mercoledì 2 luglio 2014

Brand new day

Giunto al termine, almeno spero, della mia settennale crisi catartica, sancisco il mio nuovo inizio con un progetto di viaggio.
Destinazione Birmania, fra sessanta giorni lascio l'occidente per il Sud Est asiatico.

E' un viaggio non solo nella dimensione spaziale ma anche nel tempo.
Tornerò indietro di trenta anni, in una nazione dove non ci sono cellulari, internet e canali satellitari.
 
Gironzolerò senza itinerario, senza orologio e senza fretta per uno dei paesi meno conosciuti e più belli dell'Asia.
Unici compagni saranno il mio zaino, un serramanico affilato e la mia anima rigenerata.
 
Tra templi buddisti inerpicati tra le montagne, spiaggie incontaminate nel Golfo del Bengala ; Mi inoltrerò sino a raggiungere le ultime primitive tribù cannibali che vivono nelle foreste e solo recentemente aperte agli stranieri,  aborigeni ex antropofaghi che incontrerò, ovviamente, dopo l'ora di pranzo.
Certo l'avventura è rischiosa ma lo è molto di più la routine.
Nel caso non tornassi lascio i miei scritti come dono ai posteri.
 
Via dal solito quindi. 
Libertà estrema, perché l'essenza dello spirito dell'uomo sta nelle nuove esperienze…

lunedì 7 aprile 2014

L'uomo che non dorme mai


Generalmente non scrivo di me stesso, men che meno della mia quotidianità, neppure dei miei sogni che trovo banali rispetto a una realtà così interessante e inaspettata nella sua diversità.

Mi trovo però, a prendere spunto da un certo disagio che vivo in questo momento e che ho notato, ricorre nella mia vita in media ogni sette anni. E’ una ciclica metamorfosi che accompagna il mio essere; Come un serpente cambio pelle ogni settennio per crescere.
La sofferenza di questa scorticazione è in alcuni momenti quasi insopportabile, ma l’attraverso con la stoica determinazione di chi non può farci niente. Quando una salita diventa più dura l’affronto con un cuore più deciso.
Sorvolo però sulla banalità dei miei impicci, ma come detto voglio raccontare degli effetti che questi determinano sul mio psichismo che è talmente sensibile che fa meraviglia che io sia ancora vivo e sano di mente.
In poche parole non dormo più, o meglio a fasi alterne.  Pur avendo in passato goduto di un sonno proverbiale oggi, mi trovo a sperimentare questo nuovo stato dell’essere.
Trascorro anche due giorni senza chiudere occhio, a volte senza mangiare.
Dopo, magari recupero nutrendomi cinque volte in un giorno e ingurgitando di tutto, stranamente la mia usuale forma fisica resta quasi perfetta. A volte chiudo un  occhio per qualche ora, ma stranamente non patisco il sonno durante il giorno.

L’unico dato significativo è una certa irritabilità che si manifesta in particolare nei confronti dell’ipocrisia delle persone e delle leggi assurde della nostra società, perartro già conclamata nella mia vita da molti anni.
Provo oggi un’intolleranza quasi epidermica alle regole che non considero in ogni caso giuste perché regole, ma le valuto e le seguo sempre più sulla scorta della mia etica. Certamente un'etica personale, ma  che valuta nella maggior soddisfazione condivisa la guida di ogni indirizzo morale.
Si dice che l’illuminazione sia una sorta di risveglio dal sonno dell'ignoranza in cui non è più possibile riaddormentarsi. 
Tranquillizzo le poche persone che mi vogliono ancora bene: non è il mio caso, sono sempre lo stesso idiota di sempre.
Infatti, tra gli effetti più tangibili di un completo risveglio spirituale mi s’informa che s’interrompe il continuo soliloquio interiore che accompagna le persone ordinarie e che tra l’altro non si sogna più nei rari momenti di sonno, una cosa che a me accade ancora.  
La riduzione delle ore di sopore è determinata, sempre secondo questi esperti dell’illuminazione, da un notevole risparmio di energia che tutti sprechiamo pensando a cose inutili, a fantasticare su fatti che non accadranno mai e a rimuginare su un passato che non possiamo più cambiare.
Tutte attività che senza tema di sbagliare posso definire una perdita assoluta di tempo e una patologia diffusa che è diagnosticata dalla maggioranza come: “Normalità”.

Come dicevo l’illuminazione interiore non è il mio caso grazie a Dio, ma e sottolineo il “ma” la mia veglia notturna mi permette un’osservazione alla moviola delle mie esperienze; Di comprendere qualche cosa di più della realtà, cioè procedo a una sorta di analisi che parte da fatti di vita per svilupparsi in maniera del tutto autonoma come sotto dettatura (magari di un inconsio collettivo narrante, chissà?) e approdo qualche volta a una percezione lucidissima della vita umana fornendomi così una comprensione sorprendente.
Almeno per quanto è possibile elaborala con la mia coscienza che è pur sempre determinata da una mente umana.
Durante queste notti interminabili sviluppo teorie e connessioni anzi delle vere e proprie visioni, ma dopo, riprendendo le mie attività nel mondo con il mio contatto con gli altri, le dimentico quasi completamente. Qualche volta però, esse sfumano solamente.
Resta così una sorta di eco in me, anche se perdo la lucidità della primitiva intuizione.
E' un’ombra illuminante che mi segue sempre, anzi mi porta a mettermi in penombra da tutte le assurdità condivise dalla maggioranza come verità radiose.
In altre parole non credo più a nulla a meno che non si manifesti nell’attuale con un oggettivo riscontro di fatti, ma non è un’esasperazione di una razionalità ad ogni costo.
Ho ben compreso che l’essere umano è in minima parte un’entità razionale, ma è piuttosto un essere emotivo.
Il mio è un vero e proprio disincanto.
Mi appare chiarissimo che l'uomo cerca sempre una relazione con la collettività con cui però ha fatalmente un rapporto conflittuale; Determinato dal suo personale desiderio di affermazione e dalla contraddittoria pulsione di appartenenza a una società che nega quest’affermazione.
Una negazione dell'individuale originalità di ognuno fatta in nome delle regole, regole quasi sempre favorevoli a qualcun'altro o ad un gruppo dominante sugli altri.  
Nonostante questo uomo, un po' smarrito, intuisca in una parte remota della propria coscienza questo insanabile paradosso, ha comunque bisogno di una società che in qualche modo lo confermi come identità e lo rappresenti con delle definizioni. 
Sembra così che senza limiti, la maggior parte delle persone si sentono perse nella grandezza di una libertà incondizionata; Una situazione che generalmente le terrorizza ancora di più di una schiavitù. Se poi, il confronto è tra la libertà e una confortevole schiavitù, beh! In questo caso non c'è addirittura battaglia.

Il messaggio che passa evidente all'uomo per la condivisione del pseudo benessere e rispettabilità che chiamiamo società civile, è: “Non fare domande e un giorno saprai il perché di tutto questo".
 
