mercoledì 19 agosto 2009

Metropolis


“Nocciolato e pistacchio, con amarene e panna montata”, disse Zenit dall’alto del suo metro e novanta.
“Uguale”, aggiunse lesto Nadir, guardandosi attorno.
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Il paesaggio era grigio vicino a quel chiosco della Stazione.
Passanti frettolosi fra gli sbuffi dei gas venefici dalle automobili e dagli autobus, facevano da contorno a questo momento di pigrizia.
Mangiavano in silenzio, con avidità.
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“Non bisogna parlare”, disse Nadir, che come sua abitudine infrangeva così la regola che enunciava.
“Sennò non si gusta il gelato”, continuò rimestando con la paletta di plastica nella coppa grande come un trofeo.
“Già”, rispose Zenit deglutendo una robusta porzione di panna.
“Perché altrimenti non si apprezzano le combinazioni”, incalzò dopo qualche attimo Nadir.
“Eh si! Le combinazioni, la sincronicità”, confermò di rimando Zenit, mentre rincorreva un’amarena che non voleva farsi acchiappare nascondendosi sotto una spessa coltre di nocciolato.
“Vedi, ora mischio il pistacchio con la panna, poi invece con l’amarena, poi ancora assaggio il mix di tutto, quello che si forma negli angoli del bicchierino di carta, quella curiosa striatura di gusti che pare il dentifricio a strisce…Come si chiamava?”, domandò ancora Nadir con il cucchiaino a mezz’aria.
“Chi? Il dentifricio?”, chiese stupito Zenit, rimanendo anche lui con il cucchiaino a mezza altezza.
Quei due cucchiai parevano montacarichi attigui che avevano deciso di fermarsi un momento allo stesso piano.
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“Acquafresh!”, lo anticipò Nadir colto da illuminazione.
“Esattoooo!”, confermò Zenit, indicando il compagno con la coppetta di gelato come in un brindisi.
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Seguirono poi momenti di raccolto silenzio.
Era una serata d’estate afosa che non voleva diventare più fresca nonostante il sole se ne fosse andato da un po’.
Nadir continuava a guardarsi intorno inquieto, poi finito il gelato disse:“Che schifo di città, puzza. Puzzano anche le persone.
Tutti questi stranieri, questi gialli, neri, arabi, indiani mi pare che puzzino, puzzino di disperazione.
”“Eh? Forse”, commentò Zenit
“Sono razzista? Spero di no, è solo che mi sembra così squallida la metropoli.
E' peggiorata man mano, ed ora la guardo e mi fa schifo”.
“Ti ricordi Giorgino?”, chiese Zenit.
“Il Laido?”
“Proprio lui”, assentì Zenit e continuò
“Sai perché lo chiamavano così?”
“No, perché?”
“Gli piacevano gli uomini sporchi”, disse Zenit guardandosi intorno come per sincerarsi che la rivelazione non potesse essere udita da orecchie indiscrete, poi continuò:“Gli piacevano e li pagava”.
“Li pagava?”, domandò Nadir con una nota di ingenuità.
“Si, ma prima li sporcava, e poi se li faceva…Sì insomma capisci, prima li doveva sporcare ed era un casino, gli doveva dare anche i soldi per la tintoria, dopo”.
“Pazzesco!”, disse Nadir scuotendo la testa, poi distese il volto corrucciato e aggiunse:“Ecco perché la settimana scorsa l’ho visto così contento!
Era sempre triste e ora è il più felice del mondo, questa è diventata la sua città ideale.
E’ come per un topo in una fabbrica di formaggio. E' come per un orso quando i salmoni risalgono la corrente!”
“Proprio così! Ora spende quasi un cazzo. La fortuna di uomo è la sventura di un altro”, disse Zenit e con un sospiro aggiunse: “Ora li trova già belli e pronti…Vuoi un altro gelato?”.
“No, sono a posto così, andiamo?”
“Si dai, che mi scappa una pisciata che non ti dico”, sbottò Zenit notoriamente insofferente ai disagi.
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Si appartarono in angolo un poco lontano e Zenit salì su un muretto e in cima, in bilico cominciò a sbottonarsi la patta.
“Ma che fai? Sei matto?”, rimbrottò Nadir preoccupato.
“Ma se mi scappa”
“Mica per quello! E che se caschi ti fai male; Aspetta che ti tengo”
Così dicendo Nadir lo abbrancò per i fianchi.
"Non mollare dal culo però", aggiunse preoccupato.
"Tranquillo, tranquillo", disse Zenit.
Mentre Zenit si liberava dal fluido in eccesso partorì una filosofica sentenza:
“Ah! Cosa vuoi di più dalla vita, una bella pisciata, quando ti scappa e un amico che ti tiene per non cadere!”.

venerdì 14 agosto 2009

Il caso insoluto.


