mercoledì 3 maggio 2017

Miseria e Nobiltà





Mi ricordo di un giorno, quando mi fermai in un villaggio della Cambogia, mentre risalivo il fiume Mekong. 
Un posto sperduto, sconosciuto anche alle carte geografiche, dove non c'era illuminazione elettrica, le strade erano di terra battuta, e le persone vivevano in capanne di legno, spoglie, senza niente. 
L'uomo più vecchio che vidi avrebbe potuto avere al massimo 50 anni. 
Erano tutti molto poveri, ma non sembravano tristi, forse perché conoscevano solo quella realtà. 
Per me invece fu diverso. 
Percepii una miseria che non era come quella che si vede qualche volta in Italia. Quella cui sono assuefatto per abitudine e indifferenza. Da noi la povertà grida, chiede e reclama.

In quel villaggio invece la povertà era muta.
Non vi era nessuno a cui chiedere qualcosa, perché nessuno aveva niente da dare. 
Era una situazione semplicemente accettata da tutti e da ciascuno. 
Quella sofferenza, quasi inconsapevole aveva però una sua purezza che si respirava nell'aria.


Non è facile spiegare percezioni tanto contrastanti. 
In quel momento per me, in quel luogo, non avrebbe avuto senso dargli dei soldi, oppure fare o dire qualcosa. Non sarebbe probablimente cambiato nulla, almeno non avrei aggiunto nulla di significativo alla loro vita. Questa almeno fu la mia netta impressione, e forse fare sarebbe stato anche peggio di non fare. 
In quel momento fui istintivo nella mia scelta, magari fu solo pudore e non dissi nulla, non feci altro che vivere in me una profonda compassione, non pietà perbenista, ma partecipazione profonda a ciò che vedevo e a dove ero.

In quel posto vidi dei bambini che giocavano con dei bastoni. Univano un manico di scopa sgangherato a una ciabatta rotta. 
Credo che per loro fosse una sorta di macchinina da spingere e con cui fare a gara con gli altri: Ridevano mentre giocavano come fanno i piccoli, grazie alla loro beata ingenuità. 
Proprio in quella scena mi sembrò di intravvedere una risposta.


Avevo nascosto questo ricordo, perché mi faceva male; Invece certe cose ti restano dentro per sempre e non puoi più dimenticarle.
Oggi, nel ripensarci sento anche rabbia, perché confronto quella situazione con la realtà quotidiana e la cronaca che racconta, come fosse un merito, di chi accumula immense fortune speculando e sfruttando spesso situazioni simili a quella, a volte addirittura determinandole e non per necessità o per bisogno, ma solo per avidità.
Sorge in me un furore animale ma inutile come quella povertà senza soluzione apparente.


Si aggiungono, alla maniera in un collage di fogli strappati, altri ricordi.
Una vecchia che vidi nel glaciale inverno Bielorusso a MInsk. Vendeva fiori striminziti ali'ingesso della metropolitana. Una figura paradossale perché composta da una mite dignità mista all'indigenza, insieme a una salda fragilità. Rivedo quella anziana con il fazzoletto in testa che sosteneva nel pugno quel mazzetto, senza dire o fare nulla, tranne subire le sferzate di un vento gelido e tagliente.


Nella memoria c'è anche un uomo che vidi immobile, indossava un vestito scuro da miserabile, in un vicolo di Mosca. Ricordo che mi colpì come una schiaffo quell'immagine che affiora dalla mia mente come accadesse adesso. 
Sembrava aspettare, ma non c'era niente e nessuno in quel luogo; Era parte del mesto paesaggio e avulso dalla situazione nel medesimo tempo. Aveva il bavero alzato del cappotto nero che una volta, forse avrebbe potuto essere decoroso ma era diventato irrimediabilmente malconcio.
Gli misi in tasca tutto quello che avevo, fu un gesto irrazionale e automatico, assurdo, senza motivo. Lui non si mosse, non disse nulla, forse per paura della polizia che è molto severa con chi elemosina. 
Il viso era gonfio di alcool, lo sguardo abbassato e il busto che dondolava leggermente, avanti e indietro, lentamente come un metronomo e si appoggiava al muro freddo e umido di una casa. Girò solo gli occhi verso di me, ma senza voltare la testa, fissando per un attimo un punto imprecisato nelle mie vicinanze. Inespressivo eppure così eloquente in quel gesto contenuto. Quel suo breve sguardo rivolto al marciapiede come per non disturbare, fu uno dei più bei "grazie" che abbia mai ricevuto nella mia vita. 
Mi allontanai poi a piedi tra i cumuli di neve alti quasi un metro ai lati della via, senza nemmeno i soldi per un taxi, portandomelo dietro nella memoria come una cicatrice.

