sabato 20 settembre 2008

l'incenso e la spada


Il Maestro Pin-Nao era assorto nel “wu-wei”: l'agire senza azione.
In altre parole non stava facendo un cazzo come suo solito.

Proprio sul più bello, mentre stava entrando nello stato di coscienza del Ming (o del Menga), irruppe nella stanza il suo allievo prediletto, il nipote Pi-Nin.
Trafelato il giovane disse: “Divino, è giunto qui, proprio ora, lo spietato Governatore Ko-Hur-Nut con il suo seguito, è di passaggio nella nostra provincia e vuole vedervi”.
“Calma il tuo spirito Pi-Nin! Non sai forse che le preoccupazioni non fermano la mano del destino?”, ammaestrò il Grande Taoista.

“Si dice che egli primeggi nell’arte marziale e sia un combattente terribile”, aggiunse Pi-Nin, visibilmente preoccupato per l’incolumità del maestro che era anche la sua unica fonte di sostentamento.
“Solo gli sciocchi si nutrono con le orecchie”, l'apostrofò Pin-Nao.
Poi imperscrutabile aggiunse: “Fallo passare e servimi il pasto…E’ mezzodì ed ho un certo languorino”.

Nella sala ampia ma sobria entrò con arroganza il Governatore dello stato di Chou. Lo seguivano il Capitano delle guardie e, tre passi indietro, la giovane moglie di adamantina bellezza.

Lo sguardo del Maestro si posò su ognuno e poi continuò a mangiare dalla sua ciotola senza una parola.

Visibilmente imbarazzato per l’accoglienza così poco formale, il Governatore parlò titubante: “Venerabile Maestro, si dice che oltre che saggio voi siate insuperato nell’arte del combattimento. Insegnatemi i vostri segreti”.

Il Sommo continuò il suo pranzo in silenzio.

Improvvisamente una mosca roteò veloce intorno alla sua scodella fumante. Rapido come minzione di Tigre, Pin-Nao l’afferrò con le bacchette. Poi la guardò con semplicità e...La lasciò andare, riprendendo quindi il pasto masticando rumorosamente.

I minuti passarono.

Improvvisamente con un profondo inchino il Capitano delle guardie spazientito sbottò: “Maestro! Sua Eccellenza il Governatore vi ha fatto una domanda…Che dite dunque!”.

Pin-Nao sollevò lo sguardo dalla sua ciotola e parlò: “Ho risposto! Solo che voi udite solo le parole”.
Con un sospiro il Governatore riformulò la sua richiesta: “Perdonate il mio Capitano, ma per cortesia rispondete”. Continuò poi, abbassando il capo: ”Ho tre quesiti. Come posso non essere mai sconfitto, cosa devo fare per vincere e in ultimo come devo comportarmi con il mio nemico. Parlate ve ne prego”.

Pin-Nao con voce profonda e ispirata disse: “Chi non contende non può essere sconfitto”, e aggiunse, “Evitare è meglio che combattere, bloccare è meglio che colpire, colpire e meglio che storpiare, storpiare è meglio che uccidere.
Solo alla morte non è possibile porre rimedio.
Ricorda…Sopra ogni cosa è vincere senza lottare, così si compie la Via.”.

Dopo una pausa, il Supremo, riprese: “ Prima di tutto avvolgi il tuo avversario con il tuo spirito, egli attaccherà, quando tu lo vorrai. Sarai padrone del suo vuoto e del suo pieno, il combattimento inizia molto prima di incrociare le armi”.

Il grande Maestro, ingoiò un boccone e parlò ancora a bocca piena: “La tigre nascosta nell’erba alta triplica la sua forza. Nulla deve rivelare il tuo attacco, nascondi i tuoi intenti anche a te stesso, agisci come se tutto fosse già stato fatto. La mente comanda sul corpo, ma il respiro comanda sulla mente...Quindi realizza. Da ultimo con il nemico sii risoluto, ma non essere crudele".

Sulla compagine cadde un silenzio pesante.

Pi-Nin si mordeva nervosamente la manica della veste, presagendo la fine, ma così non fu.

