giovedì 20 novembre 2008

Innocenti Delitti -ultima parte-


L’acqua bolliva nella pentola per la pasta. Era indaffarata nei preparativi per la cena e guardò l’orologio, mancavano poche decine di minuti, doveva affettarsi un poco.
“Come cambia la vita”, pensò riflettendo su questi ultimi cinque mesi della sua esistenza.
Cinque mesi di cambiamenti inaspettati: terribili e bellissimi nello stesso tempo.

La mente riandò mesta a quel giorno di pioggia. Al giorno del funerale, anzi dei funerali. In una notte lei aveva perso sua sorella e il suo amante.
Non il suo fidanzato, quello lo aveva lasciato ormai da tempo, appena prima della tragedia. Il suo amante era il cognato, il marito di sua sorella.
Ora entrambi giacevano sotto due metri di terra umida.
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Ricordava ancora con struggimento, la notizia sconvolgente che le aveva dato sua madre con le lacrime agli occhi e un viso che sembrava uscito dall’oltretomba. Era corsa da lei, la mattina presto, svegliandola con la più terribile delle notizie.
Aveva sentito le gambe cedergli man mano che veniva a conoscenza dei fatti e poi aveva vomitato, mentre in lontananza udiva il suono della sirena dell’ambulanza che arrivava.
Quella mattina era stata la più brutta della sua vita. Sua madre aveva trovato sua sorella bocconi nel letto, morta e con la faccia gonfia come un pallone.
Era salita da sua sorella per avvisarla di una notizia terribile.
Doveva infatti dirgli che il marito era stato investito ed era all’ospedale, la polizia aveva chiamato a casa dei genitori dopo una ricerca che aveva occupato la notte perchè "il telefono di casa della vittima" non rispondeva.
Aveva usato, povera mamma, la una copia di chiavi per entrare, ma se avesse immaginato cosa l'aspettava non avrebbe fatto neanche un gradino.
Era toccato purtroppo a quella donna anziana portare il peso di una simile notizia e scoprire così, inaspettatamente, il cadavere della figlia. Da allora non era più la stessa, pareva ormai spenta di ogni entusiasmo.
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Ricordò come vivessero allora tutti assieme, come una piccola tribù, nella grande villa.
Un appartamento era dei genitori, uno era il suo, il più grande invece della sorella e del marito.
Gli faceva un certo effetto dire a se stessa questo.
Per lei non era solo suo cognato, ma il suo amore, un amore segreto.
Una passione vissuta per tre mesi nella clandestinità, nel tormento e nel rimorso del peccato; eppure, ricordava adesso, gli sembrava allora la vetta dell’abisso.
Allora…Ma quanto era cambiata invece oggi.
Gettò il sale nella pentola che si disciolse con turbinii bianchi come neve spinta dal vento, girò con il cucchiaio di legno l’acqua e così gli parve che la chiarezza ritornasse non solo nel recipiente ma anche in se stessa.
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Due eventi diversi avevano unito sua sorella e il marito in una morte assurda. Avevano condiviso il passaggio all’aldilà quasi insieme, "curioso", ragionò fra se.
A poche ore di distanza, un destino crudele, li aveva accomunati nella morte, strappandoli per sempre dalla vita e dall’amore dei propri cari, dal suo amore.
Quanto aveva pianto al funerale con quella selva di ombrelli neri sotto una pioggia leggera e fredda che non dava tregua da diversi giorni; pareva una foresta in lutto.
Prima delle lacrime però c'era stato il tempo dell'incrdulità.
Lo stupore per una fine così assurda capitata a due persone a lei così vicine, anzi le più vicine.
Lui, il marito della sorella, che lei a quel tempo amava con tutto il suo cuore, ucciso da un pirata della strada a bordo di un’automobile rubata.
Il colpevole fuggito poi chissà dove e ancora impunito.
La sua bella sorellina invece strappata al mondo dalla malattia, un’allergia virulenta che l’aveva colpita nel sonno come un sicario vigliacco dopo un pranzo avvelenato, avvelenato solo da questa patologia subdola e bizzarra.
Il cibo, innocuo per chiunque, aveva fatto lo "sporco lavoro" a danno del suo sistema immunitario, scatenando una reazione terribile che l’aveva soffocata come Otello con Desdemona innocente.
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Se non avesse preso il sonnifero forse si sarebbe salvata, avrebbe potuto chiere aiuto, ma invece Morfeo, era stato il complice malvagio che non aveva dato scampo.
Nessuno aveva potuto aiutarla, neanche il marito, come avrebbe potuto? Non era mai tornato da quel negozio di videonoleggio, era già morto schiacciato dalle lamiere dell’automobile condotta da quel delinquente assassino senza volto né nome.
Che crudele è la vita, a volte però, paradossalmente, anche magnanima.
Come era accaduto alla sua.
Aveva toccato il fondo ed ora era tra le nuvole del Paradiso.
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Vivevano insieme da poche settimane e le pareva che fosse stato sempre così.
