martedì 10 luglio 2018

Elephant Man



E' curioso come si sviluppi il concetto di giustizia a livello umano. 
Spesso appare un compromesso tra egoismi. 

Quando più persone con i  loro desideri ed esigenze convergono in un equo tornaconto cioè sono sufficientemente e reciprocamente soddisfatte, si  decreta che la transazione o la scelta intrapresa è giusta. 

In realtà la "giustizia" è un'invenzione. 
Tra l'altro è una concezione astratta molto relativa, perché dipende dalle cirocostanze, da ciò che c'è in ballo e da quanta avidità si desiseri conciliare.
Una condizione relativa non potrà mai diventare un valore assoluto come dovrebbe essere la Giustizia nella sua accezione più completa. 
Ecco, perché sono scettico su questa convenzione, così diversa secondo  tempi, luoghi, culture e società.

Forse è banale ricordare che se si guarda come la maggioranza considera la giustizia, si noterà che coincide sempre con il proprio interesse.  
E' assai raro sentire parlare una persona di giusto, quando da questa giustezza essa ne ricaverà un danno. E' ancora più raro vedere questa persona "giusta" comportarsi in tal senso. 
Nemmeno afifdarsi a terzi "super partes" specializzati in diritto, chiamati Giudici che hanno a disposizioni leggi fatte con le migliri intenzioni ci eviterà l'abissale differenza tra legalità e giustizia, rendendo ancora più amara la delusione nel constatare quanta differenza ci sia fra queste due. 
Non resta che la giustizia divina, l'unica che a quanto si dice possa esercitare una riparazione al male, ma basta farsi un giro in un reparto oncologico pediatrico e anche questa flebile speranza, risuterà irrimediabilmente e tristemente disattesa.

E' troppo cinico pensare che quello che l'uomo chiama giustizia per un torto subito sia, spogliata dai sofismi, solo vendetta? 
In definitiva bisogna considerare che al male fatto non c'è rimedio, dunque perché punire? 
Sarebbe più utile educare, possibilmente prima che il  male si compia e poi una volta commesso, redimere; Ammesso che esista la redenzione. 
Esiste invece la consapevolezza che gioverebbe alle persone e a questo mondo, ma non è considerata ahimé un obiettivo primario, anche perché si edifica con la sofferenza liberamente scelta e la riflessione, due animali estinti da prima che l'uomo comparisse sulla Terra.    

Quando un Elefante è abbattuto a molti dispiace, generalemnte quando lo vedono in televisone, ma se si considera questo dramma da un'altro punto di vista, forse non è la fine tra le più difficili che attendono questo meraviglioso  animale; Infatti ogni elefante, una volta esaurita l'ultima fila di denti, è condannato a morire di fame. 
Quest'animale non muore mai di vecchiaia, ma di stenti dovuti al digiuno forzato. 
In questa prospettiva non sembra poi così orribile una morte rapida  per un colpo di fucile. 

Ovviamente, ogni essere vivente desidera vivere. 
Non credo che l'elefante si rassegni più facilmente nel farsi abbattere se potesse conoscere a quale fine sarà destinato se vivrà abbastanza da sfuggire ai cacciatori.
Certamente è poco probabile che possa fare questo ragionamento, ma non scirvo di questo perché voglio parlare del bracconaggio, ma per riflettere su altro.

La constatazione che segue dopo questa piccola provocazione da Safari è che gli animali sono liberi dall'idea di "giustizia" cioè da tutti quei ragionamenti che stanno alla base delle valutazioni di correttezza a riguardo degli eventi, in rapporto alla propria esistenza. 
Il fatto però veramente interessante è che gli animali pur non avendo morale, non sono estranei a una certa misura nel loro comportamento. Hanno comunque un limite nelle azioni.  
Anche senza "giustizia" non sono anarchici, anzi c'è un  ordine nella  loro vita. 
Hanno "un'etica naturale" sensata, anche se a volte  sconcertante. 

Sempre continuando con l'esempio dell'elefante, quando non può più mangiare esegue una sorta di commiato verso il suo branco, rivolge un preciso saluto al gruppo con cui ha trascorso tutta la sua vita fedelmente; Poi, si allontana raggiungendo un cosiddetto "cimitero" il luogo esatto dove altri prima di lui, sono andati a morire. 
Lascia la compagnia dei vivi e abbraccia la compagnia dei trapassati con continuità. 
Un modo di fare che ha dell'incredibile. 
Questo animale gigantesco, molto intelligente e con una memoria prodigiosa, all'altezza se non superiore al detto poppolare, aspetta paziente senza apparente timore la terribile fine per inedia. 
La "logica" con cui si relaziona con il suo gruppo, la sua stessa fine e il rapporto con i defunti della sua specie, lo elevano quasi a livello umano, anche se parlare di logica riferendosi a un'animale pare un'eresia. 
Allora, come definire le scelte sensate che intraprende?

Addirittura gli elefanti si riconoscono allo specchio, dunque anche nella volutazione psicologica umana hanno coscienza di sé, la loro memoria è prodigiosa, dunque imparano, hanno una sorta di culto dei defuntil e allora, perché non possono essere considerati a tutti gli effetti esseri senzienti? 
Forse, per gli esseri umani se un essere vivente non parla,  non ha un cellulare, non grida allo stadio e non distrugge il mondo in cui vive non è abbastanza intelligente per essere considerato tale.
Se, liberando dalle catene l'Assurdo per vedere in quale direzione correrà, si immaginasse di essere un animale che ha comprensione e addirittura realizza che la teconologia e gli oggetti snaturano la vita stessa, e pur avendone i mezzi intelllettuali scegliesse di non sviluppare la sua attitudine al loro utilizzo, perché questa assuefazione alla comodità  lo deruberebbe dalla libertà e che sarebbe un modo autodistruttivo di vivere, sarebbe così folle?. 
Allora, grazie a questo ragionamento bizzarro si intravvederebbe una saggezza che noi umani non abbiamo, oppure non abbiamo più.
Chissà magari se l'avessimo non ci eleveremmo con tanta sicumera sul podio delle specie al primo posto? 

La scienza lliquida tutto con "l'istinto"  come fosse un dato  certo, ma a conforto di questa certezza non vi è nessuna prova. 

Tornando per un secondo al digiuno forzato di  Dumbo o Jambo come si voglia chiamarlo amichevolmente, esso dimostra un "coraggio" che pochi, anche tra i più coraggiosi esseri umani, avrebbero oggigiorno. 
Naturalmente anche il concetto di coraggio per un animale non dovrebbe avere senso.
Si pensa generalmente che nella dimensione animale esiste solo la semplice realtà; Gli animali così fanno quello che va fatto come possono. Nulla di più. 
Sono senza giudizio né morale o sentimentalismo, ma allora perché questa mancanza di freni non li porta a comportamenti estremi? 
La risposta è sempre nella stessa parola: istinto. 
E' proprio tutto così semplice, oppure si trascura un'analisi più critica ?

Guardando al comportamento animale è indiscutibile una "logica biologica". Un'istruzione che li guida  e alla quale ubbidiscono, senza che nessuno li obblighi. Pare anche che condividano tutti gli stessi comportamenti, sebbene involontari.

Come è possibile che esistono comportamenti molto complessi involontari? E' credibile che esistono impulsi primari,  dovuti al DNA  ma condotte a volte eleboratissime paiono difficili da considerare come bagaglio naturale di conoscenza. 
Si dovrebbe forse cominciare a considerare il comportamento animale come frutto di un partilcolare ragionamento. 
Un ragionamento animale, certo diverso da quello dell'uomo,  alla cui conclusione univoca, però tutti gli animali giungono senza neanche bisogno di discutere.  
Essi raggiungerebbero il medesimo accordo,  perché semplicemente la realtà percepita  e la conseguente scelta naturale non avrebbe bisogno della persuasione del linguaggio come invece avviene nel ragionamento umano.  
Si considera l'istinto come unica soluzione onnicomprensiva a tutte queste domande e lo si concepisce quasi come un meccanismo implementato. 
La stranezza è che a livello fisiologico non è stato ancora trovato. Dov'è allocato questo istinto?
Questo benedetto "istinto" non si trova, ma è necessriamente ipotizatto per poter dare soluzioni, e anche per evitare problemi. 
In particolare quello di elevare il comportamento animale al rango di un modo di fare ragionato, immediato e rapidissimo, che risulterebbe meno stupido di quanto immaginiamo. Sarebbero in questo caso dotati di una lucidità senza aberrazioni tra l'altro, semmai si volesse considerare questa "stranezza" come vera cioè che l'istinto non esiste. 
In quest'ottica  la posizione dell'umanità si ridimensionerebbe grandemente.

