lunedì 12 maggio 2008

La Finanziaria

Era un giorno come tutti gli altri. Era venerdì 17, questo lo dico solo per quelli che non sono superstiziosi.

Avevo la mattina libera dagli impegni di lavoro e così decisi di spendere un po’ di tempo al bar vicino a casa.
Era una bella mattina, insolitamente calda e mi sedetti con il mio caffè fumante ad un tavolino all'aperto, ma al riparo del traffico e dalla solita folla di questa città che cominciavo ad odiare.

Leggevo il mio giornale, gustando dentro di me il lusso di perdere tempo, quando udii una presenza alle mie spalle e contemporaneamente una voce: "Mi scusi, sa che ore sono?" mi chiese con voce chioccia l'omino con i baffi. Inforcava sul naso quegli occhialini tondi che gli davano un poco l'aria da topo.




“Sono le 9 e 11” dissi consultando il display del cellulare sul tavolino e tastandomi la tasca dove riponevo il portafoglio, tanto per sicurezza.
"Grazie" disse l'ometto "Permette che mi accomodi?"
"Umpf" dissi lievemente infastidito, ma ormai rassegnato alla compagnia non voluta.

Passò meno di un minuto, e di nuovo disse
"Mi permette una domanda?" e subito continuò
"Non le pare strano?"
"Che cosa?" dissi piegando un angolo del giornale e squadrandolo con il mio miglior sguardo severo.
"La vita, che altro!" disse con un sorriso furbetto sotto i baffi, e poi
"La vita di tutti questi passanti ".

"In che senso, strana?".
Non volevo certo alimentare una conversazione filosofica il venerdì mattina, ma non mi andava di lasciarlo continuare a braccio.

"Vede, li osservi. Tutti che corrono per non arrivare da nessuna parte. Con le loro esistenze conchiuse nella routine. Solo alcuni, pochissimi, hanno una vita da film, ricca di emozioni di incontri di slanci, la maggioranza..."
E così si interruppe brevemente ed indicò un gruppetto di giapponesi che inseguivano compunti una cartina stradale
"…Per la maggioranza il pentagramma della propria vita è composto di quelle tre, quattro note. Ogni tanto, magari, una dissonanza, un sovracuto, ma poi ecco la solita musica atona".

Guardai in maniera diversa il mio vicino che nel frattempo sorseggiava anche lui un caffè, il discorso non era privo di un certo lirismo, pensai.

Ratto e senza una parola questo buffo personaggio mi diede il suo biglietto da visita.

Guardai incuriosito questo biglietto, tutto rosso, dove campeggiava la scritta:
"La Finanziaria Di S" e appena sotto, un po’ più in piccolo
"brocker di 3° livello: Pfthor El Tatac Hallacopulaz".

"Perbacco che nome impegnativo signor El Tatac Hallacoupaz" dissi compartecipativo.
"No, no! Lasci perdere i francesismi, mi chiami solo Pfthor"
"Bene Signor Pfthor, dunque lei è un brocker, ma cosa vende?"

"La nostra finanziaria vende sogni" continuò radioso

"Noi offriamo ai nostri clienti selezionati la realizzazione certa di un desiderio" quindi attese il mio commento.

"Ah! Ecco il motivo della S nel nome della vostra finanziaria" apprezzai perspicace.
"No! La devo correggere, S è l'iniziale del nostro amministratore delegato, ma non mette mai il suo nome completo per problemi di par condicio con la nostra concorrente" mi spiegò con fare pacato.
"Vede la nostra concorrente, dei cialtroni detto inter nos, vendono promesse si figuri. Arraffano l'oggi, ma promettono il domani con l'illusione di un prodotto duraturo, eterno per così dire. Le pare possibile? Eterno, si immagini"
Ridemmo insieme della cosa, ma a dir la verità non avevo capito la battuta.

"Bellissimo prodotto, ma in cambio cosa volete, denaro? Se così fosse casca veramente male con me, signor Pfthor" sorrisi sornione.

