mercoledì 19 gennaio 2011

Quanto è bella giovinezza che si fugge tuttavia...


La gioventù è veramente un attimo fuggente poi, inevitabilmente arriva l'invecchiamento.
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Ti svegli una mattina è trovi un filo bianco nei capelli, magari una piccola cicatrice sul viso; come una linea scritta dal tempo che comincia, pian piano, a diventare più profonda e lunga.
Una trincea necessariamente scavata per rallentare l’avanzata di ciò che sappiamo non poter sconfiggere.

Per me è il modo che ha la Natura di esigere la restituzione di quello che ci ha prestato: salute, forza, bellezza.
Epitteto diceva: “In ogni evento della vita è necessario distinguere fra ciò che è nostro e ciò che invece non ci appartiene”. La gioventù rientra certamente in questa ultima categoria.

Per vivere una vecchiaia dignitosa è essenziale fare affidamento su ciò che la Fortuna e il Tempo non possono portarci via, vale a dire su ciò che abbiamo saputo costruire in noi stessi, indipendentemente dai capricci di questi due tiranni.
E' giusto una "cosina" da nulla! Facile, facile cui anche l'uomo della strada può dedicarsi nei ritagli di tempo, una sorta di bricolage dell'anima. A parte l'ironia è vero proprio il contrario.
Può accadere così che una leggera malinconia (ma guarda un pò) ci sorprende se si indugia nel considerare ciò che man mano si sta perdendo, ma in realtà come ho detto, stiamo solo ricambiando un dono, anzi, a volte ci stiamo solo sgravando di un debito.
Certo sarebbe meglio non restituire nulla di quanto ci è stato affidato, al modo di certi finanzieri e capitani d'industria del nostro paese, ma la Natura non è perfetta come il nostro sistema economico.
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Abbrancarsi poi ostinatamente a ciò che è stato non ferma la realtà che si rinnova in ogni istante, pare nascere e risorgere da se stessa, modificandosi senza spesso la possibilità di una previsione certa; E' come quando si vuole parcheggiare l'automobile in centro, vedi un posto libero fai inversione è non c'è già più. Insomma, tanto per fare un esempio.
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E' necessario così evitare almeno il paradosso vivente di certi uomini e donne che si atteggiano e si mascherano da ventenni senza più esserlo da tanto tempo.
Le cure contro la senilità sono così peggiori della condizione stessa e i risultati estetici cui si perviene sono, il più delle volte, orripilanti.
A questo ineluttabile destino paiono sottrarsi alcuni esponenti del "bel mondo", noti alle cronache, la cui fama e anche (perchè no) il portafoglio adombra qualunque giudizio estetico e dona, a questi poveri uomini soli, la compagnia di giovanissime ninfe.
Tali procaci e voraci donzelle certo bisognose di una matura guida nel dedalo del lavoro più antico del mondo donano a questi ominidi: mendaci momenti di piacere, una piccola riduzione del loro immenso patrimonio e talvolta alcuni tediosi fastidi con la magistratura che è di solito compiacente e cieca con questi privilegiati.
Per la moltitudine (in particolare maschile) si palesa man mano un orizzonte onanistico di desolante intimità. Alcuni scelgono invece una castità forzata per mancanza di stimoli ed occasioni altri una convivenza con un estraneo ostile cui l'anagrafe dà il nome di coniuge.
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Ci si consola, ahimè, che così si entrerà a buon diritto nel Regno dei Cieli, fatto salvo che i posti non siano già occupati dai soliti raccomandati.
Questi fortunati, che ne hanno fatte di tutti colori in vita, hanno sempre l'anima giusta al posto giusto che li aiuta e passano avanti senza pagare il dazio.
Si capisce allora il perchè di tutte quelle udienze papali dove sono sempre gremite di personaggi famosi e politici di spicco: stanno in fila per la prenotazione.
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Tornando su questo povero mondo, pare facile adottare un coraggioso realismo disprezzando ciò che non ha nè meriti né durata, ma non è così semplice.
Coltivare un sogno è d'altronde parte integrante della vita del contribuente medio, il quale ha una dotazione di serie di aspirazioni di alta caratura filosofica che vanno, tanto per esemplificare, dalla gnocca velina (bionda o mora che sia) alla ricchezza intascata con il totogoal in spregio a qualunque merito, passando naturalmente dalla tribuna vip per seguire la squadra del cuore. Con tali ideali largamente condivisi non stupisce la situazione idilliaca che viviamo quotidianamente.
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In buona sostanza mi pare che spesso ci si affanna (me compreso) a mantenere ciò che ormai è passato ad altri.
Rassegnarsi o meglio adeguarsi, trovare una filosofia saggia, reinventarsi come essere umano, magari con il fascino di un bel sorriso (avendo ancora i denti si spera) sono strategie che non fanno vincere la guerra, al massimo qualche battaglia.
Lo sappiamo tutti benissimo, ma è meglio che deprimersi, è meglio che rinunciare alla vita facendosi ipnotizzare negli ultimi anni a disposizione da una telenovela o da programmi demenziali televisivi.
Il ridicolo è sempre un rischio per noi poveri cristi che abbiamo superato la boa della gioventù e non apparteniamo al jet-set. E' sempre in agguato nell'erba come le deiezioni canine quando si passeggia in un giardino pubblico.
Risulta così un'impresa titanica accettare il naturale decadimento, specie se si considerano preziosi i vantaggi della giovinezza dimenticandone però, le stupidità, le ansie inutili e la cecità che spesso accompagnavano i passi arroganti con cui iniziavamo il cammino nell'esistenza.
Una certa maturità e ragionevolezza non sono però, una regola biologica. E' noto che peggio di un giovane stupido c'è solo un vecchio stupido, perchè questi ha più esperienza nell'antica arte dell'idiozia.