In ogni caso l'uomo è ormai molto lontano dalla semplicità e dalla schiettezza, ma non perché sia andato avanti...

Pare diversissimo il mondo animale da quello umano, ma è proprio così?  

A volte (sempre?) la presunzione degli uomini non permette di cogliere le similitudini tra questi due mondi che talvolta sono invece speculari, ma in realtà per me sono uno solo.

Proprio ora, ricordo che almeno un popolo  aveva un rito molto simile a quello dei pachidermi: L'antica tribù artica degli Inuit, ora quasi completamente "civilizzata". Essi facevano su per giù la stessa cosa.  
Come mai? Visto che il comportamento umano è guidato dal ragionamento, mentre quello animale dall'istinto. 
Ribadisco il quesito per l'ultima volta: Se  l'istinto fosse un'invenzione dell'uomo? 
Lascio aperta la risposta, non per paura di sollevara una tempesta di critiche, ma  perché onguno osservi e ci ragioni da solo, semmai dotato di libero ragionamento.

Tornando al popolo dei ghiacci, quando un familiare non aveva più denti doveva essere abbandonato, addirittura questa scelta era presa proprio da chi subiva questa fine terribile. 
Accettava questo brutale destino con la medesima stoicità dell'elefante, perché non poteva più provvedere a se stesso.

Restava una vecchia o un vecchio solo, fermo sul pack sferzato dal vento gelido. 
Il resto della famiglia lo lasciava indietro senza girarsi, perché altrimenti non ce l'avrebbero fatta ad abbandonare quell'essere umano con cui avevano condiviso, risate, cibo, riparo e difficoltà per così tanto tempo. 
Immagino quel momento come vissuto, mentre tracimava il dolore di quell'addio silenzioso sin nello stomaco; In quella tragica immagine che si allontanava, vista di sottecchi, ognuno dei familiari intuiva come in una profezia, il proprio futuro. 
Il padre o la madre, diventava per quel gruppo che andava un puntino sempre più piccolo che infine si perdeva lungo il filo candido dell'orizzonte. 
La slitta stranamente leggera era più veloce, il peso dove era finito? Tutto nel cuore.

Le lacrime si perdono sempre... 
A volte cadono a terra, altre volte si mischiano nella pioggia, altre volte ancora sono accolte dalla neve, oppure asciugate dal vento che soffia forte. 
In questo per me c'è un insegnamento, perfino il dolore non ci appartiene, e bisogna lasciarlo andare. 
La vita d'altronde non fa distinzioni, che siano lacrime di gioia o di infinita tristezza non c'è alcuna dfferenza per la realtà, solo l'uomo distingue. 

Questo reietto volontario lasciato sulla banchisa, aveva ancora un compito da eseguire. Doveva donare il suo ultimo sprazzo di vitalità all'orso polare che in gioventù lo aveva più volte nutrito con la sua carne, restituendo ciò che gli era stato dato in una completa simbiosi e chiudendo drammaticamente ma perfettamente, il cerchio della vita. 
Recitava, l'ultima preghiera (un po' diversa per l'uomo o per la donna). 
Forse un canto con intonazioni basse e vibrate, iniziava appena si intravvedeva l'ombra bianca avvicinarsi e si sentiva il suo pungente odore, poi si udiva il somesso grugnito: "Grande Orso, ombra bianca di morte. Tu sei il terribile cacciatore, lo sono anche io. Per tante stagioni ho cacciato, mi sono nutrito anche della tua carne. Oggi, non potendo più mangiare non ha più senso combattere. Ti offro la mia vita. Pace, dunque. Nulla ho tolto che non mi fosse necessario, e ora restituisco ciò che ho preso, pago il mio debito. Così anche in quest'ultimo momento posso essere felice."
La cantilena di solito si interrompeva bruscamente, un arabesco rosso gettava sul candore un muto  epitaffio.
Un semplice addio di un essere umano semplice che semplicemente lasciava questo  mondo impietoso. 

Crudele eh? Certamente, ma solo per chi non si accorge che la vita si nutre sempre di vita. 
In ogni caso quest'immagine ha per me una sua bellezza, e quasi balugina di giustizia. 

E' divertente ricordare, tanto per alleggerire il racconto quaresimale rievocato, che nella lingua Inuktitu parlata da questi abitatori dell'Artico, ci sono più di venti modi diversi per dire: "neve". Descrivendola così in tutte le sue forme. Non per un virtuosismo linguistico, ma per l'oggettiva necessità di indicare per esempio una pista per la caccia o per segnalare un luogo specifico. Sul ghiaccio, a parte la neve non ci sono molti punti di riferimento, infatti gli spuntoni che si formano nel "ice field" cambiano repentinamente a causa del disgelo/gelo diurno e notturno e non sono un buon sistema per orientarsi.


Lasciando gli anneddoti con cui pigmento le mie monocromatiche e monotematiche analisi, tornerei al modo umano di vedere il mondo, semmai me ne sono allontanato durante il discorso. 
Trovo interessante che consideriamo peculiari della ragione molti comportamenti che sicuramente hanno un senso per la nostra organizzazione umana e ci differenziano dal resto del mondo animale, ma non sempre ci rendono grandi e migliori, come crediamo di essere. Anche se quest'ultima valutazione è anch'essa un'idea dell'uomo.

Spesso, mi sono domandato il senso della nostra organizzazione sociale; Il reale valore cioè delle regole e delle consuetudini che diamo per scontate, per giuste appunto. E altrettanto spesso non ho trovato una risposta univoca e confortante al loro mantenimento.
Ho invece trovato che sotto la leggera patina di civiltà, l'uomo primordiale è ancora presente, molto più vicino ad ognuno di  quanto invece credevamo di averlo lasciato lontano.


In alcune condizioni particolari l'uomo può perdere il supporto di questa struttura interna, fatta di morale, leggi e regolamenti, ritrovando uno stato primitivo bizzarro e stupefacente. 

Il rischio è che si perda completamente il senno, perché un tale cambiamento non è solo drastico ma dirompente.  
A volte però può capitare di far ritorno a una dimensione meno strutturata, senza effetti collaterali così traumatici. 
Si scopre così una condizione liberatoria inaspettata.


Constato come la Natura inspiegabilmente, si manifesta con le medesime regole sia nel comportamento animale che in quello primitivo umano. 
Si palesa una strana forza intelligente (?) un'intelligenza non solo brillante ma smagliante, visto come mantiene in armonia tutto il Cosmo.


Da dove viene questa saggezza così spesso insascoltata?  Come riesce a volte a toccarci?  Come dona a tutte le crature viventi se la volgiono questa lucidità?
Domande, domande. domande...Sono il più grande produttore di quesiti sul mercato delle cose che non servono.

Di certo è uno stato atavico che quando accade, ridimensiona la presunzione umana, e talvolta gli mostra il suo reale posto nel mondo.


Molte persone si ritagliano, grazie alla tecnologia, all'organizzazione,  alla religione, un mondo di idee e perfino un mondo di ideali; In esso trovano così una posizione centrale rispetto al divenire. 
Grazie a questi enti immaginari, concepiscono un mondo che ruota intorno a loro, trovando non solo un senso e una ragione al proprio esistere, ma anche un'importanza. 
Rido sino alle lacrime osservandoli.  
A me pare non solo eccessivo, ma sbagliato soprattutto perché inutile.  
Perfino Dio se avesse uno scopo non sarebbe libero, dunque non sarebbe Dio. 
Invece questo bipede quasi folle che dispone di così pochi anni per giungere a tale comprensione, grazie a una forma  biologica tanto fragile, se ne attribusce il vanto. 
Che l'unica ragione dell'esistenza sia esistere, è' così semplice da capire che quasi nessuno lo pensa su questo pianeta di pittoreschi esseri che dicono di essere intelligenti.

In ogni modo non è un mio giudizio ma una scelta di ordine pratico, poiché l'uomo quando perde il contatto e la connessione con ciò che lo circonda, con la Natura tanto per intendersi, diventa immediatamente presuntuoso e stupido. 
Questo sforzo di innalzarsi da se stesso non gli fa bene. 
L'incomunicabilità con il Mistero  nella sua forma più diretta lo smarrisce.

Di fatto tutte le certezze cui conteniamo la vita sono vasi vuoti.

E' proprio a causa di queste certezze, inoltre che si compiono atti scellerati e ingiustificati che non hanno nessun collegamento con dalle reali necessità.

A volte mi rendo conto di quanto poco riesco a vedere, ed è solo perché ciò che si manifesta è per me inconcepibile. 

