lunedì 29 agosto 2016

Aborigeno sarà Lei





Se volessimo capire cosa siamo con onestà, dovremmo guardare all'essere umano nella sua dimensione più semplice e meno civilizzata; Agli Aborigeni e ai primitivi che ormai sono quasi completamente estinti. Essi sono uomini liberi (o meglio più liberi) dai condizionamenti della Società civile, vivendo in una struttura sociale molto più semplice.

In tale dimensione primitiva essi non conoscono menzogna, invidia, gelosia e soprattutto possesso. In definitiva non conoscono peccato. Non sono necessariamente "buoni" almeno nell’accezione morale del termine e nemmeno migliori, ma semplicemente sono quello che sono senza sovrastrutture.
In cosa sono diversi? Sono diversi nella mente, o meglio è diversa perché non si occupa del futuro.
E' il rapporto con il tempo che cambia la nostra natura.

L'uomo moderno investe quasi totalmente l'energia della propria coscienza e le proprie fatiche nella capacità di previsione, e nella preoccupazione di edificare il -dopo-.
Un atteggiamento ragionevole, ma che esasperato diviene "innaturale" e lo porta necessariamente a vivere in una dimensione non umana, di accumulo, di sfruttamento e di paura, e anche di profondo smarrimento. La maggior parte delle persone in questo mondo "evoluto" non sono più esseri umani a causa del rapporto che hanno con il Tempo.
Probabilmente non sono più nemmeno io umano. E' triste, ma è così.
Si è perso il contatto con la realtà, e in altre parole con la propria vita, perché essa s’incontra solo nel Presente.

E' anche importante capire cosa ci muove. Il piacere spinge tutte le nostre azioni, ma molti ipocritamente lo chiamano: felicità, Si giustifica questa pulsione naturale con i sentimenti, si mistificano le proprie azioni con una distorsione dell'obiettività per aderire ai canoni morali e religiosi che non corrispondono alla natura umana, perché funzionali alla società, non all'uomo in se.

L'essere umano può essere a suo agio solo nel trovare la semplicità e la bellezza di ciò che è, nell'unico tempo che ha a disposizione per coglierlo: l'Adesso. Un tempo reale che ormai è quasi completamente assorbito da un futuro che ancora non esiste.
Quasi tutti siamo così trascinati in un non-luogo che chiamiamo passato e futuro. Maggiore è la nostra capacità di organizzazione del futuro e maggiore sarà la nostra integrazione nella Società; Questo atteggiamento è elevato, dall'opinione condivisa come una virtù. Una virtù che però è tale solo perché la accettiamo acriticamente. In definitiva è invece una perversione che ci rende profondamente infelici e insoddisfatti ma in maniera subdola, dandoci solo un'illusione di piacere nel voler cogliere gli obiettivi che ci sono proposti senza che ci appartengano come nostri. 

E' emblematico la stimolo ad avere cose, spesso inutili sacrificando noi stessi; Quando dovremmo essere invece “noi” la cosa più importante.
Tali desideri indotti, infatti, appena raggiunti evaporano e si spostano più avanti in nuovi e diversi E' un'eterna corsa senza un traguardo. Tutto ciò lo chiamiamo assurdamente: normalità. Si è così abituati e assuefatti a questo stato di cose che non se ne percepisce più la follia.

Forse andare via dal mondo può essere un modo per ritrovare se mai è ancora possibile il nostro Mondo?
 Non lo so, temo che la semplicità una volta persa non sia più possibile averla indietro. Il "soddisfatto o restituito" non è previsto dalla Vita.


Anche perché a differenza di quanto si è abituati, in questa dimensione più vera, si avrà in conformità a quanto si è disposti a perdere.

mercoledì 24 agosto 2016

Arte, sport e frivolezze

E’ l’uomo che fa l’arte o viceversa?