Mi pare, e qualche volta mi sembra proprio vero che ciò che si vive abbia un perimetro definito.
Come su un palcoscenico. Oppure in una stanza, forse in una gabbia da dove, una volta che se ne è esplorati i limiti che la definiscono non se ne possa uscire.
Le parole dette, i sentimenti provati, le sensazioni, oltre un certo punto non sono più nuove.
Si ripetono nella sostanza e solo apparentemente appaiano attimi diversi solo perché siamo molto distratti.
Con licenza poetica direi che le emozioni sono una vecchia baldracca che non diventa più giovane perché si cambia il vestito ed il rossetto.
Penso che nella realtà dell’essere la voce del cuore è sempre uguale a se stessa.

E’ come nei telefilm di Derrick, il commissario tedesco, dove le diverse puntate sono interpretate dagli stessi attori.
In una puntata magari uno è il colpevole e in quella dopo la vittima.
La realtà è, a volte, il contrario e se possibile ancora peggio.
Gli attori cambiano, ma il copione è lo stesso.
E’ qualche cosa di terribile anche solo pensarlo, ma non ci posso fare niente: è così.
Lavorare, parlare, baciare, incazzarsi, ubriacarsi, scopare, alla fine è sempre la solita storia.
Anche i traumi della vita che ci capitano addosso, oltre a un certo grado non arrivano mai.Il dolore oltre una certa soglia non può andare, anche il suo potere ha un limite.
Così tutto si svolge nell’ambito del già visto, in sottofondo c’è sempre lo stesso sapore, lo stesso odore come in una cucina dove il sentore stantio delle stoviglie e degli stracci bagnati soverchiano il gusto di qualunque pietanza.
E’ così solo per me? E’ così forse per tutti?
Fa troppo male ammetterlo ed allora è meglio raccontarsela? Mi viene da domandarmelo, anche se la risposta è nascosta sotto il pelo dell’acqua come un caimano pronto a mordere, basta aver il coraggio di smuovere la superficie e non aver paura.
Quanto possiamo contenere? Quanto, mi domando ancora, possiamo “realmente” sperimentare?
Cercando di guardare onestamente in me stesso mi devo rispondere con una constatazione nichilista, cinica sicuramente senza speranza.

Sono sempre lo stesso. Sono sempre uguale nella sostanza. Mi sento identico al bambino che ero a tre anni, nell’adolescente scapestrato dei sedici anni, nell’uomo maturo dei quaranta e sarò lo stesso magari nel vecchio che fa capolino dallo specchio e che arriverà, anzi è già qui nascosto sotto la pelle. Aspetta solo il suo turno per affiorare alla realtà.
Non mi sono mosso di un passo. Ho sognato di viaggiare, ma sono sempre stato nel mio letto.

Ieri mi sono improvvisamente visto nello specchio. Sapete come capita.
A questa immagine riflessa ho posto una domanda terribile: “Chi sei?”.
Ma questa figura non ha avuto cuore di rispondermi, allora ho cominciato a radermi.
La schiuma bianca sulle gote, la lama che creava man mano una piccola strada rosa fra questo paesaggio imbiancato.
La mia attenzione è stata rapita in questo gesto. Il rumore dell’acqua mentre ripulivo il rasoio per poi riprendere a disegnare un altro sentiero sulla mia faccia.
Ero come ipnotizzato dai cerchi dell’acqua nel lavandino.
Mentre mi facevo la barba, il mio stesso fare mi allontanava da questa inquietudine, da questo enorme interrogativo, da questo abisso senza fondo che provavo nel guardare dentro di me.
Ecco! Ho pensato, muovendoci nel mondo, credendo di “fare” ci distraiamo da noi stessi, da questa vertigine di cui non si vede la fine.
A volte penso che ci consoliamo con le nostre azioni, le nostre assurde ambizioni come bambini spaventati dal buio che cercano la mamma e nella sua carezza trovano la pace illusoria di essere al sicuro.
Al sicuro? Non c’è nulla di sicuro, questa è la spietata verità…Nulla.
Dentro questo nulla, nulla cambia e forse è l’unica certezza.