Ancora altri momenti sparsi. 
Sempre una donna anziana nella notte ad Hanoi, ripiegata dal peso dei suoi anni, sembrava una persona arrotolata su se stessa, con il viso di una bambina, ma con le rughe. 
Un'altra anziana, sempre in Vietnam, incontrata in una cittadina dal nome impronunciabile da cui ero passato, mi ricordo che vendeva un mango, ma aveva solo quello. Guardai le sue mani piene di rughe, parevano esauste da quanto lavoro avevano fatto in una vita. Si muovevano lente ma abili, mentre mi puliva il frutto. Era una donna sola, senza più famiglia, tanto piccola che vicino a lei sembravo un gigante.Rideva senza denti, parlava senza capirmi; Forse neanche aveva una casa, senza null'altro al mondo che quel mango, anzi neanche quello, perché glielo aveva appena comprato.


Altrove invece ho visto ragazzi con lo strano sguardo acquoso di chi è senza futuro, non lo si può raccontare, si deve vedere e basta, e ti si appicca addosso, perché è inconfondibile dopo che lo hai colto. Sembravano un gruppetto di piccoli hobbit dalla pelle ambrata, senza maglietta e scarpe ai lati di una strada fangosa che tagliava a metà la Giungla del Laos, e pareva veramente la strada nel nulla verso nessun posto.

Lungo la strada per Luang Prabang, sempre in Laos, nel cuore della notte, la più buia che ricordi, diedi una mano a un uomo caduto dalla motociletta, tra l'indifferenza generale, perfino quella dei passeggeri del mio autobus, durante una sosta in quella strada senza nulla intorno. 
Aveva la testa spaccata e rantolava, c'era solo sangue e buio.  
Fu anche quello un gesto senza senso, solo molto dopo mi accorsi di aver rischiato la pelle per un uomo mai visto nè conosciuto prima nella mia vita. 
Lo sollevai dall'asfalto come in sogno, proprio mentre arrivava un altro autobus a tutta velocità e forse ci avrebbe ucciso entrambi se la fortuna o il mio istinto di sopravvivenza non mi avesse assistito. Tornai poi indietro e perfino spostai il suo veicolo, con una mano sola, per metterlo a lato della strada; Come dotato di una forza sovrumana mai provata prima, tirai su come un fuscello la grossa motocicletta sotto l'impeto di una lucidità unica. 
Sono attimi indescrivibili, gennerati dal mistero o da un sentimento incomprensibile, forse solo dal fatto che quel uomo ed io, in quel momento esatto, in quel luogo dimenticato da tutti, eravamo semplicemente la stessa cosa. 
Racconto questo con vergogna, perché non è stato neanche qualcosa di speciale, è avvenuto tutto oltre me stesso. 
Senza il minimo calcolo di guadagno, anzi avendo tutto da perdere, nemmeno per un grazie, perché dovetti salire al volo sull'autobus notturno che stava ripartendo senza di me come se niente contasse se non la sua destinazione. 
Mi addormentai dopo poco come un bambino, sporco di sangue, ma senza un pensiero, senza un grammo di adrenalina in corpo. 
Ovviamente fu una follia, perché sebbene la creda pazzia, in quel momento fui realmente e completamente vivo.

E' una collezione di ultimi della terra, accomunati dal silenzio di attimi che accompagnano la loro condizione miserevole. 
E' dolore fatto essere umano, portato con inconcepibile naturalezza.


La Vita per me non si conta ora negli anni, ma nei momenti.
E' una collana di ricordi gravosi, composta dai dimenticati. 
E' come una catena che mi appesantisce ma stranamente la porto volentieri, perché invece mi alleggerisce il cuore, un cuore che come il mondo con loro, è da me dimenticato spesso.

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