Il Governatore si alzò e disse compiaciuto: “Grande Pin-Nao io vi ringrazio dei preziosi segreti ai quali mi avete addotto”.
Il Maestro con un sorriso sornione lo interruppe: “Prima però Governatore metteteli in pratica un poco, magari con il vostro seguito di soldati, nella vicina foresta dell’Eterno Sudore. Poi tornate da me e vi darò il mio parere”.
Congedò così i suoi ospiti Pin-Nao, facendo seguire il suo commiato con un rutto maestoso (probabilmente dovuto al gran numero di ravioli al vapore che aveva mangiato) che scarmigliò un poco l’acconciatura dell'alto dignitario.
Gli ospiti erano ormai sulla soglia quando la voce tonante del grande taumaturgo li raggiunse: “Vostra moglie lasciatela qui. Ho colto uno scompenso in un suo meridiano che devo guarire”.
Il governatore si inchinò riconoscente e si allontanò nella foresta dell’Eterno Sudore per l'allenamento.

Pin-Nao posò il suo sguardo profondo ed ammaliatore negli occhi della giovane nobildonna e con voce dolce e musicale, come melodia d'arpa Birmana nella notte, disse: “Vieni piccola, ti mostrerò la mia collezione di incensi profumati”.
La donna semplicemente sorrise e squittì: “Volentieri, Glande Maestro”.
Si appartarono insieme per alcune ore.

Quando ritornò il Governatore con le sue guardie si esibì in una dimostrazione che il Maestro, magnanimo, giudicò pregevole.
La carovana riprese infine il suo viaggio diretto alla città di Chou sede del governo imperiale.

“Che simpatico vecchietto, proprio un grande saggio”, pensò il Governatore dondolando nella portantina. Il suo sguardo si posò distrattamente sulla sua bella consorte che guardava lontano con uno strano sorriso estatico che non ricordava di aver mai veduto.
Scrollò le spalle Ko-Hur-Nut, pensando fra se e se: “Le donne! Non capiranno mai un cazzo di Yin e neanche di Yang”, poi non ci fece più caso.

venerdì 19 settembre 2008

Censire il vuoto


Nel quarto secolo avanti Cristo, nell’anno del Bufalo, durante il regno della dinastia Chou, fu fatto il censimento dei sudditi del Celeste Impero.
Pin-Nao, e il fedele allievo Pi-Nin si recarono quindi all’ufficio del funzionario dell’Imperatore per la registrazione.

“Chi sei”, chiese il governativo rivolto al grande Maestro Taoista.

“Non lo so”, rispose il Sommo.

“Come!? Ma non ti conosci?”, inquisì spazientito l’impiegato.

“Appunto perché mi conosco molto...Posso dire che non so chi sono”, disse pacato il Monaco.

“Insomma chi sono che viene così?”, gridò l’uomo da dietro la scrivania, posando lo sguardo ora sul Divino, ora sull'allievo.

“Io non posso saperlo, ma il bue e il tasso certo lo sanno”, rispose Pin-Nao con un ruggito.

Solo l’intervento pacificatore di Pi-Nin scongiurò un massacro con le guardie accorse in soccorso del funzionario.

giovedì 18 settembre 2008

Premessa


Durante la mia adolescenza seguii la mia famiglia emigrata per un certo periodo in Cina.

Le malelingue dicono che il motivo è da ricercarsi nel fatto che il mio onorevole padre avesse dei malintesi con il fisco italiano, ma io non vi ho mai creduto.
Mi ritrovai così catapultato in un mondo orientale sconosciuto, ma ricco di saggezza e meraviglie.

Vivevamo in un remoto villaggio del nord dove i miei genitori avevano aperto un ristorante cinese...A mio padre piacevano le sfide.
Io invece ero libero dagli impegni scolastici. Così gironzolando per le campagne feci amicizia casualmente con un monaco taoista.

Questo ieratico personaggio di età indefinita era il depositario di una sapienza antica. Egli mi prese a ben volere e mi istruì ai segreti della temibile setta del Loto Bianco alla quale apparteneva.
Mi addestrò con severità inflessibile alle arti mortali del combattimento e sopra ogni cosa alla conoscenza della mente, del corpo e del respiro.
Ahimè! Con scarsi risultati a causa della mia indolenza, ma questa è un'altra storia.