Quando dopo molti anni questo individuo ormai adulto comprenderà il “perché”, realizzerà anche di essere stato ingannato, ma non potrà più cambiare quel mondo che è diventato parte stessa della sua vita.
Il sistema sociale ha in maniera geniale (nella sua perversione) procrastinato la naturale domanda che ogni persona con un minimo di buon senso si pone rispetto alle contraddizzioni folli di questo mondo,  sino al punto che questa stessa persona una volta cresciuto in queste contraddizzioni, non potrà più cambiarle; Mantenendo pressoché inalterato lo "status quo" perché completamente condizionato o almeno assuefatto a una realtà sociale fondata sulla violenza, su una competitività esasperata senza effettive ragioni e sulla sopraffazione.

La coabitazione pacifica del lupo e dell'agnello che vivono in ogni uomo non è dunque possibilie in questo mondo.
Questa realtà umana pretende una scelta: "Sii un predatore, oppure una vittima". 
Qualunque sia la scelta, entrambe le situazioni porteranno alla cocente mancanza della parte negata, creando anime monche e deformi. 

E' una società che evidentemente non persegue la felicità dell’individuo nonostante lo dichiari ad ogni pié sospinto, in realtà è interessata principalemnte nel plasmare un essere omologato e conformato acriticamente a un modello disumano di marionetta meccanica, di consumatore sedato, di simulacro di volontà senziente se si vuole usare questi eufemismi per descrivere il morto-vivente quale questo essere è effettivamente.
La vita degli altri mi appare in questo gioco di esigenze inconciliabili sempre più un tragico Luna Park malinconico, senza alcuna traccia di senso.
I rapporti umani poi, determinati dall’assoluta mancanza di introspezione, di auto-coscienza individuale e da un condizionamento tanto capillare non possono che essere falsi, aleatori e ondivaghi perseguendo inevitabilmente solo la convenienza momentanea e il capriccio cui si sacrifica la felicità condivisa che è l'unico valore autentico che può avere la felicità. 
E’ un miracolo che non ci siamo distrutti vicendevolmente nel passato e si preferisce invece autodistruggersi nel presente, ma lentamente.

L’uomo dunque non invecchia in questo mondo, ma si consuma.

Molti sono impegnati nel seguire il puerile miraggio propinato da questa società disperata, edificando per se un futuro di benefici, accumulando oltre misura dei beni materiali che sebbene in alcuni casi possono essere utili, sono parte di un benessere che spesso è a scapito di qualcun'altro e determina, per acquisirlo una vita talmente stressante e infelice che quest’affare prospettato in maniera seducente non sarà mai conveniente.
In generale si potrà arrivare a questa constatazione probabilmente quando quest’obiettivo è raggiunto, cioè si perverrà alla percezione dell'immane vuoto interiore che si cerca di riempire con oggetti superflui; Una realizzazione quasi sempre rimossa prontamente in un inconscio sonnecchiante. Alla meglio, al meschino propietario di questo destino apparirà evidente che l’unica saggezza è il senno di poi, ma essa è inutile, perché giunta troppo tardi.
C'è un gan vociare, a parole tutti perseguono la felicità, ma non è così. Altrimenti in questi millenni di storia e scoperte rivoluzionarie si starebbe realizzata.  E’ evidente nelle scelte operate dal singolo e dalla maggioranza che il fine cui portano quasi sempre le decisioni intraprese con i migliori sentimenti  è il dolore. Perchè? 

E’ evidente per me; Perché la moltitudine dei miei irriconoscibili simili è formata in larga parte da maniaci depressivi.
Essi non vogliono essere felici, ma infelici, semplicemente per confermare, giustificare e vivere la propria depressione.
Oppure sto diventando pazzo?
A ognuno la conclusione che più gli conviene; Cioè come accade di solito.

 

martedì 4 marzo 2014

Passato, presente e chissà


E’ una notte buia appena sfregiata da una falce di luna nascente.
Nadir, guardando dalla finestra  la siepe oltre il buio, sbotta: “Le domande esistenziali  mi paiono...insostanziali.”
Zenit, osservando con interesse una macchia di umidità sul soffitto: “Durante una mia esperienza introspettiva ho percepito  chiaramente la vera e unica domanda umana.”
Nadir: ?

Zenit, lo sguardo sempre fisso all’infiltrazione che stranamente comincia a mutare forma  come una sorta di intonaco di Rochard : “La vera domanda è -Quanto tempo mi resta?- Solo questo conta e preoccupa l’uomo. “

Nadir, dondolando leggermente il capo: “Si certamente si domanda tempo, ma cosa farne è un’alta storia. -Warum?- Direbbe un tedesco.”

Zenit, balenando uno sguardo simile al  luccichio di un vetro rotto nel sole: “Un rilievo capzioso, Naidir, perché dipendente dalla soggettività. Mentre la domanda che ho colto è invece universale, almeno per il genere umano che è l’unico essere con la consapevolezza della propria fine certa. Esistono dunque due vite per l’uomo, e la seconda inizia quando comprende che la prima finirà”
Nadir: “La mia annotazione sottentendeva  una domanda nascosta, un quesito che ci accompagna lungo tutto questo viaggio incomprensibile, cioè: Perché?”

Zenit, assertivo più che mai: “Non perché, ma quanto.”
Nadir: "Ne sei sicuro?"
Zenit: “Un recente esperimento francese ha dimostrato che le tossicodipendenze di ogni tipo, comprese cocaina ed eroina, volutamente  indotte nei topi di laboratorio potevano essere facilmente risolte. Le cavie  assuefatte alla droga che assumevano autonomamente, grazie a un dispenser a leva,  una volta sottoposte ad una sola dose di Ibogaina (Tabernanthe iboga) perdevano completamente interesse alla sostanza psicoattiva da cui erano dipendenti.”
Nadir: “Embè!?”
Zenit: “Addirittura una di queste cavie, rivolgendosi agli scienziati francesi presenti  in  laboratorio e parlando proprio in tedesco, ha domandato: -Wie splàt ist es?- Cioè -Che ore sono?- vedi, è come ti ho detto.
Nadir: “Ora devo proprio andare non ho più tempo, almeno  per ascoltarti.”