Osservo come se appartenesse ad un altro la vita che scorre in me e passa fra le cose che accadono senza essere mai veramente determinate.
Uno muore, l’altro nasce. Una donna mi bacia, poi non mi bacerà più.
Se né forse è andata? E’ mai stata “veramente” qui?
Oggi amo e domani proverò solo indifferenza. Allora non ho mai amato? Non ho forse mai veramente toccato, ma tutto mi è scivolato addosso come pioggia sui tetti la notte?
Cosa mai di originale è scaturito in me? Libero dai condizionamenti, dal sentito dire, dalla memoria.
Ho calpestato la polvere sul proscenio dell’esistenza e penso che un giorno quella polvere sollevata ricadrà esattamene da dove è venuta e io con lei.
Credo forse, perché sollevo una piccola nuvola, di vivere?
L’oblio silenzioso e senza traccia alcuna è lì che aspetta da vincitore e ride delle mie considerazioni.
Il mondo può fare a meno di me, ma io di lui non posso.
Gli appartengo ed è solo vanità e follia credere che è lui che appartiene a me.

Ho guardato allora fuori dalla finestra e ho sentito il vento che arrivava da lontano e spostava i rami degli alberi per poi rimetterli al loro posto, con cura…Mi sono fermato per un lungo, lunghissimo momento, ma anche questo attimo dilatato alla fine mi ha lasciato come ogni cosa, senza un perché.

martedì 23 giugno 2009

Haiku


Caldo pomeriggio d'Estate,
nascono i fiori di un solo giorno
ai lati del sentiero dimenticato.

venerdì 19 giugno 2009

La venticinquesima ora


Vivere è distillare dalla Vita la parte migliore, come un profumo che è fatto di essenze mescolate per crearne la fragranza.
Percezioni, sensazioni, emozioni, sentimenti, intuizioni, come un buongustaio, da ogni frammento trarne un prezioso boccone.
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Per chi vede il mondo dei fenomeni esiste un inizio e una fine, chi vede la realtà invece sa che non vi è inizio né fine.
Dispiacersi dell'ultima ora di vita è dispiacersi di tutta la propria vita.
Lei si approssima sempre veloce. E' quel fatidico ultimo giorno che arriva sempre presto.
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Immaginando di avere a disposizione pochi minuti di vita, forse un’ora appena mi trovo a spronarmi per godere di più, osare di più.
Come affronterò il giudizio più spietato: quello di me stesso?
Come avrei potuto, mi domando ancora, provar piacere e assaporare di più ogni istante?
Provaci ora! Mi risponde il cuore.
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Preparandomi alla morte imparo a vivere e se perfino la sabbia con il tempo diventa polvere, non è proprio il caso di badare alle convenzioni e alla reputazione. Resterà così poco di quanto trascorso.
Morire per “sempre” a questo mondo è un onore che va guadagnato.
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La vita non è mai gratuita e si paga con la moneta del tempo.
Tempo che ci è stato regalato, ma quanta valuta abbiamo ancora nelle tasche non ci è dato di saperlo.
Non voglio più spendere è il momento di cominciare a guadagnare, e realizzare così in quel giorno, forse in quella ora una morte perfetta.
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Creo per me la venticinquesima ora: ogni giorno.
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venerdì 24 aprile 2009

Tributo a N.Z.


Beato l'Uomo che nel medesimo tempo e
in una sola carne vede
la bella maschera e il volto mostruoso che essa cela.
Poichè solo Lui con grazia e dignità
potrà suonare il doppio flauto
della Vita e della Morte.

lunedì 16 marzo 2009

Dedicato a S.


Sei qui perché voluta, cercata e chiamata.

Forte e dolce, ti ho visto nascere e mi hai regalato un attimo che vale una vita intera.
Piccola eppure così grande nella gioia che diffondevi intorno a te.
Ora ti credi grande, ma quando ti appoggi a me e sento la tua testa sul mio petto mi sorprendo a pensare che nulla è cambiato.
Prima piangevi ora parli, prima gattonavi ora invece cammini, ma non ti sei mai mossa dal mio cuore.