"Denaro? Non scherziamo caro signore, il denaro è sopravalutato, a noi interessano dei beni meno soggetti a fluttuazione" confutò con sicurezza.

"A noi interessa la sua anima, signor Visir"

Rimasi stupefatto, ma cercai di non mostrare questo segno rivelatore.
"Come conosce il mio nome?" domandai sospettoso.

"Vede, il nostro amministratore, il signor S, legge il suo Blog"
"Davvero?" dissi con una nota di inquietudine.
"Gli piace molto come lei scrive, ma per la verità dice che il suo modo è un po’ naif, non è privo di un certo stile certamente anche se si vede ad occhio che abbisogna di un aiuto, di una spinta per essere veramente grande".
"Grazie, lo prendo comunque come un complimento" replicai modesto.

"Cosa mi direbbe signor Visir se le dicessi che oggi, ma solo oggi, la nostra ditta le offre un prodotto in promozione, un'offerta irripetibile?"

"Faccia la sua proposta e poi le risponderò. Fino ad ora non ero neanche convinto di avere un'anima".
Mentre dicevo queste parole osservai con maggiore attenzione questo strano interlocutore, vestito in modo convenzionale con un completo di puro poliestere e due occhi insolitamente vivaci, quasi di brace, che prima non avevo notato.

"L’ha, l’ha eccome l'anima!" ribadì convinto.
"Le offriamo di diventare uno scrittore di fama internazionale, con non meno di venti libri pubblicati e di successo che entreranno nel panorama della letteratura mondiale a pieno titolo" aggiunse felice come un bambino.

"Voglio anche il Nobel, il Nobel per la letteratura" proruppi avido.

Pfthor dondolò il busto a destra e sinistra con le labbra corrucciate, poi parlò:
"Il Nobel non lo possiamo garantire. Diciamo che è nella rosa delle possibilità, ma non possiamo metterci la mano sul fuoco"

"Mi spiace signor Pfthor, questa è una condizione non trattabile" affermai.

Di colpo si udì un coro di voci bianche, accompagnato da arpe e flauti che si effuse intorno a noi.
"Scusi" disse "E' la suoneria del mio cellulare, mi consenta..."
Portò l'apparecchio all'orecchio e rispose mellifluo:
"Sua Entità Malefica, mi dica...certo ci sto parlando ora, bene, molto bene, ma vuole il Nobel… Per la letteratura naturalmente, veramente pensavo di...Ah ok, obbedisco, Pape satan aleppe anche a Lei Immarcescibile Principe".

Poi, chiusa la comunicazione telefonica, si rivolse a me aprendo le braccia.

"Oggi è il suo giorno signor Visir! Indovini chi era al telefono?"
"Il signor S", dissi deduttivo.
"Proprio lui, ho il placet del grande capo, avrà anche il Nobel per la letteratura, tanto non interessa più quasi a nessuno!", ridacchio asfittico.

Lo guardai dritto negli occhi.
"Un domanda, carissimo, che fine farà la mia anima?"

"La stoccheremo in un container insieme con le altre ci serve per i trattati" rispose come se fosse la cosa più naturale di questo mondo.
"I trattati? Quali trattati?"
"Quelli che regolano questo mondo e gli altri" spiegò paziente il venditore.
"Vede, i capi delle grandi Finanziarie si riuniscono spesso e stabiliscono le regole del gioco, più anime possiedono più peso hanno le rispettive ragioni, è solo una guerra di numeri ma che va avanti da secoli. Noi siamo leader in questo momento e per il futuro contiamo di avere la leadership completa"

"Avete molti clienti?" curiosai.
"Moltissimi, e anche molto famosi, per esempio nel panorama politico italiano ne possediamo molti".
“Beh! Da come vanno le cose non mi stupisco affatto” polemizzai, poi mi battei le mani sulle cosce e dissi: "Ok, allora affare fatto". Gongolavo.