 

lunedì 18 novembre 2013

La Danza del Caos


Da bambino amavo guardare le formiche.
In estate, quando ero libero dagli impegni di scuola trascorrevo le mie vacanze in campagna; Allora mi piaceva perdere una buona mezz’ora osservando con curiosità questi piccoli insetti.
Ero rapito dalla loro organizzazione, ma dopo un po’ di questo entomologico esame mi stufavo e così continuavo a scorazzare in lungo e in largo per fare danni con la fionda.
In quei rari momenti di quiete e di studio però mi domandavo: Come fanno a comunicare tra loro queste formichine senza dire una parola? Come fanno con un cervello così piccolo a svolgere attività tanto complesse? Come seguono tutte la stessa strada? Come scelgono il nido? Come si organizzano per difendersi, per accumulare il cibo? Perché si prendono cura delle larve nate da un’estranea, la loro regina? Come mai non rubano e non litigano mai tra loro?
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Domande senza risposta nella mente di un monello, ma ad alcune ho trovato un responso dopo un po’ di anni.
Giusto per saziare la curiosità di chi legge è emblematico come le formiche scelgono il nido fra diverse opzioni possibili.
La scoperta avviene sempre in maniera apparentemente casuale, ma si evolve con un sistema razionale semplice e quasi geniale.
Quando una formica trova un luogo ampio e buio che risponde ai requisiti per un nido vi  accompagna un'altra formica a visitarlo, se anche questa lo trova adatto, entrambe accompagnano altre due formiche  e se anch’esse lo trovano ottimale condividono la scoperta con altre e così via trasferendo l’informazione a ritmo esponenziale.  
Ciò determina un flusso sempre maggiore di sopralluoghi che giunto al quorum di gradimento della popolazione cioè una maggioranza significativa è approvato e le rimanenti formiche sono letteralmente prese di peso e portate nella nuova dimora. Anche se  non si è compreso come una volta raggiunta la maggioranza le formiche lo capiscono. Nel caso però, la scelta del primo pioniere non è stata condivisa dall’approvazione dei successivi insetti che ha accompagnato, la ricerca riprende altrove vagliando altre possibilità.
Così in meno di mezza giornata è presa la decisione del nuovo rifugio con un sistema  pragmatico e rapido.
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Il confronto con la nostra società che definiamo democratica ed evoluta sorge spontaneo.
Infatti, noi italiani per esempio, non siamo riusciti dopo dieci anni di dibattiti e petizioni  a ridurre il numero dei parlamentari e il loro sproporzionato stipendio che risulta essere un vero insulto a fronte della riduzione del salario di tutti gli altri membri non privilegiati della società.
Eppure gli uomini si definisco gli animali più evoluti su questo pianeta.
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Ho appreso con stupore che le formiche vivono in armonia con la “Teoria della Complessità”.
Una teoria relativamente recente, scoperta poco più di una cinquantina di anni fa, ignota sino ad allora, ma non certamente alle formiche.
Fino alla comparsa di questa teoria, la realtà,  i sistemi di riferimento ed i problemi ad essi connessi che giungevano all’intelletto dell’uomo erano interpretati e risolti perlopiù con soluzioni lineari, intendendo quest’ultima definizione nell’accezione della teoria sistemica.
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Un piccolo ripasso.
Si definisce un sistema lineare un insieme che può essere scomposto in sistemi più semplici e autonomi.
Dunque un problema complesso quando è lineare è possibile scomporlo in tanti problemi più piccoli e semplici le cui rispettive soluzioni determineranno anche la soluzione del problema generale.
Un’altra caratteristica peculiare di un sistema lineare è data dalle sue variabili che agiscono sul sistema in maniera diretta cioè in somma aritmetica o proporzionale e la cui interazione è definita come “sovrapposizione degli effetti” ed è rappresentata matematicamente in una funzione polinomiale.
Un sistema facile e intuitivo spesso utilizzato per la soluzioni di molti problemi, ma in realtà la maggior parte dei sistemi e dei problemi è non-lineare.
Il modello lineare si adatta in molti casi solo per approssimazione ai variegati aspetti della realtà, compresa la nostra realtà biologica e sociale.
E’ dunque un approccio che alcune volte funziona e altre volte è forviante rispetto ai dati effettivi rilevati a posteriori.
Infatti come detto, nella realtà la maggioranza dei sistemi è non-lineare e questi ultimi sono sistemi dove le variabili sono interdipendenti cioè reciprocamente influenzate.
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La fisica, la chimica, la medicina, la fisiologia ma anche la sociologia e la psicologia sociale  affrontano  così sistemi “complessi” e non lineari.
Definendo il termine “complesso” nel suo significato etimologico derivante dal latino che significa: abbracciato, concatenato. Dunque non è possibile scollegare una variabile dalle altre.
Il modello complesso confluisce nella “Teoria del Caos” quando è composto dai sistemi fisici che  esibiscono una sensibilità esponenziale rispetto alle condizioni iniziali e sono indagati attraverso gli strumenti della fisica-matematica.
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Il Caos è dunque diverso rispetto al complesso ed è generalmente inteso dalla nostra percezione come confusione.
La Teoria del Caos si occupa in definitiva di comprendere, misurare e se possibile prevedere come un piccolo cambiamento, magari di una variabile impercettibile e apparentemente insignificante, determina un evento inaspettato e imprevisto di dimensioni ridondanti o iperboliche.
E' celebre l'esempio del “butterfly effect”.
La farfalla che con il suo battito d’ali in Cina determina un uragano in Texas.
Un risultato apparentemente inaspettato rispetto alla sua causa scatenante che ben stigmatizza con una iperbole retorica una realtà con cui spesso facciamo i conti.
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Se ad esempio lasciamo aperto un rubinetto dell’acqua in una vasca chiusa essa si riempirà in un certo tempo in proporzione al flusso di acqua che ne discende. Se in questa vasca inoltre aggiungiamo ogni minuto un mattone di volume conosciuto è ancora possibile il calcolo esatto del tempo che impiegherà l’acqua a straripare dalla vasca (approccio lineare); Naturalmente è necessario conoscere anche la capacità volumetrica del contenitore e in generale potremmo sempre avere una soluzione al nostro quesito iniziale cioè: "Tra quanto dovremo chiamare i pompieri?"
Fatto salvo che restano inalterate le condizioni del sistema, ma se conosciamo anche il valore delle possibili variabili incidenti e interdipendenti (ad esempio la pressione barometrica con la tensione superficiale del liquido) potremmo avere un dato sempre più accurato entrando sempre più in un sistema complesso e non lineare.
Questo almeno in teoria.
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Nella realtà potrebbe  accadere che si stacchi un pezzo di soffitto e cada proprio nella vasca durante l’esperimento mandando a ramengo il nostro calcolo.
Tra le ipotesi possibili ci possono essere di fatto anche eventi improbabili, ma ragionevolmente avverabili il cui effetto supererà di gran lunga la causa.
Potrebbe accadere che la bella vicina della porta accanto (la cui doccia è guasta) decida di fare il bagno nella casa del fortunato sperimentatore e proprio durante l’esperimento in parola, regalandogli non solo una splendida visone, cambiandogli magari la serata e sicuramente modificando il risultato del test.
Questo fatto, quasi insignificante e improbabile, potrebbe addirittura determinare un risultato dal valore notevolissimo se lo sperimentatore e la bella vicina folgorati da improvviso amore decidessero di partire per una romantica vacanza fregandosene del risultato dell’esperimento e convergendo così in un perfetto sistema caotico.
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Dunque: “Escluso l’impossibile, per quanto improbabile, quello che resta è la verità.”
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Giocando con gli esempi ne prendo un altro in prestito dalla storia per evidenziare come si evolve in modo imprevisto un sistema caotico a noi molto vicino: la società umana.
E’ il caso di un oscuro errore giudiziario avvenuto in Palestina circa duemila anni fa.
Parlo della vicenda del figlio di un modesto falegname che credeva di essere un messia ebraico, anzi il Messia.
Il buon uomo voleva probabilmente solo essere accettato dai suoi concittadini ebrei, invece finì condannato crudelmente e ingiustamente su una croce romana patendo una fine dolorosa e solitaria.
Se avesse mantenuto un profilo un po’ più basso, anonimo, discreto e meno in contrasto con le certezze dogmatiche della religione autoctona probabilmente avrebbe avuto il tempo di farsi una famiglia con la Maddalena, ma questa è un’altra storia.
Cosa sarebbe stato meglio per lui: vivere con una moglie o finire su una croce? Non sono sicuro di poter dare una risposta, perché a volte le due cose si confondono.
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Ecco che un fatto insignificante nel panorama storico generale (non ci sono prove certe dell’esistenza di Gesù ) ha innescato una serie di eventi connessi e interdipendenti per cui noi oggi ci ritroviamo un sistema religioso chiamato Santa Chiesa Apostolica Romana e dobbiamo fare i conti con un sacco di preti che non lavorano e che non hanno mai lavorato. Curiosamente questa associazione a delinquere di stampo religioso detiene l’impero immobiliare più grande al mondo.
Grazie anche al seguito di circa un miliardo di sostenitori più o meno convinti e più o meno critici rispetto alle bestialità che gli sono rifilate come "verità dogmatiche" anche se questa definizione è in effetti un ossimoro: un dogma di fatto non ha bisogno di essere provato e quindi di essere vero.
Se quella oscura e tragica vicenda non si fosse svolta come si è svolta (ammesso che si sia svolta) oggigiorno andremmo ancora al tempio di Marte oppure di Giove per elevare le nostre preghiere ugualmente inutili e devolveremmo l’otto per mille delle nostre fatiche agli Dei dell’Olimpo invece che ai Santi del Paradiso; Magari occuperemmo il tempo e le risorse in maniera più utile? Chi può dirlo?
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Tornando al presente e a cose più tangibili ho accennato ai “sistemi complessi” ma non li ho definiti come “sistemi complicati”, perché il significato della parola “complicato” è molto diverso;  Infatti la radice è sempre latina, ma complicato significa “annodato, ripiegato” cioè definisce un sistema in cui non si trovano parti concatenate ma nascoste, cioè non visibili e non percepite.
Il senso è quindi completamente differente.
Cosa c’entra con l’uomo, la realtà e la scienza? Cosa c’entra con le formiche? Molto, a mio modesto parere.
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Quelle suggerite sono teorie  niente affatto semplici che non padroneggio per farne una discettazione scientifico-matematica.
In fondo  non è mio desiderio tracciare equazioni sulla lavagna e fare a fette gli attributi dei pochi che sono riusciti ad arrivare sin qui nella lettura con già mezzo mal di testa in canna.
La mia indagine è più prosaica, meno finalizzata alla definizione della teoria in sé, ma piuttosto desidero tratteggiarla per delineare un paesaggio di più ampio respiro, direi filosofico se la parola ormai non facesse venire il latte alle ginocchia un po’ a tutti.
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Ricongiungendomi così all’analisi dei modelli esposti ecco che osservo che la maggior parte delle persone affronta la vita con un approccio lineare, calcolando costi e ricavi in maniera aritmetica e dividendo la maggior parte dei problemi in incognite più semplici, affrontando l’esistenza a comparti: il lavoro, la famiglia, le amicizie, le avventure. Un atteggiamento che la psicologia definirebbe schizofrenico.
Alcuni, i più saggi e previdenti, preferiscono un sistema più complesso, valutando ogni possibile variabile e sua correlazione con un approccio più sinergico alla vita.
Ma in ultima analisi la vita è un sistema caotico. Il calcolo degli effetti delle moltissime variabili diviene talmente complesso che risulta oltre il nostro modesto intelletto.
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Appare evidente, alla luce di questa idea che il nostro approccio alla realtà con questi tre possibili modelli di precisione e complessità diversa, è inadeguato a fronte del paradosso di alcune situazioni spesso familiari.
Prendiamo il caso di un salutista trentenne che non beve e non fuma e regola la propria esistenza tra sport e alimenti integrali, evitando ogni possibile rischio alla propria salute; egli pianifica l’obiettivo di allungare (?) e migliorare la sua esistenza grazie ad un approccio lineare.
Magari il buon uomo valuta tutte le possibile cause di rischio, stipula ogni genere di polizza assicurativa, risparmia il suo denaro, non affronta nessun pericolo sconsiderato, utilizzando per quanto consente la sua capacità cognitiva, un sistema complesso il più possibile ampio.
Prevede quasi tutto; Dimenticando forse che non c'è nulla di più triste di un destino certo.
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Poi, un giorno, questo personaggio in perfetta salute, attraversa la strada sulle strisce pedonali ed è preso in pieno da un furgone DHL che arriva a tutta birra.
Muore come un cane. Una smorfia incredula disegnata sulla faccia e una macchia rossa che si allarga sull'asfalto sono le utlime cose che lascia al mondo. 
Il veicolo è sbucato da una strada in contromano, perché il conducente è ubriaco e furioso; L'autista è stato appena lasciato dalla sua  fidanzata che si è messa con il suo migliore amico e si è sfogato nell'alcol e poi guidando come un pazzo.
Un evento lontanissimo e senza quasi collegamento con il nostro eroe della salute si è colliso con la traettoria retta e prevedibile della sua vita e gli è costato la pelle.
Tutto il suo daffare per prevenire ogni pericolo non è servito a nulla.
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Questo succede perché forse non conosceva la teoria del Caos? Forse, ma accade e neanche tanto di rado. 
Personalmente se certamente mi sfuggono le complesse equazioni del Caos, non mi sfugge il macabro umorismo che ne deriva.