Non trovando posto nella mia mente, anche i miei occhi divengono ciechi
Mi rivolgo allora a questa primitività, chiedendogli umilmente di aprire i miei sensi, di poter ascoltare le mie percezioni e liberare la mia consapevolezza dalla gabbia della coscienza. 
Cerco di prestare attenzione all'Astratto che mi circonda e mi contiene; Accade allora che è come se un papiro tinto di geroglifici si srotolasse davanti a me, criptico eppure tanto esplicito nel suo significare. 

La mia preghiera in quei momenti di raccoglimento è sempre la solita: "Non dimenticare. Possa il silenzio attento rendermi acuto ma umile. Possa vedere anche quello che non guardo,  possa accorgermi anche di ciò che non mi piace, e accetarlo per il solo fatto che nulla mi è dovuto. Possa non perdere mai la fiducia nell'Ordine più grande delle cose, e quando attraverserò l'Ombra...Che i miei occhi siano bene aperti."

Non bisogna trascurare i fondamenti del vivere, del conoscere ma soprattutto dell'essere.
  
Come si diceva allora: "La pista è meno lunga se la slitta è buona, ma ciò che conta è conoscere il sentiero".  

venerdì 6 luglio 2018

Codice Sorgente


A me fa ridere che la maggioranza intende la libertà come libertà di scelta. 
Dimenticando che per scegliere bisogna avere uno scopo, un intento, un desiderio. 
Come può un essere, essere libero se ha uno scopo? Ovviamente sarà vincolato a questa motivazione, dunque non avrà alcuna libertà. 

Meglio sarebbe intendere questa "libertà" come libertà dai propri impulsi primari. 
La domanda vera è: "Posso cambiare ciò che sono?" Evidentemente questo non è possibile.

ACDG le quattro lettere che ci definiscono nel DNA eprimono tutto il nostro potenziale, ma anche il nostro limite; Disponendosi in 12.427 linee in sequenza, non solo indicano ciò che siamo stati, ciò che siamo, ma anche ciò che saremo. 
Siamo semplicemente quello, cioè meno di quello che crediamo di essere.

Abbastanza semplici da funzionare, abbastanza complessi da credere di avere il libero arbitrio.

Potrebbe non essere un caso questa programmazione.

Se esistesse un Dio non sarebbe come comunemente è inteso. 
E' evidente che sarebbe diverso dalla rappresentazione umana, perché essa non è libera e non può certo comprendere la libertà, la libertà totale. 
Ogni energia senziente inoltre cerca la natura del proprio principio, ma se qualcosa non ha un principio. allora sarà libera e potrà sperimentare questa libertà.  

Il suo naturale impulso sarà comprendere tale libertà, libertà da se stesso cioè dagli eventuali limiti imposti dalla propria natura se mai esistono. 
Non sarà un desiderio, perché ogni desiderio è di fatto un vincolo, ma la naturale espressione di uno stato dell'essere non condizionato.

E' ancora più evidente che se esistesse Dio, esprimerebbe questo stato dell'essere realizzando tutti i possibili modi di questo essere per comprenderli, manifestarli e trascenderli.
Tale potrebbe essere il motivo dell'Esistenza biologica e dell'Universo  fenomenico.

Un numero incalcolabile di codici che si sviluppano in modo  vincolato che allargano e nel medesimo tempo definiscono le infinite possibilità di essere. 

Per...Essere la stessa cosa in tutti i modi possibili nello stesso momento.

Non è forse la difinizione più semplice di Dio? 

Nella dimensione del non-tempo cioè la cosiddetta eternità (Divina?) però non è fattibile questa manifestazione, in essa niente può crescere né cambiare. 
Il non-tempo dunque ha generato l'Universo (o gli Universi) fatti di tempo, spazio, materia ed energia (che sono la stessa cosa) per comprendere, manifestarre e trascendere se stesso. 

Le moderne teorie cosmologiche trovano delle incongruenze nei dati rilevati, quando considerano un solo Universo, infinito o definito che si consideri, comunque in espansione (Big Bang). 
Anche ipotizzare la fine di tale espansione o addirittura l'inversione di questa, comporta dei paradossi; Ipotizzando un Big Crunch che riavvolgerà addirittura il tempo stesso.

Risulta invece, più semplice una complicazione  cioè la concomitanza di più Universi in una sorta di multiverso come fogli contigui, dove per esempio i Buchi Neri assorbendo energia da un Universo, confluiscano come creatori di energia in un altro. 
In un incredibile e bellissimo andare e venire multi-dimensionale.
Un siderale Rondò con scambi di dama e cavaliere in una danza senza scopo, in un ballo assurdo e proprio per questo libero da qualsiasi ragione, dunque veramente libero. 

Anche la terribile legge segreta della Vita e dell'Universo è liquidata... Mi resta solo da risolvere il problema del parcheggio per l'automobile. 

venerdì 15 giugno 2018

La mia Africa


L'Africa è un paese bellissimo ma completamente diverso dall'Europa.
Ci sono logiche tribali, superstizioni, conflitti e una mancanza d'istruzione endemica peggiore delle malattie che la tormentano.
Ci sono anche cose meravigliose come i sorrisi di un popolo ancora semplice e autentico per molti versi, una certa filosofia di vita serafica molto poetica, riti ancestrali profondi che appartengono però alla dimensione più primitiva, magica e nascosta di questo immenso continente: antico e nonostante ciò così giovane.
Sulla scorta di tali premesse e cioè che siamo sconosciuti l'uno all'altro, non fare nulla per l'Africa sarebbe meglio di fare qualcosa, perfino fare qualcosa che la maggioranza di noi considererebbe "buona".
Perché gli vogliamo vendere il nostro Inferno?
Possibile che nessuno comprende che ogni cosa che abbiamo la paghiamo con la nostra anima? Quando hai tante cose e non hai più un'anima con cui vivere che te ne fai degli oggetti? Mah!
Lungo il mio peregrinare esplorativo su questo pianeta, una volta alle pendici dei monti Virunga in Congo, incontrai uno stregone, stranamente gli fui simpatico, si sa che tra matti c'è sempre una certa intesa e condividemmo un po' di tempo insieme.
Mi disse che noi (bianchi) abbiamo un collare. Un collare come quello che si usa per i cani o per gli schiavi.
Non era una metafora, lui lo vedeva proprio.
Rimasi colpito da questa sua percezione, ma non la capii allora, dopo mi divenne, ahimè sempre più chiaro cosa intendeva.
Ogni tanto lo incontro nei miei sogni, facciamo qualche interessate chiacchierata, perfino qualche risata, specie quando gli racconto come vivo.