Tutti possiamo dipingere, ma un quadro di Caravaggio è un’altra cosa.
Michelangelo Merisi è diventato “il Caravaggio” grazie all'arte della pittura che ha imparato, ma in seguito ha portato quello che aveva appreso oltre, grazie a se stesso.
La vetta si tocca avendone il talento, ma il talento si scopre grazie al mezzo che lo esprime. Vi è dunque un collegamento inscindibile tra le due cose.
Le peculiarità e le doti contano, ma anche il carattere personale, perché l'abilità da sola non permette di essere tra i migliori.

Penso però che è' necessario qualcosa di più, perché l'arte possa chiamarsi “Vera Arte” cioè vi è la necessità di esprimere attraverso di essa un "principio universale" che nell'arte figurativa può essere: la Bellezza.
Una bellezza diversa dalla rappresentazione di quel semplice piacere dell’occhio che subisce il decadimento delle novità e il capriccio del gusto.
Per essere Vera Arte, la Bellezza espressa in un opera dovrà essere una bellezza universale cioè non corrotta come accennato prima dal senso personale del bello né dalla moda, né dal tempo.

La definizione di “principio universale” non è affatto semplice da chiarire, visto che ogni verità è soggettiva.
Parlare di universalità appare presuntuoso, oltre che quasi sempre sbagliato.
Potrei però azzardare affermando che è comunque possibile averne la misura se lo definiamo “quel qualcosa” che può essere percepito da tutti, anche se -non da tutti- può essere compreso.

Infatti, se è vero che siamo tutti diversi e che tutti siamo influenzati dalle interpretazioni e non immuni ai fraintendimenti personali e agli errori; Quando “quel qualcosa” supera tutti questi ostacoli e ci tocca oltre la parzialità della nostra soggettività, allora entriamo in una dimensione diversa dall'ordinario e bisogna domandarsi se siamo di fronte a qualcosa di speciale.
Quindi la risposta personale alla "Vera Arte” sarà certamente diversa per ognuno, ma tutti ne saranno comunque colpiti profondamente e in qualche modo da essa trasformati.
Un’influenza che in alcuni sarà un piacere nuovo, in altri una sorpresa che conferma quanto immaginato, in altri magari solo uno stupore profondo o una sensazione indistinta che lascerà un segno vago ma persistente.
Si avrà così la prova che si è di fronte a qualche cosa di diverso rispetto al semplice bello.

Similmente, ma con le dovute proporzioni rispetto alle arti canoniche c'è la pratica dell’arte marziale che solo nella sua dimensione più completa può definirsi tale.
I sistemi di combattimento sono molti e diversi, ma hanno tutti avuto origine dal fango del conflitto umano, hanno però, prodotto in alcuni casi, un fiore che ha favorito lo sviluppo delle capacità e dello spirito dell’uomo grazie alla trasformazione, cioè passando da un mero metodo di combattimento a qualche cosa di diverso, più profondo e meno legato allo scopo primario, trascendendolo.
Nel nostro tempo, dove qualunque colpo di pistola è più veloce del più rapido pugno, è evidente che risulta anacronistico pensare ancora a questi sistemi con lo scopo che avevano, ovvero come mezzo di combattimento e di sopravvivenza per sopraffare un soggetto ostile.

Tuttavia, visto che è nella mia esperienza, ho notato che il confronto reale o realistico di un combattimento e perfino un combattimento sportivo, possono insegnare molto, mi sono interessato ad approfondire questa esperienza.
Fermo restando che l’agonismo è un punto di passaggio e non di arrivo nella crescita personale di un atleta marziale che vuole completarsi come uomo, attraverso questa pratica.
Il problema è così di scelte e di prospettive.

Schematizzando direi che usato come metodo di combattimento non è efficace quando l’uso delle armi contro un nemico; Se invece diventa solo uno sport risulta essere forviato rispetto al suo primitivo spirito di sopravvivenza, adeguandosi necessariamente ai regolamenti che trasformano un metodo di combattimento in un qualcosa di regolamentato e con esigenze di spettacolo, facendolo diventare inefficace e spesso addirittura volgare, come accade speso agli sport che con tutti i maneggi e gli interessi economici si corrompono.
Dunque a cosa può servire questa pratica quando è autentica? Di cosa deve essere peculiare per diventare Arte?