La mia vita per la tua: in ogni momento del giorno, in ogni giorno dell’anno; Senza rimpianto né esitazione.
Così è scritto nella mia anima.

giovedì 12 febbraio 2009

Il Prigioniero -Parte I-

Leggeva il giornale di ieri. Non poteva permettersi nemmeno il quotidiano del giorno giusto.
Gironzolava in pigiama, nella cucina del piccolo appartamento in affitto, mentre si svegliava molto lentamente.
Stilò un breve bilancio della sua situazione.
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Trenta anni, niente lavoro, niente soldi, il frigo quasi vuoto. Nessuna relazione sentimentale, gli amici poi...Ormai lo evitavano.
In meno di un minuto aveva tirato le somme della sua contabilità esistenziale.
Zero, era la cifra che ricorreva sotto ogni colonna.
“Mica male”, pensò e sorrise senza allegria.
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Intanto che beveva il caffè riscaldato, la sua attenzione si posò su un trafiletto del giornale aperto sugli annunci: un avviso, anonimo ma curioso lo interessò.
Mise la seggiola su cui si era appena seduto un po’ più vicina al tavolo e raddrizzò la schiena tirando su con il naso.
Poi lesse: “Cercasi candidato: uomo, massimo trentacinque anni, eterosessuale, per esperimento sociologico, ottima remunerazione, disponibilità a viaggiare all’estero”.
Queste erano le notizie salienti, ma a lui interessava solo la penultima parte: ottima remunerazione.
Aveva l’acqua alla gola e non sapeva né voleva nuotare.

Scese in strada in tuta da ginnastica, fece una telefonata dalla cabina all’angolo e fissò un appuntamento con la cortese signorina all’altro capo del filo.
Poi tornò in casa per vivere un altro giorno di inutile apatico tormento.
 
Due giorni dopo si recò come stabilito nel luogo dell'appuntamento che si trovava al secondo piano di un grande palazzo. Nello stabile eroano ospitate, tra le altre, numerose società
L’agenzia di servizi che si occupava del “reclutamento delle cavie" per questo esperimento era un’agenzia famosa, almeno così gli pareva di ricordare, un’agenzia di sondaggi o cose del genere come gli aveva spiegato l'impiegata con cui aveva parlato al telefono.
Oggi era il giorno del sua primo incontro, ma non sarebbe stato né il primo né l’ultimo, ma ancora lui non lo sapeva.
Aveva indossato il suo unico vestito decente rimastogli, un completo nero e un dolcevita nero anch'esso che gli conferiva un aspetto perlomeno convenzionale.

Dopo una breve attesa fu ricevuto da uno Psicologo (almeno così si presentò) che gli fece molte domande, poi compilò un lungo questionario, alla fine il dottore lo congedò sbrigativamente.
“Tutto qui?”, aveva chiesto sorpreso.
“Ci faremo sentire noi…Nel caso”, aveva detto il suo interlocutore, mettendo l’accento sull’ultima frase.
Una risposta decisa che non lasciava spazio a ulteriori domande o repliche.
Era deluso. Avrebbe potuto dormire sino a tardi quel giorno, come faceva di solito, ma si era dovuto svegliare presto per partecipare alla selezione ed adesso, dopo un’ora e mezza di esame, era di nuovo se stesso; purtroppo.
La sua atavica indolenza lo perseguitava come un senso di colpa per un crimine abietto.
 
Inaspettatamente dopo tre giorni ricevette già una lettera.
Era una nuova "convocazione", come lui ormai chiamava questa opportunità.
In realtà era un’occasione in cui aveva inciampato senza neanche troppa convinzione.
Nella raccomandata era descritto cosa lo attendeva. Doveva fare una serie di esami clinici e ancora nuovi test psicologici, questo era almeno il programma da svolgersi per addirittura un giorno intero.

Sbadigliò grattandosi la testa, mentre leggeva la lettera scritta in uno stile anonimo che enumerava una serie lunghissima di prove che sarebbero state svolte su si lui.
Le avrebbe fatte, ormai avrebbe fatto quasi tutto. Firmò la liberatoria allegata e la rispedì al mittente pensando:
“Mi sbatteranno fuori casa fra meno di un mese e non ho modo di pagare l’affitto”.
Questi erano i pensieri tristi che gli facevano compagnia, mentre guardava dalla finestra. Era inverno, e il pensiero di vivere in strada lo fece rabbrividire nonostante il riscaldamento.
 