A volte, curiosamente mi viene da pensare che se a questo mondo non esistessero gli specchi, forse non esisterebbe neanche la vecchiaia.
Così fra qualche decennio promuoverò un movimento rivoluzionario composto di coetanei della terza età. Lo scopo eversivo sarà distruggere tutte le superfici riflettenti per la salvaguardia della autostima dei non-più-giovani (questi eufemismi, vabbè!).
Certamente questo manipolo di coraggiosi sarà legato a evidenti difficoltà. L'area operativa circoscritta, per esempio, alla lunghezza del tubo del flebo; L'ingombro dei cateteri che non favoriscono i gesti atletici legati ai colpi di mano terroristici. Per non parlare della difficoltà delle comunicazioni fra i membri di questo "gruppo di fuoco", rese ostiche dalla dizione non perfetta propria delle dentiere traballanti.
Immagino il rischio legato alla preparazione di ordigni esplosivi costruiti e manipolati da cospiratori affetti dal morbo di Parkinson.
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"Allora geometra Fusetti, ci vediamo domani alle 6 per mettere la bomba alla fabbrica di specchi"
"Tomba? Quale tomba, chi è morto? Il Cerutti?"
"Bomba! Bomba geometra, ho detto bomba, al Cerutti gli hanno tolto solo la prostata e domani torna a casa dall'ospedale"
"Ah, ho capito! Alle 6? Non posso, ho gli ultrasuoni al ginocchio. Sapesse che male stanotte, l'artrosi non mi fa chiudere occhio e poi, la sciatica anche quella..."
"Allora facciamo alle 8?"
"Eh no! Dopo ho il Bingo"
"Il Bingo? E la Causa non è forse più importante?"
"Certo ragioniere, ma l'ho promesso già al Colasanti"
"Beh! Se c'è anche il Colasanti allora vengo anche io, l'attentato lo facciamo magari un alto giorno"
"Si, si, lo facciamo dopo la gita in pullman ad Albissola"
"Quella gratis? Con quelli che vendono le pentole?"
"Proprio loro, poi si va in trattoria a mangiare, quel posticino dove fanno il brasato che è la fine del mondo"
"Ummm, buono il brasato, ma l'altra volta mi ha fatto acidità, magari prendo lo stinco che è più leggero"
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Si capisce che non sarà facile...
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Tornando invece alla mia riflessione, mi domando e sorrido pensando: -Quanto del mio buon umore dipende come nella favola di Biancaneve dal responso di questo specchio?-
-Molto e spesso, troppo- mi viene sinceramente da rispondere.
Siamo un impasto di briciole tenute insieme dall'orgoglio.
Così l'immagine che percepiamo di rimando è a volte abbagliante e altre invece desolante, ma più realisticamente penso è una sembianza che rivela solo la nostra fragilità, un'evanescenza indistinta e incoerente che è tale perchè è edificata sull'apparenza.
Non di meno sono specchi ingannevoli gli altri, i dolori, i successi, le adulazioni, le vanità, gli ideali, le occasioni buone e le sconfitte brucianti. Tutti elementi opinabili in balia delle circostanze che viviamo invece su questo pianeta manicomio come verità assolute e valori obiettivi.
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Si giudica così gli altri in base a quello che fanno e non a quello che sono. Non sarebbe un errore così grossolano se quello che le persone realizzano poi non fosse giudicato a sua volta in base al successo che ne deriva.
Tardivamente l'umanità si accorge (giusto qualche secolo di solito) del valore di opere che i contemporanei ignoravano bellamente.
A volte vorrei avere la sfera di cristallo di un mago per vedere cosa nel futuro sarà giudicato e ricordato come significativo di questo presente.
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Mi pare una globale attesa inconsapevole per guarire dalla follia e meritare così forse, una nuova destinazione. Magari in una dimensione parallela dove non esisterà un decadimento così feroce, le tasse non saranno inique, dove si godrà del libero amore tra uomini e donne bellissimi e soprattutto non ci sarà più il traffico nelle ore di punta.
Se proprio non si può avere tutto questo, almeno vorrei il parcheggio riservato per l'automobile; Questo già sarebbe, a mio modesto parere, un grande passo avanti personale verso il divino.