Penso che l’aspetto originale dell’arte marziale, ma direi di ogni Arte che si possa definire “Vera Arte” è nella sua componente educativa che si realizza come orizzonte al quale tendere, cioè come evoluzione dello scopo primario liberandolo dal suo mero utilizzo applicativo è considerando l’azione (artistica) nella sua accezione più ampia, ovvero libera dal risultato; Trasformandola in espressione come detto di un principio universale che nel caso particolare dei metodi marziali è il principio che permette di usare nel modo migliore l’energia del corpo e della mente in situazioni estreme.

Ho appena introdotto una nuova parola -Energia- che potrebbe essere fraintesa e sarà dunque utile provare a chiarirla.

L’Energia non é un concetto astratto, ma reale.
Essa permea, collega e costituisce ogni cosa ed è possibile utilizzarla attraverso la nostra soggettività biologica comprendendone iil modo e le forme in cui si esprime.
Il suo utilizzo è perfettibile da parte dell’uomo e in questo ha senso la disciplina continua cui si sottopone il ricercatore, ma la sua forma in sostanza è perfetta.

L’utilizzo dell’Energia che è dentro ad ogni persona e intorno ad ognuno, nella sua forma più dirompente, libera e non convenzionale è paradossalmente educativa, perché formativa di una coscienza spirituale che allarga la percezione del Mondo in maniera assolutamente inaspettata.
Aumentando le percezioni, si aumenterà di conseguenza anche il Mondo stesso in cui si vive, e la nostra capacità di agire in quel Mondo. Ampliando i confini si avrà di conseguenza un ampliamento della nostra capacità espressiva e dunque artistica.
In questa dimensione più alta e grande è possibile raggiunge un particolare stato che potremmo definire “d'arte” perché svincola l’azione dalla meschinità degli scopi, travalica il tempo che fa divenire obsoleta ogni cosa e ci si emenda dalla logica del profitto che appiattisce ogni intuizione, tutti quegli elementi che sono distintivi e costitutivi di una universalità che resta comunque oltre le definizioni.

E’ una maturazione che per giungere al suo apice abbisogna di tempo e va di pari passo con la crescita personale del praticante.
A differenza però delle creazioni artistiche, l’opera marziale si trasforma insieme al suo creatore che diventa una sorta di Performer.
Produttore e produzione sono indissolubilmente legati, interdipendenti e in armonia dinamica nel tempo.

Si dice che le persone intelligenti si riconoscono non tanto dalle risposte, ma dalle loro domande; Allora è la domanda di chi pratica l’arte marziale che conta.
In particolare nel rapporto dialettico con un Maestro.
E’ importante questa domanda per un eventuale allievo e conta anche per un eventuale Maestro.
Il vero Maestro sarà poi colui che susciterà e incoraggerà la domanda giusta, ma non fornirà una risposta stereotipata, ma la adatterà al momento e alla persona che la pone, sottolineando senza dirlo che l’unica risposta autentica è quella che una persona si dà da se stesso.
Purché gli strumenti con cui si procede siano corretti.
In questo è tra le altre la funzione del Maestro.
Il punto d’arrivo per l’allievo, ma direi più giustamente “il suo punto di inizio” sarà nella comprensione che il Maestro non serve se non per fargli capire che non servono maestri.

L’insegnamento non è dunque per imparare, ma per imparare a imparare da se stesso.

E’ necessario però mantenere viva la continua ricerca di una visione autentica e un alto livello di critica, altrimenti si rischia che una giusta domanda sia forviata da strumenti sbagliati che non tengono conto della realtà oggettiva e non confrontano questa realtà con quanto trovato e sperimentato.
Senza questa “ancora” ci si perderebbe seguendo percorsi bizzarri e avulsi da un senso reale dei fatti. Oppure renderebbe banale la ricerca e si avrebbero risposte altrettanto banali, perse a loro volta nel buio dell’ignoranza e nell'errore che è il vero nemico di chi pratica qualsiasi tipo di Arte.
In altre parole bisogna imparare ad essere modesti nei confronti del Mistero.