Una volta gli chiesi il senso della pratica marziale ed egli mi disse: "Essere più tranquilli per saper morire".
Questa frase mi piacque molto. Da allora che non ho mai trascurato la disciplina del corpo e della mente, lottando con i miei demoni ed a volte riuscendo a diventarne amico.

Il mio Maestro spesso mi parlava di una figura mitica: il maestro Pin-Nao.
Questo sublime cultore della Via era vissuto in tempo molto remoto conducendo una vita straordinaria come monaco errante ed aveva lasciato una preziosa eredità: un libro segreto.
Quando tornai in Europa, dopo molti anni, il Maestro, con grande generosità me ne fece dono, ora lo conservo come una reliquia vicino al videoregistratore in sala.

Il libro è solo parzialmente leggibile, scritto su carta di riso.

E' naturalmente una copia di una copia, di una copia, ma la linea di trasmissione è rimasta pura, almeno così mi disse.
In questa raccolta di aforismi e di avventure del grande saggio e del suo allievo/nipote Pi-Nin, vi è una saggezza che va colta oltre le situazioni e le parole.
Immeritatamente mi appresto a tradurlo dal'antica lingua Ming in italiano e pubblicarlo da principiante quale sono.

Per il lettore ho un'inidicazione: la presentazione delle storie in più capitoli vanno lette come una pergamena dall'alto verso il basso, mentre le traduzioni successive come normali post che sono usualmente pubblicati in ordine temporale.

Mi scuso anticipatamente per gli errori di traslitterazione.

mercoledì 17 settembre 2008

Pin-Nao alla corte del Sultano -Parte I-


Il Maestro Pin-Nao un giorno venne invitato dal Visir del Sultano Onan alla corte Ottomana.
Dopo un lungo viaggio a dorso di cammello oltre il deserto del Gobi sino alle estreme propaggini del medioriente giunse, insieme al fedele Pi-Nin, al palazzo delle Mille e Una Notte.
 
La reggia, di inusitata bellezza, si stagliava sul rosso delle sabbie infuocate con le sue guglie e le mura bianche come neve, togliendo il fiato anche al viaggiatore più disincantato.
Quivi, il Grande Maestro e il servile nipote, avutone accesso, fra gli arazzi ed i tappeti del palazzo, furono addotti con tutti gli onori al grande harem e conobbero così le favorite del Sultano.

Fra tutte le bellissime spiccava in fascino e femminilità la grande danzatrice dei sette veli: la meravigliosa Oladà-o-lisca, Sherazade.
Detta anche colei che erige i minareti al solo passaggio.
 
Inutile dire che Pi-Nin non toglieva mai le mani dalle tasche in questa apoteosi di estrogena compagnia.
Forse in ossequio al Sultano Onan o forse solamente perchè era lento di cervello, ma svelto di mano.

Pin-Nao invece, con il drago marmorizzato viveva il presente in perfetta armonia col suo grande Tao, conscio altresì delle orribili torture alle quali sarebbe incorso, se mai avesse violato, anche una soltanto delle meravigliose femmine del Sultano.
 
Le notti arabe trascorsero, calde e serene, sotto un manto di stelle mai vedute prima.
Poi in una di queste occorse l'inaspettato.

Continua...

Pin-Nao alla corte del Sultano -Parte II-


Pin-Nao era intento al riposo tantrico.
Nulla era rivelatrice di tale pratica interiore, tranne una vistosa protuberanza pubalgica che si stagliava oltre il profilo delle lenzuola e dei broccati finissimi che lo avvolgevano.
Il suo "Chi" guerriero però lo avvisò di una presenza destandolo in un nanosecondo.
Lenta e sinuosa una dama dell'harem stava scivolando vicino al suo letto.

Ratto il maestro l'afferrò per la collottola e l'apostrofò soave con la sua voce flautata: "Che cazzo vuoi?"
La giovine, sapientemente discinta si gettò carponi e squittì: "La Signoria Vostra è invitata nell'harem. Stanotte la prediletta del Sultano non riesce a dormire e si dice che ella conosca modi piacevoli per far passare le lunghe notti insonni".
Dicendo ciò l'ancella guardò virginalmete a terra, ma lasciò scorrere verso il basso la spallina che sosteneva il corpetto. Scoprendo così di poco, ma oltre la decenza, la piega fra i seni grandi e perfetti.Pin- Nao grugnì.
Segno inecquivocabole di accondiscendenza.