Il giorno della seconda selezione fu lungo e pieno di cose da fare che rispettarono però puntualmente il programma che aveva approvato.
Le visite mediche accurate con esami, prelievi e le infinite domande sulla sua salute, sulle sue preferenze, sembravano scavare nella sua vita banale. Probabilmente alla ricerca di un particolare che non sapeva di avere. Concluse con prove attitudinali di ogni genere.
Quella giornata faticosa terminò come l’altra: un brutale congedo senza manco un sorriso.
Passò ancora una lunga settimana, ma gli regalò alla fine un nuovo inaspettato invito, l’ultimo c’era scritto.
Doveva recarsi presso un avvocato in centro.
“Che palle!”, pensò con un sospiro.
“Mi fanno girare come una trottola”, sbottò, “ma in fondo che avevo da perdere?”, concluse ormai rassegnato.
 
Il giorno dell'incontro era in anticipo all’appuntamento, di ben dieci minuti. Un fatto incredibile per la sua naturale pigrizia, ma che gli diede modo di guardarsi intorno.
Lo studio legale era prestigioso, elegante e ben organizzato.
Avvocati ben vestiti andavano e venivano lungo il corridoio.
Passavano da un ufficio all’altro in una sorta di gioco dei quattro cantoni. L’immagine che ne trasse fu di efficienza dinamica, ma senza frenesia.
La sala di attesa in cui aspettava il suo turno era raffinata con parquet e tappeti orientali. Era sprofondato in una delle poltrone di pelle e palleggiava il suo sguardo fra i quadri alle pareti e le tre segretarie alla reception. Erano tutte belle, molto cortesi e vestite con abiti di ottimo gusto. Se le sarebbe scopate tutte e tre.
Scacciò questo pensiero per rimanere concentrato su quello che lo aspettava, ma naturalmente non ci riuscì.
La sua era una specie di ossessione per il sesso, cui non poteva dare seguito se non saltuariamente a causa dei suoi problemi economici che influivano pesantemente sulla sua vita amorosa.
Non che fosse brutto, solamente era tremendamente spiantato e le donne che incontrava di solito non erano attratte da quel genere di uomo.
Inoltre la sua indolenza mista a un’inveterata infedeltà mettevano a dura prova anche la donna più innamorata. Alla fine la relazione più lunga negli ultimi tre anni era stata di cinque settimane.
 
I suoi pensieri furono interrotti da una fragranza squisita; Mirra e fiori selvatici, avrebbe detto.
“Signor Smith, signor Peter Smith? Prego, si accomodi gli avvocati la stanno aspettando”, il viso della segretaria era vicino al suo e ne poteva sentire l’alito fresco che si mischiava divinamente con quel profumo.
La guardò con un’occhiata languida, da cane affamato, e si alzò dalla poltrona per dirigersi verso l’ufficio indicatogli. La porta era aperta: pareva una bocca spalancata nella attesa di ingoiarlo.
Poco prima di entrare però si guardò indietro. Voleva osservare il sedere della bella impiegata che stava tornando alla scrivania.
“Era proprio bello tondo”, pensò e indugiò fra se immaginandoselo senza gonna e senza il perizoma che si intuiva sotto il tessuto.
Per un attimo il sangue gli andò alla testa, ma il ricordo di cosa era venuto a fare gli fece evaporare tutta la poesia.
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L’ufficio era più grande di quanto immaginava.
Arredato con mobili antichi, si sarebbe potuto definire una sorta di “Country Club” se non ci fossero stati i monitor dei computer che punteggiavano, con il loro candore, le due scrivanie in mogano scuro.
Osservò con cura le persone che lo aspettavano.
Un giovane, probabilmente un avvocato, alla sua destra in piedi, un'altro avvocato più vecchio seduto su una grande poltrona girevole dietro una delle scrivanie. Alla sua sinistra verso il fondo della stanza invece un uomo in carrozzina; dietro a quest’ultimo un altro uomo, una specie di gigante, con la faccia da gorilla.
Poi scorse anche una donna, forse una segretaria, oppure un’infermiera, seduta su una piccola poltrona a lato dell’invalido.
L’aria all’interno dell'ufficio era amichevole e rilassata.
“Forse un po’ finta”, pensò con diffidenza.
 
Il giovane si avvicinò a lui con passo dinamico e gli strinse la mano: “Sono l’avvocato Michael Leonardi…ma se vuole può chiamarmi semplicemente Mitch”, disse con voce gioviale come se fossero stati vecchi amici ritrovati ad una rimpatriata di ex studenti di Harvard.