E’ una ricerca difficile proprio perché percorre sentieri poco battuti. A volte inesplorati.

Per chi più semplicemente cerca onore, fama e soldi, grazie all'attività sportiva oppure artistica e rincorre il plauso e il divertimento dello spettatore curioso in cerca solo di "circenses" lo troverà più facilmente, ma rimanendo sempre se stesso e senza vivere l’esperienza trasformante di essere ciò che fa, agendo oltre lo scopo dell’azione intrapresa e in questa unione armonica, per un momento, far scaturire qualche cosa di bello, perché autentico e autentico, perché espressione della radice di tutte le cose.


mercoledì 10 agosto 2016

Alien Report

Le differenze tra gli esseri umani non sono il colore della pelle, la religione, la cultura e neppure il grado d'intelligenza o il ceto sociale.

L'unica differenza è in ciò che desiderano, e nei modi di realizzare questo desiderio.

Tutte le persone usano altre persone per ottenere quello che vogliono.

E’ un dato di fatto non necessariamente e sempre crudele e meschino, ma certamente non è un vanto.
Questo è il vero modo di essere dello strano bipede che vive per un po' sul terzo pianeta del Sole.



lunedì 8 agosto 2016

E' un effimero Fandango


Se cerchi una ragione non la troverai.
I tuoi  occhi spalancati non possono vedere la  semplice verità, nuda e bellissima che si mostra senza vergogna; Essi potrebbero benissimo essere chiusi, perché sarebbero ciechi lo stesso.

Nessun Dio e nessun padrone se non il desidero che ti seduce, e la paura che dipinge nella mente i timori; Essi sono veri per te come i pericoli reali.   
Le ambizioni ti conducono per mano ad un tavolo da gioco dove le carte turbinano come in una tempesta, ma la  vittoria e la sconfitta non esistono.  
Dici parole che si perderanno nel vento insieme al fiato che le ha pronunciate. 

Un’ombra bianca ti accompagna anche nel sole più luminoso, ma tu guardi sempre altrove.
Oltre la spiaggia e il mare, mentre l’onda si infrange dici “ecco l’acqua” ma non c’è limite né confine.

Chiedi un drink, ma la vita ti porterà solo un vassoio.

Volteggi in questo frivolo Fandango, quando dovresti ignorarlo.
Lascia andare, e avrai. 
Non cercare, perché hai già tutto. 

Sorridi, perché stillato il vino della vita resterà di te solo e unicamente il sedimento a vanto della cantina. 

giovedì 21 luglio 2016

La corsa è finita

Avevo percorso velocissimo questa strada in mezzo al deserto, sotto il sole e poi dentro la pioggia.

C’erano tante candele lungo quel viale che vidi e così trovai il mio posto.
Un albergo con tante stanze.
Una era per sognare, un’altra per dimenticare. Una per far festa, una per amare.
Davvero un pel posto. Nella mia stanza c’era lo specchio sul soffitto e lo champagne ghiacciato nel secchio.
Magnifico posto, pensai.
Sentii le campane che suonavano, mi voltai e vidi me stesso.
“Cosa ci fai qui?”
Rispose: “Non l’hai ancora capito?”

Uscii di corsa e trovai tante persone. Alcune sconosciute, altre erano vecchi amici. Ballavano, bevevano, parlavano. La  musica era bellissima.
Chiesi: “Capitano, chi sono?”
Sorridendo mi disse: “Sono tutti prigionieri. Qui però c’è tutto quello che puoi desiderare”
“Ma non ho nulla con cui pagare”

“Non importa, salderai quando vorrai. Ricorda solo che da qui non te ne potrai andare mai più.

mercoledì 6 luglio 2016

Haiku dell'attimo presente

E tutto d'un tratto
me so' rotto er cazzo.

venerdì 17 giugno 2016

Il Fato non bussa mica alla porta.




Un paio di giorni fa ho incontrato uno sciamano.

Ero a casa di amici e mi è stato presentato così, come si presenta il proprio dentista, l’avvocato o l’amministratore del condominio.

