giovedì 29 ottobre 2009

Vicini, vicini.


Se c'è un piacere materiale al quale dedico le mie attenzioni senza mai stancarmi è la casa.
Una dimora confortevole e con "un’anima calda" è forse uno dei piaceri più sani di cui un uomo può godere, fosse anche perchè così evita di andare in giro a fare danno.
Trovare poi il giusto equilibrio fra comfort e design è la prova del nove del gusto e della misura.
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Ho amici con super loft che paiono progettati da Le Corbusier, non esagero, sembrano case uscite da AD in cui, però, non sai come muoverti, dove sedere. Stanze enormi, scale e anfratti dove è fin troppo facile perdersi, figuriamoci andare al cesso.
Quando mi invitano in queste "maison" pulitissime, organizzatissime e un po’ morte mi porto per sicurezza un WC biologico da campeggio che, alla bisogna, sistemo sul loro terrazzo.
Evito così di essere impreparato se colto da un impellente bisogno. Senza questa contromisura sarei costretto magari ad evacuare in corridoio dentro una scultura di Giò Pomodoro. Qualche maligno potrebbe dire che ne guadagnerebbe l'opera d'arte, ma non giudico mai i successi altrui.
Inutile dire che da questi amici sono probabilmente considerato come una persona bizzarra, secondo me sono solo previdente.
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Ci sono invece altri cui la casa assomiglia ad un mercato di Kabul, però dopo un attentato kamikaze.
Il caos regna sovrano ed è impossibile anche appoggiare un pacchetto di sigarette su un tavolino talmente tutto è ingombro di cose.
Spostare questi oggetti, magari all'insaputa del proprietario (giusto per non offenderlo) è comunque estremamente pericoloso a causa dello strato di polvere millenaria diffusa su ogni orpello; pare di entrare in una scenografia di un film horror.
Sono praticamente delle cripte non delle case.
Insomma alla fine sto bene solo a casa mia.
Vago ovunque, ma solo nel mio antro ricarico le batterie.
Certo ho le mie molestie, piccoli fastidi che sopporto con stoica determinazione.
Per esempio la bimba del piano di sotto che piange. Quando mi sveglia alle tre del mattino (durante il mio primo sonno), rivolgo una preghiera accorata ad Erode (santo incompreso del passato), faccio spallucce e mi riaddormento.

Al piano di sopra ho invece un problema più serio, una coinquilina che parla a voce altissima. Inizia alle 9 del mattino, gridando al marito come fosse su un alpeggio di montagna, mentre lui di solito è invece distante pochi centimetri.
Se non può parlare al consorte, parla al gatto (Romeo), inanellando anche con lui una serie di cazzate immani.
Non credo di aver sentito, nei molti anni della sua molesta vicinanza, una frase intelligente da lei.
Non è semplice dire solo banalità, lo riconosco, ma lei (la signora Crotti) ci riesce: è il mio mito.
Una volta faceva spesso sesso col marito e visto che ormai le pareti sono fatte di carta mi toccava sentire tutto, ma posso confermare che in quel caso risparmiava il povero Romeo.
Sesso, manco a dirlo, rumorosissimo. Emetteva nel mentre grugniti da cavernicola e latrati degni di un licantropo.
Un contrasto stridente rispetto alla sua aria anonima da signora sulla cinquantina.
In un primo tempo dico la verità ho pensato fosse un caso di possessione demoniaca.
Così, da buon spirito illuminista quale sono, avevo provveduto a disseminare intorno al mio giaciglio e in casa un reticolato di rosari inframmezzati da "santini" che via via sostituivo con le figurine dei giocatori dell'Inter (tanto alla fine era la stessa cosa).
Poi, un bel giorno l'ho incontrata davanti alle caselle della posta, vicino alla portineria.
Con noncuranza le ho dondolato davanti agli occhi il grosso crocefisso in alabastro che portavo con me abitualmente e le ho parlato, al modo di un saluto, in alcune lingue morte (Aramaico e Sanscito in special modo). Con questo semplice sistema ne ho dedotto che non capiva un acca di queste lingue, chiaro sengo che non c'era più bisogno di un esorcismo.
Inspiegabilmente per qualche mese mi ha tolto il saluto.
Fianalmente, grazie a questo esperimento, però ho potuto liberarmi da tutti quegli aggeggi religiosi che davano alla mia casa un aspetto vagamente quaresimale.
Talvolta è stato anche divertente. In particolar modo quando il marito durante l'atto l'apostrofava con ogni genere di sconcezza, insultandola pesantemente con frasi irriferibili che nel mio intimo condividevo.
Mi vendicava del disturbo arrecatomi dalla consorte “caciarona” e gli diceva quelle cose che avrei voluto dirle io, ma che non osavo per paura di una querela.