La rappresentazione grafica della funzione di ogni sistema vivente è la parabola. Nasce, cresce, muore. Più alto è l'apice più rovinosa sarà la caduta.
Mai come ora hanno vissuto sul terzo pianeta del sole così tante persone che abitano città gigantesche e viaggiano così tanto. Un vero paradosso alla Teoria dei Sistemi, alle regole della Natura e alle  leggi della Fisica. La Nemesi che attende inevitabilmente il genere umano sarà il pagamento dell'ultimo pedaggio per tanta grandezza senza il minimo valore.
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Considerazioni generali a parte, appare evidente come l’uomo comune pur non entrando quasi mai in profondità nel suo approccio alla realtà, perché sempre occupato nei propri impicci ne percepisce comunque la profonda angoscia, derivante dall'effimera insicurezza del vivere e dal ancor più effimero senso che egli dà a questa esistenza.
Ho notato, nel mio peregrinare in questo mondo assai comico che tra le più prevedibili reazioni umane c'è la negazione e l'inganno.
La negazione al fatto inaspettato in quanto tale e l'inganno, usualmente rivolto a se medesimo grazie alla più fantasiosa irrazionalità.
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Come nell’antica tragedia greca il finale, solitamente ingarbugliatissimo era dipanato da un improbabile intervento in extremis del Deus ex machina, ove una divinità discendeva sugli umani e ne compiva il destino, secondo i meriti e le simpatie, salvandoli o castigandoli e consentendo un facile finale alla rappresentazione; Anche l’uomo moderno ricorre a questa immatura soluzione per lenire l’angoscia e la paura della sua fine certa in un divenire incerto.
L’uomo ha così creato un Dio, un Buddha, un Tao, qualunque cosa possa fargli credere alla certezza che nel mondo c’è una legge, c’è una regola, ma soprattutto vi è qualcuno tanto potente che la garantirà.
Non importa se esiste, se ogni dato concreto non supporta questa fantasia, questa credenza, questa suprestizione. Di fronte alla necessità psicologica non c'è spazio per il contraddittorio.
Nell'essere umano il bisogno di lenire l'insicurezza del esistere (che comunque in profondità rimane) è rimossa sempre traslandola fuori da se stesso, perché nella propria  interiorità non ci vuole guardare. Figuriamoci poi se ci vuole andare fino in fondo.
Si abbranca a qualunque pseudo-sicurezza come un naufrago ad un compagno tirandolo a fondo con lui, invece di cominciare a nuotare con le sue forze.
Si adotta così un atteggiamento che se non fosse condiviso da tante persone mature, non si farebbe fatica a definire puerile e banalmente consolatorio.
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Nei casi migliori questo assurdo essere cerca la verità attraverso dei maestri.
Non comprendendo che l'unico vero Maestro è colui che distrugge in noi l'idea che abbiamo bisogno di un maestro.
Perchè la verità è oltre il limite delle convenzioni e in quel territorio sconosciuto nulla e nessuno può prepararti.
L'unica e sola riposta vera è la propria.
L'addestramento è inutile, solo la fiducia in te stesso può soccorrerti.  
"Hic sunt leones" scrivevano gli antichi Romani sulle mappe dove il terreno era inesplorato: qui ci sono i leoni.
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Personalmente non credo in nulla che non sia confortato da una mia percezione che mi sforzo di liberare il più possibile dal pregiudizio; Non vivo in un letto di rose, ma almeno mi è risparmiata questa follia condivisa.
Senza presunzione posso dire che abito comodamente il mio corpo, lo vivo cioè  come il mio strumento per essere. Senza di lui (il corpo) nulla potrebbe accadere in me e fuori di me in questa dimensione.
Alla logica aristotelica preferisco la logica fuzzy dei sistemi sfumati; al bianco e nero preferisco le mille sfumature di rosso del mio conto corrente.
Non mi aspetto una retribuzione materiale o emozionale del mio fare spontaneo.
Patisco le delusioni, certamente, ma sono  il segno che mi indica che il mio comportamento non è puro.
Perché la purezza, non è  certamente quella dei moralismi, ma è l'azione libera dal frutto del risultato.
Cerco anche di non riempire più la mia vita col passato e lascio così un po' di posto al presente. Non è facile ma mi impegno seriamente in questo. 
Non vivo l’angoscia dell’annichilimento e della morte, perché l'ho trascesa con la curiosità.
 