Oscar Wilde ha scritto: "La tragedia della vecchiaia non è non essere più giovani, ma esserlo stato".
Ecco che chi vuol vivere felice gli anni che passano non deve guardare molto avanti e certamente (quasi mai) indietro esitando nei ricordi.
A onor del vero se proprio uno volesse stare bene-bene non dovrebbe proprio guardarsi intorno, ma non voglio essere un promotore della cecità totale, meglio continuare come accade ora con una visione sporadica, cioè uno vede quello che gli pare e quando gli pare.

In questo marasma ci aiuta, ancora una volta, la Natura che alla maggior parte degli anziani non lascia una buona vista e ancor meno, una buona memoria.
Questo ultimo deficit, porterebbe immensi vantaggi sul tempo refrattario tra un coito e l'altro, se solo funzionassero ancora le attrezzature del piano basso che invece sono le prime a guastarsi, togliendoci fra i piaceri effimeri ed illusori di questa vita, il più divertente.
Lo sostiene anche il mio idraulico che le tubature sono il "tallore d'Achille" di ogni opera ingegneristica.
Allora, l'ultimo baluardo contro questa realtà cinica resta il rincoglionimento senile: è l'ultimo Paradiso in questo Inferno, l'ultimo bastione prima dell'indifferenziato.
In fondo, non si dice sempre che bisogna saper cogliere il meglio da ogni situazione? Però, che fine ingloriosa ci tocca...

lunedì 10 gennaio 2011

Dedicato a R


Lo sguardo è rapito dal riflesso di una pallida luna in uno stagno silenzioso.
Il vento soffia piano e muove i rami neri protesi a toccar le stelle,
mentre le foglie stormiscono nel buio...
pare che salutino il tuo ultimo viaggio con un semplice addio.

martedì 12 ottobre 2010

La Rissa senza fine


In questo mondo affollato da esseri umani brulicanti la sensazione che ne ricavo talvolta è di completa estraneità.
Non per mancanza di amore o di umanità, ma per qualche cosa di più sottile eppure persistente, come un odore che mi perseguita, anche se apro le finestre.
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Avulso dalla realtà circostante certe volte mi guardo intorno è patisco una solitudine sconfinata.
Un dolore sordo e terribile che sorge dal fondo della mia anima.
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Molto spesso invece la ferocia dei comportamenti dei miei simili mi lascia stranito, mi ferisce, anche quando non mi colpisce direttamente; Così come l’insensibilità di tutti alla percezione della "quieta disperazione" che ci accomuna e che mi appare solo un’immensa follia condivisa.
Invece di sostenersi in questo breve sentiero impervio che è vivere, si preferisce buttarsi in una battaglia disputata su un precipizio che si sgretola man mano sotto i piedi.
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Si nuota in questo divenire come in un marasma torbido e ci si affoga pure a vicenda; Senza regole, senza rispetto finanche per i propri avversari. Senza la minima nobiltà di intenti e sentimenti che paiono ormai un tesoro inabissato nel buio fondale dell’incoscienza.
E' la tenebra dell’egoismo che avanza inesorabile, mani nere che ghermiscono e che ci fanno comodo, finché non ci raggiungono riducendoci in pezzi.
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La fantasmagoria di buoni sentimenti poi, con cui si ammantano le nostre azioni ciniche, ci farebbe sorridere se non fossimo noi stessi i protagonisti inconsapevoli di questa commedia degli equivoci.
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Si ama troppo spesso come in un Supermaket: si prende quello che serve e si esce dal negozio senza neanche salutare.
E’ un universo predatorio senza ritegno, senza orrore di se stesso.
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Si condividono insieme momenti della vita come se non ci fosse un domani cui dare un valore. Il nostro passato spesso non è rinnovato nel presente né tanto meno investito in un futuro che, sebbene incerto, si suppone possa essere così migliore.
Ci si dimentica delle cose buone avute per vivere invece nel rancore del male subito o per recriminare sulle aspettative disattese.
A volte si tocca il peggio con l’indifferenza con cui si pagano gli altri come fossero prostitute.