A parte questo aneddoto, sono convinto che lasciar vivere senza ingerenze gli africani, così come hanno vissuto per migliaia di anni, non farebbe altro che bene alla loro vita, lasciandogli le loro idee e tradizioni che spesso ai nostri occhi occidentali non hanno senso, e ci sembrano addirittura assurde e sbagliate.
Sarebbe un modo ragionevole di rispettare la loro diversità intrinseca. Insomma, dargli il tempo di comprendere le contraddizioni che li affliggono e risolverle da se stessi, se mai le riterranno tali.
Dovrebbero se desiderano un cambiamento, scegliere un modello politico e sociale che li rappresenta e non per forza di cose un sistema democratico che è nato in un contesto storico completamente diverso dal loro.
Per estirpare la guerre che devastano l'Africa, o almeno per limitarne i danni, basterebbe tanto per cominciare non vendergli le armi e le munizioni.
Certamente non sfruttarli sarebbe una buona cosa, ma non risolverebbe il loro problema attuale, perché comunque si sfrutterebbero da soli come ha dimostrato la politica africana degli ultimi trenta anni (in ogni caso lo sfruttamento c'è anche da noi ma in maniera solo più subdola).
Non bisogna essere ingenui sulla natura umana.
La speculazione dell'uomo sull'uomo non è un problema di oggi, nemmeno un problema sociale tramandato da secoli di violenza e soprusi, è una conseguenza dell'etica personale di chi detiene il potere e anche di chi da questo potere è sfruttato.
Le persone posso essere uccise, finire in prigione, torturate, ma non si possono obbligare ad essere sottomesse e schiave se non accettano questi vincoli, anche se schiavi del denaro lo siamo un po' tutti (perché di schiavitù indiretta si tratta) non è detto che gli dobbiamo fedeltà. 
Se una persona non vuole essere sfruttata può, pagandone il prezzo, disobbedire.
Non è qualcosa di straordinario che appartiene solo a Socrate e pochi altri questa emancipazione.
In America (Il paese della libertà) prima di usare gli africani come schiavi, avevano provato con i Nativi Americani, ma non ci erano riusciti; Non si facevano sfruttare, preferivano morire.
Infatti li misero nelle riserve, perché erano completamente refrattari alle norme del sistema politico ed economico dei coloni inglesi e francesi.
Ora in quelle stesse riserve, i discendenti gestiscono i Casinò, figurarsi come si sono ridotti.
I loro antenati certamente li guarderanno dalla Grande Prateria con commiserazione, forse con il viso rigato da una lacrima.
Il Grande Spirito (che non si chiama così) ormai non ha più un popolo che gli parla e lo ascolta. Restano solo gli ultimi guerrieri sparsi nel mondo che lo rispettano e lo onorano ancora, tra un po' manco più quelli.
Alla fine il tamburo sacro smetterà di suonare per l'uomo...E saranno dolori.
Questo però è proprio un altro discorso.
Quello che invece intendevo dire è che non è proprio esente da responsabilità: l'oppresso.
La cosiddetta "povera vittima" che a un'analisi con un po' di carattere ha anche lei delle responsabilità.
Bisogna considerare con obiettività, per quanto o per cosa una persona è disposta a vendersi, e non significa nulla la morte come scusante per fare quello che ti impongono. Comunque l'adesione a una vita vessatoria e integrata in un sistema oppressivo ti farà morire come uomo, solo per farti continuare a vivere come contribuente.
Bello eh? Non è solo triste ma tragico.
Quando parlo di sistema oppressivo non parlo banalmente di regimi militari o dittatoriali. Ogni sistema è repressivo, anche la "democrazia" solo in maniera più nascosta, infatti abbiamo una miriade di leggi, regolamenti, senza parlare della coercizione più forte cioè del condizionamento subliminale al consumo; Quello è veramente come il lavaggio del cervello in un film di fantascienza, solo che una persona ormai assuefatta a comprare ciò che non gli serve veramente gli sembrerà normale farlo, addirittura divertente e si sentirà persino libera di acquistare quello che altri gli dicono sia utile e bello, mettendo a riposo la propria autonomia decisionale e d'analisi. 
Viviamo in un mondo dove si meccanizza tutto, si comprano gadget tecnologici per non fare fatica: automobili, motociclette, tapparelle elettriche, ascensori. La domotica fa risparmiare ogni sforzo anche in casa, poi le persone devono andare in palestra, perché sono fuori forma. Se non è follia...
E' pazzesco come ad ognuno sin da bambino siano instillate delle regole e dei comportamenti stereotipati, chiamati educazione, morale, legge e dopo un po' nasce dentro una sorta di ospite, un Giudice che ci tormenterà per tutta la vita. Si definisce pomposamente "coscienza morale" ma se la si analizza sino in fondo si constaterà che è un'illusione, non solo intangibile ma creata da qualcosa che non ci appartiene, non è decisa autonomamente, non è utile per vivere meglio e neppure serve per fare di questo mondo un mondo migliore. 
Quando comincia a funzionare questo meccanismo giudicante non c'è più bisogno di decidere cosa è giusto o sbagliato è già stabilito a priori. 
Non c'è più bisogno neanche di un padrone che ti dica cosa fare o cosa non fare, ubbidirai a quel poliziotto interiore che esegue pedissequamente le regole e le istruzioni stabilite da altri, intese comunemente come giuste e, colmo dei colmi, una persona crederà perfino che quelle leggi siano proprie. Le condividerà con gli altri, quando addirittura non le imporrà a propria volta, credendo di seguire un reale criterio di giustizia. 
Peccato che questo criterio dovrebbe nascere dalla propria libera riflessione ed esperienza. 
Invece già da bambini sono fornite risposte precotte, ancora prima che sorgano le domande, condizionando la ricerca del vero in una sorta di profezia/nozione auto-avverante. 
Senza dare il tempo alle reali domande di farsi strada, minando alla radice la sicurezza delle persone cioè la sicurezza di saper cercare, trovare e riconsiderare di nuovo quanto trovato, autonomamente, invece un essere umano così pervertito demanderà ai detentori del sapere la certificazione di ciò che è vero e di ciò che non lo è. 
La storia umana è l'esempio di questo condizionamento mostruoso. Questo organo impiantato nella mente umana che distorce ogni fatto evidente e rende reale invece enti che non lo sono. Ha una forte connessione con quello che è definito ego. 
Un'impalcatura necessaria per vivere in questo habitat, ma invalidente se diventa dismorfico e ipertrofico.

In definitiva questo diabolico incantesimo distrugge la capacità di analisi e di osservazione di ogni un essere umano, elevando l'euristica a sistema di ragionamento e trasformando la naturale attrazione verso la scoperta e la conoscenza, in una mera curiosità e un'irresistibile attrazione al dogmatismo; con tali elementi  avremo quello che generalmente è inteso come una persona normale dotata di autocoscienza.
Peccato che questa autocoscienza in tal modo costituita è in realtà come un ingranaggio, un meccanismo non nostro, qualcun'altro che ce l'ha messo dentro (in tutti i sensi) approfittando dell'ingenuità dell'infanzia

L'euristica è sicuramente utile nello sviluppo di soluzioni rapide, anche se approssimative che devono perciò in un secondo tempo essere comprovate dai dati esperibili.  E' fondamentale nei software di interfaccia uomo-macchina e permette di utilizzare un sistema complesso in maniera intuitiva, ma elevato a sistema cognitivo distorce la capacità di comprensione, sostituendola con la capacità di utilizzo: sono due cose ben diverse. 
Si assembla in tal modo un essere umano stupido ma apparentemente sapiente. 
Questa anomalia, mina in profondità ogni controllo ed empatia col mondo in cui viviamo, nutrendo di fatto l'alienazione.

Si vive alla fine tutti in maniera più comoda ma incomprensibile. 
Infatti, nessuno conosce completamente la tecnologia che usa.  
E' un'assuefazione alla preponderanza del valore dell'utilità, rispetto al valore della conoscenza. 
Ovviamente non è possibile conoscere completamente tutta la tecnologia che si usa, ma una certa padronanza su quanto fa parte ormai in maniera tanto grande della nostra vita ci aiuterebbe ad affrancarci dalla dipendenza, quasi automatica che ne deriva dal suo utilizzo. 
Non è possibile per la società contemporanea un ritorno all'eguaglianza di queste due parti della cultura umana (conoscenza e utilizzo della tecnologia, intesa anche come autarchica costruzione e uso degli strumenti utili). Il divario andrebbe perlomeno un po' colmato per guarire l'umano dalla nevrosi. 

Tornado a un discorso più semplice, relativo alla coscienza morale come struttura che definisco "parassita" mi risulta evidente questa constatazione, perché analizzandola, mi domando: "Se sono giuste queste norme e questo Giudice dentro ognuno, inserito dalla famiglia e dalla Società (per il nostro bene ci viene detto) è un funzionario così equo, onesto e il "bene" dovrebbe esere il suo fine, com'è che siamo tutti infelici e viviamo in un mondo pieno di ingiustizie?" 
Com'è che il prodotto di tutto questa "Giustizia" e "morale" non porta reale felicità, ma ipocrisia e alienazione? 
Com'è che a ulteriore contraddizione, nel mondo queste regole esistono solo per certe persone e in certi momenti. 
Qualcosa non torna. 

A volte per comprendere qualcosa l'elevo al suo massimo potenziale per osservarne più facilmente le contraddizioni.
Un esempio? Prendiamo un principio cardine dela società, la conservazione e la protezione dei suoi individui; Essa dice che l'omicidio è un reato abietto cioè se una persona odia per dei personali motivi un'altra, non può sopprimerla. 

E' punito dalla Legge, è tormentato dalla coscienza, è condannato dai precetti religiosi addirittura al suplizio eterno.
Quando però le Nazioni (meglio sarebbe dire i capi di queste Nazioni) decidono le guerre, le medesime persone che prima erano ubbidienti a questa regola, possono uccidere, anzi devono uccidere. 
Uccideranno altre persone che tra l'altro non gli hanno fatto nessun male direttamente. Più ne ammazzano più ricevono onori e medaglie.
Una cosa da matti, vero? Eppure succede ogni giorno e nessuno coglie la follia di questo paradosso nella sua interezza.; Chi va in guerra non prova nemmeno il senso di colpa per lo sterminio reciproco, non soffre tormenti morali. Soffre di stress, di paura, di incubi, piange magari i propri compagni caduti, ma nessuno piange il nemico ucciso, Dimenticando completamente che quello che chiama "nemici" sono invece delle persone. 