L’immensa curiosità del dopo, e se questo "dopo" non ci sarà, beh!  Non sarà un gran problema, perché non ci sarà neanche un "qualcuno" che se ne rammaricherà. 
In ogni modo la mia curiosità l'avrò data ad ogni secondo di vita cui mi concedo senza pudori, roteando nudo come in un ballo primitivo, nella meravigliosa e terribile danza del Caos.
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venerdì 8 novembre 2013

Cuori Ingrati


Ovvero: imparziale analisi della vita umana su questo curioso pianeta.
 
La nostra vita può sembrare passabile, normale, ispirata dai migliori sentimenti e dal reciproco rispetto. Una quotidianità che persegue la ricerca della verità o almeno della sincerità, peccato che non sia così.
Viviamo purtroppo in un continuo fraintendimento delle nostre pulsioni e delle reazioni dei nostri simili in una dimensione di indeterminatezza del futuro.
L’ombra di una morte certa, poi, ci segue anche al buio.
Questa marcia notturna si compie perché non accendiamo una luce di obiettività  in noi stessi.
Non prendiamo coscienza, spietatamente, della nostra sordida dimensione egoista, dell’aria fritta delle nostre “opinioni” e del semplice fatto che viviamo solo per noi stessi in un mondo pieno di mistero che ci passa accanto il più delle volte senza essere colto.
Spinti da momentanei e del tutto fortuiti e casuali, moti di un sentimentalismo a buon mercato, viviamo altalenanti momenti di eccitazione e di sconforto che ci soverchiano come una zattera sommersa dalle onde di un mare in burrasca.
Senza un primo passo nella direzione giusta, ogni cammino porta lontano da un obiettivo e  penso che la meta per ogni persona sia arrivare a se stesso ed a una comunque improbabile emancipazione dalla schiavitù e dalla violenza in cui siamo immersi.
Qual è l’unico reale desiderio di un uomo se non vivere pienamente una libertà incondizionata? Non posso parlare per tutti ma questo è sicuramente vero per me.
Però, viviamo sempre un scontro interiore tra i condizionamenti e la natura autentica del nostro essere e immancabilmente proiettiamo questo conflitto sui nostri simili.
Non vedendo il male dentro di noi siamo così costretti a viverlo fuori di noi.
Ho usato il termine spietato perché spesso, con noi stessi siamo troppo indulgenti.
Ce la raccontiamo, e quando facciamo il punto della situazione, nel nostro lettino la sera, prima di “continuare” a dormire ci vendiamo un sacco di bugie.
Poco male se non accadesse che di mattino, queste menzongne non diventassero “magicamente” delle verità.
Il nostro corpo è pieno di tensioni che urlano la nostra disarmonia, la mente è confusa,
iper- stimolata dalla frenesia di una vita ormai adusa a ritmi fuori controllo; Che dire dei pensieri che ormai non si basano altro che su opinioni balzane invece che su dei dati reali?
Ieri sera nel traffico caotico della città, mentre il tramonto avvampava il cielo ho visto in un automobile vicina  un uomo solo al volante della sua autovettura che gridava in un auricolare e litigava forse con qualcuno, mi è parsa una rappresentazione molto reale della vita.
E’, sintetizzando, una follia. Si creano nemici fuori di noi per non affrontare l’unico vero nemico che abbiamo in questa esistenza: il mistero di cosa siamo.
Stupisce che questa semplice verità sfugga ai più, costringendoli a vivere un’esistenza di plastica, con rapporti di bieca convenienza e con atteggiamenti assolutamente privi della minima sensibilità umana.
Non che si debba essere tutti dei S. Francesco, ma almeno un po’ di classe! Un po’ di modo! Almeno un po’ di sincerità, magari solo con se stessi.
Uso volutamente degli aggettivi dispregiativi per descrivere questa malattia del vivere ma in senso lato, non tanto per dare un giudizio morale, ma pragmatico ed è in questa prospettiva che va vista la cosa.
Penso che se nel breve questo comportamento di continuo fraintendimento e di menzogna porti comunque ad un vantaggio, su vasta scala, nel tempo, costruisca intorno ad ognuno una camera di tortura in cui il boia e il condannato convivono nella stessa persona: noi.
Diciamo giusto per semplificare che la vita è una lotta, dove siamo buoni, quando non abbiamo le palle per essere cattivi o ancora peggio, quando siamo semplicemente più deboli.
E’ curioso che di fronte ad un ergastolano armato tutti trovino l’autocontrollo, salvo magari perderlo con i figli, la moglie o il vicino striminzito e rompipalle.
Per non parlare di quando siamo condizionati a tal punto da una morale che non è nostra, cioè che non si basa sulla nostra reale esperienza, che ci obbliga a comportarci aderendo ai cosiddetti canoni sociali di “brava persona”, pena il senso di colpa e l’inquietudine.
Che libertà è mai questa? Che dignità c’è in tutto questo?
Che l’uomo è egoista e in ogni azione che compie ricerchi il proprio benessere e tornaconto è citare l’ovvio, ma come vivere questo imperativo è un altro paio di maniche.
Fra due mondi: uno di indifferenza ed uno di compassione e di partecipazione c’è una distanza siderale.
Bisogna forse toccare il fondo per poter salire. Senza questa conoscenza solida, vivida e costantemente presente nel nostro essere ogni libertà ci è preclusa.
Di quale libertà parlo, però?
Libertà da se stessi, o almeno da quel costrutto artificiale che confondiamo considerandola come il nostro carattere invece di trovare la nostra realtà utlima.
Ecco che la miopia con cui guardiamo ci ha spinto sull’orlo di un baratro, io vorrei fare invece un passo avanti.
Per chi non ha ormai rinunciato a porsi una domanda onesta è inevitabile analizzare seriamente, la vita che, senza paura di sbagliare, definirei per tutti un po’ disperata.
Perché?
Semplicemente basta guardare agli elementi costitutivi della nostra esistenza simile per tutti, ovvero: noi stessi, le persone che ci circondano, il lavoro, la nostra posizione in seno alla società, il futuro.
Ordinerei gli argomenti a tal proposito in maniera inversa al mio personale ordine di importanza.
Comincerei con quello strano virus chiamato futuro.
“Del doman non v’è certezza” cantava il poeta, ma quale domani ? Di rimando interrogo a mia volta.
In alcune tribù aborigene della Nuova Guinea il futuro non esiste, è considerato parte integrante del presente. E’ per così dire quasi-presente (con le dovute approssimazioni). La loro vita parla per loro, scevra dalla violenza e dalla gelosia non hanno conosciuto nelle ultime migliaia di anni un solo conflitto né le aberrazioni ed i reati di cui i nostri giornali stilano il bollettino ogni giorno.
Sarà un caso?
Personalmente mi sento molto vicino a questi “selvaggi”, mi sveglio la mattina e penso: “Arriverò a stasera?” e curiosamente vivo sereno.
Forse da questo virus sono solo stato contagiato in misura minore, non saprei che dire, ma penso che più il futuro è parte nella mente e più divora il presente, un po’ come Kronos il Dio del tempo che divorava i propri figli.
In quanto all’organizzazione sociale, ottimisticamente dire che la nostra società è un inferno.