"Ho bisogno però del mio fido nipote Pi-Nin come collaboratore", disse rivolto alla pulzella, la quale risollevato lo sguardo, non staccava gli occhi dal Drago Pulsante del risvegliato.
Egli indossava solo un paio di pantaloni di seta bianca, ora accorciatisi notevolmente.
"Ogni suo desiderio verrà esudito, Glande Maestro", disse la lasciva con un guizzar di lingua fra i denti bianchi come perle Akoya giapponesi.
Lui non rispose se non con un sospiro baritonale, ma una goccia di sudore scivolò lungo la sua fronte, raccontando di quanto sforzo gli richiedesse non cedere al proibito.

I lunghi e lignei corridoi della reggia fecero eco ai passi felpati dei tre figuranti, diretti alle porte dell'harem.
"Dove andiamo maestro?", chiese Pi-Nin che come suo solito non capiva una cippa di minchia.
"Taci e cammina, questa notte è foriera di novità", eruppe scostante Pin-Nao.
"Ma io dormivo, o saggio, sognavo Poun-Pin", protestò quella anima bonsai di Pi-Nin.
Pin-Nao, rapido come minzione di tigre, affibbiò all'allievo un tremendo scappellotto, facendolo ribaltare su se stesso di 360° in un prefetto "turnè".

Poi finalmente giunti, le porte del paradiso si aprirono ai loro occhi attoniti.

Continua...

Pin-Nao alla corte del Sultano -Parte III-


La sala era ampia, avvolta nella penombra della notte araba.
Dalle grandi arcate filtrava insieme alla luce delle stelle una leggera brezza che scostava pigramente le tende di organza multicolore e che donavano intimità al vasto salone.
Mobili di squisita fattura, arazzi e tappeti antichi di lana e seta, impreziosivano l'ambiente.
Punteggiavano poi gli angoli e i divani, come fiori primaverili, cuscini colorati e ricamati al modo orientale.
Disposti sui tavoli bassi di legno finemente intarsiato , piatti di frutta esotica e bottiglie di cristallo veneziano che contenevano ogni genere di bevanda, dalla menta aromatica delle Indie al latte di mandorle Siciliane, dal succo del cedro ialino sino anche alla liquirizia di Damasco.

Il cibo e le bevande parevano essere li ad aspettare di soddisfare ogni desiderio del palato.

Permeava ovunque una lontana melodia che profumava l’aria.
Pin-Nao, nonostante fosse uomo non estraneo al lusso ed alla raffinatezza, trasalì per un attimo a tale vista, come di sogno incantato.
Pi-Nin invece non staccava gli occhi dai glutei formosi e perfetti della loro accompagnatrice, umettandosi in maniera oscena e compulsiva il labbro sinistro.
Il maestro gli rivolse uno sguardo di commiserazione e il proto-umano né provò giusta vergogna.

Sedute o sdraiate nei modi più diversi, vestite solo di poche e preziose stoffe, si trovavano un pò ovunque le dame dell’harem.
Bellissime tutte, e tutte differenti per: razza, colore e forma. Vi erano alcune more dalla pelle di luna, altre biondissime origilnarie degli Urali, perfino donne dell'Africa con la pelle d’ebano che parevano scolpite, tanto era la perfezione del loro corpo.
Non mancavano le orientali e mai Pin-Nao nella sua vita ne aveva vedute di così belle, anche nella natia Cina.
Tutte però, erano accomunate dal fascino e dallo splendore che solo la Natura può donare e la gioventù esaltare.
Erano circa una cinquantina di donne che osservavano, silenti e sorridenti, il Saggio e il suo allievo.
L’atmosfera era satura di femminilità e lussuria inespressa.

Pareva di muoversi in un lago caldo posto al centro del ventre della madre terra.
Pin-Nao si inchinò alla foggia mediorientale salutandole, ma le parole che stavano facendo seguito al gesto gli morirono in bocca alla vista di Lei.

Sherazade, la grande O-la-dà-o-lisca procedeva seminuda fra due ali di compagne che si scostavano al suo passaggio e parevano sparire al suo procedere come l’ombra si ritrae di fronte al sole.
Scalza, camminava lentamente con quei piedi perfetti, le gambe dritte e tornite, i fianchi sinuosi che parevano disegnati per l’amore, il ventre piatto e il seno florido. Il corpo di lei emanava un’energia felina, ma era nulla paragonato al viso, che pareva un sortilegio fatto per ogni uomo che avesse solo posato lo sguardo su tanta femminilità.