E' interessante notare la differenza tra esseri umani comuni e assassini cioè chi per necessità, per profitto, circostanze o manipolato da altri, ha "passato il segno" della propria morale. 
Un confine cui una volta oltrepassato non è più possibile ritornare a considerare reale.  
Chi ha strappato la vita a un altro essere umano lo si riconosce dagli occhi; essi sono rivelatori di questo "passaggio". 
Ha come un sottile velo nello sguardo; Ha visto la morte, procurandola e questa immagine gli si è attaccata allo sguardo.
E' un'ombra sottile d'infinita malinconia, perché è stato e sarà per sempre l'estremo rimpianto della sua vittima.

Un mio amico è ebreo, ha fatto molto guerre per Israele, ucciso molti nemici. Ha compiuto atti spietati, eppure è una persona bellissima in normali condizioni. 
Ora vive in Italia, la sua pensione però se la gode la ex moglie, i figli sparsi per il mondo, si occupa con lavori occasionali in un paese che non è il suo. 
Tutto quello che ha fatto a cosa è servito veramente? Certo è convito di aver fatto bene, di essere un patriota. 
Si poterebbe però dire più semplicemente che ha sacrificato la propria anima per un pezzo di terra che qualcuno ha disegnato su una cartina geografica e che tra l'altro, ora si godono altri. 
Ha soppresso delle vite che potevano essere potenzialmente degli amici in nome di etichette chiamate "nazionalità" e "religione" che li dividevano.  
E poi? Alla fine a lui però toccherà vivere con i suoi peccati e la sua sofferenza, con la solitudine e i brutti ricordi del male fatto che lo seguono come un'ombra. C'è il sospetto più che fondato che sia stato usato da chi si gode i vantaggi e non deve pagarne il prezzo e non parlo solo dei rischi connessi a un conflitto, ma delle conseguenze. Di notte certe cose ritornano, gli incubi gridano, il  sonno diviene inquieto e di giorno si  vivrà come ancora in battaglia. Non è bello continuare a vivere così. 
Per cosa? Per quale soluzione? 
Comprendo bene cosa passa nella mente del mio amico e lo rispetto, ma non riesco a condividerlo, il mio pensiero si rifiuta di considerarlo normale.
L'assurdità di sprecare l'occasione dell'esistenza per procurare dolore e morte è senza senso per me; Non sono un pacifista ma mi sembra delirante uccidere in nome della Patria, dell'onore, dell'idea di essere un grande guerriero?
La guerra non ha mai reso nessuno grande. Questa è la verità.

Dunque a livello oggettivo, anche se giustificato dalle Nazioni e dalle convenzioni, le uccisioni in guerra sono comunque omicidi, ma per le persone divenute soldati non saranno considerati tali.
Allora, questo Giudice interiore come mai non si mette al lavoro? 
Soprattutto per chi lavora, quando lavora? Lavora per la Giustizia o per la Società? Forse lavora per quelli che comandano questa Società?
Puttana miseria in tal caso siamo ridotti veramente male. 

Anche quello che chiamiamo coscienza, funziona solo quando altri decidono che deve funzionare, e nel modo che ci permettono che funzioni; Quando sono premuti certi bottoni il meccanismo cui abbiamo affidato la nostra rettitudine si ferma e non c'è più giusto o sbagliato: allora non c'è mai stato, dico io.
Come poi sia possibile in tempo di pace convincersi di essere liberi se ogni giorno corri come un deficiente ipercinetico per guadagnare dei soldi per comprare delle cose che non ti servono veramente? E' un mistero. 
Nell'uomo si mette dentro un pensiero e quest'uomo smetterà di pensare in maniera autonoma. Vengono definiti pensieri parassiti, agiscono indipendentemente dal nostro controllo cosciente come istruzioni subliminali. Così non cogliamo l'assurdità di Bolli, bollette, cellulare e la minkia di tua sorella...Tra poco gireremo con uno zaino Everest con un paio di sherpa al seguito da tante cose avremo con noi.
Per me questo è incomprensibile come il sistema fiscale italiano e la passione delle donne per le scarpe.


Gli indiani d'America invece sono morti a milioni, ma non hanno piantato un solo bullone sui binari della ferrovia, non hanno raccolto un solo fiocco di cotone.
Non erano pronti al sacrificio solo i guerrieri, quel coraggio lo avevano anche le donne, i vecchi, perfino i bambini.
Erano persone straordinarie?
Era merito della pelle rossa?
Se così fosse i primi giorni di mare saremmo tutti dei ribelli, invece di pensare solo a gustarci la granita al cocco sotto l'ombrellone.

Forse avevano altro, o forse avevano meno oggetti e più...Trovate la risposta e avrete in regalo una vita.

Però lontano da questa gabbia di matti che chiamiamo Società Civile si finisce in uno zoo o in una cella imbottita, oppure si vive ai limiti della sopravvivenza. Non è mai facile.
Faccio un confronto tra questi Indiani d'America con gli uomini del nostro tempo che chiamarli uomini mi pare un insulto all'umanità, ed è deprimente.
Come facevano questi popoli selvaggi ad avere una tale forza, sensibilità, dignità e saggezza?
Da dove veniva quella fierezza?
Degli esseri umani veri, secondo la mia valutazione, rispetto a chi non lo è quasi più come noi tutti. Certamente il confronto è stridente. Ai nostri occhi sembrano epici ma erano solo autentici.
Però non vorrei divagare troppo.


Prima ho accennato all'etica ma vorrei chiarire la definizione, perché spesso è confusa nell'immaginario collettivo come una sorta di "manuale del bravo ragazzo" che non è proprio quello che intendo.
In generale l'etica non si forma con l'educazione e l'erudizione, centra poco con la morale, anzi ne è spesso in conflitto.
Essa si produce grazie alla saggezza e all'esperienza del singolo usata nel presente. Non è teoretica è pratica.
L'etica è un percorso personale, solitario.
Non è nell'imparare delle regole ma nel cancellarle e nello scoprire la verità, la propria verità. Momento per momento.
Grazie anche all'analisi però di una mente senza distorsioni dei fatti.
La maggior parte delle persone pensa di saper pensare correttamente. E' scontato che quello che viene in mente sia sempre coerente. Non è così.
Ci sono moltissimi vizi, errori e storture che sembrano solo apparentemente dei pensieri ragionati, ma sono invece errori plausibili, aborti spontanei di una serie di dati falsi e risultanti da processi automatici senza controllo.

Un altro piccolo esempio? L'idea che è comunemente accettata come: Tempo. 
Osserviamo l'uomo nella sua struttura meno condizionata: il bambino. Un bambino non ha passato, ed è ragionevole, perché ha vissuto poco, ma non comprende nemmeno bene l'idea di futuro, come mai? Se per tenerlo buono gli si dice: "Lo facciamo dopo" ogni trenta secondi vi chiederà: "Lo facciamo?" Non lo dice per rompere i coglioni, ma perché il concetto di "dopo" per lui sarà qualcosa di indistinto, vago. 
La sua mente che è ancora normale, non lo concepirà come qualcosa di tangibile e vero, il futuro sarà un momento che non è ancora arrivato alla sua percezione e dunque: come può esistere?  
Inoltre non capisce come sia possibile determinare ragionevolmente il suo svolgersi e accadersi, cioè fare previsioni, visto che la sua natura è di fatto indeterminabile. 
Una logica corretta, ma che non appartiene agli adulti.

Egli in maniera autentica vive nel "adesso" è così che l'umano costruisce la dimensione del gioco e della felicità.

E' la sua energia psichica e spirituale che radicandosi nel momento presente costituisce la vita, e con essa il piacere di goderne. 
Non si può apprezzare la bellezza di un quadro se si guarda verso la parete opposta dov'è appeso, tanto per dirla in metafora. 
Il bambino quando crederà al futuro, lo determinerà come succede a un adulto, certamente uno strumento comodo, ma con tale strumento sempre funzionante perderà la sua innocenza, cioè la capacità di essere felice, felice senza un motivo. 
Da quel momento avrà bisogno di un "dopo" un tempo proiettato in una futuro inesistente e come tale incontrollabile generando: ansia. 
I giocattoli per lui non avranno più un attrattiva, perché al posto di questi avrà i "desideri" che esistono però, solo nel futuro e così sarà fottuto.  
Avrà barattato la magia di essere felice senza una ragione precisa, in una felicità condizionata al desiderio e alla sua realizzazione. 
Mentre la prima condizione è soddisfacente e non costa nulla, la seconda è parziale e generatrice di sempre nuovi desideri ed esigenze e costa un tale impegno che non si comprende come l'uomo non pianga dalla mattina alla sera. 
Il Tempo (il dio Kronos degli antichi greci divoratore dei propri figli) mangerà la vita che è in definitiva la nostra possibilità di felicità e di essere.  
Un demone evocato da noi stessi proprio dall'idea di tempo, appunto.
  