Ero incuriosito. Abbiamo parlato per un po’ di magia, esoterismo e occultismo. Giusto quattro passi nel Mistero.
Ero particolarmente interessato al tipo di lavoro che faceva. Mi raccontò che praticava guarigioni spirituali. Riti e incantesimi, ma principalmente la sua specialità erano le predizioni. Era specializzato nel futuro. 

Gli dissi: "Secondo me il Destino è troppo crudele per avere degli araldi."
Sorrise del mio commento, forse gli piacque e dopo un po' mi chiese se volessi una sua profezia, una lettura del mio futuro.

“No, non sono  interessato” gli dissi ringraziandolo; E prevenendo (o prevedendo) la successiva domanda aggiunsi: “Non mi interessa. Non perché non sia curioso o perché non credo che sia possibile. Nemmeno per paura, ma solo perché è inutile. Non servirebbe a niente.”

Rimase stupito di questa mia affermazione. Disse: "Tutti vorrebbero conoscere il futuro e magari cambiarlo" e aggiunse “Come non servirebbe? Spiegati meglio”

Risposi al volo: “Guarda, non ti voglio stufare con una spiegazione, ma se ti va ti racconto una storia così posso farmi capire senza annoiarti”.

Poi cominciai...

Durante il proibizionismo a Chicago negli anni 30’ viveva un famigerato Gangster. Un personaggio non solo crudele, astuto, e spregiudicato, ma temerario.
Quell'uomo pareva non conoscesse  la paura.
Era scampato a decine di imboscate e regolamenti di conti e ne era sempre uscito incolume. 
Il suo sprezzo per qualsiasi rischio lo aveva reso quasi leggendario.  Era un criminale  impossibile da spaventare.

Aveva però una strana mania: odiava i fiori o meglio odiava i fiori bianchi.  
Certamente era una bizzarra idiosincrasia, ma che ormai faceva parte del suo mito. 
Bastava un mazzo di margherite, perché quell'uomo dal sangue freddo come un alligatore perdesse le staffe. Non sopportava nemmeno un semplice bouquet in una stanza.

Una notte mentre se la godeva in un locale dove facevano musica, vide una bella ragazza. 
Lei era vicino al bar e si guardava in torno con il visino un po' annoiato. Lui ne approfittò subito per offrirle da bere. 
Conversando la ragazza gli disse che era un'aspirante attrice e anche cantante e ballerina. Insomma faceva questo e quello, ma senza troppa convinzione. 
Lui invece il suo lavoro lo aveva scritto in faccia. 
Non era certo bello. Alto però, e di corporatura muscolosa. 
I tratti duri del viso incorniciavano gli occhi neri che mettevano paura agli uomini, ma che alle donne piacevano.

Cominciarono a flirtare, e dopo un'ora e alcuni drink uscirono insieme dal locale. 
La ragazza rifiutò l’invito a casa del Boss, ma lo sorprese proponendogli invece di accompagnarla al suo albergo. 
“Per un ultimo bicchiere, ma niente di più.” 
Precisò lei, sottolineando la frase con un sorrisetto.

I due gorilla arrivarono insieme, perché accompagnavano sempre il gangster.
Una volta giunti a destinazione, controllarono la stanza, e dopo qualche minuto ne uscirono. Uno di loro disse: “Neanche un fiore, capo”.
I due balordi vennero poi congedati e se ne andarono ad aspettarlo in strada, mentre loro rimasero finalmente soli. 
Musica e whisky continuarono a far compagnia a quella bella serata e nonostante quello che lei aveva detto stavano arrivando quasi al dunque ancora vestiti. Proprio sul più bello lei si scostò via. 

Prima che lui protesse protestare, lei gli chiese: “Farò l’amore con te, lo prometto, ma raccontami la storia della tua mania per i fiori. Ti prego sono troppo curiosa, continuo a pensarci”.

