lunedì 30 gennaio 2017

Mahabharata e dintorni



Nella mia adolescenza lessi e rilessi più volte -Il Mahabharata- il grande poema epico indiano (questo forse spiega certi miei disagi mentali, anche se ahimè non li giustifica). 
Mi confrontai allora, senza saperlo, non solo con la più grande opera monumentale scritta indiana, ma addirittura mondiale. 
In questo libro antico, si narra della guerra tra due famiglie.
Il campo di battaglia è il mondo. 
Gli alleati sono gli Dei che parteggiano ora per uno, ora per l'altro schieramento. A volte per entrambi. 
Le armi usate sembrano di attualità per la loro distruttività di massa. 
E' in definitiva una metafora sulla vita esprssa nell'eterna lotta dialettica tra gli opposti, fra Caos e Ordine. 

Per alcuni è il racconto della distruzione di Atlantide e del continente Mu, in seguito a una guerra forse nucleare fra queste due civiltà che avevano sviluppato prima della nostra una tecnologia avanzatissima, per altri un libro profetico della fine invece del nostro mondo.

Al di là delle speculazioni, la saggezza contenuta in questo libro è grandissima. 

Racchiuso nelle sue strofe in sanscrito vi è il segreto capace di trasformare l'agire umano da fonte di insolubile legame con la sofferenza a strumento di emancipazione dal disagio del divenire.

"Sti cazzi!" direbbe il mio amico di Roma.

A parte i commenti capitollini, nel libro c'è un intressante confronto; A un certo punto della narrazione, Arjuna (il protagonista diciamo) prima di schierarsi e di impugnare le armi per combattere i nemici della sua famiglia, chiede al Dio Krishna, un consiglio.


"Se combatto, produrrò Karma (legge di causa ed effetto) negativo, ma se non combatto, la mia famiglia sarà uccisa e sarò comunque responsabile."

Che fare dunque? 
Un bel dilemma per Arjuna. 


Anche noi, spesso se non sempre, nella vita di tutti i giorni, siamo chiamati a questa riflessione, a prendere una decisione per superare questo stallo, certamente su argomenti meno drammatici, ma che comunque portano sempre al senso di responsabilità delle proprie azioni e che si scontrano con i dubbi della morale, le contraddizioni delle leggi, l'etica della nostra coscienza personale.
In definitiva siamo chiamati a considerare il nostro egoismo in relazione all'egoismo degli altri, e tutti in rapporto all'egoismo stesso della società in cui viviamo.
L'egoismo è stranamente  visto come un difetto, ma pochi riflettono che senza egoismo non arriveremmo nemmeno a domani. 
Se gli altri fossero più importanti di noi non avremmo nulla, nemmeno da mangiare. Quindi vi è un'intima relazione fra egoismo e conservazione; una delle tre forze di questa dimensione che agisce in concomitanza con la creazione e la distruzione. 
Allora, si potrebbe dire che un "certo" grado di egoismo è giusto, e un altro è sbagliato, ma anche qui si potrebbe obiettare che questo "confine" è un limite personale, opinabile e corrispondente alle circostanze; Quindi non un valore assoluto ma relativo. 
Come poi un valore possa essere "buono" se considerato in percentuale e non in sé, nella sua totalità, questo mi risulta oscuro. 
E' allora solamente nel rapporto tra il nostro egoismo e quello degli altri la misura del giusto? 

In un'ottica più profonda azzarderei un'altra risposta: "Siamo chiamati a dar conto dell'intento delle nostre azioni, non del prodotto delle stesse." 
Il bene per noi dovrebbe essere anche il bene di tutti e di ciascuno, viceversa non sarebbe un vero bene.
Una valutazione complessa che pare difficilmente applicabile senza una riflessione acuta, un'esperienza ampia e soprattutto una saggezza profonda.
Una saggezza non certamente patrimonio comune di tutti gli uomini.
Sebbene la Verità sia versata in ognuna di quelle fragili anfore di terracotta che chiamiamo umanità; Essa però deve essere conservata, esaltata e separata dalla menzogna con cui non riconosciamo il nostro egoismo e il mondo per quello che è. 
E' invece necessario comprenderlo per trascenderlo.

Ebbene, cosa rispose Krishna nel libro? 
Usò poche parole: "Fa quello che devi e non ti preoccupare del Karma".
Beh! Questo risolverebbe tutto se non lo complicasse ulteriormente. 
Perché capire quello che "devi" fare non è così scontato.

E' certo vero che il primo dovere di una persona è nei confronti di se stessa, ma invece paradossalmente ci mettiamo spesso in secondo piano, per non dire per ultimi, aderendo facilmente e acriticamente ai doveri che ci sono imposti, alle regole e agli usi generati dalla consuetudine. 
Non siamo più noi a decidere, sono le regole o meglio la loro interpretazione comune.
Si fa quasi sempre ciò che gli altri si aspettano da noi. 
Compiamo quello che ci dice il precetto, il solito, il condiviso. 
Non così spesso rivolgiamo l’attenzione alla nostra interiorità per rispondere a semplici domande fondamentali come: Lo voglio veramente? E’ giusto per me? Questa scelta mi rappresenta?
L'apertura che spalanca Krishna alla nostra visione non è mai banale, anzi al contrario; Piuttosto che la mera adesione ad un facile conformismo, Krishna ci spinge a guardare dentro noi stessi, per vedere se questa legge cui ubbidiamo è scritta anche in noi. 
Soprattutto in noi. 


Il Dio ci suggerisce di domandarci cosa percepiamo vero, giusto e importante, ma anche cosa è, come già detto, buono per tutti e per ciascuno. 
Solo attraverso questo sguardo profondo ma allargato e possibile vedere il nostro reale dovere.
E’ rimanendo fedeli a questo dovere come espressione del nostro vero modo di essere che il Karma non si produrrà, anche se l'azione potrebbe essere terribile.

Il monito sottinteso dal Dio è che il peccato è sempre e solo uno: l'incoscienza.



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