Ecco il motivo, perché lo stregone africano, mentre mi salutava, dopo avermi riaccompagnato alla civiltà, mi disse: "Non credere al domani". 
Fu il suo monito, il suo regalo ma anche la mia condanna, vivendo in questo mondo ormai edificato sul futuro, mi trovo a vivere tra due mondi inconciliabili.

Questo però: la coscienza, la mente con il suo funzionamento e con il suo terribile potere,  sono argomenti che richiederebbe molto più tempo per essere raccontati, molto di più di quello che ho già monopolizzato con questo scritto.


L'ultima cosa che tengo a sottolineare è che la Società, per merito dei suoi elementi più validi e altruisti, potrebbe (ma non è ancora accaduto) proporre un'etica generalizzata, magari sensata e lungimirante, ma anche così non è sicuro che essa verrebbe accolta da tutti e ancora meno sicuro che verrebbe compresa.
Il rischio in agguato è sempre il solito, il più pericoloso per ogni pensiero nuovo  cioè che diventi invece solo mero conformismo.
Dopo questo excursus apparentemente senza capo né coda che invece mi permette di chiarire le mie affermazioni un po' drastiche, ritorno agli amici dalla pelle scura e ribadisco che lasciandoli finalmente in santa pace forse troveranno nel tempo le soluzioni che cercano, se le cercano.
Soluzioni nella misura però della loro realtà personale, senza snaturare così la loro identità etnica.
In generale ogni paese dovrebbe senza troppe ipocrisie, occuparsi principalmente di quanto avviene nei propri confini, perché innanzitutto conosce i propri cittadini, i pregi e i difetti, e soprattutto ogni gruppo sociale omogeneo deve sperimentare gli errori e conquistare le proprie libertà per dargliene infine un valore.
Senza conquista non c'è possesso, questa è una verità umana che ci accomuna e in particolare è valida per la vita interiore, la quale poi determina la realtà esteriore.
Non è dunque menefreghismo ma umiltà, lasciarli percorrere la loro strada.
Non bisogna fare l'errore (in malafede) degli U.S.A. che dicono che il mondo intero dovrebbe essere come loro, salvo poi, se così fosse che gli Stati Uniti non esisterebbero più, perché distrutti da qualcuno appunto troppo simile a loro.
C'è un proverbio arabo che amo e dice:"Spazza la tua casa e il mondo sarà pulito".
Lo facessimo tutti, su scala globale, questo mondo sarebbe un piccolo Paradiso, invece a furia di impicciarsi della vita degli altri, è un grande Inferno.
Non bisogna affermare stupidamente che siccome l'Africa è povera, allora gli africani devono essere per forza infelici, e per farli felici devono avere le cose che la produzione industriale gli offre, cioè pensare banalmente che se fossero tutti vaccinati e con una pagnotta al giorno da mangiare non ci sarebbero che sorrisi.
Ci sono invece paesi nel mondo dove le persone hanno il sufficiente (che secondo gli standard occidentali è pochissimo) ma hanno una qualità di vita buona, senza dover avere il frigo grande come un armadio e sempre pieno; Ci sono luoghi dove le persone hanno delle relazioni umane amorevoli, perfino con i parenti, e una gioia condivisa che al nostro confronto sembrano vivere in un luna park. 

Questi luoghi e persone ci sono anche in Africa e se mai un giorno qualcuno comincerà a capire qualcosa, girerà la Terra per cercare in ogni paese cos'è che funziona per rendere le persone felici e la porterà a casa propria.
Bisognerebbe importare felicità invece dei prodotti e delle materie prime.
Dunque bisogna comprendere che l'Africa è grande. 
Diversissima tra l'altro, secondo le aree geografiche e le diverse tribù e nazioni.
Ci sono aeree lussureggianti dove le persone vivono abbastanza bene, altre aree purtroppo hanno notevoli problemi di siccità e malattie, ma non necessariamente una vita più lunga è una vita con più valore. 

Pare crudele pensarlo, ma non è così anche se non è facile spiegarlo in quattro parole.

Le malattie ci sono dappertutto, anche da noi, dove ci sono per esempio molti più incidenti stradali. 

Ogni anno, solo in Italia, muoiono per incidenti legati alla circolazione 3.200 persone, un piccolo paese che ogni 365 giorni è cancellato dal censimento. 
Abbiamo anche altre terribli problematiche che in molti paesi africani sono sconosciute. 
Nella foresta si rischia di essere morsicati da un leopardo ma non investiti da un pony express. Ogni paese ha i suoi pro e contro.

Questo per dire che tutti in un modo o nell'altro tireremo la gambetta prima o dopo, non è poi così importante la data scritta sulla lapide, ma quanto abbiamo realmente vissuto, in fondo la fine è solo un'uscita, un'usicita da un mondo brutale per l'esattezza.
Ovviamente strappa un pezzo di cuore vedere bambini che muoiono perché non hanno un dollaro per comprare una pillola di chinino, altri denutriti; fa piangere vedere anziani senza assistenza, ma per fortuna non è così tutta l'Africa. Non è proprio com'è presentato da chi si occupa da decenni di aiuti umanitari in aree particolarmente difficili del continente nero, senza tra l'altro aver mai risolto i problemi, alla meglio li hanno solo rimandanti. 

La carità e l'assistenza ai derelitti è principalmente un prodotto della cristianità. 
Tante altre religioni (con maggiore pudore) non lo considerano un compito istituzionale cioè non è affare della religione ma del singolo l'aiuto ai bisognosi. 
Per esempio  al Golden Temple dei Sikh nella regione del Punjab in India, si sfamano ogni giorno 75.000 persone. Se ne occupano i fedeli stessi o gli occasionali ospiti. Si  mangia un pasto frugale ma sostanzioso che è servito a tutti, anche di religione diversa; Chi è sfamato può decidere liberamente di collaborare, lavare i piatti e preparare il cibo dando una mano a questa organizzazione spontanea. 
Secondo la mia opinione è qualcosa di più vicino al concetto di "vero bene", rispetto a quanto è fatto dalla Chiesa o dalle associazioni umanitarie legate alle religioni.  
La religione infatti dovrebbe occuparsi solo del personale rapporto tra Dio e l'uomo che già è un gravoso impegno, visto che quello che Dio vuole, nessuno lo sa. 
Curiosamente invece la Chiesa Cristiana e Cattolica in particolare occupandosi dei poveri oltre che fare proselitismo è la più ricca religione al mondo. 
La carità e l'aiuto veri non devono avere secondi fini, ma i preti con una mano danno il cibo e con l'altra prendono l'anima di questi poveri, li convertono o meglio li snaturano. Guadagnandoci pure, tanto per cambiare. 
Sarà' una coincidenza che proprio la religione che produce assistenza e fa assistenzialismo sia la più ricca? Quando sarebbe contabilmente ragionevole il contrario. 
Personalmente non credo alle coincidenze, certo ne ho sentito parlare, ma non le ho mai viste.
La povertà invece si emenda con l'impegno e l'istruzione, non con la minestra ai poveri fuori dal convento, badando bene nel farsi vedere dagli altri, quando lo si fa. 
Credo invece che la povertà sia un affare remunerativo e astutamente usato per scopi molto-molto terreni. 
Non ho fiducia nella Chiesa Cattolica, perché ho visto troppe volte come agisce e non posso  essere indulgente con essa. 
Un altro esempio a sostegno delle mie affermazioni? 
Don Bosco creò l'ordine Salesiano per istruire i ragazzi poveri. Infatti come potrebbe mai un povero uscire dalla povertà se non ha un'istruzione di ottimo livello? 
Già è povero se lo si lascia anche ignorante non può salvarsi né competere con i figli dei privilegiati che hanno a disposizione una buona preparazione scolastica, i soldi e le amicizie di mamma e papà. 
Oggi, invece l'Ordine Salesiano istruisce i figli dei ricchi con rette proibitive per le famiglie comuni. Anche l'Università Cattolica del Sacro Cuore è frequentata solo dai figli delle persone abbienti. 
Dunque non bisogna farsi infinocchiare dai discorsetti ipocriti del Santo Padre che elargisce con quella faccia bonaria da finto tonto; Non è certo Santo e nemmeno Padre di nessuno, visto che continua a sostenere le scelte ingiuste e discriminatorie dei suoi predecessori, dunque ne è correo. Quindi quando si permette di fare dei disocrsi ipocriti è doppiamente colpevole. 