Il gangster con un sospiro si lisciò i capelli e gironzolò per la stanza, infine si mise comodo su una poltrona. 
Guardò fuori dalla finestra come se nel buio cercasse la pazienza. 
Si sbottonò la giacca e guardandosi la cravatta, cominciò ad accarezzarla come fosse un gatto. 
Dopo qualche secondo la fissò e improvvisamente batté i palmi sulle cosce: "E va bene..."  
Si girò indietro come per guardarsi distrattamente alle spalle e aggiunse: “A patto che resti un segreto…O ti dovrò uccidere” addomesticò quella minaccia con un mezzo sorriso che però non la rese più amichevole.

La ragazza non si spaventò, anzi fece un piccolo salto di contentezza, poi incrociando gli indici davanti alla bocca rispose: “Lo giuro”.  
Si ravvivò i capelli e si sedette davanti a lui in attesa.

L’uomo stiracchiò un poco le gambe e cominciò la storia. 
La sua voce era bassa con un leggero accento del sud che gli faceva strascicare le parole come se il discorso stesso avesse un cadavere sulle spalle che lo appesantiva.

Iniziò così il racconto: “Sono sempre stato un criminale, perfino da ragazzo. Vivevo alla giornata senza genitori in periferia. 
Avevo messo su una piccola banda di bastardi, tutti ragazzi come me.
Rubavamo nelle case, ma il quartiere era così povero che a malapena riuscivo a mantenermi. 
Non sarei mai uscito dalla miseria. 
Poi un giorno, uno dei miei amici mi raccontò che ad appena cinque isolati c’era una casa di una vecchia ricca che viveva da sola.
La vecchia non si fidava delle banche e teneva i soldi in casa, sotto il letto in una scatola. 
Questo almeno era quello che gli aveva raccontato lo zio che faceva l’idraulico ed era entrato  in casa della signora una settimana prima per una riparazione.

C’era un problema.  
La donna era una maga. Una specie di strega che durante il giorno riceveva la visita di un sacco di gente importante, perché lei prevedeva la morte.
Aveva questo strano potere, capisci?  

La maga però ai suoi clienti diceva solo cosa avrebbero visto nel momento della fine. 
Non gli diceva il giorno o altro. Solo l’ultima immagine che avrebbero avuto davanti agli occhi.
Pareva poco, ma alla gente questo incuriosiva. Ci andavano e pagavano per sapere. 
La cosa incredibile è che la strega non sbagliava mai. 
Molti raccontavano la profezia ricevuta, magari ad amici e parenti. Forse per scaramanzia o per darsi importanza; Chi può dirlo? 
Però qualcuno di quei tizi moriva. Eh già! Perché in questa maledetta città non si campa molto. 
E quelli che sapevano poi davano ragione alla vecchia che ne usciva sempre alla grande, ci prendeva sempre. 
Era successo  decine di volte. Questo almeno, garantiva il mio socio.

A me parevano tutte  stronzate,  ma se mi potevano far guadagnare un bel gruzzolo… Fanculo alla vecchia. 
Quella notte stessa andammo a  fare il colpo.
I ragazzi della mia banda appena vista  la casa però se la fecero sotto. 
Era una villetta con un brutto giardino e la casa era veramente sinistra. Non so come ma metteva i brividi.

Alla fine fui l’unico che ebbe le palle di entrarci.
Scavalcai il recinto, ruppi il vetro della finestra e salii al primo piano. 
La porta della camera da letto era socchiusa e dalle finestre aperte e senza tende filtrava il chiarore della luna e dei lampioni della strada.  
Strisciai carponi sul pavimento e sollevando le coperte spiai sotto il letto. C’era veramente una valigia, non grossa, su per giù come una scatola.
Ero lì pancia a terra sul pavimento freddo divorato dalla curiosità e dalla tensione. Mi tirai fuori da sotto ma  rimanendo sdraiato aprì la valigia e vidi i soldi, tanti soldi!

Avevo il cuore in gola ma ero contento come a Natale. 
Mentre la richiudevo alzai lo sguardo e restai di sasso.  
La vecchia in vestaglia da notte era seduta sul bordo del letto e mi guardava con una minchia di faccia incazzata. 
Potevo sentirgli la puzza dei piedi da tanto le ero vicino.
Mamma mia quanto era brutta.