A parte le iniziative di facciata che tendono, più che a risolvere i problemi, a procrastinarli o meglio a dissimularli agli occhi dei più, vediamo bene che è tutto un mangia, mangia.
L’ambiguità, la disorganizzazione, lo spreco e la totale mancanza di una posizione critica delle persone dipinge un quadro allucinante del nostro vivere.
Momentaneamente la nostra vita appare piana, ma basta veramente poco per sollevare il tappeto e camminare nell’immondizia.
Basta una malattia improvvisa per iniziare il calvario del nostro sistema sanitario, più rischioso di una roulette russa.
Basta incontrare la persona sbagliata nel momento sbagliato per verificare quanta poco sicurezza sociale può offrire lo sbandierato “comparto sicurezza” della nostra società civile.
Basta un piccolo sopruso o peggio un errore dettato della fatalità per verificare che il nostro ordine giuridico e giudiziario è una giungla, dove solo i più spietati vivono nell’impunità e il margine di errore che porta a sentenze giuste è di fatto ampissimo e strettamente legato a elementi che di giusto hanno veramente solo il nome.
Quando esci dalla porta di casa sei in un campo di battaglia e se, sino ad ora è andata bene, non significa veramente nulla. Basta chiedere in giro e si vedrà che le bombe cadono continuamente intorno a noi.
Per quanto riguarda il mondo del lavoro esso invece rasenta la comicità.
L’incompetenza la fa da padrone, ora che le qualifiche hanno lasciato il passo alle capacità.
Qualunque cretino con una laurea può commettere ogni sbaglio, dire ogni stupidata purché l’apparente logica del profitto sia rispettata, salvo poi ritorcesi costantemente contro tutti noi.
L’ostracismo è applicato a persone valide che hanno l’unico demerito di essere fuori “target” per età, formazione atipica, perchè magari non hanno la tessera di partito o semplicemente sono “fuori del coro”. E’ dunque il trionfo della forma sulla sostanza.
Leonardo da Vinci non era certo laureato in ingegneria né Giotto aveva il diploma dell’accademia di Belle Arti, ma non mi sembra che mancassero di nulla.
Senza fare esempi illustri la qualità artigiana del 600’ era di un’abilità che rasentava l’arte.
Ci basta portare l’automobile dal meccanico o dal carrozziere per sperimentare la disonestà e il pressappochismo del nostro odierno, ma non è che i broker di Piazza Affari siano più capaci, certamente sono meglio vestiti, ma per il resto…
Nella sfera più prossima a noi ecco, dopo questo lungo panegirico, che arrivo alle persone care (care in termini di costo o di valore? Mah!)
I nostri amori, le nostre amicizie, i conoscenti.
I conoscenti appaiano al mio occhio cinico inutili come un culo senza buco, con quelle facce finte, ti salutano, ma non mi stupirei se tirassero fuori un mitra se solo gli occupi il posteggio riservato alla loro automobile.
Le amicizie (vere) non ho idea se esistano per sempre o siano una sorta di leggenda metropolitana, la pletora di “amici del sole” ovvero quelli che quando le cose vanno bene sono tutti pappa e ciccia e quando c’è da far festa spuntano come le cavallette, la fanno da padroni nella vita di ognuno, almeno nella mia ci sono stati.
Personalmente di “amici” ne ho avuti tanti, qualche d’uno credo vero, ma alla fine ognuno è perso nei fatti suoi, ma non mi sento di giudicarli con severità.
Penso che un po’ sia giusto così, ognuno alla fine deve vivere la sua vita e darsi troppa importanza è veramente una perdita di proporzioni, un atteggiamento infantile, però a volte una telefonata, un”come va?” sincero, una birra dopo il lavoro non sarebbe difficile realizzarlo come abitudine.
Gli amori, poi…caliamo un velo pietoso, ma se vogliamo proprio sollevarlo ecco che il panorama generale è a dir poco desolante.
Mogli apparentemente affidabili come Station Wagon che abbandonano i rispettivi consorti dopo anni di vita insieme e diventando i peggiori nemici del ex partner con cui hanno fatto magari dei figli, e gli si avventano contro senza alcuna pietà come dei Gengis Khan redivivi.
Similmente mariti che dietro ad una bella sottana dimenticano tutto, anche di avere una famiglia, si lanciano nell’ultimo corso di salsa e merengue, intontiti dal viagra come un hippy degli anni 70’.
Amanti e fidanzati, disposti a buttarsi nel fuoco (a parole) poi nel confronto stridente con la realtà e nel tempo regalano un’indifferenza che lascia basiti.
Mia nonna diceva: “L’amore si misura in quanti centimetri di culo uno è disposto a rischiare per te”. Mettere alla prova chi ci è in torno ci farà conoscere se lo spazio lasciato aperto per il rischio è della dimensione di un coriandolo o di un arazzo.
Questi sono i meravigliosi personaggi che stretti fra loro ballano e si scambiano le coppie, è un tragico samba che ci ostiniamo con presunzione a chiamare esistenza umana.
Veramente nel caso delle relazioni umane bisogna proprio dire che: l’unica certezza è il dubbio.
 Quello che mi lascia estremamente divertito sono ancora una volta i modi in cui si “scaricano” gli altri. Perché alcune volte i modi rivelano l’essenza.
Mi sembra giusto che una persona scelga nel proprio interesse liberamente, però, e sottolineo il però, non per questo bisogna camminare su una montagna di cadaveri.
Magari si potrebbe trovare il modo di andarsene lasciando dietro di se un eco di poesia, un profumo del tempo che fu, un ricordo tinto di cordialità.
Invece c’è solo indifferenza, scostante rabbia e soprattutto mancanza di umanità e diciamocelo senza classe.
Un sms, una telefonata, alla meglio una lettera e centinaia di orgasmi meravigliosi, confidenze, sogni e slanci vanno nel cesso.
Penso che una colf da licenziare per scarso rendimento sia trattata con maggior tatto.
Lei o Lui si gira, ti fa ciao con la manina e via così, avanti un altro finché c’è posto.
Un attimo e non sei più NIENTE. Cancellato.
Senza la minima sensibilità, con lo stesso rimorso di uno squalo molti miei simili pinneggiano verso un mare più pescoso.
E non gli devi neanche far balenare il senso di colpa! Subire e tacere come a naja.
Ti lasciano lì agonizzante come dopo che ti hanno investito con un pullman, ridendo, con il loro stereo a tutto volume che da voce ai blues brother che cantano: Gimme Some Lovin', e manco chiedono permesso per passarti sopra. Ahia!
Fuori categoria da questo concorso del “Meglio del peggio”, ci sono i genitori e i familiari forse i parenti, che però non abbiamo scelto e che sono come i cioccolatini in una scatola, li prendi ma non sai mai quale ti capita.
Essere amati o maltrattati è solo una questione di fato e di fortuna?
Di quale merito possiamo ammantarci e di quale mancanza possiamo rammaricarci se le cose vanno comunque in maniera così inaspettata?
.
Alla fine mi sembra che l’unica speranza per vivere meglio e più degnamente è nel fare tutti propria una semplice volontà: “Che il cuore, anche se non è abbastanza grande da contenere tutti, almeno non sia un cuore ingrato”.