Tornando al problema dell'Africa si constata che è lo stesso del mondo intero, solamente in alcuni casi ingigantito dalla mancanza di strategie efficaci. Il vero problema nel futuro sarà la sovrappopolazione.


Fare molti figli per gli africani è una cosa buona, ma necessariamente impoverisce il paese se le risorse sono scarse o l sono sfruttate male. 
Dunque, è bello mangiare in compagnia ma più si è meno si mangia, è una realtà che bisogna comprendere senza ipocrisia.

La primaria causa di morte invece non è l'AIDS, la fame, le guerre o gli attentati islamici: è la malaria. 
Mezzo milione di morti ogni anno in costante aumento. 
Qual'è il senso di mandare ua scuola un bambino che non supererà i dieci anni a causa di una zanzara anofele?  Per me le strategie umane in campo operativo contro i reali problemi sembrano deliranti.
Nessuno investe seriamente contro questo problema e si lanciano campagnie umanitarie per disagi che sono comunque gravi ma non è il "problema" oggettivamente più falcidiante. 

Nei paesi "ricchi" abbiamo i nostri guai, ci sono le malattie psichiche che colpiscono molte persone. In un contesto più naturale e semplice come quello di alcuni stati africani non esistono. Non c'è un Masai con gli attacchi di panico. Un Bantù con la psoriasi da stress. Un Mandingo con l'eiaculazione precoce e l'ansia del pene piccolo (beh vorrei proprio vedere...forse quest'ultimo esempio è un po' tirato per i capelli) non c'è nemmeno un Pigmeo con il complesso di inferiorità sebbene vivano vicino ai Watussi.
Pensare che solo perché un occidentale possiede un'automobile nuova nel box allora è privilegiato è un modo di guardare alla vita in maniera veramente parziale.
E' come credere che se una persona canta allora è sicuramente felice.


Bisogna cercare di capire i fatti più in profondità e non liquidare la realtà con la prima risposta che viene in mente, anche se giusta.
C'è sempre altro da capire e considerare.
Senza questa visione profonda e multi dimensionale si rischia di avere delle certezze; La cosa più stupida in cui l'uomo possa incappare nel suo cammino di vita.
Nell'idea di alcuni che si presentano al mondo con la granitica convinzione di essere i detentori della bontà, vi è il loro tentativo di vendere come fattibile la costruzione di un essere umano che assomiglia alla Chimera, un animale mitologico formato da pezzi di animali diversi che non potrebbe vivere, nemmeno se esistesse.
Secondo queste nullità proclamatesi portavoce dell'umanità è possibile avere una società dove coabitino usi e costumi e persone completamente diverse. Quando la Storia umana ci mostra che non è stato mai possibile.

Immaginano una società liberale come la Svezia, divertente come la Thailandia, sicura come l'Islanda; Abitata da gente allegra come i Brasiliani che lavorano come giapponesi, ma che hanno il gusto artistico degli italiani e l'efficienza tedesca con la serenità africana e il rispetto della natura degli indio dell'Amazzonia.
Pare fattibile un mix di elementi non solo diversi ma opposti e inconciliabili come questi? 

Per i profeti del mondo che non sta in piedi è praticamente cosa fatta, peccato che dai loro attici in centro storico non si accorgono che il mondo fuori è una polveriera pronta a detonare. 
A me pare che vogliono presentare come una soluzione un problema ingigantito.
Sono degli illusionisti ma si credono dei visionari. 

Mal che gli andrà, si rifugeranno (come al solito) nei loro soldi e con tanto amore per il prossimo, hanno pure incrementato grazie alle loro decisioni "umanitarie".

E' evidente che la miseria è povera di mezzi; E' chiaro che la ricchezza è povera di sentimenti cioè è evidente per chi non è proprio un'idiota. 
Questo cosa suggerisce? Che bisogna trovare un modo di trascendere questi due modelli di Società, ma la soluzione è trascenderli non mischiarli, c'è una bella differenza.
E' principalmente un problema di prospettiva e di come si vedono i fatti da diversi punti di vista, ma non bisogna dimenticare il pragmatismo. Lucidamente si deve considerare la variabile più indeterminata quando si esercita ill buon senso: l'uomo che  è un paradosso prima di tutto.


Bisognerebbe comprendere e ammettere onestamente che tutti soffriamo su questo pianeta, solo in modi diversi.

Inoltre, come detto non sempre una vita lunga è sinonimo di una vita felice. Non sempre una vita ricca di oggetti lussuosi è sinonimo di una vita di valore. Sempre che contino ancora le emozioni vere e il tempo per godersele come un valore positivo nella computazione della qualità di vita.
A volte stipato nella metropolitana provo una sensazione estraniante. Non mi sento affatto un figlio prediletto della società opulenta occidentale. Semplicemente perché la ricchezza non esiste, almeno non è quella che una persona ottiene con il lavoro, infatti se smettesse di lavorare tornerebbe a ciò che è sempre stato: un povero.
Anche un africano che vive in un villaggio primitivo se non va a caccia o non coltiva, non mangia.
Non trovo abissali disparità tra me (noi) e lui (loro), quando si comprende che "chi non lavora non mangia" è un dato di fatto per ogni persona su questo pianeta; Alora non ci sono scuse. Non dipende dalla latitudine né dal colore della pelle.
Inoltre chi vive in un contesto povero patisce dei disagi materiali e chi vive in un contesto "sviluppato" subisce delle pressioni psicologiche notevoli. 
I morsi della fame sono peggiori dei morsi dello stress e dell'ansia? Non sono certo di aver una risposta già belle e pronta per tutti.
Personalmente mi sento obbligato da un condizionamento chiamato "senso di responsabilità" a girare come una trottola, quando invece una parte di me chiede di esercitare questo senso di responsabilità principalmente verso me stesso, verso i miei sogni, prima di tutto, dandomi ciò che mi serve e mi rende vivo, felice e non aderire a quello che gli altri si aspettano da me, per avere la puerile sensazione di essere nel giusto, di aver fatto il mio dovere. Pare ragionevole il desiderio di vivere come si vuole ma in un contesto primitivo quest'idea non esiste, non è molto sviluppata l'idea di felicità e soddisfazione personale, perché quello che conta è la sopravvivenza del gruppo e la condivisione delle regole che generalmente sono create proprio per questo e per conferire stabilità nella tribù. 

La nevrosi generata dal conflitto tra regole sociali e desideri personali di affermazione e libertà non c'è in un contesto tribale. 
E' per me motivo di riflessione questa constatazione.
Molti africani, beati loro, vivono liberi da questa condanna del senso di responsabilità, cioè sono liberi dal senso di responsabilità come'è inteso nella nostra Società, si occupano di se stessi, qualche volta dei figli, ma principalmente dell'oggi e poi si vedrà...Non mi sembra una cosa terribile, ma ovviamente ha degli svantaggi come li ha vivere una vita piena di ansie per edificare il domani.
Chissà poi perché si dice il "mio" dovere? Quando in definitiva riguarda sempre gli altri. L'unica cosa che una persona vorrebbe dal "suo" dovere e che fosse di qualcun'altro, così da potersi fare i fatti propri in libertà, finalmente. 
Invece di andare in ufficio di corsa come inseguito da una loggia satanista, questo qualcuno si potrebbe fermare mezz'ora a chiacchierare con una ragazza, mangiare un gelato alle nove del mattino, quando tutti sono ai lavori forzati che con eufemismo è chiamato "im-piego". Sempre questo qualcuno potrebbe guardarsi intorno, sentendo quella strana energia che un tempo lontano, lontano, chiamava: Vita.
Tornando alla mia personale istantanea di vita vissuta, dicevo...Stipato in metropolitana, obbligato da ritmi di lavoro sempre più serrati per non si sa bene per cosa, condannato a causa di una perniciosa intelligenza a percepire l'indifferenza e l'incomunicabilità assordante tra le persone; Non riesco a non cogliere come i tempi e i valori (?) di questa Società si impongono nella mia vita. 
Insomma: guardo negli occhi gli altri e non vedo quasi più anima.
A volte, mi chiedo: sono in un film horror? E palleggiando sui piedi roteo su me stesso, cercando la Maschera del cinema per farmi strappare il biglietto che non ricordo, come e perché, ho acquistato.
Magari, se fossi nato in un villaggio sperduto sulle montagne della Cina sarei più felice, forse nel coltivare thé e andare a lavoro a dorso d'asino starei meglio; Passerei le serate a guardare il fuoco e il culo della cinesina che ho preso come compagna amorevole, ma ignorante come una capra, perché altrimenti è impossibile adare d'accordo con un donna. Chi può dirlo?  
Ho deciso di amare il mio destino e se lui non mi ricambierà, poco importa. 
Il mio intento è attraversare questa valle di lacrime con una risata e poi mai più ritornare. 