Dopo manco mezzo secondo fece un urlo, lungo, fortissimo. Sembrava una fottuta sirena della polizia. 
Con un balzo le fui addosso. La presi per quel collo rinsecchito, mentre la spingevo contro il materasso. 
Mentre stingevo lei aveva la bocca aperta e rantolava e si dibatteva. Dopo un po' finalmente smise di muoversi. I suoi occhi erano spalancati come due fanali, pensavo fosse morta.

Non ho mai più visto occhi simili in vita mia. 
Erano come un vetro rigato da del latte versato. Quello sguardo mi ipnotizzava e mi trapassava come una coltellata allo stesso tempo. 
Forse allentai la stretta perché d'improvviso la strega si rianimò, e stranamente mi appoggio una mano sul petto. Con un sibilo riuscì a dirmi: “Un fiore bianco, ecco cosa vedrai quando morirai”.

Te lo giuro, sentii il gelo lungo la schiena, anche se ero sudato marcio per lo sforzo. 
Mi salì dentro un odio furioso per quella maledizione a sorpresa. Strinsi con maggiore forza le mani al suo collo. Avevo gli avambracci che bruciavano, ma non smettevo di stingere e strattonare. "Crepa puttana" gridavo nella mia mente.
Mi svegliai come da un incubo e mi accorsi che la strega era finalmente morta. 
Ora sembrava un fantoccio con la bocca spalancata e la lingua penzoloni come quella di quei cani con la testa grossa e le gambe storte. Preciso a quelli pareva. 
Ero svuotato di ogni energia e respiravo a fatica, ma non riuscivo a smettere di guardarla.
La vecchia invece aveva  gli occhi all'insù come se cercasse delle zanzare sulla testata del letto“.

“Che facesti?” Chiese la ragazza interrompendolo, perché era divorata dalla suspense.

“E che dovevo fare? Prepararmi un caffè secondo te?” Disse lui sollevando le spalle mentre una smorfia gli piegava in basso gli angoli della bocca.

“Ho preso i soldi e sono scappato. Così ho iniziato una nuova vita criminale e come vedi è stato un successo. Un vero affare.

Nel mio ambiente tutti hanno sempre paura. Paura dei nemici, degli amici, delle spie. Io invece non ho paura di nessuno. Devo solo preoccuparmi dai fiori bianchi e basta. “

Rise il gangster, aprendo le braccia come in un'acclamazione. 
Poi tornò serio e senza dire nulla alzo il mento con un piccolo scatto per  pretendere quello che gli era stato promesso. 

La ragazza sorrise maliziosa. 
Si alzò e si voltò sollevando il vestito sino alle cosce. Armeggiando un poco con il reggicalze.
Quando si girò verso di lui però non si era tolta ancora nulla. Aveva invece in mano un cazzo di revolver. 

Non era una cantane né un’attrice, questo ormai lo sapeva anche il Boss. 
Lei era un killer, certamente venuta da fuori per quel lavoro che nessuno voleva fare, perché nessun era mai riuscito a farlo.

Lui spalancò la bocca e guardandosi intorno cercò. 
Forse c’era un fiore che non aveva visto? La stanza era esattamente come quando era entrato. 
Allora riacquistò la sua solita spavalderia. 

Disse “Non puoi, non puoi farlo, accadrà qualcosa che te lo impedirà e la pagherai".

Fece per alzarsi dalla poltrona.  Mosse appena il busto in avanti, e lo vide. Lo vide e basta. 

Non sentì lo sparo. Non riuscì proprio a sentirlo come se la vista avesse preso il sopravvento sull'udito. Vide solamente la fiammata.  
Una lampo intenso che si apriva in mille punte dalla canna della pistola che aveva puntata in faccia.

Il suo sguardo stupefatto così vide il bagliore disegnare davanti ai suoi occhi increduli un luminosissimo fiore biancastro.

Ovviamente fu l’ultima cosa che vide.