Tralascio la cronaca nera che ci descrive il mondo efferato in cui viviamo. E’ fin troppo facile additare comportamenti deviati, assassini spietati, ladri ingordi sino all'inverosimile.
Uno zoo di esseri che hanno veramente poco di umano. Organismi biologici dominati dalle pulsioni più abiette, ma anche dalla stupidità più ottusa, che gli fa credere che la felicità e il piacere presi a scapito di altri possano mai essere un buon affare.
Diavoli incarnati, forse e solo, perché nati e vissuti in un Inferno.
Certo stupidi oltre ogni limite, come chi si arricchisce smodatamente in un mondo di poveri.
Come può un uomo essere così ingordo da provare piacere nel mangiare su una tavola imbandita, e sotto di questa altre persone muoiono di fame e gli stingono le caviglie, mentre lui si riempie la pancia?
Persone del genere non riescono a comprendere che senza la condivisione non c'è nemmeno senso nell'avere.
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Preferisco così osservare ciò che mi accade, mettendo sui piatti della bilancia quanto riesco a dare e quanto ricavo.
In questo modo mi vedo nella mia completa incapacità di uscire dalla Gilda dei Mercanti di questo mondo. 
Questa riflessione mi consola che in fondo merito la mia pena, come un reo confesso mai veramente pentito.
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Il dubbio mi assale in particolare, quando penso che i sentimenti provati siano un affare che resta sempre circoscritto nel confine della mia pelle.
Non ho mai la certezza che ciò che provo con gli altri sia veramente spartito.
Per non parlare poi, del valore delle emozioni e sensazioni provate che è alla mercé delle transazioni di un mercato delirante, della fortuna, del caso e delle circostanze più assurde.
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Mi trovo così sordo alla vera musica dell’Amore, quando magari suona vicinissima e potrei udirla se non fossi distratto dal mio stesso pensiero, dalla cacofonia delle mie illusioni, dall'assurda proiezione del mio ego insignificante; Insignificante poiché costituito della stessa sostanza dei sogni.
Ci consideriamo generalmente l'unico proprietario della nostra soggettività, mentre in definitiva si osserva che siamo un condominio di personalità diverse (spesso contraddittorie) che abitano nel medesimo corpo.
Rabbrividisco nella constatazione che ascolto unicamente me stesso; Obbedisco solamente ai miei desideri capricciosi e così mi infliggo una pena con le mie stesse mani.
Sono la vittima, il carnefice e il giudice implacabile della mia vita.
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Ripenso ai momenti d’amore, ai baci ardenti, agli attimi intensi, alle carezze di una dolcezza infinita; Alle parole sussurrate nella notte e messe ai piedi della donna amata come perle rare distese su un velluto blu e illuminate dal riflesso della Luna, e mi domando: come è possibile che tutti questi eventi abbiano avuto un valore solo per pochi istanti?

