Da una parte abbiamo società povere di mezzi materiali, dove sopravvive ancora un certo calore umano, sentimenti comunitari e un reale desiderio di stare insieme (principalmente determinato dal bisogno); Dall'altra parte delle società ricche di sprechi dove il benessere, sebbene non equamente distribuito, raggiunge quasi ogni uomo che la abita, e lo liberà almeno dalle necessità primarie, però lo deruba dalla sua umanità e gli dona in cambio una desertica solitudine. 

Abbiamo così persone povere di mezzi e altre povere di reali sentimenti. 
A volte mi fingo, grazie a un'immaginazione banale, una vita in un posto selvaggio, ma con una certa disponibilità di mezzi per gordermi come si dice "capra e cavoli", vivendo con persone vere e buone, ma questa apologia del "buon selvaggio" non esiste, perché in quelle società ancora non completamente sviluppate economicamente, le qualità umane sono determinate non dalla scelta personale ma dalla necessità di sopravvivere. 
La coesione sociale è mantenuta per sostenersi non per comprendersi.

Non c'è dunque merito nel praticare il "bene" se non si conosce il "male"; Se non si è nella condizione di scegliere fra questi due apparenti opposti, liberamente, dunque guidati da altro che la propria libertà, allora non c'è alcuna libertà.  
Pare dunque che l'essere umano appena si eleva da una condizione di ingnoranza, e la sua mente comincia a diventare acuta e tagliente, non può fare a meno principalmente di ferire e offendere; Pare anche che appena non sia perseguitato dalla fame, dalle malattie e dalla povertà, nasca in lui la convinzione di non aver più bisogno degli altri e se ne disinteressa. 
Con simili presupposti mi chiedo ragionevolmente se c'è una via d'uscita percorriblie nella ricerca di una vita degna di essere vissuta cioè gustata in tutti i livelli dell'essere e della materia? 

La mia esperienza umana non può che essere pessimista sull'edificazione di un reale Eldorado, dove l'umanità ritrovi un Eden da cui per altro è stata cacciata e anche a buon ragione, pare; Perché nelle persone ordinarie se troviamo delle qualità umane, queste sono legate alla semplicità, ma lo sviluppo materiale e intellettuale è connesso invece alla complessità. 
Una volta persa l'innocenza, l'uomo non ha più possibilità di averla indietro. 

La strada per l'emancipazione da questi due modi di essere che determinano due diversi modelli di società, entrambe destinate al fallimento, è purtroppo una trappola anch'essa; Questa emancipazione infatti non è socialmente praticabile, almeno non in rapporto a quel paradosso senza soluzione che chiamiamo: Uomo. 
Se mai esiste una strada percorribile al di fuori di questi due vicoli ciechi, essa non è un percorso democratico cioè per tutti, perché il sentiero di una persona per essere libera e forse anche addirittura felice (felicità non intesa come la bionda ventenne che ti aspetta sul cofano della macchina sportiva parcheggiata sotto il tuo attico in centro città) è una via elitaria, personale e senza garanzie di riuscita né istruzioni per l'uso. 

Ho sentito spesso parlare di quest'uomo "libero", ma non l'ho mai incontrato, se non in sporadici attimi in alcune persone un po' speciali e talvolta perfino in altrettanti sporadici momenti in me stesso, ma mai stabilmente.

Abbiamo così anche nella soggettività due strade diverse. 
Una via oridinaria che consiste nel perdersi dentro le passioni, e provare la felicità comunemente intesa, insieme all'inevitabile sofferenza e frustrazione che cammina a braccetto con il desiderio e poi un'altra.