"Prima una firmetta sul contrattino, giusto un proforma", disse Pftor e così dicendo estrasse una pergamena scritta in caratteri Vivaldi con capoversi in grassetto.
"Ummm; Mi sembra ben fatto", constatai dopo un attenta lettura, "Nessuna postilla in piccolo", e conclusi compiaciuto.

"Eh si! Noi siamo seri mica come l'altra parrocchia, noi mettiamo tutto nero su bianco, mentre loro, i nostri concorrenti, quelli sono veramente dei venditori di fumo, solo chiacchiere"

Ero al settimo cielo (si fa per dire) e mi rivolsi ormai completamente rasserenato a questo piazzista spirituale.

"Firmo, con il sangue?", domandai.
"Scherza? Quella è la vecchia procedura, ora basta la firma in esteso e il codice fiscale".
"Ottimo" così firmai lesto con la Mont Blanc bordeaux che mi prestò il buon Pfthor, il quale subito dopo aggiunse:
“Ora devo scappare, ho una fretta del diavolo, devo andare da un altro cliente alla Bovisa e con questo traffico ci vorrà un’eternità”
“Cosa vuole questo cliente?”, domandai distrattamente.
“Vuole fare il porno attore ma di fama mondiale”, disse a voce bassa guardandosi intorno con fare circospetto.
“Non male…Non ci avevo pensato, posso cambiare sogno?”, domandai ancora con un sorriso.
“Eh no! Quello che è scritto è scritto”, rispose accigliato Pfthor.
Alzai le mani in segno di resa: “Scherzavo, naturalmente!”
Ridemmo assieme puntandoci contro l’uno verso l’altro l’indice.
“Bene ora devo proprio andare” e subito mi allungò la mano che risultò essere fredda come una lapide.
“Pfthor, mi scusi, ma io mi sento sempre uguale” lo trattenei per il braccio.
“Si fidi, noi manteniamo le promesse…abbia Fede!”

“Pfthor, che fa, usa gli slogan della concorrenza?”, articolai serio.
Ridemmo ancora di gusto e lo vidi subito dopo sparire camminando di fretta tra la folla .

“Che tipo!”, pensai fra me e me.
“Che matti ci sono in giro. Anche io, però che birba a prendere in giro un malato di mente”, sorridevo del mio cinismo.
Notai distrattamente che l’odore di zolfo che fino ad ora mi aveva infastidito si era disperso.
“Smog di merda”, dissi a me stesso.
Poi mi incamminai verso casa, avevo ancora un poco di tempo.

Continua…





Parte seconda
Nel mio appartamento provai subito un irrefrenabile desiderio di accendere il computer.
Aprii un file word e accadde.
Improvvisamente le dita velocissime cominciarono a battere i tasti.
Le lettere si combinavano magicamente in parole, le parole in frasi, le frasi in periodi i periodi in una storia.
Una storia bellissima, originale, avvincente e meravigliosa.
Leggevo quello che scrivevo come se una voce invisibile mi suggerisse, stupefatto e avvinto per primo alla storia che nasceva.
Ridevo, piangevo mi emozionavo alla mia stessa scrittura, non riuscivo a staccarmi da quel romanzo che andava con rapidità a compiersi sotto i miei occhi increduli.

Tre giorni rimasi bloccato alla tastiera. Tolti pochi momenti rubati al cibo ed al sonno il mio tempo fu solo per l’opera sublime che andava venendo al mondo.

Stralunato, vidi la mattina di lunedì, e scrissi la parola fine a questa narrazione.
Solo allora mi risvegliai da questo incantesimo.
I capitoli, perfettamente ordinati per struttura, personaggi e sceneggiatura, senza neanche un errore ortografico, mi osservavano compiaciuti come un bimbo guarda la mamma dopo la poppata.

Salvai tutto su hard disk e stampai.