Occhi blu da gatta, misteriosi e indagatori, si stagliavano su un viso perfetto contornato da una cascata di capelli neri con riflessi color cobalto.
Ella posò il suo sguardo profondo prima sul Maestro e poi, accompagnandolo con un lieve sorriso benevolo, sul giovane Pi-Nin.
Anche la musica tacque in quel momento di studio e seduzione silente.
Occhi negli occhi, Pin-Nao e Sherazade si fronteggiavano come due guerrieri rispettosi della forza dell’altro, forza della Natura certamente e del mistero che rende unici un uomo e una donna intessendoli di magia.

Lei gli porse la mano bianca e curata.
Pin-Nao la baciò sfiorandone appena il dorso morbido come pesca noce, un leggero effluvio di mirra inebriò il Sommo che fu attraversato da un brivido lungo la schiena di magnitudo sette di intensità.
Il quadro idilliaco però venne inaspettatamente sciupato dalla comparsa di un omone grasso e sudato.
Nulla infatti poteva accadere nell'harem senza che il perfido eunuco De Pretis non ne venisse a conoscenza.
Egli era l'occhio e l'orecchio del Sultano Onan (non potendo essere altro per ovvie ragioni).

Pi-Nin non visto strabuzzò gli occhi e si tocco i gioielli come segno scaramantico.

Continua…

Pin-Nao alla corte del Sultano -Parte IV-


Sotto l’occhio indagatore dell’eunuco De Pretis si tesse l’ordito di questa notte che segnò in maniera indelebile la memoria del Maestro Pin-Nao e del suo allievo Pi-Nin.

In cerca di un poco di intimità Sherazade li accompagnò entrambi dietro un piccolo paravento e con voce carezzevole e dolcissima, disse: “Glande Maestro, le vostre doti sono giunte fino a questo Harem inviolabile nel palazzo delle Mille e una Notte. In questa tarda serata io e le mie compagne non riusciamo a dormire, intratteneteci ve ne prego con un gioco”.

Pin-Nao la guardò negli occhi e per un attimo si perse nel loro blu profondo come il mar della Cina prima della tempesta. Poi parlò come suo costume risoluto: “Mi è impossibile esprimermi liberamente con il perfido eunuco che ci sorveglia, o diletta principessa”.
Dopo una pausa sapiente continuò: “Se volete posso eliminare l’incomodo e dar vita al giuoco, aspetto un vostro cenno, mia Dea fatata”.
Sherazade batte le mani per la gioia: "Volesse il destino che fossimo tutte liberate per una notte dal sordido eunuco. Egli ci scruta anche nell’intimità dei bagni, pensate o saggio, quando siamo tutte nude…Avete il mio permesso, bel cavaliere dagli occhi a mandorla”

Ratto Pin-Nao si voltò verso il nipote e parlò: “Pi-Nin, hai con te le freccette e la "Fukumibari", la cerbottana ninja che ti diedi prima di partire?”
“Certo Maestro”, disse Pi-Nin esibendosi in un salto mortale assolutamente inutile, ma di grande pregnanza scenica.
“Le porto meco sempre, anche durante l’evacuazione quotidiana mio signore. La canna mi sostiene e le freccette avvelenate mi fanno la giusta paura che favorisce la mia regolarità”, concluse Pi-Nin inchinandosi.
“Umpf!”, Brontolò il sommo, “Colpisci l’eunuco con un dardo, mentre lo distraggo. Mi raccomando! Faccio affidamento sulla tua mira impareggiabile”.
“Yawoll!” disse Pi-Nin che masticava un poco di tedesco.