Tutto è divorato dal tempo. La memoria è stinta da questo meccanismo ingordo che si nutre di ogni attimo dell'esistenza. 
Così ogni emozione evapora come una goccia d’acqua piovuta nel deserto. 
In questo luogo arido la siccità è determinata dalla pochezza di uno spirito senza rigoglio.
Pare che gli uomini e le donne di questo pianeta non abbiano facoltà di ricordare, e che io stesso non ne abbia; Non solo ci si scorda degli errori, ma anche delle cose buone.
Viviamo di miraggi che appena raggiunti svaniscono. In una costante ripetizione coattiva e stereotipata di pensieri, comportamenti e modelli.
Sprazzi di autenticità colorano a volte la tela monocromatica del quotidiano, ma sono eventi talmente lontani dalla "normalità" che spesso si classificano semplicemente come degli attimi di follia.
Non serve allora viaggiare, divertirsi, concedersi ogni lusso o vizio quando dentro la nostra mente non vi è mai una vera festa di rinnovamento.
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A che pro cambiare orizzonte e clima cercando il sole se dentro la nostra coscienza piove sempre?
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Mi sembra proprio una planetaria rissa dove ognuno brandisce una spada, affilata da una buona occasione, per lanciare fendenti nel buio ai propri simili; colpi che lacerano, feriscono, storpiano, mutilano con una rabbia che non conosce misura né misericordia; né soprattutto un vero perché.
Nella pazzia di questa mischia l’unico imperativo pare essere rimanere in piedi, durare il più a lungo possibile senza domandarsi il costo di questa perpetuazione e soprattutto di come ci si ridurrà una volta arrivati alla fine.
Spesso si vive una manciata d’anni alla bella e meglio inseguendo solo la speranza di trovare una porta che conduca fuori da questo Bar malfamato.
Questa porta però non si trova, non l'abbiamo costruita, forse non c’è mai stata. Credere diversamente ci fa immediatamente aderire alle superstizioni più bizzarre.
Può capitare che disegniamo sul muro di questo locale tetro un rettangolo, magari con un gessetto colorato, e ci convinciamo che sia un cancello. Presuntuosamente lo indichiamo agli altri come un’uscita, ma solamente perché sarebbe troppo difficile ammettere che ci siamo persi in questo labirinto.
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Allora, che senso ha tutto questo affanno? Questa faida eterna? Se non macchiare di fango e sangue ancora di più la nostra anima tutt'altro che candida.
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Uomini e donne usati e poi buttati in un angolo come abiti stretti o semplicemente passati di moda.
Si fa spazio per le schiere di una nuova generazione che ripeterà gli stessi identici errori.
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Il senso di queste umane vicissitudini?
Il premio per la vittoria di questa lotta senza quartiere?
Non si capisce quale sia e tutta l’umanità mi appare così: una montagna di scarpe spaiate e malconce che svettano sotto un cielo indifferente.
Un’immagine che mi ricorda la raccolta degli effetti personali di quanti finivano nei Lager.
Questi poveretti cantavano sotto la doccia che avrebbe dovuto lavarli, ma che in realtà li asfissiava. Il paragone con il nostro odierno mi appare evidente nei fraintendimenti che guidano le azioni e ancor più i risultati.
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Le immagini crudeli di uno sterminio avvenuto solo poco più di sessanta anni fa ci sconvolgono se ci soffermiamo ad immaginarle, parimenti al disorientamento che si prova nell'incapacità di esprimere la vita, la speranza e la bellezza insita in ogni uomo.
Chi può aprir bocca per questi deportati? 
Chi potrà parlare per noi?
Forse i nostri beni? 
Non credo, gli oggetti sovente costituiscono la brama del nostro vivere e paradossalmente spesso ci sopravvivono, ma non ci posso raccontare; Così come le montagne di oggetti requisiti nei campi di concentramento non possono descrivere l'Olocausto.
Solo le persone possono. 
Uomini e donne che hanno condiviso con noi qualche momento. A patto che questi ricordi non siano cancellati della superficialità, la più terribile delle amnesie perché dimentica, per prima cosa, il cuore.
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In realtà quando scordiamo gli altri ci scordiamo di noi stessi ed allora, tutti i momenti vissuti saranno destinati a perdersi prematuramente… Come foglie cadute dai rami, prima che giunga l’autunno.
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giovedì 30 settembre 2010

Il grande Pusher



Pare che la televisione renda più stupide le persone.
Dati clinici dimostrano che la lettura de: Il medico di campagna, di Kafka aumenti l'intelligenza.
Non ho idea se anche la rilettura all'infinito di questo libro può, in teoria, elevare qualunque idiota a genio.
In questo caso avrei delle ottime chances.




Evito quindi di guardare molto la tv e ultimamente, purtroppo, leggo poco.
Non rischio così di diventare talmente captativo da cogliere la cosiddetta "visione d'insieme" che mi farebbe penso, impazzire o precipitare nel baratro della mia anima in pochi istanti.
La mediocrità mi imprigiona, ma alla fine mi protegge.

Riflettevo malinconicamente ieri su questa esistenza senza senso apparente, nell'attesa di una fine certa quanto sconosciuta. Pensieri allegri, lo so, nei quali talvolta indulgo, ma che non riesco ad allontanare dalla mia ragione. Non posso fare a meno di valutare le coincidenze beffarde del destino, i curiosi casi della vita, il perfido umorismo della realtà. Tutti elementi che danno a pochi, molto e, a tutti, comunque una costante insoddisfazione.