Poi, con una sicurezza inaudita imbustai tutto e scrissi l’indirizzo della Mondadori.

Scesi perfettamente rilassato verso il vicino ufficio postale, insolitamente sgombro, spedii e non ci pensai più.
Bevvi il primo caffè dopo tre giorni di lavoro e mi colse la stanchezza.
Avrei preso un giorno di riposo, il vantaggio di essere un libero professionista.
A cosa servono i privilegi se non si può abusarne ogni tanto?
Così mi diressi di nuovo a casa pregustando il caldo tepore del mio letto.

Non me ne accorsi, lo giuro su cosa ho di più caro, non me ne accorsi.

Il furgone DHL viaggiava veloce, l’autista, un peruviano, la cui ragazza la sera prima lo aveva lasciato per il suo migliore amico, sfogava tutta la sua rabbia sull’acceleratore. Non mi vide che all’ultimo.

SBAMMM!

Come di una porta metallica che si chiude, come di lamiere che si contorcono contro l’ostacolo.
Levitai, per quasi otto metri (così fu scritto nel rapporto della Polstrada), ma non feci fatica, atterrai con il mio collo sullo spigolo del marciapiede opposto.
Crack! Ma non sentii dolore e il mondo improvvisamente si spense.

Trascorse molto tempo, ma a me parve solo un attimo.


Poi, vidi la luce.


Pensai subito “Sono in paradiso, sono tornato a Visiria”. Sbattei le palpebre e vidi il neon sul soffitto, senti nel naso l’odore del disinfettante, udii un rumore, sempre uguale, ciuf-ciaff…ssccc, ciuf-ciaff…ssccc.
Ero in un polmone di acciaio.
Se avessi ancora avuto il controllo del mio sfintere mi sarei cagato addosso.

Una voce femminile da dietro disse: “Venga professore, si è svegliato”.

Passarono diversi minuti: ciuf-ciaff…ssccc, mi abituai alla ninna nanna pneumatica che mi permetteva di vivere.

Apparvero come dal nulla, camici bianchi e visi sorridenti, poi quello più anziano con la faccia da primario parlò: “Caro giovanotto è stato proprio fortunato!”.






Risposi, sorpreso di poter almeno parlare: “Si figuri se mi andava di sfiga, caro professore”.

“Bravo, così si fa, l’umorismo allunga la vita. Lei ha subito molte operazioni, potrà parlare e girare gli occhi ma niente di più, lei è stato molto fortunato, lo ribadisco”.

“Mi scuserà professore se non salto dalla gioia, ma ho una momentanea paralisi permanente” mi giustificai mordendomi il labbro per non piangere.

“Dorma, si riposi, passerò a visitarla domani, stia bene!”.

“Le auguro altrettanto…” dissi con candore e svenni.





Continua...







Parte terza











Erano trascorsi pochi giorni e mi ero perfettamente ambientato.

Giocavo spesso a scacchi con il lobotomizzato della stanza 15, curiosamente vincevo di frequente.
Poi il pomeriggio facevo le gare di sputi con il tetraplegico del letto accanto, vincevo anche con lui.
Tre volte a settimana praticavo sport: fisioterapia intensiva. Ero il migliore anche in quello.
Se avevo bisogno di soldi chiedovo un prestito alla vecchietta con l'Altzheimer, prima delle 11 di mattina però, dopo prendeva la pillola per la memoria.
La sera invece stavo tranquillo a guardare la tv o più esattamente il mio monitor, meravigliosi programmi sinusoidali che mi ricordavano tanto le curve femminee.

Insomma vivevo come un pascià sedato.

