giovedì 27 dicembre 2012

La Cumana disumana


A proposito delle celebrazioni natalizie, dei regali che si ricevono e si donano, dei buoni propositi che sempre accompagnano le festività religiose, di tutto il carrozzone di saltimbanchi, nani e ballerine che passa per le strade del centro durante i giorni di festa, mi ricordo il motto sibillino: "Attento a ciò che desideri". Cui aggiungo cinicamente: "Potrebbe realizzarsi".

L’osservazione che concretizziamo un po’ tutti dopo qualche anno trascorso su questo pianeta è che la felicità è in realtà un fondale dipinto da una sola parte.

Cosa ci sostiene allora nel misterioso impulso a continuare, cercare, sperimentare e soprattutto sperare? 
Probabilmente quella pulsione naturale, quel sintomo inguaribile a perpetuarci radicato in quella strana malattia che chiamiamo vivere.
Ci fanno compagnia nel nostro "incerto incedere" i ricordi cioè in definitiva le immagini della memoria ma solo quelle tinte dalle emozioni e le speranze ma solo quelle colorate invece dalle aspettative.
Tutte le istantanee di vita prive di questo fissatore (le emozioni) spariscono quasi subito e non lasciano traccia in noi.
Paradossalmente ubiqui ci volgiamo indietro ai ricordi oppure ci proiettiamo in avanti con la speranza; Sono entrambi scampoli colorati di vita vissuta o ancora da vivere collocati in un “continuum” temporale che in realtà è, sempre e solo, un eterno presente rinnovato.
Il passato, per quanto caro o spiacevole sia stato, non esiste più. Il futuro? Non arriverà mai.

Ecco che l'uomo osserva la sua immagine come fra due specchi. Uno posto dinnanzi a lui e uno alle sue spalle. Il riflesso  che si crea è infinito.
Egli riconoscendosi nell'immagine proiettata alle spalle dice "è il passato" poi guardando nella figura di fronte afferma "è il futuro" ma in realtà è sempre solo se stesso in un presente che non riesce del tutto a cogliere perchè perso nell'abisso creatosi dal sussegurisi delle seculari forme che rimandano la sua rappresentazione.
Ora avanti e ora indietro in una ipnosi determinata dalle due superfici riflettenti. Lo sguardo così palleggia fra questi due specchi come nei due punti estremi del pendolo ondeggiante di un Mago incantatore. 
In questo andirivieni ha così una percezione del tempo che, come è da lui inteso, in realtà non esiste.

Capitano però attimi, nell'esistenza, che valgono come una vita intera.
Altri invece vorremmo volentieri dimenticarli perché hanno l'odore macabro dell'annichilimento.
In ogni caso queste esperienze sono un valore soggettivo, anzi un valore sempre più effimero man mano si comprende la reale assenza di un vero protagonista.
Per i saggi ogni inconveniente è un’opportunità ed essi suggeriscono che gli errori sono necessari per riconoscere le cose giuste. Per gli altri non resta che confidare invece nella capricciosa fortuna e nelle idee prese a prestito.
Un atteggiamento che ci differenzia come diversa è la vita per ognuno di noi.
Miliardi di esseri umani e ogni vita non è mai uguale anche se è tanto simile, in particolare nelle constatazioni che se ne traggono vivendo, a patto siano valutate con obiettività.

Vi sono poi i mostri non evocati che ci tormentano durante il rassegnato orrore dei giorni che si susseguono in questa apparente consequenzialità.  
I dolori, le paure, le ansie, gli addii.
Un fiume amaro cui spesso tocca abbeverarci se non vogliamo morire di sete.
La felicità, l’ebbrezza, il piacere e l’amore, dunque?. Gocce di rugiada che ci deliziano ma che evaporano velocemente.
Corriamo in questo modo verso l'inesorabile, confortati solamente dalle bugie cui crediamo e, alla meglio, dalle supposizioni con cui interpretiamo la realtà, per non parlare di quelle congetture ancora più ardite sull’aldilà.
Se c’è una certezza in questa vita è che non ci sono certezze, lo dimentichiamo spesso, in special modo quando abbiamo bisogno della speranza per fare ancora qualche passo.