Appostatosi a distanza di 20 passi, lo scimmiesco allievo si inerpicò su una colonna lignea fin quasi al soffitto, e da quella posizione attese il cenno convenuto per scagliare il proietto soporifero, imbevuto di curaro cinese misto alla polvere del temibile fungo Fugurai che obnubilava la memoria.
Con la sua abituale calma Pin-Nao si avvicinò al grasso eunuco e lo distrasse con un'ardita conversazione ricca di aneddoti relativa alla migrazione delle cavallette.
Nel contempo, non visto, si accarezzò la folta chioma come segnale per Pi-Nin, ma quel anima bonsai come suo solito era distratto. Dalla sua posizione sopraelevata scrutava i “decolté” delle procaci donzelle dell’harem invece di tener d’occhio Pin-Nao che dovette ripetere molte volte il gesto, suscitando il sospetto nel guardiano che l’apostrofò malevolo: “Oh grullo! O’che tu c’hai li pitocchi?”.

Proprio in quel momento Pi-Nin soffio nella cerbottana e scagliò rapido come un rutto di Drago il proietto avvelenato. Forse a causa dell’erezione che lo distanziava ritmicamente dalla colonna il tapino sbagliò bersaglio.
La freccia si conficcò nella fronte del Maestro che, solitamente imperturbabile, si abbandonò in quel frangente ad ogni genere di maledizione in tutte le lingue parlate e in quelle morte all'indirizzo del ritardato allievo.

Poi cominciò a sbadigliare.
Il Sommo aveva solo pochi secondi per bere l’antidoto, constante in una miscela segreta di salsa di soya, ginseng e campari soda.
Lo tracannò lesto dalla fiaschetta che portava in tasca e si riprese dal mancamento dopo qualche attimo.
Al secondo tentativo Pi-Nin colpì invece un’odalisca che passava vicino ai due conversatori con un vassoio di frutta secca, la quale stramazzo a terra come un leopardo narcolessico.
De Pretis insospettendosi sempre di più cominciava a dar segni di nervosismo. Avrebbe chiamato certamente le guardie se al terzo tentativo la freccia di Pi-Nin non fosse giunta finalmente a segno.
E così fu. L’eunuco, dopo pochi istanti, cadde a terra emanando una flatulenza da ippopotamo che modificò il microclima circostante per circa otto minuti.

Sceso dalla colonna con un salto Pi-Nin si gettò a terra ai piedi del suo ieratico Maestro.
“Chiedo scusa, divino, ma la natura mi ha impedito di giunger subito a segno”.
“Non preoccuparti, figliolo” proferì benevolo il Saggio con voce rassicurante e lo aiutò a rialzarsi.
“Grazie!” disse l’allievo incredulo e così facendo abbassò la guardia.
Si avvide troppo tardi della terribile botta elargita dal grande Monaco.
Il colpo, detto “il pugno tonante della scrofa grufolante”, lo raggiunse al petto rompendogli almeno tre chackra.
Rianimatosi dopo una secchiata di acqua gelida il nipote poté comunque partecipare al gioco con i rimanenti chackra ancora funzionanti, specie i due più importanti detti “I kiwi del paradiso”.

“Il più è fatto ora comincia il divertimento”, affermò sfregandosi le mani Pin-Nao e con continuità spiegò le regole del gioco.
“Questo gioco cinese si chiama: il salto della quaglia. Le ragazze si spoglino e si mettano carponi, io e Pi-Nin vi salteremo sopra, se si sbaglia il salto infilzando la compagna di gioco si paga pegno”, così dicendo Pin-Nao si liberò in un attimo dei vestiti lasciando gli astanti stupificati alla vista del drago dall’occhio solo già perfettamente totemizzato.
“Evviva” dissero in coro le giovani liberandosi a loro volta dei veli e ponendosi nella posizione prescritta, detta anche: "alla traditora".

Fu un’apoteosi.
Pin-Nao salmodiava un mantra segreto: “Son di Salò sul più bello me ne vò”, così recitando saltava e montava come un bufalo cafro infoiato.
Pi-Nin dal canto suo, dopo un po’, ebbe i primi segni di cedimento e riuscì a fare quello che poteva per star dietro al maestro con i suoi due chakra ormai sgonfi.
Anche Sherazade partecipò giuliva approfittando contemporaneamente del vigoroso Monaco e del molliccio assistente, quest'ultimo canticchiava nel mentre: “Con la lingua e con il dito, non son ancor finito”.

Giunta l’alba i due si ritirarono in buon ordine nella loro stanza.
De Pretis invece si svegliò con un tremendo mal di testa, dimentico dell’accaduto, ma con un fastidioso bruciore alle terga.