Lo aveva incontrato al funerale della sorella, si era presentato come un vecchio amico venuto a conoscenza della tragedia da un trafiletto sul giornale.
Lei, in quel momento era sconvolta e non vedeva praticamente nessuno, ma lui si era fatto comunque notare.
Era stato l’unico, a parte sua madre e suo padre, che soffriva come lei.
Lo aveva percepito. Sono cose che non si spiegano: si sentono e basta.
Quella comunanza di dolore le aveva fatto breccia nel cuore di pietra che aveva eretto per difendersi dalla sofferenza spaventosa e dal rimorso.
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Poi lo aveva incontrato un giorno sulla tomba della sorella, cui aveva portato i fiori e avevano scambiato un po’ di parole che, con la familiarità, era divenuta una conversazione.
Aveva accettato, dopo qualche mese di frequentazione, il suo invito a cena.
Un fatto insignificante che con un altro uomo non avrebbe dato seguito a nulla, ma con lui era stato diverso e, con il senno di poi, fu una vera benedizione.
Parlarono per ore quella sera, di molti argomenti e della defunta, lui chiese, interessandosi molto, notizie delle indagini per l’omicidio. Non vi erano elementi nuovi, anzi non vi erano elementi, dovette ammettere lei con rabbia.
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“Come sembrava conoscerla bene”, ricordò di aver pensato allora, ma d’altronde era un uomo di grande sensibilità e perspicacia.
Per mesi si erano visti prima di quella cena, così: solo per parlare.
Lui le diceva che esprimendosi con lei era come comunicare un poco con la povera trapassata.
"In effetti, fisicamente ci somigliavamo un pochino", aveva concordato.
Lui però aveva addirittura aggiunto che avevano lo stesso odore, lo stesso profumo.
Questo complimento, e si ricordò ancora il posto esatto dove fu pronunciato (in quel caffè in centro), la turbò.
La frase aveva infatti una nota di desiderio che lei si accorse di condividere con quest’uomo: giunto nella sua vita a così breve distanza dalla scomparsa dell’altro.
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Il bacio che li sorprese entrambi in quella bella serata fu dirompente.
Nulla però, in confronto con la notte di passione che li vide toccare entrambi le cime dell’estasi.
Aveva già dimenticato l’altro? Aveva sotterrato il ricordo di lui con la cassa che lo conteneva?
Se l'era domandato fino a farsi male alle tempie ed ora finalmente aveva la risposta: la vita non può fermarsi.
La sua esistenza, finalmente, con quest’uomo era felice adesso.
Scevra dal rimorso, senza la turpitudine del tradimento, di una bellezza che tutti potevano vedere, magari invidiare, ma non criticare.
Erano decisi a sposarsi. I genitori di lei erano stati entusiasti da subito del loro progetto, così già convivevano.
Il matrimonio era fissato per settembre, dopo l’estate.
Pochi mesi ancora, ma loro non avevano saputo aspettare volevano vivere insieme. Troppo forte era la loro passione.
Si erano trasferiti nell'appartamento grande che era ormai disabitato.
Avevano cambiato un poco l’arredamento e rinnovato la pittura nelle stanze, ma conservato le foto dei due mancati.
Queste foto ricordo le avevano posate sulla ampia testata del loro letto, come memoria, forse un po’ macabra, ma a loro piaceva così.
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Era un tacito ringraziamento per quel bel appartamento che avevano avuto gratuitamente, ma era anche come se volessero condividere con quei sfortunati trapassati la loro gioia.
Inutile formalizzarsi, una casa più grande era una gran bella comodità, anche i suoi genitori erano stati d’accordo alla fine.
Ci sarebbe stato forse un nipotino per lenire il dolore che ancora velava i loro occhi stanchi e anziani, sarebbe stato il trionfo della vita sulla morte.
Sentì la chiave che girava nella porta. Ecco, per fantasticare sul passato aveva dimenticato di mettere la pasta nell’acqua bollente, ma rimediò immediatamente.
Lui entrò in casa, aveva la faccia stanca dalla lunga giornata di lavoro, ma gli occhi gli sorridevano, anzi brillavano.
Lei gli corse incontro e si abbracciarono. Lui la sollevò e fecero un giro di valzer avvinghiati.
Mentre lo baciava sentì contro la sua coscia che lui era eccitato.
Lei rise come una bimba contenta. Poi entrambi goderono della bella cenetta e del seguito.
La notte fu meravigliosa.
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Lui la possedette con vigore, lei provò un piacere come non aveva mai goduto in vita sua.
Alla fine, esausti ma paghi, si girarono entrambi con singolare sincronicità per guardare le foto dei loro benefattori listate a lutto.
Lei guardò la foto del cognato, lui invece la foto della sorella.
Entrambi pensarono: “Scusa”, e vissero poi felici e contenti.
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Fine.

2 commenti:

Haemo Royd ha detto...

Strana impressione di deja vue...
Vai avanti così Visir che vai bene.

Visir ha detto...

Solo il meglio per i mei amici. :)

L'impegno meritava un posto in Visiria.