Una bella sera (sic!) stavo godendo. Immaginandomi un accoppiamento multiplo con dodici playmates (da gennaio a dicembre dell’anno 1992), ma non ero ancora arrivato alla posizione 36 del kamasutra con miss luglio che i miei pensieri furono bruscamente interrotti.
Con voce garrula la caposala mi si avvicinò tutta raggiante e disse: “Come va Iron Man?”
“Alla grande! Bella, vorresti fare sesso con me, sono tutto d'acciaio?”
“Scherza sempre lei…c’è una visita, faccio passare?”
“Veramente sono molto occupato a contare le zanzare sul soffitto, ma per oggi faccio uno strappo al dovere e mi regalo una pausa”
Si allontanò canticchiando un motivetto del ventennio.

Passarono i minuti, ciuf-ciaff…ssccc

Sbucò da dietro il mio involucro di ghisa grigia la faccina furba di Pfthor.

“Allora Visir, come butta?” disse giulivo.
“Una meraviglia, non si vede?” risposi giulivo a mia volta.
“Le ho portato ottime notizie” disse il diavoletto.
“Cos’è le hanno diagnosticato un sarcoma fulminante signor Pfthor?” dissi interessato.
“Ma no, ma no! Noi diavoli di terzo livello non possiamo ammalarci, ferirci si, ma alle malattie siamo immuni”
Curioso, pensai.
“Sono passato da casa sua e ho incontrato sua madre, mi ha dato questa busta per lei, mi ha detto che non può ancora venire a trovarla, non reggerebbe al dolore e poi ci sono le ultime puntate di “Sentieri” in televisione e non può perderle”.

“Capisco” dissi comprensivo.
“E’ un successo” continuò felice
“La Mondadori le ha scritto, il mese prossimo pubblicano il suo libro, dicono sia meraviglioso”.
“Peccato non possa andare in redazione a firmare le copie” dissi piccato.
"Uè! Visir non è che ce l'ha su con me?" domandò preoccupato.
"Ma che scherza? Phthor tra uomini di mondo queste cose non sono neanche da pensare"
“Ah ecco! Mi raccomando non sia negativo, la sua nuova condizione le da molto tempo per scrivere e se non ha più l'uso delle braccia può sempre dettare, che è anche meno faticoso. Poi pensi al risparmio, niente vestiti, niente scarpe, niente vacanze”

“Non avevo considerato quanto sia stato favorito dalle circostanze, lei mi apre nuovi orizzonti” finsi un entusiasmo che non avrei mai più avuto.
"Niente donne" aggiunse entusiastico "Che per qualche effimero piacere regalano sicure preoccupazioni e delusioni, pensi che bello!"
"Decisamente mi sento un privilegiato" mentii senza ritegno.
“Come Terzo livello posso dirle con assoluta certezza la data della sua dipartita, lei caro Visir, ha ancora 23 anni di vita e successi incontrastati”
“Come 23 anni? Esattamente quanto? Sia preciso”
“8.401 giorni da oggi” sentenziò sicuro.

Dopo qualche momento di imbarazzato silenzio (ciuf-ciaff…sccc) mi rivolsi al piccolo uomo con la faccia da topo con il mio migliore sorriso.
“Senta Pfthor, da quando sono paralizzato ho problemi saltuari di udito e di voce, può avvicinarsi quando le parlo?”
“Certo” aderì solerte.
“Le devo dire una cosa importantissima” dissi a bassa voce.
“Cosa?” e avvicinò un po’ il suo volto, delle zaffate sulfuree mi urticarono le nari.
Poi sussurrai con un filo di voce: ” Come se fosse antani, supercazzola permaturata con scapplellamento a desta…capisce?”
“Eh?” sbottò il satanello e fece l’errore di accostare l’orecchio.
Serrai le mandibole con furia leonina, ma purtroppo riuscii solamente a troncargli di netto il lobo dell’orecchio.

Come gridava! Come saltava! Tamponando con un fazzoletto la ferita sanguinante.
“Lei è pazzo Visir! E questo il modo di ringraziarmi?” diceva il tapino.
Gli sputai addosso il moncherino e con compassata signorilità aggiunsi:
“Porti il lobo e la sua persona al secondo piano, troverà il reparto di chirurgia, se riesce se lo faccia riattaccare”

Uscì bestemmiando come un camionista siberiano.

