giovedì 10 aprile 2008

Figli di due padri


 
Siamo tutti figli di due padri. La verità e la realtà.
La nostra intima verità soggettiva e la realtà oggettiva della società, della natura, del mondo dunque.
Ogni uomo è chiamato dalla Vita ad armonizzare in se queste due contraddizioni, pena la sofferenza, l’ostracismo forse la follia.
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Ricominciare da se stessi è la partenza alla quale siamo continuamente chiamati ad iniziare come in un gioco dell’oca spietato.
La carta “torna al via” esce costantemente, ma spesso non ubbidiamo a questo invito.
Ci illudiamo che la strada fatta ci avvicini ad una méta senza comprendere che spesso ce ne allontana, a volte è il nostro stsso slancio per raggiungerla che la lancia alle spalle.
Ecco che l’uomo si domanda a proposito di una società iniqua, di un mondo di relazioni fatte di apparenza, dell’incertezza del futuro. Una domanda che spesso è sinonimo e sintomo di debolezza.
Debolezza di se stessi naturalmente, di punti fermi in un universo in costante divenire.
Attonito l’uomo si interroga sotto un manto di stelle che rispondono mute alle sue paure, mentre la notte è premonizione di fine certa.

Ecco che egli guarda prima verso di se e poi verso il suo simile e spesso la separazione appare netta come il taglio di una spada affilata.
Chi può confortarti? Chi può rassicurarti?
Alla fine ognuno ha solo se stesso.
Nondimeno tutti siamo chiamati a vivere e confrontarci con il nostro specchio rappresentato dal mondo dell’altro.
E’ veramente un compito degno di un dio.

La società in cui viviamo è, di fatto, non solo diversa da altre su questo pianeta, ma anche diversa per ognuno di noi. Così come non esistono due uomini che camminano nello stesso modo così non esistono due modi di vivere lo stesso sistema sociale: la mia vita non è quella di un altro, questo è solo un’ovvietà che, però va tenuta costantemente presente.
Come si possa creare un sistema di valori comuni che garantisce a tutti una base minima di qualità di vita appare un problema le cui variabili corrispondono al numero di abitanti di questo mondo.

Non ho soluzioni, poiché sono intimamente convinto che ogni soluzione sia una trappola.

In realtà penso che i problemi semplicemente possano non abitare più con noi, questo è il mio punto di partenza.
Cosa vuole un uomo? Varrebbe la pena domandarselo seriamente.
Cibo, casa, lavoro, un compango? Due compagni? Un cocktail la sera? Basta? Qual'è la dimensione del sufficiente?

Ci sono persone a cui basta un monolocale, altre non si accontentano di meno che di una villa patrizia con parco secolare annesso, quale è la misura?
La felicita? E’ questa la misura? Ma se niente al mondo è opinabile come la felicità!

Allora diciamo che si dovrebbe dare il kit di montaggio della Vita e poi lasciar fare ad ognuno vedendo cosa combina.
Chi c’è l’ha questo kit? Il governo? La Chiesa? Io? Tu?
Certo, se fossimo tutti uguali andremmo d’accordo come un alveare di api, loro (le api) non hanno poi grossi problemi, se nasci operaia lavori, se nasci fuco fecondi, se nasci regina fai le larve.
Un prato fiorito è quello che serve e poco altro.

Per noi non sarà mai così.

L’uomo è l’unico animale che ha coscienza della propria morte certa, della propria individualità separata dal mondo, di un ego (fittizio o reale che sia) che ha bisogno di affermare se stesso per vivere.
Questa differenza non si cancella con “un buon tenore di vita” e buone leggi. Questa inquietudine non si anestetizza con "Il progresso".
Il marchio indelebile che ci ha posto l’esistenza ci chiama ad un lavoro immenso, dare un senso, un peso, un valore ad un'esistenza in poco più di un pugno di anni disperati che bastano a malapena per capire che non abbiamo capito.

Occuparsi del mondo può apparire allora uno scopo nobile, una soluzione, secondo me è un modo di darsi importanza.
Meglio sarebbe occuparsi della nostra vita e di chi ci è prossimo (in senso di vicino) con attenzione però, comprendendo sin nelle ossa cosa è veramente importante e cosa invece è transitorio, fugace, privo di vero nutrimento.
Senza la scoperta di ciò che è veramente importante, lo ribadisco, ogni scelta appare alla mercé del caso, delle tisane fresche per curare un malato terminale.

Comprendere inoltre, con umiltà che siamo solo una piccola parte, un mini progetto individuale, un esperimento di Dio, un tentativo della Natura o magari siamo solo criminali condannati senza appello su questo pianeta prigione ed allora tanto vale fare del nostro meglio, ma sul serio.
Cominciando a scorgere tutto del nostro cuore anche la tenebra.
Se la storia del mondo potesse essere rappresentata come un grattacielo di 100 piani noi come umanità occuperemmo lo spazio di un francobollo sul tetto.
A parte massacrarsi e instillare l’uno nell’altro la sofferenza e la rivalsa, pare che l’uomo non abbia altre qualità peculiari; E allora?
Siamo dei contenitori, più siamo vuoti più possiamo ospitare dentro di noi.
Cosa ospitare è questione di fato e di sensibilità.
Non dimenticando mai che in questo “eterno via” il mistero ci soverchia, ma anche ci accoglie come un mare calmo.


Certo su tutto alla fine calerà il silenzio, ma siamo comunque chiamati dalla Vita a fare, ad agire con tutto noi stessi.
A volte un solo attimo vero può  valere un'esistenza intera.


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