lunedì 14 ottobre 2013

Cronopolis



L’idea è tempo.
Essa, quando si realizzerà, sarà sempre nel futuro.
Più questa intuizione sarà visionaria, iconoclasta, innovativa, più persone inevitabilmente lascerà indietro.

Viviamo un’apparente contemporaneità, ma nella realtà del pensiero e delle azioni conseguenti ad esso, non siamo tutti e sempre figli di questo terzo millennio.

Come la nostra società mantiene in sé i rumori della storia con le cadenze ritmate dei lavori manuali dell'antichità che producono gli stessi suoni millenari  ai quali si aggiungono i rumori delle macchine proprie della rivoluzione industriale, rumori integrati a loro volta dai toni dell’era digitale che porta il suo contributo di squilli e ronzii, una cacofonia che fa da colonna sonora al film delle nostre giornate sempre più brevi; Così anche nelle persone convivono diverse epoche.

Alcune persone vivono nella preistoria, perché senza istruzione, magari perché nate in aree remote e poverissime di questo mondo così affollato. Altre pur abitando in una società moderna sono legati ai pensieri, ai preconcetti e alle superstizioni del medio evo.
Per certi gli atteggiamenti sono coincidenti col tempo presente, mentre in altri aspetti sono magari ottocenteschi.
Pochi sono radicati sempre nell’attuale, pochissimi invece sono precursori di un avvenire che si realizzerà.
Altri ancora, vivono la nevrosi di un futuro ideale che forse non si determinerà mai.
Un futuro che ci viene ripetuto sarà migliore del presente.
Nel futuro saremo tutti alti, belli e ricchi; Dimenticando che alla Natura non si comanda, che la bellezza non dura, quanto alla ricchezza...rende l'uomo ancora più egoista di quanto è. 
L'icona del nostro tempo è considerata universalmente la televisone; Dove assistiamo sedati alla rappresentazione del divenire. E' un oggetto emblematico della condizione umana, perché rende viva una realtà che avviene all'interno di una cornice che la limita.