Prima però di parlare dell'altro modo di sperimentare una diversa felicità, è utile comprendere cosa sia la felicità nella sua natura autentica. 
Una domanda che mi ha tormentato per molto tempo, forse per tutta la mia esitenza, cioè: "In cosa consiste realmente questa felicità? "
Ecco che per comprenderlo bisogna guardare all'emozione più totalizzante: l'amore. 
Esso è umanamente espresso in maniera molto grezza, perché in definitiva è desiderio, ma un desiderio potentissimo che opera in chi lo prova, un'evasione; Un'evasione da se stesso. 
Noi siamo felici quando siamo fuori da noi stessi. O diversamente si potrebbe dire che quando c'è la felicità e l'amore, noi non ci siamo.
A una visione attenta risulta però che in questo modo non si è più padroni di se. 
Questo moto verso l'oggetto o il soggetto amato, ci permette di superare il vallo della nostra soggettività, ma ci lega a un'altro giogo cioè all'oggetto della nostra brama. 
In quella momentanea fuga dalla gabbia del corpo e della mente, l'umano trova una felicità condizionata, non completa, perché dipendente da altro, e subordinata a elementi incontrollabili. 
Quindi se c'è felicità ma non c'è libertà, allora non c'è reale felicità. 

La seconda strada invece che pochissimi percorrono, è quella di realizzare tale fuga da se stesso per se stesso, senza avere un oggetto/soggetto voluto e scatenante. 
Questa via richiede, in primis, la consoscenza profonda della prigione dove si è rinchiusi: il corpo. 
Successivamente la conoscenza di se stessi, non solo del proprio carattere ma della propria mente, e poi della propria essenza. Cosa non facile. 
Una mappa di se che molti non riescono a disegnare in una vita intera. 
Il passo successivo sarà trovare il modo di uscire. 
Da soli è impossibile, ma forse, grazie all'aiuto di un complice sarà fattibile. E' necessario trovare una persona che è già evasa, e da questa, meritandolo e pagandone il prezzo, imparare l'arte della fuga.

In tal modo si sperimenterà una reale completezza e con essa la felicità. 
Nel mondo materiale però non è possibile evadere stabilmente, perché la nostra sopravvivenza biologica ci obbliga ad abitare nella prigione del nostro ego, ma prima che venga il tempo, avendone trovato il modo, si potrà a volontà operare questa libertà temporaneamente e determinarla. 
In altre parole, si supererà perfino la cosiddetta morte, perché se qulcosa può esiste oltre le influeze interne del nostro essere ed esterne del mondo, quel qualcosa potrà sopravvivere oltre la fine di tali influenze, ovvero una condizione che etichettiamo come: morte.
Bisognerà conoscere la strada per uscire, prima della dimissione obbligata dal corpo, altimenti niente potrà sopravvivere. 
Morire a se stessi per rinascere a nuova vita.

Questa capacità darà accesso a un mondo diverso e sconosiuto di risorse e conoscenze inimmaginabili che non andranno a riversarsi nell'indifferenziato. 
Potrebbero restare a disposizione, in una sorta di contenitore che non chiamerei anima, perché secondo la mia opinione l'anima non ci appartiene né è qualcosa che si può avere, essa è invece un regalo, ma dopo un lunghissimo percorso. Queste però sono solo le mie idee a rigurado di qualcosa di immortale, immortale ma non eterno, perché ogni cosa nella dimensione dello spazio/tempo è destinata primo o poi alla fine. 
Di ciò che invece appartiene a una dimensione diversa, atemporale, non è consentito scriverne. 

Dunque, sono pervenuto alla realizzazione che il mondo oggettivo è determinato dal mondo soggettivo cioè è il personale modo di essere di ognuno che crea il mondo, non solo in senso metaforico ma letteralmente. 
Il reale problema invece resta la coscienza che è, come dico sempre, la gabbia in cui ci rinchiudiamo per sentirci liberi.

martedì 1 agosto 2017

Sprazzi di saggezza Vol. 1


Il Saggio Malamat era assiso nel dolce far nulla, quando il giovane domandò: "Grande Muftì, come realizzare i propri scopi, come vincere?" 
Lui rimase in silenzio per un po' e quindi rispose: "Ero amico di un grosso cane, velocissimo e terribile. Non aveva rivali. Un giorno lo vidi rincorrere un gatto, vecchio e spelacchiato. Il gatto saltava una staccionata e il cane pure, poi entrava in una pozzanghera e il cane scivolando gli era comunque dietro; Su e giù, sopra e sotto, per tutto il villaggio. Alla fine il cane stremato si distese a terra con il respiro affannato e rapidissimo. 
Quando si riprese, gli domandai. -Com'è che non sei riuscito a prendere il vecchio gatto?- 
E lui: -Beh! Io correvo solo per un pasto, ma quello correva per la sua vita-
Ecco il modo.