Parlo al passato perchè ultimamente questo non succede più, cioè loro non fanno più sesso.
In compenso il casino che fanno litigando non cambia di molto la mia situazione.
Penso sia dovuto al fatto che il marito è stato operato di tumore.
Gli hanno tolto un polmone e le "performance", si sono azzerate.
Naturalemente ha smesso di fumare e per aiutarlo nel salutistico impegno, visto che era un tabagista incallito, quando sento che esce sul balcone, esco anche io e mi accendo una sigaretta; In modo che dalla mia posizione sottostante gli arrivino delle rievocative nuvolette profumate di tabacco.
Talvolta grazie alle mie premure si accende una sigaretta di nascosto ma è puntualmente beccato dal quel cerbero di consorte che comincia a gridargli dietro frasi che farebbero arrossire un camionista siberiano.
Quei momenti sono musica per le mie orecchie stanche.
Oltre alla malattia c’è anche da considerare che gli anni passano e spesso hanno la meglio anche sul testosterone più infoiato.

Peccato, perchè avevo instaurato una sorta di duello fra me e lui a chi faceva più casino con la rispettiva partner, anche se, dico la verità, non sono mai riuscito a far raggiungere alla mia amata del momento, i livelli di primitiva esuberanza della “Signora del piano di sopra” eguagliabile solamente da un Grizzly nella stagione dell’accoppiamento.
Diciamo che in questa originale corsa equestre (inconsapevolmente disputata dal mio vicino) pur contando su un maggior vigore giovanile io ero già perdente, in quanto lui “montava” un cavallo migliore.
Domandargli un Handicap, chessò mettere una pallina da tennis in bocca alla molgie, sarebbe stato forse di cattivo gusto e non consono alla mia naturale sportività, quindi mi sono rassegnato a fare del mio meglio anche se ora come ho detto non ho più avversari.
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Di tutto questo bailamme cosa resta?
Solo degli sporadici incontri in ascensore.
A volte capita che ci troviamo nella stretta cabina dell’elevatore tutti e tre. L'irreprensibile grufolatrice, il marito denigratore ed io.
Seguono attimi di imbarazzo, forse dovuti alla vicinanza coatta, forse perchè loro sanno che io so che loro sanno.
E' una storia che avrebbe potuto ispirare Harper Lee, altro che “Il buio oltre la siepe”, “La porca oltre il soffitto”, avrebbe scritto, ma mi risulta che la scrittrice vivesse in una villetta isolata.
."Noi andiamo al quarto", mi dice di solito lui, con quel fischio nella voce, mentre lei si guarda attorno.
"Io scendo al terzo", rispondo e sempre un mezzo sorriso mi piega un angolo della bocca.
La mia fantasia corre a quei momenti e non riesco a trattenere un moto di ilarità sulfurea.
“Se, Se…I due santarellini”, penso.
In quei casi mi trattengo a stento e giunto al mio piano, chiusa alle spalle la porta dell'ascensore, vorrei emettere un ululato, forte e prolungato, degno di un lupo mannaro come innocente commiato al loro amore che fu.
Giuro, una delle prossime volte che li incontro lo faccio.
Eh si!
E' vita di condomino, forse ordinaria, ma comunque vita.

3 commenti:

mario ha detto...

Simpatico Fabio, mi hai fatto ridere e sorridere, grazie

A presto

Mario

Jean du Yacht ha detto...

mi stavo chiedendo se per "vita di condom-ino" lei, Sir Vi, intenda "vita di profil-attico", nel tal caso dovrebbe abitare all'ultimo piano.

Visir ha detto...

Caro Jean, tutto si piega alla sua sagacia, ma un trasloco è fuori discussione.