Il chiarore dunque che si sviluppa (raramente) nella coscienza che cerca di indagare lungo questo percorso sconosciuto genera sì una luce più accesa ma inevitabilmente getta intorno a se un'ombra più buia.
E' il prezzo che si paga nel voler contendere con l'ingiustizia, cioè di aver ricevuto il diritto di essere (vivendo) ma poi di venir distrutti senza un perché comprensibile.

Per chi non ha animo di disporsi a questa battaglia, impari, feroce e senza possibilità di vittoria resta solamente la possibilità di avvelenare la propria mente con la cicuta che rese muto Socrate.
Una pozione velenosa fatta non di erbe tossiche ma di superstizioni, di stupidità e della meschinità propria di chi preferisce invece di impugnare la spada affilata della propria mente per conquistare la propria libertà o quello che può chiamarsi in questo modo, di fingersi morto e così “scantare” questo nemico inarrestabile; Guadagnando forse un'effimera serenità ma perdendo la propria dignità, la propria indipendenza critica, la propria unicità e il coraggio proprio di chi non fa affidamento sulla menzogna confortevole e preferisce una scomoda verità.
Alla fine per evitare il combattimento mi pare che molti si fingono morti ma così muoiono veramente, anche se continuano a esistere.
Cosa ne sanno loro di cosa significhi andare oltre?

Se si fa il conto, come ragionieri, degli affanni, degli amori, delle brucianti sconfitte, dei momentanei successi è naturale domandarsi: “A cosa sono serviti? Qual è il senso di tutto questo?”
Penso talvolta che questi eventi sono solo stelle cadenti nel buio dell’anima.
Se non ci fossero guarderemmo ugualmente con tanta curiosità nell'oscurità del cielo notturno? Chissà!

Il nostro spirito, deve dunque stingersi inevitabilmente nel tramonto indifferente dell'esistenza? Deve per forza  stemperarsi man mano nei colori di un arcobaleno dalle sfumature senza fine?

Non posso fare a meno di sentire che sono solo un breve sguardo attonito che contempla un firmamento senza limiti.
Percepisco una grandezza che mi sovrasta, mi supera, mi ammutolisce nonostante ne parli diffusamente.
La mia ragione abbraccia solo una piccola porzione dell’immenso spettacolo e il mio cuore è troppo piccolo per contenere stabilmente le intuizioni generate dai sentimenti che qualche volta mi attraversano e paiono appartenere a qualche altro tanto superano la mia modesta e spesso ridicola condizione umana.

Constato dolorosamente che ognuno gioca la sua mano nella vita con le carte che ha, ma se non si può vincere perché nel mazzo dell’esistenza non ci sono assi ho fiducia che è comunque in nostro potere cambiare almeno le regole del gioco.
Cammino da un po' in questa landa priva di riferimenti e quando sono sfinito e sento la voglia di perdermi ricorro ad un inganno per continuare a respirare e trovare le forze per andare avanti. Fino a dove? Fino alla fine presumo.
Parlo cioè del piacere. Altrimenti che senso ha vivere se non ci si sente vivi?

Illusione e realtà sono intimamente legati. Direi necessari l’uno all’altro in un antitetico connubio cui però è necessario mantenere desta la coscienza per non perdersi.
Perchè se è vero che un sogno può terrorizzarci nel sonno come un reale pericolo nella veglia, esso può anche renderci felici sinceramente, per un poco si dirà, ma alla fine chi mai è felice per sempre?
Anche se la domanda dovrebbero essere: Chi lo è veramente?
Ma ancora di più: Per cosa?

Buon Natale, certo.

3 commenti:

ha detto...

Forse.

Amos Gitai ha detto...

Augurandoti un felice 2013, invito te e i tuoi lettori a scegliere i migliori film del 2012 sul mio blog.

Visir ha detto...

"Forse" è molto megio di "magari". L'ho sempre sostenuto anche io, ma è giusto ribadirlo.

Per libera associazione mi ricordi una breve conversazione in un film dove un uomo e una donna si raccontano.
Lui chiede: "Cosa sono quelle lacrime, sono di gioia o di tristezza?" e lei: "In fondo non sono sempre le stesse lacrime?".

Varrebbe la pena rifletterci...Forse.