Racconto romantico Vol. 3



"Proprio a Hong Kong dovevo sentirmi male" pensò, mentre l’ambulanza procedeva lenta nel traffico caotico della metropoli cinese.
"Sarà stato il Sui Tzu? Me ne sono scofanato due ciotole, forse ho esagerato. Magari l’aria condizionata del ristorante?"
Non fece in tempo a darsi una risposta, perché era già in una stanzetta del HK General Hospital.
La piccola infermiera cantonese entrò: “Dottole impegnato, si spogli, tu aspetta” Poi, andò via.
Ne approfittò per andare in bagno per una fase creativa che aveva in canna, e dopo stette subito meglio.
Quando tornò la ragazza, era nudo come un verme.
Lei gli dava le spalle per compilare la cartella clinica mostrando un didietro perfetto che riempiva la divisa verde acqua; Quando si voltò gli si dipinse lo stupore sul viso. “Signole! Tu glosso ploblema” disse, sgranando gli occhi con un leggero strabismo di venere. “Faccio subito plelievo ciomp-ciomp, no  apettale dottole”
“Cosè il prelievo ciomp….?" Non finì la frase che la sanitaria era già in ginocchio.
“Caspita che roba” disse l'uomo, colto da gaiezza improvvisa.
“Cinesina piace lavolale” rispose l'infermierina fra un ciomp e l’altro.
Presto, forse troppo presto lui spalancò la bocca in un urlo silenzioso.
“Ola quasi nolmale, plelievo abbondante ma liuscito bene” aggiunse l’infermiera, passandosi la manina candida sulle labbra candide.
Lei si mise alla scrivania e scrisse l’esito sul modulo di dimissione, si  voltò appena, e con una somorfietta snob aggiunse “Secondo filosofia Buddista tu leincalnazione di asinello cambogiano, eh?!”
“E tu chi eri?” chiese l’uomo, svuotato da ogni altra domanda.
Lei guardò il soffitto pensosa, tamburellando la penna sul mento,  e rispose: “Sanguisuga, folse”.


Racconto romantico Vol. 2


Il colonnello Kurtz, ultimo sopravvissuto alla sporca guerra, era finalmente giunto al villaggio Vietnamita Ndo-We, alle estreme propaggini del fiume Mekong, la dove osano le Pantegane. 



Con i suoi anfibi infradito e la mimetica Prada, osservava il silenzio e contemplava l'infinito ascoltandone il suono.
Si udirono appena i passi scalzi di una piccola Vietcong che si avvicinava tra le capanne, Lei, lo colse un po' di sorpresa, proprio mentre emetteva una flatulenza istintiva di magnitudo 7.0.
Alta poco più di un metro e un barattolo (ma di involtini primavera) era di forma acerbamente procace et sinuosa.
La bimba (Barely legal) disse. "Polca Paletta che tuono! Sta pel piovele celtamente. Glande Colionello può indicarmi la via pel Hanoi? Mi aspetta fidanzatino?"
Nel vecchio soldato si fece largo un tenero sorriso tra le cicatrici del volto: "Certo, piccina ti accompagnerò per un poco, aprirò la strada al fidanzatin".
Insieme si inoltrarono nella giungla.
Il gigantesco uomo d'armi con la piccola comunista dagli occhi a mandorla e dai capelli color notte asiatica.

Un immagine di riappacificazione li avvolse, ma dopo poco la foresta si animò.

Si udirono acuti squittii in lingua Bonsai "Hai-no, hai-no, io pelò detto Hanoi. Lei ha equivocato Colionello, che mal... alle spalle, poi"
Di rimando, invece di un’educata risposta la sovrastarono i grugniti da Gorilla del Colonnello che riempirono impietosi la giungla, e non solo, poi un ultimo ruggito... E fu silenzio, ma giusto per il tempo refrattario.
“La guella e guella” sentenziò soddisfatta la piccina, accendendosi insieme a lui una Lucky Strike senza filtro.