Compresi in quel momento cosa spinse Tyson a mordere Holyfield, ed ebbe tutta la mia solidarietà.

Chiusi un attimo gli occhi…8.401 pensai, 8.401.

Poi li riaprii e li volsi verso l'orologio sulla parete e vidi che la mezzanotte era passata da qualche secondo.
“Meno uno”
Dissi, e due calde lacrime scivolarono ai lati del mio viso disperato.


Continua….


Parte quarta




Urlai, con il furore di chi non aveva nulla da perdere.
La maglietta era fradicia di sudore ghiacciato.
Aprii gli occhi, ma non sapevo dove fossi almeno sino a che, dopo qualche momento di disorientamento cognitivo, vidi.
Ero nella mia camera da letto.
Mi toccai le braccia, poi le gambe, rizzandomi sul materasso, era bello avere ancora un corpo.
Misi i piedi a terra e dissi: “Cazzo che incubo! Cazzo che incubo!” (due volte).
Guardai l’orologio e mancavano pochi minuti alla sveglia, tanto valeva alzarsi, in quel momento ero convinto che non avrei più dormito in tutta la vita.

Pensai, mentre ancora il cuore batteva all’impazzata: tutta colpa della cena di ieri sera.
Non sarei mai dovuto andare con il mio amico alla trattoria “I due boscimani”. Accidenti a lui (il mio amico) e la sua mania della cucina etnica.
Forse era stata la costata di Zebù con lo strutto di Iguana? A me pareva così buona.
Magari era stato il latte di capra merinos fermentato che avevamo bevuto per tutto il pasto?
Eppure era andato giù come un rosolio.
Anche il dolce mi era piaciuto, la torta di manioca con scaglie di tapioca.
Ecco! Forse il digestivo. La grappa di peyote, me ne ero scofanato mezza bottiglia, forse quello…Mah!

Con la plastica agilità di un’orsa gravida mi buttai sotto la doccia.
Sotto il getto caldo cominciai a ritornare in me stesso, lavai accuratamente tutto il mio corpo da ogni impurità e già che c'ero lavai anche la mia anima da ogni peccato.
Tuttavia è solo davanti allo specchio che presi una decisione.
Proprio mentre mi facevo la barba promisi a me stesso che non avrei più scritto un solo rigo.
Questo pensiero mi mise subito più tranquillo, come se già questo impegno con il mondo mi mettesse al riparo da ogni iattura.

Mi vestii e ancora sottosopra uscii da casa.
Avevo bisogno di esorcizzare questa notte diabolica.
Mi diressi quindi verso il solito bar.
Udivo il rumore del traffico, i passanti che chiacchieravano, osservai i ragazzini che andavano a scuola con le cartelle sghembe sulle spalle come tanti piccoli sherpa, mi pareva tutto magnifico.
Il solo ricordo di quel rumore ciuf-ciaff…sccc, mi metteva i brividi.
Guardai il cielo e dissi: “Grazie”.

Decisi pavido che il mio solito caffè lo avrei bevuto al banco, oggi niente tavolino.
Lo sorseggiai lentamente, come facevo di solito.
Respirai profondamente e fui perfettamente calmo.
Poi successe.
Sentii alle mie spalle una presenza e mi girai. Lo vidi.
Era un omino basso con i baffi e gli occhiali tondi che lo facevano sembrare un topo.
Mi disse con voce chioccia: “Mi scusi, mi sa dire che ore s...?”
Non terminò neanche la frase. Il mio migliore destro, spietato e rapido come una coltellata, si schiantò contro la radice del suo setto nasale.
Sentii vagamente sotto le nocche la sua cartilagine che si rompeva.
Cadde all’indietro, roteando gli occhi al cielo e sgonfiandosi come un pallone bucato.
Distrattamente notai un garofano di sangue che si disegnava sulla sua faccia da ratto, poi non lo degnai più di attenzione.
Pochi passi rapidi ed ero fuori, cominciai a correre sempre più veloce, attraversando la strada e facendo lo slalom fra i veicoli che procedevano lenti. Udii in lontananza dei clacson e qualche “vaffanculo”, ma ero più veloce di qualunque parola.
Corsi, corsi oltre il mio quartiere. Corsi sempre più veloce, oltre la periferia, oltre le strade e le case che probabilmente non avevo mai visto.
Corsi finché ebbi fiato, ancora e ancora sino all'ultima stilla di energia.
Corsi come se mi stessi giocando l'anima.