Quando però voglio veramente rovinarmi la giornata, guardo in me stesso; Lo chiamo: "la celebrazione dell'autolesionismo". 

Mi tuffo nel torbido e osceno oceano della mia coscienza umana,  lambito soavemente dalle onde leggiadre della disperazione (che tutti accompagna).
Viviamo su un pianeta purgatorio? Odo un "si" plebiscitario e mi scappa da ridere, ma non so perché. 
Dove sono capitato? Sicuramente è stato un errore giudiziario intergalattico essere finito su questo pianeta, lo penso sempre; Ho fatto appello all'ingiusta sentenza, ma la mia istanza non è ancora arrivata a destinazione. Oppure La Corte Suprema delle Razze Intelligenti non mi vuole neanche rispondere, quindi mi tocca stare dove sono.
Vivo qui, ma non mi corrisponde, non mi corrisponde la Società, questo Mondo e nemmeno questo Universo. 

Se mai a qualcuno interessa conoscere la motivazione del mio occasionale malumore.

Allora, dillo che non sei mai contento...Lo ammetto, anzi lo confesso sono il Gran Sacerdote di una nuova religione senza fedeli: la tranquilla inquietudine esistenziale. 
E' questo il motivo che mi rende cauto nel voler esportare ad altri il mio mondo, così per similitudine penso che il mondo civilizzato non dovrebbe fare proseliti.

Ovviamente mi do del pirla nel fare questi ragionamenti in pubblico, visto che non è possibile cambiare la situazione generale e per diversi e bipolari ottimi motivi, nemmeno cambiare la mia vita e non sto a spiegarne le ragioni, perché non mi basterebbe tutta la carta di questo schermo per enumerare i miei difetti e i limiti che lo impediscono.
Ormai sono talmente anestetizzato che tra un po' non patirò più alcun male, tranne ad ogni respiro.
Sarò talmente "corazzato" che nemmeno Equitalia potrà scalfirmi...Beh! Non esageriamo.
L'
armatura che ho forgiato è impenetrabile perché è fatta di etereo stupore.
Osservo questo quotidiano confortevole e noto che è freddo, spesso disumano. 
E' come i forti profumi speziati che mettono le signore non più giovani per coprire il proprio odore vagamente sepolcrale; Sentori che persistono a volte nell'ascensore, dopo che queste dame ci sono salite e tolgono il fiato; Un odore finto che disgusta anche se si chiama profumo.

A me sembra che non siamo felici in Europa, almeno non lo è la maggioranza, la stessa che vorrebbe aiutare gli altri a vivere felice, pare fattibile?
In realtà abbiamo solo una imperfetta ma credibile contentezza.
La potrei definire con il mio proverbiale ottimismo colorato di poesia noir: una felicità di plastica, niente di più.
Mi domando allora: "Baratterei la mia vita con una più semplice, anche se più breve?" Stocazzo, aggiunge sottovoce una delle mie personalità, una delle più pavide.
In tutta onestà non so rispondere a questa domanda, e questo la dice lunga sul fatto che non posso affermare di essere "meglio" o più "fortunato".
Forse non ho abbastanza coraggio per rivoltare completamente la mia esistenza, e la risposta più semplice e dura è molto spesso quella vera, anche se amara come una medicina.
A parte le considerazioni personali chi può dire cosa è meglio per un altra persona?
Addirittura è difficile capire cosa è meglio per se stessi, perché i modelli di condizionamento sono così radicati che ormai non si capisce dove finisce la maschera e dove inizia il volto.
In sintesi affermo che siamo tutti poveri in un modo o nell'altro.
Se non si comincia a comprendere questo, allora non si è compreso niente.
Trovare nel prossimo futuro una terza via è non solo auspicabile ma inderogabile, perché rispetto a queste due strade sino ad ora percorse: paesi opulenti di beni grazie alla povertà di altri paesi ma infine poveri di senso d'umanità e paesi sottosviluppati, ma direi sviluppati in maniera diversa con una certa coesione umana determinata dalla povertà, ma anche appestati da molta ignoranza. ebbene queste strade si avviano verso un vicolo cieco, perché in definitiva convergono una contro l'altra, costituzionalmente direi; E percorrendole l'umanità intera arriverà al fondo, trovandosi davanti solo un muro invalicabile, fatto proprio dalle persone da cui pensavano di allontanarsi.
Allora comprenderemo in maniera chiara, quello che viviamo già oggi in forma occulta.
Lo capiremo tutti indistintamente: bianchi, gialli, neri e perfino gli arancioni di Osho. Però sarà tardi per fare qualcosa.
Ah! Quanto mi piace fare il profeta di sventura.
Posso però garantire che nessuno sa nulla del futuro, neppure il sottoscritto. 

Faccio solo previsioni nefaste che visto come gira il mondo hanno molta più probabilità di accadere di quelle rosee.

Non ho un cuore così grande da angosciarmi per il destino della Patria e del Mondo intero che si fotta o si salvi, non dipende da quello che dico né da quello che scrivo e neppure da dove parcheggio l'automobile, che zoccola ladra non si trova più parcheggio. Forse qualche giorno di vita dopo le esplosioni atomiche che metteranno fine a questo moltitudine di esseri incompiuti, mi regalerà ampie strade a disposizione da percorrere dopo il fallout, sarebbe quasi, quasi piacevole.
A parte i catastrofismi, l'essere umano mi pare afflitto da una miopia genetica.
Guarda con compassione un cane al guinzaglio, e pensa sia prigioniero, ma lo stesso guinzaglio lega anche il cosiddetto padrone del cane.
Voglio significare e ribadire (l'ho ripetuto così tante volte che comincio a pensare di aver ragione) che senza mezzi materiali non si può esercitare nessun fine oggettivo, ma senza senso di umanità e coesione sociale, il fine determinato da questi beni materiali non sarà fonte di vera soddisfazione, perché alieno alle umane e naturali priorità psicologiche, e mi si passi il termine abusato e ancor più frainteso: spirituali.
Un po' di comfort e il contatto tra cuori e spiriti sono le uniche cose che rendono la vita degna di essere vissuta e permettono di sviluppare la vera conoscenza.
Sarebbe bello gustare la vita sui diversi piani dell'essere e della materia.
In definitiva non si può fare senza avere, ma ogni cosa che si possiede ci possiede, e spesso ci allontana dagli altri che non la possiedono.
Dunque entrambi questi mondi divisi, ma uniti in un semplicistico mondo di ricchi e poveri, in apparente conflitto sono accomunati comunque da grandi problemi, ancora in cerca di una reale soluzione.
Nei millenni questa battaglia non ha ancora conosciuto nemmeno un armistizio, allora che pace vogliamo realizzare? Nessuno ha mai risolto nulla di definitivo. L'uomo non è mai riuscito a emendarsi definitivamente dall'errore. 
C'è comunque una soluzione che come al solito è nascosta in piena vista.
Non è nelle leggi, nelle azioni da intraprendere, nemmeno nelle parole da declamare alle folle, non è nei grandi movimenti religiosi e politici; Si trova in un luogo, 
nell'unico posto dove l'uomo non guarda mai: in se stesso. 
Invece di investire in sviluppo industriale dovremmo investire in sviluppo umano.

Chi cerca veramente una soluzione alle follie che facciamo finta di non vedere ogni giorno, la troverà in una nuovo spazio interiore se vuole continuare ad esistere come specie, cioè in quel migliaio di centimetri cubi sopra il collo che dovrà decidere se usare per separare le orecchie, oppure per unire il modo intero.

Non i due emisferi del cervello fisiologicamente intesi. Immaginati di solito come un calcolatore elettronico a sinistra, e un'area dotata di intuizione a destra, ma come strumento unico di immensa potenza dotato di immaginazione creativa che permetterà di cambiare la realtà stessa. 
Non con un coercitivo e soffocante abbraccio, ma con un delicato sorriso.
Il sorriso è una cosa fantastica, come si dice: "E' una curva che raddrizza tante cose". Solo così si supereranno i problemi, perché risolverli è impossibile.
Lo dico in poesia, perché forse è l'unico mezzo di lanciar intravvedere il mio panorama.
Chissà se qualcuno capirà?
Spero di no, non vorrei contagiarlo con con quel virus che si chiama: disincanto.
Sono un portatore sano di questa malattia incurabile, nel caso mi si vuole evitare mi troverete al mio solito posto: Sul lato oscuro della Luna.