Poi, ho interrotto queste meste elucubrazioni quaresimali per una serata con gli amici.
Sono rientrato a casa a notte fonda contento come un bimbo dopo la poppata e senza un pensiero.

Mentre giravo la chiave nella serratura della porta di casa ho compreso quanto il mio cervello fosse un drogato.


Fulminato da questa rivelazione ho ragionato su come abbiamo, un po’ tutti, solo bisogno di abbondanza di neurotrasmettitori come: Serotonina, Noradrenalina, Dopamina, Endorfina (quest'ultima simile alla Morfina) e via di seguito.


Sostanze che vengono prodotte dal sistema nervoso centrale nei momenti intensi di piacere. Molecole che ci danno la forza per un altro giro di valzer, in questo folle ballo in maschera che presuntuosamente chiamiamo vivere.
Il modo di procurarsi queste "quantità limitate" avviene nei modi più disparati ed è il senso del continuo affanno di noi poveri diavoli.

Siamo sempre alla ricerca di un pusher, per una nuova dose.


Chi si "cala" con il lavoro, chi con il sesso, chi con la famiglia, col potere, con la fama. Ad ognuno il suo sballo, l'importante è distrarsi, sottrarsi in particolare dall'orrore del proprio egoismo e alla solitudine della propria anima monca.


Anche la tanta esaltata "spiritualità" non supera questo vallo insormontabile.


Dio non è forse il più grande pusher? Non ci aspetta forse sull'entrata della grande discoteca del Paradiso sbracciandosi per raccogliere nuovi clienti con un bel sorrisone di circostanza?


Non ci promette, grazie ai suoi rappresentati in questo porco mondo, il miraggio di poter godere una felicità senza tempo? Una contentezza libera dalle responsabilità delle nostre azioni?


Ci ficca in bocca una bella pastiglia fatta di assurdità condite di buoni sentimenti e ci strizza l'occhiolino.


"Ora sei dei miei", pare dirti seducente e ti fa accomodare come un eterno irresponsabile adolescente, sedato dal Nirvana, nel suo infinito Rave...Yeaaaaaaaaaah!

Ecco, inutile dire, che questa riflessione notturna mi ha tolto il buon umore, ma solo per venti secondi, per mia sfortuna.
Durante i quali ho avuto però, un girapalle fotonico.


Mi sono sentito uno schiavo; Uno schiavo di me stesso, ovvero un padrone terribile perchè non abdicabile; Un tiranno invulnerabile a qualunque attentato.
Allora, in un sussulto libertario ho ricordato William Ernest Henley: "Non mi importa quanto stretta può essere la porta...Quanto piena di castighi la vita, voglio ogni giorno essere il padrone del mio destino, il capitano della mia anima".

Se l'infausto divenire è certo, allora a che serve preoccuparsene?


Dovendo andarsene sicuramente da questa tavola imbandita, come sembra essere qualche volta la Vita, tanto vale, alzarsi a stomaco pieno. Ubriacarsi di consapevolezza, fare indigestione di emozioni, di conoscenza, di amore e anche, perché no? Di sofferenza, c'è né tanta in giro.


Parole grosse che ho perfino pensato sottovoce, ma che mi bollivano dentro in un’irrefrenabile moto di riscatto; Purtroppo disatteso quasi sempre dalla meschinità della mia pochezza, dalla debolezza congenita del tran, tran ipnotico dei miei giorni.

Così mi capita: talvota inciampo nella verità però mi rialzo sempre; Pulisco le mani sulle cosce e continuo come se nulla fosse...Ecchecazzo!

mercoledì 1 settembre 2010

Palinsesto Religioso

Perchè dovrei chiedere a qualcuno di raccontarmi la trama di un film, quando pagandone il biglietto, posso vederlo direttamente?

venerdì 20 agosto 2010

Lo sport estremo di vivere


Ascoltavo proprio ieri il telegiornale che enumerava i rischi della moda di questi nuovi sport pericolosi, che ora vanno tanto in voga, e dispensano sfortune peggio di un voodoo malefico.
Seguivano poi le notizie di bagnanti annegati, alpinisti sfracellati e di tutta quella masnada di vacanzieri che non riescono a star fermi neanche quando non hanno niente da fare.
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Da sempre sono convinto che l'uomo(?) faccia di tutto per complicarsi la vita, salvo poi lamentarsene e ancora più spesso, pentirsene.