8 commenti:

Haemo Royd ha detto...

Severi il radiologo osservava attento la risonanza di Visir, rifletteva fra se e sè :"Eppure..." prese il cellulare.
"Ciao Haemo, come stai? Ho un caso che vorrei sottoporti, ci tengo e solo tu..."
Il giorno seguente Royd, accompagnato dai suoi dodici assistenti e con la sua mise da gran muftì entrò sicuro nella clinica e immantinete fu accompagnato nella camera del polmone d'acciaio.
Dopo un'accuratissima visita così si espresse:"casualmente una sera che non avevo nulla da fare ho inventato una cura che ti guarirà, purtroppo il prezzo è alto"
"Quanto professore, eccellenza?" chiese Visir con la voce rotta ma riaccesa alla speranza.
"La tua anima" disse Royd lapidario.

Haemo Royd ha detto...

Clap clap clap...bravo Visir!Era solo un incubo datto dalla torta di tapioca con scaglie di manioca (la mia preferita!).
Diavolo di un uomo!
Ma ora ti lascio che vado al cosrso di ricamo, adoro i lavoretti femminili....
H.

Octuagenario ha detto...

Amico, sono al 15° rigo.
Il romanzo promette bene ;)

Jean du Yacht ha detto...

Visir dì a Octy che non può fermarsi, anche se solo provvisoriamente, al 15° rigo! "La Finanziaria" è da "bere" tutto d'un fiato, come se fosse grappa di peyote.
p.s.: a proposito dove posso trovare quella grappa?

Visir ha detto...

Alla trattoria etnica "I due Boscimani" e dove se no?

Concordo sulla scelta di leggere il racconto tutto d'un fiato, come se si bevesse una tazza di cicuta e
confesso candidamente che avevo in mente un finale tragico.

Il buon Visir, dopo aver corso per mezza città resta senza fiato nel bel mezzo di una via.
Ha solo la forza di voltare la testa verso sinistra e vedere arrivare velocissimo il grosso furgone. Anche l'ultima stilla di energia è stata spesa, non può più muoversi.
Può solo conprendere che: "ha incontrato il suo destino lungo la strada che ha scelto per evitarlo".

Ho omesso questo finale per paura ed ho optato per uno più salvifico, non volendo attirare sul mio capo qulche tragica macumba.
Questo è la cruda verità.

Meschinamente vostro..

Jean du Yacht ha detto...

E' un gran finale anche questo, certamente più tragico e, proprio per questo motivo, GRANDE. (e come colonna sonora "Rosemary's baby").

Visir ha detto...

Niente di meno come colonna sonora, sarebbe perfetta. Nella mia mente immagino storie multimediali, con interazione di foto, video, musica e anche profumi.
Con finali random, liberi anche di essere integrati dal lettore stesso.
In ossequio al principio di indeterminazione ovvero il soggetto influenza l'oggetto determinando una sincronicità di eventi unica ed innovativa, sempre diversa.
Ora vado prima che mi scopra lo psichiatra di turno in reparto...è vietato per noi alienati scrivere sul web, non si accorda con la terapia. ;D

mario ha detto...

Se sul cammino incontraste un maestro zen, non rispondetegli con parole e neppure col silenzio e serrategli un cazzottone sul muso....vi diranno che avete compreso lo Zen.