Riflettendo sui protagongonisti di questa realtà,  cioè l'umanità, considero l'essere umano un animale talmente pericoloso e feroce che per poter esistere con una certa organizzazione civile deve essere narcotizzato; E' intossicato dalla droga più potente che si conosca: la speranza.
Una tossina potente che è usata abilmente dai pochi per muovere i molti, ma che li contagia allo stesso modo. 
La maggioranza dunque scorda il risultato di tutte le macchinazioni perpetrate che si concluderanno con lo stesso tragico epilogo: entrare nell'oblio con due metri di terra sopra la faccia.
Di fatto sono due cose ben diverse un ragionevole progetto basato su dati oggettivi per migliorare il mondo che abbiamo ricevuto da chi ci ha preceduto e una aleatoria speranza di cambiamento positivo basandosi su elementi a dir poco fantasiosi come sull'esistenza di  presunte entità divine che ci assomigliano oppure su una misteriosa giustizia dell'universo che realizzi per noi un domani migliore esentandoci da far qualcosa di concreto per renderlo tale.  
L'infinito è bello e terribile nel medesimo tempo e delle nostre idee personali a riguardo della realtà non se ne cura affatto. 

Tornando al mi pensiero iniziale talvolta mi immagino che certi uomini alienati in questo odierno ipocrita sarebbero forse perfetti al seguito di Gengis Khan oppure con Napoleone. Altri sarebbero a loro agio  nei rioni del settecento di qualche borgo fiammingo, seguendo altri ritmi biologici. Ci sono uomini dunque che potrebbero essere  a loro agio nel passato, altri addirittura nel futuro, ma tutti invece costretti e stipati in un oggi ambiguo, con le sue regole contraddittorie.
Ecco che tutti viviamo esteriormente lo stesso momento, ma nella realtà dell’essere lo percepiamo, lo plasmiamo e lo elaboriamo in tempi soggetivi, tempi che non esistono più o che ci dovranno ancora appartenere.

Mi domando, quando incontro una persona, a quale epoca appartenga. La osservo nei modi, nel dire, nei comportamenti ed essa mi rivela a volte il suo personalissimo orologio.
Una crono-caratterizzazione difficile da fare, perché come detto, il tempo della vita è legato all’idea che abbiamo di lei e che si esprime nell’azione del vivere, ma il pensiero appartiene ad un attimo rapidissimo.

Così, troppo spesso, guardando al risultato ci sfugge la sua origine, posta non solo nel passato come è ragionevole trovarla, ma a volte anche nel futuro, un futuro determinato dall'idea che la sottende.
Si dimentica così facendo che non è poi così importante per l'essere umano il dove, il come e il quando, ma principalmente: il perché.
 
Così ci sfugge per sempre il  vero senso delle cose e delle persone.


mercoledì 28 agosto 2013

Un tuffo dove l'acqua è più blu, neinte di più.

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Cosa impariamo?
La domanda mi colpisce come una pietra in mezzo alla fronte, mentre sguazzo soavemente nella bella piscina di amici.
Tra i riflessi di acqua blu che luccicano sotto un sole estivo mi chiedo cosa effettivamente ho imparato dalla vita.
Un perché inaspettato e un po’ fuori luogo in un contesto così mondano.

Parlando al plurale direi che sicuramente ci sono insegnate cose utili, l’esperienza ci guida e ci aiuta a navigare nell’oceano esistenziale, ma è veramente così?
Nelle vicende ordinarie della vita è opportuno avere una certa conoscenza delle cose. Ammesso che consideriamo la conoscenza semplicemente come quel processo razionale per cui rendiamo qualche cosa di sconosciuto come già noto alla nostra coscienza.
Però la mia domanda è più sottile o meglio, provocatoria.

Se i fatti significativi dell’esistenza ci superano e ci sorprendono sempre come è possibile prevederli o gestirli grazie a questo costrutto di presunzione che è il conoscere?
Di fronte alla complessità e alla diversità del divenire ci si trova così sempre inadeguati.

Spiegandomi meglio aggiungo che nella successione ininterrotta dei momenti consueti, forse noiosi che scorrono in punta di piedi, quasi inosservati, di cui abbiamo un ricordo vago, labile e confuso, si constata ad una visione obbiettiva che il mercoledì ultimo scorso assomiglia ad un giovedì di dieci anni fa cioè una lattiginosa e indistinta amnesia.
Vi sono però, ogni tanto, alcuni attimi del vivere che assumono un reale valore.
Sono quei momenti in cui la vita ci mette di fronte all’inaspettato, al nuovo, alla sorpresa, magari ad un incontro che risulta nodale, mentre la matassa della vita si srotola, sino a quando il filo ormai teso, finirà.  
Momenti belli; A volte invece, terribili. 
Minuti di quiete inspiegabile che accadono oppure di furiosa follia che a ben vedere ci dominano.
Attimi che ci superano, ci sovrastano ma soprattutto di cui non abbiamo quasi nessuna possibilità di controllo.
Allora la nostra conoscenza ed esperienza a cosa serve?

E' ancora più evidente con i sentimenti e con le emozioni paipitanti determinate dagli eventi e dalle relazioni personali che suscitano in noi una forte risposta emotiva; Secondi lunghissimi dove il nostro cuore fa un balzo, oppure si arresta e cade come se quel muscolo cardiaco deputato al sentimento facesse un tonfo, precipitasse dal petto dentro di noi come una sorta di discesa inarrestabile in un abisso vertiginoso. 
Un “bungee jumping” nell’oscurità dell’anima o più semplicemente nel mistero di cosa siamo.

Sono come baleni nel temporale notturno che illuminano l'oscurità dell’incoscienza come fosse giorno; Essi ci danno il senso della nostra esistenza e, a ben vedere, sono gli unici in cui ci sentiamo realmente vivi. Immagini vivide di vita che acquistano spessore con le emozioni e si scolpiscono  nella memoria.
Forse sono ciò che ci tornerà agli occhi nel momento che ci toccherà chiuderli definitivamente.

Percezioni che in verità ci accadono senza mai essere veramente determinate.
Scopriamo e ci sorprendiamo di emozioni nuove, oppure riviviamo trepidazioni che, però non sono mai uguali,
Tocchiamo dunque sempre la stessa cosa, ma in modi e punti diversi anche se la definiamo in categorie, ma è oltre ogni termine. Sfioriamo senza poter afferrare la natura insostanziale dell'essere. 
Nella realtà del cuore le emozioni sono un sentire sempre diverso come i colori di ogni crepuscolo di un giorno nuovo, anche se lo chiamiamo alba o tramonto.

Allora la mia domanda iniziale si precisa: perché?
Perché dobbiamo conoscere?
Quale è il senso di questa dura scuola che è vivere.
Penso che la risposta, la mia risposta che estendo con un certo candido ottimismo a tutti è: "Il senso di vivere è imparare a vivere."
Questa intuizione deve però concretizzarsi in un azione precisa: essere padroni di se stessi.
E' un atto paradossale, perché appunto si muove in due direzioni diametralmente opposte.

Infatti, se negli eventi gravosi delle vita, nelle difficoltà, nelle sofferenze come anche nel piacere e nella fortuna, dobbiamo essere saldi in noi stessi, quindi ritrovarci e mai smarrirci dal quel autentico Sé, duramente cercato e incontrato; Nei sentimenti la strada da prendere è contraria cioè lasciarsi andare totalmente nelle emozioni profonde e così in queste, perderci completamente.