Scoprirsi atleti è il sogno di quasi tutti. Altrimenti perchè lo sport sarebbe così seguito? La realtà è spesso dura, in questi casi: traumatica.

Personalmente, oltre ad una naturale struttura bio-meccanica molto efficiente non ho mai trascurato l'allenamento.
Nonostante questo, complice il tasso alcolico, l'euforia della notte, gli imprevisti che sono sempre in agguato (magari un marito geloso che rientra inaspettatamente) ho qualche cicatrice qua e là e qualche “ossicino” non è più come mamma lo ha fatto. Nel complesso però non mi posso lamentare, e se penso a tutte le volte che l’ho scampata posso chiamarmi: fortunato.
Quindi, preventivo ancora un po' di chilometri di autonomia prima della rottamazione cui tutti siamo destinati, sia che siamo fuoriserie oppure utilitarie.

Penso però con orrore ai rischi che corrono ogni estate i bagnanti inesperti, gli scalatori della domenica, gli occasionali sperimentatori di parapendio e sport similari che sfidano la gravità e ancor più la sorte.
Non stupisce la statistica dei decessi e le notizie di cronaca che stila un vero bollettino di guerra degli eroici caduti nell'adempimento di azioni futili.

"E' la selezione naturale", sostiene un mio caro amico.
Prima favoriva il più dotato (fisicamente e intellettualmente) ora il più prudente e paraculo.

Curiosamente è anche vero che una vita piatta lascia giusto il tempo di morire tranquilli.
Evito così gli estremismi che non sono mai un buon esempio.
Preferisco seguire il motto latino: "Si vis pacem para bellum" e mi tengo pronto ad ogni evenienza, ma senza rischiare inutilmente.

Se voglio provare l'ebbrezza adrenalica del pericolo faccio il 730, oppure gioco a rimpiattino parcheggiando l'automobile fra torme di ausiliari della sosta, feroci come molossi tibetani.
Anche gironzolare in bicicletta in certe ore di punta nella metropoli è rischioso, un po' come sbarcare ad Omaha Beach durante il D-day.
Se voglio invece sfidare la fortuna e necessito anche di un brivido peccaminoso, allora attraverso il corteo annuale del Gay Pride cittadino, e metto così a rischio la mia eterosessualità e anche la reputazione.
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Infine, se proprio voglio vivere l'azzardo, l’ignoto e l’inaspettato allora mi innamoro.
Non c’è cosa più pericolosa e che mette a nudo le debolezze, le aspettative, la fragilità di un uomo.
E’ lo sport estremo per eccelenza.
Per quanto si sia disposti a pagarene il premio non vi è assicurazione che possa garantirne il risultato.

Lo so, sono piaceri sottili, forse non eclatanti che non hanno la notorietà delle mode di oggi, ma che mantengono vivi e donano, talvolta, emozioni forti e vere senza il fastidioso sole della ribalta.

Sostengo così che gli sport estremi sono per uomini coraggiosi ma senza fantasia.

lunedì 14 giugno 2010

Te lo do io il Mundial

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Panem et circenses, così scriveva Giovenale.
Sono passati duemila anni da allora e non è cambiato quasi nulla.
Milioni di esseri inebetiti, prima innanzi ai gladiatori, ora davanti al moto ondulatorio, sinusoidale, ellittico di una palla calciata da miliardari in brache corte.
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Le grida della folla che esulta al goal segnato.
Manco gli venisse in tasca qualche fortuna.
Viceversa la disperazione più nera che cala sulla moltitudine, quasi un lutto, per la sconfitta dei propri beniamini.
L'opinione pubblica mondiale distratta (ma è mai stata attenta?) dai veri problemi, mentre i potenti razzolano e fanno affari sporchi in santa pace.
Fiumi di denaro spesi dietro al gioco, mentre non si trovavano mai fondi sufficienti per la ricerca medica e scientifica.
Strano pianeta e strani esseri ci vivono.