Prima di addormentarsi Pin-Nao si rivolse al nipote: “Pi-Nin, l’eunuco potevi evitarlo”.
“Scusi maestro”, disse il protoumano, “Nella foga del gioco ho fatto pagar pegno anche al guardiano…”
Il buffetto lezioso di Pin-Nao mise fine al rimbrotto: “Ora dormi, ominide, e non peccare più. Domani si torna a casa, appresta i bagagli di buona ora e svegliami alla mezza”.
“Oui, Maitré!”, disse Pi-Nin che masticava anche un po’ di francese.

Nella stanza calò il sipario pesante di un sonno soddisfatto.

Il destino aveva seguito il suo svolgersi così come è scritto nel Tao Te King: “Compiuto il compito ritirarsi, questa è la Via del Cielo”.

Tratto da: I viaggi di Pin-Nao con suo nipote (IV sec. A.C.)

Afrorismi



Quando il Drago dall'occhio solo trova l'ingresso alla Porta di Giada,
allora Cielo e Terra di incontrano...Porca puttana!

Pin-Nao monaco Taoista, IV sec. A.C.

martedì 16 settembre 2008

Afrorismi II


"Maestro, com'è la Donna?"Chiese contrito Pi-Nin.

"Non badare alla sua parola!", disse Pin-Nao risoluto, scrutando il cielo sempiterno.

"Ed allora?", di rimando chiese ancora Pi-Nin.

"Oscultane il petto parlando al suo cuore e assaporane la rugiada dal cancello dei sette piaceri cogliendone i segreti del corpo.

In ultimo questa è la Via...Vacca troia ti devo dire sempre tutto!"


Tratto da: I dialoghi di Pin-Nao con suo nipote, IV sec. A.C.

Afrorismi III


Pi-Nin supplice chiese consiglio.

"Maestro una dama della casa di piacere
"Le Paga-gode" vuole 1.000 pezzi d'argento per dischiudere il suo giardino di Cinabro, che faccio?"

Pin-Nao ristette pensoso accarezzando la sua lunga barba bianca, poi sentenziò: "Il prezzo è l'incontro fra domanda ed offerta".

Pi-Nin, come suo solito non capendo un cazzo, chiese ancora spiegazioni guardandosi imbarazzato i piedi: "Allora, o sommo, son pochi o son tanti?"

Pin-Nao lo guardò con occhi di brace e sibilò:
"Non è importante la risposta ma la domanda!"
e Pi-Nin: "Non capisco Maestro!"

Quindi il Maestro si esibì in un calcio volante carpiato e sparì svolazzando fra i rami alti degli alberi.
"Maestro! Maestro!! ", gridava querulo l'allievo.

Allora Pin-Nao mentre si allontanava chiosò con voce tonante: "Ma vaffanculo Pi-Nin!".
Ed intorno nella foresta si fece quiete per molto tempo.

Tratto da: I Dialoghi di Pin-Nao con suo nipote (IV sec. A.C.).

mercoledì 10 settembre 2008

Afrorismi IV


Un giorno il Maestro Pin-Nao della setta del Loto Bianco (che più bianco non si può) camminava sul sentiero delle foglie cadute, pensando ai massimi sistemi.

Sull'altro versante vide arrivare il sommo sacerdote De Pretis della temibile setta del Finocchietto Selvatico.
Il sacerdote era accompagnato dalla giovane figliola, bellissima e di squisita modestia, la verginale Poun-Pin.

Dopo un breve inchino Pin-Nao raccontò al De Pretis la seguente leggenda: "Ove cade l'arcobaleno ivi si trova una pentola piena di pezzi d'oro".
Il gran sacerdote, disse: "Or ora vidi un arcobaleno nel cielo punteggiato dalle nuvole, mi assento per un poco onde verificar la veridicità della leggenda.
La prego nobile Maestro di far da scorta alla mia illibata figliola".

Pin-Nao acconsentì con un profondo e rispettoso inchino.

Mentre si allontanava dal sentiero delle foglie cadute, De Pretis udì strani e acuti mugolii provenire da tergo alternati a grugniti baritonali, ma non ci fece caso...Aveva un tesoro da cercare.

Tratto da: Vita di Pin-Nao (IV sec. A.C.)