Non poté fare a meno di notare il bel vestito gessato di questo “amico ritrovato” e l’asola del bottone della manica della giacca lasciata volutamente aperta, a far intendere che il vestito era un prodotto sartoriale, non un “pre a porter” del cazzo.
Poi con continuità gli furono presentati gli altri.
“Il socio Senior dello studio: l’avvocato Skowrosky”, aggiunse il suo anfitrione, indicando con la mano aperta l’uomo seduto dietro la scrivania.
Questo uomo era anziano con una cascata leonina di capelli bianchi. Skowrosky gli fece un cenno della testa come saluto, poi piegò un angolo della bocca, come se quella smorfia potesse essere scambiata per un vero sorriso.
“Ed ecco il nostro cliente”, aggiunse indicando subito dopo l’invalido, ma stranamente non ne disse il nome.
“E naturalmente la sua segretaria, miss Tippy”, inchinò leggermente il capo, in una sorta di piccola reverenza all'indirizzo della ragazza, come un vero gentleman.
“Non c’era che dire a Harvard li ammaestravano proprio bene”, pensò Peter.
Del “gorilla” appena fuggito dallo zoo non fu fatta menzione. Lui certo non aveva la curiosità di conoscerne il nome e neppure aveva il desiderio di una stretta di mano con quel energumeno per magari farsela stritolare.
 
“Si accomodi signor Smith”, disse il socio Senior, indicando la sedia di fronte alle scrivanie, disposta in modo da guardare tutti i presenti.
“Grazie”, disse Smith, fingendo la disinvoltura di chi usualmente frequenta posti di classe come quello in cui si trovava.
 
I secondi successivi però trascorsero in un silenzio carico di imbarazzo.
Il vecchio invalido lo scrutava.
Avrebbe potuto avere fra i sessanta e i settanta anni, ragionò Peter che lo guardava ogni tanto di sottecchi.
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Curiosamente era vestito completamente di bianco, il viso, curato e magro, faceva pensare ad un carattere volitivo, ma gli occhi, gli occhi erano estremamente penetranti, anzi inquietanti: di un grigio liquido che parevano poter guardare direttamente dentro la mente dell’altro.
Questi furono i pensieri rapidissimi che passarono nel suo cervello.
Quegli occhi sembravano avere la fissità di quelli di un gatto, ma con la perspicacia di un venditore di tappeti furbo, questa fu la conclusione del suo ragionare.
Il nervosismo che cominciava a provare fece diventare rapidamente scomoda la bella sedia imbottita su cui si era accomodato.
 
“Arriviamo al dunque saltando i preamboli inutili, va bene signor Smith?”, disse l’avvocato anziano, rompendo il silenzio con il solito mezzo sorriso, ma usando stavolta l’altra metà del viso che non aveva ancora adoperato.
Skowrosky, pronunciò “signor Smith”, con una sorta di disprezzo perfettamente camuffato dalla gentilezza. Un vero attore.
 
“Lei è uno dei candidati, per l'esattezza il numero 6, che hanno sino a ora superato la selezione ma adesso, se deciderà di aderire al progetto dovrà conoscerne i particolari e dopo accettarne le clausole del contratto per essere eventualmente assunto”.
“Naturalmente”, rispose Peter, scodinzolando sulla sedia che non riusciva a diventare comoda neanche ora che il vecchio aveva tolto lo sguardo dalla sua persona. Notò con la coda dell'occhio che parlava nell’orecchio della segretaria.
L'avvocato anziano aggiunse ancora con tono affabile, ma mantenendo quella aria di disgusto come se avesse sotto il naso una merda di cane:

“Naturalmente…Lei -signor Smith- sarà vincolato al segreto, anche nel caso non accettasse l’offerta del nostro cliente. Questo è il modulo che ci consente di perseguirla legalmente nel caso, anche una sola parola uscisse da lei in merito a quanto stiamo per dirle”, dopo una breve pausa il vecchio squalo in abito blu aggiunse, “E’ tutto chiaro?”.
“Cristallino”, rispose Peter, palesando una sicurezza che non aveva mai avuto in vita sua.
“Firmi, allora e conoscerà questa fantastica offerta...Le cambierà la vita”, disse l’avvocato dandogli una penna e un foglio dattiloscritto fitto di causali e postille.

Mai parole furono più vere in bocca ad un patrocinante.


Continua…