Così ragionava il Comandante, seduto sulla sua comoda poltrona nella sala di controllo dell'astronave Zaporat, al largo della cintura degli Asteroidi.
Osservava da moltissimi anni lo svolgersi della vita sulla terra, ultimamente ogni quattro di questi anni terresti si allestiva, fra l'interesse generale, la complessa organizzazione dei mondiali di calcio.
Questa era l'edizione del 2010, almeno secondo il loro primitivo calendario.
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Il comandante del vascello, recenemente nominato Ammiraglio, era stato incaricato di valutare questa civiltà in rapida crescita, era una missione delicatissima.
Infatti, era al vaglio del Gran Consiglio delle Menti Pure e Illuminate, la possibilità di annessione di questi curiosi esseri al Parlamento delle Razze Civili.
Parimenti si valutava anche la possibilità di una loro eliminazione, ma solo nel caso fossero emersi motivi fondati di pericolosità.
L'esperienza aveva dimostrato che era meglio così, le razze folli erano un problema per l'Universo intero, non si poteva fare diversamente.

Invece, ogni nuova razza ammessa doveva dimostrare di saper convivere con gli alti standard morali della Congregazione delle Razze Pacifiche.
Questo sistema aveva determinato una coesione di intenti e di comportamenti che aveva prodotto una prosperità reale e condivisa.
In caso di ammissione certamente questi umani sarebbe stati aiutati e molto.

I benefici di entrare in contatto con la Congregazione erano immensi.
Gli abitatori della terra sarebbero stati finalmente liberati delle malattie e dalla sovrapopolazione, dalla sofferenza -sia materiale che spirituale-.
In poche centinaia d'anni, con i suggerimenti degli "Illuminati" sarebbe fiorito un Paradiso sulla Terra.
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La decisione del Consiglio era appena pervenuta dal comunicatore subspaziale.
Si era giunti unanimemente alla conclusione che gli umani erano privi di qualsiasi logica obiettiva.
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Prova ne erano le assurde guerre, l'economia delirante che aumentava la povertà a scapito di una ricchezza iniqua, gli sprechi folli che altrimenti avrebbero consentito una vita degna a tutti.
Per non parlare del fiorire delle più assurde passioni sportive che occupavano, quasi costantemente, le menti di miliardi di loro mentre le cose andavano a ramengo.
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Non era stata giudicata veramente pericolosa, almeno nell'imediatezza dei prossimi mille anni, ma solo perchè tecnologicamente arretrata...L'ultima parola su di loro, però spettava all'Ammiraglio.
Egli, infatti, insieme al suo equipaggio, aveva dedicato quasi tutta la sua vita (lunghissima rispetto agli standard terrestri) a raccogliere informazioni da inoltrare al Gran Consiglio. L'Ammiraglio si era guadagnato una lunga esperienza di come girava questo mondo.
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C'era stato un tempo lontano in cui aveva perfino inviato, in epoche diverse, alcuni volontari sul pianeta per aiutarne lo sviluppo.
Era stato un fallimento, pensò scuotendo la testa con un vago sentore di malinconia.
Questi eroi erano scesi sul pianeta, animati da un alto senso morale e un amore profondo per la vita in tutte le sue forme, con l'intento di educare questi esseri.
Erano stati invece, quasi tutti, vilmente uccisi, prima ancora di aver potuto in qualche modo instillare nella mente degli umani le basi di una visione oggettiva della realtà. Condizione primaria questa per una esistenza felice.

Lo aveva particolarmente colpito il destino di uno di loro, un suo caro e giovane amico.
Questi barbari gli avevano riservato una fine lunga e orribile, impalandolo addiritturaa su una croce di legno.
Anche gli altri, però non avevano avuto molta più fortuna. Rinchiusi in manicomio, bruciati come eretici, torturati o semplicemente ignorati.
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Scacciò il pensiero di vendetta che vide sorgere. Niente doveva contaminare la sua essenza interiore cristallizzata. Doveva prendere una decisone libera e chiara.
La sua meditazione fu interrotta dopo un bel po' dal Nostromo che chiese:
"A Capità che faccio? Lancio sto' siluro fotonico per la distruzione completa di chilla fetenzia di pianeta o no?".
Così la profonda riflessione dell'Ammiraglio si concluse con un sospiro rassegnato e rispose:
"Non è necessario, Paisà, basta aspettare...diamogli tempo e faranno tutto da soli".
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Poi rivolto uno sguardo nostalgico verso Le Pleiadi aggiunse:
"Facitemopiacere, turnammo a'casa. Qui abbiamo solo perso un fottio di tiempo e tengo na'voglia di una tazzurella e'cafè de casa che nun' sape dicere".
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Il boato del motore ad antimateria ruggì, in perfetto sincrono con l'urlo dei tifosi del Parguay, la cui squadra aveva inaspettatamente battuto l'Italia all'ultimo minuto.
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